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macedone -, perciò scrissero opere ideologiche con lo scopo di persuadere. C’è un altro genere letterario

che ha come scopo la persuasione: la retorica. Per questo, alcuni storici pensarono che anche nella storia si

dovessero usare espedienti (topoi: luoghi, strumenti) tipici della retorica. Differenza tra la storiografia di

Tucidide e quella successiva: Aristotele, nel primo libro della Poetica (testo teorico sulla natura della

poesia), disse che poesia epica e storiografia hanno in comune la descrizione di vicende belliche; ma la

storiografia ha più a che fare con la parzialità, la poesia epica con la totalità. L’epica può narrare sia fatti

veri sia fatti inventati (la totalità), mentre la storiografia si occupa prevalentemente di fatti veri.

Ciononostante, alcuni poeti epici hanno parlato di fatti realmente avvenuti, inventando ben poco. Alcuni

storici, invece, ogni tanto inventarono qualcosa. Per questo Aristotele non dice che la storia riguarda

esclusivamente fatti veri e l’epica di fatti esclusivamente inventati: c’è una gradazione. Si pensi a Tucidide:

egli disse di voler riferire soltanto cose veramente accadute, però alcuni discorsi l’inventò, perché disse di

riportare alcuni discorsi immaginando come l’oratore avrebbe potuto dirli. Nel IV secolo lo storico cercava

di dare al lettore non soltanto il racconto dei fatti avvenuti, ma anche il contesto, che però è inventato

(storiografia mimetica: sviluppare il discorso storico a partire dal momento precedente una determinata

scelta). Gli storici volevano far capire all’uditorio che il tale fatto non era inevitabile, ineluttabile, ma era

solo una delle infinite possibilità.

Storiografia greca (30-03-2017).

La moltiplicazione dei sottogeneri della storia si deve, in gran parte, a Senofonte. Egli non godette di buona

fama presso i filologi tedeschi dell’Ottocento: essi non lo consideravano un grande scrittore. Costa, però, fa

notare che in realtà è il contrario: Senofonte fu uno dei personaggi più intelligenti e brillanti dell’Antichità.

Tucidide. La sua opera s’interrompe al 411 a.C. Molti tentarono di prolungarla per colmare questa lacuna;

tra questi vi fu appunto Senofonte.

Teopompo di Chio. Storico di cui abbiamo solo frammenti (perlopiù citazioni di autori posteriori), come per

la maggior parte degli scrittori greci. Rispetto alla produzione totale storiografica dell’Antichità, a noi è

arrivato circa 1/40esimo. I frammenti di Teopompo riguardano le Elleniche (in dodici libri) e le Filippiche (in

cinquantotto libri, ossia rotoli). Teopompo nacque verso il 380 a.C. Al riguardo gli studiosi si dividono in due

gruppi: alcuni pensano che siano nato intorno al 400 a.C.; altri, i più autorevoli, intorno al 380 a.C.

Teopompo apparteneva ad una famiglia nobile che fu cacciata, a seguito delle lotte tra democratici e

aristocratici, dalla sua patria. Il padre aveva parecchio denaro, quindi poté permettersi di mandare il figlio a

scuola di Isocrate, un retore, un professore di eloquenza. Isocrate nacque nel 436 a.C. e morì nel 338 a.C.,

l’anno della battaglia di Cheronea. Egli morì suicida; si uccise poco dopo la sconfitta di Atene e Tebe,

coalizzate, a Cheronea, contro Filippo di Macedonia. Questa battaglia fu decisiva, perché segnò la fine della

libertà delle città greche. Da quel momento in poi, la potenza egemone in Grecia sarà la Macedonia. A

seguito di questa battaglia, Isocrate comprese la rovina che comportava per i Greci, perciò decise di non

voler vivere oltre. Fu un personaggio straordinario. Aprì ad Atene una scuola di retorica che gareggerà per

qualità con l’Accademia di Platone e con il Liceo di Aristotele. Fu uno dei grandi maestri Ateniesi del IV

secolo a.C. Isocrate aveva un programma didattico fondato sull’idea per cui la retorica non sia

semplicemente una techné, ma una disciplina umanistica, perché il retore non è solo colui che sa ben

parlare, ma è anche una persona che, quando parla, esprime valori morali e politici elevati. Isocrate, perciò,

aveva come scopo la formazione della classe dirigente (uomini politici persuasivi e capaci di formulare piani

politici intelligenti). Egli fu criticato perché si faceva pagare molto (come i sofisti), al contrario di Socrate,

che parlava con tutti gratuitamente. Il fatto che Teopompo sia stato allievo di Isocrate comporta due cose:

1) Teopompo poteva permettersi di seguire le sue lezioni; 2) Teompompo assorbì una parte del metodo e

delle convinzioni del maestro. Di Isocrate abbiamo diversi discorsi, dei quali quasi nessuno fu

effettivamente pronunciato. Teopompo, uscito dalla scuola di Isocrate, fece il retore. Non era un oratore

politico, colui cioè che parla in assemblea. Questo perché non si poteva presentare nell’assemblea di Atene,

essendo stato cacciato dalla sua patria e non essendo cittadino Ateniese. Non fece neppure l’oratore

giudiziario (avvocato). Fece, invece, il retore: colui che dava pubbliche esibizioni della propria sapienza

retorica. In questo periodo, infatti, le persone si recavano numerose presso i retori, che improvvisavano

discorsi (il cui contenuto occupava un’importanza secondaria) ed esibivano la loro eloquenza. Isocrate si

vantava di essere un bravo retore (parlatore) e di essere capace di comporre centinaia di versi all’ora senza

sforzo. Non essendoci arrivato alcun suo verso, non possiamo giudicarne l’effettiva qualità. Un altro genere

da coltivare con profitto per farsi strada - capì Isocrate - è la storia, perciò scrisse una continuazione della

Storia di Tucidide: le Elleniche (“cose greche”), un affresco della storia greca che va dal 411 a.C. al 394 a.C.,

in particolare alla battaglia di Cnido. Alla fine della guerra del Peloponneso, gli Spartani si dovettero far

carico anche d’impegni che non rientravano nei loro interessi. Avevano, ad esempio, l’obbligo di difendere

le città greche d’Asia. Sparta batté Atene grazie all’aiuto della Persia, la quale però vorrebbe riappropriarsi

della costa asiatica, sulle polis greche della costa. Sparta deve far sì che questo non accada. Gli Spartani

quindi si trovarono a dover assolvere ad un impegno nuovo, con il quale non ebbero mai a che fare fino a

prima della fine della guerra del Peloponneso, essendo sempre rimasti in Laconia: dovettero allontanarsi

dalla loro regione. I Persiani, che prima avevano appoggiato Sparta, iniziarono a finanziare Atene contro

Sparta; così si arrivò alla battaglia di Cnido, in cui una flotta pagata dalla Persia e guidata da un ammiraglio

Ateniese, Colone, sconfisse gli Spartani, costretti a ritirarsi dall’Asia. Teopompo, nelle Elleniche, trattò dal

411 a.C. fin dove, secondo lui, si prolungarono gli effetti della guerra del Peloponneso, cioè fino alla

battaglia di Cnido. Questa opera in dodici libri trattava di diciassette anni di guerra, mentre i ventisette

anni di guerra del Peloponneso erano stati trattati da Tucidide in otto libri, perciò il racconto di Teopompo

era estremamente dettagliato e puntuale, ma di esso ci rimangono solo dodici brevi frammenti. Nel corso

del Novecento venne alla luce un’altra possibile continuazione delle Storie di Tucidide: le Elleniche di

Ossirinco (1908, 1934); due grandi frammenti ritrovati in Egitto che si considerano appartenenti alla stessa

opera. Il frammento più antico, detto “londinese”, si riferisce ad un episodio della guerra di Corinto (395

a.C.). L’altro, il frammento “fiorentino”, parla della battaglia di Notion (407 a.C.), che segnò la fine politica

di Alcibiade, che lasciò, per qualche giorno, la flotta ad Antioco frattanto che andava a cercare i fondi per

continuare ad equipaggiare la flotta; ad Antioco era stato detto di non attaccare Lisandro. Per ragioni

ignote, però, avvenne il contrario; la nave di Antioco fu affondata e morì. Tornato Alcibiade, questi capì che,

malgrado avesse detto ad Antioco di non fare nulla, i suoi nemici gli imputeranno anche questo

avvenimento, così decide di andarsene. L’autore dell’Elleniche di Ossirinco è sconosciuto, che però è molto

importante: si pensi, infatti, che fino a quando non furono ritrovati i due frammenti si dava credito alla

versione di Senofonte che presentava Antioco come un incapace; la versione dell’autore ignoto, invece, è

più equilibrata e precisa. Questo autore anonimo viene abbreviato tra gli studiosi con “P.”. Ossirinco si

trova in Egitto, da essa provengono molti testi papiracei. Ogni anno se ne trovano alcuni, perché la siccità

del suolo ne permette la conservazione ottimale. Nel titolo, “Elleniche di Ossirinco”, c’è un’imprecisione:

“Elleniche”; questo deriva dal fatto che uno dei due frammenti parla di un episodio (la battaglia di Notion)

della guerra del Peloponneso, che Tucidide non aveva descritto; inoltre, l’altro frammento parla di un

episodio immediatamente successivo alla guerra del Peloponneso. Per questo, si è pensato al fatto che

quest’opera fossero delle Elleniche. Il problema è che non sappiamo chi sia il grande autore. Se alla fine del

