I 'Snssegnanti consapevoli aperi e competenze per i docenti di scuola dell'infanzia e primaria
Prefazione
Nell’era del progresso tecnologico, il problema principale non è favorire la crescita, ma decidere il senso delle competenze tecnologiche, la loro direzione e le loro finalità. Infatti possiamo:
- Decidere di persistere in un loro uso irrazionale e ingiusto, riservando i privilegi a poche persone;
- Tentare di orientare il progresso tecnologico in senso razionale e giusto, per garantire uno sviluppo della specie umana in sintonia con tutte le altre specie di esseri viventi.
Tutt’oggi l’illimitata crescita economico-produttiva e la disuguaglianza nell’accesso alle risorse e alle conoscenze porterà la specie e il pianeta al collasso. Tentare di cambiare direzione è possibile. È necessaria una mutazione culturale e antropologica, cioè una profonda modificazione delle abitudini culturali che la storia della specie umana ha prodotto nel tempo. La storia degli esseri umani è una storia di mutazioni culturali, poiché da un punto di vista biologico la specie è ferma. Sono state ripetute e frequenti mutazioni culturali a produrre la società contemporanea.
Il libro vuole affrontare il problema di come favorire, attraverso l’educazione scolastica, una mutazione culturale favorevole alla specie umana. In questa prospettiva, la consapevolezza è essere coscienti dell’importanza e della complessità dell’educazione scolastica, del ruolo esercitato dagli insegnanti e degli effetti che esso comporta.
Oggi l’industria della coscienza, cioè l’industria culturale e i consumi di massa, forma le abitudini culturali delle nuove generazioni. L’industria della coscienza, cioè musica, film, pubblicità, sport… tende incessantemente a replicare l’esistente, senza modificarlo in senso favorevole al destinatario.
Il discorso sulla consapevolezza dell’insegnante può essere sviluppato su due fronti:
- Quello dell’autocoscienza, del dialogo interiore, della meditazione: si tratta di maturare la consapevolezza delle reali motivazioni che stanno alla base della scelta professionale e del rapporto con i saperi e le competenze che si dovranno trasmettere agli alunni. L’autocoscienza richiede la pratica del dialogo interiore;
- Quello della coscienza esplicitabile condivisa, del confronto con gli altri, della cooperazione, della ricerca collettiva: si tratta di riflettere sul ruolo e sulle funzioni dell’insegnante nella società contemporanea. La coscienza esplicitabile condivisa richiede la pratica del confronto con gli altri.
Consapevolezza e competenza sono aspetti complementari della professione magistrale. L’insegnante ha bisogno di conoscere molto bene ciò che vuole insegnare e di sapere applicare le tecniche didattiche necessarie a produrre apprendimento e sviluppo negli alunni, riflettere sul perché delle proprie scelte didattiche, sul senso e sulla direzione dell’insegnamento, poiché i suoi comportamenti avranno degli effetti su degli esseri umani.
Il libro vuole analizzare il percorso di tre modelli di ricerca pedagogica:
- L’attivismo, collocabile agli inizi del ‘900, al momento del passaggio da una società agropastorale e mercantile ad una società industrializzata. L’educazione è intesa come formazione della personalità autonoma;
- Il cognitivismo, influenzato dall’emergere della società dell’informazione e della conoscenza in un ambito comunista. Esso si concentra sulle ricerche psicologiche per svelare i meccanismi di funzionamento della mente umana;
- Il costruttivismo sociale e culturale, secondo cui l’educazione è un bene comune e non può essere ridotto ad un programma politico di parte, ma deve essere diffuso a tutta la specie umana.
Introduzione
Perché è difficile insegnare?
Il primo aspetto è l’eterogeneità e diversità degli alunni: all’interno di una classe è possibile trovare alunni di etnie differenti, religioni diverse e famiglie di diversa composizione. Non è detto che tutti gli alunni di una classe vengano da uno stesso quartiere, ma alcuni possono venire da altre località, restare in quella classe per un periodo limitato o arrivare durante il corso dell’anno. Alcuni possono aver già avuto precedentemente esperienze scolastiche, altri no. Più si sale negli ordini di scuola, più le diversità possono moltiplicarsi.
