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Relazione per letteratura italiana 1

Gli Asolani di Pietro Bembo tra retorica e poesia

Premessa

Sugli Asolani, opera letteraria in volgare di Pietro Bembo, i critici – anche quelli contemporanei all’autore – si sono pronunciati in maniera negativa; secondo Dionisotti l’opera riuscì tanto delusoria da compromettere l’intellettuale veneziano: «Erano delusi e inorriditi quelli che in lui avevano augurato il successore a Venezia di Ermolao Barbaro e l’alfiere nel nuovo secolo della più pura tradizione umanistica». Gli Asolani coincidevano con lo sforzo del Bembo di creare una lingua letteraria volgare ben codificata e strutturata; per raggiungere questo scopo l’autore aveva attinto alla lingua dei grandi del Trecento (specie Petrarca e Boccaccio), risalendo persino ai modelli boccacceschi del Filocolo e della Fiammetta. Questi modelli non resero certo l’opera sobria, al contrario, la caricarono di alcuni difetti: affettazione, eccessivo arcaismo, accumulo di aggettivi, abuso di diminutivi e così via dicendo; neppure i toscani probabilmente saranno stati favorevoli all’opera, in quanto poco teneva conto della loro lingua viva.

Al di là di ogni giudizio di valore, l’importanza degli Asolani risiede nella fondamentale rappresentazione che forniscono della cultura – letteraria e filosofica –, dell’idea di arte, stile e lingua, nonché delle esperienze di vita dell’autore.

La composizione e le ragioni dell'opera

Gli Asolani sono l’opera in cui il Bembo tratta del problema d’amore; furono composti fra il 1497 e il 1502 – con una revisione tra il 1503 e il 1504 – e pubblicati a Venezia, presso lo stampatore Aldo Manuzio, nel 1505. Nel periodo della composizione Bembo aveva affrontato vari spostamenti: nel 1500, dopo tre anni di soggiorno ferrarese, si era trasferito a Venezia, dove si era innamorato della nobildonna Maria Savorgnan; si ascrive invece ad un nuovo trasferimento a Ferrara, avvenuto tra il 1502 e il 1503, il sentimento d’amore nutrito per Lucrezia Borgia. L’intellettuale veneziano aveva poi fatto ritorno a Venezia in seguito alla morte del fratello Carlo, avvenuta nel 1503. Alla prima edizione degli Asolani ne seguì un’altra, fortemente rielaborata (anche alla luce delle Prose della volgar lingua), nel 1530, e anche una terza, postuma (1552).

Prose della volgar lingua, Gli Asolani, Rime, 1 P. Bembo, a cura di C. Dionisotti, Milano, Tea, 1989, p. 26. Ivi2 pp. 26-7.

L’ultimo trentennio del Quattrocento aveva visto il recupero e la traduzione dei testi di Platone ad opera del filosofo toscano Marsilio Ficino, il quale conciliò il pensiero platonico con i principi del cristianesimo: infatti, per Ficino, la realtà deriva dall’uno-Dio, l’universo è ordinato secondo vari gradi di perfezione, e in questa gerarchia ontologica l’anima umana esercita una funzione unificatrice e mediatrice, in quanto, essendo insoddisfatta del finito, si apre all’infinito e ne partecipa, unificando in sé Dio e gli angeli da un lato e la materia dall’altro. Dio crea il mondo e lo governa in virtù dell’amore ed è sempre in virtù dell’amore che l’anima svolge la sua funzione unificatrice nel tentativo di risalire a Dio. Il Dio di Ficino somiglia molto al Dio della tradizione cristiana, da cui gli esseri derivano per amore.

La speculazione ficiniana aveva rimesso in gioco il dibattito sull’amore, superando la concezione di matrice ovidiana dell’inutilità di questo sentimento. Tuttavia si trattava sempre di teorizzazioni relative ad un amore spirituale, ascetico, mentre progressivamente prendeva piede la pratica di una poesia volgare incentrata sull’amore concreto per la donna; la donna assumeva infatti sempre più importanza, anche nelle conversazioni degli uomini. Gli Asolani nascono dunque, oltre che da motivazioni interiori (le esperienze amorose del Bembo sono note grazie ai carteggi), in questo contesto, da questa necessità di rendere «nella lingua comune a uomini e donne il bene e il male di quel che era il nodo dei loro rapporti, l’amore».

La materia

L’opera si presenta come un dialogo intercorso tra sei giovani (tre ragazzi e tre ragazze) e tenutosi in tre giornate nel giardino della villa ad Asolo di Caterina Cornaro (regina di Cipro); gli Asolani hanno un carattere per lo più prosastico, tuttavia viene lasciato notevole spazio all’inserzione di poesie, recitate di volta in volta dai vari personaggi.

