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Indice dei temi trattati

 Il totalitarismo

 Il fascismo in Italia

- La crisi dello stato liberale

- I primi governi Mussolini

- Il regime fascista

- Politica economica

- Stato e Chiesa

- Politica imperiale

 La donna nel periodo fascista

- Le origini e le caratteristiche della politica sessuale fascista

- La politica del lavoro

- Cenni di costume

- La famiglia modello

- La donna modello

- L’Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia (OMNI)

- Quattro ricette della donna fascista

 “Una donna”, Sibilla Aleramo

- Introduzione all’autrice

- Biografia

- Luoghi e tempi

- Commento

 Madame Bovary (1857)

- Le réalisme

- Le bovarysme

- Trame

 Mario Sironi

 La moda negli anni ’30

- L’Italia e l’autarchia

- Moda e nazionalismo

- Le tendenze negli anni ’30

 Bibliografia Il totalitarismo 2

Il termine totalitarismo fu usato per la prima volta in Italia nel 1923 nell’ambito della cultura liberale

per denunciare la pratica politica del fascismo, finalizzata a trasformare lo stato e la società civile secondo la

propria ideologia. Da quel momento il termine fu esteso da prima all’ideologia fascista poi al nazismo.

Già dal 1929 fu impiegato anche per paragonare tra loro i regimi a “partito unico” e quindi il suo campo di

applicazione si ampliò. Almeno due sono considerate i modelli compiuti dello stato totalitario: il nazismo e lo

stalinismo.

Le dittature totalitarie sono degenerazioni del sistema democratico e, come tali, presuppongono la

democrazia, dal momento che sono movimenti fondati sulla mobilitazione delle masse, delle quali ricercano il

consenso.

Democrazia e totalitarismo differiscono su due punti critici. Innanzitutto il metodo democratico rifiuta la

violenza come strumento per risolvere i conflitti di interesse. La democrazia è l’opposto da un lato del

razzismo, che costituisce invece una componente essenziale del nazismo e del fascismo, e dall’altro

dell’odio di classe, componente di alcune forme storiche del comunismo.

Un secondo punto discriminante è costituito dal modo in cui democrazia e totalitarismo intendono la

mobilitazione delle masse: in democrazia si identifica con la partecipazione libera e volontaria dei cittadini

alla vita politica del paese; i regimi totalitari esigono, invece, che i singoli si mostrino costantemente pronti ad

appoggiare il capo.

La gente è raccolta in organizzazioni di massa, in un grande partito, in organizzazioni collegate o vicine a

questo partito unico e deve continuamente partecipare a marce.

Il fascismo in Italia

A partire dai primi anni del dopoguerra si instaurò in Italia una nuova forza politica sottoforma di dittatura: il

Fascismo.

Il fondatore era Benito Mussolini, un ex socialista che definì il suo disegno politico totalitario, perché il suo

obbiettivo era quello di costituire uno Stato onnipotente in grado di controllare la vita sociale, politica ed

economica dell’intero paese. Il movimento fascista nacque nella riunione in Piazza San Sepolcro a Milano il

23 marzo del 1919 con la costituzione dei Fasci italiani di combattimento. Il programma iniziale del fascismo

costituiva una confusa mistura di elementi sindacalisti, anticlericali, repubblicani e nazionalisti; però si

qualificò subito come un movimento antisocialista che ricorreva alla violenza attraverso le famigerate

“squadre d’azione”.

Nel novembre del 1921 il movimento si trasformò in Partito Nazionale Fascista (PNF)

Il 28 ottobre 1922 le milizie fasciste si radunarono a Roma con la “Marcia su Roma” ottenendo l’incarico a

Mussolini di costituire un nuovo gabinetto.

La crisi dello stato liberale

L’Italia benché uscita vittoriosa dal conflitto mondiale cadde in una profonda crisi politica e sociale. Le

tragiche sofferenze diffusero il desiderio di procedere a radicali cambiamenti di ordine politico e sociale.

