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Geografia economica del sistema-mondo

Geografia del sistema-mondo: dalla fine dell'800 alla Prima guerra mondiale

All'inizio del XX secolo, il panorama economico mondiale era dominato da due soli spazi economici: l'Europa nord-occidentale e gli Stati Uniti nord-orientali. Si trattava di aree di antica industrializzazione, dove la base produttiva era più solida ed evoluta rispetto ad altre regioni europee in cui l'industrializzazione era appena agli inizi, come la Scandinavia, la Russia, l'Italia settentrionale, etc. La diversa distribuzione della base manifatturiera si rifletteva sulla ricchezza delle nazioni: si stima che nel 1913 il prodotto nazionale lordo pro capite degli USA fosse superiore di cinque volte rispetto al valore medio europeo e del 25% a quello del Regno Unito, il paese più ricco del vecchio continente.

Gli anni precedenti al 1890 erano stati caratterizzati da una forte crescita economica in tutta l'Europa e gli USA, imputabile principalmente alla diffusione di importanti innovazioni tecnologiche: l'energia elettrica, il motore a scoppio e la diffusione di nuovi mezzi di comunicazione come ferrovia e telegrafo. In particolar modo, l'introduzione dell'energia elettrica diede il via al formarsi di due modalità distinte di sviluppo: la prima che vedeva al centro di tutte le operazioni il carbone e il vapore, presente e consolidata in Gran Bretagna e USA; la seconda modalità era rappresentata dall'elettricità che guidò da quel momento il processo di sviluppo in quei Paesi poveri di energie tradizionali come Svizzera e Italia.

Le innovazioni industriali furono inoltre legate all'introduzione di nuovi modi di organizzare il lavoro, nati per massimizzare l'efficienza del lavoro operaio e in questo senso l'esempio più lampante è rappresentato da Ford, con il quale fu introdotta la prima catena di montaggio.

La diffusione di nuovi mezzi di comunicazione e il conseguente abbattimento dei costi di trasporto consentì inoltre una notevole espansione del commercio, che contribuì alla crescita delle differenze economiche tra i paesi del Nord e quelli del Sud del mondo, spesso domini coloniali dipendenti dai primi e privi di autonomia nazionale. Questa “seconda rivoluzione industriale” provocò una crescente domanda di materie prime (rame, gomma, bauxite) da parte dei paesi maggiormente caratterizzati dall'industrializzazione, i quali incominciarono a intraprendere forme di dominazione economica, esplicite o informali, sui Paesi maggiormente dotati di queste risorse, in particolare America Latina, Estremo Oriente e Africa.

Un caso particolare è quello del Giappone che iniziò, nel periodo immediatamente precedente al primo conflitto mondiale, a dotarsi di una propria base industriale mediante l'importazione di tecnologie “occidentali” e l'investimento in infrastrutture e industrie manifatturiere.

Da un punto di vista economico, la prima guerra mondiale ebbe tra i suoi effetti più importanti il blocco del commercio tra i Paesi europei. La situazione favorì molto l'America nord-orientale e il Giappone: da un lato, grazie alle commesse militari e alla crescente domanda di materie prime originata dai paesi coinvolti nel conflitto, dall'altro, a causa della debolezza della concorrenza europea sui mercati mondiali. Gli USA passarono in pochi anni da una posizione di indebitamento a una di credito nei confronti dei paesi europei, estendendo inoltre il proprio controllo economico su Canada e sull'America Latina. In Giappone invece aumentarono le esportazioni sia di materie prime (cotone), sia di prodotti dell'industria pesante destinati ad Australia, India e USA.

Dalla Grande depressione alla seconda guerra mondiale

L'inizio degli anni ’30 fu segnato da una gravissima crisi dell’economia mondiale, la Grande Depressione, che si concretizzò nel crollo dei redditi, in vertiginosi tassi di disoccupazione, nel fallimento di numerosi istituti finanziari e nella drastica riduzione degli investimenti statunitensi in Europa. Le cause della crisi sono ancora incerte: fra le molte il calo dei redditi degli agricoltori alla fine degli anni ’20, conseguenza dei bassi prezzi dei prodotti alimentari in un contesto di generale sovrapproduzione, portò a una contrazione della domanda di beni industriali, riducendo ulteriormente i redditi della popolazione. La crisi si propagò agli altri Paesi attraverso la riduzione delle importazioni e delle esportazioni. Le reazioni dei governi alla crisi commerciale non furono peraltro particolarmente illuminate, in quanto attuarono politiche protezionistiche ed austerità che ostacolarono ancor di più il rilancio del commercio e la formazione di nuova domanda.