V secolo a.C. fosse esistito uno scrittore del calibro di Tucidide, il suo nome sarebbe noto, anche se magari

non ci sarebbe rimasto nulla. È strano, quindi, che di un autore di questo livello non sappiamo nulla,

nemmeno il nome. Sono state fatte diverse proposte di attribuzione: Daimaco di Platea, Cratippo di Atene,

Androzione di Atene; quest’ultimo sicuramente non può essere. Ma, nota Costa, seppure scoprissimo chi

sia l’autore delle Elleniche di Ossirinco, non sapremmo nulla in più circa l’opera e il suo autore. Costa è

convinto che questo autore anonimo sia Teopompo: è difficile che, nello stesso periodo, ci siano state due

opere Elleniche, perché, in genere, gli storici antichi non si ripetevano. L’altra opera di Teopompo, le

Filippiche (di essa abbiamo molti frammenti: oltre quattrocento), erano una biografia di Filippo di

Macedonia, il padre di Alessandro Magno, colui che diventerà il padrone di tutta la Grecia. Le Filippiche

interessavano notevolmente gli eruditi del tempo per il giudizio che Teopompo diede di Filippo di

Macedonia, che conobbe personalmente alla sua corte. Secondo Teopompo, Filippo era l’uomo più grande

del suo tempo, età in cui pure vi erano altre persone capaci, come Demostene. Nello stesso tempo, però,

diceva che era un barbaro.

Storiografia greca (31-03-2017).

I sofisti iniziano ad indagare la potenza del linguaggio, arrivando a dire che la realtà consiste in ciò che il

linguaggio può dire. Erano maestri che si facevano pagare molto per insegnare alla gente a manipolare, per

il proprio tornaconto, qualunque realtà. Socrate era visto come loro, da cui l’odio verso di lui. Alla fine della

guerra del Peloponneso, Lisandro impose ad Atene un governo oligarchico portato avanti da trenta persone

(403 a.C.; il loro governo durò solo un anno), il cui capo era Crizia, lo zio di Platone. Fu un governo tirannico.

Socrate aveva avuto rapporti con alcuni personaggi coinvolti nel governo dei Trenta, ad esempio con Crizia.

Egli era visto come una persona vicina ai tiranni, per questo venne visto male. Anito, il principale accusatore

di Socrate, era il vicecapo dei nuovi democratici (il capo vero e proprio era Trasibulo, il restauratore della

democrazia). Socrate fu ucciso non dai tiranni, ma dalla democrazia moderata. Senofonte apparteneva alla

classe dei cavalieri, i quali avevano uno stile di vita simile a quello aristocratico. I Trenta confiscavano i beni

dei cittadini Ateniesi più benestanti e coinvolgevano le persone nei loro delitti, nelle loro condanne a

morte. Anche a Socrate fu ordinato di andare ad arrestare Leonte di Salamina, ma si rifiutò di farlo,

rischiando così di essere condannato a morte. Scampa la morte soltanto perché pochissimo tempo dopo il

regime dei Trenta cadde. Senofonte, allievo di Socrate, fu coinvolto col governo dei Trenta, come lui stesso

ammise. Malgrado ebbe relazioni coi Trenta, non uccise nessuno. Lo sappiamo perché al crollo del governo

dei Trenta, Trasibulo e Anito, tornati ad Atene, decisero, per la prima volta nella storia, di adottare

l’amnistia per tutto ciò che era successo al tempo dei Trenta. Non si poteva recriminare, né in pubblico né

in privato: gli odi dovevano cessare. L’amnistia non voleva tra i sopravvissuti dei Trenta ed i loro

collaboratori, e nemmeno per coloro che avevano ucciso: tutti costoro non erano perdonati, mentre tutti

gli altri sì. Senofonte poté rimanere in città, quindi ciò significa che non aveva ucciso nessuno. Nelle

Elleniche, trattando del periodo dei Trenta, ogni tanto fa il nome di uno dei due ipparchi, i comandanti della

cavalleria. Erano due: di uno Senofonte fa il nome, dell’altro no. Si è sospettato perciò che quest’ultimo

potesse essere proprio lui. Anche perché più avanti Senofonte scriverà un trattato sulle tecniche militari

intitolato l’Ipparchico. Questo fa pensare appunto che Senofonte abbia ricoperto cariche importantissime

all’interno dell’esercito dei Trenta. Egli aveva forti simpatie per il sistema di vita spartano. Nel 401 a.C. si

allontanò da Atene. Un grande generale spartano, Clearco, stava radunando uomini per delle campagne

militari, apparentemente contro alcune tribù selvagge dell’interno dell’Anatolia, che Ciro il giovane stava

preparando. Sparsasi la notizia, un amico di Senofonte, Prosseno di Tebe, invitò Senofonte a partecipare

alla spedizione. Questi accettò, anche perché era un’occasione per allontanarsi da Atene, ove sapeva di non

essere totalmente al sicuro, nonostante l’amnistia. Socrate era contrario, perciò lo invitò a rivolgersi ad

Apollo delfico per sapere cosa fare. Senofonte andò a Delfi, chiedendo ad Apollo quale sia il dio più

opportuno a cui sacrificare. Partì, ma la spedizione si rivelò tutt’altro rispetto a quanto annunciato, perché

quando si giunse all’interno dell’Asia, Ciro rivelò il vero obiettivo della spedizione: far guerra a suo fratello

per abbattere il legittimo re di Persia, Artaserse II. La mamma dei due figli patteggiava per Ciro, che però

era nato quando il padre era già re, mentre Artaserse era nato prima. Alla morte del padre, Artaserse

divenne re, ma Ciro visse ciò come un’ingiustizia, perciò organizzò la spedizione contro il fratello. A

quell’epoca, cioè alla fine del IV secolo, i Greci godevano di un prestigio indiscusso nell’arte militare. Nel

corso del V secolo, anche grazie alla guerra del Peloponneso, le capacità militari dei Greci si erano molto

affinate; nacquero inoltre dei trattati tecnici sull’arte militare. Nella battaglia decisiva, la battaglia di

Cunassa, in cui si scontrarono l’esercito di Ciro e di Artaserse II, Ciro vinse nettamente. Ma negli ultimi

istanti, vide da lontano suo fratello, si scagliò contro di lui e fu ucciso. La battaglia, dunque, fu vinta, ma Ciro

morì, lasciando il suo esercito senza un capo. La sera stessa i Greci non sapevano che fare, perché si

trovavano nel cuore dell’Asia con l’esercito di Ciro che si era disperso, temendo la vendetta di Artaserse;

erano soli in una situazione pericolosissima, perché Artaserse, pur avendo perso, aveva ancora un esercito.

Artaserse II invitò tutti i capi Greci a discutere la possibilità di un ingaggio. Tutti, tranne Senofonte,

andarono all’appuntamento e vennero uccisi. Coloro che erano rimasti al campo rimasero senza alcuna

guida e capirono che potevano solo fuggire, cercando di tornare sulla costa ionica (marcia dei diecimila).

Impresa difficile, per via del clima rigido e la scarsità di viveri. Nominarono quindi dei nuovi capi, tra cui

Senofonte, che era il capo della retroguardia, che in un esercito in ritirata era la parte più importante,

essendo la prima parte che sarebbe stata attaccata dal nemico. Alla fine i Greci riuscirono a tornare al

mare. Senofonte conobbe Agesilao, che si trovava in Asia (gli Spartani dovevano assicurare che la Persia

non si riappropriasse delle città greche d’Asia); l’incontro fu decisivo. Divennero amici. Senofonte perse la

cittadinanza Ateniese perché partecipo alla battaglia di Coronea (combattuta da Sparta contro Atene),

schierandosi contro la propria patria. Per ricompensare Senofonte della sua amicizia, Agesilao gli donò un

potere a Scillunte, dove scrisse molte opere importanti, tra cui l’Anabasi. Senofonte perderà Scillunte nel

371 a.C. La prima opera è la sua narrazione, vissuta in prima persona, della campagna con Ciro: l’Anabasi (il

titolo era dato in base al primo tema trattato nel primo libro, che era il viaggio verso l’interno dell’Asia), in

sette libri. L’Anabasi fu tradotta persino da Italo Calvino. È un’opera affascinante, perché Senofonte non

racconta i fatti come uno storico, e nemmeno come il protagonista di una vicenda, ma ha l’abilità di far

letteralmente vedere le cose.

Lettura. [5] Prima di una battaglia si usava battere gli scudi per intimorire gli avversari, dato il gran rumore

che produceva la percussione. Nelle Vite parallele di Plutarco, l’autore dell’opera disse di aver composto le

vite non mettendo in esse solo i fatti più importanti compiuti dalla persona esaminata, ma anche i dettagli

minori, perché a volte è proprio a partire da questi che emerge il carattere di una persona. Un dettaglio può

rivelare una persona ben più che le sue grandi azioni.

