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Storia romana, triennale

Appunti di storia romana basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Michelotto dell’università degli Studi di Milano - Unimi, facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea in scienze dei beni culturali. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia romana docente Prof. G. Michelotto

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Il passaggio dalla monarchia alla Repubblica è un momento rivoluzionario nel senso che l’intero

complesso dello stato deve essere riformato su basi nuove e la crisi interna sollecita l’intervento di

potenze esterne, infatti i latini si compattano e tentano di porre fine all’egemonia romana nel Lazio;

tale proposito viene sventato dai romani con la battaglia del lago Regillo e con il trattato di Spurio

Cassio. Questo momento si colloca quando anche si assiste a un cambiamento di regime a seguito

della cacciata del re che comporta una dispersione dei suoi poteri politici, sacrali e militari che

quindi devono essere divisi. Non conosciamo bene l’origine della magistratura romana, ma

probabilmente ci saranno stati dei sommi magistrati di cui ignoriamo il nome, ma che per comodità

chiamiamo consoli e che dovevano essere due perché la magistratura a Roma era annuale e

collegiale.

L’articolazione delle magistrature non si crea subito con il passaggio dalla monarchia alla

Repubblica, ma viene progressivamente differenziandosi nel tempo, infatti ben presto ci si rende

conto che i consoli non possono amministrare Roma sul piano civile e condurre le guerre

all’esterno, quindi occorrono dei magistrati che si approprino di alcune prerogative dei consoli,

anche se il consolato rimane la magistratura suprema.

consoli

Tra i più importanti compiti dei c’è quello di convocare i comizi, di proporre ai comizi le

leggi e di condurre le guerre; i consoli potevano condurre le guerre perché al momento dell’entrata

in carica essi ricevevano dal popolo, raccolto nei comizi curiati, l’imperium. In età molto arcaica,

cioè al momento di passaggio dalla monarchia alla Repubblica, troviamo altre figure (che secondo

alcuni sono magistrati, secondo altri no), che secondo alcuni sarebbero state alternative ai consoli,

mentre secondo altri sarebbero state complementari; già in età monarchica, nel momento della

magister militum,

monarchia etrusca, accanto al re compare un cioè un capo dei soldati; si discute

molto su questa figura, e qualcuno vuole vedere in essa un momento di passaggio dalla monarchia

alla Repubblica, cioè il magister militum comparirebbe in un momento in cui il re non detiene più

l’effettivo comando dell’esercito, ma ne detiene solo il comando formale che però rimaneva al re;

quindi il re sarebbe stato esautorato dal comando dell’esercito dai capi delle gentes.

Questo magister militum pare avere molta discrezionalità, cioè non sembra dover rendere conto al

re; in più ben presto accanto a lui compare un magister equituum e la compresenza di queste due

figure indica una specializzazione, per cui il capo di tutto era il magister militum, ma nelle opere

militari pratiche, la cavalleria ha un comandante suo.

Alla fine della monarchia quindi il re non aveva molte prerogative dal punto di vista militare, ma le

aveva ancora dal punto di vista civile e religioso, in particolare le prerogative religiose saranno le

ultime che il re perderà perché si trattava delle più conservative e non è un caso che quando il nome

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del re verrà aborrito e quasi nemmeno più pronunciato, a Roma rimarrà per tutta l’età repubblicana

un personaggio che avrà la carica di rex sacrificum, cioè re addetto ai sacrifici; questo perché era

talmente forte la prerogativa religiosa del re che, anche quando i re saranno estinti, si sentirà il

bisogno di dare a un'altra persona che politicamente non contava nulla, delle funzioni religiose e lo

si chiamerà re.

Il magister militum agisce nel periodo tra la monarchia e la Repubblica in alternanza ai due consoli

e talvolta troviamo anche i consoli e il magister militum insieme al comando dell’esercito;

l’antiquaria antica (II­I sec aC) diceva che l’antico magister militum sarebbe diventato poi il

dictator, cioè una figura istituzionale molto frequente nell’antichissima Roma. in età repubblicana a

Roma viene eletto un dictator in situazioni ritenute particolarmente gravi, soprattutto dal punto di

vista militare e si trattava di condizioni così gravi che si richiedeva un’unità di comando.

In questi casi erano i consoli stessi che designavano un dictator che non era designato tra i consoli,

ma veniva scelta una terza persona; la candidatura di questa persona passava poi al senato, poi

veniva convocato il popolo nei comizi curiati e gli si attribuiva l’imperium. Il dictator era però una

figura istituzionale particolarmente pericolosa perché veniva meno alla collegialità e allora per

ridurre il rischio di una “tirannide” invalse ben presto l’uso di attribuire al dictator un imperium di

sei mesi; è per questo che nei primi due secoli della Repubblica spesso le magistrature ordinarie

venivano sospese e venivano eletti i dictatores; anche in seguito verranno eletti dictatores, ma poi la

dittatura assumerà un altro significato.

In quest’epoca arcaica non ci sono tutti questi magistrati che vennero creati nel corso dei due secoli

pretore

successivi alla nascita della Repubblica. Tra l magistrature dobbiamo ricordare il che nasce

un secolo dopo questi eventi e svolge delle funzioni giudiziarie; il pretore originariamente era solo

uno e venne creato per togliere ai consoli l’obbligo di presiedere anche i tribunali; esso poi si

chiamerà urbano perché amministrerà la giustizia in Roma e il termine urbano venne aggiunto quasi

un secolo dopo la nascita di questa magistratura, alla fine della prima guerra punica, quando venne

creato anche il pretore peregrino (242 aC), cioè colui che non era cittadino e mentre il pretore

urbano giudicava le cause in cui le due parti convenute a processo erano costituite da due cittadini

romani, il pretore peregrino giudicava le cause in cui erano coinvolti un cittadino romano e un non

cittadino. Poi il numero di pretori cresce e arriverà a otto ed essi verranno utilizzati come

governatori delle province quando si creeranno le province; quindi il pretore era il più alto

magistrato dopo il console e come lui, ha l’imperium, infatti i pretori venivano eletti, come i

consoli, dai comizi centuriati.

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Sempre nel corso del IV sec compare una nuova magistratura curule, l’edile che gerarchicamente

veniva sotto i consoli e i pretori; l’edile non ha l’imperium il che non significa solo che non può

comandare l’esercito, ma anche che non ha la coercitio, cioè la capacità di obbligare a reprimere

qualcosa, mentre i consoli e i pretori avevano questo potere che era implicito nell’imperium. L’edile

aveva il compito di curare la costruzione e la conservazione delle opere pubbliche e sacre come le

strade, i monumenti, i templi, gli edifici pubblici, controllava anche i mercati che si tenevano nel

foro Boario, cioè controllava che i venditori usassero dei pesi corretti, che non fossero in giro

monete false e che i prezzi dei generi di prima necessità non fossero esorbitanti; quindi in caso di

costruzione di un’opera pubblica l’edile controllava quest’opera pubblica, come la costruzione di un

ponte; egli esercitava anche un controllo sulle costruzioni private, infatti controllava che non

invadessero il suolo pubblico, infatti esistevano delle norme di buon senso che obbligavano i privati

a limitare la loro libertà.

Gli edili avevano sotto di loro una specie di forza pubblica urbana che obbligava a rimanere nella

legalità e se queste forze non erano sufficienti, l’edile poteva chiamare il pretore il quale mandava

degli armati (Roma era una città turbolenta, ma sappiamo anche di questi interventi violenti delle

autorità). questori;

Al di sotto degli edili come ordine di importanza c’erano i quaestores è un termine

antichissimo, come dice il termine stesso che deriva da quaero, cioè chiedere per sapere, ma anche

da inquirere, cioè indagare; sappiamo che antichissimamente esisteva un quaestor parricidii, cioè un

questore che giudicava nei processi di parricidio in cui non era compreso solo il padre, ma anche la

moglie, la madre e il fratello; probabilmente tale questore esisteva già in età monarchica e indagava

per conto del re, poi nei secoli la parola quaestor venne a indicare tutt’altra cosa, infatti quando

ricompare il termine quaestor, esso ha delle competenze di carattere finanziario. A Roma infatti

esisteva un tesoro dello stato e molto precocemente i cittadini hanno cominciato a pagare il

tributum, cioè una tassa personale per cui ben presto venne creato l’erario che prende il nome da

aes, cioè bronzo (aerarium); si trattava della cassa dove si raccoglieva il tesoro dello stato che

veniva amministrato dai consoli, poi venne amministrato con l’aiuto del senato, ma occorreva

qualcuno che tenesse continuamente i conti perché occorreva sapere sempre quanto c’era in cassa.

I questori in genere non erano vecchi, ma giovani di famiglia nobile che volevano fare la carriera

politica e che così imparavano ad amministrare e nel frattempo imparavano a combattere e siccome

questi ragazzi appartenevano a famiglie ricche, si trattava di coloro che potevano permettersi una

corazza e che, quando venivano reclutati, appartenevano ai ranghi dell’ufficialità o della sotto

ufficialità. A Roma infatti il 18enne sapeva comandare e combattere, sapeva amministrare e sapeva

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parlare perché dai 16anni il giovane romano era continuamente abituato a parlare in pubblico in

svariate occasioni anche perché pochi anni dopo si sarebbe presentato alle elezioni e avrebbe dovuto

saper parlare.

Nel corso dei due secoli della storia della Repubblica si forma quindi una gerarchia di cariche

pubbliche che si chiamavano honores e l’insieme di queste cariche formava il cursus honorum, cioè

la carriera politica; quindi in un tempo più avanzato della Repubblica le cariche erano:

1. consul (COS);

2. praetor (PRAE);

3. aedìlis (AED);

4. quaestor (QUAEST).

Quando il cursus honorum si completerà intorno al 250 aC, rimarrà cmq l’uso di seguire una certa

gerarchia, cioè per evitare le carriere repentine invalse l’uso di iniziare dalla questura (chi rivestiva

la questura entrava di diritto in senato a vita), poi si ricopriva l’edilità, poi la pretura e infine il

consolato, ma fino agli inizi del II sec aC non vi era nessun obbligo che costringesse a questa trafila

che cmq veniva seguita da tutti perché per i romani il mos era un valore molto vincolante; dal primo

ventennio del II sec aC questa successione venne resa obbligatoria per legge per evitare le carriere

repentine. Ben presto, secondo alcuni già nel corso del V sec, venne creata un’altra magistratura, la

censura (censor, CENS) che ha alcune caratteristiche peculiari; essa infatti non si inserisce nel

cursus honorum, cioè non c’è un momento preciso della carriera politica di un uomo in cui egli

debba ricoprire la censura, ma ben presto, a partire dalla fine del IV sec, venivano eletti censori solo

uomini di grande esperienza politica, di solito uomini che avevano già ricoperto molte magistrature,

in particolare di solito erano uomini che avevano già ricoperto il consolato perché il loro compito

era gravoso e implicava gravi responsabilità politiche. I censori erano due, però non venivano eletti

tutti gli anni, ma ogni 5anni e no restavano in carica un anno, ma 18mesi, cioè essi avevano 18mesi

per portare a termine tutto il loro lavoro; i censori non avevano l’imperium perché il loro compito

era di carattere civile, ma avevano una grandissima potestas, cioè il potere che inerisce alla carica,

che era ancora più grande di quella dei consoli. Il compito primario dei censori era quello di

redigere il census, cioè il censimento, ovvero un’elencazione e una registrazione di tutti i cittadini

romani che abitavano sia a Roma che fuori Roma; i cittadini venivano registrati come persone loro e

le loro famiglie, venivano indicati i nomi e le età di ciascuno e i beni mobili e immobili che di solito

erano costituiti dalle terre; queste venivano indicate nella loro collocazione geografica e nelle loro

dimensioni e i terreni venivano indicati anche in base alla loro utilizzazione. Quindi venivano

censite le persone e i patrimoni, in più veniva verificata di volta in volta l’appartenenza a una tribù,

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cioè veniva controllata la residenza. I censori avevano il potere di affittare le terre pubbliche o

attribuendole ai privati, o mettendole all’asta; per questo più avanti, quando nasceranno le

compagnie di appaltatori, i censori veglieranno su queste compagni e cureranno l’appalto: Roma,

dopo la conquista delle province, aveva appaltato la riscossione delle tasse a una compagnia privata

che era una compagnia di publicani che riscuotevano le tasse e che alla fine dell’anno consegnavano

quanto lo stato aveva stabilito all’inizio dell’anno; tuttavia questo sistema di appalto delle tasse non

funzionava perché i pubblicani raccoglievano i soldi da destinare allo stato, ma ne raccoglievano

anche una parte per sé. I censori quindi regolavano il sistema dell’affittanza e degli appalti ed era

facile arricchirsi illegalmente, quindi il censore doveva essere molto onesto e infatti casi di censori

che si siano arricchiti non sono mai stati segnalati dalle fonti, neanche nei periodi di più aspra lotta

politica.