In una classe lo sviluppo sociale e cognitivo degli alunni può essere molto differenziato: non tutti hanno lo stesso livello di lettura, scrittura, uso della lingua, approccio con le tecnologie, le lingue, i giochi comuni… L’eterogeneità e la diversità degli alunni è un aspetto storicamente determinato: agli inizi le classi erano molto differenziate, poi dal secondo dopoguerra in poi le differenze tra gli alunni si sono attenuate e tutt’oggi le diversità sono risorte.
Il secondo aspetto è la molteplicità dei soggetti educativi, che sono i colleghi (l’insegnamento è il frutto di un’azione collegiale), il dirigente scolastico (precedentemente chiamato “preside”) e il personale amministrativo e ausiliare coordinato dal direttore amministrativo. Anche tra gli operatori scolastici prevale la diversità piuttosto che le somiglianze, ma il loro obiettivo è unico: contribuire alla formazione di tutti gli alunni.
I soggetti esterni all’istituzione interessati al processo formativo sono i genitori. Esistono differenti livelli di coinvolgimento delle famiglie alla vita scolastica: dai genitori troppo presenti, che pretendono di modificare la programmazione didattica, a quelli assenti, che si possono incontrare solo all’inizio o alla fine dell’anno.
Il terzo aspetto è la molteplicità dei saperi da insegnare e delle metodologie didattiche. Questo è il problema epistemologico e metodologico-didattico del rapporto tra alunni e saperi: infatti riguarda lo sviluppo della conoscenza (episteme) e le possibilità di intervenire su tale sviluppo attraverso determinate metodologie.
Questi tre aspetti agiscono contemporaneamente, rendendo imprevedibile l’evento didattico: è molto difficile riuscire a prevedere ciò che può succedere in una classe. Le tre variabili possono essere considerate non solo come elementi di disturbo, ma anche come aspetti positivi, che contribuiscono al raggiungimento del successo formativo di ogni alunno.
Una classe in cui prevalgono le differenze è una classe in grado di favorire lo sviluppo dell’identità individuale e dell’autonomia. Un gruppo di adulti differenziato fa sì che ogni alunno abbia la possibilità di sperimentare relazioni differenziate. L’incontro con le famiglie può essere un’occasione di scambio culturale, etnico e religioso. La pluralità dei saperi può sviluppare un forte senso critico e la molteplicità dei saperi metodologico-didattica può favorire l’efficacia del processo di insegnamento.
Finora abbiamo analizzato la difficoltà dell’insegnamento sotto un punto di vista logico di senso comune, ma, per rendere più attendibile il nostro discorso, dobbiamo analizzarlo da un punto di vista pedagogico. La specie umana è unitaria: tutti gli esseri umani appartengono a una stessa specie e, per quanto possiamo essere diversi esteriormente, in senso genetico e biologico siamo tutti uguali.
Il processo formativo è il risultato di un percorso continuo e unitario che viene proposto ad ogni individuo. C’è differenza tra il ruolo che esercita l’insegnante e quello che esercita un genitore. I genitori sono soprattutto responsabili dell’educazione, con l’uso di un linguaggio informale, di relazioni intime, mentre gli insegnanti sono soprattutto responsabili dell’istruzione, con la trasmissione della cultura, in un ambiente preciso secondo regole, spazi, linguaggi e comportamenti specifici.
La formazione del bambino dipende dall’interazione di due sistemi formativi: la famiglia e la scuola. Ci deve essere collaborazione tra genitori e insegnanti: i maestri devono informare i genitori sull’andamento scolastico, eventuali conflitti, obiettivi educativi. Ma in ambito scolastico, il ruolo dell’insegnante prevale sempre.
Le discipline di studio sono una rete di concetti caratterizzati da un linguaggio specialistico, concetti fondanti e ricerche specifiche. I saperi disciplinari sono occasioni per sviluppare delle abitudini mentali. Franco Cambi individua quattro dispositivi in grado di trasformare i saperi disciplinari in strumenti formativi:
- L’epistemologizzazione, cioè la capacità di porre attività didattiche direttamente connesse ai singoli saperi;
- La transdisciplinarietà, cioè la capacità di progettare curricoli in grado di evidenziare la singolarità e l’unitarietà delle discipline;
- La riflessività, cioè gli aspetti critici legati ai saperi disciplinari;
- La formatività, cioè far diventare i saperi vita interiore del soggetto.