Iniziò cosi il biennio rosso 1919-1920 in cui scatenarono diverse agitazioni popolari che portarono ad

importanti conquiste sociali. L’apice di queste sommosse si ebbe con il fenomeno dell’occupazione delle

fabbriche, attuato a partire del 1920 con l’occupazione della Fiat.

Coloro che furono favorevoli a questi cambiamenti erano in particolare i partiti di massa. Innanzitutto vi era il

partito socialista, lacerato al suo interno tra dualisti, riformisti e massimalisti. All’estrema sinistra del PSI vi

era Antonio Gramsci che durante il congresso di Livorno del 1921 diede vita la Partito Comunista D’Italia.

L’altro grande partito di massa era il PPI o partito popolare, nato nel 1919 sotto la guida del sacerdote

siciliano Don Luigi Sturzo.

I primi governi Mussolini

In un primo tempo Mussolini costituì un governo di coalizione con nazionalisti, liberali e PPI. Con la nuova

Legge Acerbo del 1923 venne abolito il sistema proporzionale a favore di un maggioritario e in quell’anno il

PNF fu il primo partito in Parlamento. In questo periodo furono attuate diverse riforme , la più importante fu

quella della scuola del 1923 che privilegiò la tradizionale cultura umanistica a detrimento di quella tecnica e

scientifica.

Però a seguito dell’assassinio del deputato socialista-riformista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924),

compiuto da sicari fascisti, crebbe nel paese il risentimento per l’illegalità e le violenze delle squadre fasciste,

per questo in segno di protesta i deputati delle opposizioni abbandonarono la camera (“Secessione

dell’Aventino”). Forte dell’appoggio di Vittorio Emanuele II, il quale continuò a mostrare fiducia, Mussolini

decise di affrontare un brusco cambiamento e con il discorso in Parlamento del 3 gennaio del 1925 aprì la

fase dittatoriale del suo regime. 3

Il regime fascista

Iniziò così la seconda fase del fascismo, quella del regime dittatoriale, creato con totale eversione dello

Statuto Albertino e della tradizione liberale.

Il nuovo regime fu definitivamente sanzionato nel 1926 con le “leggi fascistissime”, un complesso di norme

che deliberavano lo scioglimento dei partiti di opposizione, abolirono l’elettività dei sindaci sostituendoli con

podestà di nomina regia, assegnarono il potere di formulare leggi al capo del governo, istituirono il Tribunale

speciale per la difesa dello Stato,…

Ulteriore importante evoluzione della struttura istituzionale del regime fu la creazione nel 1934 delle

Corporazioni: organismi centrali di collegamento tra le associazioni di imprenditori e i sindacati dei

lavoratori.

Politica economica

Tra il 1923 e il 1928 l’Italia conobbe un periodo di importante espansione economica, questa fase

però si concluse tuttavia il 18 agosto del 1926 con il discorso di Mussolini a Pesaro in cui lanciò l’obbiettivo

di “quota novanta”, cioè la rivalutazione della lira e la sua stabilizzazione rispetto alla sterlina inglese(una

sterlina = 90 lire). Prese allora l’avvio una politica deflazionistica drastica con il consolidamento del debito

pubblico. Complessivamente la manovra riuscì a stabilizzare la lira e senza deprimere lo sviluppo industriale,

che fu anzi agevolato.

Inoltre fu attuata un’ampia politica dei lavori pubblici con la costruzione della rete stradale e ferroviaria e con

la bonifica delle paludi Pontine.

Con la creazione delle corporazioni e con la successiva dichiarazione di guerra all’Etiopia, l’Italia si avviò

verso l’autarchia, ossia l’obbiettivo della completa autonomia produttiva de paese.

Stato e Chiesa

Lo stato fascista seppe a modo suo guadagnarsi la simpatia del mondo cattolico concludendo con il

Vaticano i Patti Lateranensi l’11 febbraio del 1929; un concordato che pose fine alla questione romana

(trattato) e che portò al riconoscimento della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano,

inserita inoltre come materia obbligatoria nelle scuole (concordato). L’ultima parte dei Patti (convenzione)

consisteva nel risarcimento da parte dell’Italia alla Santa Sede per la perdita dello Stato della chiesa.

