Aby Warburg, la rinascita del paganesimo antico
La «nascita di Venere» e la «primavera» di Botticelli: ricerche sull’immagine dell’antichità nel primo Rinascimento italiano (1893)
Impostato sul raffronto con le idee della letteratura poetica e le teorie estetiche dell’epoca per chiarire quali elementi antichi informano gli artisti del Quattrocento. Capire come gli artisti e i loro consiglieri vedessero negli «antichi» un modello richiedente e si appoggiassero ai modelli antichi movimento esterno intensificato quando bisognava rappresentare il moto fisico attraverso accessori come fogge e capigliature.
La «nascita di Venere» (1482-1485 ca., Uffizi)
Alcuni autori contemporanei a Warburg richiamano due poemi da mettere in relazione al dipinto. Meyer rimanda all’inno omerico ad Afrodite, mentre Gaspary osserva che la descrizione di un bassorilievo raffigurante la «nascita di Venere» nella di Poliziano somiglia al dipinto. La descrizione è però la stessa perché Poliziano si accosta all’inno omerico.
La supposizione che Poliziano abbia fornito a Botticelli il concetto diventa certa dal momento in cui il pittore si distacca dall’inno omerico negli stessi punti in cui lo fa il letterato. Poliziano immagina dei bassorilievi fissati sui pilastri del Tempio di Venere, capolavori di Vulcano stesso:
Nel tempestoso Egeo in grembo a Tetis si vede il frusto genitale accolto, sotto diverso volger di pianeti errar per l'onde in bianca schiuma avolto; e drento nata in atti vaghi e lieti una donzella non con uman volto, da zefiri lascivi spinta a proda, gir sovra un nicchio, e par che 'l cel ne goda.
Vera la schiuma e vero il mar diresti, e vero il nicchio e ver soffiar di venti; la dea negli occhi folgorar vedresti, e 'l cel riderli a torno e gli elementi; l'Ore premer l'arena in bianche vesti, l'aura incresparle e crin distesi e lenti; non una, non diversa esser lor faccia, come par ch'a sorelle ben confaccia.
Giurar potresti che dell'onde uscissi la dea premendo colla destra il crino, coll'altra il dolce pome ricoprissi; e, stampata dal piè sacro e divino, d'erbe e di fior l'arena si vestissi; poi, con sembiante lieto e peregrino, dalle tre ninfe in grembo fussi accolta, e di stellato vestimento involta.
Poliziano I 99-101 Stanze, L’azione del poema italiano è determinata dall’inno omerico. Le aggiunte personali di Poliziano riguardano i particolari e gli accessori. Il poeta si sofferma sull’illustrazione minuta degli stessi per rendere accessibile al verità naturale delle opere d’arte. A differenza del poema, nel quadro, Venere si copre il seno con la mano destra e al posto delle tre Ore vestite di bianco, una sola figura femminile coperta di fiori e cinta da un ramoscello di rose accoglie la dea.
La minuta elaborazione degli accessori di Poliziano concorda esattamente con il dipinto: i due «zeffiri» con le gote gonfie, le vesti e le chiome della dea mossi dal vento. La tendenza che si manifesta in egual misura nella poesia e nel dipinto a fissare i movimenti nei capelli e nelle vesti corrisponde ad una corrente dominante nei circoli artistici dei primi decenni del Quattrocento e si trova già nel De pictura dell’Alberti: «Dilettano nei capelli, nei crini, ne’ rami, fondi et veste vedere qualche movimento [...] i corpi da questa parte percossi dal vento sotto i panni in buona parte mostreranno il nudo, dall’altra parte i panni gettati dal vento dolce voleranno per aria [...]».
Poco dopo Agostino di Duccio dava alle figure dei rilievi del Tempio Malatestiano un movimento intensificato nei capelli e nelle vesti fino a diventare manierismo. Allo stesso modo in cui Agostino di Duccio ricerca nelle opere degli antichi riferimento per i motivi del movimento, il Poliziano presta attenzione alle opere dei poeti antichi in descrizioni di motivi in movimento.
La figura di donna che saluta Venere nel dipinto concorda con la descrizione delle Ore di Poliziano: è l’Ora della primavera: sta sulla riva per accogliere Venere. La dea della primavera porta un ramoscello di rose come cintura. Supponendo che Poliziano, consigliere di Botticelli, dovesse trovare un attributo per la primavera e che si sia riferito a Ovidio: nella Metamorfosi si legge la descrizione della primavera con la cintura di fiori; anche Le immagini degli Dei di Cartari dimostra come gli eruditi rinascimentali immaginassero la cintura di fiori come tratto distintivo della primavera.
