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processione solenne, Augusto e Agrippa si confondono nel fitto corteo, ma comunque hanno la toga

tirata sul capo, come segno distintivo. Accanto ad Augusto si affolla un grande numero di littori, il

corteo sembra fermarsi alla sua altezza, gli accompagnatori formano quasi un cerchio attorno a lui,

Augusto è leggermente più alto di tutti gli altri. Solo i personaggi importanti sono raffigurati con

precisione, gli altri hanno volti anonimi; il corteo dei sacerdoti è seguito sui due lati del recinto dalla

famiglia imperiale, in primo piano si vedono anche i bambini attaccati alle vesti dei genitori. La

processione rituale era una proiezione ideale del nuovo Stato. Un fregio a natura morta dal Portico di

Ottavia si vedono oggetti rituali, come lo scettro ricurvo degli augures, la cassetta per l’incenso, l’anfora

per le libagioni, col ramoscello d’alloro, il mestolo dei pontefici e così via. Inoltre ci sono anche

strumenti professionali, come la scure, il pugnale, il coltello, bucrani e candelabri. Il princeps era

membro dei più importanti collegi sacerdotali, era già sommo sacerdote prima di rivestire la carica di

pontifex maximus, nel 12 a.C. Veniva raffigurato Augusto con toga e capo coperto, una statua onoraria

nuova, che era diventata subito di moda. Chi doveva provvedere a edicole e funzioni di culto, per es. dei

Lari, erano gli abitanti dei rioni, capitanati dai 4 magistri e 4 ministri eletti annualmente: il ruolo di

ministro era ricoperto da schiavi fidati e meritevoli, offrivano ex-voto ad altari nelle cappelle dei Lari.

Un’importanza documentata da un altare votivo nel Museo Capitolino: è rappresentata l’offerta di una

statua di Minerva ai ministri di un collegio di carpentieri, da parte di Augusto, in cui egli supera di un

terzo la statura di tutti gli altri, raffigurati in abito servile; sul lato breve ci sono gli strumenti del

mestiere come seghe, scuri, elmi, oggetti di culto, come un coltello sacrificale. I magistri e i ministri

dedicavano anche un altare votivo o una statua di divinità, che erano perlopiù personificazioni, come

Concordia, Pax, ecc., divinità accompagnate dall’epiteto Augustus o Augusta in omaggio ad Augusto.

Nel 15 a.C. muore Pollione, lasciando per testamento una parte del suo patrimonio al princeps: il suo

palazzo sull’Esquilino era sontuoso e esempio di lusso privato, ma viene raso al suolo e restituito al

popolo, e Livia e Tiberio ci costruiscono sopra la Porticus Liviae, mentre Pollione viene messo all’oblio.

La Porticus Liviae era un quadrilatero edificato in mezzo a un groviglio di strade; le aree verdi ormai

erano lontane, verso il Campo Marzio, il Circo Flaminio; all’interno Livia dedica un santuario alla

Concordia, che qui è protettrice della felicità domestica . Augusto non era da solo: era affiancato da

amici e membri della sua famiglia: Agrippa è sempre stato un suo fedele collaboratore, e aveva

provveduto alla riorganizzazione dell’approvvigionamento idrico, con gli acquedotti, riparati, o

ricostruiti ex novo: l’ Aqua Virgo, inaugurata nel 19 a.C. serviva appunto all’alimentazione delle terme

di Agrippa vicino al Pantheon, le prime terme pubbliche di Roma. Il complesso sembrava un ginnasio

greco: era ricco di giardini, laghetto artificiale, adibito a piscina, impianti sportivi.. E Agrippa colloca qui

l’Apoxyomenos di Lisippo, proprio davanti all’edificio principale. L’area ad uso del popolo era

caratterizzato da parchi, sentieri, corsi d’acqua, bagni caldi, impianti sportivi, opere d’arte greca sparse

ovunque. Al centro sorgeva il vecchio Pantheon, dove in origine doveva esser collocata la statua di