Nel Nord del mondo, l'uscita dal periodo di crisi fu dovuta principalmente alla crescita dell'industria elettrotecnica e meccanica, ma anche grazie all'introduzione di politiche pubbliche a sostegno dell'occupazione (USA e Svezia) o di riarmo (Germania e Giappone). A metà degli anni ’30, con il riassorbimento della crisi, il divario tra l'economia degli USA e il resto del mondo si era notevolmente attenuato.

Sempre in questo periodo nacquero importanti accordi commerciali multilaterali, che portarono alla formazione di nuovi insiemi economici: il gruppo di Oslo, l'accordo di Roma, il Commonwealth e il blocco formato da USA e America Latina.

Dalla ricostruzione postbellica ai nuovi sistemi economici

Alla fine della seconda guerra mondiale, da un punto di vista economico, chi ne usciva più forte erano gli USA, sia dal punto di vista industriale che da quello della ricerca scientifica. Anche l'Europa e il Giappone intrapresero in questo periodo una fase di notevole crescita economica. Il quadro dell'Europa centrale e orientale si presentava differenziato: Romania e Ungheria, alleate di Hitler, furono costrette a pagare le riparazioni di guerra; Polonia e Jugoslavia uscirono dal conflitto economicamente distrutte. In questo periodo possiamo assistere alla nascita della cosiddetta Guerra Fredda e al formarsi di due blocchi internazionali. Gli USA intrapresero azioni politiche ed economiche finalizzate a isolare l’URSS e a impedire il proliferare del comunismo in Europa. I capisaldi di questo programma furono l'istituzione della Nato e l'avvio del piano Marshall, con il quale si dava il via ad un ingente programma di aiuti economici per la ricostruzione dell'Europa concessi dagli USA ai soli paesi non comunisti.

La risposta dell'URSS fu l'introduzione nel 1949 del COMECON (consiglio di mutua assistenza economica), un organismo di cooperazione economica tra l'URSS e i paesi dell'Europa orientale, che accrebbe di molto la coesione e il commercio all'interno del blocco comunista. Accanto ai due blocchi statunitense e sovietico, si andò a formare un “terzo blocco”, definito dei “Paesi non allineati”, il cui battesimo formale è riconducibile alla Conferenza di Bandung del 1955. Composto da 29 stati, questo blocco era determinato da un lato a difendere la propria indipendenza negli affari internazionali sfuggendo alla rigida logica bipolare della Guerra Fredda, e dall'altro lato a tratteggiare una gestione del processo di decolonizzazione che rigettasse ogni nuova forma di soggezione dei Paesi del cosiddetto Terzo mondo sia all'Occidente che all'URSS.

Da un punto di vista economico in questo periodo nacquero tre importanti organismi sovranazionali molto influenti a livello mondiale: il Fondo monetario internazionale (FMI), l’Organizzazione internazionale per il commercio (WTO) e la Banca mondiale. Nel 1951 inoltre nacque la Comunità del carbone e dell'acciaio (CECA) tra Francia, Repubblica Federale Tedesca, Italia, Belgio Paesi Bassi e Lussemburgo e dopodiché nel 1957 si diede vita al Mercato comune europeo.

Nel caso del Sud del Mondo il dopoguerra fu invece segnato da sentimenti di indipendenza economica e politica, soprattutto nei paesi colonizzati. La prima a rendersi indipendente fu l'India nel 1947 e alla metà degli anni Sessanta, tutte le ex potenze coloniali riconobbero l'indipendenza, in seguito a processi di rivendicazione e concessione, a quasi tutti i territori controllati. Queste Paesi però precedentemente non erano stati istruiti dalle potenze coloniali a dar vita a autogoverni responsabili e l'assenza di basi politiche ed economiche per la costruzione di democrazie stabili e vitali causò pertanto la caduta sotto regimi politici totalitari o a situazioni di anarchia e guerra civile. In questo quadro negativo fecero eccezione India, Cina, Egitto e Sudafrica.

