Immagini contraddittorie: la Repubblica al tramonto
Agli inizi del potere augusteo regnava il pessimismo (31 a.C.): lo Stato, si pensava, era sull’orlo della rovina. Dopo aver raggiunto il potere, Augusto doveva affrontare alcuni problemi: ai fasti celebrativi aveva opposto il culto del sovrano eletto dagli dei, allo scandalo del lusso privato, aveva opposto un programma di opere pubbliche, all’indifferenza religiosa e all’immoralità, aveva opposto un programma di rinnovamento religioso e morale.
Nel II sec. a.C. viene eretta in Roma una statua di bronzo in onore di un generale: una statua nuda, la cui nudità aveva fatto scalpore fra i romani. È comunque un esempio di arte ellenistica, perché sembra simile all’“Alessandro con la lancia” di Lisippo. La statua proviene da una bottega greca; non si tratta di un greco, ma di un romano.
Esempi di rappresentazione del carattere individuale della Roma del I sec. a.C. sono il ritratto di Cesare, con un atteggiamento ironico, il ritratto di Pompeo, il ritratto di Crasso: ci si faceva raffigurare con naturalezza, grassi, magri, giovani, vecchi, sdentati, calvi, ma nella maggior parte con espressione severa. Per esempio, il ciuffo di capelli sulla fronte di Pompeo rimanda ad Alessandro Magno: sintomo di voler restare fedeli alla repubblica, anche se vi è ammirazione per le figure ellenistiche.
Il II sec. è il secolo della diffusione delle monete: all’epoca di Silla un personaggio usa entrambe le facce di una moneta per vantare una discendenza dal dio Ermes e dal figlio Odisseo. Anche la base di Enobarbo ha un rilievo votivo in cui un censore fa rappresentare il sacrificio rituale al termine della sua magistratura. I liberti invece, orgogliosi della loro cittadinanza romana, si facevano ritrarre con la toga e con i parenti, soprattutto sulle tombe di famiglia, sul margine delle strade (tombe di Via Statilia a Roma).
Una tomba famosa, il Mausoleo di Cecilia Metella, è stata costruita su un rialzo del terreno della Via Appia; si compone di tre parti: uno zoccolo quadrato, una torre rotonda e un tumulo (oggi scomparso). Qui si puntava alle dimensioni, ma si poteva puntare anche sull’accumulo di elementi architettonici diversi, come il monumento sepolcrale dei Giulii a St-Rémy in Provenza: su uno zoccolo a forma di altare si alza un arco trionfale, e sopra, un tempietto rotondo con statue dei defunti, che risultano quasi invisibili ai passanti.
Dalla dittatura di Silla, il lusso delle abitazioni private cresce a dismisura, mentre per quanto riguarda le case della popolazione generale, l’abitudine di costruire in senso verticale, edifici troppo stretti, troppo alti, su fondamenta scadenti, causava crolli e incendi quasi ogni giorno. Le città di Campania e Lazio come Capua, Tivoli, Palestrina, avviavano costruzioni di santuari, edifici pubblici, strade e piazze, mentre a Roma la situazione peggiorava.
Dalle crisi interne dei Gracchi (133-121 a.C.) il lavoro del restauro dei templi e degli edifici pubblici si ferma. Le costruzioni private dei “grandi” invece continuavano a crescere: il teatro di Pompeo, il nuovo Foro di Cesare in primis. Il tempio che dominava nel Foro era consacrato a Venere Genetrix, e con questi accorgimenti di associazione, Cesare è stato il primo a proclamarsi divino.
Nel frattempo a Pompei, già nel II sec. a.C. c’era un teatro di pietra, uno stabilimento termale e un ginnasio; Capua sembrava una moderna città ellenistica; gli aristocratici campani filelleni si costruivano case sontuose e lussuose, e qui viene a crearsi a poco a poco una rottura fra sfera privata e sfera pubblica, la villa da tranquilla occasione di svago con amici, era diventata simbolo di prestigio e ricchezza. Un esempio è la villa-museo di Paul Getty, a Malibu in California, che riproduce fedelmente la Villa dei Papiri di Ercolano: interessante è l’assenza di tematiche romane, non ci sono miti politici, non ci sono ritratti di eroi, o personaggi storici, o intellettuali, non ci sono rappresentazioni allegoriche di valori e virtù romane. C’erano invece ritratti di poeti greci, filosofi, oratori, sovrani ellenistici.
