Storia romana: Res Gestae
Res Gestae: testo inciso su due pilastri di bronzo collocati nell’ingresso del Mausoleo di Augusto a Roma. Per volontà del senato, il testo doveva essere portato a conoscenza anche delle province. È un autoritratto di Augusto, il quadro della sua personalità e delle azioni da lui compiute, rappresentate nel modo in cui sarebbero dovute rimanere impresse nelle memorie degli uomini secondo la volontà del primo princeps di Roma. Nessuno prima di Augusto aveva mai raggiunto una posizione simile, né ottenuto gli stessi successi. Quindi nessuno era stato onorato così tanto. Augusto aveva esteso il dominio di Roma ovunque in Europa e nel Mediterraneo. Sotto di lui, l’Impero aveva raggiunto una stabilità mai conosciuta precedentemente.
Il senato e lo scudo d'oro
Il Senato fece appendere nella Curia Iulia, dove si riuniva, uno scudo d’oro su cui furono riconosciute le virtù di Augusto: Virtus (coraggio), Clementia (clemenza), Iustitia (giustizia), Pietas (intesa come adempimento dei doveri nei confronti degli uomini e degli Dei).
Però Augusto non fu solo questo. Cento anni dopo, Tacito tacciò di superficialità questa descrizione di Augusto, che sottolineava solo successi e onori. Non va dimenticato, infatti, che in gioventù Augusto non si fece scrupolo di cambiare parte nella lotta politica, di corrompere persone, di compiere brutalità contro alcuni cittadini (Perugia), eliminare gradualmente tutti i suoi avversari politici. Né scaturì una pace duratura, ma quale fu il suo prezzo?
Ad ogni modo, è fuori dubbio che Augusto rappresenta un unicum nella storia di Roma. Dal 44 a.C. al 14 d.C. aveva dato a Roma e all’Impero la forma a lui grata ed aveva lasciato a livello politico e culturale la sua impronta.
Gli inizi e i rapporti familiari
Augusto era originario di Velitrae, città a circa 30 km a sud-ovest di Roma. Figlio di Gaio Ottavio, che aveva fatto parte dell’ordine equestre (basato sul censo). Nonostante ciò, riuscì ad ottenere presto il passaggio al Senato di Roma. Fu acclamato imperator dopo la vittoria sulla tribù trace dei Bessi, nel periodo in cui era Governatore in Macedonia. Durante il ritorno morì. Nel 70 a.C. aveva sposato Azia, nipote di Gaio Giulio Cesare per via di sua madre Giulia. Dalla loro unione, nacque Gaio Ottavio nel 63 a.C. Alla morte del marito, nel 56 a.C., Azia sposò Marco Lucio Filippo, console nel 56 a.C.
Essendo Cesare senza figli, il parente più prossimo era proprio quel Gaio Ottavio, insieme a un Lucio Pinario e un Quinto Pedio. Ragionando Cesare per logiche “dinastiche”, la sua posizione sarebbe dovuta essere trasmessa ad un membro della sua famiglia. Cesare designò il giovane Ottavio erede dei 3/4 del suo patrimonio, adottandolo. Gli altri due parenti si spartirono l’ultimo quarto. Cesare dimostrò chiaramente a chi doveva essere trasmessa anche la sua posizione politica. Naturalmente, mantenendo regole repubblicane, Cesare non poteva nominare direttamente un erede.
Il 15 marzo del 44 a.C., Ottaviano era ad Apollonia in Macedonia, per ampliare la propria formazione intellettuale e per attendere il prozio, in procinto di intraprendere una campagna contro i parti. Tornato in Italia in fretta, Ottaviano venne a conoscenza del testamento dello zio e decise di diventare il suo erede politico. Fece i primi passi autonomi in politica: pretese per sé una parte del denaro messo a disposizione per la campagna partica e incassò il tributo annuale della provincia d’Asia senza alcuna autorizzazione. Nelle sue gesta, Augusto scrive di aver allestito un esercito di propria iniziativa, ma non dice propriamente il vero. Avesse avuto a disposizione solo i suoi mezzi finanziari, l’impresa non sarebbe stata possibile.