Politica imperiale

I timori e le paure suscitate dalla situazione tedesca furono un’occasione per porre di fronte il

problema le grandi potenze europee: Francia, Italia e Inghilterra. Fu così che nel 1935 con la conferenza di

Stresa venne approvata una dichiarazione contro il riarmo tedesco. Questa fu l’occasione per Mussolini di

avanzare delle pretese verso l’Africa e per indirizzare l’imperialismo fascista verso la creazione di colonie di

popolamento, seguendo la direttrice Mediterraneo-Africa Orientale.

L’Etiopia così divenne l’oggetto delle mire fasciste, sia perché era ancora uno stato indipendente, sia perché

l’Etiopia si mostrò sempre per l’Italia un’aspirazione coloniale.

La guerra etiopica fu breve, ma molto sanguinosa e crudele; e proprio come accadde in Libia la conquista fu

spesso ostacolata dalla presenza di frequenti ribellioni. Fu così che con la vittoria del lago Ascianghi e

l’occupazione di Addis Abeba il re Vittorio Emanuele III poté divenire imperatore d’Etiopia nel 1936.

La donna nel periodo fascista

La dittatura mussoliniana costituì un episodio particolare e distinto del dominio patriarcale. Il

patriarcato fascista teneva per fermo che uomini e donne fossero per natura diversi. Esso politicizzò pertanto

tale differenza a vantaggio dei maschi e la sviluppò in un sistema particolarmente repressivo, completo e

nuovo, inteso a definire i diritti delle donne come cittadine e a controllarne la sessualità, il lavoro salariato e

la partecipazione sociale. La concezione antifemminista fu parte del credo fascista al pari del suo violento

antiliberalismo, razzismo e militarismo.

Alla vigilia della Grande Guerra attorno alla questione demografica si andava affermando una nuova politica

biologica ,basata su una concezione della vita come lotta mortale per l’esistenza del Darwinismo sociale, la

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quale si proponeva di elaborare programmi che proteggessero, accrescessero e perfezionassero gli

esemplari della razza umana e relativi al benessere sociale secondo i fini della politica statale. Nella misura

in cui la diversità etnica e l’ emancipazione della donna furono identificate come ostacoli, la politica biologica

venne agevolmente permeata dall’ antifemminismo e dall’ antisemitismo. Nell’ Italia fascista il regime affrontò

il duplice problema dell ‘emancipazione femminile e della politica demografica e la dittatura giustificò le

proprie battaglie demografiche in chiave di salvezza nazionale. Tale concezione rivestì nei confronti delle

donne conseguenze immediate. Lo Stato si proclamava l’ unico arbitro della salute pubblica e in linea di

principio esse non avevano alcun potere decisionale riguardo alla procreazione dei figli. Si riteneva anzi che

le cittadine di sesso femminile fossero antagoniste dello Stato: prendessero personalmente o meno la

decisione di limitare le dimensioni della famiglia, la responsabilità di avere in tal modo interferito con gli

interessi di quest’ ultimo veniva attribuita soltanto a loro. Il fascismo cercò di imporre le gravidanze proibendo

l’ aborto, la vendita di contraccettivi e l’ educazione sessuale. Allo stesso tempo favorì gli uomini a spese

delle donne all’ interno della struttura familiare, del mercato del lavoro del sistema politico e della società in

generale.

Le origini e le caratteristiche della politica sessuale fascista.

Il fascismo italiano fu un movimento camaleontico che cambiava colore secondo i potenziali alleati e

il mutevole terreno politico del primo dopoguerra.

