Estratto del documento

Spazio e politica

Parte 1

Spazio, potere, sapere

Geografia, modernità e ragione cartografica

Le carte di Colin Powell

Partiamo analizzando il discorso di Colin Powell al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 6 febbraio del 2003. Powell deve dimostrare l’esistenza di armi di distruzione di massa prodotte e nascoste dal regime iracheno come prova della necessità di una nuova risoluzione dell’Onu e di un intervento militare. Quello che conta per la natura della riflessione non è tanto la veridicità delle affermazioni quanto piuttosto la natura del linguaggio usato per sostenerle. Vi è un ampio utilizzo di foto aeree e altri documenti visuali quali carte della regione che mostrano il raggio d’azione dei missili e le mappe dell’organigramma del potere iracheno.

In questo discorso vi è un primato assoluto assegnato alla visualizzazione. L’attacco all’Iraq indipendentemente dalle ragioni che hanno motivato viene presentato adottando il linguaggio convenzionale dello stato nazione. È come se la guerra e la strategia imperiale americana non potessero esser dettese non utilizzando la logica cartografica che ha prodotto il modello dello stato nazione territoriale. Il nemico deve avere una forma discreta, deve essere individuabile in un territorio con confini certi, deve essere cartografabile.

Vi sono due concetti chiave: il primo è che questo spettacolo della geopolitica prende forma in un contesto sostanzialmente virtuale nel quale ciò che conta è la performance, la posizione dei protagonisti, la potenza comunicativa delle loro interazioni verbali e gestuali. Il secondo concetto è che nonostante la trasformazione del mondo in globo e nonostante l’affollamento degli occhi satellitari Powell nel suo discorso ha ritenuto fondamentale ricorrere al potere persuasivo della carta per rendere credibile la propria requisitoria.

Quella che si sviluppa in questo periodo è una geografia che si affida totalmente al ragionamento cartografico e alla sua gabbia spaziale per articolare le proprie esplorazioni del mondo, una geografia che ha trasformato il mondo per farlo assomigliare il più possibile a sé stessa.

Geografia e modernità

La geografia è la scrittura della terra. È la descrizione della superficie terrestre così come viene di fatto praticata nell’ambito dell’omonima disciplina ed entro i limiti che a tale campo di studi sono oggi riconosciuti. Essa include la descrizione dello spazio terrestre. Da alcuni anni però il sapere geografico è diventato sapere strategico, è un sapere/potere di cui, chi comanda vuole detenere sempre il controllo perché se la geografia ha come sembra rapporti col potere essa soprattutto identifica. Fa vedere il potere eguale alle cose (lo naturalizza) e fa vedere le cose uguali al potere (le normalizza). Normalizzando lo spazio terrestre fa di esso il sostegno materiale del potere. Naturalizzando tale potere essa lo legittima e occulta il fondamento della norma.

Ma come si realizza questa naturalizzazione del mondo, come funziona il meccanismo che assicura questa coincidenza tra il potere e il nostro modo di vedere le cose? Risponderemo a queste domande con due concetti: in primis la naturalizzazione del mondo avviene grazie al trionfo della logica cartografica tanto da influenzare profondamente ogni forma di rappresentazione del mondo e da farne dimenticare l’origine ideologica; in secondo luogo questa normalizzazione avviene grazie a una nuova visione dello spazio geografico, una visione sempre più geometrica e fredda della realtà che ci circonda, nasce la visione di uno spazio con ovunque le stesse proprietà generali e che quindi può essere rappresentato come una gelida fotografia dimenticando che le caratteristiche che si attribuiscono alle cose del mondo appartengono in realtà allo strumento che si usa per osservarlo.

L’effetto speciale dello spazio geografico

Dematteis a questo punto si chiede se esiste davvero uno spazio geografico. Secondo lui ciò che chiamiamo spazio geografico è un insieme di operazioni logiche che la nostra mente compie per dare un ordine agli oggetti che percepiamo sulla superficie della terra e su cui eventualmente operiamo. Tali oggetti esistono indipendentemente da queste operazioni soggettive. Ancora lo spazio geografico traduce il mondo in una griglia, propone di leggerlo come se fosse diviso in parti discrete e come se potesse esistere un equilibrio tra queste parti. Tende a supportare un determinato ordine del mondo e una precisa collocazione dei suoi oggetti in questo ordine. Infine lo spazio cartografico ha aumentato l’astrazione in quanto secondo Dematteis la lettura topografica del mondo favorisce l’abitudine a pensare il territorio da una posizione astratta, irriproducibile nell’esperienza, perpendicolare dando vita ad una relazione puramente geometrica tra il lettore della carta e le cose in essa rappresentate.

