Modulo 1: Introduzione alla strategia
Si tratta di un termine che ha conosciuto una grande evoluzione, soprattutto negli ultimi decenni. Se si cerca strategy troviamo 746 milioni di file, altrettanti se lo cerchiamo in lingua francese, russa, cinese, ecc. Il termine ha una grandissima diffusione, tant’è che qualche decennio fa alcuni autori hanno lamentato un’eccessiva estensione semantica del concetto, nel senso che il concetto si è esteso talmente tanto che si applica praticamente in ogni ambito, ha pervaso ambiti anche quello prettamente militare.
Etimologia e definizioni
Partiamo dall’etimologia, deriva dal greco strategòs: lo stratega era il comandante militare supremo, colui che conduce l’esercito. Gli ateniesi eleggevano ogni anno un consiglio di 10 strateghi ai quali spettava il compito di proteggere la città attraverso una politica estera e, se ciò non fosse bastato, di proteggerla anche con le armi.
Se dovessimo cercare il termine sul dizionario, troviamo fondamentalmente due definizioni di strategia:
- Definizione più ristretta, tecnico/militare: "ramo dell’arte militare che regola e coordina le varie operazioni belliche in vista dello scopo della guerra. Oppure l’arte o la scienza che ha per scopo la definizione del potenziale bellico di uno stato nel modo più efficace e produttivo ai fini della guerra."
- Definizione più estensiva, di tipo sociologico: "la strategia è il ricorso motivato e ragionato a mezzi idonei al raggiungimento di uno scopo. È strategica qualunque azione che preveda un calcolo dei mezzi utili al raggiungimento di un obiettivo specifico."
Agire strategico vs. agire teleologico
Vi è una differenza tra l’agire strategico e l’agire puramente teleologico. L’agire teleologico è un agire finalizzato al raggiungimento di uno scopo, il presupposto di base è che l’attore sia razionale che fa calcoli di utilità, valuti costi e benefici e opera la scelta migliore ai fini del raggiungimento degli obiettivi.
Quando però questo agire teleologico, puramente finalizzato al raggiungimento degli obiettivi, diventa anche strategico? Quando incorporo nella definizione il calcolo che faccio circa le mosse della mia controparte. La teoria dei giochi chiama giochi strategici quei giochi in cui il comportamento migliore dipende dalla mia capacità di prevedere le mosse dell’avversario e di prevedere le reazioni del mio avversario (un esempio di gioco strategico sono gli scacchi, poiché la mia capacità di battere l’avversario dipende dalla mia capacità di prevedere le sue mosse e di prevedere le sue reazioni). Quando nel mio calcolo razionale incorporo questo, cioè la previsione di mosse altrui allora si tratta di un gioco strategico.
Tutti i giochi strategici presuppongono la razionalità strumentale, cioè essere in grado utilitaristicamente di scegliere tra una pluralità di corsi possibili quello che ci permette di ottenere il massimo risultato con il minor sforzo, cioè permette di essere efficace ed efficiente:
- Efficace: raggiunge l’obiettivo.
- Efficiente: lo fa al minor costo possibile.
Possono esserci azioni che sono efficaci e non efficienti, o il contrario. L’attore di razionale tenta di raggiungere entrambi gli obiettivi.
Strategia durante la guerra fredda
In tutte le dottrine strategiche dell’età della guerra fredda, presupponeva la razionalità dei due attori, ed è per questo motivo che non è scoppiata la guerra. Gli attori in campo erano razionali e facevano calcoli di mezzi, fini, costi e benefici, arrivando alla consapevolezza della mutua distruzione assicurata, quindi attaccare l’avversario sapendo che ci si esponeva al rischio di essere distrutti era da irrazionali. Per questo la dissuasione ha funzionato, sicuramente c’era una parità di potenza di armi, ma non bastava la parità di potenza, ma occorre che entrambi gli attori siano razionali.