Nel 1919 questo movimento appena nato aveva abbracciato le posizioni degli intellettuali futuristi, pronti a

sbeffeggiare la morale convenzionale sostenendo il divorzio e la soppressione della famiglia borghese. Nello

stesso anno parlò in favore del suffragio femminile, ma tali posizioni vennero presto abbandonate di fronte al

movimento dei reduci e all’ avversione mostrata nel suo interno nei confronti del lavoro femminile dai gruppi

sindacali, nonché al rigido antifemminismo cattolico-rurale degli agrari che nel 1920-21 appoggiarono gli

assalti squadristici compiuti dalle camice nere contro le leghe e le cooperative socialiste. Dopo il Concordato

con il Vaticano del 1929, istituzioni, personale e tradizioni della Chiesa cattolica si dedicarono al

rafforzamento dell’ antifemminismo fascista .Il fatto che la dittatura mussoliniana potesse elaborare una

politica vera e propria verso le donne in una società sviluppata in modo così poco uniforme fu certamente

dovuto a questo eclettismo dottrinale. Lo stesso Mussolini si appropriò di un luogo comune quando

raccomandò ai suoi seguaci di non “discutere se la donna sia superiore o inferiore; constatiamo che è

diversa” - e il ragionamento poteva giustificare qualsiasi posizione nei confronti delle donne. Alla fine,

tuttavia, furono le stesse azioni compiute dal regime fascista per consolidarsi al potere a determinare nella

società italiana tra le due guerre lo schema globale di comportamento nei loro confronti. Per realizzare la sua

politica demografica, il fascismo tentò di imporre un maggior controllo sul corpo femminile, e in particolar

modo sulle funzioni riproduttive. Cercò allo stesso tempo di preservare le vecchie concezioni patriarcali della

famiglia e dell’ autorità paterna. Pretese che le donne agissero da consumatrici avvedute, da amministratrici

domestiche efficienti e da astute fruitrici del sistema di assistenza sociale - se volevano strappare a quest’

ultimo i servizi di cui era particolarmente avaro - e inoltre che lavorassero spesso nell’ economia nera per

arrotondare le entrate familiari. Allo scopo di

limitare l’ impiego della manodopera femminile sottopagata in presenza di un’ elevata disoccupazione

maschile, e mantenere tuttavia una riserva di lavoratori a basso prezzo per l’ industria , il regime escogitò un

elaborato sistema di tutele e divieti teso a regolare il lavoro delle donne. Infine, per rendere queste ultime

disponibili alle pretese sempre più complesse rivolte nei loro confronti e approfittando contemporaneamente

del loro desiderio di identificarsi con la comunità nazionale e di servirla, il regime giocò la carta della

modernità pur sempre denunciando i suoi risvolti femministi. Entro gli anni ’30 esso aveva sviluppato

organizzazioni di massa che rispondevano al desiderio di impegno sociale da parte delle donne ma

scoraggiavano la solidarietà femminile, i valori individualistici e il senso di autonomia promossi da gruppi di

emancipazione dell’ era liberale.

L’attacco condotto dal regime contro la libertà di riproduzione è uno degli aspetti più importanti della politica

sessuale fascista. Mussolini pose gli interventi in “difesa della razza “ al centro degli obbiettivi nazionali; lo

scopo che il duce si proponeva era di raggiungere entro la metà del secolo una popolazione di 60 milioni in

una nazione che ne contava all’ epoca 40. Per giustificare questa ambizione faceva riferimento a 2

argomenti dichiarati ed a uno sottointeso. Il primo argomento era di tipo mercantilistico, ponendo l’ accento

sulla necessità di avere a disposizione semplici masse di persone come manodopera a basso prezzo. L’

altro era invece più tipico di una nazione impegnata ad espandersi imperialisticamente: il calo registrato nella

crescita della popolazione e acceleratosi negli anni ’20, frustrava le ambizioni espansionistiche dei suoi capi.

Il terzo motivo, mai esplicitamente dichiarato, era di ristabilire le differenze tra uomo e donna che erano state

sconvolte durante la guerra. Nella sua ricerca di nascite, la dittatura oscillava tra riforme e repressione, tra l’

incoraggiamento dell’ iniziativa individuale e l’offerta di concreti incentivi statali. L’ ONMI ossia l’Opera

Nazionale Maternità ed Infanzia, rappresenta meglio di qualsiasi altra iniziativa questo lato riformista: istituito

con l’ entusiasmo di cattolici, di nazionalisti e di liberali, esso si occupava principalmente delle donne e dei

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fanciulli che non rientravano nelle normali strutture familiari. Altre riforme riguardano le esenzioni fiscali

concesse ai padri con famiglie numerose a carico, i congedi e le previdenze statali in caso di maternità,

prestiti concessi in caso di nascite e matrimoni, nonché gli assegni familiari assegnati ai lavoratori stipendiati

o salariati. Le misure repressive compresero invece il fatto di trattare l’ aborto come un crimine contro lo

Stato, la messa al bando del controllo delle nascite, la censura sull’ educazione sessuale e una speciale

imposta sui celibi.

