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modeste. Dopo l’uccisione di Cesare ci fu caos politico. Il 17 marzo fu proclamata un’amnistia

generale per i Cesaricidi. Consoli erano Marco Antonio e Gneo Dolabella. Marco Antonio, però,

non fu accettato da tutti i cesariani come il nuovo leader del partito. Infatti in un primo momento

impedì che Cesare venisse assunto fra gli Dei. Inoltre mostrò di voler rafforzare troppo la sua

posizione, entrando in rotta di collisione con gli altri cesariani. Questo aumentò il sostegno per il

giovane Cesare. Questi annunciò apertamente di voler vendicare Cesare. Lo esigeva la pietas, che si

mostrò anche nella scelta di pagare i 300 sesterzi a ciascuno dei membri della plebe cittadina di

Roma, così come era stato trascritto nel testamento di Cesare. Antonio da subito cercò di bloccarne

l’ascesa, ma non ci riuscì. Quindi decise di abbandonare Roma: chiamò le 4 legioni accampate nei

pressi di Brindisi con l’intenzione di impadronirsi delle 2 provincie galliche ancora prima che il

mandato del Governatore Decimo Bruto scadesse. 2 delle legioni, però, disertarono e passarono

dalla parte di Ottaviano. Così la partenza di Antonio assunse i contorni della fuga.

In Senato aumentò la corrente dei cesariani con sentimenti repubblicani. A capo del partito

repubblicano c’era il vecchio Cicerone. Ottaviano assunse maggior prestigio perché la politica di

Antonio incuteva timore anche nei cesariani. In cambio di riconoscimenti ufficiali, Ottaviano

metteva a disposizione del Senato le sue truppe. Così ricevette un comando,un imperium, per agire

contro Antonio, dichiarato nemico dello stato. Il 7 gennaio del 43 a.C. assunse i fasces, i segni del

potere militare. Raggiunse Antonio a Modena, dove si trovava nell’assedio di Decimo Bruto. Con

lui anche i consoli di quell’anno, Irzio e Pansa, 2 cesariani. Antonio venne sconfitto nella battaglia

del 21 aprile. I 2 consoli morirono. Ottaviano assunse i comandi dei loro eserciti, ma il quadro

generale cambiò presto.

Il Senato legittimò, infatti, le posizioni di Bruto e Cassio, i cesaricidi, in Siria e Macedonia.

Inoltre Antonio si era accattivato le simpatie di parecchi governatori in Spagna e in Gallia. Questi,

tra cui Emilio Lepido, propagandavano la vendetta per Cesare. Ottaviano doveva quindi chiarire

bene la sua posizione. Cercò di migliorare la sua posizione. Morti i consoli, inviò una delegazione

dei proprio centurioni al senato, cui sollecitò il consolato per il proprio comandante e le ricompense

promesse ai soldati. Il senato respinse la richiesta e Ottaviano marciò con centurioni e legioni su

Roma, ottenendo un successo. Ottaviano fu eletto console nell’agosto del 43. Tramite una legge,

venne poi istituito un tribunale contro i cesaricidi. Ottaviano legalizzò la volontà di vendicare

Cesare. Fece rimuovere inoltre la delibera che voleva Antonio nemico dello stato. In questo modo

facilitò le trattative con Antonio. Cap. II

Il Triumvirato, ovvero l’arbitrio diventa legge

Nell’ottobre del 43, Antonio Ottaviano e Lepido si incontrarono a Bologna. Obiettivo era

vendicare Cesare e consolidare le proprie posizioni. Si creò un Tresviri rei publicae constituendae,

un collegio di 3 uomini per l’organizzazione dello Stato. A differenza dell’accordo privato di

Cesare, Pompero, Crasso i triumviri, stavolta, si fecero conferire un mandato ufficiale

dall’assemblea popolare. Il mandato era circoscritto a una durata di 5 anni. Si divisero l’impero.

Lepido ottenne la Spagna e la provincia della Narbonense. Ott. Sicilia, Sardegna e l’Africa. Ant. la

Gallia Cisalpina e la Gallia Comata. Militarmente uscì benissimo Antonio, mentre Ott. fu

ridimensionato. Le 2 isole erano di scarsa utilità, finchè Sesto Pompeo, figlio di Pompeo,

scorrazzava nel Mediterraneo con le sue navi.

