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La radiofonia

La storia iniziale della radiofonia si intreccia più con la telegrafia che con la telefonia.

La storia della radiofonia ha delle origini antiche: Heinrich Hertz confermò il lavoro

teorico svolto una generazione prima dall’inglese James Clerk Maxwell, che nel 1864

aveva formulato le equazioni matematiche relative al campo elettromagnetico. A

Lodge, invece, si deve la dimostrazione delle onde hertziane nel 1895. Anche in altri

paesi ci furono “pionieri della radiofonia”: in Russia, Francia e Italia, cosicché quando

Guglielmo Marconi nel 1896 giunse in Gran Bretagna a dimostrare i progressi nella

trasmissione di impulsi e segnali elettrici, furono in molti a pensare che non avesse

fatto altro che introdurre un altro modo di fare ciò che si era fatto prima. Marconi

strinse rapporti con gli ufficiali della marina e la radio venne testata sulla flotta

britannica. In questo contesto la radio era vista solo come un’alternativa alla telegrafia

via cavo: però il fatto che i suoi segnali potessero essere captati anche da chi non era

il destinatario rappresentava un grave svantaggio. In Inghilterra Marconi si concentrò

soprattutto sulla costruzione e la vendita di apparecchi radio a grandi imprese

commerciali o all’amministrazione pubblica. Marconi non vedeva la radio come un

medium di grande diffusione e non usava nemmeno la parola «radio». Il pubblico,

però, si entusiasmò subito del modo in cui venivano trasmessi i messaggi di Marconi.

Le sue potenzialità divennero evidenti quando cominciò a diffondersi nelle case, prima

negli Stati Uniti, poi in Gran Bretagna e in Olanda. Ancora prima che si creassero

istituzioni nuove per l’offerta di programmi, una rete di dilettanti appassionati, noti

come radioamatori, aveva stabilito collegamenti nazionali e internazionali adoperando

il Morse alcuni e la telefonia altri.

Marconi piano piano conquistò il pubblico: prima nel 1899 quando accettò l’incarico di

seguire le gare di yacht della Coppa d’America, poi quando nel 1901 inviò un

messaggio radio a una distanza di duemila miglia (da Terranova alla Cornovaglia). Nel

1904 la radio fu utilizzata per riportare l’arresto di un assassino che stava fuggendo

dall’Inghilterra in Canada e otto anni dopo captò gli Sos del Titanic che stava

affondando.

Negli Stati Uniti Marconi creò nel 1899 un’azienda sussidiaria americana, ma nel 1919

venne formata un’altra società, la Radio Corporation of America, la quale si appropriò

a forza di tutti i brevetti di Marconi. La Rca era un’azienda con autorizzazione federale

che stabilì legami stretti con la AT&T, la General Electric e la Westinghouse, che ora

costruivano apparecchi radio per usi civili. Nel 1912 venne approvato il Radio Act, la

prima legge in materia passata negli Stati Uniti, che imponeva che i messaggi dei

radioamatori potevano raggiungere lunghezze d’onda di 200 metri o meno. C’era stata

però un’opposizione a questa regolamentazione, in quanto l’aria era considerata libera

per tutti.

In Gran Bretagna, secondo quanto stabilito dal Wireless Telegraphy Act del 1904, tutti i

ricevitori di segnali radio dovevano avere una licenza delle poste e la società di

Marconi, nel 1920, aveva una licenza generale per la telefonia sperimentale. Con

l’inizio delle trasmissioni dei concerti Marconi da Chelmsford, però, la società andò

incontro alla dura opposizione del Wireless Telegraphy Board, un organo con una forte

rappresentanza di militari. Queste trasmissioni, secondo il Board, non solo

interferivano coi messaggi legati alla difesa, ma stavano trasformando la radio in un

«giocattolo per divertire i bambini». Il loro parere negativo fece sì che il permesso di

trasmettere concesso alla stazione di Chelmsford fosse annullato. Ciò scatenò le

proteste dei radioamatori: stilarono una petizione firmata poi da 63 associazioni

costringendo il direttore generale delle poste a tornare sui suoi passi.

Prima del 1914 tre inventori, un inglese, un americano e un canadese, mostrarono la

via della radiodiffusione del suono. Nel 1904 Fleming ideò la valvola termoionica. Nel

1906 de Forest aggiunse un terzo elettrodo a forma di griglia tra il catodo e l’anodo

della valvola a due elettrodi di Fleming: questo permise l’amplificazione dei segnali

radio deboli e la copertura di distanze maggiori. L’ultimo dei tre inventori, Fessenden,

si servì di un alternatore ad alta frequenza per trasmettere il concerto radiofonico del

1906: da Brant Rock, Massachussetts, venne captato fino ai Caraibi. Anche Forest,

resosi conto della necessità di un servizio di questo tipo, volveva concentrarsi sulla

trasmissione della musica nelle case private e nel 1910 trasmise direttamente dal

Metropolitan Opera di New York, dove cantava Caruso. Pensava già alla trasmissione

via etere come a un medium, già che prima che la tecnologia fosse all’altezza. Mentre

l’Europa era in guerra, nel 1916, trasmise la partita di football Yale-Harvard e nello

stesso anno diffuse una cronaca di sei ore della competizione per la presidenza. Nel

1916 la maggior parte degli esperti di radio inglesi non era persuasa che la radio

avesse davanti a sé il genere di futuro previsto da Forest.