Storia greca (06-04-2017). Parte 2

Di Senofonte abbiamo alcune opere tecniche: una è sulla caccia; una sull’equitazione (una delle principali

testimonianze sul fatto che nell’Antichità non si usasse la staffa, inventata nel Medioevo; senza staffa non si

può andare all’attacco con la lancia o altre armi, perché si cadrebbe, qualora si sferrasse un colpo); l’opera

più importante è l’Ipparchico (comandante di cavalleria): è la prima opera di trattatistica militare; prima

opera dell’arte militare. In questa opera Senofonte spiega cosa deve fare il comandante di cavalleria, quali

sono i suoi doveri, cosa non deve fare, come comandare gli uomini, etc. C’è anche un’opera intitolata

Economico, sull’economia. Senofonte è uno dei primi scrittori Greci che all’attività storiografica affiancò

trattati accessori, opere sull’educazione, opere di filosofia (Memorabili), etc. Proprio per questo, egli fu uno

dei primi poligrafi, cioè scrittori che trattavano di vari argomenti, non di uno solo.

Storiografia greca (06-04-2017)

In Asia minore, Senofonte conobbe Agesilao, di cui scriverà un elogio funebre. A Scillunte, nel 371 a.C., si

verificò la prima sconfitta di Sparta in una grande battaglia di fanteria in cui vinsero i tebani (il merito va ad

Epaminonda e Pelopida; battaglia di Leuttra). La conseguenza della sconfitta di Sparta è che Pelopida, negli

anni successivi, penetrò più volte nel Peloponneso, incitando le città a liberarsi di Sparta, provocando la

ribellione della Messenia, che alla fine si rese indipendente da Sparta. Anche l’Elide si ribellò e Senofonte

perse il possedimento di Scillunte, che torna ai vecchi proprietari. Nei venti anni in cui Senofonte ha

governato su Scillunte, scrisse molte opere. Parallelamente, iniziò a riavvicinarsi ad Atene, perché già da

tempo stava riflettendo sulla natura della costituzione spartana, che ammirava, e arrivò a scrivere che

ormai anche Sparta era cambiata: gli antichi ideali venivano progressivamente abbandonati. A Sparta, sin

dai tempi di Licurgo, per evitare che i giovani venissero corrotti dalla bramosia di denaro, fu introdotta una

moneta locale di ferro. Nell’Antichità, il valore della moneta era dato dalla quantità di metallo prezioso di

cui era composta. Il valore della nostra moneta è nominale, cioè non dipende dal materiale. Nell’Antichità

non era così. La moneta di ferro circolante a Sparta non aveva valore all’esterno della città. Nella Sparta dei

tempi di Senofonte circolava la moneta normale. Alla fine Senofonte si rese conto che l’ideale spartano che

ammirava non esisteva più. Dopo il 371 a.C., in circostanze ignote, Senofonte si riavvicinò ad Atene. Questo

porterà ad un decreto di un politico, Eubulo, con cui a Senofonte venne restituita la cittadinanza. Nel

frattempo a Sparta si cercava di reagire alla politica sempre più aggressiva di Tebe. Nel 362 a.C. si arrivò

quindi ad un’altra battaglia di fanteria tra Sparta e Tebe, comandata da Epaminonda, assistita dagli

Ateniesi. Questa battaglia (di Mantinea) venne vinta dai tebani, ma Epaminonda morì sul campo di guerra.

In seguito, Tebe, che non avrà più capi del calibro dei precedenti, perderà la sua breve egemonia. Morì

anche uno dei due figli di Senofonte: Grillo. Gli ultimi anni della sua vita probabilmente Senofonte li passò a

Corinto. Grillo fu ricordato anche da Aristotele, che gli dedicò un trattato. Anche altri scrittori composero

opere intitolate Grillo, che però erano destinate a Senofonte. Questi racconta le vicende della Grecia dal

411 a.C. fino alla battaglia di Mantinea (362 a.C.) in un’opera intitolata Elleniche, in sette libri (come

l’Anabasi). Era un’opera meno dettagliata rispetto a quella di Teopompo. La visione di Senofonte è

acutissima, perché pensava che la sconfitta di Atene avesse provocato una nuova in cui le varie polis

(Sparta, Atene, Tebe, Corinto, etc.) greche si erano contese il primato, ma nessuna riuscì a mantenerlo per

molto tempo. Questa stagione – secondo Senofonte - si chiuse con la battaglia di Mantinea, l’ultima grande

battaglia combattute tra le poleis greche. Tre anni dopo, infatti, venne Filippo II di Macedonia: da quel

momento in poi nessuna città greca fu capace di reggere il confronto con la Macedonia; le cose

cambieranno per sempre. Senofonte (considerato un mediocre pensatore dalla storiografia tedesca

dell’Ottocento) capì in anticipo che le poleis sarebbero venute meno di lì a breve. Alcune opere di

Senofonte aprono a nuovi generi letterari. Durante l’esilio scrisse un’opera stranissima: Ciropedia

(“l’educazione di Ciro”). Il Ciro in questione non è Ciro il Giovane, ma Ciro il Grande. Apparentemente

sembra un’opera di storia: la storia di come Ciro venne educato per diventare re. Questo argomento era

importante perché Ciro era considerato uno dei re più potenti e saggi, perciò studiare il modo in cui è stato

educato voleva dire studiare i principi della sana educazione. Non è vero che tutti i modi di educare sono

uguali – suggerisce Senofonte: a seconda del modo esce fuori un diverso ragazzo. La Ciropedia è la prima

opera sull’educazione in assoluto nella letteratura mondiale. C’è poi un elogio funebre di Agesilao, che in

parte è elogio, in parte contiene la biografia di Agesilao. Senofonte scrisse, inoltre, una serie di opere su

Socrate: Apologia di Socrate, Simposio (parodia del Simposio platonico), Memorabili (l’opera più importante

su Socrate; in quattro libri). In quest’ultima opera, Senofonte riflette sul significato del pensiero platonico e

cita molti detti di Socrate che aveva ascoltato personalmente; sono ricordi di Socrate mescolati ad una

riflessione sull’essenza del pensiero socratico. Sui Memorabili c’è stata e c’è ancora una discussione

sull’attendibilità di Senofonte come valido testimone del pensiero di Socrate. Platone, in molti casi, fece

dire a Socrate delle teorie che in realtà sono sue (ad esempio, la teoria delle idee): Platone non fu un fedele

testimone del pensiero socratico. Proprio per questo, alcuni studiosi pensano che Senofonte sia un

testimone più fedele, perché non fu un filosofo, mentre Platone sì. Pertanto, egli avrebbe soltanto riportato

ciò che Socrate diceva. Il problema però è che leggendo i Memorabili ci si fa un’idea di Socrate molto

abbassata; non si capirebbe perché sia diventato uno dei filosofi più importanti dell’Occidente. Sembra

soltanto un uomo di buon senso. Perciò altri studiosi pensano che Senofonte abbia compreso soltanto la

parte più superficiale del pensiero socratico. Altre due opere di Senofonte: Costituzione degli Ateniesi e

degli Spartani. La prima sicuramente è spuria, mentre la seconda no (in quest’ultima spiega la riforma di

Licurgo, facendone notare lo stato di crisi in cui si trovava al suo tempo). Alcuni pensano che la prima sia

stata scritta da Crizia, lo zio di Platone e capo dei Trenta Tiranni. La Costituzione degli Ateniesi è un dialogo

tra due oligarchi; uno di essi si lamentava della democrazia, mentre l’altro cerca di capire perché la

democrazia funzionasse. Cercava, cioè, di trovarne i punti di forza.

Storiografia greca (07-04-2017).

La storiografia universale. Gli storiografi finora esaminati si sono occupati soltanto di un periodo ristretto

della storia greca o non-greca (Erodoto). Agli inizi del IV secolo a.C. c’è una novità: compaiono storici che

non si dedicavano esclusivamente ad un particolare evento o periodo storico, ma cercavano di descrivere

un amplio panorama della storia greca e, successivamente, del mondo greco rapportato ai barbari. Le storie

universali possono essere considerate universali sotto due aspetti tecnici: 1) in senso diacronico: iniziano

con le origini del mondo e, passando per tutti gli avvenimenti successivi, arrivano fino all’età dell’autore; 2)

in senso diaconico-geografico: dalle origini del mondo all’età dell’autore, trattando però non soltanto della

storia di un determinato popolo, ma di tutto il mondo. L’obiettivo dello storico universale può essere la

considerazione della storia di un determinato popolo oppure la storia di tutto il mondo. Pochi si

occuparono di storia universale, perché era difficile essere competenti su tutto; in secondo luogo, dovendo

cominciare dalle origini della storia, bisognava fissare un punto che si potesse trattare con una certa

attendibilità storica (non si poteva, ad esempio, partire dalla generazione degli dei, perché si finirebbe nel

mito). Ma c’era anche un problema di tipo narrativo-compositivo: gli avvenimenti che si svolgevano in parti

diverse non sempre erano connessi tra di loro; si doveva organizzare, perciò, il racconto senza far sì che

fosse una sorta di collage composto da vari frammenti relativi alla storia di un certo popolo, sconnessa da

tutte le altre. Occorreva trovare un filo logico narrativo che tenga insieme tutte le storie. Polibio, uno

storico universale, disse che il filo logico era Roma, la nuova dominatrice del mondo, che aveva conquistato

e unificato tutti i popoli. Il fondatore della storiografia universale, Eforo di Cuma (Asia minore), adottò un

altro elemento unificante. Non sappiamo con esattezza quando morì, ma sappiamo che quando Alessandro

