1. Il teatro greco-romano.
L’invenzione del teatro: la tragedia.
Ancora oggi non sappiamo molto sulla nascita del teatro greco, ma convenzionalmente si parla del VI secolo a.C.
Le rappresentazioni teatrali erano qualcosa che riguardava la città-‐Stato nel suo complesso, tutti i cittadini liberi. Il teatro
tragico e quello comico ebbero un ruolo fondamentale, soprattutto ad Atene, durante il V e il IV secolo a.C. : integrazione
completa fra teatro e società.
Aristofane, La pace: lo scambio di battute suggerisce la presenza di donne fra il pubblico.
Gli spettacoli teatrali venivano allestiti all’interno di specifiche festività in onore di Dionisio, il dio del vino, dell’estasi. Il culto
di Dionisio riprese nel momento in cui il ditirambo (un inno in onore di Dionisio) e i componenti del coro vestiti da capri
avrebbero cominciato a dialogare con un singolo cantore.
Eschilo, la Liturgia: dice che la tragedia “nacque dai corinfei del ditirambo”.
Il periodo in cui la tragedia fiorì è compreso tra le guerre persiane (490-‐480 a.C.) e la fine della guerra del Peloponneso
(404 a.C.), quindi tutto il V secolo in cui furono attivi: Eschilo (525-‐456 a.C.), del quale ci restano 7 drammi (I persiani, 7
contro Tebe, Supplici e Prometeo incateneto, più la trilogia: Agamennone, Coefore ed Eumenidi.), Sofocle (497-‐406 a.C.), con
altri 7, ed Euripide (485-‐406 a.C.), con 17 tragedie autentiche, una spuria, il
Reso, e un dramma satiresco, Il Ciclope.
• Eschilo: rappresenta “l’ultima espressione della cultura arcaica”. L’eroe eschileo, preda del giudizio divino, vive le
aspettative di una società che non sa sottrarsi a Zeus.
• Sofocle: interprete dei dubbi dell’uomo nei confronti di un dio che non viene messo in discussione. L’Antigone è la
tragedia della coscienza individuale contrapposta alla rigidità della legge.
In Edipo re Aristotele individua la forma perfetta di tragedia, fondata sull’incastro di agnizione (il riconoscimento di una
realtà prima sconosciuta) e di peripezia (rivolgimento improvviso di una situazione).
• Euripide: è portavoce della parte più avanzata di Atene, quella che desidera avere un rapporto diverso con la divinità e
non si accontenta del rapporto formale instaurato con gli dei da Sofocle. La linea dell’ultimo Euripide è sempre più propensa
ad esaltare gli aspetti tristi e “romantici” della mitologia. La produzione tragica del IV secolo a.C. che noi purtroppo non
possediamo guarderà alle tragedie euripidee degli ultimi anni, in cui il plot si basa sulle peripezie corse da alcuni eroi prima
del riconoscimento finale (agnizione) e la relativa salvazione reciproca. L’accorto interprete della denuncia alla sofistica dà
vita a personaggi autonomi che dovevano rispondere solo alla logica interna del singolo dramma. Oreste non è lo stesso nelle
varie tragedie, perché diverse sono le circostanze in cui gli uomini si trovano ad agire. Il sentimento che unifica la produzione
euripidea è quello mosso dalla passione erotica.
Le tragedie che ci sono rimaste non presentano l’obbedienza alle cosiddette regole di unità di tempo e di luogo.
Aristotele avverte che “nella tragedia non è possibile rappresentare insieme parecchie azioni contemporaneamente, ma solo
quella che si svolge sulla scena per opera degli attori”. Di qui l’interpretazione che la scena è unica.
La perdita di strutture teatrali del V secolo a.C. ci impone di ricorrere alla prima descrizione di un edificio che troviamo in
ambito latino, nel V libro De architectura di Vitruvio. Nel corso del V secolo a.C. i drammi, in una prima fase, furono forse
messi in scena dell’orchestra (“luogo destinato alla danza”). Il crollo delle tribune di legno avrebbe spinto gli ateniesi a
costruire il
Teatro di Dionisio sulle pendici meridionali dell’acropoli, dove il pubblico si poteva servire di tribune naturali.
Il teatro intero constava di tre parti distinte: orchestra, cavea e scena.