Antonio e Ottaviano dovevano condurre inoltre la lotta contro i Cesaricidi. C’era bisogno di

denaro per motivare le truppe. Sull’esempio di Silla (ideatore delle prime proscrizioni),

dichiararono fuorilegge i propri avversari, così che chiunque poteva ucciderli. Inseriti in questa lista

300 senatori e 2000 cavalieri. Ottaviano si oppose all’inizio perché voleva salvare Cicerone, che

Antonio perseguitava. Ma non fu possibile. Al loro posto, furono insediati persone di fiducia dei

triumviri.

Il denaro a disposizione non era però ancora sufficiente e fu necessario erigere tributi

straordinari, visto che Bruto e Cassio, in Oriente, con ogni mezzo a disposizione avevano

approntato 19 legioni. Ad ogni modo, Antonio e Ottaviano finirono per raccogliere 28 legioni e

dalla Macedonia si imbarcarono per raggiungere l’Oriente.

Nel 42 a.C. gli eserciti si sfidarono 2 volte nei pressi di Filippi. Vinse Antonio, che in

seguito descrisse Ottaviano come un codardo, un vile. Ed effettivamente a comandare le legioni di

Ottaviano sul campo fu Marco Agrippa. Antonio mantenne una posizione solida in Gallia, ma

dovette pacificare l’Oriente e ricavarne denaro per la sistemazione dei veterani. Antonio concesse

ad Ottaviano alcune provincie spagnole a discapito di Lepido. Ma anche lui aveva lo stesso

problema economico di Antonio.

Questa operazione costava un prezzo politico, perché le popolazioni cacciate avrebbero

seguito chiunque si sarebbe innalzato contro i propri usurpatori. Ottaviano lo sapeva, ma pose mano

lo stesso alla riforma. Da alcune città furono cacciate intere popolazioni. Alcuni come Virgilio

riottennero i beni paterni, presso Mantova. Gli espropriati trovarono la voce in Lucio Antonio,

fratello del triumviro. A molti sembrava pericoloso non tanto Antonio, quanto Ottaviano. Si cercò

perfino di sciogliere il triumvirato e di proclamare Ottaviano nemico dello stato. Ciò avrebbe però

leso agli interessi dei veterani, quindi Ottaviano ebbe la meglio sugli oppositori. Pose l’assedio a

Perugia, dove si era rifugiato Lucio Antonio. Ottaviano risparmiò il fratello del triumviro. Giustiziò,

invece, moltissimi cittadini di Perugia, tra cui anche senatori e cavalieri. Chi venne risparmiato si

affrettò in Oriente a sollecitare un intervento di Antonio. Si offrì ad Ant. la possibilità di eliminare

Ott. con l’aiuto di Sesto Pompeo. Un cesariano alleato di un repubblicano. Ant. tornò in Italia e

pose l’assedio a Brindisi, dove erano le truppe di Ottaviano, ma le legioni rifiutarono uno scontro.

Così si giunse al trattato di Brindisi nell’autunno del 40. Ad Ottaviano furono assegnate tutte

le province occidentali, tranne l’Africa che fu data a Lepido. Antonio tenne le provincie orientali.

L’Italia doveva rimanere terra di tutti, specialmente per il reclutamento dei soldati. L’intesa fu

sorretta da un matrimonio. La sorella di Ottaviano, Ottavia, andava in sposa ad Antonio, vedovo da

poco tempo. Cap. III

La legittimazione del Leader

Ottaviano doveva inoltre trovare un accordo con Sesto Pompeo, che minacciava l’Italia. Si

arrivò al trattato di Miseno del 39 a.C.. Pompeo era riconosciuto come partner nella gestione del

potere. Inoltre, gli venne assicurato il consolato per il 35 a.C.. Come contropartita terminarono le

aggressioni e le provvigioni di grano tornarono a giungere nella capitale. Nel trattato erano

compresi anche i seguaci di Pompeo, tra cui Tiberio Druso Nerone, sposato con Livia Drusilia,

nipote do Marco Livio Druso, che nel 91 a.C. fu il protagonista dell’integrazione degli italici nella

comunità poilitica romana. Livia era una figura importante da un punto di vista di legami politici.

