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Storiografia greca: lezione n. 1

Data: 23-02-2017

Professore: Virgilio Costa

Cos'è la storiografia

La storiografia greca è una branca della letteratura che si occupa della scrittura della storia. La storiografia è una disciplina in cui si esaminano le opere scritte dagli storici e ha molti aspetti in comune con la letteratura e la storia. Per questo, gli studiosi sono a metà tra i filologi e gli storici: essi devono occuparsi del contenuto di ciò che raccontano gli storici antichi e del perché e del come lo raccontano. La storiografia è uno studio complesso: uno storico investe il racconto di un evento con tutta la sua personalità, i suoi pregiudizi e la cultura dell'epoca.

L’attività storiografica non è quasi mai neutra: i buoni storici, quando lavorano, non lo fanno per rievocare qualcosa che è avvenuto nel passato, ma per un’esigenza legata al presente della loro vita. Intendono capire il passato per risolvere un problema proprio dell'epoca in cui lo storico vive. La storiografia è il contrario dell’antiquaria, ossia gli appassionati del mondo antico che non hanno nessun collegamento personale con le cose che studiano, è quindi un hobby. Lo storico può essere amante della sua materia nello stesso modo in cui un bambino ama il proprio giocattolo, oppure perché attraverso lo studio e la comprensione della storia spera di poter risolvere i problemi a lui contemporanei.

Studiare l’Atene del V secolo a.C., ad esempio, ci pone innanzi al problema della natura della democrazia: esiste, è bene, è male? La nostra attuale democrazia è effettivamente un sistema in cui comanda il demo? Attraverso lo studio del passato si comprende la formazione di idee che ancora oggi sussistono e influenzano il nostro tempo.

L’attività storiografica – cioè lo scrivere di storia - non è sempre stata svolta come, ad esempio, la poesia, che è rintracciabile già nei disegni neolitici, ove vi è un primitivo tentativo di astrarre la realtà, sebbene la scrittura non fosse ancora stata scoperta. La poesia è un fatto naturale; lo studio del passato, al contrario, non lo è affatto. La storiografia greca, infatti, nasce alla fine del VI secolo a.C. ad opera di Ecateo di Mileto: essa è la prima storiografia in assoluto.

Eppure, si potrebbe osservare e obiettare, esistono le cronache o le altre iscrizioni egizie: esse sono sì attività storiografiche, poiché ricordano eventi storici, ma soprattutto no, giacché il prodotto storiografico non è la semplice attestazione di un avvenimento, ma è anche la relativa spiegazione. Inoltre, le iscrizioni egizie, o quelle orientali, sono volute dal potere ufficiale: in Turchia, ad esempio, in cima ad un’altissima rupe, quasi irraggiungibile, vi è un’iscrizione, fatta porre dal re Dario di Persia, in cui sono ricordati alcuni fatti del suo regno.

Una caratteristica che contraddistingue la storiografia greca è che si tratta di un’attività individuale, fatta cioè da singole persone che non lo fanno per ordine del potente, ma per se stessi. Ecateo di Mileto, Erodoto, Tucidide e molti altri, sono intellettuali che cercano nel passato una risposta ai problemi del loro presente. Erodoto, ad esempio, decise di scrivere una storia delle guerre persiane perché non si dimenticassero le gesta, grandi e meravigliose, dei Greci e dei barbari; egli è conscio del fatto che gli eventi che ha vissuto o di cui ha sentito parlare si sarebbero dimenticati se non fossero stati scritti.

Tucidide, in un passo, dice che gli Ateniesi hanno obliato eventi avvenuti meno di cent’anni prima. Ecateo di Mileto, il primo storico, ha un obiettivo: dichiarare che la tradizione mitica, ossia quello che si racconta, è falsa. Il concetto per cui gli eventi si dimenticano facilmente - la cui conseguenza è che una persona si trova sprovvista degli strumenti culturali per conoscere il proprio tempo e perciò diventa credulo - si trova anche nella storiografia cinese.

L’unificatore della Cina moderna, Qin Shi Huangdi, vissuto intorno al III secolo a.C., come primo atto del suo regno mise a morte tutti gli storici del suo tempo e distrusse le relative opere per distruggere la memoria del passato. All’inizio, i primi storici greci, si sono posti il problema del metodo: come si indaga il passato? Come si distingue un racconto vero da uno falso? Che cos’è un fatto storico?

La dignità di un fatto storico si misura dalle conseguenze che ha: se, ad esempio, dalle lezioni del corso di storia greca qualcuno dei presenti si appassionasse alla materia e divenisse un celebre storico, questi penserebbe alle lezioni di quel corso come fatto storico: la storicità di un fatto dipende dalle conseguenze.

