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La figura della donna nel fascismo tra storia, letteratura, moda e arte

Tesina multidisciplinare costruita sulle seguenti materie: Storia, Storia Sociale, Letteratura Italiana, Lingua Francese, Storia dell’Arte, Storia della Moda.

Indice dei temi trattati

  • Il totalitarismo
  • Il fascismo in Italia
    • La crisi dello stato liberale
    • I primi governi Mussolini
    • Il regime fascista
    • Politica economica
    • Stato e Chiesa
    • Politica imperiale
  • La donna nel periodo fascista
    • Le origini e le caratteristiche della politica sessuale fascista
    • La politica del lavoro
    • Cenni di costume
    • La famiglia modello
    • La donna modello
    • L’Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia (OMNI)
    • Quattro ricette della donna fascista
  • “Una donna”, Sibilla Aleramo
    • Introduzione all’autrice
    • Biografia
    • Luoghi e tempi
    • Commento
  • Madame Bovary (1857)
    • Le réalisme
    • Le bovarysme
    • Trame
  • Mario Sironi
  • La moda negli anni ’30
    • L’Italia e l’autarchia
    • Moda e nazionalismo
    • Le tendenze negli anni ’30
  • Bibliografia

Il totalitarismo

Il termine totalitarismo fu usato per la prima volta in Italia nel 1923 nell’ambito della cultura liberale per denunciare la pratica politica del fascismo, finalizzata a trasformare lo stato e la società civile secondo la propria ideologia. Da quel momento il termine fu esteso da prima all’ideologia fascista poi al nazismo. Già dal 1929 fu impiegato anche per paragonare tra loro i regimi a “partito unico” e quindi il suo campo di applicazione si ampliò. Almeno due sono considerate i modelli compiuti dello stato totalitario: il nazismo e lo stalinismo.

Le dittature totalitarie sono degenerazioni del sistema democratico e, come tali, presuppongono la democrazia, dal momento che sono movimenti fondati sulla mobilitazione delle masse, delle quali ricercano il consenso. Democrazia e totalitarismo differiscono su due punti critici. Innanzitutto il metodo democratico rifiuta la violenza come strumento per risolvere i conflitti di interesse. La democrazia è l’opposto da un lato del razzismo, che costituisce invece una componente essenziale del nazismo e del fascismo, e dall’altro dell’odio di classe, componente di alcune forme storiche del comunismo.

Un secondo punto discriminante è costituito dal modo in cui democrazia e totalitarismo intendono la mobilitazione delle masse: in democrazia si identifica con la partecipazione libera e volontaria dei cittadini alla vita politica del paese; i regimi totalitari esigono, invece, che i singoli si mostrino costantemente pronti ad appoggiare il capo. La gente è raccolta in organizzazioni di massa, in un grande partito, in organizzazioni collegate o vicine a questo partito unico e deve continuamente partecipare a marce.

Il fascismo in Italia

A partire dai primi anni del dopoguerra si instaurò in Italia una nuova forza politica sotto forma di dittatura: il fascismo. Il fondatore era Benito Mussolini, un ex socialista che definì il suo disegno politico totalitario, perché il suo obiettivo era quello di costituire uno Stato onnipotente in grado di controllare la vita sociale, politica ed economica dell’intero paese. Il movimento fascista nacque nella riunione in Piazza San Sepolcro a Milano il 23 marzo del 1919 con la costituzione dei Fasci italiani di combattimento. Il programma iniziale del fascismo costituiva una confusa mistura di elementi sindacalisti, anticlericali, repubblicani e nazionalisti; però si qualificò subito come un movimento antisocialista che ricorreva alla violenza attraverso le famigerate “squadre d’azione”.

Nel novembre del 1921 il movimento si trasformò in Partito Nazionale Fascista (PNF). Il 28 ottobre 1922 le milizie fasciste si radunarono a Roma con la “Marcia su Roma” ottenendo l’incarico a Mussolini di costituire un nuovo gabinetto.