Ottaviano giunse a Roma il 6 maggio ed assunse subito l’eredità di Cesare, oltre al suo nome: si chiamò Gaio Giulio Cesare. Il cognome Ottaviano avrebbe ricordato le sue origini modeste. Dopo l’uccisione di Cesare ci fu caos politico. Il 17 marzo fu proclamata un’amnistia generale per i Cesaricidi. Consoli erano Marco Antonio e Gneo Dolabella. Marco Antonio, però, non fu accettato da tutti i cesariani come il nuovo leader del partito. Infatti, in un primo momento impedì che Cesare venisse assunto fra gli Dei. Inoltre, mostrò di voler rafforzare troppo la sua posizione, entrando in rotta di collisione con gli altri cesariani. Questo aumentò il sostegno per il giovane Cesare. Questi annunciò apertamente di voler vendicare Cesare. Lo esigeva la pietas, che si mostrò anche nella scelta di pagare i 300 sesterzi a ciascuno dei membri della plebe cittadina di Roma, così come era stato trascritto nel testamento di Cesare. Antonio da subito cercò di bloccarne l’ascesa, ma non ci riuscì. Quindi decise di abbandonare Roma: chiamò le quattro legioni accampate nei pressi di Brindisi con l’intenzione di impadronirsi delle due provincie galliche ancora prima che il mandato del Governatore Decimo Bruto scadesse. Due delle legioni, però, disertarono e passarono dalla parte di Ottaviano. Così la partenza di Antonio assunse i contorni della fuga.
In Senato aumentò la corrente dei cesariani con sentimenti repubblicani. A capo del partito repubblicano c’era il vecchio Cicerone. Ottaviano assunse maggior prestigio perché la politica di Antonio incuteva timore anche nei cesariani. In cambio di riconoscimenti ufficiali, Ottaviano metteva a disposizione del Senato le sue truppe. Così ricevette un comando, un imperium, per agire contro Antonio, dichiarato nemico dello stato. Il 7 gennaio del 43 a.C. assunse i fasces, i segni del potere militare. Raggiunse Antonio a Modena, dove si trovava nell’assedio di Decimo Bruto. Con lui anche i consoli di quell’anno, Irzio e Pansa, due cesariani. Antonio venne sconfitto nella battaglia del 21 aprile. I due consoli morirono. Ottaviano assunse i comandi dei loro eserciti, ma il quadro generale cambiò presto.
Il Senato legittimò, infatti, le posizioni di Bruto e Cassio, i cesaricidi, in Siria e Macedonia. Inoltre, Antonio si era accattivato le simpatie di parecchi governatori in Spagna e in Gallia. Questi, tra cui Emilio Lepido, propagandavano la vendetta per Cesare. Ottaviano doveva quindi chiarire bene la sua posizione. Cercò di migliorare la sua posizione. Morti i consoli, inviò una delegazione dei proprio centurioni al senato, cui sollecitò il consolato per il proprio comandante e le ricompense promesse ai soldati. Il senato respinse la richiesta e Ottaviano marciò con centurioni e legioni su Roma, ottenendo un successo. Ottaviano fu eletto console nell’agosto del 43. Tramite una legge, venne poi istituito un tribunale contro i cesaricidi. Ottaviano legalizzò la volontà di vendicare Cesare. Fece rimuovere inoltre la delibera che voleva Antonio nemico dello stato. In questo modo facilitò le trattative con Antonio.
Il triumvirato: l'arbitrio diventa legge
Nell’ottobre del 43, Antonio, Ottaviano e Lepido si incontrarono a Bologna. Obiettivo era vendicare Cesare e consolidare le proprie posizioni. Si creò un Tresviri rei publicae constituendae, un collegio di tre uomini per l’organizzazione dello Stato. A differenza dell’accordo privato di Cesare, Pompero, Crasso i triumviri, stavolta, si fecero conferire un mandato ufficiale dall’assemblea popolare. Il mandato era circoscritto a una durata di cinque anni. Si divisero l’impero. Lepido ottenne la Spagna e la provincia della Narbonense. Ott. Sicilia, Sardegna e l’Africa. Ant. la Gallia Cisalpina e la Gallia Comata. Militarmente uscì benissimo Antonio, mentre Ott. fu ridimensionato. Le due isole erano di scarsa utilità, finché Sesto Pompeo, figlio di Pompeo, scorrazzava nel Mediterraneo con le sue navi.