Ott. cercò di conquistarla, nel momento in cui la donna aspettava il secondo figlio dal marito. La

legge non permetteva una separazione, ma Ottaviano riuscì a strappare un permesso al collegio

sacerdotale e sposò Livia nel 38 a.C.. Dopo pochi mesi nacque Druso, mentre il primogenito

Tiberio aveva già 4 anni. Nerone nominò Ott. tutore dei figli, immaginando che ciò avrebbe favorito

la carriera di entrambi.

Nonostante ciò, il trattato di Miseno rappresentava un ostacolo per Ottaviano, che doveva

liberasi di Pompeo. Dovevano accadere due cose: prima di tutto Ottaviano doveva rafforzare la

propria flotta e, secondo, bisognava che Antonio desse il suo consenso, nonché il suo aiuto. Ciò

avvenne in una situazione poco felice per Antonio. In Oriente i Parti non erano ancora stati sconfitti,

né era stata vendicata la sconfitta subita da Crasso nel 53 a.C.. Antonio aveva bisogno di un

successo. Per ottenere ciò aveva bisogno di truppe nuove e esperte, da ottenere in Italia che,

nonostante gli accordi di Brindisi, era sotto Ottaviano. I 2 si incontrarono a Taranto e risistemarono

i loro rapporti, accordandosi anche per una continuazione del triumvirato, terminato il 31 dic. Del

38. Nel settembre del 37, si concordò di prolungare il triumvirato di altri 5 anni. Formalmente, il

rinnovo avveniva su delibera dell’assemblea popolare. Ottaviano potette quindi fregiarsi del titolo

di triumvir rei publicae constituendae iterum (triumviro per la seconda volta). Fu l’unico ad

osservare queste formalità, che gli permettevano di far si che osservasse le norme del diritto:

Antonio le trascurò e Lepido perse gradualmente peso.

L’accordo militare stabiliva che Antonio cedesse a Ottaviano 120 navi della propria flotta

per la guerra contro Pompeo, in cambio di 20000 legionari per la guerra contro i Parti. Le navi

arrivarono subito. Provocatoriamente, Ottaviano inviò solo un decimo delle truppe promesse, cioè 2

mila legionari. In più Ottaviano ottenne anche l’aiuto di Lepido che con le sue legioni arrivò in

Sicilia. Sesto Pompeo cadde nel 35 a.C. e fu giustiziato a Mileto. Il suo esercito si divise: una parte

passò a Ottaviano, l’altra si unì a Lepido che, sentendosi forte, pretese la cessione della Sicilia. Ma

Lepido sottovalutava Ottaviano, che già aveva dato prova di abilità diplomatica. Ottaviano

influenzò le truppe di Lepido, che passarono dalla sua parte. Il triumviro si arrese e depose la carica.

Ottaviano lo graziò, ma gli rimase solo la carica di Pontefice Massimo, fino alla sua morte, nel 12

a.C.. Ottaviano mostrò di voler rispettare i rapporti di proprietà e le strutture sociali esistenti agli

abitanti d’Italia. Riconsegnò così gli schiavi fatti prigionieri, nella guerra contro Pompeo, ai padroni

affinchè gli punissero. Fece punire pubblicamente solo i 6 mila di cui non si poteva più individuare

il padrone.

Il ritorno a Roma fu un trionfo per Ottaviano che aveva vinto i pirati. Gli fu conferita la

Sacrosanctitas, cioè uno dei diritti dei Magistrati responsabili del bene della popolazione. Era

l’invulnerabilità del Tribuno della Plebe. Diritto che poi fu allargato anche a Livia e Ottavia.

Inoltre Ottaviano aumentò il suo seguito in Senato, facendo eleggere alle cariche inferiori

del Tribunato della plebe, della Questura e dell’Edilità numerosi suoi seguaci provenienti da tutta

Italia. Antonio era lontano e da parte sua non fece molto per ostacolare Ottaviano, che, per giunta,

influenzò anche la tradizione storica circa alcune notizie su Antonio. Nello stesso momento in cui

Ottaviano vinceva i pirati, Antonio veniva sconfitto dai Parti. La perdita di prestigio di Antonio

continuava. Ottaviano capì che era giunto il momento di sferrare una stoccata decisiva e, oltre ai