La carta e il sogno

Il discorso cartografico

Se accettiamo l’idea che la geografia sia una specifica lettura sociale e politica del mondo, allora dobbiamo ammettere che le rappresentazioni geografiche sono in grado di rivelare tanto della realtà rappresentata, quanto dei soggetti che le producono. Possiamo iniziare chiedendoci cosa sia e soprattutto come funzioni una carta. La risposta a queste domande potrebbe sembrare perfino ovvia, ma questa stessa apparente ovvietà rivela come tutti noi abbiamo imparato a considerare una simile modalità di espressione geografica alla stregua di uno sguardo naturale sul mondo. Tuttavia la carta geografica fornisce un modello accurato e scientifico del mondo, un modello che consiste di orientarci nel mondo e di trovare il nostro posto. Il codice della carta nel corso degli anni diventa sempre di più un modo di pensare la realtà, un’espressione ovvia e facilmente comunicabile di descrivere il nostro posto al mondo.

Questa idea che la cartografia fornisca un modello accurato e scientifico del mondo non è affatto recente. Come ricorda Farinelli, fin dal XVII secolo, i cartografi europei hanno promosso i loro prodotti come prodotti di una scienza precisa. Secondo loro la carta topografica è lo strumento di precisione, un documento esatto, una rappresentazione senza ideologia né teoria. L’obiettivo della cartografia scientifica era infatti quello di produrre un modello relazionale corretto del territorio preso in considerazione. Questa esigenza di corrispondenza la vero e di indipendenza dalla mano e dall’occhio del cartografo cozzava in effetti con la produzione di carte diverse degli stessi oggetti territoriali a seconda delle proiezioni della scala e della simbologia utilizzata.

L’idea sottesa alla produzione della cartografia scientifica è che la realtà, il mondo, possa essere ridotta in piano, tradotta in un linguaggio scientifico, attraverso l’utilizzo della matematica e che pertanto attraverso l’osservazione sistematica e la misurazione precisa si acceda a dei fatti cartografici. Questi fatti possono immediatamente essere verificati carta alla mano grazie appunto all’indagine scientifica che finisce così per confermare sé stessa. Secondo Dematteis invece l’ordine geografico della cartografia è soltanto un sistema di coordinate del tutto estraneo alle cose rappresentate. Non si può pensare realisticamente che le coordinate di un punto sulla carta siano una caratteristica naturale del luogo corrispondente sulla faccia della terra. Sempre Dematteis sottolinea come le carte non riguardavano le caratteristiche intrinseche dei luoghi ma l’efficacia pratica di una griglia geometrica applicata a questi. La carta è dunque concepita inizialmente come strumento operativo e successivamente come prodotto scientifico, specchio del mondo.

L’assunto chiave nella cartografia moderna rimane la fiducia nell’esistenza di un modo corretto di cartografare oggettivamente i fatti geografici mantenendo un livello fondamentale di rappresentazione del mondo e delle sue parti. Un altro concetto fondamentale è che i fatti cartografati che le carte rappresentano possono essere letti solo in un contesto ben determinato che può essere sociale politico e culturale. Tutti i linguaggi, i simboli, acquisiscono un significato all’interno di confini di un contesto già esistente, un contesto fatto di affermazioni di principio di simboli e di determinate forme di comprensione e di interpretazione della realtà e dei suoi fenomeni.

Come l’elaborazione di una carta è un processo che emana da una specifica combinazione di espressioni politiche e culturali del potere, così anche la lettura stessa della carta è un processo reso possibile da determinate condizioni culturali e storiche. L’interpretazione della carta dipende necessariamente dalla pre-conoscenza da parte del lettore di una complessa combinazione di segni e simboli, cioè dall’inserimento di quella carta in una formazione discorsiva che assegna a questi segni e simboli un determinato significato. Per illustrare questo punto di vista potrebbe essere utile prendere in considerazione le carte cosmografiche del passato che si basavano sull’uso estensivo di simboli religiosi e di allusioni allegoriche, i quali puntavano chiaramente a parlare a un lettore immerso nella cultura medievale.