Antonio e Ottaviano dovevano condurre inoltre la lotta contro i Cesaricidi. C’era bisogno di denaro per motivare le truppe. Sull’esempio di Silla (ideatore delle prime proscrizioni), dichiararono fuorilegge i propri avversari, così che chiunque poteva ucciderli. Inseriti in questa lista trecento senatori e duemila cavalieri. Ottaviano si oppose all’inizio perché voleva salvare Cicerone, che Antonio perseguitava. Ma non fu possibile. Al loro posto, furono insediati persone di fiducia dei triumviri.
Il denaro a disposizione non era però ancora sufficiente e fu necessario erigere tributi straordinari, visto che Bruto e Cassio, in Oriente, con ogni mezzo a disposizione avevano approntato 19 legioni. Ad ogni modo, Antonio e Ottaviano finirono per raccogliere 28 legioni ed alla Macedonia si imbarcarono per raggiungere l’Oriente.
Nel 42 a.C. gli eserciti si sfidarono due volte nei pressi di Filippi. Vinse Antonio, che in seguito descrisse Ottaviano come un codardo, un vile. Ed effettivamente a comandare le legioni di Ottaviano sul campo fu Marco Agrippa. Antonio mantenne una posizione solida in Gallia, ma dovette pacificare l’Oriente e ricavarne denaro per la sistemazione dei veterani. Antonio concesse ad Ottaviano alcune provincie spagnole a discapito di Lepido. Ma anche lui aveva lo stesso problema economico di Antonio.
Questa operazione costava un prezzo politico, perché le popolazioni cacciate avrebbero seguito chiunque si sarebbe innalzato contro i propri usurpatori. Ottaviano lo sapeva, ma pose mano lo stesso alla riforma. Da alcune città furono cacciate intere popolazioni. Alcuni come Virgilio riottennero i beni paterni, presso Mantova. Gli espropriati trovarono la voce in Lucio Antonio, fratello del triumviro. A molti sembrava pericoloso non tanto Antonio, quanto Ottaviano. Si cercò perfino di sciogliere il triumvirato e di proclamare Ottaviano nemico dello stato. Ciò avrebbe però leso agli interessi dei veterani, quindi Ottaviano ebbe la meglio sugli oppositori. Pose l’assedio a Perugia, dove si era rifugiato Lucio Antonio. Ottaviano risparmiò il fratello del triumviro. Giustiziò, invece, moltissimi cittadini di Perugia, tra cui anche senatori e cavalieri. Chi venne risparmiato si affrettò in Oriente a sollecitare un intervento di Antonio. Si offrì ad Ant. la possibilità di eliminare Ott. con l’aiuto di Sesto Pompeo. Un cesariano alleato di un repubblicano. Ant. tornò in Italia e pose l’assedio a Brindisi, dove erano le truppe di Ottaviano, ma le legioni rifiutarono uno scontro. Così si giunse al trattato di Brindisi nell’autunno del 40. Ad Ottaviano furono assegnate tutte le province occidentali, tranne l’Africa che fu data a Lepido. Antonio tenne le provincie orientali. L’Italia doveva rimanere terra di tutti, specialmente per il reclutamento dei soldati. L’intesa fu sorretta da un matrimonio. La sorella di Ottaviano, Ottavia, andava in sposa ad Antonio, vedovo da poco tempo.