Nelle Sei lezioni sulla storia di Edward Caron, un libro sul metodo storico, si parla di un evento successo in Inghilterra: un venditore di pampepato, per errore, venne linciato. Tale vicenda passò inosservata finché un collega di Caron non lo prese per ricostruire il clima politico della Londra di quel tempo: ogni tipo di attività umana è potenzialmente degna di essere studiata.

Il focus della storiografia

La storiografia, per molto tempo, sotto il condizionamento di alcuni storici antichi (Tucidide, Tacito, etc.), si è concentrata soltanto su alcune porzioni della vicenda umana: le grandi battaglie, la politica. I grandi storici ottocenteschi, infatti, si dedicavano esclusivamente alla narrazione dei fatti veri, senza però considerare i costumi e la vita quotidiana.

Nel Novecento, alcuni storici, soprattutto francesi, iniziarono ad interessarsi, e quindi a raccontare, di vicende sino ad allora ritenute trascurabili ed indegne. Marc Bloch, un grande storico francese, possedeva una casa in campagna ove si recava per scrivervi le sue opere, bevendo della cioccolata nel pomeriggio: questo fatto, apparentemente trascurabile, lo portò a chiedersi quando, in Francia, iniziò a consumarsi la bevanda in questione.

Il fatto di bere la cioccolata, preso a sé, non significa nulla, ma se da esso si parte per ricostruire qualcosa, allora si possono comprendere diverse cose del proprio tempo: le trasformazioni industriali, i metodi commerciali, la pubblicità come fattore per il consumo di certi prodotti, etc.

Ulteriore esempio: perché il cappuccino si chiama così? La bevanda fu inventata subito dopo l’assedio di Vienna da parte dei Turchi, la cui anima della resistenza fu un frate cappuccino: Marco D’Aviano. Finito l’assedio, i Turchi furono respinti e lasciarono sul campo tutto quello che avevano, tra cui il cioccolato. Un viennese, allora, ebbe l’idea di mescolare il latte col cioccolato, scoprendo così il cappuccino, il cui nome fu scelto in onore di Marco D’Aviano. Questo per dire che una piccola cosa, che magari sembra indegna d’essere narrata, diviene importante se dietro nasconde una grande storia. I fatti meritevoli di essere narrati sono decidisi dallo storico sulla base di quello che gli interessa cercare.

Perché la storiografia è nata tardi

Perché la storiografia è nata così tardi? Essa nasce come bisogno spontaneo quando ci si confronta con una realtà diversa dalla propria: vivendo sempre nello stesso posto, si pensa che la vita sia uguale per tutti, che non ci sia nulla da sapere e altro da vedere. Il desiderio di conoscere la storia nasce quando le circostanze che si vivono pongono alle prese con il diverso: per i Greci ciò valse quando si confrontarono con i Persiani.

Ulteriore punto: la storiografia nasce perché ci si educhi alla percezione dei piani storici. In alcune culture, il passato è un tutto indistinto, ma indagandolo magari si scopre che non è così, come la credenza francese per cui la cioccolata fosse da sempre consumata in Francia. Quando, dunque, ci si avvede che il passato non è un tutto indistinto, ma è composto di una serie di cause concatenate, allora si comincia ad interessarsi di storia.

Per i Greci la tradizione era quella mitica, quel tempo, cioè, in cui uomini e dèi condividevano gli stessi spazi. Si ricordi, infine, che i primi storici greci non avevano a disposizione testimonianze scritte: ne consegue che l’unica fonte cui possono attingere è quella orale; inoltre, ogni città greca aveva la sua specifica cronologia: ad Atene si contano gli anni in un modo, a Sparta in un altro, ad Argo in un altro ancora, etc., sicché sincronizzare i fatti fu un’ardua impresa. Tuttavia, già ai tempi di Esiodo, 650 a.C. circa, iniziò ad affermarsi l’idea che la tradizione non fosse di per sé veritiera (basti pensare che sino a qualche decennio fa si credeva che tutto ciò che diceva la televisione fosse vero).

Storiografia greca: lezione n. 2

Data: 24-02-2017

Professore: Virgilio Costa

La nascita della storiografia

La prima opera di storia nasce alla fine del VI secolo a.C. Prima di Ecateo – vissuto a Mileto nel periodo in cui nascono la filosofia e la medicina scientifica -, esiste un lungo periodo di elaborazione della storiografia in cui ci si rende conto che la tradizione, ossia ciò che sul passato si racconta come una storia indiscutibile, non è sempre vera; in più, viene germinando la curiosità per la storia altrui, oltreché per la propria.

