Marc Bloch - I re taumaturghi
Prefazione
Per circa 30 anni dall'eroica morte di Marc Bloch, torturato dalla Gestapo, poi fucilato a 57 anni, il 16 giugno 1944, nei pressi di Lione, per attività nella Resistenza, la sua fama di storico si basò su tre elementi. Innanzitutto, il suo ruolo di cofondatore e di condirettore, insieme con Lucien Febvre, della rivista Annales, che rinnovò i metodi di indagine storica. Poi i due grandi libri: Les caractères originaux de l'histoire rurale française e La société féodale.
L'attività scientifica di Bloch inizia nel 1911-12. Pubblica i suoi primi articoli. I suoi studi precedenti la guerra testimoniano di tre centri di interesse tra loro collegati. Innanzi tutto la storia istituzionale del feudalesimo medievale, e in particolare il ruolo della regalità e del servaggio nel sistema feudale.
Tra questi primi lavori, uno apparso nel 1912, merita particolare attenzione: Les formes de la rupture de l'hommage dans l'ancien droit féodal. Bloch descrive un rito feudale, il getto della festuca e talvolta, la rottura della festuca, gesto che significa e rende reale la rottura dell'omaggio.
Viene poi la seconda esperienza: quella della guerra del 1914-18. Per Bloch fu un'avventura straordinaria. I ricordi che scrisse durante il primo anno di conflitto ce lo rivelano unire con semplicità un ardente patriottismo, un'acuta sensibilità ai drammi e alle miserie quotidiane dei soldati, una cura per non nascondere nulla della realtà sordida e crudele della vita dei combattenti.
Alla curiosità, primo stimolo dello storico, si aggiunge subito un lavoro alla ricerca della memoria. Annota quotidianamente su un taccuino gli avvenimenti della giornata fino a quando una ferita e una malattia gli impediscono di tenere quel taccuino di viaggio, dopo il 15 novembre 1914.
La terza esperienza favorì la scelta definitiva e la stesura dello studio sul miracolo regio: l'ambiente dell'Università di Strasburgo dove Bloch fu nominato maître de conférences nell'ottobre del 1919. All'indomani della guerra, l'Università di Strasburgo, ridiventata francese, ricevette da parte dei poteri pubblici un'attenzione particolare allo scopo di cancellare il ricordo dell'università tedesca.
Infine, ancora due elementi, di natura molto diversa, hanno contribuito a spingere Bloch verso lo studio della malattia dei re. Il primo è la familiarità con il lavoro dei medievisti tedeschi e la seduzione esercitata su di lui dall'erudizione tedesca e dalla problematica germanica.
I lavori tedeschi sono già stati, se non ispirazione, strumento di lavoro per Bloch. Nel suo articolo del 1912 sulla rottura dell'omaggio, aveva utilizzato le indagini di rappresentanti tedeschi di una disciplina del tutto negletta in Francia, l'etnogiuridismo. La storiografia tedesca gli dà informazioni e lo spinge, per superarla, verso la storia della sovranità, delle immagini e dei segni distintivi del potere.
Ultimo elemento, le sue affettuose relazioni con un fratello medico lo hanno condotto ad approfondire in modo particolare l'aspetto medico del suo tema e gli aspetti che riguardano la medicina popolare.
Quello che Bloch ha voluto fare è, insieme, la storia di un miracolo e della credenza in questo miracolo. D'altra parte, i due temi, in misura maggiore o minore, sono mescolati tra loro. Bloch ha dimostrato che il miracolo esiste a partire dal momento in cui si può crederci e tramonta e poi sparisce da quando non ci si può più credere.
E questo miracolo Bloch vuole spiegarlo nella sua durata e nella sua evoluzione, all'interno di una spiegazione totale. La lunga durata non è necessariamente un lungo periodo cronologico; è la parte della storia, quella delle strutture, che evolve e cambia più lentamente. La lunga durata è un ritmo lento.
Per un duplice paradosso, la parte dei Rois thaumaturges che oggi deve essere rivista è quella che riguarda le origini del tocco regio. Les rois thaumaturges attribuiva a Enrico II il merito di aver fatto scomparire un'epidemia di peste inguinale. Oggi sappiamo che non vi fu epidemia di peste inguinale in Occidente tre il sec. VII e il 1347.
Se Pietro di Blois non è un buon testimone per la peste inguinale, perché dovrebbe esserlo per le scrofole? Bloch conclude: "Così Enrico II guariva le scrofole.". Se ritiene di poter interpretare, con riserve, testi del sec. XI in modo che consentano di supporre che il tocco regio esisteva in Inghilterra dall'inizio del sec. XI, è invece senza riserve la sua affermazione che il testo di cui stiamo parlando è la più antica testimonianza certa che il re d'Inghilterra guariva le scrofole.