La legittimazione del leader
Ottaviano doveva inoltre trovare un accordo con Sesto Pompeo, che minacciava l’Italia. Si arrivò al trattato di Miseno del 39 a.C. Pompeo era riconosciuto come partner nella gestione del potere. Inoltre, gli venne assicurato il consolato per il 35 a.C. Come contropartita terminarono le aggressioni e le provvigioni di grano tornarono a giungere nella capitale. Nel trattato erano compresi anche i seguaci di Pompeo, tra cui Tiberio Druso Nerone, sposato con Livia Drusilia, nipote do Marco Livio Druso, che nel 91 a.C. fu il protagonista dell’integrazione degli italici nella comunità politica romana. Livia era una figura importante da un punto di vista di legami politici. Ottaviano cercò di conquistarla, nel momento in cui la donna aspettava il secondo figlio dal marito. La legge non permetteva una separazione, ma Ottaviano riuscì a strappare un permesso al collegio sacerdotale e sposò Livia nel 38 a.C. Dopo pochi mesi nacque Druso, mentre il primogenito Tiberio aveva già quattro anni. Nerone nominò Ottaviano tutore dei figli, immaginando che ciò avrebbe favorito la carriera di entrambi.
Nonostante ciò, il trattato di Miseno rappresentava un ostacolo per Ottaviano, che doveva liberarsi di Pompeo. Dovevano accadere due cose: prima di tutto Ottaviano doveva rafforzare la propria flotta e, secondo, bisognava che Antonio desse il suo consenso, nonché il suo aiuto. Ciò avvenne in una situazione poco felice per Antonio. In Oriente i Parti non erano ancora stati sconfitti, né era stata vendicata la sconfitta subita da Crasso nel 53 a.C. Antonio aveva bisogno di un successo. Per ottenere ciò aveva bisogno di truppe nuove e esperte, da ottenere in Italia che, nonostante gli accordi di Brindisi, era sotto Ottaviano. I due si incontrarono a Taranto e risistemarono i loro rapporti, accordandosi anche per una continuazione del triumvirato, terminato il 31 dic. del 38. Nel settembre del 37, si concordò di prolungare il triumvirato di altri cinque anni. Formalmente, il rinnovo avveniva su delibera dell’assemblea popolare. Ottaviano potette quindi fregiarsi del titolo di triumvir rei publicae constituendae iterum (triumviro per la seconda volta). Fu l’unico ad osservare queste formalità, che gli permettevano di far sì che osservasse le norme del diritto: Antonio le trascurò e Lepido perse gradualmente peso.
L’accordo militare stabiliva che Antonio cedesse a Ottaviano 120 navi della propria flotta per la guerra contro Pompeo, in cambio di 20000 legionari per la guerra contro i Parti. Le navi arrivarono subito. Provocatoriamente, Ottaviano inviò solo un decimo delle truppe promesse, cioè duemila legionari. In più, Ottaviano ottenne anche l’aiuto di Lepido che con le sue legioni arrivò in Sicilia. Sesto Pompeo cadde nel 35 a.C. e fu giustiziato a Mileto. Il suo esercito si divise: una parte passò a Ottaviano, l’altra si unì a Lepido che, sentendosi forte, pretese la cessione della Sicilia. Ma Lepido sottovalutava Ottaviano, che già aveva dato prova di abilità diplomatica. Ottaviano influenzò le truppe di Lepido, che passarono dalla sua parte. Il triumviro si arrese e depose la carica. Ottaviano lo graziò, ma gli rimase solo la carica di Pontefice Massimo, fino alla sua morte, nel 12 a.C. Ottaviano mostrò di voler rispettare i rapporti di proprietà e le strutture sociali esistenti agli abitanti d’Italia. Riconsegnò così gli schiavi fatti prigionieri, nella guerra contro Pompeo, ai padroni affinché gli punissero. Fece punire pubblicamente solo i seimila di cui non si poteva più individuare il padrone.
Il ritorno a Roma fu un trionfo per Ottaviano che aveva vinto i pirati. Gli fu conferita la Sacrosanctitas, cioè uno dei diritti dei Magistrati responsabili del bene della popolazione. Era l’invulnerabilità del Tribuno della Plebe. Diritto che poi fu allargato anche a Livia e Ottavia. Inoltre, Ottaviano aumentò il suo seguito in Senato, facendo eleggere alle cariche inferiori del Tribunato della plebe, della Questura e dell’Edilità numerosi suoi seguaci provenienti da tutta Italia. Antonio era lontano e da parte sua non fece molto per ostacolare Ottaviano, che, per lui, rappresentava un problema minore.
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