Dopo Forest, avevano immaginato questo futuro per le radio anche l’inglese Burrows e

l’americano Sarnoff. L’inglese per primo inserì nelle sue previsioni per il futuro della

radio le pubblicità. Per il finanziamento dei suoi programmi radiofonici Sarnoff invece

si affidò a un potentissimo consorzio di fabbricanti e commercianti di radio. In

Inghilterra, invece, sarebbe nata la Bbc, un monopolio. La Bbc trasse i suoi introiti

iniziali non dalla pubblicità ma dai diritti sulla vendita di apparecchi radio. Fu resa

monopolio in seguito alla decisione del governo che, data la grande concorrenza per

l’accesso a bande insufficienti, ci sarebbe dovuta essere un’unica organizzazione per

le trasmissioni radiofoniche. In America non considerò neanche questo tipo di

soluzione. La Rca non poteva operare come monopolio e nemmeno la AT&T riuscì nel

tentativo di promuovere la programmazione vendendo tempo sulla rete ad aspiranti

clienti dietro pagamento di diritti. Le trasmissioni sarebbero state avviate in modo

molto diverso in America. Nel 1922 gli Stati Uniti furono colti alla sprovvista da un

boom della radio: la risposta fu la comparsa di un gran numero di emittenti di ogni

tipo, alcune collegate a giornali quotidiani, altre a organizzazioni di vendita al

dettaglio, altre ancora a città o a scuole e università. Già nel maggio del 1922 il

ministero del Commercio aveva concesso più di trecento licenze. alla fine del 1922 il

numero delle licenze era arrivato a 572. I quotidiani e i periodici stampavano

supplementi dedicati alle radio, incoraggiando il pubblico a comprare gli apparecchi. Il

numero delle piccole emittenti sarebbe poi diminuito considerevolmente e alla fine

sarebbero emerse reti potenti: la prima fu la Nbc, lanciata da Sarnoff, la seconda fu la

Cbs, creata nel 1927. La porzione delle grandi reti passò dal 6,4% del 1926 al 30% del

1931. I radioamatori vennero spinti sul fondo della scena. La pubblicità divenne il

fattore dinamico dal punto di vista finanziario. La pubblicità radiofonica era il mezzo di

espressione commerciale della modernità. Gli imprenditori americani, grazie alla radio,

si trovavano in mano la chiave per aprire la serratura praticamente di tutte le case

degli Stati Uniti. La radio non era vista così in Gran Bretagna e nella maggior parte dei

paesi europei, il primo dei quali ad avere trasmissioni radiofoniche regolari fu l’Olanda.

Il percorso inglese fu diverso: mentre la Bbc ricevette la licenza dalle poste solo nel

1923, i suoi primi programmi furono diffusi nel 1922. L’assegnazione delle poche

lunghezze d’onda era materia di dure contrattazioni nazionali e internazionali. Un

congresso organizzato a Praga nel 1929 determinò che i dettagli delle assegnazioni

entro il totale che spettava a ciascun paese spettava alle amministrazioni locali

determinarlo. In tutti i paesi interessanti allo sviluppo delle trasmissioni radiofoniche

l’iniziativa veniva lasciata agli enti radiofonici appena organizzati a livello locale,

regionale e nazionale: questi crebbero negli anni Venti. Alcune erano commerciali,

altre sotto controllo pubblico, altre ancora, come la Bbc, non erano né commerciali né

sotto il controllo dello Stato. Tuttavia, dovevano dividere il ruolo di «intermediazione

culturale» con l’industria discografica, col cinema, con le arti dello spettacolo, con le

associazioni sportive.

Il cinema e la televisione

All’origine del cinema e della televisione c’era l’apparecchio fotografico. La camera

oscura era da secoli uno strumento dell’artista. La nuova macchina fotografica

ottocentesca si sviluppò in Francia e in Gran Bretagna, per poi venire rivoluzionata

negli Stati Uniti. Fu uno sperimentatore francese, Niepce, a produrre la prima

fotografia dal vero, poco dopo la fine delle guerre napoleoniche. Lo sviluppo delle primi

immagini nitide si dovette però al suo socio giovane, Louis Daguerre, che cominciò a

lavorare con lui nel 1829. Il giovane battezzò quelle immagini col nome di

«dagherrotipi». I primi dagherrotipi erano oggetti unici: erano visti come espressioni

artistiche che non potevano essere riprodotte in molte copie. La tecnologia, nel

frattempo, continuava a progredire. Le dimensioni e il prezzo degli apparecchi

fotografici calarono notevolmente: Eastman, un americano, sviluppò un ampio

mercato introducendo la macchina fotografica Kodak, utilizzabile da tutti e ovunque.

