STORIA SOCIALE DELLO SPETTACOLO
Prof. Emanuela SCARPELLINI
A.A. 2019/2020
10/02/2020
C’è una parte storica e una parte contemporanea, con il focus sulla società contemporanea in quanto
società dello spettacolo, dove non c’è solo lo spettacolo in senso stretto. Lo spettacolo è diventato una
forma caratteristica di comunicazione della nostra epoca. Abbiamo tanti luoghi dello spettacolo, da quelli
tradizionali a quelli nuovi. Tutto ciò che viene comunicato e trasmesso passa da una forma di
spettacolarizzazione. Perché oggi vengono messi insieme spettacolo, consumo e cultura? Un esempio
lampante è l’organizzazione delle mostre, che vengono spettacolarizzate e pubblicizzate, e che si basano
per la scelta dei soggetti su ciò che più è gradito al pubblico.
Il pubblico orienta le scelte dell’industria culturale, e diventa parte agente e co-produttore dei prodotti
culturali. Uno spettacolo è per definizione sia davanti a un pubblico che in un certo ambiente (es. teatro,
ma anche in uno Stato con le sue leggi e le sue regole, alcune formali e scritte, altre che fanno parte della
società e che il pubblico si aspetta che vengano seguite).
L’ambiente in cui si svolge lo spettacolo è molto più complicato di ciò che si nota a prima vista. Un altro
aspetto importante, trascurato non dai produttori ma dagli studiosi, è quello economico: le mostre
vengono organizzate su certi artisti proprio perché si vuole avere un certo pubblico.
Gli argomenti che verranno affrontati nel corso saranno elementi che riguardano la società dei nostri
tempi, per chiarire primariamente il nostro punto di arrivo, ma ci sarà anche la ripresa di alcune parti
storiche
Ci sono tre grosse tematiche. La prima, utile a capire questo tipo di processo, parla dello sviluppo dei
consumi in senso lato, di come attraverso l’idea di consumo sia passata questa forma di
spettacolarizzazione della cultura popolare, diventando un elemento pervasivo della cultura occidentale,
attraendo anche altre culture che vedono la nostra società proprio come la società dei consumi. Si
affronteranno anche autori come Benjamin che hanno analizzato questo fenomeno. La seconda tematica
è focalizzata sul cibo, interessante sotto molti aspetti. La terza tematica riguarda i videogiochi. Sia il cibo
che i videogiochi sono ambiti in cui non ci sono persone esperte a livello di comunicazione. I videogiochi
rappresentano l’industria culturale con il tasso di sviluppo più alto, che non ha risentito della crisi
economica del 2008, e ciò fa capire che si trova nel momento propriamente propulsivo. Faremo dunque
un’analisi di un’evoluzione di spettacolo, società, teatro, televisione, internet.
Si parla di consumo in senso ampio, e questa nozione sta alla base della società dello spettacolo, perché
le cose vengono spettacolarizzate per far sì che vengano comprate. Nel corso si parla principalmente della
società occidentale, che è diventata modello per altre società.
Ci interessa sapere come muoversi e come vendere un prodotto culturale dal punto di vista del
produttore. Ci interessa dunque sapere a chi vendo e dove vendo; bisogna guardare ad esempio ai Paesi
più popolati. Se si guarda all’India, ad esempio i film Bollywood, si vede che c’è un grosso mercato interno
ma un prodotto del genere faticherebbe a varcare i confini nazionali, mentre ad esempio un prodotto
culturale tipico europeo può vendere anche negli USA e in Canada. Bisogna però guardare anche alla
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ricchezza dei Paesi: in tal caso l’Europa diventa molto importante, come il Giappone e l’India, ma
soprattutto gli USA sono fondamentali. A sparire, dal punto di vista del reddito, è l’Africa. Quindi il
produttore sceglie necessariamente il mercato occidentale: vende in Europa, USA, Canada, Australia, in
parte anche in Giappone. Bollywood è interessante ma non varca i confini nazionali e il reddito del
consumatore non è così alto da poter comprare il prodotto. Per questo la società dello spettacolo
caratterizza la società occidentale, nonostante Bollywood produca molti più film all’anno di Hollywood,
il giro di affari di Hollywood è incommensurabilmente maggiore.