Tutte le carte sono sempre state e sempre saranno dei prodotti culturali sociali e politici; la loro analisi e la loro funzione comunicativa non possono essere astratte dal sistema di relazioni sociali che ha fatto da sfondo allo stesso processo che le ha prodotte e soprattutto dal loro rispettivo contesto discorsivo e spazio-temporale.

La decostruzione della carta

Secondo il geografo Brian Harley è importante e necessario mettere in discussione la presunta autonomia della carta come modello di rappresentazione e soprattutto come modalità privilegiata di accesso alla realtà. Egli presenta la cartografia sostanzialmente come uno strumento tecnico di potere. L’obiettivo della cartografia secondo lui è sempre stato quello di produrre un modello razionale corretto del territorio.

Harley mette in discussione sia il diffuso credo nella scientificità delle carte sia la fiducia nel progresso lineare, cioè nel fatto che attraverso l’applicazione dei principi scientifici possano essere prodotte rappresentazioni sempre più precise della realtà. Egli sostiene infatti che tutte le mappe sono il prodotto di un rapporto tra potere e sapere, un modo di imporre un determinato ordine nel mondo e di esercitare sullo stesso un controllo semantico e materiale. Illustra prima alcune modalità attraverso le quali le carte sono visibilmente implicate nell’esercizio del potere per poi passare a casi nei quali questo stesso potere viene esercitato implicitamente e indirettamente attraverso il tipo di conoscenza prodotto e trasmesso dalla carta.

Harley si sofferma in particolare su due regole non scritte sottese nella produzione cartografica. La prima è la regola dell’etnocentrismo: egli sostiene infatti che si possa identificare il contesto storico e sociale nel quale una carta è stata prodotta semplicemente individuando il centro della carta stessa. La seconda è la regola dell’ordine sociale, un codice non scritto che tuttavia sta alla base della gerarchia degli elementi rappresentati e che riflette l’ordine sociale dominante facendo apparire come naturale la struttura di potere egemonica nel contesto che ha prodotto e legittimato quella medesima rappresentazione.

Possiamo quindi dire che le carte ci parlano tanto con quello che includono quanto con quello che lasciano fuori. I silenzi cartografici riflettono con chiarezza un sistema di relazioni di potere e un insieme di progetti politici e ideologici. Questo è naturalmente vero per le carte ufficiali prodotte dallo stato nelle quali queste assenze sono indicate come forme di manipolazione e di propaganda. Ma è altrettanto vero per le mappe delle città di uso comune: in tutto il mondo le carte destinate a uso turistico solitamente omettono le cosiddette bidonville abitate dalla popolazione nera e talvolta perfino l’edilizia popolare.

Ciò che si intende enfatizzare è che sia la produzione sia le conseguenti letture delle carte sono sempre implicate nell’esercizio del potere e sono quindi implicitamente politiche. Accanto a questo potere esterno che consiste nel utilizzo delle carte per conseguire fini politici, c’è un potere interno alla cartografia ed è il potere di disciplinare il mondo attraverso una sua specifica modalità descrittiva. Le carte producono tutta una serie di effetti sulla realtà che intendono rappresentare: innanzi tutto favoriscono una tendenza a normalizzare la complessa varietà dei territori cartografati e soprattutto contribuiscono a produrre un particolare ordine nel mondo e a farlo apparire come immutabile.

Geografia stato e nazione

Spazio geografico e stato territoriale

Lo spazio geografico è un prodotto dello stato nazione. Oppure lo stato nazione è l’esito della spazializzazione della politica attraverso la griglia dello spazio geografico. La carta come dispositivo di riduzione del mondo si sposa perfettamente con le esigenze di uno stato territoriale moderno che si afferma come modello spaziale ideale per l’organizzazione della politica e dell’economia. La carta trasforma i luoghi in spazi, ma ne parla ancora come se fossero luoghi, diventando così la misura di tutte le cose, il riflesso dell’esistente.