Nella ricerca delle origini, cioè dell'inizio cronologico del miracolo regio, Bloch incontra subito due temi essenziali della sua opera: il legame tra il potere taumaturgico e la consacrazione, più precisamente l'unzione e la forza politica di tale ricorso al sacro.
È dall'unzione che i re di Francia derivavano il loro potere miracoloso. Ciò che farà del re di Francia colui che sarà chiamato alla fine del medioevo re cristiano, è il fatto che l'olio con cui è unto durante la consacrazione è l'unico che abbia un'origine soprannaturale. Ma nel secolo XIV la monarchia inglese rivendicava il medesimo privilegio.
La conquista di un potere miracoloso va di pari passo con l'affermazione del potere monarchico nei confronti dei grandi signori feudali, dei baroni, in Francia come in Inghilterra. Dopo aver studiato le origini, Bloch affronta, il problema della popolarità. Per lui, questo termine indica due fenomeni. Da una parte c'è la diffusione del miracolo: da qui lo studio della frequenza del rito del tocco, del numero di partecipanti, delle origine geografica dei malati toccati.
Ma popolarità è anche il modo in cui il miracolo è recepito dal popolo. Egli pone un problema fondamentale per lo storico: in che modo un fenomeno che, qualunque sia il suo sfondo magico e folclorico, è stato elaborato da ristretti ambienti al vertice della gerarchia culturale sociale, il re e il suo entourage, vescovi, liturgisti e teologi, può raggiungere la masse?
Forse, Bloch si interessa in misura ancora maggiore a una particolarità del rito inglese che non si ritrova in quello francese: il secondo miracolo della regalità inglese: gli anelli miracolosi. Dall'inizio del sec XVI, il Venerdì santo, il re d'Inghilterra, dopo aver posto alcune monete su un altare, le riscattava mettendo al loro posto una somma equivalente in pezzi di qualsiasi genere e con le prime faceva fare alcuni anelli che venivano poi dati a determinati tipi di malati, in particolare a epilettici, che guarivano portando questi anelli, chiamati cramp-ring.
Infine, Bloch sottolineava l'importanza nel rito degli oggetti sacri. Nelle sue carte fa l'inventario di ciò che chiama gli elementi della regalità sacra: il segno dei re; l'ampolla di San Thomas Becket, la Santa ampolla di Reims, i leoni e i re, ecc. Da qui passa naturalmente al problema più generale della regalità meravigliosa e sacra nell'Occidente medievale.
Affronta quindi innanzi tutto il tema della regalità sacerdotale. I risultati sono scarsi. Infatti, se a Bisanzio il basileus è riuscito a dominare sia lo spirituale sia il temporale, in Occidente non vi è nulla di simile, non troviamo il cesaropapismo. Bloch fa poi una deviazione attraverso due leggende che sono restate ai margini della cristianizzazione del gruppo di leggende riguardanti il re: il segno dei re e l'atteggiamento dei leoni verso di loro. Nella credenza strettamente popolare, non accolta dalla Chiesa, il re di Francia, a somiglianza di altri sovrani, ha sulla pelle un segno, una macchia a forma di croce, quasi sempre sulla spalla destra, più raramente sul petto, di color rosso vivo. È molto probabilmente il medesimo segno che Carlo VII, in privato, ha fatto vedere a Giovanna d'Arco per dimostrarle che era proprio il figlio legittimo di Carlo VI e non un bastardo. Inoltre, il popolo crede che i leoni non feriscono mai un vero re.
Infine, al termine di un lungo studio originale e personale, Bloch analizza la contaminazione tra il culto di un santo e il rito regio della guarigione delle scrofole. Dall'inizio del sec. X esisteva a Corbeny il culto popolare di un santo proveniente dal Contentin, Marculf o Marcoul, che si specializzò anch'egli, sembra nel sec. XIII, nella guarigione degli scrofolosi. Questo potere fu associato a quello dei re e i due culti si confusero.
Alla contaminazione tra il culto di san Marcolfo e il miracolo dei re, Bloch aggiunge una terza credenza popolare che è stata storicamente legata alle prime due. In alcune località si credeva che il settimo di una serie di figli maschi avesse poteri magici e in particolare quello di guaritore.