Gli anni del boom economico e la crescita dei divari geografici

Contrariamente alle previsioni dell'epoca, il periodo di crescita iniziato nel dopoguerra si protrasse per tutti gli anni ’60 e l'inizio dei ’70. La crescita non fu però uniforme: gli squilibri fra i livelli di ricchezza dei vari Paesi furono spesso accentuati. Lo sviluppo dell'Europa occidentale e degli USA fu legato sia all'espansione della “società dei consumi”, sia a cambiamenti strutturali dell'economia, come la progressiva perdita di peso dell'agricoltura in favore dell'industria e dei servizi, l'introduzione di tecnologie più efficienti e il passaggio dalle produzioni tradizionali, come quella tessile, ad altre più moderne, come la motoristica o l'elettronica. Alti tassi di crescita furono registrati anche nei Paesi del blocco sovietico.

Gli anni ’60 furono positivi, in termini di crescita aggregata, anche per alcuni paesi dell’Estremo Oriente: Corea del Sud, Hong Kong, Taiwan, Singapore e soprattutto Giappone. Il successo di quest'ultimo fu basato dapprima sull'imitazione delle tecnologie occidentali, ma in seguito prodotti originali giapponesi riuscirono a imporsi su tutti i mercati, segnando il progressivo passaggio da una struttura industriale fortemente specializzata nel settore tessile a una estremamente differenziata che coprì pressoché l'intero ventaglio delle produzioni, con un ruolo rilevante assunto dai prodotti meccanici (autoveicoli), metallici (ferro e acciaio) e dalle tecnologie elettroniche (radio, tv). Questa trasformazione ebbe solidi presupposti: in primo luogo occorre considerare il fenomeno della “rimonta tecnologica”; poi occorre considerare l'alto livello del capitale umano che permise ai giapponesi di trarre vantaggio dalla tecnologia; inoltre da un lato una classe manageriale lungimirante si rese conto dell'alta redditività della ricerca e sviluppo industriale, mentre dall'altro lato gli elevati livelli di risparmio e di investimento del popolo giapponese consentirono la crescita della domanda interna; infine non si può non considerare lo spirito e la mentalità del popolo giapponese, cooperativo e corporativo.

Sempre nell’Asia orientale, Hong Kong e Singapore si imposero in quel periodo come porti commerciali e nello sviluppo del settore terziario (assicurazioni, finanza).

Invece i tentativi latino-americani di formazione di un coeso sistema economico regionale, in particolare attraverso la promozione degli scambi interni, non diedero invece i risultati sperati. Nonostante la nascita di accordi commerciali fra i Paesi dell'area, l'eccessiva tendenza alla monoproduzione e conseguentemente, all'esportazione di singole tipologie di beni da parte dei vari Paesi, ostacolò la crescita degli scambi interni, deludendo nel frattempo le aspettative di industrializzazione e di riallineamento con le economie occidentali. Per finire un’eccessiva crescita demografica segnò il definitivo fallimento nella via della crescita economica. Gli sforzi furono spesso ostacolati anche da circostanze politiche, come le rivalità etniche, il clima di instabilità (guerre civili e colpi di Stato), la prevalenza di regimi totalitari, la dipendenza economica e politica dagli Usa.

Gli anni ’70 e le risorse strategiche

Nel 1960 i maggiori Paesi esportatori di petrolio (Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela) si riunirono in un comune organismo, l’OPEC. Lo scopo principale dell’unione era il tentativo di mantenere alti i prezzi del petrolio greggio e contrastare l’azione delle “7 Sorelle”, ovvero del gruppo delle maggiori compagnie petrolifere mondiali. Nel 1973, parallelamente allo scoppio della guerra arabo-israeliana, il prezzo del petrolio passò in pochi mesi da 3 a 17 dollari al barile, causando gravi problemi economici sia ai paesi con una solida base industriale, sia a quelli del Sud del mondo. La crisi fu lentamente riassorbita: l’aumento del prezzo del petrolio incentivò in Occidente l’utilizzo di impianti industriali più efficienti, la ricerca e l’introduzione di fonti energetiche alternative (carbone e nucleare) e l’utilizzo di giacimenti petroliferi prima ritenuti economicamente non competitivi (quelli del Mare del Nord). Nonostante una seconda crisi petrolifera di minore entità nel 1979, il prezzo del greggio si stabilizzò negli anni ’80.