La politica demografica fascista sviluppò una doppia faccia. Da una parte fu energicamente normativa. Gli

esperti consideravano le donne mal preparate alla maternità e soggette s generare prole ”anormale”. Per

correggere questi vizi lo Stato fascista ambiva a modernizzare il parto e la cura dei figli. D’ altra parte la

politica in difesa della razza fascista giustificava una politica di non intervento almeno riguardo ai cittadini più

poveri. Le conseguenze di questa politica bifronte furono gravi. Le donne italiane, soprattutto quelle

appartenenti alla classe operaia urbana, volevano avere meno figli praticando una pianificazione famigliare

basata principalmente sull’ aborto. Dal momento che gli aborti erano tutti clandestini le donne correvano

levati rischi di infezione invalidanti, di danni fisici permanenti di morte.

La politica del lavoro

Il fascismo teorizzava una rigida divisione del lavoro: gli uomini si occupavano della produzione e del

sostentamento della famiglia; le donne della riproduzione e del governo della casa. Anche i dirigenti fascisti

erano però sufficientemente realistici da riconoscere che le donne lavoravano; secondo i dati forniti dal

censimento del 1936 il 27% dell’ intera forza lavoro era costituito da donne, e circa il 25% delle donne in età

da lavoro possedeva un’ occupazione. La caratterizzazione sessuale favorì la femminilizzazione dei lavori

impiegatizie in conseguenza della legge Sacchi del 1919 le donne vennero riconosciute idonee alla maggior

parte degli impieghi statali, tranne alcune eccezioni fra cui le principali riguardavano le forze armate e la

carriera giudiziaria e diplomatica. Alla fine, il fascismo sviluppò la legislazione per impedire alla donne di

competere con gli uomini sul mercato del lavoro e per tutelare le madri lavoratrici. Ma lo scopo era anche di

impedire che le donne considerassero il lavoro retribuito il trampolino di lancio per l’ emancipazione. Mentre

il lavoro era indispensabile alla costruzione di una solida identità maschile, come dichiarò Mussolini, “il lavoro

distrae dalla generazione, fomenta un’ indipendenza e conseguenti mode fisiche - morali contrarie al parto”.

Alla metà degli anni ’30 esistevano svariate misure discriminatorie. La legge fascista sul lavoro, vietando gli

scioperi e centralizzando le trattative sindacali, danneggiò gli interessi dei lavoratori in generale. Ma colpì in

modo particolare le lavoratrici abbassando i salari maschili a livelli competitivi con quelli delle donne e dei

ragazzi e favorendo infine i lavoratori più avvantaggiati, vale a dire quelli specializzati, quelli con maggiore

anzianità e quelli impiegati in settori di importanza politica la maggior parte dei quali erano uomini. Una

seconda forma di discriminazione era costituita dalle significative innovazioni introdotte dalla dittatura nel

campo della legislazione protettiva. Nel 1938, le lavoratrici avevano obbligatoriamente diritto di un congedo

di maternità della durata di due mesi coperti da sussidio di maternità pari alla paga media percepita nello

stesso arco di tempo, a un congedo non retribuito lungo fino a sette mesi, e a due pause giornaliere per l’

allattamento finche il bambino non avesse compiuto un anno. Questi provvedimenti combaciavano con il più

efficace tipo di misure discriminatorie vale a dire le leggi di esclusione vere e proprie. Il provvedimento più

drastico fu il decreto legge del 5 settembre 1938che fissò un limite del 10% all’ impiego di personale

