Introduzione
Il mezzo di comunicazione di massa: tecnica, organizzazione, contenuto e pubblico
A partire dall’inizio dell’Ottocento è apparso nel mondo occidentale un fatto sociale nuovo: il
mezzo di comunicazione di massa, allo stesso tempo tecnica, organizzazione, contenuto e pubblico.
I media sono indissociabili dalle tecniche di fabbricazione e diffusione dei messaggi: la loro storia
corrisponde da questo punto di vista ad un arricchimento continuo.
I media corrispondono anche ad un nuovo tipo di organizzazione, una categoria particolare
all’interno della società industriale.
L’originalità dei media è duplice: essi hanno contribuito a creare nuove disposizioni di testi e di
immagini.
I media agiscono inoltre su un determinato pubblico, composto da gruppi esistenti, come famiglie,
professioni, classi sociali, che essi non fanno scomparire; contribuiscono però a modellare in modo
nuovo le coscienze collettive.
I media e le loro frontiere
Per quanto riguarda l’enumerazione dei diversi media, generalmente si utilizzano i procedimenti
tecnici per caratterizzarli, poi il significato tecnico iniziale si perde e termini come “stampa”,
“radiodiffusione”, “cinema”, “televisione” rimandano a istituzioni ed organizzazioni specializzate in
quelle tecniche.
Gli strumenti tecnici non sono certo sufficienti a caratterizzare un mezzo di comunicazione di
massa; occorre integrarvi la dimensione sociale. La stampa in questo senso è il migliore esempio,
perché uno stesso strumento tecnico ha prodotto allo stesso tempo libri, grandi quotidiani popolari,
stampati dalla tiratura limitata, ecc.
Per di più ogni mezzo di comunicazione di massa ha le sue frontiere, prima di tutto da un punto di
vista sociale.
Teorie
Si analizzeranno qui le correnti di pensiero più influenti che hanno la pretesa di guardare dall’alto il
campo dei media e ambiscono a render conto delle loro caratteristiche più generali.
Nel linguaggio corrente ogni ipotesi esplicativa può essere definita teoria. Si può parlare di “teorie
professionali” divulgate da esperti, oppure di “teorie profane” riconducibili a lettori, ascoltatori e
spettatori.
Con ambizione più scientifica il termine “teoria” può essere utilizzato per qualificare le “teorie di
medio raggio”, ovvero insiemi di ipotesi destinate a render conto di un fenomeno o di una categoria
di fenomeni, all’interno di una disciplina scientifica, senza pretendere di essere valida per la
disciplina nella sua totalità.
Il cerchio delle teorie: profeti, empirici e critici
Le grandi teorie censite sono altrettanti “idealtipi”, modelli intellettuali che non esistono mai come
tali nella realtà ma che consentono di accrescere l’intelligibilità di quest’ultima, di orientarvisi, di
classificarla.
Che cosa contrappone in primo luogo gli idealtipi teorici? Innanzitutto un polo scientifico e un polo
profetico.
Due grandi correnti strutturano il polo scientifico, quella empirica e quella critica.
La prima, tuttora prevalente, percepisce gli effetti come limitati. In essa il rifiuto dell’idea di media
potenti si accompagna ad una valorizzazione del ruolo attivo del pubblico. Sul piano delle teorie
sociologiche essa accorda la sua preferenza alla tradizione funzionalista; sul piano politico è
ottimista, ovvero pluralista. All’autonomia individuale dello spettatore corrisponderebbe un
pluralismo nelle correnti d’opinione espresse dai media.
All’opposto, la corrente critica dichiara di voler “decifrare” o “smascherare” un processo globale di
dominazione sociale nelle società capitaliste, che non viene colto dal semplice osservatore. I media
sono analizzati come uno strumento di questo processo e sono perciò considerati fortemente
influenti sul pubblico.
Per quel che riguarda le correnti profetiche, esse rispondono al criterio di generalità di una grande
teoria, non a quello della sua scientificità. Si trovano in effetti ad essere “protette” dalla loro non
verificabilità. In quanto profetiche, esse parlano spesso del futuro e non esitano a predire quale sarà
l’effetto prodotto da questo o quel mezzo di comunicazione di massa. Queste correnti analizzano il
settore a partire dal presupposto della potenza degli effetti prodotti dai media. Si possono
classificare i profeti in due modi. In primo luogo si possono dividere fra ottimisti (utopisti) e
pessimisti (elitisti): gli utopisti sono meno numerosi e si contano soprattutto fra i giornalisti, hanno
di volta in volta esaltato le capacità della stampa, della radio, della televisione di stabilire o
ristabilire la democrazia politica o culturale, e orientano oggi le loro speranze su Internet; gli elitisti
richiamano una tradizione di critica colta sui media e lamentano un declino di cui attribuiscono la
responsabilità allo sviluppo dei media.