Augusto, ma nel 27 a.C. Augusto aveva voluto che la statua fosse posta nel pronao, lontana dalla cella del

tempio, vicino alla statua di Agrippa. Accanto sorgevano i Saepta, ambiente destinato agli scrutini

elettorali della plebe, anche se sarebbero serviti poi in realtà a combattimenti di gladiatori e naumachie,

e talvolta usati come bazar. A nord sorgeva il Solarium Augusti, consacrato nel 10 a.C., il più grande

orologio solare antico: come ago veniva usato un obelisco di 30m. proveniente dall’Egitto, oggi in Piazza

Montecitorio; l’obelisco proiettava la sua ombra sul tracciato a linee e lettere di bronzo, quindi veniva

usato sia come orologio che come calendario. A sud c’erano i templi e portici dei trionfatori del II sec.; la

Porticus Octavia, costruita nel 168 a.C. per la vittoria su Perseo, re di Macedonia, restaurata da Augusto;

la Porticus Metelli, costruita nel 147 a.C. da Metello, vincitore dei Macedoni, sostituita però da una

Porticus Octaviae nuova di zecca, in onore della sorella Ottavia che dedicherà una schola con biblioteca

in memoria del figlio Marcello. Viene costruito il teatro di Marcello, e un altro teatro più piccolo del

giovane Balbo. Augusto amava il teatro, oltre che ad essere luogo di incontro tra princeps e popolo,

aveva una funzione culturale e pedagogica. Augusto emana difatti anche la Lex Iulia Theatralis, che

prevedeva una distribuzione di posti per merito e rango sociale: nell’orchestra c’erano i senatori, i

sacerdoti e i magistrati; poi venivano i cavalieri, con censo di almeno 400mila sesterzi, poi gli equites;

nel settore intermedio stavano i cittadini liberi, suddivisi per tribù; infine dietro a tutti, le donne e gli

schiavi; i bambini occupavano un settore a parte, stavano coi pedagoghi; anche le corporazioni artigiane

avevano dei settori dedicati. La nuova Roma non è diventata alla fine una città ellenistica; bisognava

deviare il corso del Tevere, ampliare il Campo Marzio, progetti che riprenderà Nerone. La città intanto

viene divisa in 14 distretti e 265 vici (circoscrizioni urbane), ogni vicus aveva una sua amministrazione

con magistri e ministri. In questo periodo l’elemento da combattere più di tutti era l’immoralità:

Augusto voleva anche qui introdurre un cambiamento, e lo ha fatto incoraggiando i Romani dei ceti

elevati a fare più figli ( ammonimento rimasto pressoché quasi inascoltato). Augusto ha fatto anche in

modo che la toga diventasse per i Romani una specie di divisa di Stato: la toga in questo tempo era

diventata più scomoda da indossare e portare; i liberti sono stati i primi ad accogliere questa moda, la

toga per loro era il simbolo della cittadinanza ottenuta; anche la donna delle classi alte doveva indossare

una sorta di toga, chiamata stola, una veste lunga senza maniche, con spalline sottili.

§ Lo scenario mitico del nuovo Stato

Nel 17 a.C. si era prevista un’altra cometa, ad Augusto non restava che annunciare la nuova età. Fra il 30

maggio e il 3 giugno del 17 vengono proclamati i Ludi Saeculares: il programma comprendeva un

periodo di preparativi, poi la festa, che durava 3 giorni, poi giorni di gare e giochi. Sono state coniate

alcune monete per l’occasione, e mostrano sul verso gli araldi che annunciano l’occasione, sul recto

l’effigie ringiovanita di Augusto con corona d’alloro. Il giorno prima della festa i sacerdoti avevano

ricevuto sull’Aventino una offerta di primizie, grano, fave, ecc. da parte del popolo; la popolazione

prendeva parte al rituale perfino i non sposati, che di norma erano esclusi da feste e teatri. Le cerimonie

si tenevano sia durante il giorno che durante la notte; il primo giorno sul Campidoglio, venivano offerti

sacrifici a Giove ( 2 buoi) , nel secondo giorno a Giunone Regina ( due vacche) , nel terzo sul Palatino ad

Apollo, Diana e Latona (focacce). Ci sono nuove iconografie: un esempio è il rilievo della Tellus dell’Ara

Pacis Augustae: una divinità materna con vesti classicistiche, è seduta su una roccia, tiene in braccio due

neonati che giocano, cercano il seno,nei capelli ha una ghirlanda di spighe e papaveri; dietro di lei

crescono spighe, papaveri, piante; il corpo, il vestito e il portamento stimolavano l’idea di una dea della

fecondità e della crescita. L’iconografia è nuova perché eclettica: la figura è inserita in un paesaggio;

sotto il seggio della dea ci sono in scala piccola un bue a riposo e una pecora che pascola; ai lati due