Magno partì per la spedizione contro la Persia (334 a.C.), chiese ad Eforo di seguirlo in veste di storico

ufficiale della spedizione, ma questi declinò l’invito in quanto si riteneva troppo anziano (era impegnativo

seguire Alessandro, perché comportava la partecipazione a battaglie, notti all’aperto, etc.). Aristotele

consigliò ad Alessandro di prendere Callistene, che accettò l’incarico. Sappiamo quindi che Eforo visse

almeno fino al 334 a.C. Cuma era stata una città importantissima in età arcaica, ma nel IV a.C., pur avendo

un passato glorioso, contava poco, perché il centro della grecità non era più in Asia, ma si era spostato sul

continente. Per questo, secondo alcuni storici, Eforo si dedicò alla storia universale: non poteva avere

successo parlando di Cuma. Molti storici iniziarono la loro carriera trattando della propria patria. Lo stesso

Eforo da giovane compose un’opera intitolata “Discorso sulla patria”. Si dovette sforzare di trovare qualche

elemento di lode di Cuma, perché era al margine dei grandi avvenimenti successivi alla guerra del

Peloponneso. Nel IV secolo gli storici iniziarono ad essere molto, da ciò deriva un problema di pubblico: la

storia di Cuma sarebbe stata letta da pochi, quando si avevano a disposizione la storia di Atene o altre

storie più interessanti. Eforo era attaccato alla propria patria, perciò, nell’ambito della sua storia universale,

si rifece spesso alla sua terra natia. La storia di Eforo fu pubblicata intorno al 340 a.C. ed era in ventinove

libri. Andava dal ritorno degli Eraclidi fino al 356 a.C. Suo figlio prolungò la trattazione aggiungendo un

trentesimo libro, che arrivava fino al 346 a.C. Noi sappiamo il numero dei libri e il contenuto delle opere

andate perdute grazie a Fozio, un erudito bizantino del IX d.C. Col suo magistero provocò lo scisma della

chiesa ortodossa. Egli lasciò un’opera importantissima, senza la quale sapremmo molto poco: Biblioteca.

Essa era una raccolta di giudizi sui libri che l’autore aveva letto. Nell’introduzione Fozio si rivolgeva al

fratello, Tarasio, dicendo lui che non sapeva se sarebbe tornato dalla missione diplomatica presso alcuni

popoli barbari a cui doveva partecipare, così, poiché il fratello gli aveva sempre chiesto un promemoria dei

libri da leggere, egli glielo fece. Probabilmente è una finzione letteraria. Nell’opera Fozio descrisse anche le

opere antiche che aveva letto. Questo è utile anche perché ci fa sapere quali opere antiche ancora fossero

reperibili nel IX d.C. Tra le opere descritte ci sono anche quelle di Eforo; dunque esse arrivarono fino al IX

d.C. Le opere erano conservate nelle biblioteche di Costantinopoli; purtroppo andarono tutte disperse nella

quarta crociata, quando i crociati conquistarono Costantinopoli e appiccarono incendi. L’opera di Eforo

partiva dal ritorno degli Eraclidi, cioè quell’episodio che per gli storici moderni coincide con l’invasione

dorica (1000 a.C.). Noi oggi sappiamo che è un mito, ma per Eforo era il primo episodio storicamente certo.

Scegliendo di partire da questo evento, Eforo omise la guerra di Troia. In un frammento dell’introduzione,

Eforo spiega che è partito dal ritorno degli Eraclidi perché, appunto, è l’unico evento storicamente certo;

rinuncia al mito; e afferma che una storia ben fatta si riconosce dal fatto che è sintetica per il periodo

arcaico e più dettagliata man mano che ci si avvicina all’età contemporanea. Questo perché circa l’età

arcaica sono pochi i dati sicuri, perciò un’opera che la descrivesse dettagliatamente avrebbe poco valore,

essendo basata su miti e congetture. L’opera di Eforo era di storia universale, ma era dedicata solo al

popolo greco (grecità), anche se descriveva anche i popoli barbari (i Persiani, ad esempio) nelle occasioni in

cui questi entrarono in contatto con i Greci. L’opera arriva fino al 356 a.C., tre anni dopo l’ascesa al potere

di Filippo II di Macedonia; questi iniziò, a partire dal 356 a.C., a fare una politica aggressiva verso le città

greche. Filippo era abilissimo, perché cercava di mantenere buoni rapporti con Atene, ma

contemporaneamente attaccava alcune città, tra cui Corinto e Bisanzio. Quando le conquistava, ammetteva

di non volersi spingere oltre con le conquiste. L’opera di Eforo fu completata dal figlio e fatta arrivare fino al

346 a.C., data della guerra con cui la Macedonia venne ufficialmente ammessa tra le nazioni greche (prima

di allora la Macedonia era ritenuta un regno metà barbaro metà greco). Eforo era stato ad Atene e fu

allievo di Isocrate, proprio come Teopompo. Su Teopompo ed Eforo c’era un aneddoto, quasi certamente

falso, ma inventato bene: si diceva che Isocrate avesse detto che Teopompo aveva bisogno di freno, in

quanto troppo irruento (letteratura come arma da giocare nella battaglia politica), mentre Eforo di sprone,

dato il suo stile non particolarmente brillante, ragion per cui forse la sua opera andò perduta. Verso il I a.C.

sia a Grecia sia a Roma si affermarono nuove teorie stilistiche, perciò le opere precedenti ritenute brutte o

inattuali quanto allo stile, non vennero più ricopiate. Probabilmente l’opera di Eforo fu ritenuta brutta.

Eforo rimane comunque una figura interessante perché fece una storia della grecità. In lui, ormai, il

frazionamento politico delle città greche è superato, in quanto, come Senofonte e Teopompo, viveva in un

tempo in cui le cose stavano cambiando. Malgrado questi cambiamenti, Eforo mise in rilievo l’importanza

della cultura greca. Di Eforo abbiamo solo 225 frammenti, tramandati da vari autori. Uno scrittore romano,

Diodoro Siculo, compose nella sua epoca un’opera intitolata “Biblioteca Storica”, una sorta di collage di

tutte le opere storiche più significative del passato. Diodoro voleva fare una sorta di prontuario per il

lettore che volendosi interessare di storia incontra due difficoltà: 1) non sa cosa valga la pena leggere; 2)

avere accesso alle biblioteche. Siccome nessuna delle due cose è semplice, Diodoro compose la sua opera

(in cui ricopia le opere migliore relative ad un certo periodo), ove ricorda Eforo per il periodo che va dalla

fine della seconda guerra persiana (478 a.C.) fino alla morte di Alessandro (323 a.C.). Per questo, per gli

avvenimenti del IV a.C. gli storici scrivevano “Eforo/Diodoro”, perché il testo citato è quello di Diodoro, ma

dietro di lui c’è Eforo.

La Costituzione degli Ateniesi (Athenàion politéia). È stata scoperta alla fine dell’Ottocento in Egittro,

benché già da prima fossero noti alcuni frammenti. Era scritta sul retro di un papiro del II d.C. e fu

pubblicata dal papirologo inglese Frederic Kenyon. La Costituzione (l’abbiamo quasi integralmente)

conteneva moltissime informazioni nuove, tanto che si dovettero aggiornare diversi libri. Oltre alla

Costituzione degli Ateniesi, Aristotele commissionò di scrivere ai suoi allievi altre centocinquantotto

costituzioni di città greche in vista della redazione della Politica. Alla fine dell’Etica Eudemia, Aristotele parla

di come raggiungere la virtù nella sfera privata, ma poi si sarebbe dovuto capire come divenirlo nella sfera

politica. Il metodo di Aristotele consiste nella deduzione di principi a partire dall’osservazione della realtà,

quindi non partendo da un’ipotesi filosofica che si cerca di applicare alla realtà. Aristotele prende in esame

le leggi di alcune città del mondo greco per vedere quali siano efficaci, allo scopo di creare cittadini virtuosi

in uno stato che permetta di raggiungere la felicità pubblica. A questo scopo, Aristotele ed i suoi allievi

studiarono le costituzioni di molte città, scrivendo centocinquantotto trattati, ognuno dedicato alle leggi e

alle istituzioni di una certa città. Di queste opere ci sono giunti solo pochi frammenti. La Costituzione degli

Ateniesi era un’opera funzionale alla Politica. Di questa opera ci mancano una pagina dell’inizio e un

pezzetto della fine. Gli editori divisero l’opera in sessantanove capitoli. Dal punto di vista contenutistico,

l’opera si divide in due parti: 1) capitoli 1-41; 2) 42-69. Nella prima parte, Aristotele traccia una storia di

Atene dal punto di vista delle trasformazioni delle sue istituzioni. Le istituzioni di una città – dice Aristotele -

non sono immutabili, ma cambiano; quelle Ateniesi cambiarono spesso. Ecco perché Aristotele parla della

costituzione Ateniese prima di Draconte, di Draconte, di Solone, di Clistene, etc. Grazie a questa prima

parte storica, noi sappiamo quasi tutte le notizie dell’Atene arcaica fino a Clistene. Inoltre, in questa parte

ogni tanto Aristotele cita dei passi di alcuni autori: Solone, carmi, etc. La seconda parte dell’opera, invece,

descrive le varie istituzioni Ateniesi al tempo dell’autore.