Addirittura questa “fuga” nella cultura greca comportava il travestimento da parte di un romano: il romano colto si vestiva con mantello greco e sandali greci, si metteva una corona sul capo e sprofondava in poltrona, sentendosi così un Greco fra i Greci. Esempio emblematico è quello del commediografo antico Posidippo, adattato nel volto e nella capigliatura dal ritratto di un romano del I sec. a.C. Anche nella statua di un oratore greco, nella Villa dei Papiri sono immortalati i tratti di un contemporaneo romano, forse il proprietario della villa.
Immagini antagoniste: la lotta per il potere assoluto
Dopo la morte di Cesare nel 44 a.C., la lotta per la successione dura 13 anni. Da un lato c’era Ottaviano, dall’altro Antonio; i due sembrano sovrani ellenistici in lotta per il dominio su Roma. Cesare era il prozio e padre adottivo di Ottavio, che rinuncia a usare il cognomen, e si fa chiamare sin da subito Cesare. Sconfitto Antonio nel 31 a.C., Ottaviano sale al potere assoluto, e modifica il suo stile politico: nel 27 ripristina la repubblica, e da “salvatore dei cittadini”, ottiene il titolo Augustus.
Fa così tutto il possibile per tagliare i ponti col passato; interessante è un fatto, accaduto nel 44, in cui vengono celebrati i Ludi Victoriae Caesaris, in cielo compare una cometa: si diceva che era in cielo da ben 7 giorni, e che tutto il mondo l’aveva vista. La cometa viene interpretata come un segno divino di Cesare, e da allora è stata consacrata nel Foro una statua di Cesare, con sul capo una stella. Così anche Ottaviano fa: mette su tutte le statue di Cesare la stella cometa; nel 42 a.C. Ottaviano stabilisce che il culto di Cesare, Divus Iulius, sia inserito ufficialmente nella religione di Stato, e impone la sua venerazione. Ottaviano così finisce per chiamarsi figlio del nuovo dio.
Sulle monete viene rappresentata questa immagine divinizzata: in un aureo di Ottaviano vi è un tempio del Divus Iulius, sul cui timpano compare la stella cometa e sotto la scritta Divo Iulio, sproporzionata. Antonio non riusciva a stargli dietro. La statua di Ottaviano, inaugurata da lui stesso nel 43, era stata importantissima perché era una statua equestre, che doveva esser sistemata o sopra, o accanto alla tribuna degli oratori. Addirittura si hanno monete in cui vi è l’effigie di questa statua: solo che sulle prime monete, il monumento era costituito dal cavallo su un’asta, sotto uno sperone di una nave che indica appunto la tribuna degli oratori; più in là le monete mutano, e il cavallo è a riposo, poi di nuovo mutano e il cavallo è un cavallo al galoppo.
In monete tarde, non c’è più Ottaviano come condottiero ma è a torso nudo, con un mantello svolazzante: un’allusione al potere assoluto. Un’altra statua è caratteristica: celebrava la vittoria su Pompeo a Nauloco (36 a.C.) e qui Ottaviano è nudo, e visto che è vincitore di una battaglia navale, regge come trofeo l’aplustre di una nave. La lancia nell’altra mano lo qualifica come generale, il piede destro è poggiato su una sfera, simbolo della terra e della volta stellata, quindi del potere universale.
Il primo ritratto ufficiale di Ottaviano è databile al 40 a.C., in cui è un giovane dal volto ossuto, gli occhi piccoli e espressione inquieta. La gens Antonia (di Marc’Antonio) faceva risalire le sue origini a un figlio di Eracle, Antonio. Quando Antonio giunge in Asia dopo la divisione dell’Impero nel triumvirato, ossia nel 42 a.C., si identifica con Dioniso: l’amore per le feste orgiastiche, le donne facili, le storie d’amore. E difatti questo Antonio-Dioniso incontra la regina d’Egitto Cleopatra-Afrodite-Iside, che rappresentano non solo vino e amore, ma liberazione dalla quotidianità.