Non solo, occorre che entrambi gli attori sappiano che l’altro sia razionale, ma anche che sappia che l’altro pensa che io sia razionale, poiché se siamo razionali ma l’altro pensa che io non lo sia, allora la dissuasione non funzionerebbe. Questo è importante perché il dopoguerra fredda è un’epoca in cui cambiano le cose, in ragione del fatto che sempre più importanza assumono i soggetti che all’interno della guerra non sono statali (signori della guerra locali, compagnie private, mercenari, terroristi, ecc.). Se prima si poteva contare sulla razionalità degli attori (quindi la dissuasione funzionava), oggi si può dire lo stesso? Si può contare sulla razionalità dei terroristi? O sulla razionalità degli Stati canaglia? Se gli attori con cui ci dobbiamo confrontare non sono razionali, la dissuasione non funziona.
Etica della convinzione ed etica della responsabilità
Max Weber pose il problema distinguendo tra etica della convinzione ed etica della responsabilità: egli afferma che "l’etica della convinzione è quella che si basa sul motto 'fa quello che devi, ciò che la tua ideologia, coscienza ti comanda e avvenga quel che può', non importano le conseguenze dei tuoi gesti, ma importa che tu adempi a un imperativo morale che si avverte come inderogabile." Questa è l’etica che sta dietro ogni fondamentalismo, a cominciare dai terroristi, a cui non importano le conseguenze.
L’etica della responsabilità è l’etica dei politici di professione, dei governanti, di coloro che scelgono un corso di azione prevedendo le possibili conseguenze che deriveranno da quel corso di azione, poiché fanno dei calcoli di utilità. Noi che siamo attori razionali sulla base della logica della responsabilità, quando ci troviamo a che fare con soggetti che perseguono la logica della convinzione ci troviamo nei guai. Non parlano il nostro stesso linguaggio, non condividono il nostro codice razionale. USA e URSS erano diversissime, però parlavano lo stesso linguaggio razionale, per questo la diffusione funzionò. Oggi non abbiamo a che fare con attori statali e quindi razionali, ma con soggetti non statali in cui la razionalità è dubbia. Si tratta di un problema dove la risoluzione non è definita.
Tant’è vero che l’innovazione strategica a livello dottrinale che gli USA hanno introdotto, proprio dopo l’11 settembre, è stata la dottrina della guerra preventiva iniziata da Bush, diversa dalla concezione delle precedenti guerre preventive. La classica guerra preventiva/difensiva prevede una situazione in cui io ho la prova provata che il mio nemico si prepara ad attaccarmi, lo anticipo sul tempo in modo da avere un vantaggio che magari mi farà vincere la guerra. La classica guerra preventiva è la guerra dei sei giorni degli israeliani del 1967, poiché a fronte dell’evidente mobilitazione delle forze arabe, grazie all’efficienza dei servizi segreti israeliani, sono stati capaci di anticipare e prendere di sorpresa l’avversario.
Mentre la guerra preventiva iniziata da Bush dopo l’11 settembre è completamente diversa, la dottrina dice "In presenza di una minaccia non attuale, provata, mostrata, nell’eventualità, possibilità che questa minaccia si concretizzi contro gli interessi americani, per scongiurala si ha il diritto di agire preventivamente", non c’è una minaccia immediata, un nemico individuato, basta che io pensi che un attore possa rappresentare una minaccia per i miei interessi, anche in un futuro non identificato, allora sono legittimato ad agire preventivamente. È molto diversa, poi ancora mentre la guerra preventiva classica è un principio generalizzante nel senso che vale per tutti, la guerra preventiva di Bush è stata l’America a teorizzarla e la reputava un diritto solo per sé; la dottrina Bush non eleva il principio di guerra preventiva come un nuovo principio di ordine internazionale, l’America non dice 'chiunque si sente minacciato...', l’America questo diritto lo rivendica solo per sé.
Declinazione tecnico-militare di strategia
Noi ci occuperemo della declinazione tecnico-militare di strategia. Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, nella sua declinazione tecnico-militare, il concetto di strategia nel corso dei secoli (da quando fu introdotto dalla fine del 700 in poi), è venuto progressivamente estendendo ed ampliando il suo significato.
La strategia di cui parlavano i teorici della guerra di fine 700, anche Clausewitz, è completamente diversa dal contenuto/significato di strategia adottato oggi. C’è stato un progressivo ampliamento di denotazione del concetto, prima era molto più ristretto rispetto ad oggi.