L’Iliade e l’Odissea furono composte tra la fine dell’VIII secolo e quella del VII secolo a.C. Secondo Costa, questi poemi sono il frutto di una lunga gestazione, ma ad un certo punto uno o più poeti avrebbero raccolto tutti i canti circolanti sulla guerra di Troia mettendoli assieme per iscritto. Uno, o due Omeri (uno per l’Iliade, uno per l’Odissea), probabilmente è esistito, se lo si intende come l’ultimo redattore che, oltre a mettere insieme i vari canti, ha aggiunto delle parti di sua mano dando luogo ai due poemi.

Iliade

Il poema non racconta tutta la guerra di Troia, ma un episodio verificatosi nell’ultimo anno, cioè quello in cui, per un periodo, Achille si ritira dalla guerra e gli Achei, ossia i Greci, che stavano assediando Troia, iniziano a perdere. Un fatto imprevisto richiama Achille sul campo di battaglia, ove uccide Ettore. Nell’Iliade non si parla della caduta di Troia, della morte di Achille e di altri eventi. Le narrazioni poetiche sono qualcosa che il poeta già trova.

Negli incipit dell’Iliade e dell’Odissea, il poeta, come pure ammette, è un trasmissore di ciò che gli viene cantato dalla divinità, che parla per mezzo della tradizione. I Greci di età arcaica sono immersi in un modo immaginario fatto di racconti circa gli dèi nella loro interazione con gli uomini: alla guerra di Troia, infatti, partecipano anch’essi, e non sempre vincono: Diomede (l’eroe che prende il posto di Achille quando questi si ritira), ad esempio, incontra e ferisce il dio Ares, il dio della guerra, che poi fugge ripromettendosi di farla pagare a Diomede.

Le parole della dea esprimono una tradizione indiscussa e che addirittura viene considerata un’emanazione degli dèi: essi hanno raccontato la storia del loro passato agli uomini in modo che sia mantenuto il ricordo delle antiche vicende; essi permettono ai poeti di cantare le vicende della guerra di Troia e il successivo rientro degli eroi in patria.

In un passo dell’Iliade, Diomede incontra, sul campo di battaglia, un troiano che non aveva mai veduto prima d’allora: Glauco figlio di Ippoloco, il quale decide di affrontare Diomede. Glauco aveva indosso un’armatura d’oro, che per via del materiale di cui era costituita, dava nell’occhio e spronava i combattenti ad appropriarsene. Glauco viene descritto come un guerriero ferocissimo, pur non essendo particolarmente grosso fisicamente.

Quando Diomede si trova di fronte Glauco, gli chiede di che stirpe sia, giacché se fosse stato un dio - continua Diomede – non lo avrebbe affrontato. Glauco risponde, con una formula celeberrima, che appartiene alla stirpe dei mortali: “Come stirpi di foglie, così le stirpi degli uomini; le foglie, alcune ne getta il vento a terra, altre la selva fiorente le nutre al tempo di primavera; così le stirpi degli uomini: nasce una, l’altra dilegua”.

Glauco elenca tutti i suoi antenati, ma allora venne interrotto da Diomede, il quale afferma che i relativi padri erano ospiti, sicché in nome della loro amicizia decidono di non scontrarsi, ma di scambiarsi le armature: questo perché tra gli aristocratici era diffusa la pratica del dono, cioè: quando un aristocratico visita un altro aristocratico di un’altra città, al momento del congedo l’ospitante dà all’ospitato un dono prezioso, che poi sarà restituito quando l’ospitante sarà ospitato nella città dell’altro aristocratico.

Gli aristocratici, come Glauco e Diomede, conoscono la storia dei loro antenati. Il padre di Diomede, ad esempio, partecipò alla spedizione dei sette contro Tebe. Per gli aristocratici era usuale chiedersi chi fossero i parenti, perché è con essi che si determina la famiglia più antica e importante. La pratica aristocratica di mantenere viva la memoria dei loro antenati e delle relazioni che hanno avuto con i parenti degli altri, ha sviluppato la consapevolezza che il passato non è un tutto indistinto: alcuni eventi non sono semplicemente avvenuti nel passato, ma in un punto ben preciso.

Sorgono domande come: quand’è che Eracle compì le sue fatiche? Si stabilisce che fosse vissuto ai tempi di Teseo in quanto in alcuni racconti ateniesi si dice che Teseo venne salvato da Eracle. Questi girò moltissimo e perciò entrò in contatto con molte famiglie nobili, sicché ognuna di esse poteva raccontare un episodio della storia familiare passata nobilitata dalla presenza di Eracle.

