Premessa
Nell'arco della sua vita, l'attrice visse intensamente immersa nel sistema produttivo e organizzativo del teatro del suo tempo, assumendo la totale direzione, gestionale e amministrativa, delle compagnie a lei intitolate. Un mestiere, come figlia d'arte, assunto fin dalla nascita, più volte maledetto, di cui seppe servirsi per piegarlo alle necessità delle sue azioni quotidiane e per renderlo funzionale alla creazione di un moderno e anticonvenzionale divismo.
Nell'arco della sua attività, Eleonora Duse (Vigevano 1858 – Pittsburgh 1924) svolse le mansioni richieste dalla conduzione della sua ditta teatrale divenendo col tempo un'inflessibile e consapevole donna manager, disposta a correre personalmente il rischio di impresa. Riuscì a fondere e far convivere l'aspetto puramente artistico con quello organizzativo richiesto dallo svolgimento del suo lavoro, assumendone l'intero incarico, e divenendo guida delle più importanti compagnie del teatro italiano di fine '800.
Capitolo 1 – Le compagnie rapite
Il rapporto con Cesare Rossi: da scritturata a capocomica
L'avvio di Eleonora Duse al capocomicato fu mediato e graduale. Si sostanziò del carattere determinato di una donna capace di accondiscendere ma, per indole, riluttante alla sottomissione. Un profilo, il suo, inconciliabile con una posizione subordinata in compagnia che costringeva per contratto gli scritturati a sottostare alle scelte artistiche del capocomico. Imposizioni che presto l'attrice avvertì come zavorre insopportabilmente inibenti. Percorse così una via quasi obbligata, più che una scelta, una vocazione d'artista: divenne capocomica; non subito e non inizialmente da sola.
Del suo indomito temperamento si accorse per primo Cesare Rossi. Fu infatti suo capocomico. Apprezzato e benvoluto caratterista, era nel 1877 alla guida della Compagnia Drammatica Città di Torino, una semistabile di stanza al Teatro Carignano. Dalla stagione teatrale del 1880, Rossi scritturò la Duse. Quelli passati con il capocomico furono anni fondamentali per la formazione dell'attrice.
L'inizio del rapporto tra il capocomico e la scritturata fu cauto e prudente. Del resto, Rossi aveva già assunto una sua parte di rischio per quell'anno comico, acquisendo in compagnia la più geniale e originale, ma anche irrequieta, Prima attrice del momento, Giacinta Pezzana. La Duse, che come Prima attrice giovane della stabile del Teatro dei Fiorentini di Napoli, già aveva dato una buona prova di sé, rappresentava per Rossi un'ottima risorsa anche nell'eventualità di un possibile, e poi avvenuto, allontanamento dell'imprevedibile Prima attrice. Per averla in compagnia il capocomico accettò l'onere di affidare un ruolo anche al padre di lei.
Le basi per un proficuo e stabile sodalizio artistico sembrarono così ben avviate dal lungimirante capocomico che probabilmente non prestò troppa attenzione alla correzione che di suo pugno la Duse appose al contratto, smorzandone i tratti di perentoria imposizione.
Come sospettato da tutti, la Prima attrice sciolse anticipatamente il contratto e la Seconda donna con diritto a qualche prima parte ascese alla scala dei ruoli occupandone il più prezioso e ambito. Rossi non ebbe da lamentarsi perché con la Duse la sua impresa conobbe solo successi, tributati a lui e alla sua nuova Prima donna che mostrò di trovarsi presto a suo agio nel nuovo ruolo. Ella infatti, finì con l'imporre la propria personalità e con essa un nuovo repertorio. In compagnia c'era chi condivideva le scelte, ed era il Primo attore Flavio Andò, in perfetta sintonia recitativa con i nuovi copioni proposti dalla Duse. Una coppia artistica che era impossibile non lasciare agire liberamente, tanto perfetta e affiatata si presentava alla ribalta, ma che rischiava di estromettere dalla scena proprio il ruolo di Rossi, secondario nei nuovi testi inscenati, e compromettere l'autorità del capocomico a cui spettava la scelta e la distribuzione delle parti.