2000 dei 20 mila promessi, inviò in Oriente anche Ottavia. Solo Cleopatra, madre di alcuni suoi

figli, era in grado di ripristinare le proprie forze militari, ma se avesse accolto Ottavia in Oriente,

questo aiuto sarebbe venuto meno. Antonio rispedì Ottavia a Roma e offrì il destro a Ottaviano,

visto che anche i suoi seguaci in Senato a questo punto potevano ribattere ben poco (amante

orientale preferita a moglie romana), Quando Antonio cedette, nel 34 a.C., l’Armenia a Alessandro

Helios, uno dei figli avuti da Cleopatra, Ottaviano aveva raccolto l’ultimo tassello per muovere

guerra al suo “alleato”, ormai divenuto nemico dello Stato. A ciò si aggiunse la sfida lanciata da

Antonio di riconoscere Cesarione come figlio legittimo di Cesare

Cap. IV

Lo scontro militare decisivo: Azio e Alessandria

Il 1 gen. del 33, Ott. assunse di nuovo il consolato. Nel discorso di apertura attaccò

violentemente Antonio, che, venuto a conoscenza di ciò, interruppe la campagna partica, temendo

un attacco da parte di Ottaviano. Le sue truppe vennero inviate a Efeso, sulla costa dell’Asia

Minore. Nonostante il trattato di Taranto avesse confermato la possibilità di attingere truppe

dall’Italia, Ottaviano negò sempre questo diritto al rivale. Nel frattempo, inoltre, le truppe di

Ottaviano nell’Illiria si addestravano e lo stesso Console aveva dato prova di miglioramenti nel suo

ruolo di Generale.

Il 1° gen. del 32, però, erano saliti al consolato Gaio Sosio e Gneo Domizo Enobarbo, stretti

collaboratori di Antonio, che sperava di recuperare la sua posizione. I 2 cercarono di attaccare la

figura di Ottaviano, che reagì e si presentò in Senato con un seguito armato. Nella stessa riunione,

attaccò nuovamente Antonio, per aver svenduto gli interessi romani in Oriente. I 2 consoli, con il

loro seguito di oltre 300 senatori, abbandonarono la città e si diressero in Oriente, sperando di

trovare ospitalità presso Antonio, che cogliendo la palla al balzo, avrebbe potuto recuperare

prestigio, accusando Ottaviano di opprimere le libertà repubblicane.

Ma ben presto i fuggitivi fecero la conoscenza di Cleopatra, che si era recata da Efeso ad

Atene con Antonio. Qui, impose la separazione del “suo uomo” da Ottavia. I Senatori, nella figura

della regina egizia, videro la personificazione delle accuse di Ottaviano, secondo cui gli Dei egizi

sarebbero entrati in lotta contro Giove. Antonio non si rese conto del pericolo. Le cose iniziarono a

cambiare da subito, però, visto che Munazio Planco e il nipote Marco Tizio, tra i più stretti

collaboratori di Antonio, cambiarono sponda.

I 2 portarono ad Ottaviano le informazioni che cercava. Inoltre Munazio conosceva il

testamento di Antonio, essendo stato testimone. Egli aveva disposto di essere sepolto a Alessandria,

a fianco di Cleopatra. In più, i figli ottenuti da Cleopatra avrebbero dovuto regnare sui paesi che

appartenevano a Roma, perché territori conquistati da truppe romane. La svendita di Roma era

totale. Munazio sapeva che l’originale era conservato presso le Vestali, a Roma. Ottaviano, con la

forza costrinse la Vestale Massima a consegnarli il testamento di Antonio e, una volta ottenuto ciò,

lo lesse in Senato, senza permettere ad alcuno di visionare direttamente il documento.

Ottaviano a questo punto poteva agire. Antonio venne privato di tutto, anche del consolato

del 31 a.C., già promesso da tempo. Fu dichiarata guerra a Cleopatra, di cui Antonio era succube,

ammaliato dal suo fascino. Si evitò, così, di proclamare una guerra civile.

Nelle res gestae, Augusto parla di Consensus Universorum, spiegando che tutta l’Italia si era

posta al suo fianco, riconoscendolo come comandante nella guerra. Egli altro non faceva che

compiere la volontà dei cittadini, i quali si obbligarono a prestare un giuramento verso di lui. Ciò

non avvenne sempre regolarmente, ma nelle varie città erano molti i seguaci di Ottaviano, come

tanti ex soldati, che molto dovevano ad Ottaviano. Fu facile stanare gli avversari, o presunti tali.