Come il telefono e la radio, la macchina fotografica veniva prodotta per usi domestici,

ed era prodotta per le masse.

In tutti i paesi interessati dall’industrializzazione, si era accresciuto notevolmente il

benessere materiale e il tempo libero, e gli esempi dei lussi diventati necessità erano

numerosi. L’avvento del film fu il maggiore mutamento tecnologico. Il primo che

adoperò con successo una serie continua di immagini fotografiche per dare

l’impressione del movimento fu Eadweard Muybridge. La sua sequenza

cronofotografica di movimenti di cavalli, realizzata nel 1872, dimostrava che in certi

momenti un cavallo trottava con tutti gli zoccoli sollevati da terra. Nel 1894 Edison

mise in vendita il suo cinetoscopio brevettato, un apparecchio per permetteva di

guardare una pellicola in movimento da un oculare. Il suo cinetoscopio era pensato per

far guardare le immagini a una persona sola alla volta, dietro pagamento di una

monetina. Edison non credeva che adoperarlo per proiettare immagini su uno schermo

potesse essere altrettanto redditizio. Nel dicembre del 1895 Louis Lumière presentò al

Grand Café di Parigi il suo «cinematografo». Una delle pellicole proiettate fu L’arrivo

del treno espresso a Parigi. Lumière realizzò insieme al fratello pellicole che più tardi

sarebbero state chiamate documentari. Attraverso il film fu formato un nuovo

pubblico di massa, molto più ampio di quello del teatro di qualsiasi epoca: questa

sarebbe stata chiamata l’età d’oro del cinema. All’epoca delle prime produzioni il

paese dominante era la Francia, ma anche altrove operavano attivamente i cineasti: in

Gran Bretagna, ad esempio. Nel 1914 gli Stati Uniti erano al secondo posto nel

mercato dell’esportazione di film a Hollywood, destinata a diventare il centro dell’età

dell’oro del cinema. Hollywood era ancora agli inizi della sua espansione, ma aveva già

le sue stelle del cinema, come Charles Chaplin. In Gran Bretagna e in Francia i primi a

proporre film furono i proprietari di music-hall e i professionisti dello spettacolo. Solo

dal 1904 si aprirono sale speciali per le proiezioni: la prima in Gran Bretagna. La prima

sala americana fu aperta nel 1905. Intanto, lentamente, il business del cinema passò

alle grandi società. La modalità della produzione dei film era stata influenzata

dall’esistenza dei brevetti di Edison che avevano validità nazionale e non

internazionale. Nel 1908, dieci grandi società di distribuzione americane, che

adoperavano tutte i brevetti Edison grazie a un accordo raggiunto con lui, tentarono

una fusione monopolistica, che diede luogo alla Motion Picture Patents Company. A

quell’epoca a Hollywood erano arrivati i cosiddetti «indipendenti». Nel frattempo

anche Chaplin si impose con il suo primo film hollywoodiano, Making a Living, che gli

fece guadagnare la fama internazionale. Nel 1919 Chaplin fondò insieme a Fairbanks,

Pickford e Griffith una società propria, la United Artists. Altri film furono importanti:

Metropolis di Lang, registi stimati come Eisenstein, Kurosawa, Bergman.

Un indipendente che si era trasferito a Hollywood, Zukor, contribuì alla distruzione

della MPPC e aprì un canale di comunicazione tra Hollywood e Wall Street: Zukor arrivò

a controllare più di trecento sale cinematografiche. Si levarono dunque le lamentele

dei piccoli produttori, che non riuscivano a entrare o rimanere nell’industria del

mercato del cinema. I magnati però erano destinati a controllare il sistema. Una

società nuova, però, riuscì ad emergere: apparteneva ai fratelli Warner e fu grazie alla

loro intraprendenza che nel 1927 fu realizzato The jazz Singer, il primo film sonoro

famoso, che diede inizio all’età dell’oro del cinema. Era difficile per gli altri paesi

rivaleggiare con Hollywood anche se, con la fine del cinema muto e l’introduzione del

sonoro, il fatto che nel mondo si parlassero tante lingue dava ai produttori non

americani una possibilità che mancava in Gran Bretagna, malgrado le differenze tra

l’inglese e l’americano. I film esprimevano le diverse culture nazionali: in Francia si

sottolineò il ruolo del cinema in quanto arte, come in Germania.

