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semplicismo dell’analisi del contenuto e punta ad una organizzazione implicita e non a ricorrenze

statistiche nel contenuto esplicito. La semiologia si interessa non tanto alla denotazione quanto alla

connotazione: la denotazione è il primo livello di senso, condiviso da tutti i locutori; le connotazioni

sono tutti i sensi supplementari, accessibili soltanto in alcuni contesti o a certe comunità di utenti.

I mass media diventano territorio prediletto della semiologia.

La semiologia come ausilio della politica?: la semiologia ha goduto di notevole popolarità grazie ad

un imperialismo metodologico che vorrebbe affermare il primato della linguistica come modello di

comprensione di tutti i fenomeno sociali, specialmente di quelli politici.

Edgar Morin e L’Esprit du temps : una sintesi ambivalente : con quest’opera Morin opera una sintesi

ambiziosa delle ricerche sui media allora disponibili. Partendo dai messaggi, egli cerca la specificità

dei media nel carattere massivo della diffusione, che trascenderebbe le antiche divisioni tra classi,

nazioni, ecc., e creerebbe un rapporto nuovo. Avvicinandosi talvolta alla corrente profetica, Morin

afferma la propria simpatia per la cultura di massa e offre una panoramica sulle tematiche dei media

(i miti della felicità e del consumo, l’esternazione multiforme e massiccia della violenza, l’erotismo,

ecc.); Morin propone infine concetti presi liberamente dalla psicoanalisi per spiegare i meccanismi

fondamentali della ricezione, ovvero la proiezione e l’identificazione. Egli si rifiuta infine di fare

una scelta sulla somma degli effetti, poiché secondo lui ad esempio lo spettacolo della violenza

inciterebbe e calmerebbe allo stesso tempo.

Christian Metz, o il film come linguaggio: altri ricercatori si interrogano invece su alcuni media

cercando di ridurli ad un sistema di segni autonomi, cioè indipendente dal contesto storico e sociale

e necessariamente capito da tutti allo stesso modo. Il tentativo più completo di tutto ciò è collegato

al nome di Christian Metz ed è relativo al cinema: Metz scompone il film in una serie di unità

elementari che, combinate, producono certi significati. I suoi tentativi, che successivamente

esploreranno anche il campo della psicanalisi freudiana si scontrano però con l’impossibilità di

affermare che il film venga capito o percepito nel modo in cui lo descrive il ricercatore, suggerendo

invece che si ha a che fare, più che con un senso univoco e chiaro, con un potenziale di significati

all’interno del quale il recettore attinge.

L’informazione televisiva: il telegiornale merita un approfondimento, configurandosi come genere

politico per eccellenza, narrativo e ripetitivo. L’informazione è un genere rigorosamente codificato:

la gerarchia e la presentazione sono ampiamente prevedibili e la concorrenza fra reti televisive

produce sempre e comunque telegiornali simili (scioperi presentati con relativa ostilità, incidenti sul

lavoro trascurati, poteri forti rappresentati in modo più favorevole dei poteri deboli, ecc.). Le notizie

sono un accostamento di eventi non collegati fra loro, profondamente prevedibili e vincolati al

presupposto interesse del pubblico; le notizie adoperano non tanto la forma della spiegazione

quanto quella del racconto, con una sequenza di eventi, di personaggi principali e secondari, di

intrighi, un inizio e una fine.

Analisi del discorso e lessicologia: prendiamo alcuni esempi: quando si parla di “problema

dell’immigrazione” o si discute sulla “colpevolezza di X”, si parte già dal presupposto che

l’immigrazione sia un problema e che X sia colpevole. L’analisi del discorso ha dato luogo ad un

numero notevole di lavori e si è concentrata sul vocabolario, più facile da cogliere, piuttosto che

sulle frasi (da qui il particolare sviluppo della lessicologia al suo interno). Il senso delle parole

nasce dal loro uso nel contesto, e l’oggetto dello studio sono perciò una rete di associazioni.

Gli studi sulla ricezione

Gli anni Ottanta sono stati segnati, in contesti molto differenti, da una diversificazione dei metodi,

delle procedure e dei risultati, ma la parte più visibile delle ricerche mette il proprio accento sulla

ricezione.