Ottaviano fu così ripagato del fatto di essersi assunto dopo i Filippi il compito di sistemare i

veterani.

Inoltre, Agrippa ottenne nel 33 l’incarico di edile e aveva realizzato 2 grandi acquedotti

l’Aqua Virgo e l’Aqua Iulia, collocando in città numerose nuove fontane. Il miglioramento

apportato da Agrippa fu utile alla propaganda di Ottaviano, che iniziò la costruzione della propria

sepoltura in Campo Marzio (contrasto con sepoltura orientale di Antonio). Inoltre, rese omaggio

alla tradizione, scagliando la lancia rituale di dichiarazione di guerra, in quanto sacerdote dei

Feziali, in un quadrato di Roma, dichiarato terreno nemico. Era la guerra.

Le truppe di Ottaviano e Agrippa, nel 31, furono trasportate al di là dell’Adriatico.

Sconfiggendo alcuni piccoli contingenti, Ottaviano tagliò i rifornimenti per le truppe di Antonio, di

stanza intorno il Golfo di Ambracia. Ant. fu preso in trappola e presto iniziarono le diserzioni. La

più importante fu quella di Domizio Enobarbo, da sempre suo collaboratore. Questi si rese conto

della situazione in cui Antonio era succube di Cleopatra. Quando si rese conto che Ant. non avrebbe

mutato atteggiamento, lo abbandonò. Antonio, constatando che ogni giorno perdeva gente, mosse

battaglia, ma solo per cercare la fuga. Un attacco di sfondamento. Agrippa, però, ebbe facilmente la

meglio. Quando Cleopatra e Antonio capirono ciò si districarono tra le navi in battaglia e fuggirono.

Era cmq la fine.

Ad Alessandria, nell’agosto del 30, Antonio perse nuovamente e si trafisse con la spada. Ott.

voleva risparmiare Cleopatra, che sarebbe stato un gran bottino di guerra, ma questa si avvelenò con

un serpente. Ottaviano si potette consolare con la conquista definitiva dell’Egitto, nuova provincia

Romana, e con i suoi tesori, con cui potette ricompensare i suoi collaboratori e festeggiare un

triplice trionfo, celebrato a Roma nell’agosto del 29 a.C.

Cap. V

Il nuovo ordinamento politico

Verso il principato

Nella sua opera storiografica, Cassio Dione, storico del III sec. d.C. inserisce 2 discorsi

pronunciati in Senato nel 29, da parte di Agrippa e Mecenate. Agrippa favoriva un ripristino

dell’ordinamento repubblicano. Mecenate, uomo di cultura, consigliava una monarchia aperta.

Questi discorsi non furono mai pronunciati, ma Dione coglie un punto centrale: Ottaviano discusse

moltissimo con i suoi seguaci circa il nuovo aspetto politico da dare a Roma.

2 punti chiave: Ottaviano non aveva intenzione di restituire il potere. Si doveva quindi

trovare una forma che conservasse le posizioni raggiunte, senza rompere troppo con la tradizione.

Anche perché Ottaviano non aveva vinto da solo e tutti i suoi alleati pretendevano la propria fetta di

torta. Certo, veniva escluso da subito il modello della monarchia esplicita anche solo sotto l’aspetto

formale. Cesare, che aveva elaborato questo modello, in cui non si intravedeva il sostrato

repubblicano, era stato ucciso. Bisognava, almeno a parole, ripristinare l’ordinamento repubblicano,

usando alcune forme sviluppate proprio dalla Repubblica per assicurare, cmq, il potere ad

Ottaviano. Consolidamento del potere e ritorno alla Repubblica venivano così a coincidere.