La crisi dello stato liberale

L’Italia benché uscita vittoriosa dal conflitto mondiale cadde in una profonda crisi politica e sociale. Le tragiche sofferenze diffusero il desiderio di procedere a radicali cambiamenti di ordine politico e sociale. Iniziò cosi il biennio rosso 1919-1920 in cui scatenarono diverse agitazioni popolari che portarono ad importanti conquiste sociali. L’apice di queste sommosse si ebbe con il fenomeno dell’occupazione delle fabbriche, attuato a partire del 1920 con l’occupazione della Fiat. Coloro che furono favorevoli a questi cambiamenti erano in particolare i partiti di massa. Innanzitutto vi era il partito socialista, lacerato al suo interno tra dualisti, riformisti e massimalisti. All’estrema sinistra del PSI vi era Antonio Gramsci che durante il congresso di Livorno del 1921 diede vita la Partito Comunista D’Italia. L’altro grande partito di massa era il PPI o partito popolare, nato nel 1919 sotto la guida del sacerdote siciliano Don Luigi Sturzo.

I primi governi Mussolini

In un primo tempo Mussolini costituì un governo di coalizione con nazionalisti, liberali e PPI. Con la nuova Legge Acerbo del 1923 venne abolito il sistema proporzionale a favore di un maggioritario e in quell’anno il PNF fu il primo partito in Parlamento. In questo periodo furono attuate diverse riforme, la più importante fu quella della scuola del 1923 che privilegiò la tradizionale cultura umanistica a detrimento di quella tecnica e scientifica.

Però a seguito dell’assassinio del deputato socialista-riformista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), compiuto da sicari fascisti, crebbe nel paese il risentimento per l’illegalità e le violenze delle squadre fasciste, per questo in segno di protesta i deputati delle opposizioni abbandonarono la camera (“Secessione dell’Aventino”). Forte dell’appoggio di Vittorio Emanuele II, il quale continuò a mostrare fiducia, Mussolini decise di affrontare un brusco cambiamento e con il discorso in Parlamento del 3 gennaio del 1925 aprì la fase dittatoriale del suo regime.

Il regime fascista

Iniziò così la seconda fase del fascismo, quella del regime dittatoriale, creato con totale eversione dello Statuto Albertino e della tradizione liberale. Il nuovo regime fu definitivamente sanzionato nel 1926 con le “leggi fascistissime”, un complesso di norme che deliberavano lo scioglimento dei partiti di opposizione, abolirono l’elettività dei sindaci sostituendoli con podestà di nomina regia, assegnarono il potere di formulare leggi al capo del governo, istituirono il Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Ulteriore importante evoluzione della struttura istituzionale del regime fu la creazione nel 1934 delle Corporazioni: organismi centrali di collegamento tra le associazioni di imprenditori e i sindacati dei lavoratori.

Politica economica

Tra il 1923 e il 1928 l’Italia conobbe un periodo di importante espansione economica, questa fase però si concluse tuttavia il 18 agosto del 1926 con il discorso di Mussolini a Pesaro in cui lanciò l’obbiettivo di “quota novanta”, cioè la rivalutazione della lira e la sua stabilizzazione rispetto alla sterlina inglese (una sterlina = 90 lire). Prese allora l’avvio una politica deflazionistica drastica con il consolidamento del debito pubblico. Complessivamente la manovra riuscì a stabilizzare la lira e senza deprimere lo sviluppo industriale, che fu anzi agevolato.

Inoltre fu attuata un’ampia politica dei lavori pubblici con la costruzione della rete stradale e ferroviaria e con la bonifica delle paludi Pontine. Con la creazione delle corporazioni e con la successiva dichiarazione di guerra all’Etiopia, l’Italia si avviò verso l’autarchia, ossia l’obbiettivo della completa autonomia produttiva de paese.

Stato e Chiesa

Lo stato fascista seppe a modo suo guadagnarsi la simpatia del mondo cattolico concludendo con il Vaticano i Patti Lateranensi l’11 febbraio del 1929; un concordato che pose fine alla questione romana (trattato) e che portò al riconoscimento della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano, inserita inoltre come materia obbligatoria nelle scuole (concordato). L’ultima parte dei Patti (convenzione) consisteva nel risarcimento da parte dell’Italia alla Santa Sede per la perdita dello Stato della chiesa.

Politica imperiale

I timori e le paure suscitate dalla situazione tedesca furono un’occasione per porre di fronte il problema le grandi potenze europee: Francia, Italia e Inghilterra. Fu così che nel 1935 con la conferenza di Stresa venne approvata una dichiarazione contro il riarmo tedesco. Questa fu l’occasione per Mussolini di avanzare delle pretese verso l’Africa e per indirizzare l’imperialismo fascista verso la creazione di colonie di popolamento, seguendo la direttrice Mediterraneo-Africa Orientale. L’Etiopia così divenne l’oggetto delle mire fasciste, sia perché era ancora uno stato indipendente, sia perché l’Etiopia si mostrò sempre per l’Italia un’aspirazione coloniale.