Il prodotto inoltre verrà prodotto in modo diverso a seconda del mercato per cui viene prodotto: un film
sulla condizione delle donne africane, se prodotto per il mercato africano, sarà prodotto, recitato ecc. da
africani, mentre se concepito per il mercato occidentale avrà dei protagonisti occidentali. Il risultato è che
certe zone del mondo sono totalmente sottorappresentate e il mercato occidentale diventa quello di
riferimento anche per gli altri Paesi, anche se non si riconoscono nei suoi prodotti.
Huntington scrive Lo scontro delle civiltà, in cui dice che negli anni ’90 si è guardato alla globalizzazione
come a un miracolo, una situazione meravigliosa in cui le persone e i beni circolano liberamente e il
mondo diventa un’unica comunità uguale. In realtà le differenze culturali ed economiche permangono e
anzi, avvicinandosi con la globalizzazione si arriva anche a un rischio di scontro. Laddove due civiltà si
toccano, aumenta la possibilità di scontri anche armati. Ci sarebbero la civiltà occidentale (nord America,
Europa, Australia), la civiltà latino-americana, la civiltà africana (Africa Continentale), la civiltà islamica
(Nord-Africa e Medio Oriente), la civiltà indù (India), la civiltà ortodossa (Russia), la civiltà buddhista
(Cina, Tibet ecc.) e la civiltà giapponese. Questi gruppi sono molto autoreferenziali e non si mischiano
tanto con altri gruppi. Pertanto, l’autore del testo ritiene che la globalizzazione abbia anticipato molti
conflitti. Egli è stato molto criticato per la visione statica e per compartimenti stagni del mondo, che non
è mai stato così, nemmeno prima della globalizzazione. Il produttore però si rifà a questa visione per
vedere gli elementi culturali che caratterizzano ogni civiltà per decidere come fare il prodotto da vendere
a quella determinata civiltà. Ad esempio, un film in cui ci sono delle scene di sesso non sarà apprezzato
nei Paesi islamici, in cui vengono considerate di cattivo gusto.
Foto di un negozio – anni ’30. Il negozio è considerato come banale, nulla di speciale, un luogo in cui le
persone passano per poi andare a fare cose importanti.
Vediamo la foto di un negozio di Genova, con la targa “Articoli elettrici” e due vetrinette ricche di oggetti
ammassati.
11/02/2020
Il nostro punto di partenza sono i negozi, che sicuramente svolgevano un ruolo importante nella vita
delle persone, nel tessuto sociale, però non erano percepiti come qualcosa di speciale, ma solo come parte
del normale vissuto cittadino.
Ci sposta a Parigi a fine ’700, una delle città di riferimento insieme a Londra, punto focale della cultura
occidentale. Diventa anche capitale dei movimenti artistici. A Parigi andrà W. Benjamin, che scrive opere
molto importanti tra cui i Passages, vie di negozi coperte con una struttura di ferro e delle vetrate, a
simulare un tetto trasparente, e successivamente anche pavimentate con le piastrelle. Sono comunque
città in cui per tutto l’‘800 non c’è pavimento, ci sono strade di terra battuta (problematiche). Un altro
problema è l’illuminazione pubblica. Nelle grandi città si illuminava con il gas, con dei lampioni che un
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addetto accendeva aprendo la valvola del gas e accendendo la fiamma. C’erano però solo in alcune vie e
illuminavano poco, dunque Parigi, oltre a essere una città molto piovosa e problematica quando piove, è
anche molto buia e la sera diventa pericolosa. Parigi dunque dal punto di vista della vita quotidiana aveva
delle problematicità. Perciò questi passages portano delle innovazioni non da poco: vengono pavimentati,
coperti, sono puliti come una casa, sono tra i primi luoghi che vengono illuminati in modo importante,
con un sacco di lampioni a gas che poi diventeranno a elettricità; la cosa straordinaria è che mettono
anche dei lampioni a gas che scaldano. Diventano un luogo straordinario per i tempi, molto alla moda. Il
primo passage è del 1786, ma abbiamo una testimonianza fotografica del Passage Choiseul del 1910.