Tra le operazioni di censimento ve n’era una di particolare importanza, cioè i censori rivedevano le

liste dei senatori, infatti i senatori e le loro famiglie erano iscritte su un registro a parte e i censori

avevano il diritto di chiedere al senatore conto della propria attività politica e pubblica, cioè il

censore doveva verificare se il senatore era stato moralmente corretto o aveva dato scandalo (lo

scandalo per i romani riguardava tutto ciò che atteneva alla vita pubblica). Il senatore doveva infatti

essere esempio di moralità e chi deviava da questa regola ferrea veniva colpito dalla nota censoria

che era scritta in rosso in modo da renderla ben visibile, cioè sul registro dei senatori il censore

segnava che quel senatore era stato notato e nei casi di più scandalosa mancanza di dignità il

senatore poteva essere radiato dal senato. Tutto questo immane lavoro doveva essere compiuto in

18 mesi; chi abitava fuori Roma doveva recarvisi ogni 5anni, ma con l’andare del tempo presso le

comunità locali arriveranno dei funzionari itineranti che avevano il compito di compilare il census.

Alla fine dei 18 mesi veniva celebrata una cerimonia religiosa di purificazione, cioè il fatto che le

liste dei romani erano state rinnovate faceva sì che il popolo romano fosse come rinnovato e

occorreva quindi una purificazione (lustratio) per i 5anni passati e in vista del 5anni futuri. Questa

cerimonia si chiamava lustrum (ed è per questo che oggi un periodo di 5anni viene chiamato lustro)

o lustratio. Questa era la situazione delle cariche della Repubblica romana.

La nascita del conflitto tra patrizi e plebei esplode circa 10anni dopo la caduta del re e nasce come

un conflitto prodotto dalla chiusura in sé stessa dell’oligarchia gentilizia; in questa chiusura il dato

di fatto è che il potere passa nelle mani di poche famiglie, mentre tutto quel complesso di

popolazione che rimane esclusa dalla vita politica, costituisce la plebe all’interno della quale c’è di

tutto, infatti essa è molto eterogenea; la plebe diventa invece omogenea dal punto di vista politico

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perchè nasce come contrapposizione contro un nemico comune (496 viene edificato sull’Aventino il

tempio di Cerere, Libero e Libera).

Relegata politicamente in secondo piano la plebe rifiuta di prestare servizio militare in un momento

in cui Roma era in guerra contro i latini (se la plebe fece del rifiuto militare uno degli strumenti del

conflitto, evidentemente esistevano le condizioni di censo che permettevano l’inquadramento della

plebe nell’esercito, come pedites), infatti nel 494 assistiamo alla secessione della plebe su quello

che le fonti chiamano “monte sacro” o sull’Aventino (forse sono la stessa cosa), per cui la plebe si

stacca dalla comunità e sotto la pressione dei popoli circostanti i patrizi cercano un compromesso

con il capo della plebe, Menennio Agrippa che si presenta come un capo molto responsabile,

autorevole e moderato e quando i patrizi si recano da lui per negoziare, egli si lascia convincere,

anche se non sappiamo a quali condizioni, e fa rientrare la plebe in città. È in questa occasione che

Menennio Agrippa avrebbe pronunciato il famoso apologo che era poi una condanna contro i patrizi

(in questo egli paragonava il patriziato al ventre di un uomo e la plebe agli arti e diceva che come

gli arti hanno bisogno del ventre per sopravvivere così però anche il ventre ha bisogno degli arti).

Negli anni successivi ci saranno altre secessioni, ma quello che appare dalla tradizione è che ben

presto, anche se non in modo esclusivo, appare sulla scena il problema economico, infatti parte

della plebe vuole le terre e chiede la fine di un istituto tremendo, quello del nexum, cioè la schiavitù

per debiti, infatti a Roma il debitore insolvente diventava schiavo del creditore.

Il conflitto tra patrizi e plebei si esprime quindi con la secessione, cioè lo sciopero dalla vita

pubblica di tutta quella parte di popolazione che si trovava esclusa dal potere politico che era

concentrato nelle mani dei patrizi; questa secessione comporta il trasferimento al di fuori della città

della plebe e quindi al di fuori del pomerium, di gran parte del corpo civico; il leader della plebe,

Menennio Agrippa, pur rivendicando con forza i diritti della plebe e pur sottolineando l’ingiustizia

alla quale la plebe era sottoposta, trova cmq il modo di negoziare con gli oligarchici. La plebe in

questo momento si era data una prima organizzazione, infatti le fonti parlano della creazione di edili

plebei in corrispondenza della costruzione del tempio di Cerere, Libero e Libera, che è datata al

486; gli edili della plebe nascono quindi prima degli edili curuli che vennero creati in seguito sul

modello degli edili plebei che erano incaricati di conservare nel miglior modo possibile il tempio di

Cerere, Libero e Libera. Fin dall’inizio vediamo che nelle rivolte della plebe, che saranno

numerosissime, essa dimostra di avere una sua organizzazione che tende a diventare sempre più

raffinata; la seconda caratteristica della plebe è il fatto di non costituire una classe sociale, ma un

conglomerato di classi sociali, infatti non solo vediamo che ci sono dei capi che si impongono di

volta in volta al comando della plebe, ma fin dall’inizio la plebe avanza delle richieste di tipo

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diverso, sia di carattere politico, cioè di parità politica con i patrizia e queste richieste stavano a

cuore e vennero avanzate dagli strati più alti della plebe, ma contemporaneamente troviamo, tra le

proposte della plebe, dei provvedimenti che stavano a cuore ai ceti inferiori della plebe, cioè delle

richieste di carattere esclusivamente economico. Quindi non vi sono spaccature all’interno della

plebe perché le rivendicazioni di carattere economico potevano trovare soddisfacimento solo con il

soddisfacimento delle richieste di carattere politico.

Le richieste di carattere economico vengono molto sottolineate dalle fonti del I sec aC e sono

enfatizzate perché questi sommovimenti popolari erano diventati uno dei momenti più aspri della

vita politica a partire dall’età dei Gracchi; si tratta infatti di un periodo contrassegnato dalle

rivendicazioni dei ceti inferiori, ma non sappiamo se queste rivendicazioni della plebe, raccontate

dagli storici del I sec, fossero effettive o reali o fittizie, ma sappiamo cmq che un problema agrario

esisteva già all’origine della Repubblica. Quindi fin dall’inizio dell’età repubblicana troviamo

proposte di leggi agrarie tra cui quella formulata da Spurio Cassio; la tradizione è molto confusa su

queste leggi agrarie e non possiamo dire se effettivamente Spurio Cassio abbia fatto questa

proposta, ma cmq è possibile che egli abbia fatto una proposta volta ad assegnare le terre ai

nullatenenti o i contadini, ma egli venne poi accusato di aspirare alla tirannide e venne eliminato.

La plebe, fin dalle prime secessioni, tende a darsi un’organizzazione e forse i primi rappresentanti

della plebe erano questi edili plebei, mentre è sicuro che la plebe fin dall’inizio si sia data dei capi

che sono i tribuni della plebe che in origine erano due, ma già nella prima metà del V sec (457 aC) i

tribuni della plebe sono 10 e tali resteranno per tutta la durata della Repubblica.

È evidente che la plebe, al momento della secessione si da un organizzazione simile a quella dello

stato, infatti i tribuni della plebe sono per la plebe quello che per lo stato sono i consoli e la plebe si

riunisce in un’assemblea. Ma come erano eletti i tribuni della plebe? Essi erano eletti solo dai plebei

e nascono con una legge sacrata, cioè i tribuni erano investisti della loro autorità tramite una legge

detta “sacrata” che veniva emessa dalla plebe riunita in assemblea; la legge sacrata è la legge

propria del popolo in armi e anche le plebe ricorre a una legge sacrata non solo per attribuire un

valore sacro all’elezione dei loro rappresentanti, ma anche per sottolineare che chiunque attenterà

alla figura del tribuno diverrà sacer, sacrilego e come tale potrà essere impunemente ucciso e

privato dei beni. La plebe quindi fin dall’origine attribuisce ai tribuni la caratteristica della

sacrosanctitas, cioè l’inviolabilità garantita dalla legge divina e umana. Dobbiamo dire che la prima

metà del V sec la vita politica a Roma era contrassegnata da lotte, faide, tumulti ed è per questo che

mentre alla fine del VI sec Roma controllava la costa laziale fino a Terracina, un secolo dopo la

città controllava un territorio di 2/3 inferiore; si assiste quindi a una contrazione del territorio

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controllato da Roma, cioè qui la politica estera subisce un abbassamento di livello a causa delle

lotte interne.

I poteri dei tribuni della plebe sono modellati sui poteri che avevano i magistrati, infatti i consoli

avevano il diritto di convocare il popolo e avevano il diritto di proporre delle leggi all’assemblea del

popolo; la plebe imita il modello rappresentato dalla comunità statale, cioè il tribuno della plebe ha

il diritto di convocare la plebe, di fare proposte all’assemblea della plebe, ma mentre il magistrato

(ad esempio il console) propone una legge che ha valore per tutta la comunità civica, il tribuno della

plebe può proporre dei provvedimenti che valgono solo per i plebei. Questi provvedimenti, una

volta approvati, non potranno chiamarsi leggi, ma si chiameranno scita e quindi saranno il scitum o

gli scita della plebe (plebis scitum). L’anomalia consisteva quindi nel fatto che esisteva un corpo

civico costituito dai patrizi e dai plebei, ma all’interno di questo corpo civico esisteva una sezione

di plebei e mentre nelle assemblee generali dei comizi andava tutto il corpo civico, ai concili della

plebe andavano solo i plebei; il corpo civico nel suo insieme emetteva delle leggi, mentre la plebe

emetteva plebisciti; il problema era quindi la possibile conciliazione tra leggi e plebisciti.

Le assemblee della plebe si chiamavano concilium plebis, ma come si radunava il concilium plebis?

Inizialmente non lo sappiamo, però sappiamo che molto precocemente, secondo la tradizione nel

471 aC, un provvedimento, proposto da Publilio Valerio Volerone (lex Publilia Valeria) stabilisce

che la plebe si raduni ripartita per tribù, quindi il concilium plebis era tributum (infatti la plebe non

poteva riunirsi con un organizzazione simile a quella dei comizi centuriati perché avrebbe

riconosciuto una sorta di divisione in classi e questo avrebbe tolto compattezza alla plebe).

Il concilium plebis tributum era diverso sia dal comizio centuriato che dal comizio tributo, cioè

l’assemblea generale del popolo riunito per tribù perché il concilium plebis tributum era

l’assemblea generale della plebe ripartita in tribù.

Quando le fonti antiche ci parlano dei provvedimenti presi nelle assemblee della plebe, spesso

definiscono questi provvedimenti con il termine di leges, ma si tratta di un errore perché il

concilium plebis non può che emettere plebisciti. Il plebiscito era una norma che valeva solo per la

comunità plebea, ma come si poteva fare per far sì che questa norma valesse per l’intera comunità

romana? Non lo sappiamo, però il plebiscito, per avere valore per tutta la comunità romana, doveva

diventare una legge, allora il sistema più facile era questo: la plebe emanava un plebiscito, poi il

magistrato (ad esempio il console) faceva proprio il testo del plebiscito, portandolo all’assemblea

del popolo come se fosse una sua iniziativa; quindi il magistrato proponeva una legge che si

fondava o che si identificava con il testo del plebiscito, ma di questo processo non sappiamo nulla.

Al tribuno della plebe verranno, nel corso del tempo, attribuiti sempre più poteri e a un certo punto

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gli verrà concesso il privilegio della coercitio, cioè la capacità giuridica di obbligare i magistrati a

obbedire al plebiscito, ma i tribuni avranno questo potere solo dal III sec aC (la coercitio li

autorizzava ad arrestare ogni cittadino e a portarlo in giudizio davanti alla plebe, comminando

multi, esili e forse anche pene capitali); sempre più avanti, forse nel corso del III sec, il tribuno

acquisisce il potere della intercessio, cioè il diritto di veto per cui il tribuno della plebe poteva

opporre il suo veto alle proposte dei magistrati superiori; quindi quando un magistrato proponeva

una legge al popolo o un senatus consulta al senato, il tribuno della plebe poteva alzarsi e opporre il

suo veto che bloccava anche solo la discussione della proposta. Qualcuno ha pensato che questo

diritto rappresentasse un’apertura democratica, in realtà esso ebbe poca influenza sul piano sociale

perché nel corso del II­I sec aC, era diventato uno strumento di lotta politica, ma sempre tra

famiglie ricche e mai il diritto di veto venne utilizzato per una proposta a favore dei ceti inferiori.

Dobbiamo dire che una legge a Roma assumeva come nome quello del gentilizio del proponente,

ma siccome nel corso dei secoli molte leggi si erano trovate ad avere lo stesso nome, per specificare

le singole leggi, si indicava, in caso di omonimia, oltre il gentilizio, il cognomen del proponente.