Attilografia. Il primo a scrivere un’opera sulla storia di Atene fu Ellanico di Mitilene, un poligrafo che scrisse

molte opere, tra le quali “Trattazione storica sull’Attica”, in due libri. Era un’opera che arrivava fino alla fine

della seconda guerra persiana; non sappiamo da dove cominciasse, dato che ci è giunta in via

frammentaria. Questa opera aveva un singolare privilegio: l’autore, Ellanico, è l’unico storico citato da

Tucidide. Gli antichi citavano raramente, perché farlo era complesso, giacché si doveva citare a memoria

per non fare la fatica di prendere il rotolo di papiro. Uno storico antico in genere citava le fonti con le quali

era in disaccordo; con chi si era d’accordo, invece, non c’è bisogno di citare alcunché. Proprio per questo

motivo, buona parte delle citazioni di storici sono di tipo negativo, critico. Tucidide, infatti, in un solo caso

fa il nome della persona con cui non è d’accordo. Trattando del periodo della pentecontaetia, Tucidide fu

costretto a riassumere questo periodo perché disse che Ellanico non fu preciso nella cronologia, avendo

fatto un racconto breve e inattendibile quanto alla cronologia. A partire dal IV a.C., iniziarono ad apparire,

una dietro l’altra, in sequenza, opere su Atene scritte non da stranieri, ma da Ateniesi. Il primo a scrivere

un’opera su Atene fu Clidemo, che scrisse un’opera di cui non conosciamo il nome, essendo citata da autori

tardi che menzionano un titolo che fu dato successivamente dagli studiosi della biblioteca di Alessandria e

di cui siamo certi non risalire al IV a.C. e dunque essere errato. Il titolo in questione è Atthis, una trattazione

storica su Atene. Gli studiosi della biblioteca di Alessandria, incaricati di collocare sugli scaffali delle

biblioteche i rotoli delle opere, si trovarono innanzi opere senza un titolo preciso, che chiamarono tutte

Atthis, ragion per cui il titolo non può essere quello originale. L’Atthis quasi certamente partiva dalle origini

della città (non sappiamo se mitiche o meno) arrivando fino ai tempi dell’autore. Storie di Atene non

c’erano fino al IV a.C. Perché, quindi, soltanto allora comparirono opere storiche su Atene? Perché, secondo

una spiegazione ottocentesca, quando gli Ateniesi facevano la storia non avevano il tempo di scriverla,

mentre quando non la fecero più si dedicarono al racconto del passato. Questo non è vero perché anche

quando facevano la storia c’erano scrittori; inoltre, anche nel IV a.C., fino ad Alessandro e oltre, Atene era

ancora rilevante. Ma un filo di verità in quella spiegazione dell’Ottocento c’è: il IV a.C., per il mondo greco

intero, fu un momento in cui si cominciò a guardare al passato per la nostalgia derivante dai forti

cambiamenti che si stavano verificando. Si comincia a ripensare la storia greca, a farne un bilancio. Quale

documentazione aveva a disposizione Clidemo? Ad Atene gli archivi pubblici erano stati aperti da poco e

c’era poco materiale attendibile (non mitico) per uno che volesse risalire ai tempi dei primi re. È difficile

capire chi c’è dietro la documentazione di Clidemo, perciò Wilamowitz (filologo tedesco dell’Ottocento)

elaborò una teoria sull’origine dell’attilografia prendendo spunto dalla storia romana. La storiografia

romana inizia con alcuni analisti romani, che avrebbero utilizzato notizie contenute negli annali dei

pontefici massimi, che all’inizio dell’anno pubblicava le principali notizie avvenute l’anno precedente.

Questa pratica dei pontefici iniziò dopo l’invasione gallica; prima avevano comunque preso nota dei

principali fatti, ma non li divulgavano. Uno di loro però decise di divulgare queste conoscenze storiche, da

cui la nascita dell’annalistica romana. Una massa di conoscenza venne messa a disposizione di tutti.

Secondo Wilamowitz una cosa del genere sarebbe accaduta anche in Grecia, dove però non c’erano i

pontefici massimi. Al loro posto, però, c’era una categoria di sacerdoti che poteva annotare i fatti del

passato: gli esegeti (interpreti), che quando si verificava un fatto strano erano chiamati a interpretarne il

significato (ad esempio, un eclissi di sole; l’esegeta, consultando i libri, interpretava il significato del

fenomeno). Questa teoria di Wilamowitz circa i Greci è una congettura, perché nel mondo greco non c’è

nulla che possa sostenerla, a differenza dell’annalistica latina. Un allievo di Wilamowitz, Felix Jacoby,

contestò la teoria del maestro spiegando che gli esegeti ad Atene c’erano, ma essi non lavoravano su

materiale storico quando dovevano emettere il loro verdetto, bensì su testi ritualistici (esperti di rituali, non

di storia). A Wilamowitz venne l’idea che gli esegeti sarebbero stati i divulgatori delle conoscenze storiche

perché l’ultimo degli attilografi, Filocoro, era un esegeta e in un suo frammento dice che, nell’anno 308 o

296 a.C. (non si è sicuri al riguardo), probabilmente si verificò l’esplosione di una supernova, perciò Filocoro

disse che a mezzogiorno, in un giorno limpido di sole, improvvisamente si vide un astro luminosissimo;

contemporaneamente, una cagna, sfuggendo a tutti i controlli, si mise a sedere sulla statua di Atena

nell’Eretteo e gli esegeti, chiamati a interpretare questo duplice prodigio, dissero che sarebbero ritornati

degli esuli. Ciò effettivamente si verificò. Proprio per questo, Wilamowitz pensò che gli esegeti avessero

divulgato la sapienza storica segreta. L’Atthis di Filocoro era in diciassette libri. La Suda dice che Filocoro

scrisse, oltre ad essa, altre venticinque opere.

Gli storici di Alessandro Magno. Alla fine del IV a.C., in pochi anni si svolse la spedizione di Alessandro in

Persa. Alessandro sbarcò sulla costa dell’Asia minore nel 334 a.C. Nel corso di dieci anni, Alessandro batté

l’impero persiano, o meglio lo conquistò, mettendosi al posto dell’ultimo re di Persia, Dario III,

ereditandone il trono come successore. Fondò una civiltà greco-persiana che durerà fino a Maometto (VII

d.C.). Si spinse fino ai confini dell’India, ove fu costretto a indietreggiare a causa della stanchezza

dell’esercito, estenuati dai conflitti e dalla marcia verso Oriente. Alessandro morì a Babilonia nel 323 a.C. Le

circostanze della sua morte fecero subito pensare ad un complotto: sembrava impossibile che un semidio,

uno sopravvissuto a molte battaglie, morisse improvvisamente a causa di una febbre. La sua morte lasciò

privo di un capo un territorio immenso che andava dalla Grecia fino all’India. Per questo, i compagni di

Alessandro s’impegnarono in una serie di lotte per ereditare la corona dell’impero universale. Tra questi

compagni di Alessandro, alcuni lo erano in senso stretto (il titolo di compagno era ufficiale), amici ammessi

informalmente alla presenza del re; erano persone che vissero con lui sin da piccoli; parteciparono con lui

alle lezioni di Aristotele, il precettore di Alessandro. Quando Alessandro entrava in territori in cui c’erano

delle specie animali e floreali sconosciute, egli faceva trasportare le piante e gli animali strani ad Atene

perché Aristotele li studiasse. Molti dei compagni di Alessandro, dopo la sua morte, si uccisero per l’eredità.

Molti di essi raccontarono, dopo la morte del re e anche durante la spedizione, ciò che avevano visto. In

Asia c’erano molte regioni mai visitate prima dai Greci: totalmente sconosciute. I Greci entrarono in

contatto con popoli assai diversi da loro. Onesicrito, un filosofo cinico, insieme ad altri, fu inviato da

Alessandro a confrontare la cultura greca con quella indiana, esposta dai fachiri indiani. Un giorno arrivò da

Alessandro una guerriera che si presentava come la regina delle Amazoni, la quale chiese ad Alessandro di

avere un figlio; Alessandro accettò. Durante il viaggio di ritorno dall’India, fino a Babilonia, l’esercito di

Alessandro attraversò la foresta tropicale della costa meridionale dell’India, dove molti soldati vennero

uccisi dai cobra e dai ragni. Ad un certo punto passarono per un altopiano asiatico fatto di lava; era

talmente tanto affilato che tagliava le calzature. Tutte queste esperienze vengono raccontate dagli storici di

Alessandro. Tutte le opere dei testimoni diretti dell’impresa di Alessandro andarono perdute e ci

rimangono solo frammenti. Conosciamo Alessandro perlopiù tramite scrittori tardi (I a.C. ed età imperiale),

sebbene alcune di essi si siano basati su fonti antiche. Un frammento di Carete di Mitilene, uno scrittore

minore di Alessandro, suo ciambellano, parla di quel che faceva Alessandro durante le marce di

trasferimento. In questo frammento si dice che ogni tanto Alessandro ed i suoi giocavano a pallone. Un

altro frammento dice, inoltre, che Alessandro organizzò il lancio delle mele (alcuni uomini su un carro,

muniti di mele, devono respingere l’assalto di chi tenti di salirvi). Un ulteriore frammento descrive

dettagliatamente il programma dei festeggiamenti in occasione dei matrimoni tra i compagni di Alessandro

e donne barbare: si svolgevano banchetti, suonavano trombe d’argento, spettacoli, giocolieri indiani, artisti

greci, etc.

Storiografia greca (20-04-2017).