Aurae della Grecia classica, sono le personificazioni gemelle dei venti di mare e terra: quella di terra

vola su un cigno, quella di mare è seduta su un mostro marino. Le piante invece sono sovra

dimensionate. Tre rilievi di una fontana pubblica a Palestrina sono emblematici: una madre è

raffigurata nell’atto di allattare i piccoli, ognuno dei tre è collegato a una bocca della fontana; sopra il

cinghiale ci sono foglie di quercia e canne, sopra la leonessa si vedono alloro e santuario di campagna.

Un altro rilievo di Falerii ha una simile concezione: le piante sono nitide, spuntano dalla terra isolate, le

spighe e i papaveri sono più grandi che in natura, al centro c’è una coppia di rondini che porta il cibo ai

piccolini affamati nel nido. I tralci sono ricorrenti: esemplare è l’Ara Pacis: sui lati esterni dell’altare i

tralci si sviluppano da cespi, e diventano strutture arboree: l’uso dei tralci ha di per sé una lunga storia.

Già comparivano in vasi del IV sec. a.C. dell’Italia meridionale, ora i tralci hanno una forma realistica.

Una novità è la combinazione di piante fantastiche con piante reali. La vittoria sui Parti è del 20 a.C. :

Augusto si era comportato sempre con estrema riservatezza: le insegne venivano però esposte al

pubblico, in forma spettacolare, utilizzando un tempietto circolare dedicato a Marte Ultore, che era

vicino a due santuari, il tempio di Giove Feretrio e quello di Giove Tonante. Interessante è la statua

loricata di Augusto della Villa di Livia a Prima Porta: è una copia marmorea di una statua in bronzo.

Nella mano sinistra tiene una lancia e nella destra i signa riconquistati; la figura di Eros a cavallo su un

delfino ricorda la progenitrice Venere: la statua segue i modelli classici dell’arte greca del V sec. La

corazza ha molti rilievi, che hanno una nuova concezione della vittoria, al centro c’è il re dei Parti che

offre le insegne e le aquile a un personaggio in divisa (potrebbe essere Marte Ultore). Ai lati sono sedute

due figure femminili, personificazioni dei popoli sottomessi dai Romani, o ridotti all’obbedienza; sotto la

scena centrale è sdraiata la dea Terra; sopra il gruppo di mezzo c’è Apollo sul carro con il sole, Diana con

la Luna. Fra i due c’è Caelus che dispiega la volta celeste. Le due sfingi sulle spalline sono sedute come

guardiani: il princeps dunque è il messaggero della Provvidenza e della volontà divina.

Nel 17 a.C. la figlia di Augusto, Giulia, che dopo la morte di Marcello, aveva sposato Agrippa, aveva

partorito un secondo figlio: i due figlioletti, i principini, Gaio e Lucio, portano da allora i nomi di Caesar,

figli di Cesare Augusto, nipoti del divino Cesare. Inizia la lotta per la successione: interessante è il Foro

di Augusto. Nel foro c’è la fusione di due cicli mitologici, il mito di Troia e la leggenda di Romolo: Marte

ha sedotto Rea Silvia, figlia del re di Albalonga, ed era diventato padre di Romolo e Remo; Rea Silvia

però discendeva dalla stirpe troiana di Enea, la madre dei gemelli così poteva essere inserita nell’albero

genealogico di Augusto. Venere e Marte diventavano così progenitori dei Romani. Sul frontone del

tempio di Marte Ultore, Venere ha la mano vicinissima a quella di Marte; accanto alla statua di Marte

c’era quella di Venere con Eros. L’immagine di Marte è riprodotta in un colosso marmoreo dell’età dei

Flavi, dove Marte è raffigurato nelle vesti di una figura paterna con la barba. Dopo il 20 a.C. la statua del

tempio del Campidoglio era ancora una figura giovanile, nuda e arcaistica. Ora è una statua con corazza

decorata, elmo sontuoso e gambiere, lancia e scudo. L’elmo con sfingi e cavalli alati è ripreso dall’Athena