Ottaviano fu celebrato come portatore di pace. Venne innalzato sopra tutti gli altri uomini e

si mostrava come l’esistenza della Res Publicae dipendesse da lui. Ci fu un nuovo censimento,

dopo più di 40 anni dall’ultimo, che testimoniò come la popolazione superasse i 4 milioni (4 volte

tanto rispetto l’ultima volta) e quindi la grande potenza romana. In più Ottaviano ottenne la

possibilità di nominare nuovi patrizi, visto che molti erano scomparsi e solo i patrizi potevano

occupare determinati sacerdozi. Dal 28 dichiarò nulli tutti gli accordi presi dal triumvirato. Ciò

significava anche alcune sue decisioni, ma con questa mossa si svincolò da numerosi accordi che

restringevano la sua sfera d’azione.

Nel gen. del 27 a.C. Ottaviano si spogliò del suo pieno e illimitato potere di comando sulle

provincie e sulle relative legioni di stanza, quindi sull’effettivo potere detenuto, restituendo, di fatto,

il potere nelle mani del Senato e del Popolo. In quanto console, rimaneva cmq il più alto potere di

iniziativa all’interno della Res Publicae. Inoltre non bisognava sottovalutare la fedeltà che nei suoi

confronti avevano molti legionari e veterani. La sua clientela era ovunque e tutti a Roma lo

sapevano. Presto però si posero degli interrogativi. La guerra con i Parti non era ancora terminata,

ma avendo rinunciato al suo potere, Ottaviano non aveva obblighi di questo tipo. Nonostante ciò,

fece in modo che questa volta fu il Senato a andare da lui e si dichiarò pronto a prendere la cura

delle province non ancora pacificate, vale a dire la Spagna, la Gallia, la Siria, la Cilicia, Cipro e

l’Egitto. Soprattutto Spagna, Gallia e Siria le parti conquistate dai triumviri Cesare, Pompeo e

Crasso. Lui, da solo, prendeva il comando di queste 3 regioni. Il potere, però, ancora non aveva la

forma di una monarchia a vita. Perciò permise che le province fossero poste sotto il suo controllo

per un periodo non superiore ai 10 anni. Qualora avesse ottenuto la pacificazione di qualche regione

prima del termine stabilito, avrebbe restituito al Senato la regione. Ora poteva richiamare a buon

diritto il fatto che il Senato lo avesse spinto a assumere quegli incarichi. La sua potenza non si

fondava più sul Consensus Universorum quanto su un decreto ufficiale del Senato. Come affermato

nelle res gestae, Augusto dichiara di non aver mai avuto maggior potere ufficiale di chi ricoprì una

magistratura, nonostante superò tutti in auctoritas.

Il nuovo ordinamento del 28 e del 27 fu celebrato come “restaurazione della repubblica”. La

gratitudine mostrata ad Ottaviano fu immensa. Gli fu conferito uno scudo d’oro che venne appeso

nella sala del Senato su cui furono elencate le sue 4 virtù: virtus, clementia, iustitia, pietas.

Importante fu anche la scelta del cognomen che lo distinguesse da tutti gli altri romani.

Ottaviano optò per Romolo, ma a Romolo si legava troppo l’idea del regno e girava voce fosse stato

dilaniato dai senatori. Così si trovo il nuovo cognomen di Augusto, che lo metteva direttamente in

contatto con la sfera religiosa. Inoltre assunse il nome di Imp(erator) Caesar Divi Filius. Nel

prenome, era indicato il generale trionfato dalle proprie truppe. Inoltre, finora, Caesar era stato solo

il cognomen di un ramo della famiglia dei Giulii. Entrava così nella storia di Roma una nuova

famiglia e lui era l’unico figlio di un padre promosso tra gli Dei: Imp. Caesar Augustus.

Egli assunse la posizione del Princeps, del primo uomo, che prendeva su di sé la cura della

cittadinanza su ordine del Senato. Egli impiegava la sua auctoritas per tutti. Così meritò il

riconoscimento di princeps. La formazione del principato

Dovevano essere stabiliti nuovi rapporti di potere. In Egitto fu stabilito Gaio Cornelio Gallo,

come prefetto. Gallo, però, si sentì presto come un nuovo faraone. Fece erigere statue alla sua

persona e iscrizioni che annunciassero le sue gesta. Augusto non voleva nessuno che si sentisse

quasi un suo pari, così, saputo di ciò, lo fece cadere e sciolse la sua amicizia con lui (renuntiatio

amicitiae). Carriera politica terminata. A Gallo non rimase che suicidarsi.