Che cosa intendiamo per ricezione? Gli studi che la riguardano hanno alcuni tratti in comune. In

primo luogo le influenze subite dai ricercatori (problematiche degli “usi e gratificazione”), in

secondo luogo dal metodo, in terzo luogo la preoccupazione di collegare il contesto con il “testo”,

ovvero con il documento.

Il contributo dei “cultural studies”: la tradizione di ricerca detta dei cultural studies si interessa da

molto tempo ai pubblici propriamente detti: i ricercatori dei cultural studies si preoccupano infatti

della penetrazione della cultura mediatica negli ambienti popolari. I tre tipi di lettura che vengono

distinti sono: lettura dominante (accettazione del messaggio), negoziata (miscela di accettazione e

di opposizione), oppositiva (rottura con il significato concepito).

Evoluzioni della semiologia: la semiologia stessa si evolve e supera il primato del testo sul principio

nuovo che il testo non sia per forza un universo chiuso: si comincia a parlare di “contratti” proposti

dai diversi generi allo spettatore e di “potenziali” di lettura.

La fiction, territorio di predilezione: gli studi sulla ricezione si sono concentrati principalmente sulla

fiction. Mentre l’informazione sembrava appropriata ad uno studio politico collegato alla

semiologia, la fiction, essendo più varia, corrispondeva meglio all’immagine del pubblico

evidenziata negli studi sulla ricezione. Negli anni Ottanta c’è una soap-opera statunitense che

raccoglie enorme attenzione: Dallas. Per studiare le “letture” di Dallas gli studiosi ricorrono al

colloquio con piccoli gruppi, davanti allo stesso episodio della serie, appartenenti a cinque comunità

culturali diverse: americani, ebrei russi, arabi israeliani, ebrei marocchini e membri del kibbutz. La

conclusione è che ogni gruppo trova un proprio modo di negoziare con la trasmissione diversi tipi di

letture, di coinvolgimento, ecc.

“Media Events”: la regia dei grandi eventi ha una funzione politica di asservimento ad un’ideologia,

ma non obbedisce comunque a processi ineluttabili e meccanici. I cosiddetti media events sono

eventi organizzati in partenza al di fuori dei media stessi, che interormpono la programmazione

abitudinaria e costituiscono un momento festivo per i telespettatori. Questi avvenimenti vengono

analizzati come vere e proprie cerimonie: un tempo in cui la società sospende i suoi conflitti, un

momento di riconciliazione in cui sono ribaditi dei valori fondamentali. Questi eventi integrano la

società, facendo battere all’unisono i cuori e suscitano un rinnovamento della lealtà verso la società

e la sua autorità legittima. È per questo motivo che causano un’inconsueta emozione collettiva in

molti telespettatori. Se i media sembrano in questa sede notevolmente potenti, gli eventi non sono

mai comunque imposti, ma proposti ad una società che li può rifiutare.

A distanza: conversazioni e ricordi: al contrario dei media events o degli studi sulla fiction, che

colgono gli spettatori nella loro relazione appassionata per un genere o una trasmissione particolare,

altri lavori cercano di capire la ricezione in momenti più distanti da un programma specifico, in cui

l’attività specifica dello spettatore traspare in maniera eclatante. La vita politica, ad esempio, appare

reinterpretata come una serie di metafore della vita familiare, anche nelle persone relativamente

politicizzate che sarebbero in grado di interpretarla in termini prettamente politici.

Metodo qualitativo e metodo quantitativo

Come già detto in precedenza, le suddivisioni fra tradizioni di ricerca dipendono ampiamente dai

metodi adottati.

Esempi d’indicatori quantitativi professionali: troppe ricerche qualitative sulla ricezione tralasciano

gli indicatori elementari. Prima di valutare l’impatto di un mezzo di comunicazione di massa, di una

trasmissione, di un giornale, bisogna sapere quali sono le possibilità di ricezione e se il pubblico è

stato effettivamente in contatto con i documenti in esame. Un esempio può essere preso dal fatto

che in Italia e in Francia si parla di un film in funzione del numero di spettatori, negli Stati Uniti in

base agli incassi. Per quanto riguarda la stampa, la cifra citata più frequentemente è il tasso di

“penetrazione”, ovvero il numero di esemplari venduti, in media, in un dato periodo, per 1.000

individui. La “diffusione” misura il numero di esemplari di un giornale venduti o distribuiti

gratuitamente al pubblico. La “readership” è costituita dal numero di lettori (regolari o occasionali).