Un altro potere del tribuno era il diritto di portare aiuto alla plebe; in che cosa consistesse questo

diritto non lo sappiamo, ma probabilmente, siccome gran parte delle plebe era esclusa dal sistema

gentilizio, il plebeo aveva bisogno di farsi assistere se era vessato da un patrizio; quindi mentre

nella gens vi era la clientela, i plebei invece non avevano un patrono, quindi tale legge nasce come

un surrogato della mancanza della clientela nella plebe, in modo che il plebeo fosse tutelato dalle

prevaricazioni dei patrizi. Il loro ambito di azione era limitato solo all’interno del pomerium.

I plebei chiedono la partecipazione alla vita politica, la fine delle discriminazioni che esistevano sul

pino del diritto privato, come il divieto di connubium e chiedono la concessione delle terre per i

plebei meno agiati; non sappiamo quando e perché era uscito il divieto di connubium che non

rappresentava la proibizione dei matrimoni tra patrizi e plebei, ma aveva delle conseguenze solo sul

figlio della coppia che non poteva ereditare secondo il diritto romano. I plebei chiedevano, visto che

erano esclusi dalla vita politica, che almeno le leggi più importanti venissero codificate perché fin

quando le leggi non sarebbero state codificate, la loro applicazione rimaneva nelle mani della

discrezionalità del magistrato giudicante, che era sempre un patrizio, che aveva la possibilità di

attribuire pene più o meno gravi a seconda di chi era coinvolto in determinati processi. Occorreva

quindi un corpo di leggi che riducesse la discrezionalità dei giudici; il problema non era avere delle

leggi più giuste, ma avere delle leggi scritte, in modo che il giudice non le interpretasse a modo suo.

Sappiamo che già alla metà del V sec, in particolare nel 462 aC, ad opera di Terentillio Arsa, era

stato richiesta la codificazione delle leggi ed è interessante notare che la codificazione delle leggi si

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accompagna alla richiesta delle plebe di avere delle leggi. Sappiamo che intorno al 456 aC un

plebeo aveva chiesto la distribuzione delle terre sull’Aventino; è probabile che i capi della plebe

chiedessero la distribuzione delle terre non per esigenze demagogiche, ma per stabilizzare e rendere

unitaria la plebe.

Alla metà del secolo (450 aC) i patrizi accettarono le richieste della plebe e per due anno vennero

sospese le magistrature e vennero eletti dei decemviri, cioè un collegio di dieci uomini che avevano

l’incarico di scrivere le leggi (decemviri legibus scribundi). Quindi alla metà del V sec le leggi

vennero scritte dai patrizi, ma queste non accontentarono i plebei che subito dopo la stesura di

queste leggi si ribellarono ancora; la tradizione letteraria è filoaristocratica e allora racconta che i

decemviri erano rimasti in carica per due anni e che il primo anno essi erano tutti patrizi che

avevano composto 10tavole di leggi equilibrate; l’anno successivo tra i decemviri vennero inclusi

anche dei plebei che peggiorarono le leggi e nel secondo anno del decemvirato vennero aggiunte

due tavole, una delle quali è la cosiddetta tabula iniqua che sanciva per legge il diritto di

connubium; quindi le leggi delle XII tavole non costituiscono affatto un momento di

democratizzazione.

Si assistette poi alla reazione violenta della plebe che viene ammantata dalla fonti con storie

fiabesche, come il tentativo di violenza da parte di un plebeo, Appio Claudio, verso una patrizia,

Virginia che, dopo aver raccontato quanto era accaduto al padre, viene da lui uccisa e dall’omicidio

di Virginia si sarebbe scatenata la rivolta dei plebei, ma non sappiamo molto di questa rivolta.

Siamo ben lontani dall’avere una nozione completa del contenuto delle leggi delle XII tavole, ma

dalle notizie che abbiamo per via indiretta, esse non sembrano toccare i più grossi problemi dello

stato, ma riguardare solo il diritto privato; inoltre le leggi delle XII tavole ribadivano il diritto di

connubium e il nexum, cioè la schiavitù per debiti e riguardavano aspetti, appunto del diritto

privato: ad esempio sappiamo che il pater familias aveva il diritto di vita e di morte sui membri

delle famiglia e aveva anche il diritto di vendere il figlio al di là del Tevere, ma dopo aver venduto

per tre volte il figlio al di là del Tevere, il padre perdeva la propria potestas su di esso, quindi

vediamo come le leggi delle XII tavole si soffermino su questi aspetti che sembrano marginali.

La plebe quindi non gradì il risultato delle leggi delle XII tavole e sin dall’anno successivo

assistiamo a una situazione di tumulto tale che i due consoli, Lucio Valerio Potito e Marco Orazio

449

Barbato, proposero delle leggi a favore della plebe e nel vennero emanate le leggi Valerie

Orazie (quando i proponenti erano due, vengono messi tutti e due i nomina senza et); non sappiamo

leggi Valerie Orazie,

niente delle però è presumibile che uno dei provvedimenti di quest’anno

provocatio;

riguardasse la secondo la tradizione queste leggi avrebbero riguardato anche la

56 sacrosanctitas plebisciti

riaffermazione della dei tribuni e la richiesta che i acquisissero valore di

leggi per tutto il popolo romano. Quest’ultima richiesta è probabilmente anacronistica, mentre è

probabile che una delle leggi Valerie Orazie riguardasse la sacrosactitas che viene recepita

dall’intero corpo civico, cioè tale legge fece in modo che anche i patrizi riconoscessero la

sacrosactitas dei tribuni. È possibile che una delle leggi Valerie Orazie riguardasse la provocatio ad

populum, cioè il diritto di appello che aveva un cittadino romano contro le decisioni del magistrato;

l’appello faceva sì che la causa fosse portata davanti all’assemblea del popolo ed era il popolo che

giudicava; questo diritto di appello costituiva una forte limitazione del potere giurisdizionale del

magistrato, tuttavia questo diritto non era valido durante le campagne militari, mentre in tempo di

pace permetteva che il magistrato non avesse questa discrezionalità assoluta.

Quando Roma diventerà una potenza mediterranea avere la cittadinanza comportava avere il diritto

alla provocatio (San Paolo); se il diritto alla provocatio risale ad un’epoca così arcaica, dobbiamo

pensare che esso abbia prodotto grandi cambiamenti a Roma, cioè che abbia dato la consapevolezza

a Roma di essere una città molto più civile; cmq probabilmente poco si era risolto nel 449, ma il

connubium

problema più grosso era quello del diritto di che portò a un'altra secessione a cui seguì,

445, lex Canuleia

nel la con cui venne abolito il diritto di connubium; secondo la tradizione però le

proposte di Canuleio furono tre, l’abolizione del diritto di connubium, la proposta che uno dei due

consoli potesse essere plebeo (cioè si tratta della proposta di un’apertura delle magistrature ai

plebei) e infine egli avrebbe fatto delle proposte relative alla distribuzione dell’agro pubblico;

quest’ultima misura è sicuramente anacronistica perché riproduce un problema proprio del mondo

graccano e post, ma anche la seconda proposta è probabilmente anacronistica perché riflette la

situazione di 80anni dopo.

Quindi nel V sec assistiamo a lotte violentissime all’interno di Roma e a una serie di guerre esterne,

come contro gli Equi, i Volsci, contro Fidene e Veio, che a Roma richiedevano uno sforzo continuo

di mobilitazione e le continue secessioni della plebe indebolivano sia le campagne militari, ma no

era tutto, infatti quando la plebe faceva una secessione si rifiutava di fare il servizio militare, ma

tale secessione impediva anche il corretto svolgimento dei comizi elettivi, cioè impediva l’elezione

dei magistrati. Dal 445 al 467 sono anni in cui non si riuscirono a eleggere i magistrati e allora, al

tribuni militum consulari potestate,

posto dei magistrati, vennero eletti dei cioè dei tribuni

militari che avevano il potere dei consoli, ma che non avevano l’imperium dei consoli; questi

tribuni variano di numero e la cosa più interessante è che talvolta, tra questi tribuni militum

compaiono anche dei plebei e questo significa che nel corso di questi 80anni di grandi rivolgimenti

vi furono delle aperture ai plebei, anche perché dobbiamo supporre che la revoca del diritto di

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connubium abbia costituito un incentivo ai matrimoni misti che riguardavano i patrizi e i plebei;

infatti dobbiamo supporre che spesso famiglie di patrizi sull’orlo della rovina economica si

imparentavano con famiglie di plebei ricchi, ma era facile vedere dei patrizi spiantati? Sì perché a

Roma non esisteva il maggiorasco, cioè un istituto giuridico per cui alla morte del padre eredita il

figlio maschio maggiore; il maggiorasco era quindi un modo per conservare i patrimoni nella loro

consistenza, ma senza questo istituto il patrimonio veniva diviso tra i figli e le figlie perché anche la

donna ereditava; quindi il patrimonio che era spesso in terre, veniva ripartito tra tutti i figli e questo

faceva sì che nel giro di 2 o 3 generazioni anche i grandi possedimenti terrieri si riducevano alla

polverizzazione. A questa frammentazione dei patrimoni agrari si cercava di ovviare con due

sistemi, o il matrimonio con grandi proprietari terrieri, quindi dobbiamo pensare che i patrizi si

siano imparentati prestissimo con i plebei; oppure il secondo sistema era l’astinenza, cioè si cercava

di avere meno figli possibile (l’astinenza verrà predicata a un certi punto anche dai filosofi e il

principio dell’astensione verrà ripreso dal cristianesimo). Dobbiamo pensare che già nel corso del V

sec i matrimoni misti erano serviti a creare una rete di relazioni, anche familiari, tra i patrizi e lo

strato più alto della plebe e questo spiega perché alcuni tra i tribuni militum erano plebei, cioè

perché il patriziato, alla metà del V sec, tende ad aprirsi e a diventare un’oligarchia meno chiusa;

ma, non potendosi più qualificare in base alla nobiltà di sangue, la giustificazione che i patrizi

addicono per continuare a pretendere di governare lo stato è il denaro, perché il cittadino romano

aveva dei doveri proporzionali alle ricchezze possedute.

Questi tribuni militum rappresentano quindi una situazione “ponte” tra le grande chiusura del

patriziato e la sua successiva apertura; tra il 378 e il 367 vediamo agire due personaggi, Licinio

Stolone e Sesto Laterano che appartengono alla ricca plebe e che riescono ad accordarsi con i patrizi

367 leggi Licinie Sestie,

per cui si arriva al aC quando, con le si ammette che uno dei due consoli

possa essere plebeo; a questo punto il patriziato che pur continua a rimanere, non è più la fonte del

potere a Roma, infatti una volta che si ammette il principio che i plebei possano adire alle cariche

pubbliche, i privilegi dei patrizi cadono uno dopo l’altro. Si assiste alla costituzione di una nuova

nobiltà allargata per cui a governare Roma ora c’è un’aristocrazia detta nobilitas che è composta sia

da patrizi che da plebei ed è una nobilitas di carattere censitario, cioè a caratterizzare questa

nobilitas è la grande proprietà terriera. Una volta che si ammette il principio che i plebei possano

adire alle cariche pubbliche, non ha più molto senso tenere la distinzione tra concilium plebis e il

comizio tributo e infatti nel corso del IV sec più volte i plebei avevano chiesto che i plebisciti

avessero valore di leggi per l’intera comunità e nel 339 aC Publilio Filone chiese che il plebiscito

avesse valore di legge; non si sa se tale legge sia stata effettivamente approvata, ma sappiamo che

58 287 legge Ortensia

nel aC passò una per cui i plebisciti acquisivano valore di leggi; questo fa sì che

venga ridotta a zero la differenza tra il concilium plebis tributum e il comizio tributo e le assemblee

dei plebei perdono importanza per vari motivi, e riacquisiranno importanza solo dopo i Gracchi

perché i concili della plebe saranno le assemblee dove si affronteranno i bisogni dei ceti meno

abbienti di Roma.

Con la legge Ortensia si concluse il grande conflitto tra patrizi e plebei; in più in precedenza erano

stati unificati i due nomina anche dal punto di vista religioso, cioè si ammise che i patrizi potessero

300 legge Ogulnia

entrare nei collegi sacerdotali dei plebei e viceversa; del aC è la che consentì ai

plebei di diventare pontefici, flamini e auguri e quindi destabilizzava i rapporti sacrali tra i due

nomina e in queste destabilizzazioni i romani erano molto prudenti perché erano molto conservatori.

Nei secoli in cui si risolve il conflitto tra patrizi e plebei si risolve anche il problema dei plebei più

326

poveri, cioè del nexum, infatti poco dopo la legge, nel aC venne abolita la schiavitù per debiti

legge Petelia Papiria.

con la

Il conflitto tra patrizi e plebei si risolve, quasi 150 anni dopo, con la totale trasformazione dei

rapporti interni tra i vari ceti di Roma; tale conflitto mette in crisi irreversibile il sistema gentilizio

perché la storia del conflitto tra patrizi e plebei vede il progressivo allargamento dei diritti alle

cariche a un numero sempre maggiore di cittadini per cui alla oligarchia di sangue gentilizio

subentra una nuova aristocrazia fondata sulla ricchezza. L’antica nobiltà gentilizia continua ad

avere i suoi privilegi anche dopo questo processo di parificazione, ma alla ribalta politica si

affacciano anche nuove famiglie. Quindi dopo il conflitto tra patrizi e plebei la politica di Roma non

sarà più fatta per gentes, ma per famiglie che appartengono all’aristocrazia o che vi entrano a fare

parte.