Le teorie profetiche hanno il merito della semplicità: si possono distinguere anche in base al tipo di
spiegazioni che esse privilegiano, che può essere tecnica o sociale. I profeti costituiscono in realtà
un insieme più omogeneo di quanto non appaia. Inoltre, determinismo tecnologico e massificazione
non sono distanti fra loro: nel pensiero di molti autori, massa e tecnica sono inseparabili ed
entrambe le tesi partono dal presupposto di situazioni individuali in cui l’individuo posto di fronte
allo schermo o al giornale reagirebbe come se fosse svincolato da qualunque legame sociale.
Correnti profetiche: la “massificazione”
Tra le correnti profetiche cominciamo da quella che fu forse, al tempo della stampa, la prima teoria
sui media, ovvero la teoria della massificazione. La massificazione è vicina all’elitismo; essa
affonda le sue radici nei timori suscitati dalla diffusione presso un largo pubblico di idee e racconti
fino ad allora riservati a gruppi minoritari. In sostanza, la massificazione disgrega la società, e/o
annienta la sua eredità culturale.
Radici storiche: “massificazione” ed elitismo: nella storia del pensiero sociale, la visione di una
società trasformata in massa di individui atomizzati è nata con le grandi concentrazioni urbane della
rivoluzione industriale. È nel XIX secolo che si è sviluppato, nel giornalismo e nella letteratura, il
tema delle “folle ribelli”, incontrollabili, percepite allo stesso tempo come credule e manipolabili a
piacimento. I primi giornali popolari sono presto individuati come lo strumento privilegiato di tale
manipolazione.
La teoria della massificazione ha influenzato i primi lavori di sociologia, specialmente le riflessioni
sul ruolo della propaganda durante la prima guerra mondiale: gli effetti dei media sarebbero simili a
quelli di una gigantesca iniezione che addormenta gli individui.
Negli anni Trenta l’ascesa delle dittature e del fascismo rafforza le rappresentazioni della folla come
insieme di individui atomizzati, vulnerabili di fronte alla manipolazione politica, allo slogan, al
simbolo, più sensibili all’emozione che al ragionamento.
La concezione dei rapporti sociali che prevale in questa corrente è semplice, se non semplicistica: i
media agiscono per contagio, per suggestione, per imitazione.
Dall’età delle folle alla società di massa: la nozione di massa, come quella di folla, non gode di uno
statuto privilegiato nelle scienze sociali. L’idea di “massa” deriva in larga misura da quella di
“folla” ed è impiegata più o meno allo stesso modo. Alla manipolazione diretta della folla da parte
dell’agitatore corrisponde la manipolazione della massa da parte dei media: folla e massa si
oppongono a “pubblico”, nozione che privilegia, al contrario, il sentimento di integrazione tra gli
individui che lo compongono. Il termine “massa” conserva oggi una connotazione pessimista,
tranne che nel rovesciamento volontario operato dal marxismo.
Pessimismo: “propaganda sociologica” e “spettacolo”: il pessimismo degli autori di questo filone,
come Gustave Le Bon, era profondo e partiva da una visione disincantata degli uomini moderni,
sovraesposti ai media e pronti a tutte le credulità, arrivando secondo Guy Debord ad un punto
estremo per cui lo spettacolo costituisce il modello di vita socialmente dominante.
Pessimismo ed elitismo: cultura di massa contro cultura delle élite: in campo culturale questo tema
della massa trasformata dai media gode della più grande fortuna. L’opposizione può essere,
specialmente negli autori più pessimisti, binaria: cultura alta/cultura bassa, o cultura d’élite/cultura
popolare. Come punto di partenza questi autori denunciano le minacce che la nuova cultura di
massa, prodotta dai media, fa pesare sulla cultura d’élite; si allarmano per la gerarchia dei valori
culturali, che vedono stravolti, se non distrutti: la cultura alta tradizionale è percepita come incapace
di difendersi dalle violente critiche della nuova cultura mediatica, che la riutilizza spudoratamente
distruggendola e che la sottomette ad obiettivi commerciali denunciati come moderne barbarie.
Questa inquietudine di fronte alla cultura di massa si ritrova peraltro fino ai giorni nostri.
Ottimismo: divulgazione della cultura e integrazione delle masse: certi autori hanno percepito come
un fatto positivo l’avvento di una “società di massa”. Il merito principale attribuito ai mezzi di
comunicazione di massa è la diffusione della cultura. Per molti autori il piccolo schermo ad esempio
è una vera e propria opportunità e speranza per la cultura: diffondendo una cultura, pur
standardizzata, la televisione contribuisce all’integrazione di un gran numero di persone.