Il rapporto tra readership e diffusione è il tasso di “circolazione” di un esemplare in mano a più

persone.

Penetrazione e audience della televisione: per la televisione, gli indicatori di audience più usati

hanno subito una forte evoluzione nel corso degli anni. Ai tempi del canale unico, gli ingegneri

prediligevano il tasso di copertura del territorio; successivamente si impose il tasso di penetrazione

nei nuclei familiari, ovvero la percentuale degli apparecchi per famiglia; ora si calcola il rating, cioè

la percentuale di spettatori rispetto alla popolazione complessiva.

Tre sono gli indicatori d’audience utilizzati più frequentemente. L’indicatore principale di oggi è lo

share, cioè la proporzione di ascolto totale dedicata a un canale o ad un programma. Negli anni

Settanta, si parlava più spesso di “ascolto medio”. L’audience cumulata corrisponde alla percentuale

di individui che sono stati in contatto con la televisione per una durata minima considerata in un

dato periodo: essa misura l’impatto o la notorietà della rete.

Tre precauzioni: riguardo a queste poche definizioni si possono segnalare anche tre precauzioni da

prendere, che corrispondono a tre tipi di errore elementare. Per prima cosa, sapere con quale

popolazione di riferimento si ha a che fare quando si manipola una percentuale (età minime, durata

media di ascolto su mesi o anni, ecc.). Seconda precauzione è quella di verificare se si ha a che fare

con “dichiarazioni” o “constatazioni”. Terza precauzione da prendere è stimare le medie: la durata

di ascolto della televisione ne offre un buon esempio, poiché non tutti siamo telespettatori uguali.

L’osservazione quantitativa del pubblico: i sondaggi: al di là delle normali inchieste disponibili, se

si vuole rispondere su base adeguata ad alcune ipotesi che considerano i dati quantitativi di una

popolazione, occorre procedere a un’inchiesta tramite sondaggio. Il sondaggio combina l’uso del

questionario e un principio statistico, secondo cui è possibile estrapolare per una popolazione totale

le cifre ottenute con una popolazione ristretta (il campione preso in esame).

Vanno rammentati i margini d’errore: più basse sono le cifre più elevati sono i margini d’errore.

Vanno prese anche precauzioni tecniche concernenti la redazione dei questionari, poiché le

domande devono essere precise, chiare, dirette, senza malintesi, immediatamente comprensibili da

chiunque.

Le critiche ai sondaggi: anche se i sondaggi potrebbero essere strumenti scientifici rilevanti, la loro

proliferazione ne ha fatto il bersaglio di critiche scientifiche. La critica essenziale punta

sull’adeguatezza delle domande poste alla popolazione interrogata. Se la preparazione non è

rigorosa, l’aggregazione delle risposte alle domande rischia di essere priva di significato, poiché a

seconda delle popolazioni, la domanda viene capita in modo diverso. È importante che le categorie

siano pertinenti alla persona interrogata, che capisca per esempio i termini usati ma ancor di più che

la domanda abbia un senso per lei. Interrogare una persona su un argomento poco interessante per

lei e che conosce male costituisce, seconda una nota espressione, una “imposizione di

problematica”. Un buon esempio di imposizione di problematica riguarda ad esempio gli effetti dei

media: chiedere ad una popolazione se ritiene che la “presentazione del candidato sia stata decisiva

per la sua campagna” presuppone che le prestazioni televisive possano essere decisive, e costringe

l’indifferente a dichiararsi sulla questione degli effetti.

Politica, organizzazioni e mestieri

Dopo aver affrontato l’argomento principale, ovvero quello degli effetti e dell’influenza dei media,

si esaminerà ora le questione della politica dei media e il loro funzionamento interno.

Per capire il lavoro dei mezzi di comunicazione di massa occorre innanzitutto disfarsi delle

moderne teorie del complotto che riconducono la storia dei media alla sola azione di un ministro o

di un padrone onnipotente e dei suoi fidi. Occorre accettare il fatto che i meccanismi del potere sono

sempre più complessi della somma di destini individuali. Si tratta di una constatazione banale, ma

sulla quale vale la pena di insistere, essendo tanto pregnante l’idea di manipolazione.