Sono proprio queste famiglie a comprendere, pian piano, che il passato presenta delle differenze: esistono un passato recente ed uno più remoto, in base al quale si può spiegare il primo.

Odissea

L’Odissea appartiene ad un contesto storico completamente diverso da quello in cui viene pubblicata l’Iliade: al suo tempo i Greci già avevano cominciato a fondare colonie, scoprendo il resto del mondo estraneo alla propria terra.

Elementi storiografici in Omero ed Esiodo

Odisseo, alla corte di Alcino, il re dei Feaci, racconta le sue avventure. Odisseo giunge nella terra dei Feaci dopo che Poseidone tentò di farlo morire in mare. Nel passo in questione, Ulisse narra di quando arrivò nella terra dei Ciclopi, dove vivevano i figli di Poseidone, tra cui Polifemo e i suoi fratelli, che vivevano ognuno per conto proprio.

Il passo presenta una descrizione etnografica, cioè di un popolo e delle relative usanze, fatta per contrasto rispetto al modo civile di vivere (comunità, leggi, vita fondata sull’agricoltura, assemblee popolari). “Non piantano con le loro mani né arano”: descrizione del nomadismo: i popoli nomadi vivevano di quel che trovavano lungo la strada, pertanto non si davano pensiero di seminare o arare.

Una fondamentale conquista per la civiltà umana è stata l’agricoltura, che ha permesso a popolazioni nomadi, costrette a viaggiare per cercare il cibo, di stabilizzarsi in un luogo; da ciò sono nate le città, le leggi, etc. Dopo il crollo della civiltà micenea, avvenuta attorno al 1200-100 a.C., c’è un periodo che un tempo veniva detto “medioevo ellenico”.

A partire dall’VIII secolo a.C., le antiche città micenee, e altre sorte nel frattempo, contrattesi sempre più nei secoli oscuri – lo si desume dalle dimensioni dei cimiteri -, iniziano ad ampliarsi, sicché, a cagione della scarsità di riserve alimentari e del boom demografico, alcune città furono costrette a mandare via una parte della popolazione, in genere la più giovane, che fonda delle colonie oltremare, emigrando sino alla fine del VI secolo a.C.

Nel corso del tempo, probabilmente, vennero prodotti dei portolani, cioè le guide dei marinai: inizialmente erano semplici, poiché indicavano soltanto la distanza tra un punto di approdo e un altro; poi, si arricchirono di ulteriori dettagli: alcuni di essi divennero delle piccole opere letterarie, destinate non più ai soli marinai, ma anche alla semplice lettura di chi lo volesse.

All’epoca di composizione dell’Odissea, probabilmente, iniziarono a circolare dei testi in cui, oltre alle informazioni strettamente necessarie alla navigazione, vi sono anche delle nozioni di tipo etnografico. I marinai che si avventuravano in Occidente, avevano molto da raccontare, tant’è che inizia ad esservi il desiderio di conoscere l’alterità; le persone scoprono che il mondo non finisce nella loro terra: anche questo fattore concorre alla nascita della storia.

Pensando che la propria terra e il proprio stile di vita siano i soli esistenti, non si avverte il bisogno di altro; ma se ci si confronta con l’alterità, allora nascerà il bisogno di comprendere l’altro e contemporaneamente se stessi: perché si è quel che si è? Rispetto all’altro, si è meglio o peggio?

Esiodo

Esiodo vive verso il 650 a.C. Nelle scuole greche antiche, dall’età classica fino all’età romana, i programmi di studio normali prevedevano come obbligatoria la lettura di due soli autori: Omero ed Esiodo. Quest’ultimo compose due poemi: Le opere e i giorni e la Teogonia. Il primo, un poema didascalico (ossia che insegna una disciplina), deve il nome al racconto che Esiodo fa a suo fratello, Serse, su come coltivare la terra.

Serse, alla morte dei genitori, consumò prestamente il patrimonio, fece causa ad Esiodo e, corrompendo i giudici, si appropriò anche del suo patrimonio. Esiodo, ne Le opere e i giorni, consiglia al fratello di imparare un mestiere per quando avrà dilapidato anche l’altro patrimonio. Il più sicuro dei mestieri è quello dell’agricoltore. Il nome “le opere” si riferisce alle opere agricole, appunto; “i giorni” allude ad un elenco dell’ultima parte, forse spurio, di giorni fasti e nefasti.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/02 Storia greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher truceboyz.most.wanted di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storiografia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Costa Virgilio.
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