La crisi avrebbe dovuto in linea di principio avvantaggiare l’URSS, forte esportatrice di petrolio. I problematici rapporti politici con i Paesi occidentali non permisero tuttavia di approfittare della situazione. L’Unione Sovietica sussidiava i propri stati “satellite” fornendo petrolio a prezzi inferiori a quelli mondiali, ma i cattivi risultati dell’economia nazionale rendevano questo sussidio un peso sempre più difficile da sopportare. Nel corso degli anni ’70 e ’80, l’economia pianificata sovietica iniziò infatti a rivelare le proprie debolezze, in buona parte a causa di un’eccessiva spesa militare con ricadute sull’industria civile. La presa di coscienza dei limiti del modello sovietico dischiuse la strada verso l’apertura dell’economia sovietica al resto del mondo, iniziata nel 1987 dal presidente Gorbacev.

Seppur parziale, il successo dell’OPEC fu d’esempio per altri paesi del Sud del mondo esportatori di materie prime considerate strategiche. Il caso più significativo fu la creazione, nel 1974, dell’Associazione internazionale della bauxite, comprendente i principali esportatori mondiali con l’esclusione dell’Australia: Giamaica, Guinea e Paesi caraibici. Le entrate dei paesi membri aumentarono notevolmente per un breve periodo, ma la scarsa coesione interna, unita a un contesto di estrema povertà, non permise di mantenere a lungo strategie coordinate: gli accordi non furono rispettati da tutti i Paesi e il prezzo della materia prima diminuì dopo poco tempo.

In generale alla fine degli anni ’80, il panorama del Sud del mondo era decisamente mutato rispetto al dopoguerra: l’Australia assumeva i caratteri di un paese del Nord, mentre il divario fra America Latina e Africa si accentuava progressivamente. Il caso africano iniziava appunto a prefigurarsi come drammatico. La totale mancanza di un mercato interno, di cooperazione internazionale, unita a un clima politico instabile e conflittuale, concorreva nel peggiorare situazioni di miseria e di dipendenza economica dai paesi del Nord. Inoltre la presenza di un crescente indebitamento estero e l’assenza di un significativo tessuto industriale locale, stringevano il continente verso situazioni di vera e propria dipendenza economica.

La fine del secolo e l'alba del nuovo millennio: l'immaginario della globalizzazione

La storia economica dell’ultimo secolo può essere facilmente letta come il divenire di una geografia di crescenti interazioni fra differenti sistemi economici nazionali. La comparsa di un nuovo equilibrio economico mondiale, la diffusione di imprese multinazionali, la crescente mobilità del capitale finanziario, e con la caduta del sistema sovietico, la diffusione del modello capitalistico concorrenziale pressoché in tutto il mondo, si accompagna a quel complesso fenomeno noto come globalizzazione dell’economia.

La globalizzazione può essere considerata come l’ampliamento, l’intensificazione e l’accelerazione delle relazioni fra soggetti localizzati in differenti aree del mondo. Queste relazioni si riferiscono a un ampio panorama di tematiche e fenomeni differenti, dall’ascesa di pratiche culturali e modelli di consumo di livello globale, all’affermarsi di filiere produttive e di reti commerciali di portata planetaria, alla comparsa di problemi, conflitti, crisi, movimenti sociali di scala mondiale.

In realtà da un punto di vista politico ed economico l’interconnessione non pare rappresentare una “novità” di questo momento storico: al contrario, tutto il Novecento pare caratterizzato dalla crescente integrazione internazionale tramite flussi commerciali, finanziari e tecnologici. Proprio per questo motivo, diversi studiosi affermano l’operare di diverse globalizzazioni: così per esempio il periodo del gold standard e della Pax britannica che ha accompagnato la liberalizzazione commerciale e la rivoluzione industriale del XIX secolo, può essere inteso come una prima globalizzazione, concettualmente e storicamente distinta da quella attuale.

Un’alternativa a questo filone si riferisce al tentativo di introdurre una distinzione concettuale fra aspetti quantitativi e qualitativi della progressiva integrazione economica mondiale. Riprendendo lo schema concettuale proposto da Ash Amin e Nigel Thrift (1997), cinque principali aspetti rivestirebbero un ruolo fondamentale nel determinare questa riorganizzazione e trasformazione qualitativa dell’economia mondiale:

  • Crescente centralità delle reti finanziarie: che assumono oggi un ruolo più importante delle stesse strutture produttive. I flussi del capitale finanziario si rivelano estremamente rapidi, soggetti a spostamenti drastici e improvvisi;
  • Crescente importanza dell’economia della conoscenza, altrimenti nota come knowledge structure: è pressoché unanime che la capacità di apprendere rappresenti il principale elemento alla base degli aumenti di produttività e di competitività.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/02 Geografia economico-politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher davide0712 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia politica ed economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Arca Marcella.
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