Negli anni Trenta si ebbe una svolta, quando la depressione diede stimolo alla

produzione di film che esprimevano la coscienza sociale dei registi. In questi anni il

cinema non doveva ancora temere la concorrenza della televisione: in pratica nessun

paese aveva ancora una televisione regolare, anche se il termine era stato inventato

già nel 1900. Il fondamento tecnico della televisione è diverso da quello della

trasmissione di immagini ferme. La scansione elettronica, che si sarebbe rivelata la

chiave della televisione di massa, fu individuata come tale nel 1908 da Campbell

Swinton. Nel frattempo, Rosing in Russia aveva condotto degli esperimenti e aveva

proposto un sistema televisivo che utilizzava come ricevitore un tubo catodico. Dopo la

rivoluzione, Zworykin, allievo di Rosing, poté brevettare un sistema televisivo elettrico

completo.

Quando, a distanza di una generazione, intorno alla televisione applicata si raccolse la

prima pubblicità, la situazione era mutata. Se prima non se n’era parlato molto, gli

apparecchi televisivi erano ormai in commercio dagli anni Venti. In Gran Bretagna lo

scozzese Baird nel 1929 ottenne il permesso dalla Bbc di lanciare un servizio televisivo

sperimentale. Baird si interessava a tutti gli aspetti della televisione, compresi i

collegamenti internazionali, ma gli fu difficile lavorare in America, dove venne

ostacolato dagli interessi dei radiofonici costituiti. Fin dall’inizio furono le grandi

organizzazioni e non i singoli inventori a beneficiare dei vantaggi commerciali: la Emi

era una di quelle società. La Emi, che aveva accesso ai brevetti della Rca, aveva

costituito un’equipe di tutto rispetto diretta da un altro allievo di Rosing, il quale aveva

lavorato in precedenza per la Marconi Company. Nel gruppo c’era anche Blumlein.

Utilizzando una telecamera Emitron, si dedicarono all’elaborazione di un sistema a 405

righe per la Gran Bretagna. Nel gennaio del 1935 una commissione d’inchiesta

ufficiale aveva consigliato l’inaugurazione di un servizio limitato, ma destinato a

diventare generale, e raccomandato di istituire una Commissione consultiva per la

televisione. La Bbc nel 1936 organizzò le prime trasmissioni televisive. il primo

sistema a imporsi fu quello d Baird. Ma il sistema realmente avanzato era quello

proposto dalla Emi-Marconi, destinato a trionfare. Baird perse inevitabilmente la gara.

In altri paesi europei, che non ebbero il loro Baird, la televisione elettronica vinse più

facilmente.

Ma la vera età della televisione non sarebbe cominciata prima degli anni ’50.

I grammofoni

Interessante un confronto tra la storia del cinema e gli inizi dell’industria del

grammofono: l’uno portava la gente fuori casa, l’altro ve la faceva rimanere. Fu un

fotografo francese, Nadar, a concepire l’idea di un dagherrotipo acustico che

riproducesse i suoni. Nadar proponeva una scatola in cui si potessero fissare le

melodie, e chiamò questa sua macchina fonografo. Edison trasformò le idee in fatti.

Brevettò nel 1877 un registratore telegrafico meccanico, dove un disco ricoperto di

carta girava su un piatto e una punta assicurata a un braccio incideva una serie di

punti e linee a spirale. Nei primi anni dell’industria del fonografo vi furono aspre lotte

d’interessi tra Edison e Bell (inventore del grafofono). Nel frattempo Emile Berliner, un

inventore tedesco, elaborò una nuova macchina per suonare dischi a solco, che

chiamò grammofono. Berliner era interessato particolarmente alla registrazione di

qualità di musica classica: per lui la riproducibilità era più importante di quanto non lo

fosse per Edison e Bell.

Negli Stati Uniti la Victor Talking Machine Company, fondata nel 1901, seguì un

metodo per cui il disco veniva trattato come un libro e non come una fotografia: gli

artisti di successo avrebbero però guadagnato dalle loro registrazioni molto più di

quanto la maggior parte degli autori ricavasse dai libri. L’organizzazione della musica,

classica e leggera, e i guadagni dei musicisti, basati sui diritti percepiti sulle

esecuzioni, sarebbero stati trasformati dall’introduzione della registrazione sonora.

Anche la vita degli ascoltatori cambiò; il grammofono prese il posto del pianoforte

nelle case.

Dopo la seconda guerra mondiale, in America c’erano quasi 200 aziende nel settore

dei grammofoni, contro le 80 della Gran Bretagna. Tra il 1929 e il 1932 l’industria del

grammofono entrò in crisi: l’età d’oro del disco doveva ancora arrivare.

INFORMARE, EDUCARE, INTRATTENERE

L’industrializzazione ha dato un nuovo significato a ciascun elemento della trinità.

1. Esigeva una circolazione delle informazioni più consistente e affidabile, sia per

ragioni finanziarie, sia per rendere possibile il controllo dei processi industriali;

2. Richiedeva un più ampio accesso pubblico all’istruzione, quindi prima di tutto

alla scuola. Si riteneva fondamentale l’alfabetizzazione di massa, così come lo

sarebbero state considerate negli ultimi decenni del Novecento l’istruzione

permanente e la conoscenza dell’uso del computer;

3. I progressi industriali hanno dato luogo a un aumento di occasioni di relax. In

Gran Bretagna nel 1870 si stabilì che certi giorni sarebbero stati proclamati

festa nazionale. In precedenza, le feste erano legate al calendario delle stagioni

e religioso. Nonostante questo il lavoro stava al centro del Vangelo e rimaneva

un aspetto necessario dell’esistenza umana.