Diventano i nuovi luoghi della cultura
cittadina, ma non sono i luoghi
caratteristici della cultura come
potrebbero essere musei, chiese,
gallerie d’arte. I passages non hanno
nulla di caratteristico della cultura
“alta”, diventano parte della cultura
cittadina che diventa cultura del
consumo e del commercio. Per
Benjamin questi sono i luoghi
simbolici della modernità, egli resta
molto colpito da questi luoghi che
Passage Choiseul, Paris (1910) utilizzano le moderne tecnologie e
secondo l’autore sono frequentati da
tipi umani particolari, tra cui il flâneur, un signore ben vestito che ci tiene moltissimo al suo aspetto e
frequenta questi luoghi facendosi guardare e cercando qualcuno che conosce. Per Benjamin questa figura
è un archetipo della modernità perché potremmo definirla “superficiale”, una persona che vive
dell’impressione del momento, subisce gli shock che la metropoli moderna continuamente manda, stimoli
sensoriali, luce, persone, ma reagisce come fa una persona moderna: crea una specie di distacco verso
questi continui shock e accetta tutto in maniera superficiale.
I passages costituiscono una tale novità che addirittura le persone vanno a vedere l’illuminazione notturna
come se fosse uno spettacolo.
Nella cultura illuministica c’è un’esaltazione del caffè come bevanda che stimola l’intelligenza e diventa
di moda negli ambienti alto-borghesi da quell’epoca in poi. Diventa così importante perché si
contrappone politicamente alla bevanda delle classi inferiori, che in Italia era considerata il vino mentre
nei Paesi più al nord era la birra. Già il fatto quindi che nei passages ci fossero i caffè e non le osterie dà
un chiaro segnale di classe: non sono luoghi per lavoratori che bevono ma per persone di classe.
Habermas scrive un libro sulla storia dell’opinione pubblica in cui si chiede cosa sia l’opinione pubblica.
Molti la identificano con quello che dicono i mass media, ma Habermas la ritiene una semplificazione e
quindi prova a capire le origini dell’opinione pubblica. Quando c’era l’assolutismo essa non c’era; nasce
infatti molto più tardi, con l’Illuminismo in alcuni posti specifici: nasce dal momento in cui si parla e si
scambiano opinioni su tutto in maniera libera. Affinché ci sia questa circolazione di idee devono esserci
luoghi pubblici, e tra i primi posti ci sono i salotti condotti anche da donne aristocratiche che il pomeriggio
o la sera ospitavano le persone. I posti pubblici veri che c’erano erano infatti i teatri o qualche posto per
ballare, non c’erano altri luoghi pubblici d’incontro. Chi aveva case adeguate riceveva solitamente uno o
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due giorni a settimana anche 40/50 persone che discutevano di politica e altre cose. La storia del
Risorgimento nasce anche da questi gruppi che si ritrovavano nei salotti. Questi salotti avevano un limite
di persone, e venivano invitate quasi solo persone di un certo rango. Perciò per Habermas questo è un
punto di inizio, ma la svolta sarà quando verranno creati dei luoghi pubblici dove chiunque poteva entrare
e scambiare opinioni con chiunque altro, e questi luoghi erano i caffè, in cui mentre si beveva il caffè si
leggevano i giornali, gazzette settimanali o mensili che venivano appesi a dei bastoni di legno i modo tale
che i clienti non se li portassero via. per attirare i clienti questi caffè si abbonavano a riviste di qualsiasi
tipo, che erano liberamente consultabili dai clienti e che diventavano facilmente oggetto di discussione.
Per Habermas è così che iniziano a circolare le notizie, perché il pubblico era libero e in grado di dire
quello che voleva; così inizia a crearsi l’opinione pubblica, con questo scambio di idee libero, c on una
circolazione di idee non controllata che avviene in luoghi pubblici. I caffè erano inoltre frequentati dai
giornalisti che sicuramente riportavano ciò che le persone dicevano: l’opinione pubblica. Habermas
definisce questo processo come creazione di una sfera pubblica borghese, perché avviene in luoghi non
privati, esclude le classi lavoratrici che in questa fase sono analfabete e sono escluse da tutto, non interessa
le classi aristocratiche che già hanno in gestione il potere e coinvolge la nuova classe borghese che è
interessata a cambiare le cose. L’idea di opinione pubblica è importante perché su essa si baserà la nozione
di democrazia, sull’idea di un’espressione libera e plurale, non controllata dall’alto.