Antonio era stato accolto trionfalmente ad Alessandria, mentre a Roma, su Ottaviano gravava l’ombra della tirannide. Momento decisivo è stata la battaglia di Filippi, nel 42 a.C.: ha dimostrato che Apollo stava dalla parte del giusto, di Cesare, di Ottaviano vincitore. A questo punto Ottaviano punta su Apollo: usa come sigillo la sfinge, la corona d’alloro, addirittura è stato ipotizzato al tempo che fosse di discendenza apollinea. L’esempio eclatante di questa affinità è rappresentata dal fatto che la sua residenza privata comunicava direttamente col tempio di Apollo sul Palatino: la casa comunicava col piazzale attraverso una rampa. Accanto ad Apollo e Diana si trovavano altre divinità: Nettuno, che schierato prima con Pompeo, adesso è con Ottaviano; Venere e con lei Marte Vendicatore; Mercurio, e lo stesso Giove.
Tra Ottaviano e Antonio era in atto una vera campagna di diffamazione, l’uno contro l’altro, a colpi di lettere, pamphlets, discorsi pubblici; Ottaviano lamentava e denunciava la vita di Antonio con Cleopatra in Oriente, la sua corte, simbolo di corruzione, effeminatezza che stavano portando Roma al baratro; così Ottaviano appariva come tutore della moralità e uomo d’ordine. Gli attacchi contro Antonio si sono fatti presto brutali: lo accusavano di essere un depravato, degenerato, un effeminato, e senza dio, ubriaco e succube di Cleopatra; insomma, Antonio non era più un Romano.
Questa diffamazione si avvale anche di miti, come su una coppa d’argento di età augustea: Eracle, assimilato con Antonio, seduto con vesti femminili morbide e trasparenti su un cocchio trainato da centauri, si gira verso Onfale, che lo segue su un altro cocchio, due ancelle lo assistono con ventaglio e parasole; l’eroe ormai è effeminato e la pelle è delicata. Onfale invece, assimilata con Cleopatra, porta pelle di leone come copricapo e tiene in mano la clava di Eracle.
Due rilievi di tipo tardo-ellenistico imperiale che dovevano decorare una casa sono emblematici: nel primo si vede Dioniso col corteo orgiastico mentre entra nella casa di un adoratore. Il dio, ubriaco, si appoggia a un satiro, mentre un altro satiro gli sfila i calzari; accanto al padrone di casa c’è una donna adagiata sulla kline che guarda stupita la scena. Sul secondo rilievo la Vittoria ha un ruolo importante: essa versa del vino nella patera del dio; sullo sfondo c’è un tempio con acroteri a forma di Vittoria, ai due lati del corteo, dei pilastri con tripodi e statue di Apollo. I due rilievi sono diversi a livello stilistico, come anche gli schieramenti contrapposti: Antonio, seguace dello “stile asiano”, orientale, Ottaviano invece seguace del classicismo, ed ha vinto quest’ultima arte.
Il tempio di Apollo sul Palatino superava tutti gli altri templi a livello scenografico e organicità: dominava il Circo Massimo ed era sontuoso, d’altronde era un omaggio ad Apollo. Gli stili architettonici quindi sono vari: un esempio di questo eclettismo sono i Monumenta Asinii Pollionis. Pollione era stato console nel 40 a.C., cesariano; dopo che si era ritirato dalla vita politica, ha cominciato a scrivere una cronaca degli avvenimenti del tempo, anche priva di critiche verso Ottaviano, se era necessario. Pollione aveva incluso fra i suoi Monumenta anche la prima biblioteca pubblica di autori greci e latini, alle cui pareti c’erano i ritratti dei diversi autori. A questa biblioteca era collegata una collezione d’arte (lui amava l’arte ellenistica): questa, come la biblioteca, era aperta al pubblico.
Per quanto riguarda il rinnovamento urbanistico di Roma, Agrippa aveva sistemato l’approvvigionamento idrico, facendo riparare gli acquedotti della città e costruendone di nuovi; per sopperire alle alte spese, Ag
-
Riassunto esame Archeologia, prof. Slavazzi, libro consigliato Augusto e il potere delle immagini, Zenker
-
Riassunto esame Archeologia e storia dell'arte romana, prof. Slavazzi, libro consigliato L'arte romana al centro de…
-
Riassunto esame Archeologia e storia dell'arte romana , Prof. Zamboni Lorenzo, libro consigliato Arte romana, Zanke…
-
Riassunto esame Archeologia e storia dell'arte romana (6 cfu) - prof. Slavazzi