femminile negli uffici pubblici e privati. La politica fascista nei confronti del lavoro femminile mostrò quindi

una serie di paradossi. Il regime cercò di saziare la fame industriale di manodopera a basso prezzo, la quale

avrebbe potuto essere soddisfatta tanto alle donne che agli uomini. Intendeva però assicurare il mercato del

lavoro ai capi famiglia maschi, per non rischiare di intaccare l’ amor proprio che si trovavano disoccupati e

per non incidere sulla sanità della razza e la crescita demografica. I legislatori fascisti affermavano di voler

escludere dal lavoro le donne. Ma sapendo che ciò non sarebbe accaduto, si misero a proteggere le

lavoratrici nell’ interesse della stirpe. Contando sui vecchi pregiudizi sessuali del mercato del lavoro la

dittatura emanò norme protettive, diffuse atteggiamenti discriminatori e promulgò leggi di esclusione. Il primo

effetto fu di riservare agli uomini i posti di alto prestigio e sempre meglio retribuiti all’ interno della burocrazia

statale, frenando la tendenza verso la femminilizzazione dei lavori d’ ufficio almeno nelle amministrazioni

centrali dello stato. Incapaci di difendere il proprio diritto al lavoro sulla base della parità sessuale, le

lavoratrici ridimensionarono aspirazioni e rivendicazioni. Per giustificare il bisogno di lavorare addussero a

pretesto la “necessità famigliare”, o il fatto che si trattava solo di un ripiego temporaneo, oppure che i posti

da loro occupati erano troppo umili o troppo segnatamente femminili per essere adatti agli uomini. Le

professioniste stesse, che una volta avevano fatto causa comune con le donne della classe operaia e

adesso erano organizzate in istituzioni fasciste del tutto separate legittimarono questi atteggiamenti. Esse

difendevano il diritto femminile di accedere alle carriere purché non contrastasse con i doveri familiari, e

sostenevano la formazione professionale delle donne nei ruoli di assistente sociale, di infermiera e di

insegnante, tutte occupazioni che oltre ad addirsi in modo particolare alle qualità femminili davano maggiore

assicurazione di promuovere il progresso nazionale. 6

“L’Occupazione femminile, ove non è diretto impedimento distrae dalla generazione, fomenta una

indipendenza e conseguenti mode fisiche-morali contrarie al parto”

(Mussolini in un articolo di giornale del 1930)

La mobilitazione femminile di massa cominciò solo all’ inizio degli anni ’30. Il primo appello per aumentare l’

iscrizione ai fasci femminili fu lanciato all’ inizio della depressione; le volontarie appartenenti alle classi

superiori dovevano “andare verso il popolo” prestando la propria opera nelle cucine popolari e negli uffici

dell’ assistenza sociale, per nutrire o assistere i poveri. Il successivo appello fu rivolto alle “donne d’Italia” al

tempo della guerra d’ Etiopia, allo scopo di rendere ogni famigli resistente contro le sanzioni imposte dalla

Società delle Nazioni. Il terzo appello tentò di trasformare “l’ amore di patria” delle donne in una più

penetrante e attiva “sensibilità nazionale”; ciò avrebbe dovuto prepararle alla guerra totale e far crollare ogni

distinzione tra dovere privato e servizio pubblico, tra abnegazione personale, interessi della famiglia e

sacrificio sociale. Alla fine il sistema fascista di organizzazione delle donne fu messo alle strette da un

paradosso. Il compito delle donne era la maternità. Come “custodi del focolare” la loro vocazione primaria

era quella di procreare, allevare i figli e amministrare le funzioni familiari nell’ interesse dello Stato. Ma per

poter eseguire questi doveri occorreva che fossero coscienti delle aspettative della società. Se non fossero

state tratte fuori dell’ambito familiare dai nuovi impegni, sarebbero state incapaci di congiungere gli interessi

singoli a quelli della collettività. In linea di massima, durante il fascismo la via che conduceva fuori dal

focolare domestico non portò all’ emancipazione ma a nuovi doveri nei confronti dello Stato, non all’

autonomia ma ad obbedire a nuovi padroni. Il fascismo decise fin da principio di trattare le donne come un’

entità unica legando il loro comune destino biologico di “madri della razza” alle ambizioni dello Stato

nazionale. Le leggi, i servizi sociali e la propaganda affermavano la suprema importanza della maternità;

tuttavia la povertà, il magro sistema di assistenza sociale e infine la guerra resero l’ essere madre un’

impresa assai ardua.