Parthenos di Fidia; sulla corazza insieme alle gorgoni ci sono due grifi che poggiano su una palmetta di

tralci in cui cresce una pianta a forma di candelabro. Sugli spallacci compaiono cornucopie: Marte è

diventato così il guardiano della pace. Sempre nel Foro di Augusto le immagini di Enea e Romolo sono in

fuga da Troia e nelle vesti di trionfatore. Le statue originali non sono conservate, ma l’idea la danno

statuette, rilievi, pitture parietali: Enea porta sulle spalle Anchise, e tiene per mano il figlioletto

Ascanio, mette anche in salvo gli dei, i Penati, venerati poi in Roma nel tempio di Vesta. Enea è

raffigurato già come un romano, Ascanio invece come un pastore frigio, con abito con maniche lunghe e

berretto a punta; Anchise invece è un vecchio devoto, porta il capo coperto come Augusto e i sacerdoti

di Roma. A sinistra del tempio di Marte, accanto al gruppo di Enea , viene posta una galleria di statue

dei personaggi illustri della famiglia: da Enea e Ascanio ai re di Albalonga, al presente. La galleria delle

statue dava un quadro d’insieme della storia romana: Mario accanto a Silla, Lucullo accanto a Pompeo. Il

personaggio più recente era il figliastro di Augusto, Druso; l’unico assente era Cesare che era già Dio e

non poteva figurare insieme ai mortali. Sotto le statue si trovavano i titoli con nome del personaggio e

tappe del cursus honorum. Per Augusto era una preoccupazione il presentare i suoi eredi in pubblico:

solo un membro della famiglia Giulia poteva ereditare il potere; gli eredi proposti erano i due nipoti

giovanissimi Gaio e Lucio. Gaio era più anziano, all’età di 7 anni era stato presentato al pubblico nel 13

a.C. I meriti del loro padre naturale, Agrippa, erano stati messi in luce, difatti Agrippa siede accanto ad

Augusto sui rostra. I due bambini sono vestiti con tunica e capelli lunghi e sono contraddistinti da una

collana, il torques. Nei ritratti giovanili dei due, praticamente uguali ad Augusto, solo il taglio dei

capelli diverso, sulla fronte, permette di distinguere chi è chi. I ritratti del fratello Agrippa Postumo

assomigliano invece a quello di Agrippa. Su un altare dei Lari, si trova una replica di una apoteosi

originale, in cui Augusto sale al cielo su un carro trainato da cavalli alati; la Venus Genitrix lo saluta,

abbracciandolo, e ai lati ci sono i due giovani. Dietro il carro c’è un togatus che fa un gesto di preghiera,

probabilmente lo stesso Augusto. Purtroppo i due principini muoiono precocemente: nell’Impero

vengono da allora venerati come eroi, e vengono costruiti in loro onore degli archi trionfali, altari e

templi. Augusto adotta i due nipoti nel 17 a.C., i figliastri Tiberio e Druso, e sono legati dello stesso

princeps; purtroppo anche qui, Druso muore presto in Germania, Tiberio va in esilio volontario. Alla

fine Augusto designa Tiberio come suo successore, visto che era l’unico sopravvissuto, Tiberio adotta poi

Druso il Germanico e Agrippa Postumo. Un esempio è una tazza d’argento di una villa a Boscoreale: vi è

un solenne sacrificio celebrato prima della partenza per la guerra e il trionfo di Tiberio. Sul carro ci

sono due Vittorie con scudo ; su un’altra tazza è ripetuto due volte Augusto, in una scena lui accoglie

l’atto di sottomissione di un nemico barbaro, circondato dalla folla; in un’altra scena i principi barbari

arrivano in ginocchio ad Augusto in trono, qui si vede benissimo la clementia verso i barbari sottomessi.