La nuova nobilitas romana sarà allora costituita da un gruppo di privilegiati (per la maggior parte

proprietari terrieri) che ha in mano la politica romana, quindi da qui la storia di Roma sarà

contrassegnata dalle lotte tra le varie famiglie per acquisire cariche e ricchezze, infatti

l’acquisizione delle cariche comportava l’acquisizione di ricchezze e viceversa.

Ma perché le ricchezze diventano il nuovo metro su cui si basa la nobilitas romana? Perché la

nobilitas patrizio­plebea eredita dalla nobiltà gentilizia il sistema delle clientele e il rapporto

clientelare si sposta all’interno delle singole grandi famiglie; quindi l’ordinamento gentilizio, pur

rimanendo, dal punto di vista sociale di fatto perde il suo prepotere, infatti si suole dire che

l’ordinamento gentilizio si dissolve tra la fine del IV e gli inizi del III e viene sostituito

dall’ordinamento aristocratico che vede in primo piano l’aristocrazia del denaro, patrizio­plebea.

59

Entrare in questa aristocrazia non era facile e soprattutto nel II­I sec aC essa tenderà a chiudersi in

sé; però entra ben presto nella tradizione romana la figura dell’homo novus che non è nobile, ma

che grazie alle ricchezze e alla benemerenze acquisite in ambito miliare, riesce a entrare nella

carriera politica e quindi a diventare senatore. Gli homines novi nella storia di Roma sono

abbastanza rari nel II e I sec aC, invece dobbiamo pensare che nel IV­III sec, in corrispondenza

dell’espansione di Roma e quindi in corrispondenza dell’aumento delle ricchezze, si sia creata una

grande mobilità sociale di tipo verticale, cioè i ceti medi del mondo italico riescono a entrare

nell’aristocrazia romana. Quindi il processo di parificazione tra patrizi e plebei porta

all’allargamento dell’aristocrazia romana e a un mutamento delle basi ideologiche e etiche su cui

questa aristocrazia si fonda.

La lotta tra i patrizi e i plebei accompagna anche un periodo molto difficile per Roma sul piano

della politica estera perché Roma è costretta ad affrontare i popoli circonvicini come gli Equi, i

Volsci, la guerra contro Veio e poi contro i Galli. Durante il V sec vediamo che Roma agisce, dal

punto di vista della politica estera in due modi, cioè sia come potenza individuale, ma tra il V e il IV

sec Roma combatte spesso delle guerre federali perché la città appartiene alla federazione della lega

latina che viene riformata da Spurio Cassio agli inizi del V sec. Quindi durante il V e parte del IV

sec l’espansione di Roma nel Lazio e al di là di esso, si ispira sempre a principi di tipo federale, cioè

quando Roma sconfigge una città di solito si comporta così: stermina o deporta la classe dirigente

della città e la sostituisce con un'altra classe dirigente locale che però è orientata politicamente in

senso filoromano; la città vinta era spesso distrutta, ma non sempre, piuttosto veniva privata di parte

del territorio e il territorio che veniva confiscato dai romani diventava di proprietà del popolo

romano (ager publicus), ma non sempre gli abitanti venivano cacciati da queste terre confiscate,

solo che, facendo diventare questa porzione di territorio ager publicus, i vecchi proprietari non

erano più padroni di queste terre e quindi pagavano un affitto allo stato; la comunità era costretta a

diventare alleata di Roma e quindi entrava a fare parte di una federazione, ma di quale federazione

entrava a fare parte? Roma poteva concedere a una comunità vinta i diritti latini, cioè gli abitanti

acquisivano i diritti propri dei latini e quindi si trattava di alleati privilegiati di Roma, al punto che

se si recavano a Roma potevano votare; in altri casi, soprattutto al di fuori del Lazio, Roma poteva

imporre un foedus che non prevedeva i diritti latini, quindi le città vinte diventavano alleate e non

solo, come le precedenti, perdevano ogni autonomia in fatto di politica estera, ma sul piano del

diritto privato gli abitanti di queste comunità non erano messi sullo stesso piano dei romani; quindi

questi alleati che erano per lo più italici, avevano solo obblighi nei confronti di Roma, perché, come

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le città a cui erano concessi i diritti latini, esse dovevano pagare un tributo e dare annualmente dei

contingenti.

Quindi queste città entravano a fare parte di una confederazione che aveva Roma al suo centro e tra

V e IV sec Roma viene a costituirsi come uno stato federale in cui tale città era l’unica potenza

egemone; all’interno di questo stato federale c’erano vari livelli di vicinanza a Roma e più si era

lontani da Roma, più obblighi si avevano. Anche per questo durante il V sec vediamo che raramente

i latini prendevano le armi contro Roma, perché rispetto ai popoli con cui Roma veniva in contatto,

i latini godevano di alcuni privilegi che erano pagati da una sostanziale mancanza di libertà nella

politica estera (con l’andare del tempo Roma imporrà delle limitazioni anche nella politica interna).

All’interno di questo stato federale ci sono delle profonde differenziazioni tra i soci latini e i soci

italici e Roma manteneva queste differenziazioni perché meno compattezza aveva la federazione,

più potenza aveva la città egemone.

All’inizio del IV sec Roma riesce ad avere ragione su Veio che era rivale da sempre; la guerra

contro Veio era stata lunghissima, ma alla fine Roma era riuscita a distruggere la città il cui

territorio venne interamente incorporato da Roma, al punto che si crearono 4nuove tribù territoriali

in cui vennero iscritti i pochi cittadini sopravissuti e quei cittadini romani che si trasferirono qui a

prendere possesso delle terre (l’imperialismo romano ebbe molto spesso delle motivazioni

economiche, non sempre, infatti a volte le guerre erano fatte per il prestigio).

Poco dopo la guerra contro Veio avverrà un fatto unico nella storia di Roma, cioè l’invasione

gallica; gli storici mettono in relazione la discesa dei galli con il mondo etrusco e la vicenda politica

viene ammantata da una vicenda personale. All’inizio del IV sec, infatti i Galli scendono nel mondo

appenninico e in particolare presso le città etrusche ed è probabile che le città etrusche abbiano

cercato di dirottare i Galli verso sud, cioè verso Roma descrivendola come una città ricca e potente,

ma probabilmente volevano spingerli ancora più a sud, verso le città greche della Magna Grecia per

limitarne la potenza.

Cmq questi Galli arrivano alle porte di Roma e presso il fiume Aglia, secondo la tradizione, i Galli

distrussero l’esercito romano e poi entrarono in città, mettendola a ferro e fuoco (descrizione di

Livio); i Galli non riuscirono però a conquistare l’Arx e Roma fu liberata da Furio Camillo (è in

questa occasione che il famoso capo dei Galli che Livio chiama Brennus, aveva messo la sua spada

sulla bilancia e aveva detto “Guai ai vinti”).

Ma da dove derivano i Galli? Probabilmente dall’area picena ed essi appartengono a quell’ondata

celtica che arriva in Italia dalla fine del V all’inizio del IV sec e questi galli non invadono solo

61

l’Italia, ma anche la penisola greca e saranno quei Galli che arriveranno in Asia Minore dove

saranno chiamati Galati.

Questi Galli sono portatori della cultura di La tène e sommergono le popolazioni preesistenti, ma i

rapporti tra i Galli e le popolazioni preesistenti cmq non sono molto chiari; dobbiamo pensare che le

più importanti tribù che si insediano in Italia tra la fine del V e l’inizio del IV sec sono gli Insubri (o

Insubres) che si sovrappongono alla cultura precedente di carattere celtico, cioè la cultura di

Golasecca; poi vi erano i Cenomani che abitavano l’area tra Brescia e Verona fin verso Cremona

(noi di tutti questi celti non abbiamo ereditato nulla); al di sotto del Po’, nell’odierna Emilia si

insediano i Boii e secondo la tradizione anche i Boii venivano d’oltralpe e in particolare sarebbero

originari dell’Europa centrale, della Boemia. Questi Galli sommergono anche gli etruschi che sono

costretti ad andarsene; vicino ai Boii c’erano i Lingoni, ma più importante era il gruppo dei Senoni

che vengono chiamati da Livio gli ultimi tra i galli (è probabile che Livio avesse una fonte greca

che parlava di questi Galli come gli “ultimi”, ma in senso geografico).

Secondo alcuni i Galli che avrebbero messo a ferro e fuoco Roma erano Senoni, secondo altri

Senoni, Lingoni e Boii e ben presto la reazione romana si indirizzerà contro i Senoni perché erano i

più vicini, quindi i rapporti di forza tra Roma e i Galli iniziano con la guerra contro i Senoni.

Liberatisi dei Galli, i romani si trovavano di fronte alle popolazioni circostanti che erano

minacciose in parte perché dipendevano già da Roma, in parte perché temevano che Roma e la

federazione comandata da Roma , potesse entrare in una fase di espansione nell’appennino, infatti

ormai già tutta la fascia laziale costiera era nelle mani dei romani e quindi Roma tendeva a

espandersi nell’appennino per ragioni difensive; dobbiamo dire che tutte le popolazioni

dell’appennino erano imparentate tra loro perché appartenevano al gruppo osco­umbro. Si trattava

cmq di città indipendenti, ma vi erano delle leghe, come la lega delle città sannitiche che

comprendeva il basso Lazio, la Campania e la Puglia; le popolazioni sannitiche erano composte

prevalentemente da allevatori che avevano quindi bisogno di spazio, infatti sull’appennino si

praticava la transumanza e nella stagione invernale gli allevatori scendevano verso il mare e

avevano continuamente bisogno di terre.

I romani non volevano che questi si muovessero, infatti i nomadi e i seminomadi erano temibili

perché erano incontrollabili; in più la confederazione sannitica era potente, aveva bisogno di terre e

non i sanniti non disdegnavano di scendere verso le città della costa, in particolare verso le città

greche, attratti dalle ricchezze di queste città.

Nel corso del IV sec questi sanniti si trovarono in una situazione di grande pressione demografica,

quindi tra i sanniti era frequente l’istituto del ver sacrum, cioè della primavera sacra; si tratta di

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un’usanza che avevano tante altre popolazioni e che consisteva in questo: in determinate

circostanze, cioè o per espiare dei crimini veri o presunti della comunità o, più spesso, per un

eccessiva pressione demografica, una generazione votava agli dei la generazione successiva per cui

i giovani della generazione successiva, una volta diventati uomini e donne, erano costretti a migrare

e a trovare nuove terre; quindi il ver sacrum era in realtà una valvola di compensazione per quelle

generazioni che avevano portato i livelli demografici a un livello intollerabile e i sanniti ricorrevano

spesso al ver sacrum dimostrando di essere prosperi e pericolosi. Per questo, nel corso del IV sec, la

lotta più accanita di Roma venne condotta contro i sanniti, ma non solo perché non tutto il Lazio era

pacificato e non tutta l’Etruria meridionale era in mano romana.

Nel corso del IV sec i romani si rendono conto che il loro rapporto con le popolazioni vinte, cioè i

loro rapporti federali, sono insufficienti a controllare le comunità alleate perché i romani hanno

l’impressione che queste comunità alleate siano infide e allora elaborarono un nuovo sistema di

espansione, cioè quello della incorporazione diretta, cioè il sistema delle annessioni. Ma come si

faceva ad annettere le comunità che Roma vinceva? Una volta vinta la comunità e sostituita la sua

classe dirigente, i romani concedevano la cittadinanza romana agli abitanti di questa comunità e

pare che il primo caso fosse la città di Tusculum nel 361 aC. Dal punto di vista del diritto privato e

pubblico teorico, questi cittadini diventavano romani alla pari dei romani, ma erano cmq

assoggettati al pagamento di un tributo che era molto più pesante di quello degli alleati perché in

questo periodo i cittadini romani pagavano un forte tributo a seconda della ricchezza. La comunità

quindi perdeva totalmente l’autonomia perché l’ordinamento interno di quella comunità doveva

assomigliare all’ordinamento interno della comunità romana. Queste comunità incorporate nella

cittadinanza romana si chiamavano municipia da munus capere, cioè assumersi un onere, in

particolare queste comunità prendevano il nome di municipia optimo iure, cioè centri che erano

assimilati completamente al diritto romano, in cui gli abitanti avevano gli stessi diritti dei romani.

Ma perché era gravosa questa condizione? La comunità locale aveva degli ordinamenti locali, ma

quando essa diventava municipium doveva darsi un senato che era costituito dai cittadini più ricchi

e filoromani; poi quest’assemblea di ricchi cittadini che erano chiamati decurioni, eleggeva

annualmente i capi della comunità.

Quindi non c’era nessuna forma di indipendenza e pare anche che la costruzione degli edifici

pubblici che comportavano un costo che superava una certa cifra, doveva essere approvata da

Roma. i municipes erano cittadini romani, quindi potevano andare a Roma a votare, ma potevano

permettersi di andare a Roma solo i più ricchi cittadini del municipium.