Il quarto potere: la stampa

Il «Times», l’organo di stampa principale di Londra, era visto di per sé come un quarto

potere. L’espressione è stata coniata dallo storico Macaulay, anche se lui si riferiva alla

tribuna della stampa in Parlamento e non al Times. Il concetto medievale di stato –

clero, lord e comuni – era stato distrutto dalla Francia rivoluzionaria ma era

sopravvissuto in Gran Bretagna nelle due camere del Parlamento. La nuova

espressione “quarto potere” fu utilizzata come titolo di un libro da Knight Hunt, un

giornalista.

Il Times perse il suo prestigio quando fu abolito il bollo nel 1855 e le tasse sulla carta

nel 1861. La stampa da un penny era comparsa a New York prima che in Gb: il primo

quotidiano riuscito di questo tipo fu il «Sun» di New York. Altri giornali importanti

furono lo «Herald» di New York, giornale innovatore e completo, il «Tribune» di Bennet

e il «New York Times», fondato da Raymond, che voleva seguire una linea che

separasse le notizie dalle opinioni. La stampa americana si liberava quindi di quei

legami politici di partito, che erano stati molto importanti in una prima fase. Il primo

emendamento, compreso nel Bill of Rights approvato nel Congresso nel 1791, stabiliva

che il Congresso non avrebbe fatto leggi che toccassero la religione o il suo libero

esercizio, né leggi che limitassero la libertà di parola e stampa. Fin dall’inizio la stampa

newyorkese fu solo un elemento nel quadro di una stampa americana mai

centralizzata e anzi fondamentalmente a base locale. In Francia e in Italia la situazione

era analoga, anche se Parigi era il centro dei giornali a diffusione di massa, a

cominciare dal «Petit journal». In Gran Bretagna, mentre il Times perdeva terreno a

Londra, la stampa provinciale prosperava. La stampa provinciale inglese avrebbe

perduto influenza del tardo Ottocento e nel Novecento quando l’informazione, per

varie ragioni, si concentrò a Londra. Un giornale si conquistò la diffusione nazionale

sotto la guida di Scott, il «Manchester Guardian», diventato un giornale da un penny

nel 1855. Il «Daily Telegraph» era un altro giornale di qualità, cominciato come

quotidiano alla vigilia dell’abolizione della tassa di bollo. La posizione dei vari

giornalisti inglesi e dei diversi settori della popolazione sull’abolizione delle tasse di

bollo e sulla carta ha un’importanza strategica nella storia dei media del paese. Le

imposte di consumo sulla carta erano state viste dagli oppositori come tasse sulla

conoscenza e la loro abolizione era stata salutata come un giorno di festa in tutti i

calendari inglesi. Per il Daily Telegraph era essenziale che la produzione di carta fosse

da quel momento governata esclusivamente dalle regole del commercio.

Per ogni paese nella storia della stampa c’è una data che ha rappresentato un

momento importante:

Francia, 1881  l’anno in cui passò la legge che esordiva la libertà della stampa:

vennero rimosse le vecchie restrinzioni.

Germania, 1848  rimosse tutte le restrizioni sulla stampa, ristabilite tre anni dopo.

Giappone, 1875  passò la legge per cui il Ministro degli Interni poteva proibire la

vendita o la distribuzione di giornali quando si fosse giudicato che contenessero

articoli turbativi della pace e dell’ordine.

In tutti i paesi, quali che fossero le leggi, la stampa si era affermata entro il 1900 come

una forza all’interno della società. La stampa sarebbe rimasta un medium basilare

anche molto dopo la comparsa dei media elettronici. I processi di mutamento furono

complicati: con la caduta dei costi di stampa e il formarsi di un pubblico di lettori di

massa, quei giornali che non pretendevano di essere di qualità puntavano più

sull’intrattenimento che sull’informazione. Ma anche i cosiddetti «tabloid» non erano

prodotti standardizzati: erano infatti in concorrenza l’uno con l’altro ma anche con altri

mezzi di comunicazione di massa.