Dopo una breve premessa sull’utilità paideutica dei racconti altrui, il narratore ci informa che la regina di Cipro, Caterina Cornaro, aveva organizzato nella sua villa ad Asolo i festeggiamenti per il matrimonio di una sua damigella; è in questo contesto che tre giovani (si evince dal testo che hanno 26 anni), appartenenti all’alta società veneziana e studiosi di lettere, discutono sulla natura dell’amore rappresentando il loro punto di vista al cospetto di tre belle donne, sposate e di pari condizione sociale. Il primo di loro, Perottino, sostiene la tesi della necessaria infelicità di amore; in particolare sostiene che l’amore ha in sé solo l’amaro, il quale a sua volta ha come unica causa l’amore. Tutti i mali, a detta del giovane, sono classificabili in tre tipologie: mali dell’animo, della fortuna e del corpo. E dunque se il corpo prova dolore, ciò è perché ama la sua sanità, se invece ci impoveriamo siamo addolorati a causa del nostro amore per le ricchezze. Anche in letteratura l’amore è definito in termini negativi: è crudele, acerbo, fiero. Amore fu divinizzato dagli antichi proprio per il grande potere che era in grado di esercitare sulle menti umane e per i grandi miracoli che poteva compiere a danno dell’uomo.

Chi ama va incontro volentieri alla morte, o per porre fine ai propri dolori o per suscitare pietà nell’amata almeno una volta; lo stesso Perottino ha pianto a lungo per un amore infelice e il pianto ha bagnato le fiamme dell’amore: l’amante rischia di morire o perché è arso dall’amore o perché è dissolto dalle lacrime, ma in qualche modo questi due mali si compensano ed egli rimane in vita.

L’amante non possiede mai completamente l’oggetto del suo amore perché esso non è compreso in lui: per questo amore senza amaro non è possibile. Del resto l’amore sta alla base dell’eccesso di desiderio, che a sua volta origina tutte le nostre passioni; il desiderio eccessivo, nello spingerci a cercare le cose, ci conduce a pericoli e miserie. Quando l’amante perde l’oggetto del suo amore non subisce una morte fisica, ma non si sente più vivo e ciò lo porta a enormi sofferenze – sofferenze in cui si trova anche Perottino stesso, che unisce alle proprie parole un pianto sconsolato.

Il giorno seguente prende la parola Gismondo, che, per affermare l’idea che amore sia all’origine di tutti i beni, contesta le opinioni dell’amico. Infatti, se davvero ogni amaro procede da amore, allora ogni dolcezza dovrebbe derivare da odio – che è appunto il contrario dell’amore. Ma da odio non procede dolcezza, bensì tristezza; noi proviamo dolore se ci impoveriamo, ma la causa risiede non nell’amore, bensì nei colpi della sorte. Se fosse l’amore per le ricchezze a farci dolere, ci dorremmo sempre, anche possedendole. Al contrario, l’amore ci fa apparire dolci le cose che la fortuna ci offre. In campo letterario, osserva Gismondo, sono narrati anche i piaceri dell’amore, non solo gli amori infelici; l’idea di Perottino che ci siano amanti che tornano in vita mentre muoiono e altri che muoiono nel vivere non è che una favola, in quanto amore non può determinare ciò che nemmeno la natura è in grado di fare.

Diceva inoltre Perottino che l’uomo soffre quando non gode di ciò che ama; ma l’uomo non può godere di ciò che non è tutto compreso in lui; ne deriva che l’uomo ama sempre soffrendo. Ma Gismondo confuta l’argomento sostenendo che si può amare noi stessi – che siamo dentro di noi – e che, se smettessimo di amare tutti, avrebbero fine anche le consuetudini reciproche dei mortali. E non si vede come ciò sia possibile anche secondo le parole di Perottino, che aveva affermato che amore è cosa necessaria in quanto voluta da natura.

A parere di Gismondo non può essere doloroso, ma soltanto piacevole, amare un uomo di valore, una santa donna, le paci, i costumi lodevoli; tutte queste cose sono al di fuori di noi così come il cielo e Dio: ma dall’amore per queste cose alte, belle e beate non può venire cosa misera. Gismondo racconta anche, a sostegno della sua tesi, il mito platonico dell’androgino, secondo il quale amare una donna significa amare l’altra metà di se stessi. I filosofi dividono il nostro animo in due parti: in una pongono la ragione, nell’altra le perturbazioni. Dei quattro affetti, desiderio, allegria, sollecitudine, dolore, i primi tre possono essere buoni o meno, mentre l’ultimo appare sempre cattivo e risiede sempre nelle perturbazioni. In quest’ultima parte dell’animo si collocano i movimenti non naturali; e dunque, se, come aveva detto Perottino, amore è fatto naturale, come può collocarsi sulla strada delle perturbazioni?

Non sono veramente amanti coloro che hanno disposto male gli affetti del loro animo nelle cose desiderate o cercate; il vero amante, insomma, non vorrebbe avere ciò che non può. Del resto l’amore è la ragione di tutte le cose; a questa affermazione, Berenice obietta che, se così fosse, amore deve dare origine anche ai mali. Ma Gismondo risponde che amore è alla base del bene che facciamo, mentre, se facciamo il male, questo va attribuito a qualche disordinato e non naturale appetito. Agli amanti proviene piacere attraverso i sensi, nonché attraverso il pensiero: a chi non ama non piace nulla e di conseguenza non pensa a nulla; le dolcezze del pensiero sono insomma riservate agli amanti. In conclusione amore giova a tutti e insegna molte cose.

Da ultimo interviene Lavinello, secondo il quale amore può essere buono o reo a seconda della qualità del fine – determinato dalla nostra volontà: se amiamo una donna onesta e valorosa e le sue parti dell’animo più che quelle del corpo, allora amore si considera buono, mentre al contrario è

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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