Storico delle definizioni di strategia
Il termine strategia venne usato per la prima volta in un libro del 1777 intitolato "Teoria della Guerra", il significato che egli dà alla strategia è il seguente: "la strategia è la scienza del generale (comandante militare)", cioè è il sapere e la capacità di tradurre questo sapere in atto del comandante militare. Si tratta di una definizione ristretta che rimanda alla guerra e a chi ha le maggiori responsabilità della guerra combattuta.
Più o meno nello stesso periodo anche l’arciduca Carlo d’Austria diede un’altra definizione: "La strategia è la scienza della guerra, produce i piani generali, si fa carica del corso generale delle azioni militari, è in senso stretto la scienza del comandante in capo". Un'altra definizione che merita di essere ricordata, perché poi criticata da Clausewitz è quella del teorico della guerra Von Bulow: "la strategia è la scienza dei movimenti guerreschi che avvengono al di fuori della portata del cannone e del campo visivo del comandante". Tutto ciò che avviene entro il campo visivo del comandante ed entro la gittata del cannone è tattica, tutto quello che avviene al di là di questo limite è strategia.
Clausewitz criticherà questa definizione, poiché egli afferma che far dipendere la definizione teorica della strategia da fattori materiali/tecnici e come tali variano nel corso del tempo, è sbagliato; il campo visivo del comandante può cambiare. Non possiamo far dipendere una definizione teorica/astratta da dei concetti contingenti e mutevoli nel corso del tempo, ma bisogna darle una definizione astorico, teorico. Allora Clausewitz propone la seguente definizione: "la tattica è la dottrina dell’impiego delle forze armate nel combattimento, la strategia è la dottrina dell’uso dei combattimenti per lo scopo della guerra." Da imparare.
Innovazione di Clausewitz
Analizziamola nel dettaglio: in apparenza potrebbe sembrare equiparabile alle precedenti, poiché sembra faccia riferimento all’ambito esclusivamente militare, quindi non sembrerebbe molto più ampia delle altre definizioni. In realtà è la seconda parte della definizione che rappresenta un'innovazione: PER LO SCOPO DELLA GUERRA. Per Clausewitz a stabilire lo scopo della guerra è la politica, Clausewitz è noto per aver detto che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.
Fino al tempo di Clausewitz, e anche qualche tempo dopo poiché egli non ebbe molto successo per la pubblicazione della sua opera, egli venne recuperato sulla fine dell’800. Fino a Clausewitz l’idea che si aveva del rapporto tra politica e guerra era questa: la guerra comincia dove la politica finisce. Se per politica intendiamo la diplomazia, finché c’è diplomazia e quindi negoziato politico in atto non c’è guerra, la guerra scoppia quando la diplomazia fallisce. Quando la politica finisce, inizia la guerra, che veniva reputata come una realtà completamente diversa dalla politica, due realtà diverse. Quando le note diplomatiche finiscono, iniziano a parlare le armi e le cose vengono decise dai militari e non più dai politici.
Tant’è che anche dopo Clausewitz, nella Germania pre-bismarchiana vigeva il dualismo istituzionale: c’era il cancelliere, Bismarck, che conduceva la politica estera e c’era il comandante dell’esercito che invece guidava l’esercito, e tra queste due realtà c’era dualismo istituzionale e non subordinazione di una sfera all’altra, ma separazione assoluta, con un dovere solo di reciproca informazione. Quando arriva Clausewitz egli dice che la guerra non è ‘altra cosa’ rispetto alla politica, ma è sempre la politica che continua con altri mezzi.
La guerra ha una sua grammatica propria, cioè delle sue regole che sono studiate dall’arte militare, ma la guerra ha anche una logica e la logica della guerra la dà la politica (per logica si intende che gli scopi vengono dati dalla politica). Mentre nel dualismo i due soggetti erano sullo stesso piano di parità, per Clausewitz afferma la totale subordinazione del potere militare a quello politico.