Il fatto più importante fu l’emergere di nuove generazioni di editori dalla mentalità

imprenditoriale. Negli Stati Uniti Hearst e Scripps stavano creando catene imponenti. I

prodotti della stampa di Hearst venivano bollati come giornalismo scandalistico. In

Gran Bretagna Harmsworth, che acquisì il Times, non fu il primo dei magnati che

passarono alle “chiacchiere”. Harmsworth l’aveva accolto come l’inizio di uno sviluppo

capace di cambiare il volte del giornalismo. Nel 1881 il fatto che a Londra venissero

venduti 6 milioni di copie di periodici a basso prezzo, settimanali e mensili, venivano

presentati come un fenomeno straordinario dei tempi moderni. L’alfabetismo stava

crescendo già prima della legge Education Act (estensione dell’istruzione elementare)

del 1870 e c’era una domanda crescente di materiali di lettura molto diversi da quelli

disponibili per il pubblico istruito. La forma letteraria principale era ancora il romanzo,

ma era opinione diffusa che ora stessero prendendo il sopravvento i giornali, dietro i

quali c’erano spesso editori mediocri. Matthew Arnold, poeta e critico, affermò che il

nuovo giornalismo era fatuo in quanto cercava di attirare il pubblico degli elettori

recenti (i nuovi ammessi al voto). All’epoca in cui scriveva, Arnold non si occupava

dell’aspetto dell’intrattenimento quando considerava il ruolo della stampa e nella sua

qualità di ispettore scolastico era pessimista sulle possibilità della stampa di

funzionare come una forza pedagogica. Gli scrittori su posizioni cristiano sociali erano

invece ottimisti, pensavano veramente che l’operaio sarebbe stato più informato, in

grado di giudicare e con interessi più ampi.

Una volta che il bollo venne abolito, quello che accadde fu inaspettato: la maggior

parte degli elettori si rivolgeva alla stampa per svagarsi più che per informarsi.

Nel primo Ottocento, però, le dispute sulla stampa non avevano a che fare solo con

l’accesso all’informazione o col miglioramento dell’istruzione. Il giornale era un

simbolo, oltre che un medium.

Per Bagehot, direttore di “The Economist”, la sua era l’età del dibattito ed era convinto

che quotidiani e periodici fossero organi di formazione dell’opinione pubblica necessari

per rendere possibile la discussione. Era inoltre affascinato dal contesto in cui aveva

luogo la comunicazione: per lui la diffusione delle idee aveva una dimensione

pedagogica, ma ne aveva anche una sociale e politica.

Cobbett, difendeva la partigianeria politica: nella visione c’era un elemento

conservatore ma era inevitabile che la maggior parte dei conservatori inglesi

dell’epoca disapprovasse il radicalismo tory, così britannico. Sismondi, storico e

sociologo, osservava che mentre la stampa quotidiana costituiva un potere, il suo

scopo non era il bene pubblico, ma ottenere il maggior numero possibile di

abbonamenti.

Nel 1886 fu creata un’associazione nazionale dei giornalisti. La National Union of

Journalists, un vero e proprio sindacato, sarebbe stato creato nel 1907. Questi

giornalisti, però, non avevano compiuto studi specifici, come si cominciava a fare negli

Stati Uniti: per loro il mestiere era artigianale, da imparare con l’esperienza. A New

York, la capitale dei media, la Columbia University sarebbe diventata la maggior fucina

di giornalisti dopo il 1912, pur essendo un istituto di studi post-laurea. Fondatore era

Pulitzer.

Due importanti interventi, di Robert Ezra Park, uno dei fondatori della Scuola di

sociologia di Chicago, che affermava che il giornale era il grande mezzo di

comunicazione, un’opinione pubblica che poggiava sulla base dell’informazione che

forniva. Un altro grande nome del pantheon giornalistico americano era Walter

Lippmann, che ammetteva che molte persone compravano il giornale perché la loro

vita era noiosa. Scavò più a fondo, vincendo due premi Pulitzer, e arrivò alla

conclusione che il potere della stampa non si esprimeva nella personalità del direttore

quanto nel flusso delle notizie stesse. Una selezione delle notizie era indispensabile.

L’idea di sfera pubblica di Lippmann era difficile da mantenere, in un quadro che

sembrava fatto di deformazioni da parte dei media. Importanti anche le immagini oltre

che le parole: il primo quotidiano illustrato fu lo “Evening Illustrated Paper”, fondato

nel 1881.

Alla fine del XIX secolo il clima era mutato e i titoli di testa dei giornali avevano più

peso rispetto ai lunghi articoli di fondo o delle lunghe cronache dei dibattiti

parlamentari. Si dava spazio alle storie, destinate ad attirare in particolar modo il

pubblico femminile. A partire dal 1880 si puntò anche sulle rubriche di pettegolezzi e

sulle interviste. Alcune storie cominciavano ad appartenere al campo della pubblicità.

Negli Stati Uniti la spesa per le pubblicità superò tutti i record.