I passages hanno quindi avuto un fortissimo impatto culturale. La teoria di Habermas sulla sfera pubblica
borghese parla della circolazione delle idee, del ruolo della borghesia ecc. ma c’è una grande limitazione
perché non entravano nei caffè, escluse dalla creazione dell’opinione pubblica, le donne. Infatti, le
aristocratiche non sempre potevano uscire in pubblico, soprattutto non accompagnate, inoltre spesso per
legge c’erano restrizioni importanti, le scuole erano private e costose e dunque tra i figli si sceglie va di
mandare a scuola i maschi, soprattutto perché poi le donne non potevano esercitare certe professioni e
si puntava a farle trovare un buon marito. La famiglia dunque ripercorreva e rinforzava dei cliché già
diffusi nella società. Dunque, la donna anche interessata all’attualità comunque non aveva potuto studiare
e quindi nei caffè si trovava spaesata, nonostante non ci fossero limitazioni legali al loro ingresso.
Questa è stata la visione prevalente fino a 20-30 anni fa. Forse la visione di Habermas è un po’ semplificata
perché considera le famiglie come strutturate tutte nello stesso modo, con le stesse abitudini ecc. Diverse
famiglie infatti incoraggiavano le donne a studiare, a diventare indipendenti. È una semplificazione anche
vedere tutti gli uomini impegnati in attività pubbliche e le donne tutte impegnate a passeggiare. In realtà
le donne nella vita pubblica uscivano molto, e i primi luoghi in cui iniziano ad andare da sole sono i
passages, luoghi puliti, sicuri, ben protetti e ben frequentati. Dunque, le donne diventano presenti in questi
spazi. Anche le fotografie spesso restituiscono una realtà più diversificata e sfaccettata di quella presentata
da Habermas. I passages, luoghi di consumo, diventano importanti e luogo di ritrovo di diversi mondi:
quello borghese, quello dei flâneur, quello femminile (cfr. E. Rappaport). Quella che è semplicemente una
via commerciale inizia a diventare un luogo che ha creato quasi una rivoluzione all’interno della cultura
metropolitana di Parigi. È molto significativo anche che Benjamin intitoli la sua opera Passages; è il simbolo
del nuovo che arriva. La città si riempie di passages, che fanno a gara per diventare il più bello. Subito dopo
anche altre città riprenderanno i passages, prima fra tutte Londra, ma anche città italiane come Milano
(Galleria Vittorio Emanuele, 1878). Dopo l’Unità infatti i milanesi decisero di dedicare al re, invece che
un museo o una piazza, un passage molto grande e importante; viene costruito a croce, come ce ne sono
pochi altri. Rispetto ai passage francesi è molto imponente e alto, con una pavimentazione molto originale
con delle parti illuminate da sotto. È molto simbolico perché nel centro sono dipinti tutti i continenti, è
un simbolo del mondo intero, e la cupola ha esattamente le stesse misure della cupola di San Pietro a
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Roma, nonostante non faccia lo stesso effetto perché è in vetro e ferro. Per bellezza viene costruita inoltre
la balconata continua in cui passava un trenino per accendere l’illuminazione. Tutt’ora è il passage più
grande che sia mai stato costruito, e a fine ’800 faceva un effetto incredibile sulla città. La società che lo
costruisce poi fallisce a metà dei lavori per l’enorme costo. L’opinione pubblica insorge contro l’idea di
abbandonare il progetto, e il Comune assume tutti i debiti e i costi della costruzione e finisce il passage
come da progetto.
La novità di questi luoghi è che sono commerciali. Prima nelle città si visitavano chiese, musei, piazze.
L’andare a vedere un luogo commerciale, dedicato ai consumi, era qualcosa che a nessuno sarebbe venuta
in mente. Invece diventano dei luoghi fondamentali; i luoghi del commercio e dei nuovi consumi sono
diventati così importanti da essere la priorità del turista. È come se nella loro materialità rappresentassero
la modernità, la cultura moderna e commerciale che viene considerata da molti la novità, la vera
modernità. Questi nuovi luoghi del consumo diventano i luoghi focali della città.
Il successo di questi passages, sia singoli o a croce, è tale che qualcuno pensa di trarne ispirazione per farne
qualcos’altro. Sono pieni di negozi, sono molto belli e per qualcuno sono stati avvicinati a dei teatri in cui
c’è il “pubblico” che passeggia e vede le “quinte” a sinistra e a destra nelle vetrine. Questa idea ispira
soprattutto i proprietari di grandi negozi, che pensano di fare un grande negozio utilizzando le
caratteristiche dei passages, creando i primi grandi magazzini. Tra i primi c’è Au Bon Marché (1852) a Parigi.
Boucicault, proprietario di un grande negozio a Parigi, è molto colpito dai passages come tutti i suoi
contemporanei e pensa di poter creare qualcosa nel suo
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