Nonostante ciò Rossi agì con moderazione. Accettò di dividere con l'astro nascente gloria e repertorio alternando ai suoi cavalli di battaglia quelli introdotti dalla sempre più apprezzata Duse. Ai tradizionali Goldoni, Nota, Marenco e Gherardi si aggiunsero i copioni francesi di Dumas fils e Sardou, con significative punte di attenzione verso la nuova drammaturgia italiana (es. Verga).
Tra i testi voluti dalla Duse, nonostante il parere contrario di Rossi, La principessa di Bagdad e La moglie di Claudio di Dumas, e Cavalleria rusticana di Verga. Il primo copione, andato in scena nell'81, siglò un'importante affermazione della Duse. Per mettere in scena il secondo la Duse dovette lottare più duramente e ricorrere all'escamotage della serata d'onore; fu anch'esso un successo insieme a un'altra novità, La signora delle camelie, che entrò stabilmente nel repertorio dell'attrice. La messinscena di Cavalleria rusticana (1884) decretò il trionfo del verismo teatrale. Era riuscita a far accettare al capocomico i propri gusti, le proprie scelte, le proprie eroine nervose, il proprio non ortodosso stile recitativo.
Intanto anche la vita privata della Duse conobbe importanti evoluzioni: nel 1881 si unì in matrimonio con Tebaldo Checchi, Generico primario della compagnia; nel 1882 nacque la figlia Enrichetta. Checchi divenne l'agente della Duse, e cominciò a promuoverne l'immagine presso critici e giornalisti con capillari campagne pubblicitarie. Concepì una schematica divisione di compiti all'interno dell'unione familiare – egli avrebbe assunto su di sé l'onere della gestione amministrativa permettendo in tal modo alla moglie di dedicarsi all'arte.
Rossi intanto faceva sempre più fatica a mantenere la sua posizione privilegiata all'interno della compagnia. La donna era divenuta il centro e l'anima di un bifronte dinamismo interno che rischiava di indebolire l'univocità della sua leadership e di far apparire secondaria ed accessoria la sua stessa funzione in compagnia. Nel 1885 i due coniugi affiancarono il proprio nome in ditta a quello del capocomico, e la compagnia divenne la Rossi-Cecchi-Duse. Rossi vedeva ora confinata ai margini anche l'egemonia della sua direzione.
A turbare l'assetto e l'organizzazione della vita in compagnia concorsero anche altre cause. La sovvenzione e l'uso gratuito del Teatro Carignano concessi nel '76 stavano per giungere alla naturale scadenza. Il capocomico si trovò sguarnito di una ormai consueta e duratura rete di protezione e insieme privato del sogno di poter dirigere una compagnia finanziata e stanziale. A causa e per la Duse il capocomico aveva abdicato ad un suo sentito e perseguito concetto dell'arte comica giungendo a trascurare “le sane e vecchie commedie”. Con la Duse dovette anche abbandonare una stabilità a cui si era dedicato e per cui si sentiva vocato.
Seguì allora l'esempio della triade dei Grandi Attori, Checchi, Duse e Rossi abbandonarono i tranquilli confini nazionali e partirono nel 1885 per una complessa e impegnativa tournée in Sudamerica. Ma se per Rossi viaggiare era insolito, per la Duse era davvero nuovo (fino ad allora non aveva mai recitato all'estero); forse più esperto dei due era Checchi che durante il viaggio seppe far emergere le sue qualità di organizzatore e di abile diplomatico; il più navigato appare però Andò che aveva fatto parte di compagnie primarie e che con la moglie capocomica già si era esibito oltreoceano.
Inevitabilmente la vita di compagnia risentì dell'inesperienza della maggior parte dei suoi membri, in particolare di quella delle sue guide. Mancò in quel viaggio, insieme a chi sapesse impartirla e amministrarla, un'adeguata attenzione alla disciplina. Gli inizi erano stati però confortanti. Polese aveva fatto da intermediario con l'impresario Ciacchi e per meglio riuscire nell'impresa i capocomici si erano procurati una lettera di presentazione della Ristori che li raccomandava alla benevolenza dell'Imperatore del Brasile, suo ammiratore.