La figura più controversa del primo Novecento fu Stead, alla direzione della londinese

Pall Mall Gazette. Prima di Stead, la Gazette era stata considerata estranea alla

volgarità e al sensazionalismo. Ora invece mescolava editoriali di forte impatto

emotivo con notizie scandalistiche. Stead diresse la Gazette solo per cinque anni, poi

fondò la “Revie of Reviews”, un periodico che si dimostrò redditizio. Nel 1912 fu una

delle vittime del Titanic. Un’altra importante personalità era Harold Evans, poi

direttore del Sunday Times. Il diritto all’informazione del pubblico ha avuto pochi

difensori tanto eloquenti quanto Evans. Con Evans, il Sunday Times si dotò si

un’apparente rivista con illustrazioni a colori, stracolma di pubblicità. Ora il

giornalismo investigativo era dato per scontato come lo era in passato quello

scandalistico.il giornalismo scandalistico fiorì negli USA decenni prima dell’epoca di

Evans, gettando le basi dell’età della riforma. I giornalisti che rimestavano nel fango,

diffidavano di tutti i magnati, compresi quelli della stampa, i quali, nel caso della Gran

Bretagna, potevano generare ulteriori sospetti quando, oltre a esercitare potere,

ricevevano onori pubblici. Il ruolo degli editori nel giornalismo britannico venne

attaccato nel primo decennio del secolo da quelle cerchie di ispirazione liberale. La

stampa del 1909 era sempre più monopolizzata da alcuni uomini ricchi e lungi

dall’essere l’organo della democrazia era diventata la cassa di risonanza di tutte

quelle idee che appaiono utili ai grandi interessi materiali. Questa era l’epoca dei

baroni della stampa, esaltati dal proprio potere. Ai lettori venivano offerte molte cose

di sicuro richiamo, tra cui le parole crociate, le gare e lo sport. Spesso la politica

veniva per ultima. Ma con la seconda guerra mondiale l’atmosfera cambiò e i limiti del

potere politico della stampa furono rivelati nel 1945 quando, nonostante le indicazioni

del Daily Mail e del Daily Express, Winston Churchill fu pesantemente sconfitto e il

partito laburista vinse le elezioni nazionali. Nel corso della guerra, comunque, la

diffusione dei quotidiani nazionali era aumentata, dopo un periodo di crescita lenta

negli anni Trenta, quando la tiratura dei giornali di provincia calò. In questa situazione

Rupert Murdoch acquisì il nuovo “Sun”, il “News of the World”, e nel 1981 il “Times”.

La concentrazione del potere mediatico nel XX secolo suscitò preoccupazioni crescenti

tra il 1961 e il 1981. Non solo determinava un offuscamento della distinzione tra

informazione e intrattenimento, ma confondeva anche la maggior parte delle linee di

demarcazione tra sinistra e destra. L’impero di Murdoch si estese al cinema e alla

televisione.

Importante osservare anche la relazione della stampa con gli altri medium, la radio e

la televisione. I giornali dovettero abituarsi alla nuova situazione che si sarebbe venuta

a creare con i nuovi mezzi di comunicazione: in Gran Bretagna Riddell si era

preoccupata di come le nuove generazioni avrebbero tratto le loro informazioni, se

tramite l’udito con la radio e avrebbero così smesso di leggere.

Lo stesso problema si creò poi con la televisione.

L’età del broadcasting

Bisogna partire dal broadcasting sonoro piuttosto che dalla televisione: inizialmente

l’ingresso nell’era della televisione fu dovuto alle stesse istituzioni che avevano

introdotto l’età del broadcasting. Negli Stati Uniti, la Nbc e la Cbs si vedevano come

istituzioni, in Inghilterra la Bbc.

Durante la seconda guerra mondiale, la maggior parte delle stazioni radiofoniche

europee era in mano ai nazisti e la domanda di notizie «vere» era più forte che mai.

Nel fornirle la radio aveva un chiaro vantaggio sui giornali, un vantaggio che creava

irritazione negli Stati Uniti, ma che era apprezzato in Gran Bretagna. Prima della

guerra, la Bbc era stata molto limitata dalle agenzie di stampa e dalla stampa: ora, col

sostegno del ministro dell’informazione, si era liberata da quelle costrizioni. Ospitava

anche molti giornalisti radiofonici dell’Europa continentale: era la «voce della libertà».

Aveva un’importanza fondamentale il modo in cui interpretava le «opinioni»,

utilizzando molte voci, per la maggior parte di non professionisti. Tra il 1939 e il 1945

si combatteva anche con le parole, e il microfono divenne un’arma importante tanto

nei paesi democratici che in quelli totalitari. Utilizzato negli anni trenta da Hitler. La

radio veniva preferita perché poteva essere controllata e gli apparecchi destinati alla

popolazione prodotti nei tardi anni Trenta non permettevano la ricezione delle radio

degli altri paesi. Invece Lenin e Stalin non si occuparono della radio e i programmi

sovietici erano monotoni, graditi solo ai militanti di partito. La stampa era

rigorosamente controllata. Negli Stati Uniti, dove la stampa era ostile al presidente,

Roosevelt, quest’ultimo utilizzò la radio per avvicinarsi ai cittadini, per dar loro

l’impressione di essergli vicino.