• La cavea: spazio scavato nel fianco di una collina da usare come gradinate per gli spettatori. (I Romani non utilizzavano i
pendii delle montagne). Potevano essere ospitati più di 15.000 spettatori disposti secondo la loro posizione sociale.
• L’orchestra: il luogo riservato al coro.
• La scena: un piccolo ambiente chiuso in cui era possibile cambiare le maschere e i costumi, un edificio il cui sfondo
(skenografia) creava l’ambientazione adatta ad ogni singolo dramma, anche se la performance non doveva per forza
richiamare il fondale.
Polluce parla anche di un luogo posto sopra la skené da cui parlavano gli dei e per raggiungere un’altezza maggiore veniva
usato un macchinario ( mechané) simile ad una gru. C’è anche uno spazio detto proscenio.
(Aristotele presenta la scenografia come un’invenzione di Sofocle, mentre Vitruvio pensa ad Eschilo).
Sia nel V che nel IV secolo a.C. la scena si sviluppava ancora tutta su un piano, come ci rivela un importante dipinto su vaso
conservato al Louvre: cratere proveniente dall’Italia meridionale con raffigurazione di Oreste, Pilade e Ifigenia.
Tutto il Mediterraneo si costellò di teatri quando il genere conobbe un’ulteriore diffusione.
• Il pubblico amava stupirsi e per amplificare queste sensazioni la tragedia si servì, dopo il IV secolo, di un edificio in cui la
skené era imponente e fissa perché tutta in pietra e con pannelli di legno dipinti.
Uguale rimase nel V secolo a.C. l’importanza dell’autore rispetto all’attore: sempre di sesso maschile, e mai adolescente per i
ruoli femminili.
• Il coro, altro motore dell’azione, in qualche caso perde il vero e proprio ruolo di protagonista, ma in Euripide conserva un
forte valore di portavoce dell’autore.
• Il costume aveva importanza. Ricordiamo il chitone (una tunica lunga) per i personaggi maschili, sotto un mantello; il suo
colore indicava il ruolo del personaggio, al pari degli oggetti scenici (lo scettro per il re, la lancia per il soldato).
In epoca ellenistica il teatro e le sue strutture erano ormai in concorrenza con la recitazione e l’apparato scenico prevaleva
anche sul testo:
il teatro della parola era diventato il teatro dell’immagine.
La rappresentazione di un dramma satiresco si trova raffigurata sul cratere di Prònomos (Museo archeologico nazionale di
Napoli). La quasi totalità degli studiosi ha visto, su un lato del vaso, una troupe di attori che si prepara alla rappresentazione
di un dramma satiresco, fatto che dimostrerebbe come il costume dei personaggi eroici fosse lo stesso della tragedia. Un
documento eccezionale per la sua composizione che ha portato a parlare di un cosiddetto lato A dove ci sono immagini di
carattere “teatrale” e di un cosiddetto lato B dove ci sono immagini rituali in cui troviamo Dionisio e Arianna rappresentati
mentre corrono. Anche nel lato A sono presenti Dionisio e Arianna, ma in perfetta quiete, nella dimensione più distaccata
rasserenante del teatro: della fase che segue o che precede la
performance teatrale, ciascuno con la propria maschera in mano.
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• La maschera era fondamentale in una scena che prevedeva solo la presenza di uomini. Purtroppo il materiale deperibile
(lino, sughero, legno) non consente di averne delle originali: solo quelle in terracotta, ci riportano ancora in un contesto
antirealistico: si mette in rilievo lo stato d’animo, rispetto alla mimica facciale, con una copertura totale della testa con i soli
fori per gli occhi.
• Le macchine sceniche divennero spettacolari; una piattaforma girevole (ekkùklema) poteva mostrare qualcosa che era
successo nel retroscena. Non mancavano poi macchine capaci di effetti speciali per riprodurre tuoni, lampi e suoni sinistri.
Una certa rigidità della struttura interna del dramma:
• Prologo: informava il pubblico sugli antefatti (in forma sia di monologo che di dialogo);
• Parodo: rendeva ufficiale il canto di ingresso del coro che, una volta entrato nell’orchestra, si esprimeva con gli
stasimi
(intermezzi in cui il coro momentaneamente illustra la situazione sviluppata negli episodi) alternati agli
episodi (azione
scenica vera e propria che si dispiega 3 o più intervalli) .
• Esodo: la parte conclusiva dopo l’ultimo stasi
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