Gli storici di Alessandro. Il paradosso della storiografia su Alessandro è il seguente: dei testimoni diretti

della campagna d’Asia (334 – 323 a.C.) ci sono rimasti solo pochi frammenti. Prima di questa campagna,

nessun greco aveva avuto esperienza di certe realtà, delle quali molti reduci scrissero. Dopo la battaglia di

Isso, Alessandro congedò la maggior parte dei reparti greci originari. Ciononostante, per ognuno Alessandro

attribuì un pezzo di terra significativo in patria. La maggior parte della campagna proseguì con truppe quasi

del tutto asiatiche. I rimpatriati si misero a scrivere. Soprattutto dopo la morte di Alessandro, fiorirono le

storie su di lui, ma col passare del tempo divennero sempre più leggendarie: nel “Romanzo di Alessandro”,

Alessandro arriva addirittura sulla luna. Su Alessandro abbiamo fonti tarde (I a.C. – II d.C.) che si basano su

scritti precedenti, dunque in qualche modo è possibile risalire agli autori di prima mano. Gli autori di cui

disponiamo sono: Diodoro Siculo (I a.C.), autore di una storia mondiale, di cui il diciassettesimo libro è

dedicato interamente ad Alessandro; Plutarco (I - II d.C.; Vite parallele, ove un personaggio greco viene

paragonato ad uno romano); Curzio Rufo (autore latino di cui non sappiamo nulla; visse nell’età di Nerone: I

d.C.; ma potrebbe essere di qualsiasi altra età, perché non abbiamo elementi sufficienti per datarlo con

certezza), la cui storia di Alessandro si distingue dalle altre perché non racconta solo i fatti, ma li giudica dal

punto di vista morale, e parla anche dei crimini commessi da Alessandro, ai quali accennano anche altri

autori, tuttavia giustificandoli. Un solo crimine non viene giustificato da nessuno: l’assassinio di

Parmenione. Arriano di Nicomedia (II d.C.), autore di un’Anabasi (spedizione verso l’interno) di Alessandro,

in sette libri, che è la più completa e affidabile storia di Alessandro oggi disponibile. Arriano era un console

romano che combatté in Asia, dunque aveva una grande esperienza militare. La sua storia di Alessandro è la

fonte più importante, perché si basa su due tra le migliori fonti coeve di Alessandro: Tolomeo e Aristobulo

di Alessandria. Tolomeo era figlio di un nobile e, in quanto tale, venne cresciuto insieme ad Alessandro, che

dunque conobbe sin da bambino (Filippo II, per controllare la nobiltà macedone, decise di far crescere

insieme i figli dei nobili e quelli del popolo), con il quale assistette alle lezioni di Aristotele (per tre anni

precettore di Alessandro). Tolomeo durante la spedizione asiatica ebbe molto incarichi importanti e dopo la

morte di Alessandro fu uno dei successori che si spartirono l’impero conquistato. Poiché egli era molto

intelligente, si prese l’Egitto in luogo del territorio asiatico. Ad Alessandria fu l’iniziatore della dinastia greca

al comando dell’Egitto. Tolomeo promosse anche la cultura, tanto che gli si attribuisce il progetto della

Biblioteca di Alessandria, la più grande biblioteca dell’Antichità. Tolomeo fece seppellire Alessandro ad

Alessandria, che fu visibile per molti secoli, finché non scomparve. Ancora oggi non sappiamo dove sia

finito. Secondo Costa è già stata ritrovato, ma non si è riconosciuto. Tolomeo morì tra il 295 e il 293 a.C.; in

tarda età decise di scrivere la storia di Alessandro. L’autore scelse come base della sua narrazione la storia

di Arriano perché scrisse quando Alessandro era già morto, dunque non avrebbe avuto alcun senso dire

menzogne, non avendoci guadagnato nulla, essendo Alessandro già morto. L’altro autore su cui si basa

Arriano era Aristobulo, un capo del genio militare, la parte dell’esercito composta da ingegneri che si

occupano di risolvere i problemi ingegneristici. Aristobulo aveva assistito Alessandro per molto tempo, ed i

problemi ingegneristici che dovette risolvere furono molto complicati: ad esempio, la conquista di

Alicarnasso implicava un grande sforzo tecnico, perché la città era fortificata e si trovava su un isolotto

lontano dalla terra ferma, quindi non poteva essere assediata. Gli ingegneri di Alessandro, allora,

conquistarono una enorme rampa che arrivava fino alla cima delle mura, che gli permise di conquistare

Alicarnasso, fino ad allora ritenuta inespugnabile. Inoltre, Alessandro passò vicino a Pasargade, l’antica

capitale dell’impero persiano, ove seppellì Ciro il Grande, il fondatore della dinastia. Ma quando nel viaggio

di ritorno vi ripassò, notando che la tomba era in decadenza, incaricò Aristobulo di restaurarla. Aristobulo,

pur essendo stato uno stretto collaboratore di Alessandro, non gli era così intimo come Tolomeo. Tra le

altre testimonianze di prima mano c’è Callistene di Corinto, nipote di Aristotele, già citato con Efolo.

Aristotele consigliò ad Alessandro di prendere come storico ufficiale suo nipote: Callistene, appunto.

Questi, a causa dei suoi ideali filosofici, non condivise certe decisioni prese da Alessandro nel corso della

spedizione. Callistene scrisse un’opera che contraddice totalmente le notizie biografiche che abbiamo su di

lui. I frammenti di Callistene elogiano Alessandro, ma con ironia, tanto che Alessandro stesso ne fu

infastidito. La contraddizione tra gli scritti e il carattere di Callistene si deve al fatto che, nel corso della

spedizione, questi odiò risolutamente Alessandro, visto quasi come un tiranno. Probabilmente Callistene

espresse in modo poco prudente le sue critiche anche pubblicamente. Sicché quando alcuni pagi di

Alessandro ne vennero a conoscenza, furono infiammati dalle idee di Callistene, che forse parlava di

uccidere il tiranno, e organizzarono un attentato contro Alessandro, che però fu sventato. Quando i pagi

vennero torturati per capire a chi si fossero ispirati, venne fuori anche Callistene, che forse non c’entrava

nulla con l’attentato, ma aveva solo esposto delle critiche. Sta di fatto che Callistene venne giustiziato per

volere di Alessandro. Un’altra fonte importante su Alessandro è Carete di Mitilene, di cui abbiamo solo

pochissimi frammenti. Quando Alessandro successe a Dario III, Carete fu nominato ciambellano (colui che

annuncia al re le persone che a questi si devono presentare), una sorta di segretario. Come tutti i Greci, la

figura del re era importante, ma non divina, come voleva la concezione orientale (per essere ammessi alla

presenza del re bisognava seguire certe procedure e regole). Dopo la conquista dell’impero persiano,

Alessandro decise di avvalersi anche dei servigi dei satrapi e dei governatori dell’antico re, quindi non li

sostituì, ma li mantenne. Accadde quindi che ad Alessandro si presentavano sia i macedoni sia i Persiani. I

macedoni potevano andare da Alessandro senza seguire alcuna procedura, mentre i Persiani dovevano

seguire una cerimonia che prevedeva l’inginocchiamento rituale. Il contrasto tra i cerimoniali dei Persiani e

dei macedoni era fonte di imbarazzo, dunque Alessandro decise di estendere a tutti l’inginocchiamento. I

macedoni reagirono malissimo a questa scelta, ragion per cui si verificarono malumori. Carete era una

novità di questa “riforma”: prima si poteva andare direttamente da Alessandro, ora bisognava passare per

Carete, il quale osservava Alessandro sia nella vita pubblica sia privata.

Le Efemeridi di Alessandro. Le Efemeridi (ephemeris: “cronaca quotidiana”) di Alessandro forse erano un

diario quotidiano della giornata del re. Nelle Efemeridi non si raccontavano le battaglie, ma i fatti quotidiani

del sovrano. Una sorta di agenda. Delle Efemeridi abbiamo solo tre frammenti, dei quali uno molto lungo e

famoso, perché contiene la cronaca degli ultimi giorni di Alessandro. Il passo è citato da Arianno. Non

sappiamo chi abbia scritto le Efemeridi, anche se viene attribuita ad Eumene di Càrdia, di cui non sappiamo

nulla. Alcuni studiosi, tra cui Costa, sospettano che questa opera sia un falso antico: è stata fabbricata per

un preciso scopo ideologico, perché gli ultimi giorni di Alessandro sono descritti in modo tale da dare una

cattiva impressione di lui: ad Alessandria beveva e mangiava oltremisura, organizzava festini, non aveva più

alcun controllo di sé, etc. Alla fine gli prese una febbre, perse l’uso della parola, salutò i suoi ultimi uomini e

morì. Nessun altro autore, eccetto Arriano, cita le Efemeridi.

Storiografia greca (21-04-2017).

Le Efemeridi (o Effemeridi) di Alessandro potrebbero essere un documento autentico della giornata

quotidiana di Alessandro oppure un falso. Dipende da come si legge il testo, in particolare il più lungo dei

tre frammenti che ci rimangono.

Lettura. [1] Siamo nell’estate del 323 a.C. a Babilonia, la nuova capitale di Alessandro, una città dalla storia

antichissima e dalle straordinarie mura. Ospitava una delle sette meraviglie dell’Antichità: i giardini pensili.

Alessandro era appena tornato dall’estremo Oriente. In India Alessandro vinse contro Poros, una battaglia

gigantesca, essendo stata combattuta contro gli elefanti. Probabilmente fu la più dura battaglia combattuta

da Alessandro, in seguito alla quale l’esercito si rifiutò di proseguire oltre con la conquista dell’India.