Gli affari andavano bene. A non funzionare furono i rapporti in compagnia. Funestati prima da problemi di salute, poi da intemperanze e infedeltà. A Montevideo, prima tappa della tournée, preoccuparono le condizioni della Duse, che comunque si riprese. Ben più drammatiche conseguenze ebbe invece la sorte del promettente primo attor giovane Diotti, che morì di malaria. Fu poi la volta dello stesso Rossi, che preda della malaria lottò qualche giorno fra la vita e la morte, ma per fortuna scampò. Infine, la giovanissima Irma Gramatica tentò il suicidio.
Il colpo definitivo all'ordine della vita in compagnia lo dette però la Duse. Quest'ultima, noncurante dei vincoli matrimoniali, intrecciò con Andò una pubblica, breve e intensa relazione sentimentale. La Duse non amava rivelarsi ai giornalisti e adesso che, ormai conquistata la fama e complice il marito, questi l'assediavano, cominciava a provarne un incontenibile fastidio. Una linea di non condivisione che certo minò alla base i rapporti tra i due coniugi e che contribuì a un irreversibile allontanamento. Galvani rivelò che la Duse “si sarebbe buttata fra le braccia di Andò” per vendicarsi del tradimento consumato dal marito con la Gramatica.
Qualunque siano state comunque le ragioni, Checchi e Duse si separarono ponendo fine in tal modo anche alla neonata società appena fondata con Rossi. Checchi si trattenne in Sudamerica, Duse e Rossi tornarono invece in patria trascinando con loro quanto rimaneva della mutilata e spaesata compagnia. Fecero ditta insieme e ripresero subito a lavorare.
Intanto la donna, libera da legami, poté, finalmente sola, pianificare il suo futuro. Rimase ancora per un anno in società con Rossi, e poi nel 1886 pose fine alla collaborazione. Libera dai vincoli che la legavano al vecchio direttore respinse senza esitare la proposta di un buon contratto con la Compagnia Nazionale; rinunciò a costituire società con Garzes e formò la sua prima compagnia indipendente. Nella Compagnia Drammatica della Città di Roma (la sua nuova formazione) ricoprì un ruolo di rilievo Andò, collaudato compagno di scena.
Il programma cui si ispirò la neo-capocomica era semplice e preciso: formare una compagnia con elementi poco costosi, mantenere dignitosa attenzione all'armonia della messa in scena, compiere lunghe tournée all'estero, ricavare abbastanza denaro per poter abbandonare il teatro entro pochi anni. Di lì a breve difatti le tournée divennero una vera e propria costante del suo mestiere e si susseguirono con frequenza quasi frenetica, imponendo scelte precise nella composizione della compagnia e nella concentrazione del repertorio. Questo si accrebbe di alcuni testi che dichiarano una decisa volontà di sperimentazione e un attento interesse per una drammaturgia di non facile consumo.
Nel 1894, dopo sette anni di successi e di ininterrotte tournée estere, il sodalizio tra la Duse e Andò si interruppe e la Compagnia fu sciolta. La capocomica si trovò priva di troupe e di partner eccellenti con cui inaugurare un nuovo corso e fondare una nuova compagnia. Il suo lavoro ne risentì e conobbe un'improvvisa, e per lei insolita, battuta d'arresto. Non poté, né volle, guardare avanti, fare progetti duraturi, formare nuove compagnie. Si rivolse invece indietro e conobbe una temporanea involuzione. Cercò un rifugio nel vecchio compagno di lavoro, Rossi. Nonostante la separazione, il rapporto tra i due era rimasto saldo e cordiale.
Impossibilitati a visionare di persona gli attori in scena, poiché anch'essi impegnati a recitare, i capocomici erano costretti a ricorrere agli agenti teatrali (di cui in realtà diffidavano) e ai consigli dei colleghi. Il primo vero progetto di una nuova collaborazione tra i due prenderà forma soltanto qualche mese dopo, e sarà di diversa natura e di diverso segno. Rossi verrà posto, con tutti i suoi attori, sotto la guida e il marchio della Duse. Quest'ultima infatti scritturò (nel gergo “trapelò”) la compagnia in blocco, assumendone la totale gestione e direzione. Una prassi non inconsueta nell'organizzazione teatrale dell'epoca e a cui si ricorreva in momenti di difficoltà economica o organizzativa. La compagnia di Rossi fornì probabilmente a una capocomica stanca, impigrita e nostalgica, l'illusione di un confortevole e sicuro ritorno a casa; ma la realtà non fu propriamente questa, gli anni erano passati e lei era profondamente cambiata.