Regimi, statuti, regolazione dei media

Secondo la stampa dei paesi occidentali, l’azione dei governanti si divide in due compiti. Da un

lato, in modo visibile, si votano grandi leggi, testi che regolano le condizioni e lo statuto stesso della

televisione pubblica; dall’altro lato, nell’ombra, si fanno pressioni, si nomina, si telefona, ecc. Il

primo polo, quello giuridico, tende ad essere idealizzato, mentre il secondo polo viene denigrato:

per parlare delle leggi si adotta un tono rispettoso, per parlare degli interventi e delle censure di ogni

specie si assume un tono polemico o di denuncia. Eppure occorre cogliere assieme queste due serie

di caratteristiche. Persino nei regimi più liberali si avverte la propensione e spesso la necessità

dell’intervento politico, così come nei regimi più autoritari sopravvivono margini di manovra.

Quattro modelli: autoritario, totalitario, libertà, libertà limitata: i regimi politici dei media possono

essere ridotti a quattro modelli, secondo una tipologia classica: il modello autoritario, il modello

totalitario, il modello liberale e il modello di libertà limitata.

Il modello autoritario: la crescita dei media, e della stampa in particolare, è avvenuta in regimi

autoritari. La stampa è nata sotto questi regimi e contro di essi. All’interno di tale modello, le

imprese della carta stampata non dipendono direttamente dallo stato, ma sono sorvegliate da esso. Il

contenuto non è oggetto di un controllo sistematico, ma la stampa è tenuta alla deferenza e deve far

attenzione a non offendere il potere.

Tale modello che vede i mezzi di comunicazione di massa semplicemente sottoposti al potere non

va mai dimenticato. Prima di tutto perché continua ad esistere, almeno nelle rappresentazioni. Si

tratta di un elemento rimasto centrale nell’ideologia professionale dei giornalisti occidentali che

spiegano volentieri ogni tentativo di controllo dei media come una recrudescenza dell’autoritarsimo

primitivo.

Il modello autoritario non esiste soltanto nell’immaginario giornalistico. Anche l’uomo di stato più

liberale, almeno nei suoi momenti di tensione, ha la sensazione che i media gli siano “contro” e

vorrebbe allora dei media sottomessi, almeno per un certo lasso di tempo.

Un ottimo esempio è la televisione pubblica francese degli anni Sessanta: proveniente da un regime

di funzione pubblica, la radiotelevisione è diventata nel 1959 un ente pubblico industriale e

commerciale, posto sotto l’autorità del ministro dell’Informazione. Da quel momento si vedono

risorgere alcuni tipici meccanismi classici di censura.

Questa tentazione non riguarda allo stesso modo tutti i media: il controllo delle onde radiotelevisive

da parte dei governi era giustificata al fatto che la maggior parte della stampa avrebbe favorito

l’opposizione.

Infine, il regime autoritario non può mai essere perfetto, nel senso che vuole sempre salvaguardare

le apparenze della libertà o dell’autonomia della stampa, per cui la censura rimane un argomento

tabù.

Il modello totalitario: innestandosi sul modello precedente, si tratta di un regime in cui i media sono

sottomessi al potere, ma con un cambiamento d’epoca e di contesto che modifica radicalmente il

significato di questa sottomissione. Il potere mira a ottenere la passività della popolazione e a

controllare le élite, l’ideologia è quella di un regime dittatoriale che reclama, almeno nelle

apparenze, una partecipazione attiva della totalità della popolazione. Il controllo dello stato sui

media è dunque molto più esteso e diretto: tutte le imprese mediali sono pubbliche, lo stato

controlla la formazione dei giornalisti, i media non devono solo evitare argomenti, ma devono

anche partecipare a ogni mobilitazione decisa dal potere, infine i cittadini stessi devono essere

lettori o ascoltatori attenti dei media di stato e soprattutto non devono cercare di informarsi altrove.

Al monopolio della diffusione di informazione deve corrispondere un monopolio della ricezione.

La descrizione appena fatta si applica almeno a due tipi di regime scomparsi: il nazismo e il regime

sovietico.

Il monopolio della ricezione costituisce il punto debole del modello totalitario, come si è visto dal

ruolo che la Bbc ha avuto nei paesi occupati durante la seconda guerra mondiale o dal fatto che nei

paesi del blocco sovietico la lotta contro l’ascolto delle radio occidentali ha costituito un’attività

essenziale del governo.

Il modello liberale, o le trasformazioni delle libertà: questo modello è l’opposto del precedente.