In parallelo il concetto di nazione offre il substrato ideologico per tradurre quello spazio funzionale in spazio ideale in senso e passione, in fede. Lo stato territoriale è peraltro il prodotto geografico più importante di un processo specificatamente europeo di espansione e di ristrutturazione spazio-temporale del sistema capitalistico globale affermatosi tra il XV e il XVII secolo. La crescita delle compagini statali è stata più rapida dove le geografie delle città-stato erano meno resistenti e consolidate. All’inizio del 500 quindi la geografia politica dell’Europa si presentava come un complesso tessuto di reti, gerarchie ed entità territoriali nel quale il rapporto tra spazio e potere era molto diverso da quello affermatosi poi con lo stato moderno e che oggi ci pare assolutamente ovvio e naturale.

Come ha fatto quindi lo stato territoriale a emergere da questa intricata matassa di pretese, alleanze e sovranità parziali? Grazie a due fattori principali legati alle trasformazioni economiche e tecnologiche: da un lato la rivoluzione nell’organizzazione e nelle pratiche militari dall’altro i cambiamenti indotti dall’emergere del capitalismo. Questi cambiamenti richiedevano necessariamente una nuova geografia del potere che si coniugasse con le nuove forme di legittimazione dell’autorità politica e della gestione dei rapporti tra spazio popolazione e risorse.

Lo stato come contenitore di potere

Taylor traccia il percorso evolutivo dello stato territoriale da semplice contenitore di potere (stato preoccupato della difesa militare del territorio) al welfare state (stato che difende il territorio e regola economia politica e cultura). Il concetto di stato contenitore consente di enfatizzare tutte le forme e le modalità attraverso le quali gli stati pretendono di contenere al loro interno non soltanto un territorio ma anche la sovranità sui cittadini di quello stesso territorio, oltre a tutta una serie di altre funzioni; questo contenimento viene infatti spesso rappresentato come qualcosa di ovvio e naturale tanto da far diventare lo stato nell’immaginario politico popolare l’unica forma desiderabile di organizzazione politica e spaziale.

Lo stato emerge dunque inizialmente come risposta al bisogno di un contenitore di potere in grado di fornire un modello intermedio di controllo del territorio collocato istituzionalmente tra il potere universale del Papato e del Sacro romano impero e le unità politico territoriali delle città-stato. Soltanto alla fine del XVI secolo il controllo politico e militare del territorio comincia a tradursi in un tentativo di produrre entità compatte e contigue, gli stati, i quali si affermano come la prima forma di organizzazione politica che vanta l’esercizio del proprio potere in maniera omogenea su un insieme territoriale unificato e segnato da chiari confini.

Con l’emergere degli stati nasce una nuova topologia in quanto ogni stato comincia a porsi in una concezione geografica binaria presentando un interno contrapposto ad un esterno. Unificazione territoriale e sovranità diventano i prerequisiti fondamentali per l’esercizio del potere. Con il trattato di Westfalia si sancisce la combinazione tra sovranità e territorio stabilendo così la sovranità sul proprio territorio. Lo stato diventa la soluzione alla mancanza di ordine, di stabilità e di sicurezza. Lo stato offre unità e con l’unità la possibilità di difendere il proprio territorio. I sudditi da questo momento si uniscono sotto un’unica forma di controllo che è lo stato.

Lo stato come contenitore economico

L’emergere dello stato territoriale è strettamente associato al parallelo emergere e consolidarsi dell’economia capitalista a livello globale e all’emergere di nuove forme di rivalità commerciale tra le potenze europee. Le strategie e le reti commerciali fino a qualche decennio prima appannaggio delle città-stato vengono progressivamente assorbite dallo stato territoriale che diviene il principale soggetto economico sullo scenario internazionale. Lo stato olandese è il primo vero stato mercantile, governato da mercanti con lo scopo di portare avanti una serie di misure economiche mirate esplicitamente all’arricchimento del suo territorio. Lo stato territoriale diventa così anche uno spazio di produzione e di accumulazione della ricchezza.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/02 Geografia economico-politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher davide0712 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia politica ed economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Arca Marcella.
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