Il patriarcato fascista fu quindi il prodotto di un’ epoca in cui la politica demografica si identificava

strettamente con la potenza nazionale. Attraverso il mercato del lavoro e le gerarchie d’ autorità all’ interno

dell’ unità familiare, esso scaricò il maggior peso possibile sulle donne.

Cenni di costume

La mancanza di potere politico, o forse proprio per questo, conferiva alle donne un particolare

ascendente nei confronti di un pubblico di lettrici in grande espansione nel periodo interbellico. Sotto la

dittatura le donne scrittrici e critiche poterono sperimentare la loro fama attraverso i libri, riviste prettamente

femminili e le colonne dell’”Almanacco della donna italiana”. Gli argomenti trattati esprimevano le esigenze

del pubblico ed erano legate all’osservazione della vita quotidiana, parlavano d’amore, maternità, classe

sociale e razza.

Alla fine degli anni Venti, i romanzi avevano per lo più come protagonisti donne innamorate abbandonate da

uomini volgari, aspiranti artiste costrette a scegliere fra carriera e famiglia, eroine lacerate dal dilemma tra

passione e dovere.

Nel 1930 il Gran Consiglio del Fascismo dichiarò che anche se la donna si fosse dimostrata abile nello sport

non doveva distogliersi dal suo ruolo più importante: essere una buona madre. Ma nel 1936 l’italiana Ondina

Valla conquistò la medaglia d’oro nel salto ad ostacoli durante le Olimpiadi di Berlino. L’anno dopo la

partecipazione delle donne ad attività sportive registrò circa 5000 partecipanti.

Negli anni ’30 nasce a Roma Cinecittà, la città del cinema.

Nacque con lei una realtà virtuale a misura dei sogni,tutto sommato modesti, dell’italiano di Mussolini, in

produzioni cinematografiche che aderivano al gusto del divertimento diffusosi nelle platee italiane.

Al fascismo si deve anche il lancio della moda italiana. Il regime ebbe sempre verso la moda un rapporto

ambiguo: ritenendola un fenomeno frivolo, la incoraggiava soltanto per fini economici. La moda tuttavia fu un

ingrediente fondamentale di quella tipologia piccolo-borghese che si riconobbe nel fascismo: all’eleganza

non si voleva non si doveva rinunciare e la “signora” piccolo borghese misurava il proprio benessere

contando il numero dei cappellini conservati nella cappelliera (che le distingueva dalle donne dei ceti inferiori

che andavano a testa nuda oppure raccoglievano i capelli nel fazzoletto, come in campagna).

Nell’arte culinaria il fascismo non manca di appellarsi alla sobrietà e all’autarchia e promuove una rigorosa

educazione alimentare. La donna del regime è consumatrice avveduta e amministratrice domestica

efficiente.

Il menù tipo della settimana di un lavoratore, consisteva in un piatto di polenta con salsa di pomodoro, un

uovo al tegame, minestrone di riso, carote in verde, con formaggini; un altro giorno pranzava con polenta e

baccalà, mezzo chilo di arance e cenava con riso al latte e patate al burro. La domenica poteva concedersi

un pasto a base di pasta al pomodoro, polpettone di manzo arrosto e a cena si permetteva un riso in brodo

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di dadi, insalata di patate e barbabietole e un etto di stracchino. La cucina del fascismo era poco raffinata e i

menù non erano particolarmente ricercati (e spesso nemmeno molto abbondanti)