Non è compito dei militari ergersi a precettori della politica, ma parte dal presupposto che i politici sappiano fare il loro lavoro e che quindi anche allo scoppio di una guerra sappiano stabilire i giusti obiettivi politici da perseguire, siano degli attori razionali che perseguano gli interessi nazionali che sappiano fare dei calcoli costi/benefici. Rispetto a un potere politico di questo tipo il potere militare è totalmente subordinato, ma se poi invece il potere politico è palesemente in errore nelle sue scelte, lui afferma che si dovrebbe continuare a combattere in ciò in cui si crede senza tradire la propria origine.
Quando lui dice che la strategia è la dottrina dell’uso dei combattimenti (quindi la guerra combattuta davvero) per lo scopo della guerra, essendo lo scopo della guerra determinato dalla politica, lui di fatto inserisce nel concetto di strategia la dimensione della politica. Alcuni hanno parlato di politicizzazione della strategia, che rispetto alle definizioni precedenti rappresenta un vero progresso nell’ampliamento del termine.
Ampliamento della strategia
Altre definizioni che mostrano questo ampliamento progressivo, questo slittamento progressivo della strategia in via della politica, ad esempio, è quella di Alfred Mahan, un americano ed il primo grande teorico del potere navale, che nell’opera pubblicata nell’800, scrive riferendosi alla strategia navale: "la strategia navale è tanto necessaria quanto in pace che in guerra, poiché in pace può conseguire le sue vittorie più decisive."
In epoca più tarda poi il militare di carriera Liddell Hart nel suo lavoro del 1954 scrive: "la strategia è l’arte di distribuire e applicare i mezzi militari per conseguire gli scopi della politica. Il campo di interesse della strategia riguarda sia la preparazione dell’impiego effettivo o potenziale della forza militare."
Da un lato abbiamo Mahan che ci dice che la strategia ha a che fare non solo con la guerra in atto, ma sia in pace che in guerra. Per Clausewitz la strategia ha a che fare con la guerra in atto, con l’uso effettivo della forza, cioè l’uso dei combattimenti per gli scopi della politica; qui invece abbiamo Mahan che ci dice che la strategia riguarda anche il tempo di pace e poi abbiamo Hart che dice che la strategia riguarda l’impiego non solo effettivo ma anche potenziale della forza militare.
L’impiego effettivo è a guerra in atto di cui parla Clausewitz, mentre l’impiego potenziale della forza militare è l’uso della forza a scopi dissuasivi, è la minaccia dell’impiego della forza con cui cerchiamo di conformare l’avversario alla nostra volontà (scrive in piena guerra fredda), non si tratta di forza impiegata di fatto, ma è la forza con cui si minaccia a fini di deterrenza.
C’è un bell’ampliamento di strategia, poiché passa da essere usata solo per la guerra in atto a una strategia che comincia a incorporare il tempo di pace e a incorporare l’idea che la strategia non abbia a che fare solo con l’uso effettivo della forza militare, ma anche con la minaccia dell’impiego di quella forza a fini dissuasivi. Tanto è vero che un altro autore, Thomas Schelling, che nasce come economista, ma si occupò di teoria strategica, nel libro “La diplomazia della violenza” del 1976 afferma: "La strategia militare non può più essere concepita come la scienza della vittoria militare, ora essa è ugualmente se non di più l’arte della coercizione, della intimidazione e della deterrenza. Gli strumenti della guerra sono più punitivi che acquisitivi, la strategia militare può essere meglio caratterizzata come diplomazia della violenza." (diplomazia della violenza = cioè la minaccia della forza militare a scopi dissuasivi).
Strategia prima dell'arma atomica
Prima dell’avvento dell’arma atomica (tanti se ne erano occupati, anche prima della fine del 700 poiché di trattati sull’arte della guerra ce ne sono stati parecchi se ne contano tantissimi, come quello di Sun Tzu o Machiavelli), la strategia aveva lo scopo di insegnarci come si vincono le guerre, cioè come si può condurre una campagna militare in maniera efficace per raggiungere gli obiettivi politici che si erano proposti di raggiungere. La strategia insegnava come si conducono vittoriosamente le campagne militari. Clausewitz vediamo che nella sua opera, si interroga su quale sia la modalità più efficace di conduzione della guerra e affronterà il problema se sia migliore la condotta bellica offensiva o difensiva (al suo tempo l’opinione era che la miglior forma di condotta bellica era quella offensiva, a differenza).
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