Essendosi posta come difensore della libertà di fronte ai regimi autoritari, la stampa reclama un

regime di libertà d’espressione totale e fornisce essa stessa la matrice di un nuovo regime. La

nozione di libertà può apparire semplice nei suoi obiettivi, se non nelle sue modalità di

applicazione. Questo modello è però il più complesso, poiché è difficile definirlo altrimenti che un

rifiuto dei regimi autoritari e totalitari. I motivi positivi di difesa della libertà di stampa sono sempre

un po’ eterogenei: è stata difesa come un fine in sé, ma anche come il mezzo migliore per far

emergere la verità attraverso il libero confronto dei punti di vista. Il modello liberale è stato

collegato all’istituzione di società democratiche, fondate sul suffragio universale. Idealmente, una

stampa libera avrebbe dovuto accordare la sua priorità all’informazione sociale e politica. In questo

modello il medium di riferimento è il giornale politico quotidiano.

I limiti universali del regime liberale: quello appena esposto è effettivamente un modello dalle

scarse possibilità di realizzazione. In pratica tutti i regimi liberali comportano elementi di

limitazione. Prima di tutto perché bisogna tradurne il contenuto in alcune istituzioni, anche solo per

vegliare alla sua applicazione. Un’altra limitazione dipende dal fatto che la maggior parte dei paesi

occidentali ha voluto evitare che persone di nazionalità straniera controllassero le imprese di stampa

importanti. Nell’era della globalizzazione e della liberalizzazione generale, anche questa sovranità

nazionale è minacciata. Anche per quanto riguarda il contenuto ci sono limiti universali. Nessuna

società lascia i media completamente liberi di criticare il governo o di incoraggiare alla “sedizione”

o alla secessione nazionale.

Verso la libertà limitata: la “responsabilità sociale” della stampa: la concorrenza tra imprese di

stampa non è sembrata ovunque sufficiente perché la stampa svolgesse il suo compito. La

concorrenza stessa è stata oggetto di aspre critiche, fra cui quella della trivializzazione e di una

scarsa possibilità d’accesso a un’informazione di qualità per gli individui svantaggiati

economicamente e culturalmente. Il libero mercato non può più essere identificato con una

situazione ideale, il successo commerciale delle imprese di stampa non corrisponde più al “trionfo

della verità” auspicato dagli originari sostenitori del regime liberale.

Nella tradizione anglosassone le leggi sulla stampa si riducono a misure antitrust. In Europa

occidentale si può trovare, al di là dei provvedimenti antitrust, un insieme di misure vicine destinate

ad assicurare la trasparenze delle aziende di stampa e limitare la concentrazione.

La libertà limitata: il servizio pubblico radiotelevisivo: il regime liberale definito per la stampa non

è mai stato applicato ai media audiovisivi. Fin dalla crescita della radio, la relativa scarsità dei

canali disponibili, aggiunta alla sensazione dell’influenza, ha giustificato l’intervento dello stato,

specialmente in Europa.

In Europa occidentale questo intervento è stato fatto in nome di una nozione giuridico-politica

apparsa a cavallo del secolo, quella di “servizio pubblico”. Introdotta come una medicina, la

concorrenza è rimasta inizialmente interna al servizio pubblico, fino alla deregolamentazione degli

anni Ottanta e la conseguente moltiplicazione dei canali.

La libertà limitata: i paesi in via di sviluppo: il modello della libertà limitata corrisponde anche a un

altro contesto. Nelle giovani nazioni del Terzo Mondo, il “potere” attribuito alla radiotelevisione è

apparso come una leva indispensabile per forgiare identità nazionali nuove, con frontiere incerte,

con considerevoli problemi economici, sociali e culturali. L’istruzione e più generalmente la priorità

data a trasmissioni che esaltavano la costruzione della nazione diventano, in questo modello,

prioritarie per i professionisti. Nella pratica questo modello dei “media per lo sviluppo” incontra

molte difficoltà: gli viene spesso rimproverato di essere una giustificazione per ritornare verso

l’autoritarismo, se non il totalitarismo. Sul campo, la concreta messa in opera dei compiti di

educazione nazionale ha perduto terreno di fronte all’intrattenimento.

Aspetti internazionali: “free flow” o propaganda?: la storia internazionale è caratterizzata

dall’estensione del modello liberale. Questa estensione è stata esplicitamente nella dottrina del free

flow of information, interpretata come un vero e proprio imperialismo culturale.