“Le donne sono molto più belle di prima” Mussolini - 1932

La famiglia modello

Il regime promosse nuove misure concernenti i rapporti fra i sessi e i rapporti generazionali: è così

cambiata l’intera struttura dei rapporti familiari. La famiglia era incoraggiata ad essere prolifica (secondo una

precisa politica di incremento demografico) e ad essere collegata organicamente allo stato: il nucleo

familiare diviene così la cellula fondamentale dello stato fascista. Questo nuovo modello di famiglia

presupponeva un marito lavoratore dipendente, il cui salario era integrato dagli aiuti dello stato accentratore

e dal lavoro casalingo della moglie. Seguendo questa politica, lo stato fascista cercò di eliminare tutte quelle

attività che potessero distrarre le donne dallo sposarsi presto e dall’avere tanti bambini, tra cui la scuola e

l’istruzione. Quelle poche donne attive all’interno del movimento fascista costituivano quindi un motivo di

imbarazzo, un problema da tenere sotto controllo, affinché non costituissero un modello di devianza dalla

normalità della donna regina del focolare.

La donna modello

L’ideologia fascista inquadrava quindi le donne in una visione gerarchica del rapporto fra i sessi,

dovuto all’enfatizzato culto della virilità (di cui Mussolini forniva il massimo modello), propria di una mentalità

maschilista e militarista e volle occuparsi della costruzione di una “donna ideale” che era considerata

inferiore rispetto all’uomo. Il regime diede comunque alle donne un ruolo ufficiale, nazionale, fondando per

esse istituzioni e attribuendo loro mansioni familiari e demografiche. Così “Critica fascista” definiva, nel 1931,

le caratteristiche della “donna ideale”: ”Custode della casa e degli affetti, incitatrice alle nobili opere,

consolatrice del dolore e madre dei nostri figli”. Incubo di quegli anni era la figura della donna spendacciona,

irresponsabile o magari sterile (e quindi non in grado di assecondare la politica di crescita demografica). Il

regime cercò di formare il suo tipo di donna ideale non soltanto discriminando l’educazione e gli sbocchi

professionali, ma anche occupandosi di trucco, cipria, belletti e infine scatenando una guerra ai pantaloni

congiuntamente con la chiesa. Andavano quindi assolutamente eliminati da giornali e rotocalchi i disegni di

figure femminili dimagrite e mascolinizzate, che rappresentavano il tipo di donna sterile della decadente

civiltà occidentale. La stampa iniziò a presentare e glorificare robusti figurini di donne forse non eleganti ma

certamente idonee a diventare madri prolifiche. Il tipo di donna italiana e fascista, moglie fedele e madre

premurosa, fu essenziale nella “battaglia demografica” e in quella autarchica.

L’Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia (OMNI)

L’istituzione guida per la modernizzazione della professione materna fu l’Opera Nazionale per la

Maternità e l’Infanzia fondata il 10 dicembre 1925. Il servizio che operava con fondi statali e locali, contava

anche su donazioni private e sul volontariato delle assistenti sociali e delle donne dei gruppi

femminili fascisti. L’OMNI si occupava delle donne e dei bambini che non avevano una normale struttura

familiare. Assisteva fino al quinto anno di vita i piccoli a cui i genitori non erano in grado di prestare le cure

necessarie e si occupava dei giovani abbandonati fino ai 18 anni. Anche questo intervento dello Stato, a

favore dei bambini illegittimi, aveva lo scopo di promuovere la crescita della popolazione, la salute pubblica,

diffondere l’ideale della famiglia e della vita coniugale in cui il marito occupava il ruolo guida.

“La donna fascista eviterà, quando non le sia richiesto da una assoluta necessità, di assumere atteggiamenti

maschili e di invadere il campo dell’azione maschile, perchè sa che la donna può molto giovare all’ideale per

cui lavora se cerca di sviluppare in bene le sue attitudini femminili, anzichè cimentarsi nel campo dell’azione

maschile, dove riuscirebbe sempre imperfetta e non riscuoterebbe la fiducia necessaria allo svolgimento

della sua propaganda”.

Programma-statuto del Gruppo femminile romano dei Fasci femminili – 4 dic.1921

Quattro ricette della donna fascista 8


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Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Sorcinelli Paolo.

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Storia contemporanea - scenario mondiale dopo la Grande guerra
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