Nel 1893 convocò Rossi per parlare d'affari, e con tempestiva efficienza il giorno successivo gli inviò una lettera dove fissava le clausole e i particolari del loro lavoro comune basato sull'organizzazione di due tournée estere. Il piano della Duse è chiaro: il capocomicato è di suo esclusivo appannaggio; a Rossi rimane soltanto il vantaggio di una convenienza economica priva di rischi. La Duse firmò il contratto nel 1894, e apportò alcune piccole variazioni al repertorio che, in via definitiva, comprese solo quattro copioni: La signora delle camelie, Cavalleria rusticana, La locandiera e Divorziamo.
Alla vigilia della partenza rintuzzò prima, e disciplinò poi, alcuni timidi tentativi fatti da Rossi per riappropriarsi di un'autonomia ormai quasi completamente perduta. La ferma imperiosità della Duse capocomica era tale da non ammettere incertezze o cedimenti. La tournée, così blindata dalla Duse, ebbe dunque il suo avvio. La compagnia, raccolta da Rossi in Italia, raggiunse la Duse a Londra, dove debuttarono. Dettero complessivamente 23 recite, ma la Duse non era soddisfatta. Fin dalla vigilia aveva nutrito dubbi e perplessità sulla collaborazione con Rossi.
Poi le cose girarono meglio, se non altro dal lato economico. Il buonumore non durò però a lungo. L'involuzione della sua arte, fino ad allora solo accresciuta, apparve evidentemente inaccettabile per la Duse. Mancava Andò, insostituibile compagno di scena, ma anche direttore di polso. Buona parte dell'insoddisfazione della Duse era dovuta all'impreparazione che gli attori avevano dimostrato, scarsamente dotati o forse solo non sufficientemente istruiti. Sostenere questo era come svelare il difetto della loro guida, colui che più di tutti li aveva avuti in compagnia, che li aveva scritturati e che non aveva svolto competenza il suo lavoro: non li aveva correttamente istruiti.
La ragione era più sottile. Rossi non era in grado di gestire una compagnia impegnata in una tournée all'estero. La sua propensione per una conduzione domestica e nazionale degli affari teatrali, la sua mancanza di esperienza al di fuori delle scene patrie si rifletteva anche sui suoi attori poco duttili e poco allenati a recitare davanti a platee eterogenee.
Al ritorno in Italia il suo disagio si palesò apertamente e Rossi ne fece le spese. Un incidente di delicata natura mascherò inizialmente il reale disaccordo. A Londra si era creata presso l'opinione pubblica una spiacevole confusione in merito all'effettiva conduzione dell'impresa, e la Duse non era disposta a tollerarlo. Per porre fine ai disguidi sulla leadership in compagnia, la Duse decise di allontanare drasticamente Rossi; in realtà per risolvere la situazione sarebbe bastata una buona campagna informativa, come lo stesso attore propose. Ma la realtà era un'altra, Rossi lo intuì e pregò la Duse di esprimersi chiaramente. Era proprio così. Il problema però non era l'attore, ma il capocomico, e soprattutto, la sua connaturata incapacità a non far rispettare la disciplina in compagnia, in particolare all'estero.
La Duse comprese di aver ferito l'orgoglio del vecchio maestro, si affrettò dunque a riparare con un affettuoso telegramma, ma la lettera di risposta tardò ad essere spedita. La Duse si soffermò a rifletterci sopra, e decisa in quella nuova tournée ad apostolare gli attori, avvertì in Rossi un impedimento. La sua presenza avrebbe inquinato, compromettendole, le direttive la lei impartite, avrebbe reso meno salda la sua ferrea mano condottiera. Non gli rimaneva che accettare le dure condizioni se non voleva incorrere, come la Duse minacciava, nello scioglimento del contratto. Rossi, suo malgrado, fu costretto a rimanere in Italia, ben remunerato, ma profondamente rattristato nell'animo. La Duse, come da contratto, partì con la compagnia di Rossi.
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