Che cosa si doveva pensare della “libertà riconquistata”? Augusto dal 31 a.C. occupava

costantemente uno dei 2 posti del Consolato. Un consolato permanente, invece della regola che il

consolato. Ciò limitava l’ambizione anche dei seguaci di Augusto. Inoltre altri segnali erano poco

sereni. Il figlio del primo matrimonio di Ottavia, Claudio Marcello, si sposò nel 25 a.C. con Giulia,

figlia di Augusto. All’età di soli 18 anni, gli fu permesso di candidarsi al consolato, senza aver

compiuto particolari gesta, ben 10 anni prima dell’età prevista. Ci fu molta apprensione e si arrivò

anche a una congiura, nella quale fu implicato anche l’altro Console dei quell’anno, il 23 a.C., vale

a dire Terenzio Varrone Murena. La congiura fu scoperta e i congiurati condannati a morte da un

tribunale con la massima rapidità. Al posto di Murena salì al consolato un Calpurnio Pisone di fede

repubblicana. Ciò permetteva al principe di dimostrare la sua lealtà alla repubblica.

Augusto risentì della tensione psicologica e si ammalò gravemente nel 23 a.C.. Affidò

l’anello con il sigillo ad Agrippa, dal letto in cui giaceva, e una lista circa le finanze e le truppe al

collega Pisone. Stato e Partito dovevano portare avanti la sua opera. Guarì e subito depose il suo

consolato permanente (lo ricoprì solo altre 2 volte, nel 5 e nel 2 a.C. per favorire l’ingresso nella

comunità dei suoi 2 figli adottivi). Perse l’immediata competenza giuridica per la conduzione della

vita politica a Roma. Nelle province non perse nulla in quanto ora il suo potere divenne imperium

proconsolare. Tale imperium non si allargava a province governate da altri proconsoli, ma ciò non

gli impedì di intervenire anche nel governo delle altre province, tanta era la sua auctoritas. Inoltre

fu deciso che in caso di conflitto con qualche altro proconsole, il potere magistrale di Augusto

sarebbe stato maggiore e che questo non si estingueva nel caso in cui avesse superato il sacro limite

cittadino di Roma (tutti gli altri proconsoli avrebbero perso ogni prerogativa di potere, nello stesso

caso). Augusto fu posto al di sopra del normale ordinamento.

Gli furono dati i pieni diritti di un tribuno della plebe (tribunizia potestas) senza la

magistratura stessa. Inoltre venne espressamente deciso che avrebbe potuto convocare il Senato in

ogni momento. La tribunizia potestas divenne il segno di una nuova forma di dominio, che venne

assunta anche nella titolatura. Agrippa venne chiaramente indicato come il secondo uomo dello

stato. Quando si verificò una carestia a Roma nel 22, il popolo lo costrinse ad assumere una

dittatura. Con atto altamente teatrale, Augusto si strappò le vesti, dichiarando che preferiva essere

trafitto dai pugnali piuttosto che assumere la dittatura. Provvide all’approvvigionamento di generi

alimentari ed assunse la cura annonae. Si venne a capo della carestia in breve tempo. Gli fu offerta

la Censura. Rifiutò e i 2 censori eletti al suo posto fallirono. Senza di lui non funzionava nulla.

Quando tornò a Roma, nel 19 a.C., una parte dei prtori e dei tribuni della plebe gli andò

incontro, insieme ai senatori più illustri. Era un grandissimo onore, come sottolineò nelle res gestae.

A ciò si aggiungono l’innalzamento di un altare della Fortuna Radux, che vegliava sul suo ritorno e

il festeggiamento del giorno del suo ritorno con dei giochi, gli Augustalia. In quell’anno, il 19, si

celebrò l’ultimo trionfo di un proconsole che mantenesse un imperium indipendente da Augusto: era

Cornelio Balbo, che aveva vinto i Garamanti. Dopo di egli altri generali ottennero vittorie. Ma a

nessuno venne più riconosciuto un trionfo. Anche perché la maggior parte dei grandi eserciti era

comandata da legati di Augusto. A lui erano attribuite le loro vittorie. Anche gli stessi proconsoli


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flaviael

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DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in storia dell'arte medievale, moderna, contemporanea
SSD:
Università: Parma - Unipr
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Parma - Unipr o del prof Vera Domenico.

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