La guerra etiopica fu breve, ma molto sanguinosa e crudele; e proprio come accadde in Libia la conquista fu spesso ostacolata dalla presenza di frequenti ribellioni. Fu così che con la vittoria del lago Ascianghi e l’occupazione di Addis Abeba il re Vittorio Emanuele III poté divenire imperatore d’Etiopia nel 1936.

La donna nel periodo fascista

La dittatura mussoliniana costituì un episodio particolare e distinto del dominio patriarcale. Il patriarcato fascista teneva per fermo che uomini e donne fossero per natura diversi. Esso politicizzò pertanto tale differenza a vantaggio dei maschi e la sviluppò in un sistema particolarmente repressivo, completo e nuovo, inteso a definire i diritti delle donne come cittadine e a controllarne la sessualità, il lavoro salariato e la partecipazione sociale. La concezione antifemminista fu parte del credo fascista al pari del suo violento antiliberalismo, razzismo e militarismo.

Alla vigilia della Grande Guerra attorno alla questione demografica si andava affermando una nuova politica biologica, basata su una concezione della vita come lotta mortale per l’esistenza del Darwinismo sociale, la quale si proponeva di elaborare programmi che proteggessero, accrescessero e perfezionassero gli esemplari della razza umana e relativi al benessere sociale secondo i fini della politica statale. Nella misura in cui la diversità etnica e l’emancipazione della donna furono identificate come ostacoli, la politica biologica venne agevolmente permeata dall’antifemminismo e dall’antisemitismo. Nell’Italia fascista il regime affrontò il duplice problema dell’emancipazione femminile e della politica demografica e la dittatura giustificò le proprie battaglie demografiche in chiave di salvezza nazionale. Tale concezione rivestì nei confronti delle donne conseguenze immediate. Lo Stato si proclamava l’unico arbitro della salute pubblica e in linea di principio esse non avevano alcun potere decisionale riguardo alla procreazione dei figli. Si riteneva anzi che le cittadine di sesso femminile fossero antagoniste dello Stato: prendessero personalmente o meno la decisione di limitare le dimensioni della famiglia, la responsabilità di avere in tal modo interferito con gli interessi di quest’ultimo veniva attribuita soltanto a loro. Il fascismo cercò di imporre le gravidanze proibendo l’aborto, la vendita di contraccettivi e l’educazione sessuale. Allo stesso tempo favorì gli uomini a spese delle donne all’interno della struttura familiare, del mercato del lavoro del sistema politico e della società in generale.

Le origini e le caratteristiche della politica sessuale fascista

Il fascismo italiano fu un movimento camaleontico che cambiava colore secondo i potenziali alleati e il mutevole terreno politico del primo dopoguerra. Nel 1919 questo movimento appena nato aveva abbracciato le posizioni degli intellettuali futuristi, pronti a sbeffeggiare la morale convenzionale sostenendo il divorzio e la soppressione della famiglia borghese. Nello stesso anno parlò in favore del suffragio femminile, ma tali posizioni vennero presto abbandonate di fronte al movimento dei reduci e all’avversione mostrata nel suo interno nei confronti del lavoro femminile dai gruppi sindacali, nonché al rigido antifemminismo cattolico-rurale degli agrari che nel 1920-21 appoggiarono gli assalti squadristici compiuti dalle camice nere contro le leghe e le cooperative socialiste. Dopo il Concordato con il Vaticano del 1929, istituzioni, personale e tradizioni della Chiesa cattolica si dedicarono al rafforzamento dell’antifemminismo fascista. Il fatto che la dittatura mussoliniana potesse elaborare una politica vera e propria verso le donne in una società sviluppata in modo così poco uniforme fu certamente dovuto a questo eclettismo dottrinale.

Lo stesso Mussolini si appropriò di un luogo comune quando raccomandò ai suoi seguaci di non “discutere se la donna sia superiore o inferiore; constatiamo che è diversa” - e il ragionamento poteva giustificare qualsiasi posizione nei confronti delle donne. Alla fine, tuttavia, furono le stesse azioni compiute dal regime fascista per consolidarsi al potere a determinare nella società italiana tra le due guerre lo schema globale di comportamento nei loro confronti. Per realizzare la sua politica demografica, il fascismo tentò di imporre un maggior controllo sul corpo femminile, e in particolar modo sulle funzioni riproduttive. Cercò allo stesso tempo di preservare le vecchie concezioni patriarcali della famiglia e dell’autorità paterna. Pretese che le donne agissero da consumatrici avvedute, da amministratrici domestiche efficienti e da astute fruitrici del sistema di assistenza sociale - se volevano strappare a quest’ultimo i servizi di cui era particolarmente avaro - e inoltre che lavorassero spesso nell’economia nera per arrotondare le entrate familiari. Allo scopo di limitare l’impiego della manodopera femminile sottopagata in presenza di un’elevata disoccupazione maschile, e mantenere tuttavia una riserva di lavoratori a basso prezzo per l’industria, il regime escogitò un elaborato sistema di tutele e divieti teso a regolare il lavoro delle donne.