Nella Hypnerotomachia Poliphili, romanzo archeologico del primo Rinascimento, si trovano delle descrizioni corredate da illustrazioni in cui la mobilità esterna delle figure (degli accessori) era considerata l’ingrediente caratteristico per uno stile all’antica. Considerando un altro disegno che è stato messo in relazione con il dipinto, si trova una prova degli accessori mossi come influsso dell’antichità. Il disegno è difficilmente di mano di Botticelli. I capelli della figura centrale si perdono in una lunga ciocca ondeggiante, lo stesso vale per il rigonfiamento della veste simile ad uno scialle. Le altre figure sembrano far parte di una composizione antica a fregio ed effettivamente provengono da un sarcofago dell’Achille a Sciro che nel Trecento era fra i bassorilievi murati sulla scala di S. Maria Aracoeli a Roma. Queste figure femminili dalle vesti mosse erano considerate ‘ninfe’.
Appendice: «La Pallade scomparsa»
Un disegno di Botticelli degli Uffizi è l’abbozzo di Atena realizzato probabilmente per un dipinto presente nella camera di Piero de’ Medici (descrizione del Vasari). Per immaginarci il dipinto basterà unire un passo di Giovio, un epigramma del Poliziano e un’illustrazione silografica della Giostra. In Giovio un’impresa del genere è ricordata come stemma di Piero di Lorenzo: siccome il quadro era nella sua camera il nesso risulta chiaro, resta solo da domandarsi cosa fossero i ciocchi di legno ardente presenti nella descrizione di Vasari. Viene dunque in aiuto una silografia della Giostra che illustra l’invocazione di Pallade da parte di Giuliano prima di entrare in lizza. La statua rappresenta Pallade, mentre l’altare è dedicato a Venere.
La «Primavera»
Vasari, parlando dei due dipinti, menziona Venere come punto centrale nonostante il quadro sia designato dalla critica come «Allegoria della primavera». Bayersdorfer ha dato un’interpretazione particolareggiata del dipinto: al centro c’è Venere, con Amore sopra il suo capo, a sinistra tre Grazie danzanti, accanto ad esse Mercurio che disperde le nebbie con il caduceo; nella metà destra Flora sparge rose, mentre una ninfa fugge da Zeffiro. Warburg accetta questa descrizione, tranne per il fatto che la ninfa dovrebbe essere chiamata Flora e la fanciulla che sparge fiori non è Flora ma la dea della primavera.
Già l’Alberti raccomanda le tre Grazie come tema di un quadro. Lo stesso vale per la veste trasparente e del suo movimento intensificato. Al Louvre si trova un frammento di un affresco di Botticelli che raffigura le tre Grazie guidate da Venere in atto di recar doni a Giovanni d’Albizzi, nel giorno delle sue nozze con Lorenzo Tornabuoni (1486). Cosimo Conti, per comprovare l’identità della dama con Giovanna Tornabuoni era ricorso a due medaglie. Il rovescio di una medaglia mostra le tre Grazie nude.
Una seconda medaglia (sul cui fronte è sempre presente il ritratto di Giovanna) mostra una figura che presenta i tipici accessori in movimento. I capelli svolazzanti e la veste con sbuffi. La leggenda, un verso dell’Eneide spiega la sua figura: è il travestimento con cui Venere appare ad Enea; gli ultimi versi di Virgilio danno l’indicazione per il trattamento degli accessori mossi. Su un cassone nuziale italiano è illustrata la medesima scena dell’Eneide e Venere, sulle nubi, porta un elmo alato, stivaletti e la faretra, i suoi capelli sciolti svolazzano nel vento. Le altre figure portano costumi d’epoca. Sull’altro lato del cassone si può vedere la caccia di Enea conclusasi con la tempesta. Anche qui il desiderio di raffigurare cose anticheggianti ha dato i suoi frutti.
Sul lato destro della «Primavera» si scorge una scena di inseguimento erotico: con rapido volo un giovane alato raggiunge una fanciulla verso cui manda un potente getto di vento. Nei Fasti di Ovidio, Flora narra come sia stata raggiunta e vinta da Zeffiro: in dono di nozze avrebbe ricevuto il potere di trasformare in fiori quel che toccava. A livello compositivo (e per quanto riguarda i dettagli in movimento) il gruppo nasce da un’analogia con la descrizione della fuga di Dafne inseguita da Apollo in Ovidio. Poliziano ha preso lo stesso passo di Ovidio (che tratta di vento nelle vesti e nei capelli) usandolo per la descrizione del bassorilievo del ratto di Europa. Inoltre il Poliziano, nel suo Orfeo, la prima tragedia italiana, pone sulle labbra di Aristeo che insegue Euridice le stesse parole che in Ovidio Apollo rivolge a Dafne. Ancora, quindi, il Poliziano va considerato come consigliere di Botticelli.
La fanciulla che sparge rose è la dea della primavera: come quella nella Nascita di Venere porta un ramoscello di rose per cintura. La veste si stringe alla gamba sinistra e scende svolazzante in basso in una curva piana. L’idea di cercare per i motivi delle ve...
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