Per quanto riguarda la sua fine, il rito risentì fortemente, in Inghilterra, dell'attacco del protestantesimo e scomparve con il cambiamento dinastico del 1714; in Francia, la sua morte coincide con la rivoluzione e con la caduta della monarchia, nonostante la breve e anacronistica resurrezione della consacrazione di Carlo X nel 1825. Ciò che ha ucciso il miracolo del re è lo spirito razionalista che dal sec. XVII ha tentato di trovarne una spiegazione fino a quando i Lumi, nel sec. XVIII, rinunciano alla ricerca e dichiarano molto semplicemente che il miracolo non esiste.
A Bloch, razionalista, erede dei Lumi, ebreo ateo che più di chiunque altro ha creduto ai grandi valori laici nati dalla tradizione, non rimane dunque alche che porsi una domanda: Come mai si è creduto al miracolo del re?
Tutti coloro i quali hanno creduto al potere di guarigione dei re, l'hanno fatto essenzialmente per due ragioni. La prima è che le condizioni psicologiche, e anche quelle mediche, permettevano loro di crederci. Le malattie più o meno nascoste sotto il nome di scrofole, talvolta guarivano spontaneamente, benché spesso in modo incompleto o temporaneo.
Soprattutto, Bloch dà una spiegazione che rimane alla base della storia delle mentalità e della psicologia storica: La fede nel miracolo fu creata dall'idea che doveva esservi un miracolo.
All'inizio il libro, opera di erudizione, non oltrepassò, naturalmente, la cerchia degli specialisti. L'accoglienza fu in genere buona. Dalle recensioni raccolte da Bloch stesso e da un sondaggio nelle riviste specializzate ho riscontrato tre reazioni estremamente calorose. Prima di tutte quella di Lucien Febvre. In una lettera non datata, ma certamente del 1924, scrive a Bloch che Les rois Thaumaturges è uno di quei libri basilari che sembrano rendere più intelligenti man mano che li si legge, che chiariscono un sacco di cose, che risvegliano curiosità infinite. Non tutte le lettere e le recensioni sono così favorevoli. Sembra che la maggioranza, per quanto abbia lodato il libro, si sia sentita rassicurata, di fronte alla bizzarria dell'argomento, del fatto che Bloch ha dato prova di grande erudizione.
Introduzione
Il 27 aprile 1340, frate Francesco, dell'Ordine dei Predicatori, vescovo di Bisaccia nella provincia di Napoli, cappellano del re Roberto d'Angiò e in quel momento ambasciatore del re d'Inghilterra Edoardo III, si presentò dinanzi al doge di Venezia. Tra la Francia e l'Inghilterra si era appena aperta la lotta dinastica, che provocò la guerra dei 100 anni.
Frate Francesco aveva avuto l'incarico dal suo signore di sollecitare l'appoggio dei Veneziani, e il loro intervento amichevole presso i Genovesi. Egli però non persuase affatto i Veneziani: né le prove sciorinate davanti ad essi, dalle intenzioni pacifiche di cui Edoardo II aveva fino all'ultimo momento dato segno, né le promesse più concrete contenute nel seguito del discorso, li decisero ad uscire dalla neutralità, che stimavano vantaggiosa al loro commercio.
In tutti i paesi i re erano allora considerati personaggi sacri; e in alcuni per lo meno taumaturghi. Per lunghi secoli i re di Francia e i re di Inghilterra hanno toccato le scrofole; pretendevano cioè di guarire, con il solo contatto delle mani, i malati colpiti da questa affezione; attorno ad essi si credeva comunemente alla loro virtù medicante. Per un periodo poco meno esteso, si videro i re d'Inghilterra distribuire ai loro sudditi, e persino al di là dei confini dei loro stati, anelli (i cramp-ring) che, per essere stati da essi consacrati, avevano ricevuto, si pensava, il potere di restituire la salute agli epilettici e di lenire i dolori muscolari.
Quasi tutti i popoli dell'Europa occidentale sono stati governati fino ai giorni nostri da re. Lo sviluppo politico delle società umane nei nostri paesi, si è riassunto quasi esclusivamente, per un lungo periodo, nelle vicissitudini del potere delle grandi dinastie.
Con l'istituto monarchico, le società antiche soddisfacevano a un certo numero di bisogni eterni, perfettamente concreti e di natura perfettamente umana, che le società attuali egualmente provano, salvo a soddisfarli, di solito in altro modo. Ma agli occhi dei popoli fedeli un re era, alla fin fine, ben altro che un alto funzionario.