Professioni, mestieri, organizzazioni

Dal potere sui media che verrebbe esercitato dalle autorità politiche, passiamo ora al potere nei

media.

Classificare: i media dipendono contemporaneamente da tecniche in rapida evoluzione,

dall’abbinamento tra un input artistico e una gestione industriale, da differenti stati giuridici e

presentano un’ampia varietà di attività e mestieri.

Misurare: sociografia dei giornalisti: la maggior parte delle carriere dei giornalisti si svolge

all’interno di un unico medium. La maggior parte dei giornalisti sono uomini di un unico medium

nel quale fanno carriera.

Tipologia delle organizzazioni: pare che, per mantenere il proprio potenziale creativo, le grandi

aziende necessitino il lasciar proliferare intorno a sé piccole e medie imprese che propongono

progetti, reportage, film, ecc. Tutto ciò corrisponde a diversi processi: è un modo giuridico per far

vivere l’ideale di autonomia dei creatori e di alcuni giornalisti (per venire incontro alla loro

vocazione artistica o civica) che si trovano più a loro agio in una piccola impresa pagati a “riga”

piuttosto che come dipendenti di una grande organizzazione. Una distinzione essenziale divide

ovviamente le imprese pubbliche da quelle private: lo statuto pubblico ha riguardato, soprattutto in

Occidente, la radiotelevisione, in cui il potere dei mestieri organizzati è più forte e più vincolato al

contesto politico, mentre nel settore privato i criteri di successo sono più dichiaratamente

commerciali e le professioni sono meno potenti e più sottoposte alla logica dell’impresa.

Crisi o trionfo del modello liberale

L’ambiguo trionfo del modello liberale di gestione dei media è rappresentato, oltre che dai media,

dalla sua estensione alla maggior parte dei paesi che vi si opponevano, e anche ai media che

sembravano per natura dipendere dalla gestione o dal controllo statale. Al di fuori dell’Occidente, il

modello liberale è vincente in quanto sembra un ideale politico seducente.

Il modello liberale: i nuovi attori: la crescita dei grandi media ha suscitato l’ingresso di nuovi attori

individuali sulla scena politica ed economica: i padroni dei grandi gruppi internazionali. Essi sono

diventati in primo luogo interlocutori degli uomini politici. Fra di essi i due più di spicco sono

sicuramente stati Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi.

Una società del marketing: l’arrivo di Silvio Berlusconi nel contesto politico italiano illustra come i

metodi del marketing abbiano penetrato la politica. È nato un nuovo mestiere, quello di “esperto in

comunicazione politica”, in corrispondenza con la trasformazione generata dai media sulla figura

dell’uomo politico, imponendo trasparenza, istantaneità, ridondanza e simbolizzazione. Trasparenza

e istantaneità costituiscono un punto di rottura rispetto al passato, perché i politici sono costretti a

sedurre in modo rapidissimo l’audience.

Al di là della politica, su tutta la società la grande impresa mediatica si impone anche come

intermediaria d’obbligo per le altre istituzioni. Per aver successo occorre necessariamente aver

padronanza della dimensione mediatica o comunicativa della propria attività.

Nuovi equilibri professionali, potere della televisione: all’interno dei media, le grandi aziende

private impongono la propria logica ai gruppi professionali più potenti del settore pubblico. I criteri

commerciali di valutazione del lavoro guadagnano terreno rispetto alla preoccupazione per la difesa

della collettività, alle ambizioni artistiche e agli ideali civici. Questa diffusione del modello liberale

è avvenuta attorno al più potente dei media, e anche quello più massivo, ovvero la televisione

generalista. Sono state alcune attività di questo mezzo a trarre maggior beneficio dall’evoluzione:

non le professioni organizzate, ma i mestieri più sensibili al protagonismo che conferiscono ormai il

potere di negoziazione, poiché le star del piccolo schermo (conduttori, giornalisti) rappresentano per

i dirigenti tv la fonte di audience principale.

Etica, fiducia: quali crisi?: quando si parla di media, viene spesso usata la parola “crisi” da parte sia

degli interessati sia dei commentatori e dei critici. Da una decina d’anni i sondaggi sula crisi della


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viola_fr

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in teorie e metodi per la comunicazione
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher viola_fr di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia sociale dello spettacolo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Scarpellini Emanuela.

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