Non esiste un metodo migliore in assoluto, ma esistono diverse strategie didattiche che sono valide se sono coerenti con le finalità che consentono di perseguire. Siccome l’evento didattico è imprevedibile, lo scopo della programmazione didattica è quello di prevedere e progettare l’evento educativo, stabilito in base alle esigenze degli alunni. Con una programmazione aperta, l’imprevedibile può essere trasformato in un’occasione formativa. Un docente attrezzato per l’imprevedibile ha in mente due o tre proposte didattiche alternative a quella progettata.
Analizzate le difficoltà dell’insegnamento sotto un punto di vista pedagogico, affianchiamo un punto di vista didattico.
Per risolvere la questione dell’eterogeneità, si può attivare strategie idonee a conoscere meglio gli alunni, come l’osservazione, l’ascolto attivo e il colloquio. Vengono ridotte così le diversità e affrontate meglio.
Per risolvere la questione della molteplicità, occorrono delle regole per gestire le relazioni tra gli alunni, che vengono trasmesse grazie alle riunioni o ai colloqui individuali.
Per risolvere la questione della complessità dei saperi da insegnare, occorre una progettazione collegiale che comprende tutti gli insegnanti di tutte le classi. Ciò facilita la costruzione di un curricolo continuo, cioè di un progetto di lavoro condiviso ed evolutivo che ogni anno viene revisionato e perfezionato.
La pedagogia, la didattica e le scienze dell’educazione riescono a ridurre l’evento didattico. Ridurre non significa semplificare o banalizzare, ma analizzare gli elementi di una determinata situazione in base a dei criteri condivisi, confrontare tali elementi con altre situazioni analoghe, valutare come intervenire e documentare il tutto. Per far ciò occorre essere un insegnante esperto e preparato che possiede concetti, linguaggi e metodologie elaborati dalla ricerca pedagogica e didattica.
Insegnanti non si nasce, si diventa attraverso un percorso formativo pedagogico e didattico che il docente affronta quotidianamente. L’insegnamento è un mestiere artigianale di tecniche e metodologie ben precise che non si sviluppano naturalmente, ma che si apprendono attraverso l’osservazione di modelli e la partecipazione (il tirocinio). L’insegnamento è anche una professione culturale che comporta molte conoscenze teoriche necessarie all’evento didattico.
La formazione dei docenti è un processo continuo e in continuo mutamento perché cambiano gli alunni, i contesti culturali e i saperi disciplinari. L’insegnamento è una professione specialistica, caratterizzata da aspetti esclusivi che la differenziano da altre professioni culturali.
Secondo una riflessione critica, le prospettive che influenzano la professione docente sono:
- Una prospettiva storica: la funzione del docente è anche espressione del contesto storico, temporaneo e provvisorio nel quale si trova. La conoscenza storica è l’ingrediente principale per ribellarsi alle ingiustizie del presente e tentare di modificare il corso degli eventi se questo fosse ingiusto;
- Una prospettiva antropologica: è importante appartenere a una certa specie, cioè quella dell’Homo sapiens sapiens che trasmette e sviluppa il suo patrimonio culturale di generazione in generazione;
- Una prospettiva sistemica: la formazione scolastica è un sistema parziale di un sistema più ampio che è quello dell’ambiente sociale, costituito da più sistemi parziali. Ogni sistema parziale gode di autonomia, ma il suo funzionamento e i suoi effetti sono comprensibili solo in relazione degli altri sistemi parziali;
- Una prospettiva interdisciplinare: la pedagogia e la didattica da sole non bastano a comprendere un evento didattico formativo, ma sono necessari collegamenti interdisciplinari in ambiti non pedagogici.