Molto più vecchia delle più antiche dinastie storiche della Francia o dell'Inghilterra, di essa si può dire, se si vuole, che sopravvisse a lungo all'ambiente sociale, quasi ignorato da noi, che aveva innanzi tutto condizionato la sua nascita. Ma se per sopravvivenza si intende, come avviene ordinariamente, un'istituzione o una credenza, in cui è venuta meno ogni vera vita e che non ha più altra ragione d'essere che di aver un giorno risposto a qualche cosa, una sorta di fossile, testimone tardivo di età sepolte, in questo senso l'idea in questione, nel medioevo e almeno fino al sec. XVII, non ebbe nulla in sé che ci autorizzi a classificarla con quel termine; la sua longevità non fu una degenerazione.
La maggiore difficoltà che ho incontrato nel corso delle ricerche è sorta dallo stato delle fonti. Non che le testimonianze relative al potere taumaturgico dei re non siano nell'insieme abbastanza abbondanti; ma sono quanto mai disperse e soprattutto di nature prodigiosamente diverse. Si giudichi da questo solo esempio: l'informazione più antica sul tocco delle scrofole da parte dei re di Francia si trova in una piccola opera di polemica religiosa intitolata Traité sur les reliques. Per il seguito della narrazione è necessario trarre profitto da una mole di documenti di genere differente: libri di conti, atti amministrativi di ogni categoria, letteratura narrativa, scritti teologici, trattati medici, testi liturgici, ecc.
Ho contratto anche un grande debito di riconoscenza verso predecessori di un'altra età. Dal sec. XVI al XVIII si è scritto molto sui riti guaritori; in questa letteratura d'antico regime persino la confusione è interessante, perché vi si possono attingere informazioni curiose sulle condizioni spirituali dell'epoca.
Libro primo – Le origini
Cap. 1 – Gli inizi del tocco delle scrofole
1. Le scrofole
Con il termine scrofule i medici designano oggi l’adenite tubercolare, ossia le infiammazioni delle linfoghiandole causate dai bacilli della tubercolosi. Il male è raramente mortale; ma soprattutto quando manca delle cure appropriate, infastidisce e sfigura.
Nell’antica Francia le scrofole erano correntemente chiamate il mal de roi; in Inghilterra erano dette King’s Evil. I re di Francia e d’Inghilterra, mediante il semplice tocco delle loro mani, compiuto secondo i riti tradizionali, pretendevano di guarire gli scrofolosi.
2. Gli inizi del rito francese
Il primo documento in cui, senza possibilità di equivoco, compaia il tocco francese, lo dobbiamo al caso di una controversia abbastanza singolare. Verso l’inizio del sec. XII il monastero di Saint-Médard di Soissons pretendeva di possedere una reliquia, insigne fra tutte: un dente del Salvatore, un dente di latte, si diceva.
Non lungi da Soissons viveva allora uno dei migliori scrittori del tempo, Gilberto, abate di Nogent-sous-Coucy. Egli non credeva all’autenticità del dente illustre; quando apparve lo scritto ora ricordato, egli prese a sua volta la penna per disilludere i fedeli, tratti in inganno dai falsari di Saint-Médard. È un’opera piuttosto slegata, che contiene, accanto ad aneddoti piacevoli, una serie di considerazioni alquanto disparate sulle reliquie, sulle visioni e sulle manifestazioni miracolose in genere. Gilberto, in perfetta conformità con la dottrina più ortodossa, svolge l’idea che i miracoli non sono per se stessi indici di santità. Hanno Dio per solo autore; e la divina Saggezza sceglie come strumenti, come canali, gli uomini che si confanno ai suoi strumenti.
Luigi VI (il cui regno si estende dal 1108 al 1137) era reputato in possesso del potere di guarire gli scrofolosi; i malati andavano a lui in gran folla e il re, persuaso anch’egli senza alcun dubbio dalla forza miracolosa che il cielo li aveva impartita, cedeva alla loro preghiera.
Questo meraviglioso potere non era considerato come personale di re Luigi VI. Si ricordava che il padre e il predecessore Filippo I, il cui lungo regno (1060-1108) ci riporta quasi alla metà del secolo XI, l’aveva esercitato prima di lui; si raccontava che l’aveva perduto per essere stato colpito dalla collera divina. Ma bisogna dedurre che Filippo I fu il primo sovrano francese di cui si può affermare con certezza che toccò gli scrofolosi.
Se, discendendo il corso dei secoli, ricerchiamo via via le guarigioni operate dai re di Francia, per incontrare un nuovo testo dobbiamo arrivare al regno di san Luigi (1226-70), sul quale del resto abbiamo informazioni abbastanza abbondanti. In realtà, non vi è motivo di pensare che fra il 1137 e il 1226 si sia prodotta una interruzione nell’uso del tocco miracoloso.
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