Dopo l’elitismo di ritorna all’utopismo: la comunicazione comporta infatti un pubblico frammentato
e attivo, in opposizione al pubblico dei grandi media, che si suppone passivo e omogeneo. Il
successo di Internet è ascrivibile alla stessa speranza.
Correnti profetiche: il determinismo tecnologico
Il determinismo tecnologico nasce, come la teoria della società di massa, da un timore: i
deterministi sottolineano il rapporto fra il supporto utilizzato e i processi cognitivi e dicono, in
sostanza, che ogni mezzo di comunicazione di massa ci indica come pensare.
Essi utilizzano spesso un unico mezzo di comunicazione o i “media” come soggetto dell’enunciato,
mentre all’opposto le teorie scientifiche si sforzeranno di distinguere fra categorie di media.
«Il medium è il messaggio» (Marshall McLuhan): secondo la formula dell’autore più illustre di
questa corrente, non è al livello delle idee e dei concetti che la tecnologia produce i suoi effetti, ma
sono piuttosto i rapporti tra i sensi e i modelli di percezione a essere modificati da essa poco a poco
e senza incontrare la minima resistenza. Occorre dunque dare grandissimo rilievo al contenitore, la
cui influenza è considerevole. McLuhan attacca duramente coloro che affermano che la televisione
può essere la migliore o la peggiore delle cose, a seconda di ciò che vi si mette dentro, poiché così
si dimentica ciò che essa è. Il medium, cioè, è il messaggio.
Una delle sue tesi più celebri distingue inoltre fra media freddi e media caldi.
Senza essere sistematicamente ottimista, McLuhan tende comunque a rassicurare coloro che si
allarmano di fronte alle nuove tecnologie, e ad adottare un tono entusiasta.
Dall’ottimismo al pessimismo: gli eredi di McLuhan hanno in gran parte abbandonato quel tono
ottomistico. Nell’epoca della televisione commerciale, i deterministi tecnologici sono diventati
pessimisti.
Una visione apocalittica dei media: nella critica ai media, altri autori sono andati ancora più in là,
riducendo i contenuti dei media a simulacri e vedendo nella diffusione di massa una vasta
operazione di potere contro la quale è a priori impossibile lottare.
Correnti scientifiche: gli empirici
I lavori della corrente che viene chiamata empirica sono nati all’interno della psicologia sociale e
della sociologia. Gli empirici danno la priorità al lavoro sul campo, all’“inchiesta” e la loro
conclusione è piuttosto netta: secondo gli empirici si sono attribuiti alle comunicazioni di massa
effetti ben più ampi di quelli che le ricerche empiriche attestano.
Paul Lazarsfeld: la figura emblematica di questa corrente è quella di Paul Lazarsfeld, uno dei primi
sociologi che si dedica in maniera sistematica alle comunicazioni di massa, fondando nel 1941 il
centro di Applied Social Research alla Columbia University e concentrandosi sull’efficacia dei
messaggi dei media.
Il funzionalismo: in un’ottica sociologica, molte di queste ricerche sugli effetti si collocano in una
prospettiva “funzionalista”: gli autori funzionalisti vedono la società come un sistema
fondamentalmente orientato all’equilibrio e al mantenimento. In questa prospettiva, i diversi
elementi della società contribuiscono all’integrazione globale del sistema.
Il processo di comunicazione nella società assolve a tre funzioni:
controllo dell’ambiente
a) correlazione delle componenti della società per produrre una risposta dall’ambiente
b) trasmissione dell’eredità sociale
c)
A queste tre funzioni Lazersfled aggiungerà quella del divertimento.
Campi di ricerca della corrente empirica: pubblico, messaggi, sistema politico: il senso dei
messaggi è generalmente percepito come non problematico, con finalità limitata e locale. Alla
corrente funzionalista si possono ricollegare anche autori che non si interessano più soltanto ai
messaggi e alla ricezione, come accadeva nei lavori degli inizi, ma che studiano la comunicazione
(politica) come un’interazione fra tre attori: gli uomini politici, i media, il pubblico.
La corrente empirica e la teoria dell’informazione: la teoria dell’informazione e della
comunicazione si spiega nel fatto che una fonte produce un messaggio, il codificatore lo trasforma
in segnali, i segnali sono trasportati attraverso un canale e il decodificatore ricostruisce il messaggio
per un destinatario.
Correnti scientifiche: i critici
Come le correnti profetiche, la corrente critica taccia i ricercatori empirici di conformismo e
timidezza: per voler provare a tutti i costile proprie affermazioni, si sommano ricerche che non
producono alcun effetto cumulativo e non consentono alcuna generalizzazione: in sintesi, secondo
loro la ricerca empirica trascurerebbe le questioni essenziali.
La corrente critica radi
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