L’esercito era stanco, perciò Alessandro fu costretto a tornare indietro, a Babilonia. Nel viaggio di ritorno, la

flotta accompagnava l’esercito, guidata da Onesicrito, un filosofo cinico, che parlò anche con i fachiri

indiani, e Clearco. Entrambi scrissero su Alessandro, dopo la sua morte. Nel viaggio di ritorno quasi 2/3

dell’esercito morì, poiché dovette passare per territori ostili. Arrivati alle porte di Alessandria, uno dei

soldati dell’esercito che era andato a prendere l’acqua in un affluente del Tigri, vide un essere selvaggio,

che non capì se fosse un uomo o un animale, che alla fine scoprì essere un uomo greco: era un marinaio

della flotta, di cui si erano perse le notizie; ciononostante, miracolosamente era riuscita a risalire il Tigri.

Esercito e flotta si ricongiungono. Fuori della città di Babilonia, I Magi, avendo consultato gli astri, dissero

ad Alessandro di non entrare in città, poiché sarebbe morto. Alessandro, in questa circostanza, ebbe

timore, perché pur non temendo gli uomini, temeva gli dei. Alla fine entrò in città. Il suo corpo era esausto,

pieno di ferite e cicatrici. Pur avendo solo trentatré anni, è come se ne avesse avuti ottanta. Gli studiosi

s’interrogano sui progetti orientali di Alessandro. Secondo Costa, Alessandro ormai non aveva più le forze

per proseguire ulteriormente nella conquista dell’Oriente.

Lettura. [1] Secondo alcuni studiosi, questo brano vorrebbe accreditare l’immagine di un Alessandro

totalmente allo sbando, con il fine di smontare le voci sull’assassinio. Ancora oggi si discute sull’ipotesi

d’assassinio; altri pensano che Alessandro sia molto per il colpo al polmone ricevuto in guerra. [2] L’Anabasi

di Arriano si basa soprattutto sulle opere di Tolemeo (è più corretto dire “Tolemeo”, non “Tolomeo”) e

Aristobulo. Nel proemio, Arriano spiega perché ha scelto, come fonti principali, i due autori succitati. Su

Aristobulo si diceva che ebbe una vita straordinariamente lunga. Un retore del II d.C., Luciano di Samosata,

scrisse un’opera intitolata i Macrobii (“coloro che hanno avuto una vita lunga”), tra cui vi fu appunto

Aristobulo, vissuto novantotto anni (egli avrebbe iniziato a scrivere a novant’anni). L’assassinio di

Parmenione da parte di Alessandro non fu giustificato da nessuno. Durante la spedizione, si scoprì una

congiura contro Alessandro; i congiurati furono scoperti perché uno di loro parlò troppo: uno di essi si era

confidato con la moglie o l’amante, la quale, spaventatasi, si rivolse a Filota, il figlio del generale

Parmenione. Questi era già stato il comandante dell’esercito con Filippo di Macedonia, il padre di

Alessandro. Parmenione quasi sempre viene citato, nelle fonti antiche, per i contrasti che ebbe con

Alessandro. Quasi certamente questi diverbi sono costruzioni a posteriori per giustificare l’assassinio di

Parmenione. Che Alessandro non fosse scontento di Parmenione lo prova il fatto che, quando entrò in

possesso del tesoro reale della Persia (dopo la battaglia di Isso), Alessandro, prima di ripartire, lo affidò a

Parmenione. Qualche tempo dopo, però, ci fu quella congiura. Filota, uno dei due figli che Parmenione si

era portato dietro (uno di essi era morto in battaglia), era stato uno dei Compagni di Alessandro. La donna

che rivelò la congiura, svelò il piano a Filota, che per alcuni giorni non riferì nulla ad Alessandro. La donna,

vedendo che Filota non diceva nulla, si rivolse ad altri, i quali riferirono subito ad Alessandro. A questo

punto, anche Filota finì nei guai, perché egli sapeva della congiura, ma non disse nulla. Questi si giustificò

dicendo che molte erano le notizie di congiure contro il re. La sua giustificazione non convinse Alessandro, il

quale ordinò all’esercito di giudicare Filota, che alla fine fu condannato a morte e giustiziato. Parmenione

pure fu ucciso, perché se gli fosse stato detto che Alessandro aveva fatto uccidere il figlio, il padre avrebbe

potuto rivoltarsi ad Alessandro, avendo in mano il tesoro. Alessandro sapeva che Parmenione fosse

innocente, proprio per questo tale gesto non fu perdonato da nessuno ad Alessandro. [5] In questo passo,

Tolemeo sembra quasi che dia ragione ad Alessandro, però alla fine ammette che l’assassinio era imposto

dal fatto che Parmenione avesse in mano il tesoro e che fosse un uomo di valore. [6] Il frammento di Carete

è tramandato da Plutarco. L’errore di Callistene non è stato di non inginocchiarsi, ma il fatto – intollerabile

per Alessandro – di aver fatto una sceneggiata e di averlo provocato. [7] Il ciambellano doveva anche curare

le feste del re, per questo Carete parla dettagliatamente in questo passo: è lui che aveva organizzato

l’evento. Carete era una persona disincantata, come si desume dal passo sull’albero d’oro. L’albero d’oro

era, appunto, un albero totalmente in oro, che si trovava nella camera da letto dei Persiani. Quando Carete

lo vide, non si esaltò affatto. La prima Alessandrografia è totalmente scomparsa. Nelle nostre conoscenze

del mondo greco, c’è una lacuna che ricopre quasi tutto l’ellenismo: tutte le opere della letteratura

specialistica (tecnica), in ogni campo, sono andate perdute. Non abbiamo opere di matematica, scientifiche

in genere, storiografiche, etc. In ambito scientifico, l’ellenismo raggiunse un livello di conoscenza che è

stato di nuovo riconquistato solo tra il Seicento e il Settecento. Ci fu un periodo della scienza ellenistica, in

particolare quella alessandrina, che ha raggiunto vertici elevatissimi. La principale circostanza che permise il

forte sviluppo scientifico nell’ellenismo fu la ricerca associata (comunitaria); venuta meno tale condizione,

lo sforzo scientifico finì. L’inizio della ricerca associata fu resa possibile da Tolemeo di Lago tramite la

fondazione della Biblioteca di Alessandria, che non era aperta a tutti, e nemmeno agli studiosi: era la

Biblioteca del Museo di Alessandria, il quale era un’associazione di dotti che formalmente erano riuniti per

venerare le Muse (donde Museo), ma in realtà era una sorta di università in cui non si faceva lezione, ma

solo ricerca. I membri del Museo venivano nominati dal sovrano ed erano stipendiati affinché potessero

dedicarsi esclusivamente allo studio. La matematica di personaggi quali Archimede ed Euclide era così

avanzata che alcuni concetti sono stati riscoperti solo nel Seicento e nel Settecento. Quanto alla scienza

tecnica, gli ingegneri del tempo erano capaci di costruire degli automi che avevano un minimo

d’intelligenza artificiale. Nei principali tempi di Alessandria, Corinto e Samo c’era una macchina a gettoni

che forniva l’acqua per i sacrifici, che doveva essere benedetta. Vi erano persino le porte ad apertura

automatica. Per non parlare delle conquiste nel campo medico ed astronomico. Col tempo, però, prevalse il

modello dello studioso individuale in luogo delle associazioni di dotti. Un esempio del nuovo paradigma,

che pose fine alla ricerca scientifica ellenistica, è quello di Plinio il Vecchio, un grande erudito del I d.C. Il

problema della ricerca individuale è che una persona sola può capir meno di molte che ragionano assieme,

sicché, passata qualche generazione, le antiche nozioni scientifiche vanno dimenticandosi per l’incapacità di

comprenderle. Ecco il motivo per cui la letteratura ellenistica andò perduta. Si pensi che di Euclide l’unica

opera rimastaci sono gli Elementi, cioè la matematica di base; quella avanzata fu perduta proprio perché

non la si comprende più. Siccome le opere non venivano riprodotte in massa, i testi che non venivano più

letti e ricopiati, col tempo andarono perduti, onde per cui la maggior parte delle opere ellenistiche

andarono perdute. Dopo la generazione successiva ai testimoni diretti, Clitarco di Alessandria scrisse una

vita di Alessandro e per venderla, non avendo visto e conosciuto Alessandro, dovette inserire nell’opera

qualcosa di nuovo, perciò s’inventò qualcosa. Nell’opera di Clitarco emerge una versione esagerata di

Alessandro. Successivamente vennero le opere della generazione di Plutarco e Diodoro Siculo. Sono autori

che hanno avuto modo di confrontare i testi su Alessandro. L’Attilografia pure andò perduta per i motivi

suddetti: ebbe successo fin quando Atene era una città importante, ma già ai tempi di Cesare era celebre

solo per le sue università, ma questo non bastava per mantenere vivo l’interesse verso quel genere di

trattazioni. Inoltre, le opere degli attilografi erano scritte in uno stile pesante e noioso, quindi non vennero

ricopiate e col tempo andarono perdute.