63

Alcune comunità incorporate erano poi ulteriormente punite quando i romani decidevano di privare

queste comunità di alcuni dei diritti propri dei cittadini romani, cioè gli abitanti venivano privati del

diritto di voto e quindi questi neoromani erano cives sine suffragio(la prima civitas sine suffragio fu

Cerveteri). Il modello della incorporazione che cronologicamente segue quello federale, assumerà

poi varie forme, ma diventerà fondamentale nella trasformazione di Roma da città del centro Italia a

signora del mondo mediterraneo, perché anche le province, con forme del tutto originali e diverse,

saranno il frutto di annessioni.

Quindi l’annessione fu il primo fondamentale strumento dell’imperialismo romano; il terzo

strumento di più lunga durata fu quello coloniario, cioè la fondazione di colonie; la colonia è un

centro che originariamente (V sec) viene fondato dai romani e inizialmente la colonia è una sorta di

dependance di Roma che invia i suoi coloni a costruire un piccolo centro in una zona militarmente

delicata e soprattutto lungo la costa, infatti le prime colonie sono colonie marittime (tra le prime

colonie vi sono quella di Anzio o di Ardea).

Si trattava di colonie romane perché chi partecipava alla fondazione e poi abitava la colonia erano

cittadini romani; la colonia romana ha come caratteristica fondamentale il suo carattere militare,

cioè i coloni che vanno ad abitare la colonia sono soldati e anche se questi coloni si portano le

proprie famiglie, essi erano cmq sottoposti a un regime militare; ai coloni doveva essere assegnato

per la sopravvivenza un pezzo di terra e i lotti assegnati ai cittadini romani erano piccoli. La colonia

era un istituto particolare, anzitutto, come nel caso della colonia greca, tra Roma e la colonia non

c’era continuità territoriale, però il territorio della colonia romana era un pezzo di ager romanus e

quindi le terre erano soggette a tutti i diritti e i doveri dell’ager romanus; la colonia romana non era

una comunità indipendente, ma era un pezzo di Roma, al contrario del caso dell’ greca in

αποικια

cui la colonia era del tutto indipendente dalla madrepatria. La colonia era fondata in virtù di una

legge coloniaria e ogni volta che veniva fondata una colonia, veniva promulgata un’apposita legge

istitutiva della colonia che era estremamente dettagliata perché indicava esattamente il luogo su cui

la colonia sarebbe stata fondata e i nomi dei magistrati che erano incaricati di fondarla che si

tresviri coloniae deducundae

chiamavano (infatti fondare una colonia si diceva deducete

coloniam). La legge istitutiva indicava anche esattamente il numero e il nome dei singoli coloni che

dovevano recarsi sul luogo, la grandezza dei pezzi di terra che venivano attribuiti a ciascun colono,

quindi la fondazione di una colonia presupponeva la ristrutturazione del territorio.

Il primo strumento dell’espansione romana fu l’esercito, ma dobbiamo ritenere che siano altri gli

strumenti con cui i romani mantennero le loro conquiste. Nel corso della storia della Repubblica, i

romani hanno ricorso a tre modelli, quello federale, quello annessionistico e quello coloniario; la

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colonia romana aveva il vantaggio di essere un presidio esclusivamente militare, infatti i lotti di

terreno che venivano dati ai coloni erano molto piccoli perché servivano solo per la sussistenza; in

qualche caso i romani ricorsero a un altro tipo di colonizzazione simile a quella romana, cioè in

qualche caso i romani ricorsero alla colonizzazione viritana, cioè una colonizzazione che avveniva

viritim, cioè uomo per uomo, per singoli uomini. Ma in che cosa differiva la colonia viritana da

quella romana? La colonia romana era un vero e proprio centro di cittadinanza romana che veniva

fondato da Roma e questo centro doveva avere originariamente la forma del castrum e anche i

campi venivano ripartiti in lotti quadrati o rettangolari, divisi in vie e la ripartizione del suolo in

quadrati e rettangoli più o meno regolare era chiamata centuriazione; quindi la colonia romana

nasce come un centro fondato ex novo dai romani. In qualche caso però i romani preferivano non

fondare questo centro, ma mandare solo dei coloni, quindi nel caso della colonia viritana i coloni

venivano inviati in un territorio che era da colonizzare (nel senso che si costituisse un nuovo

centro). La colonizzazione romana e quella viritana avevano scopi diversi, infatti la colonia romana

era un avamposto romano in un territorio potenzialmente ostile, quindi la colonia romana era spesso

utilizzata come presidio di un territorio, la colonia viritana ha invece un altro significato; siamo

tuttavia poco informati sulla colonizzazione viritana e quella che conosciamo meglio è quella che

riguarda il territorio che i romani tolsero ai Galli Senoni, cioè il territorio delle Marche,

dell’estremo sud litoraneo della Romagna e dell’estremo nord litoraneo dell’Abruzzo. Quando i

romani sterminarono e deportarono i Senoni per iniziativa di Caio Camillo, i romani mandarono dei

coloni sul territorio dei Senoni che venne ripartito tra i singoli coloni; non si assiste alla fondazione

di un centro vero e proprio, ma i coloni erano sistemati nei campi che ricevevano una

ristrutturazione, cioè venivano centuriati; questo comporta una romanizzazione capillare di quel

territorio.

Nel V sec i romani fondano Ostia alle foci del Tevere, un centro di diritto romano che aveva intorno

altre popolazioni che saranno portate a romanizzarsi perché il modello vincente è quello della

potenza egemone, però politicamente quell’area al tempo della fondazione di Ostia era libera,

quindi non c’è una romanizzazione forzata del territorio, mentre quando i romani nel 232 aC

sterminano i Senoni, occupano tutto il loro territorio che viene centuriato e ripartito senza fondare

una città, quindi i coloni che arrivano danno all’abitato un aspetto esclusivamente romano. La

colonizzazione serve quindi a evitare che si creino dei vuoti dopo lo sterminio dei Senoni che

tenteranno di tornare alle loro terre e che quindi avranno poi lavorato per i romani conquistatori.

La colonizzazione viritana quindi non prevede la fondazione di un centro, ma nel territorio è ovvio

che prima o poi nasceranno dei punti di aggregazione dei contadini, anche solo per scambiare i loro

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prodotti, in occasione di cerimonie pubbliche e sacre; occorreva allora creare delle zone comuni e

pubbliche per il mercato, per le cerimonie religiose, per le decisioni comuni e queste zone prendono

il nome di fora (forum), mentre i centri più piccoli vengono chiamati conciliabula. Nel giro di 2 o 3

generazioni dai fora, che nascono spontaneamente dalla colonizzazione viritana, nascono delle

cittadine e per questo molte città della regione hanno nella radice del loro nome il termine forum.

Con il tempo la colonia romana e il forum diventeranno la stessa cosa, ma la loro origine è diversa;

la colonizzazione viritana avviene quando i romani hanno bisogno di omologare in fretta una

determinata area, infatti se la colonia romana nasce come un organismo difensivo, con la

colonizzazione viritana abbiamo un esempio di colonizzazione volta all’espansione.

Il terzo tipo di colonizzazione è il più complesso e importante ed è costituito dalle colonie latine;

queste nascono al tempo della lega latina che venne riformata da Spurio Cassio all’inizio del V sec.

La colonia latina è una fondazione federale, cioè l’iniziativa non parte solo da Roma, ma da Roma e

dalle città latine; la fondazione di una colonia latina prevedeva l’istituzione di un nuovo centro e

spesso venivano mandati i coloni in un centro già esistente che per un motivo o per l’altro aveva

bisogno o di una popolazione più numerosa o diversa e i coloni provenivano dalle singole città della

lega latina. I coloni che partecipavano alla deduzione di una colonia latina acquistavano tutti i diritti

latini e i cittadini romani che partecipavano alla deduzione della colonia perdevano la cittadinanza

romana e acquisivano i diritti latini che non sono i diritti pieni di cittadinanza, ma sono i diritti che

hanno gli alleati latini nei confronti del popolo romano. Questi coloni latini all’inizio sono di varie

provenienze, ma tutti, nel momento della deduzione della colonia diventavano latini; la colonia

latina è formalmente uno stato indipendente, come le altre città latine, che viene a fare parte della

lega latina, quindi la colonia latina era una comunità non solo indipendente, ma anche federale e

quindi avrà un’organizzazione propria, cioè avrà un suo piccolo senato e propri magistrati che

aveva anche la colonia romana, ma qui senato e magistrati avevano l’unica funzione di applicare le

leggi di Roma, invece la colonia latina ha una sua indipendenza deliberativa. La colonia latina ha

nei confronti di Roma gli stessi obblighi delle città latine, cioè doveva fornire annualmente dei

contingenti militari a Roma e pagare un tributo; le truppe delle colonie latine non combattevano

nelle legioni in cui combattevano solo i cittadini romani, ma nelle truppe ausiliarie (auxilia).

Anche la colonia latina, come quella romana, era fondata attraverso una legge coloniaria e nelle

colonie latine di cui siamo a conoscenza i fondatori sono sempre romani; le colonie latine sono

quindi stati indipendenti, ma nascono per la volontà unilaterale di Roma.

Mentre la colonia romana nasce come piccolo presidio in territorio nemico, la colonia latina nasce

anche come colonia di popolamento, infatti mentre la colonia romana aveva circa 300 coloni con le

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loro famiglie, la colonia latina era numericamente più importante, infatti dobbiamo pensare che essa

abbia avuto alle sue origini circa 1000 coloni.

Conosciamo bene la colonizzazione latina solo nel periodo della sua massima fioritura, cioè il III­ II

sec aC, infatti per questo periodo sappiamo esattamente il numero di coloni che venivano inviati e

vediamo che nelle grandi colonie latine, i coloni sono numerosissimi, infatti esse sono composte da

almeno 6mila coloni.

La colonia latina aveva quindi il duplice scopo di presidiare un territorio e di popolarlo; è chiaro che

più un centro è grande, maggiore è la sua capacità di assimilazione, infatti i popoli circostanti erano

attratti dalla colonia che quindi diventa un centro culturale importante, anche perché la lingua

ufficiale è il latino; la colonia latina è indipendente, ma non ha una politica estera, come tutti gli

stati alleati.

I tre modelli, quello federale, quello annessionistico e quello coloniario nascono tutti molto

precocemente nel V sec (forse quello annessionistico nasce nel IV sec) e nel corso della storia della

Repubblica questi tre modelli avranno delle fortune diverse, il modello federale funziona molto

all’inizio, ma subirà una trasformazione radicale dal 338 aC, anno dal quale muteranno

completamente i rapporti tra Roma e il mondo latino; il modello annessionistico avrà molta fortuna

nel IV sec, ma poi declinerà e il modello coloniario ha inizialmente molta fortuna per la colonia

romana, ma nel III­ II sec aC, al tempo della grande espansione in Italia, prevarrà la colonizzazione

latina.

Il discrimine tra Roma e i latini, il momento di frattura, di evoluzione dei rapporti tra romani e latini

si colloca nel 338 aC, poco dopo la metà del IV sec; ma cosa succede nel IV sec? All’inizio del IV

sec si collocano la fine della guerra contro Veio, l’annessione del territorio veiente e l’episodio

gravissimo dell’invasione gallica; vi sono poi dei rapporti con le popolazioni appenniniche,

soprattutto i sanniti che costituivano una federazione di popoli sfilacciata, ma che poteva trovare dei

momenti unitari. I romani, che nel frattempo avevano concluso il trattato di navigazione con

Cartagine, temevano i sanniti perché arrivavano notizie che nel territorio campano essi

minacciavano le città greche; i romani, come spesso accadeva quando avevano paura di una

popolazione, contraggono un foedus che li mette al riparo da attacchi dei sanniti che cmq

continuarono in questa spinta offensiva sulle altre città, ma i romani non potevano permettersi il

lusso di fare arrivare queste popolazioni al mare perché altrimenti ci sarebbe stata un'altra potenza

sul mare oltre Roma.

I romani non potevano rompere l’alleanza, allora ricorsero a un escamotage: Roma, oltre a essere

alleata dei sanniti, era alleata anche della città di Teano, una città a popolazione mista che temeva

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l’avanzata dei sanniti e quindi a un certo punto i teani chiesero aiuto ai romani contro i sanniti e per

proteggere gli alleati interni essi ruppero il foedus con i sanniti e dichiararono guerra; infatti per il

diritto militare romano i sanniti avevano attaccato i teani che erano alleati dei romani, ma nei federa

gli alleati si erano impegnati ad avere gli stessi amici e gli stessi nemici e avendo i sanniti

contravvenuto a questa clausola era giusto intervenire.

Nel 343 si colloca la prima guerra sannitica che fu lunghissima, infatti si protrarrà per circa 80 anni,

ma si trattò anche di una guerra non continua che conobbe diverse fasi di stallo e che viene ripartita

in tre momenti, uno molto breve, uno molto lungo e un terzo momento terribile. In questo lungo

periodo della guerra si svolsero degli episodi importanti come quello delle forche caudine per cui i

romani furono sconfitti e costretti a passare sotto il giogo; le guerre sannitiche furono fondamentali

per la ristrutturazione dei rapporti tra Roma e i popoli dell’Italia centrale.