Capitolo 1: Modelli di insegnante a confronto oggi
Possiamo individuare tre modelli principali di insegnante: culturale, competente e consapevole. L’insegnante culturale trasmette cultura in base ai principi dell’autorità e della tradizione. È il modello più tradizionale di insegnante che ha lo scopo di trasmettere il patrimonio culturale delle generazioni precedenti per garantire la continuità e la sopravvivenza della tradizione nel futuro.
L’idea dell’insegnante colto nasce in Grecia e la figura a cui si ispira è il precettore. Il precettore fonda la sua didattica sull’autorità che esercita sull’allievo. Lo scopo del precettore è quello di replicare nell’allievo il percorso formativo che lui stesso ha compiuto, utilizzando esempi di comportamento significativi e offrendogli consigli nei momenti difficili. L’insegnante colto è un educatore che vuole insegnare attraverso lo studio di azioni e personaggi esemplari. Lo scopo dell’insegnante culturale è la formazione dell’uomo perfetto. Ma questo ideale è limitato perché non tutti possono raggiungere la perfezione. Così, nella prospettiva aristocratica della formazione, l’istruzione resta un privilegio riservato a pochi e la formazione si trasforma in un’organizzazione sociale gerarchica ascendente dalle classi povere alle classi ricche. Inoltre non esiste la libertà e la singolarità dello studente. L’insegnante culturale è disinteressato alla riflessione pedagogica e didattica al fine di un insegnamento efficace. Le strategie didattiche per eccellenza sono la lezione frontale, lo studio di testi e la spiegazione argomentativa.
L’insegnante culturale ha avuto successo in età antica e medioevale e, più tardi, nella borghesia del ‘700-‘800. L’insegnante culturale borghese si proponeva di formare le nuove generazioni ai valori della morale borghese che prevede una suddivisione in classi, tra le quali solo quella economicamente più forte ha diritto ad una formazione completa. Oggi, la preparazione culturale dell’insegnante non è il semplice possesso di un insieme di nozioni, ma è la padronanza dell’epistemologia disciplinare che organizza le singole discipline e i rapporti tra di esse e che si consegue attraverso lo studio delle singole discipline. La scuola deve accogliere la formazione culturale confrontandosi con una formazione di specie, che pone su uno stesso piano tutte le produzioni culturali esistenti a questo mondo al fine di formare una comunità libera da conflitti nati proprio dalle differenze culturali. L’insegnante contemporaneo deve valorizzare la trasmissione di quelle esperienze culturali che riconoscono l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, senza discriminazioni.
L’insegnante competente è il modello di insegnante più vicino all’esperienza scolastica contemporanea. Le origini dell’insegnante competente sono riconducibili ai Sofisti, secondo i quali la formazione era finalizzata all’affermazione dell’uomo sulla scena politica ed economica. Ma, anche in questo caso, sebbene si riconosca a tutti la possibilità di apprendere, può veramente apprendere solo chi può permetterselo economicamente. Dal punto di vista didattico, il Sofista non usa più i classici solo per una funzione etica, ma anche e soprattutto per una funzione didattica. Nel percorso di sviluppo dell’insegnante competente contemporaneo, troviamo i Gesuiti. Anch'essi basano il loro insegnamento sul principio dell’autorità religiosa e lo scopo è formare un uomo religioso colto. I Gesuiti anticiparono le modalità di programmazione didattiche odierne: organizzare gli alunni in classe, ordinare i contenuti dell’insegnamento, scandire i tempi della giornata scolastica.
L’insegnante competente di oggi è lontano dalle premesse pedagogiche e didattiche dei Sofisti e dei Gesuiti, ma è il risultato della pedagogia scientifica: l’applicazione del metodo scientifico alla pedagogia ha facilitato la formazione di un insegnamento rigoroso, lontano dal principio di autorità del maestro. Mentre il rapporto insegnante-alunno passa in secondo piano, subentra il concetto di sviluppo psicologico del bambino, che è molto importante per l’azione didattica. L’insegnante competente tende a dividere l’istruzione dall’educazione: le materie scolastiche vengono divise in base all’apprendimento e alle conoscenze che riescono a sviluppare, mentre il loro ruolo educativo viene trascurato. Il principio della razionalità tecnica è l’orientare l’istruzione verso la qualità e l’eccellenza.
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