Infine, per rendere queste ultime disponibili alle pretese sempre più complesse rivolte nei loro confronti e approfittando contemporaneamente del loro desiderio di identificarsi con la comunità nazionale e di servirla, il regime giocò la carta della modernità pur sempre denunciando i suoi risvolti femministi. Entro gli anni ’30 esso aveva sviluppato organizzazioni di massa che rispondevano al desiderio di impegno sociale da parte delle donne ma scoraggiavano la solidarietà femminile, i valori individualistici e il senso di autonomia promossi da gruppi di emancipazione dell’era liberale.

L’attacco condotto dal regime contro la libertà di riproduzione è uno degli aspetti più importanti della politica sessuale fascista. Mussolini pose gli interventi in “difesa della razza“ al centro degli obbiettivi nazionali; lo scopo che il duce si proponeva era di raggiungere entro la metà del secolo una popolazione di 60 milioni in una nazione che ne contava all’epoca 40. Per giustificare questa ambizione faceva riferimento a 2 argomenti dichiarati ed a uno sottointeso. Il primo argomento era di tipo mercantilistico, ponendo l’accento sulla necessità di avere a disposizione semplici masse di persone come manodopera a basso prezzo. L’altro era invece più tipico di una nazione impegnata ad espandersi imperialisticamente: il calo registrato nella crescita della popolazione e acceleratosi negli anni ’20, frustrava le ambizioni espansionistiche dei suoi capi. Il terzo motivo, mai esplicitamente dichiarato, era di ristabilire le differenze tra uomo e donna che erano state sconvolte durante la guerra. Nella sua ricerca di nascite, la dittatura oscillava tra riforme e repressione, tra l’incoraggiamento dell’iniziativa individuale e l’offerta di concreti incentivi statali. L’ONMI ossia l’Opera Nazionale Maternità ed Infanzia, rappresenta meglio di qualsiasi altra iniziativa questo lato riformista: istituito con l’entusiasmo di cattolici, di nazionalisti e di liberali, esso si occupava principalmente delle donne e dei fanciulli che non rientravano nelle normali strutture familiari.

Altre riforme riguardano le esenzioni fiscali concesse ai padri con famiglie numerose a carico, i congedi e le previdenze statali in caso di maternità, prestiti concessi in caso di nascite e matrimoni, nonché gli assegni familiari assegnati ai lavoratori stipendiati o salariati. Le misure repressive compresero invece il fatto di trattare l’aborto come un crimine contro lo Stato, la messa al bando del controllo delle nascite, la censura sull’educazione sessuale e una speciale imposta sui celibi.

La politica demografica fascista sviluppò una doppia faccia. Da una parte fu energicamente normativa. Gli esperti consideravano le donne mal preparate alla maternità e soggette s generare prole “anormale”. Per correggere questi vizi lo Stato fascista ambiva a modernizzare il parto e la cura dei figli. D’altra parte la politica in difesa della razza fascista giustificava una politica di non intervento almeno riguardo ai cittadini più poveri. Le conseguenze di questa politica bifronte furono gravi. Le donne italiane, soprattutto quelle appartenenti alla classe operaia urbana, volevano avere meno figli praticando una pianificazione famigliare basata principalmente sull’aborto. Dal momento che gli aborti erano tutti clandestini le donne correvano elevati rischi di infezione invalidanti, di danni fisici permanenti di morte.

La politica del lavoro

Il fascismo teorizzava una rigida divisione del lavoro: gli uomini si occupavano della produzione e le donne della cura della famiglia. Tuttavia, l'esigenza di forza lavoro femminile rimase una realtà, soprattutto in alcuni settori industriali e nei servizi. Il regime creò un complesso sistema di norme per regolamentare il lavoro femminile, cercando di limitare l'accesso delle donne a lavori retribuiti e privilegiando l'occupazione maschile.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Sorcinelli Paolo.
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