La Macedonia aveva dominato tutto il mondo conosciuto, ma poi arrivò Roma. Un sovrano macedone,

Filippo V di Macedonia, decide di andare in soccorso di Annibale. Roma, però, alla fine vinse. Dopo la

seconda guerra punica (finita nel 202 a.C.), Roma decise di punire la Grecia, che aveva appoggiato Annibale,

con una serie di guerre che si conclusero con la battaglia di Pidna (168 a.C.), che pose fine all’impero

macedone. L’ascesa di Roma è narrata, oltreché da scrittori latini, anche da uno scrittore greco: Timeo di

Tauromenio (coevo di Alessandro Magno; IV – III a.C.), la città che oggi si chiama Taormina. Timeo era il

figlio del fondatore della città di Tauromenio, che poi fu esiliato, ragion per cui Timeo passò quasi tutta la

sua vita ad Atene. Non sappiamo con certezza se sia tornato in Sicilia o meno in tarda età. Timeo è il primo

vero storico inteso nel senso moderno: si dedicava alle ricerche storiche in biblioteca, non partecipando

direttamente alle guerre; è questo che gli verrà rimproverato da Polibio: Timeo conosce la storia solo per

averla letta sui libri. Timeo scrisse una storia della Sicilia, in trentatré libri, che arrivava fino alla spedizione

di Pirro in Italia (264 a.C.). Anche di questa opera sono rimasti solo frammenti. Il 264 a.C. è anche l’anno

d’inizio della prima guerra punica (Roma – Cartagine, conclusasi con l’affermazione di Roma come unica

vera grande potenza mediterranea). La storia di Polibio è una sorta di continuazione di quella di Timeo.

Polibio era uno scrittore che conosceva molto bene l’arte militare e, più di ogni altro, si preoccupò del

metodo narrativo, dedicando un intero libro alla spiegazione critica dei suoi predecessori. Critica, in

particolar modo, Timeo, perché questi non aveva esperienza di quel che raccontava, dunque poteva

fraintendere i fatti. Oggi, però, Timeo è messo di nuovo in discussione: gli storici di oggi si sono resi conto

del fatto che forse l’interpretazione che è stata data di Timeo è troppo influenzata dal giudizio attribuitogli

da Polibio.

Storiografia greca (27-04-2017).

Erodoto, Socrate, Polibio, Platone (annotazioni personali)

Polibio fu uno storico che parlava di guerre e di politica, come Tucidide. Egli visse nell’ultimo periodo di

esistenza della Macedonia, uno stato antichissimo che poi divenne lo stato più importante della Grecia con

Filippo II e Alessandro. Alla fine, però, con l’ascesa di Roma, il periodo di gloria della Macedonia finì con la

battaglia di Pidna (168 a.C.), in cui Perseo venne sconfitto dai Romani, che trasformarono la Macedonia in

una provincia. In quel momento, la Grecia continuava, sotto la Macedonia, a coltivare gli ideali dei tempi in

cui le varie polis erano indipendenti. Un greco del 168 a.C. pensava di vivere in un mondo simile a quello del

tempo di Tucidide e di Erodoto. Ma la situazione era cambiata: le città greche sembravano essere

indipendenti, ma il contesto era diverso, perché si erano affermati i grandi stati nazionali. In Grecia il

confronto con Roma era stato dolce in principio, ma poi divenne duro, perché i Greci non compresero la

potenza dei Romani, quindi pensarono di potervi competere in forza della loro astuzia. In un primo

momento vi erano riusciti: con la seconda guerra punica, con Filippo V di Macedonia. Dopo la sconfitta, i

Greci vennero trattati generosamente: nel 197 a.C., a Corinto, un console romano, Tito Quinzio Flaminino,

annunciò agli ambasciatori delle città greche che le città sarebbero potute rimanere libere. A Roma

interessava mantenere l’amicizia dei Greci, perciò non prese provvedimenti contro di loro. A quell’annuncio

– racconta Polibio – i Greci esultarono di gioia. I Greci però continuarono a tramare contro Roma,

schierandosi dalla parte di Perseo. La lega più importante era quella achea, un erede di quella del

Peloponneso, il cui fondatore era Filopemene; successivamente il comando militare della lega passò a

Licorta, il padre di Polibio. Questi aveva l’incarico d’Ipparco: comandante della cavalleria della lega achea.

Alla morte di Filopemene, tra l’altro, Polibio ebbe l’onore di portare il feretro. Licorta e Polibio avevano un

atteggiamento filoromano: pensavano che con i Romani non bisognasse scontrarsi. Così, quando si dovette

decidere se schierarsi a Pidna con Perseo o meno, l’idea di Polibio era di non farlo. Ma le cose andarono

diversamente. A Pidna Polibio combatté valorosamente. Il vincitore di Pidna, Lucio Emilio Paolo

Macedonico, non perdonò l’insubordinazione dei Greci: la Grecia divenne una provincia romana. E per

impedire che le città greche non si opponessero ulteriormente, furono chiesti degli ostaggi a tutte le

famiglie più importanti, che avevano sostenuto Perseo, del mondo greco. Polibio, malgrado la sua posizione

filoromana, fu tra gli ostaggi deportati in Italia. Gli ostaggi non erano detenuti in carcere, ma furono affidati

in custodia a famiglie eminenti delle varie città italiche. Questa detenzione sarebbe dovuta essere

temporanea. L’ostaggio più eminente era Polibio, ipparco e figlio del capo della lega achea. Venne affidato

ad una delle due famiglie più importanti dell’epoca: Lucio Emilio Paolo. Polibio divenne il precettore del

futuro Scipione Emiliano. In età ellenistica i migliori soldati erano i Greci: sia nel fare la guerra sia nel

pensarla. Il prestigio dei combattenti Greci era altissimo (Alessandro Magno, la spedizione dei diecimila di

Senofonte, etc.). Nel corso della prima guerra punica vi fu un episodio particolare: quando Marco Atilio

Regolo sbarcò in Africa, riuscì ad assediare Cartagine stessa. Marco Atilio Regolo inizialmente aveva avuto

molte vittorie militari, ma Polibio racconta che, mentre Atilio bloccava Cartagine, arrivò in Africa un

mercenario greco, Santippo di Sparta, che insieme ad alcuni amici riuscì ad entrare a Cartagine. Un giorno,

insieme ad alcuni commercianti cartaginesi, Santippo disse che era facile controbattere i Romani; fece

notare ai Cartaginesi gli errori che stavano commettendo. Riferito ai capi della città tali cose, Santippo

venne convocato per suggerire cosa fare, sicché gli venne affidato l’esercito, al quale insegnò a fare alcune

semplici manovre militari e altre cose fondamentali dell’arte della guerra.

I Romani vinsero contro Annibale per il numero superiore di uomini. Nel mondo antico, secondo alcuni, il

motivo per cui ad un certo punto trionfò Roma anziché la Grecia, è per il fatto che i Romani concedevano la

cittadinanza con molta generosità: le città sottomesse non venivano schiavizzate e i diritti di cui godevano i

cittadini romani venivano facilmente concessi anche alle città conquistate.

I Greci sapevano fare la guerra molto meglio dei Romani, i quali non ebbero mai una guida sicuro fino a

Scipione Africano, che imitò le strategie di Annibale. Polibio rifletteva sulle cause che decretarono la vittoria

dei Romani sui Greci e l’affermazione assoluta di Roma. Tale riflessione si articolò nella sua opera intitolata

le Storie, originariamente in quaranta libri, che andava dal 220 (anno in cui, in Spagna, Amilcare Barca e il

figlio Annibale iniziarono ad aggredire Roma e le sue città) al 168 a.C. (Polibio dice di narrare i cinquantatré

anni serviti a Roma per affermarsi come potenza assoluta). Tuttavia, vi fu anche un’aggiunta, in forma di

breve digressione, che va dal 264 al 220 a.C., con cui si riallaccia al punto in cui si era interrotto Timeo, cioè

al 264 a.C., all’esordio della prima guerra punica. La storia di Polibio era universale in senso sincronico

(l’opposto è il diacronico, che inizia dalle origini del mondo fino all’età dell’autore): Polibio racconta tutti gli

eventi significativi del mondo occidentale a partire dal 220 a.C. Inizialmente l’opera era in quaranta libri. A

noi rimangono solo i primi cinque libri; per il resto abbiamo solo estratti dei successivi libri, che ci vendono

da molte fonti, la cui principale è l’opera “Excerpta costantiniana” (di cui abbiamo una parte): un

imperatore bizantino ordinò ai suoi intellettuali di raccogliere il meglio di tutte le opere storiche. Gli

intellettuali obbedirono e fecero una grande raccolta che non era ordinata cronologicamente, ma per cose

esemplari. Nel dodicesimo libro della sua opera, Polibio parla criticamente di Timeo. Anche gli storici

precedenti Polibio avevano criticato i loro predecessori, ma erano succinte. Le critiche di Polibio invece

sono ampie.

Lettura. [4] Dal punto di vista stilistico non si avvicina neppure al livello di Tucidide. [4, 25e] Polibio si

occupa di storia pragmatica, cioè di fatti controllabili, in opposizione alla retorica. Per Polibio non basta

aver letto gli scrittori del passato, perché il problema fondamentale è capirli, ma questo non è possibile

senza avere esperienza di quel che si racconta: come si può comprendere un testo militare senza aver mai

partecipato ad una guerra? È necessario avere esperienza diretta delle cose raccontate per comprenderle

adeguatamente. Un buon comandante deve essere un misto di techne e physis: deve sapere per istinto la

cosa giusta da fare, ma deve anche aver studiato teoricamente cosa fare in certe circostanze. L’esempio di

questo comandante è Annibale.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher truceboyz.most.wanted di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storiografia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Costa Virgilio.

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