I sanniti diedero prova di grande creatività ed essi, di fronte alla minaccia incombente di Roma,

trovarono un momento unitario e si diedero un governo unico, quindi per la prima volta si sarebbe

formata tra queste popolazioni una coscienza italica, cioè essi divennero coscienti di appartenere

allo stesso gruppo che doveva combattere contro Roma; i sanniti si diedero anche un capo unitario

dell’esercito, mentre Roma tendeva a spezzare l’unità di queste popolazioni.

Secondo Livio la prima guerra sannitica si concluse con la vittoria romana, ma noi abbiamo

l’impressione che la prima fase della guerra sia terminata con uno zero a zero e che i romani

abbiano avuto fretta di concludere la pace; le operazioni militari ricominciarono ben presto, ma nel

340 aC si ebbe un evento che avrebbe potuto essere devastante per Roma, cioè l’intero complesso

delle città alleate, ivi comprese le colonie latine, si ribellarono a Roma. Questa rivolta dei latini

portò Roma sull’orlo del baratro primo perchè i latini seppero darsi un comando unitario, com’è

ovvio, visto che erano abituati ad avere un comando unitario nella lega, poi perché ci sono delle

città latine che sono alle porte di Roma e poi perché le città latine erano ricche e demograficamente

forti (326­304 aC vi è la seconda guerra sanntitica).

Tutto questo fa sì che sembri che per Roma sia giunta l’ultima ora, ma i romani riuscirono a battere

i latini nella battaglia di Trifano nel 338 aC; in questa battaglia, così importante per le sorti di

Roma, il comandante militare, Plublio Decio Mure, si era immolato sul campo di battaglia con il

cerimoniale della devotio, cioè il comandante romano, al momento dell’assalto, offriva in voto la

propria vita e quella dei nemici agli dei inferi.

I romani, una volta vinta la battaglia, fecero i conti con i latini e quando i romani si mettevano sul

tavolo delle trattative da vincitori sapevano essere razionali e spietati; la conseguenza di questa

vittoria sui latini fu lo scioglimento della lega latina; Roma non trattò tutte le città vinte della lega

68

latina allo stesso modo, infatti alcune città vennero incorporate come municipia optimo iure e

quindi diventarono città di diritto romano pieno, come Aricia, Lavinium e Lanuvium e il territorio

di queste città divenne ager romanus; altre città subirono più o meno la stessa sorte, ma peggiore

perché vennero private di parte del loro territorio che divenne ager publicus e quindi era a

disposizione dell’autorità centrale romana; altre città vennero incorporate come civitates sine

suffragio come Velletri, Anzio, Terracina. Una sorte ancora peggiore toccò a un'altra categoria di

città appartenenti alla lega vinta, tra cui Signa, Norba, Sutrium; esse vennero lasciate nel loro

statuto latino e vennero private di gran parte del loro territorio che divenne ager publicus, quindi

queste città rimasero latine, ma con una differenza rispetto a prima, cioè queste città persero il

rapporto reciproco che avevano di connubio, di commercio e secondo alcuni avrebbero anche perso

il rapporto reciproco dello ius migrandi; infatti prima questi rapporti reciproci valevano tra Roma e

le città latine, ma anche tra le città latine tra loro (esisteva cioè una sorta di , ma per

ισοπολιτεια

punire le città più recalcitranti Roma lasciò loro i diritti latini, ma impose che d’ora in avanti i diritti

delle comunità latine sarebbero stati solo ed esclusivamente con Roma, cioè tra Roma e le singole

città latine, mentre le città latine tra loro non avranno riconosciuto alcun diritto; quindi i diritti latini

avevano rilevanza solo rispetto a Roma e non esiste più una lega formalmente paritetica, inoltre

questo fatto è l’indizio più evidente della creazione di un centro egemone da cui le città latine

dipendevano.

Altre città severamente punite diventarono civitates sine siffragio, un istituto che ebbe un grande

successo nel IV sec, ma che tende a esaurirsi, infatti vediamo che nel giro di due, tre o al massimo

quattro generazioni, queste civitates sine suffragio diventano municipia optimo iure perché nel giro

di tre o quattro generazioni la popolazione si era completamente romanizzata e all’interno della

comunità si era ormai insediata una aristocrazia filoromana per cui Roma era sicura che da quella

comunità ormai non poteva venire nessun pericolo; quindi queste comunità diventano municipia,

cioè comunità di diritto pienamente romano.

Durante le guerre sannitiche avvengono alcuni avvenimenti: approfittando di combattere anche nel

territorio campano, i romani incorporarono nello stato romano un territorio che allora era forse il più

fertile d’Italia, cioè l’agro campano che comprendeva anche le città di Capua e Cuma. Il fatto che i

romani riuscirono a incorporare questo territorio e ad annetterlo all’ager publicus è importante

perchè non solo i nobili romani costruirono qui le loro più importanti ville, ma perché percepiranno

degli affitti altissimi dai vecchi padroni di queste terre che non subirono la deduzione di alcuna

colonia fino a Cesare.

69

Un altro evento fondamentale delle guerre sannitiche fu lo sbarco di un re proveniente dalla

penisola balcanica, Alessandro il Molosso che aveva una sorella importante, di nome Olimpiade che

fu madre di Alessandro Magno; la spedizione in Italia di Alessandro il Molosso fallisce, ma è

importante perché è la prima volta che una potenza greca si interessa a quello che avviene in Italia;

si tratta infatti dello stesso periodo in cui la storiografia greca comincia a interessarsi delle vicende

dell’Italia, il che vuol dire che non solo l’espansione romana cominciava a preoccupare anche il

mondo greco, ma anche che la fama dell’Italia come regione prospera e invidiabile aveva fatto sì

che essa rientrasse nel sogno di un impero ecumenico come quello progettato da Alessandro

Magno; quindi per la prima volta in Grecia si ebbe coscienza dell’importanza delle popolazioni

italiche.

Quindi nel corso del IV sec sul fronte interno si assiste alla continuazione del processo di

parificazione tra patrizi e plebei, a una situazione di contrasto che va sempre più appianandosi.

Dal punto di vista della politica estera, Roma è impegnata con le popolazioni appenniniche, in

particolare con i sanniti e le guerre contro i sanniti dureranno mezzo secolo; nel corso della guerra

contro i sanniti l’episodio più importante fu l’insurrezione dei latini che si concluderà con la

sconfitta dei latini nel 338 aC, sconfitta che comportò la revisione e la reimpostazione dei rapporti

tra i romani e i latini su nuove basi e la dissoluzione dei foedus cassianum; un altro episodio

importante è l’arrivo per la prima volta su suolo italico, di un sovrano proveniente dalla Grecia,

Alessandro il Molosso che compì delle spedizioni lungo le coste adriatiche e forse le spedizioni di

Alessandro il Molosso rispondevano a delle mire espansionistiche macedoni sulle coste occidentali.

L’ultimo episodio importante è la fase finale della guerra che si combatté all’inizio del III sec aC e

si concluse con la battaglia di Sentino (295 aC); la fase finale della guerra si distingue dalle altre

due precedenti guerre sannitiche perché non abbiamo solo i sanniti, ma con essi si schierano anche

gli etruschi, gli umbri, i Galli, in particolare i Senoni e i Boii. Quindi si trattò di una vera e propria

guerra italica contro Roma che ancora una volta si trovò sull’orlo del baratro, ma i romani vinsero a

Sentino e la battaglia fu fondamentale perché rappresentò la botta definitiva agli etruschi e agli

umbri, ma anche ai Senoni. Negli anni successivi alla battaglia di Sentino i romani mostrarono di

avere capito che non era possibile un egemonia nel centro Italia senza arrivare fino all’Adriatico,

ma perché occorreva il controllo della fascia costiera adriatica? Per una serie di motivi, ma

probabilmente quello principale era quello di tenere chiusi da est e da ovest i popoli italici

dell’appennino, ma soprattutto bisognava rendere inerti quelle popolazioni che durante la terza

guerra sannitica si erano dimostrate assolutamente indomabili, cioè che non accettavano

assolutamente il giogo romano.

70

Dopo la battaglia di Sentino e per qualche decennio nell’Italia centrale si verificarono dei fatti

interessanti che dimostrarono la volontà dei romani di controllare il territorio più importante dal

punto di vista strategico; gli etruschi subirono una grave sconfitta che potremmo definire definitiva,

quindi con la battaglia di Sentino il mondo etrusco entrò in una crisi politica irreversibile che aveva

rapporti strettissimi con la crisi economica; l’economia era legata alla struttura sociale stessa del

mondo etrusco che era dominato da aristocrazie terriere che tenevano sotto il loro dominio tutto il

resto della popolazione, quindi esisteva una classe di contadini semiliberi. Roma usò lo stesso

sistema che userà sempre nella sua spinta imperialistica, cioè in qualche caso le aristocrazie

etrusche antiromane vennero private dei loro beni e sostituite con aristocrazie filoromane, in altri

casi i romani non ebbero neppure bisogno di attuare questa epurazione delle aristocrazie perché

dopo la sconfitta queste si arresero a Roma e entrarono in un rapporto clientelare con Roma; quindi

le grandi aristocrazie giurarono di essere fedeli a Roma perché si resero conto che solo sotto la

protezione dello scudo romano, esse avrebbero continuato a godere dei propri privilegi.

Quindi il mondo etrusco dopo la battaglia di Sentino diventa completamente dipendente dal mondo

Romano e le aristocrazie etrusche rinunciarono a un autentica libertà per mantenere i propri

privilegi economici.

Circa il mondo umbro, per stabilizzare il mondo umbro, si trattava di controllare alcuni punti

particolarmente sensibili di questo territorio in modo che queste isole romane rappresentassero da

un lato dei presidi romani contro eventuali risollevazioni del mondo umbro, dall’altro dei centri di

irradiamento, di diffusione della romanità. L’imposizione del modello culturale egemone, infatti,

vale molto di più di una campagna di sterminio e in Umbria si attuò questa pratica e due grandi

centri quali quello di Foligno e quello di Spoleto, vennero incorporati e diventarono municipia. Ma

in che modo sarà avvenuto questo passaggio? I romani mandavano un po’ di romani in questa città,

imponevano a capo del governo delle aristocrazie filoromane e quindi concedevano la cittadinanza

agli abitanti di queste città.

Dei sanniti si sa poco, infatti sappiamo solo di campagne di sterminio e di deportazione di queste

popolazioni nei 5anni successivi alla battaglia di Sentino; i romani ricorsero allo sterminio e alla

deportazione perché le popolazioni sannitiche non avevano alcuna intenzione di farsi assimilare e di

adottare il modello culturale egemone, ad esempio, i sanniti praticavano la transumanza, mentre i

romani avrebbero introdotto nel territorio sannitico il sistema della grande proprietà che avrebbe

significato la fine della transumanza, che significava la morte per le popolazioni sannitiche; da qui

la disperata resistenza di queste popolazioni e quindi la pratica dello sterminio e delle deportazione

da parte dei romani.

71

Un altro popolo con cui i romani dovevano fare i conti sono i Galli Senoni il cui territorio venne

brutalmente conquistato dai romani e l’artefice di queste guerre fu Manlio Curio Dentato; i Senoni

vennero spazzati via dal loro territorio che venne incorporato nell’ager romanus e divenne ager

publicus; i Senoni vennero portati all’interno, all’imboccatura delle valli, in territori bui e aridi,

quindi la tendenza dei Senoni era quella di tornare sul loro territorio, ma essi non entreranno più in

possesso del loro territorio perché, 60anni dopo questi avvenimenti, questo venne ripartito

viritanamente da Caio Flaminio e a controllare questo territorio tolto ai Senoni, vennero fondate due

colonie, una a sud e una a nord che fossero garanzia del controllo di questo territorio; la colonia a

sud era Senagallica il cui anno di fondazione non ci è noto, forse venne fondata intorno al 288 aC, a

nord invece venne fondata la colonia di Ariminum (Rimini) nel 268 aC. È interessante questo

progetto coloniario perché Senagallica controllava da sud l’ager gallicus, mentre Rimini da nord,

ma Rimini aveva anche un'altra funzione, quella di controllare a sud­est il territorio della romagna e

dell’Emilia, dove c’erano i Boii; non è un caso che la fondazione di Rimini venne disperatamente

osteggiata dai Boii perché essi capirono che Rimini, oltre a controllare l’ager gallicus, sarebbe stata

destinata a essere il trampolino di lancio per i romani per la conquista della valle padana.