Sul lato dietro della tazza si vede Augusto miticamente idealizzato: troneggia su una sella curulis e ha la

toga, appare come figlio di un dio, circondato da divinità e allegorie. Sulla Gemma Augustea, databile al

10 d.C., Augusto è seduto in trono accanto alla dea Roma, è raffigurato come Giove, ma invece dei

fulmini tiene un bastone da augure, e lo sguardo è rivolto a Tiberio. Accanto alla dea Roma è raffigurato

in armi il giovanissimo Germanico. Sopra il capo di Augusto c’è il Capricorno sullo sfondo del disco

solare, e di una stella; dietro il trono tutti guardano verso di lui; Italia porta al collo la bulla dei ragazzi

nati liberi, siede in terra con cornucopia, attorniata da bambini, si notano anche Oceano ed Ecumene

con corona. Nel Cammeo di Vienna, Livia è seduta in trono come una dea ma tiene in mano il busto di

Augusto; Livia è assimilata alla Magna Mater, a Cerere e a Venere. In un tempietto a Leptis Magna, c’era

una statua colossale di Cerere Augusta con i tratti di Livia. Gli ultimi anni di Augusto sono stati anni

difficili e problematici: guerre, conseguenze economiche, incendi a Roma, crisi alimentare, il fermo

dell’edilizia, l’aumento delle tasse.

§ Il linguaggio formale del nuovo mito

La prima manifestazione del nuovo linguaggio artistico augusteo è stata la decorazione del tempio di

Apollo sul Palatino: il gruppo nella cella era formato da 3 opere del IV sec. a.C. : la statua di Apollo di

Scopa, la Artemide-Diana di Timoteo e la Leto-Latona di Cefisodoto. Due degli artisti avevano

collaborato al Mausoleo di Alicarnasso, una delle sette meraviglie del mondo antico, un altro era il figlio

di Prassitele, famosissimo a Roma. C’erano iconografie famigliari, come Diana, Atena, Apollo, ma anche

nuove come la Spes, raffigurata come una kore arcaicizzante con un fiore in mano. la preferenza per

l’arcaico nasce dalla pietas del programma culturale augusteo: l’arte classica conserva difatti il primato

nella rappresentazione della figura umana. Un esempio sono i pannelli del Palatino, su cui è raffigurata

la lotta per il tripode e l’uccisione di Medusa da parte di Perseo; l’elemento arcaico è solo la rigidità

ieratica delle figure. Ottaviano e Agrippa si erano fatti raffigurare con il gusto asiano: nudi, con gesti

patetici, il mantello svolazzante, i muscoli tesi. Emblematico è Augusto di Prima Porta: sulla corazza ci

sono diverse figure, una figura è come ritagliata e collocata su fondo vuoto, nello stile solenne, della

pittura proto classica. Anche per le scene erotiche rientra lo stesso criterio: gli amanti raffigurati sulle

prime tazze aretine mostrano un contegno riservato. Il Vaso Portland è celebre: le due scene a tre figure

sono bilanciate, si tratta di una donna prima in una scena d’amore, poi in una di abbattimento. Per

quanto riguarda i templi e gli edifici pubblici, la parola magica era publica magnificentia. Il podio, il

frontone, il pronao, sono tipici della tradizione romana, l’altezza delle colonne, la forma dei capitelli e la

scenografia delle facciate invece sono di tradizione ellenistica. Atene era la città che Augusto voleva

come modello: grazie ad Agrippa si sviluppa quel movimento riparatore, e rinnovatore. Sull’Agorà

interviene lo stesso Agrippa, l’Odeion così viene a occupare uno spazio rimasto sgombro. In mezzo

all’Agorà, viene ricostruito un tempio dell’età del Partenone, dedicato ad Ares, il dio della guerra.

§ Le nuove immagini e la vita privata

I simboli politici apparivano su tutti gli oggetti di uso privato, gioielli, stoviglie, mobili, utensili, tessuti,

pareti, rivestimenti in stucco, stipiti delle porte, lastre di terracotta, tegole, monumenti funerari e urne

cinerarie. La Sfinge aveva piano piano acquisito importanza: Ottaviano la usava come sigillo; dopo la

battaglia di Azio la si vede comparire su monete coniate in Oriente; dopo la vittoria sui Parti la si trova

anche sulle spalline della statua loricata di Prima Porta, su candelabri e oggetti bronzei, altari funerari e

urne cinerarie. Un esempio è il braciere di bronzo di Pompei, sorretto da 3 sfingi. Anche la Vittoria

viene rappresentata spesso: sul clipeus virtutis compare su lucerne come segno di fedeltà e omaggio ad


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rosy988

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher rosy988 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia e storia dell'arte romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Slavazzi Fabrizio.

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