Nessuno di questi usi della radio faceva parte dell’esperienza inglese e perciò,

nell’affrontare il passaggio dalla pace alla guerra, la Bbc dovette modificare e adattare

le proprie strutture e la propria politica in modo maggiore di quanto richiesto ad altre

grandi organizzazioni di broadcasting. All’inizio della guerra, obbedendo alle istruzioni

del governo, la Bbc trasmetteva un solo unico programma, ma già nel gennaio del

1940 lanciò un nuovo Programma per le forze armate in alternativa al Servizio interno.

Diffuso in tutto il mondo, questo programma mutò completamente l’equilibrio dei

programmi della Bbc prebellica, in cui la domenica era distinta dagli altri giorni della

settimana e quando la guerra finì nel luglio 1945 divenne il cosiddetto «Programma

leggero». Quest’ultimo era uno dei tre programmi destinati al pubblico nazionale: il

terzo era un programma culturale minoritario. Nella radio americana, invece, non

c’erano segni di una politica di questo tipo: i network mantenevano il controllo di

questo mezzo, anche se il Dipartimento della guerra aveva una propria rete.

Nell’Unione Sovietica dell’epoca bellica non si fece alcun tentativo di introdurre

programmi distensivi. Solo dopo la guerra si sarebbe dato maggior spazio alla cultura.

Gli inizi: in Gran Bretagna, Reith, ministro dell’informazione e poi direttore della nuova

British Broadcasting Corporation, era stato l’ideatore di struttura, definita nel 1927 da

uno statuto regio che stabiliva che la Bbc doveva informare, intrattenere,educare.

Reith si sentiva investito di una missione: usare il broadcasting solo per intrattenere

sarebbe stato come “prostituirlo”. La Bbc doveva stabilire dei criteri qualitativi: queste

idee richiamavano in parte quelle di Matthew Arnold. Per lui mantenere un elevato

tono morale era di fondamentale importanza. Ai suoi occhi la religione aveva un ruolo

rilevante. Non usava mai le espressioni «mass media» o «comunicazioni di massa». Lo

strumento per realizzare la missione di Reith era il monopolio, anche brutale. Ottenne

appoggi sia ufficiali che non ufficiali, nonostante la posizione di Reith si rivelasse molto

autoritaria. Il «Times» osservava che era stato saggio affidare il broadcasting a

un’unica organizzazione con un monopolio indipendente e destinata a garantire un

servizio pubblico.

La radio americana, invece, aveva già preso una strada diversa da quella inglese. Era

soprattutto un mezzo di intrattenimento, anche se la parola “servizio” si usava molto.

Nella radio americana si consideravano in modo diverso le trasmissioni politiche. Nel

1930 funzionavano circa 14 milioni di radio: era la cosiddetta età d’oro della radio, che

è stata soprattutto un mezzo di comunicazione di massa.

Il rapporto tra radio e pubblicità era il punto su cui differivano maggiormente i diversi

paesi.

INGLESI: il metodo di finanziamento era basato sui canoni; AMERICANI: gli introiti

venivano dalla pubblicità.

CANADA: la radio venne utilizzata per rafforzare l’identità nazionale (per respingere

l’ingombrante modello americano); FRANCIA: radio gestita da un servizio pubblico

organizzato dalle poste, in concorrenza con tredici emittenti commerciali private.

Alcuni paesi svilupparono identità istituzionali proprie, ma erano più numerosi i casi

caratterizzati da una difficile coesistenza tra il servizio pubblico e l’emittenza

commerciale. La Nhk giapponese sembrava la più vicina alla Bbc inglese. Fondata nel

1926, dipendeva dai canoni, ma a differenza della Bbc era sottoposta al controllo del

governo.

In Germania, invece, la situazione era diversa: dopo la guerra, furono i due paesi

occupanti a stabilire la struttura dei sistemi di broadcasting post bellici della Germania

divisa. Nell’Europa orientale, la funzione principale della radio era diventata quella di

formare il senso dello stato socialista: il sistema sovietico era diventato un modello,

come nell’Europa centrale. Nella Germania occidentale federale dopo il 1945 si

concepì un sistema radiofonico decentrato, in larga misura sotto l’influenza inglese:

questo comprendeva nove stazioni emittenti regionali di diritto pubblico, ciascuna

delle quali offriva tre diversi programmi radiofonici.

A prescindere da tutto, la ragion d’essere della radio e delle televisione era l’offerta di

programmi a un grande pubblico invisibile. I diversi paesi, che utilizzavano la stessa

tecnologia, non presentavano la stessa gamma di programmi né li realizzavano allo

stesso modo ma in tutti vigeva una divisione operativa del lavoro. Tutti i programmi

realizzati in studio richiedevano dei produttori, dei presentatori, degli interpreti, dei

performer. Dietro le quinte c’erano sempre anche i tecnici. Negli Stati Uniti, dove sin

dall’inizio la radio era integrata nel sistema dell’imprenditoria, c’era una divisione tra

gli autori dei programmi e i presentatori di tutti i tipi da una parte e dall’altra i


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in culture e storia del sistema editoriale
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.degiovanni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia sociale dello spettacolo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Scarpellini Emanuela.

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