Nel primo 30enni del III sec aC nell’Italia centrale abbiamo una situazione particolare, cioè Roma

controlla direttamente 1/3 del territorio di tutta l’Italia centrale, di fatto però con il sistema delle

alleanze, dei protettorati e con la sua politica di potenza (la politica di forza prevede l’intervento

armato, mentre la politica di potenza è quella che senza far intervenire gli eserciti afferma la propria

potenza) Roma controlla tutta l’Italia centrale dove vi sono città libere, ma la libertà di queste

colonie è solo amministrativa, interna. Questa espansione romana deriva in parte e in parte produce

profondi rivolgimenti sociali all’interno di Roma: già nel V sec esisteva una aristocrazia di sangue

patrizia e un’aristocrazia plebea basata sul censo; espandendosi Roma acquisisce sempre nuove

potenze, annettendo sempre nuovi territori che vengono occupati da un’aristocrazia romana che è in

continua evoluzione e allargamento; si tratta di un’aristocrazia del denaro, non più della nobiltà di

sangue perché ormai quello che conta è il denaro ed è proprio il denaro che muove gli eserciti

romani, così come il prestigio. L’imperialismo romano non avrà sempre e solo connotazioni

economiche, anche, ma non solo, quindi è errato vedere il motivo economico come unica spinta

dell’imperialismo, anche se certamente questo aspetto fu importante.

È così che nel corso di questo processo di espansione accanto all’aristocrazia terriera si afferma a

del denaro;

Roma un altro tipo di aristocrazia, cioè l’aristocrazia possiamo dire che fino alla

seconda metà del secolo, l’aristocrazia era composta dalle grandi famiglie patrizie, quindi si trattava

di un’aristocrazia di sangue che fondava la propria ricchezza sulle proprietà terriere; con

72

l’allargamento di questa aristocrazia si forma un’aristocrazia che possiamo definire censitaria e che

presenta due volti: abbiamo dei neo aristocratici che sono proprietari terrieri e quindi nel corso dei

decenni questa aristocrazia censitaria, costituita da proprietari terrieri, troverà un accordo, un

compromesso con l’antica aristocrazia di sangue, anch’essa costituita da proprietari terrieri; ma

parte di questa aristocrazia censitaria era costituita da nuovi ceti che fondavano le loro ricchezze sui

beni mobili e chiamiamo questa aristocrazia, aristocrazia del denaro. Quindi tende ad affermarsi

un’aristocrazia specializzata che ha dei beni mobili, ma come mai sorge questa aristocrazia? È

un’aristocrazia che nasce dal basso, infatti spesso questi neo ricchi sono discendenti degli schiavi

liberati, infatti un liberto non aveva tutti i diritti di un cittadino romano, ma il figlio sì, quindi dalla

seconda generazione le famiglie degli schiavi liberati venivano assimilate alla cittadinanza romana;

erano comprati soprattutto, poiché erano più ambiti, schiavi di origine greca che sapevano leggere e

scrivere, ma questo schiavo greco alla fine poteva essere liberato e una volta liberto egli poteva

tenersi il suo peculium, cioè quanto aveva accumulato e con questo aprire una attività di tipo

commerciale o artigianale e di solito nel giro di 2 o 3 generazioni queste attività imprenditoriali

potevano assumere grandi dimensioni.

I titolari di queste imprese non erano proprietari terrieri, ma avevano il denaro che tendeva a

circolare sempre più a Roma nel corso del III sec non solo con l’asse librale, ma anche con le

monete che arrivavano a Roma da tutto il bacino del Mediterraneo, quindi occorrevano dei

banchieri e dei cambiavalute (alla fine del III sec venne introdotta la moneta d’argento, il denario).

Alla fine del IV sec siamo quindi di fronte a una società viva e differenziata, già monetizzata, però a

Roma vigeva una normativa che era molto severa nei confronti di coloro che detenevano il denaro,

infatti la normativa prevedeva che nessun senatore potesse dedicarsi alle attività commerciali, ma

doveva essere solo proprietario terriero (nei secoli successivi per ovviare a questa normativa il

senatore affidò l’impresa commerciale a un suo liberto che fungeva da prestanome).

I detentori dei capitali mobili erano penalizzati in quanto non erano iscritti in tutte le tribù, ma solo

nelle 4 tribù urbane, quindi nei comizi tributi, che si avviavano ad avere 35 tribù, i ricchi

commercianti votavano in 4 tribù insieme alla turba forensis, cioè alla massa di abitanti poveri di

Roma. Quindi questi detentori di capitali mobili faticavano a far sentire la propria voce politica

primo perché votavano in 4 tribù che però erano composte dai ceti meno abbienti che erano clienti

dei grandi proprietari terrieri. La conferma di ciò sta nel fatto che anche nei comizi centuriati, in cui

si votava per classi di censo, coloro che detenevano capitali mobili votavano nelle 5 centurie dei

capite censu; quindi i detentori di capitali mobili non avevano modo di far sentire la propria voce in

politica, ma come mai i romani erano così severi con questi? Roma era retta da un’aristocrazia

73

conservatrice che si vuole aprire il meno possibile ai nuovi aristocratici, cioè gli aristocratici

cercano di chiudersi, solo che la società si è evoluta talmente che questa chiusura non era più

possibile e quindi essi cercano di attuare dei divieti.

Appio Claudio

Alla fine del IV sec si colloca l’iniziativa di che decide di proporre una serie di

provvedimenti a favore dei detentori di capitali mobili, cioè dei ceti emergenti e propone che la

cosiddetta turba forensis, cioè la plebe urbana, venga ripartita in tutte le tribù in modo che il

monopolio del potere sia sottratto solo ai grandi proprietari terrieri iscritti nelle tribù rustiche; in più

egli propone che anche i detentori di capitali mobili possano essere iscritti nelle tribù rustiche, ma

non solo, infatti propone anche che questi neo ricchi vengano distribuiti nei comizi centuriati in

tutte le classi di censo a seconda delle loro ricchezze. Questo significava distribuire questi neo

ricchi in tutte le tribù e le centurie, cosa che politicamente metteva sullo stesso piano questi neo

ricchi con i proprietari terrieri; tra questi neo ricchi vi erano molti liberti, cioè discendenti da schiavi

liberati. Appio Claudio inoltre come censore, propone che per colmare il vuoto del senato, vengano

chiamati i ricchi commercianti e artigiani, anche liberti.

I provvedimenti di Appio Claudio passarono, vennero approvati, ma vennero aboliti pochi anni

dopo da un colpo di mano dell’aristocrazia; tuttavia la strada era aperta e la vittoria dell’aristocrazia

contro queste riforme fu solo momentanea. Quindi si formò una nobilitas del denaro che era

composita nei suoi interessi; l’ampliamento dell’aristocrazia e la formazione di questa aristocrazia

del denaro fece sì che all’interno di questa aristocrazia ci fosse un gioco dialettico; la formazione di

questa nobilitas allargata fu lenta, ma inesorabile e nel corso del III sec la tendenza all’interno di

Roma sarà quella dell’affermazione di un sempre maggior numero di neo aristocratici, ma anche

l’ampliamento delle fasce più povere. Questo fenomeno, che verrà aggravato dalla guerra

annibalica, metterà in crisi irreversibile il ceto dei piccoli proprietari terrieri che avevano costituito

il nerbo dell’esercito romano fino alla fine del IV, inizio del III sec aC; la crisi dei piccoli

proprietari terrieri sarà un lungo processo che si concluderà con la proletarizzazione di questo ceto

che era fondamentale per la società romana; quindi la crisi della piccola proprietà creerà degli

scompensi terribili per la leva e questo grave problema segnerà la storia di Roma tra la metà del II e

la metà del I sec aC.

Appio Claudio fu colui che costruì il primo tratto della via Appia fino a Capua (poi la via Appia

venne proseguita fino a Brindisi), ma perché egli fece costruire una strada andava verso le città

greche del sud? Molti aristocratici che appoggiavano Appio Claudio avevano propugnato una

penetrazione, per il momento pacifica, fino a sud dell’Italia dove vi era un fitto tessuto poleografico

di città greche che erano ricchissime e fiorenti e vi erano tratti di territorio particolarmente fecondo;

74

quindi andare a sud significava incrementare i traffici e i commerci e infatti la via verso sud venne

propugnata dai detentori di capitali mobili e non è un caso che il sostenitore di questa corrente fece

costruire la via che andava verso sud. Di contro a questa tendenza apparve, già con Curio Dentato,

un'altra tendenza che geograficamente si volgeva verso nord e questa si esprime nella politica nei

confronti dell’ager gallicus e della fondazione di colonie; a nord si cercava terra da colonizzare e da

occupare, si cercavano terre da mettere a frutto (sappiamo che arrivavano a Roma notizie delle

ricchezze immense della valle padana) e quindi a essere interessati a questa politica di espansione

verso nord erano i grandi proprietari terrieri che vedevano la possibilità di moltiplicare i propri

possedimenti e vedevano anche la possibilità di colonizzare il nord che era considerato come una

valvola di sicurezza per la pressione sociale che veniva dai ceti inferiori.

Queste linee politiche non sono così radicalmente contrapposte, ma durante il III sec osserviamo da

una parte questa tendenza che parte da Curio Dentato e va fino a Caio Flaminio e invece dall’altra

c’è tutta una corrente di grandi famiglie che puntano sulle regioni del sud. Qual è il motivo della

vittoria di Roma e del successo dell’espansione romana in Italia? È il fatto che in momenti alterni i

romani hanno giocato su tutte e due i tavoli, cioè hanno alternato le due politiche di espansione

verso sud e verso nord.

Durante le guerre sannitiche si verifica una profonda riforma dell’esercito che consiste nel

mutamento dell’armamento e nel modo di combattere; cambia quindi il modo di disporsi degli

uomini all’interno delle legioni che erano ripartite in centurie che teoricamente comprendevano 100

uomini, ma gli uomini della legione combattevano compatti; quando i romani affrontano i sanniti si

accorgono che non possono combattere sulle montagne del Sannio schierando orizzontalmente tutto

l’esercito, ma occorrevano delle unità tattiche più piccole che potessero essere utilizzate

singolarmente; allora si creano nella legione i manipoli che erano formati da due centurie, quindi

teoricamente da 200 uomini; questi uomini, comandati da un sottoufficiale, erano più agili e

servivano soprattutto su terreni accidentati. La tattica manipolare prevedeva lo schieramento della

legione con il sistema della quintux che consisteva in questo: nelle file della legione i manipoli non

erano schierati uno vicino e dietro all’altro perché altrimenti se i nemici avessero sfondato la prima

linea, gli uomini della prima linea avrebbero calpestato quelli che venivano dietro; allora i manipoli

vennero disposti a scacchiera che permetteva i rientri. Cambiano anche le armi, infatti i romani fino

alle guerre sannitiche utilizzavano una lunghissima lancia, propria dell’esercito oplitico ed erede

della sarissa macedone ed essa più che un’arma da getto era un’arma da tenere sotto l’ascella. A

questo punto i romani non combattono più con il sistema a falange e allora tale lancia non ha più

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senso, quindi viene introdotto il pilum, una lancia più corta e leggera, sbilanciata più in avanti

(mentre l’altra lancia era caricata indietro), che servirà sempre per il primo assalto.

Inoltre siccome non si combatte più fittamente, ma in spazi più larghi occorre uno scudo più grosso

dello scudo rotondo che era comunemente usato e allora viene introdotto lo scudo rettangolare che

era fatto di legno e cuoio, in parte di metallo, che lentamente prenderà la forma bombata verso

l’esterno che permetterà ai legionari di essere completamente coperti quando si inginocchiavano e

permetterà anche di difendersi con il sistema della testudo. È chiaro che un tipo di combattimento

molto ravvicinato come quello che avvenne sulle montagne del Sannio, richiede una spada versatile;

fino ad allora i romani utilizzavano la cosiddetta spada gallica che era lunga, pesante e a un solo

filo. Quindi viene introdotto, durante le guerre sannitiche, il cosiddetto gladium iberico, una spada

più corta, a doppio filo che finiva a punta; si tratta di un’arma maneggevole (la maneggevolezza era

fondamentale) e più leggera e della spada più versatile che il mondo antico abbia mai conosciuto.

Dal punto di vista sociale tra la fine del IV e l’inizio del III sec aC arrivano a maturazione dei

processi che erano iniziati all’inizio della Repubblica come l’ampliamento dell’aristocrazia, l’ascesa

dei ceti medi verso l’alto, soprattutto dei liberti e la costituzione di una nuova e più allargata

nobilitas che fondava le sue fortune non solo sulla grande proprietà agraria, ma anche su attività che

potremmo definire imprenditoriali. Questo processo di ampliamento dell’aristocrazia avviene in un

contesto di politica estera difficile per Roma nel IV sec e all’inizio del III; in particolare gli anni

successivi alla guerra con gli italici, nell’ultima fase della guerra sannitica, vengono dedicati da

Roma alla pacificazione delle popolazioni vinte e, accanto alle campagne di sterminio e di

deportazione, i romani utilizzarono sempre il potente strumento della colonia.

Quindi agli inizi del III sec Roma è padrona non direttamente, ma politicamente, di tutta l’Italia

centrale e la sua influenza si estende anche sulle città della Magna Grecia che erano fiorentissime e

in particolare erano diventate ancora più fiorenti dalla sconfitta degli etruschi nelle acque di Cuma

nel 474 aC; tuttavia, soprattutto in Sicilia tali città dovevano affrontare, trattandosi di comunità

dedite al commercio, la concorrenza e l’ostilità di chi occupava la parte occidentale dell’isola,

Cartagine. Greci e cartaginesi erano poi concorrenti in Sardegna dove, accanto a fondazioni greche,

troviamo fondazioni puniche e in tutto il Mediterraneo occidentale greci e cartaginesi erano rivali

nel controllo delle rotte commerciali, poiché i greci, grazie a Marsiglia controllavano il

Mediterraneo settentrionale, invece i cartaginesi avevano fondazioni soprattutto in Spagna.

Le città della Magna Grecia, invece, più che il pericolo cartaginese che pure avvertono, sentivano

l’incombente pericolo di Roma, infatti tali città avevano assistito con sgomento alla vittoria di

Roma sulle popolazioni appenniniche e mentre in precedenza esse erano abituate ad avere diversi

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rapporti con le singole popolazioni, ora si trovano di fronte a una potenza unitaria. All’inizio quindi

le città greche cercarono una via di compromesso con questa potenza, compromesso che viene

cercato nei trattati di navigazione, il più importante dei quali fu quello stipulato con Taranto, città di

fondazione dorica tra le più importanti della Magna Grecia; dobbiamo dire che i greci, fondando le

loro colonie in occidente, mantennero la loro caratteristica originaria di cittadini di singole poleis e

questo costituì un limite per il mondo greco perché questo particolarismo greco giocherà a favore di

Roma. I romani quindi, impegnati nella guerra contro i sanniti prima, nella guerra contro i latini poi

e ancora contro i sanniti, contraggono quindi questo trattato di navigazione perché in quel momento

le mire romane non arrivavano alle coste ioniche.

La potenza di Taranto era però un pericolo perché si trattava di una grande potenza navale che

intratteneva ottimi rapporti con i regni più o meno satelliti della Macedonia che si trovavano al di là

del mare d’Otranto e in particolare aveva ottimi rapporti con Pirro, re dell’Epiro corrispondente

all’attuale Albania. I romani quindi non potevano attaccare la città Magno Greca, ma riuscirono a

trovare un espediente: in lotta con Taranto vi era la città di Thurii e gli abitanti di Thurii, impauriti

dalla potenza di Taranto, chiesero aiuto ai romani; tuttavia questo non bastava per dichiarare guerra,

così i romani inviarono una squadra navale nello Ionio per un’azione dimostrativa che era anche

una provocazione. I tarentini risposero alla provocazione affondando le navi dei romani che quindi

diventarono vittime dell’attacco dei tarentini e la guerra che venne dichiarata era considerata

legittima. I tarentini, consapevoli di non poter affrontare da soli la potenza romana, chiamarono in

aiuto Pirro che arrivò in Italia con il tipico esercito ellenistico: gli eserciti ellenistici erano molto

eterogenei nella loro composizione e prevedevano l’uso degli elefanti. Nei primi 20anni di guerra ci

furono due importanti battaglie campali che si conclusero con la vittoria di Pirro che ebbe però

gravi perdite.

Dopo queste sanguinose vittorie Pirro non rimase in Italia per tentare di sottrarre a Roma l’appoggio

degli alleati, ma si recò in Sicilia perché il sogno di questi sovrani ellenistici era stato quello di

Agatocle, cioè quello di costituire un forte stato unitario ellenistico in Sicilia che era una regione

ricchissima e aveva una posizione invidiabile nel Mediterraneo, infatti era il crocevia naturale di

tutti i traffici sia tra il Mediterraneo occidentale e quello orientale, sia tra il Mediterraneo

settentrionale con quello meridionale. Tuttavia bisognava tenere conto dello spirito d’indipendenza

delle singole colonie greche; si poteva in qualche modo, da parte di un principe ellenistico, trovare

un momento unitario tra le città greche della Sicilia, solo a patto di bandire una sorta di crociata

contro i cartaginesi che occupavano la parte occidentale dell’isola dove avevano importanti città,

soprattutto i cartaginesi avevano, all’estrema punta occidentale della Sicilia, una fortezza a Lilibeo

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che era imprendibile sia via terra che via mare. Pirro, da buon oratore greco, riuscì a creare questo

moto unitario tra i greci e a promuovere questa guerra arrivando ad ottenere lo sgombero della

Sicilia dei cartaginesi, tranne che per la fortezza di Lilibeo.

Pirro era riuscito in quest’impresa grazie alla lentezza dell’organizzazione dell’esercito cartaginese,

infatti dobbiamo dire che l’esercito cartaginese era costituito da mercenari e quando si profilava un

pericolo i cartaginesi dovevano procedere ad una campagna di reclutamento di questi mercenari che

venivano dalla Spagna, ma soprattutto dall’Italia settentrionale, quindi il reclutamento era molto

lento (l’esercito mercenario aveva uno svantaggio morale, ma dei vantaggi dal punto di vista

pratico, infatti i mercenari erano abituati a combattere). L’esercito cartaginese quindi si era messo in

moto tardi nell’affrontare la minaccia di Pirro, ma lentamente i cartaginesi ripresero tutte le

posizioni perdute, anche perché nel frattempo le città siceliote che si erano illuse di avere in Pirro

un liberatore, si erano rese conto che egli voleva imporre la propria sulle città greche e

βασιλεια

quindi esse reagirono. Pirro si trovò a dover fronteggiare il malcontento delle città greche e

l’esercito cartaginese; egli allora capì che la sua conquista della Sicilia era stata effimera e decise di

tornare in Italia dove tentò di giocare l’ultima carta contro i romani: la battaglia decisiva si svolse

nel 275 aC nei pressi della città di Maleventum e vide la vittoria dei romani che ribattezzarono la

città con il nome di Beneventum. Pirro tornò in Grecia e una volta tornato entrò nelle guerre di

successione per il regno di Macedonia e divenne re di Macedonia.

L’episodio di Pirro aveva mostrato ai romani che le città della Magna Grecia in pericolo erano

disposte a chiamare rinforzi d’oltremare e i romani capiscono che dovevano estendere in fretta il

loro controllo sull’Italia peninsulare e questo controllo è attenuto grazie ai protettorati, cioè una

guarnigione romana venne posta nell’ di queste città e nel giro di circa dieci anni dopo la

αστυ

sconfitta di Pirro, tutte le città greche caddero sotto il protettorato romano. Quindi intorno al 265 aC

Roma controllava non solo tutta l’Italia centrale, ma anche quella meridionale, in particolare aveva

esteso il suo controllo anche sulla città di Reggio, in Calabria.

A Messina si erano insediati dei mercenari provenienti da Reggio che avevano litigato con gli

abitanti di Messina e questi mercenari chiesero aiuto ai cartaginesi che, desiderosi di conquistare

anche la parte orientale dell’isola, mandarono un presidio. Gli abitanti di Messina chiesero quindi

aiuto ai Romani e nel senato di Roma si discusse a lungo se intervenire o meno primo perché i

romani non erano mai andati oltremare, poi perché essi avevano una flotta militare che fino a quel

momento aveva presidiato solo le coste italiane e quindi faceva paura lo scontro con i cartaginesi

che erano abili navigatori da almeno un millennio; in più ci si chiese se era opportuno impelagarsi

nei giochi politici delle città siceliote.

78

Quindi ci fu una lunga discussione alla fine della quale prevalse la scelta di dichiarare guerra contro

264 prima guerra punica

Cartagine: nel aC scoppia la che si concluderà nel 241 aC. Roma era

divisa al suo interno, ma anche Cartagine che aveva una costituzione che già Aristotele aveva

definito mista, infatti si trattava di una costituzione equilibrata in cui era salvaguardato il principio

monarchico perché vi erano due figure che agivano da re, i sufeti e al di sotto di queste magistrature

vi era il vero e proprio cuore della costituzione cartaginese, il consiglio degli anziani che era

chiamato sinedrio, simile al senato romano.

Esso al suo interno era diviso in due grandi fazioni, quella dei proprietari terrieri e quella degli

imprenditori, soprattutto commercianti; infatti la città era sì proiettata sul mare, ma essa era stata

fondata nell’814 aC in una regione ideale anche per l’agricoltura, cioè la regione nord occidentale

dell’Africa (l’odierna Tunisia, Algeria, Marocco e la costa libica) era la regione dal punto di vista

agricolo, più fiorente del Mediterraneo. I grandi proprietari terrieri di Cartagine quindi volevano che

la città si espandesse verso sud, volevano che Cartagine diventasse un grande stato agricolo e

vedevano la funzione commerciale in rapporto alla funzione agricola. Invece il ceto imprenditoriale

voleva che la città si espandesse al di fuori dell’Africa e voleva che venissero fondati dei fondaci in

tutto il Mediterraneo occidentale e voleva che la presenza cartaginese fosse particolarmente forte

sulle coste della Spagna. Queste due fazioni erano inconciliabili e quindi quando i romani

sbarcarono in Sicilia anche i cartaginesi si posero il problema di che cosa fare, anche perché i

romani erano alle prese con le città siceliote che, al momento dello sbarco dei romani, si posero

tutte contro i romani; la più importante città della Sicilia era Siracusa su cui regnava Gerone.

Alla fine i Cartaginesi decisero per l’intervento, ma i romani non si avventurarono subito nella parte

occidentale dell’isola perché capirono di avere bisogno di avere le spalle coperte; allora essi

sconfissero le città siceliote, in particolare Siracusa e Agrigento e i romani trovarono in Gerone

quello che sarà il loro alleato più fedele in provincia, infatti lo lasciarono al governo della città

purchè però diventasse filoromano. Risolto il problema siceliota c’era il problema punico: era

evidente che la guerra non poteva essere svolta solo via terra, ma anche via mare, però i romani non

avevano mai combattuto per mare ed è probabilmente per questo che nei primi anni di guerra le

fonti romane parlano spesso di flotte romane distrutte dalle tempeste. Dietro a queste notizie vi sono

due possibilità, o che i romani effettivamente non sapevano comandare le navi e quindi erano andati

incontro a naufragi, ma questo poteva accadere per un numero limitato di navi e in più sappiamo

che i romani ingaggiarono subito come comandanti delle navi i greci; quindi il più delle volte questa

notizia nasconde delle probabili sconfitte dei romani sul mare. I romani però riuscirono a trovare

degli espedienti per far fronte alla tecnica dell’arrembaggio (anche perché essi erano armati

79 corvo,

pesantemente) e quindi inventarono il famoso cioè una specie di piattaforma di legno che

terminava sotto con due grandi uncini; queste piattaforme servivano ai romani per accostare la nave

nemica, agganciarla e proporre un vero e proprio combattimento di terra perché queste piattaforme

permettevano di passare sulla nave nemica e di ingaggiare un combattimento come se si fosse sulla

terraferma.

Questo espediente permise ai romani di vincere nel 260 aC la battaglia di Milazzo dopo la quale

vennero portati a Roma i rostri delle navi cartaginesi e venne elevata una colonna in onore di Caio

Duilio e nell’iscrizione sotto la colonna vediamo il numero di tutte le navi cartaginesi che erano

state prese o affondate e il numero dei cartaginesi caduti; in più in questa colonna vennero murati i

rostri delle navi nemiche, cioè quegli spuntoni che sporgevano dalla nave e che servivano a

speronare la nave del nemico sotto il pelo dell’acqua.

I romani quindi cominciarono a vincere sia per terra che per mare e allora a Roma si discusse se era

il caso di sbarcare in Africa per porre fine alla guerra o meno; la parte più reazionaria

dell’aristocrazia romana che mirava ai possedimenti terrieri nell’Africa settentrionale propose lo

sbarco e questa fazione ebbe la meglio; si ebbe così lo sbarco di Attilio Regolo che, arrivato sotto

Cartagine, non riuscì a cingere d’assedio la città perché i romani non erano ancora in possesso degli

strumenti e della teoria della poliorcetica, in cui i greci erano invece maestri tanto che i cartaginesi

affidarono il comando dell’esercito a un greco, Santippo.

La spedizione finì male, infatti Attilio Regolo come politico era cieco, come era stata cieca tutta

quella parte del senato che non si rendeva conto che Cartagine non poteva essere assediata solo

dopo uno sbarco, ma occorrevano enormi mezzi e strumenti.

Dopo la spedizione la guerra si trascinò stancamente via terra, infatti i romani sbatterono contro la

241 Quinto Lutazio Catulo Egadi

fortezza di Lilibeo finchè nel aC intercettò nelle isole la flotta

punica; si assistette a una battaglia che vide la distruzione quasi completa della flotta punica e la

vittoria dei romani.

Le condizioni di pace che Roma impose furono durissime perché non solo i cartaginesi avrebbero

dovuto impegnarsi a pagare una spaventosa indennità di guerra, ma anche venne loro proibito di

avere una flotta da guerra superiore alle 10 navi e questo significava la fine militare di Cartagine; in

più il trattato di pace prevedeva che Cartagine si sarebbe impegnata ad abbandonare nelle mani dei

romani la Sicilia e le isole circostanti e negli anni successivi al trattato i romani si impegnarono a

interpretare estensivamente i termini del trattato, infatti essi cacciarono i cartaginesi dalla Sardegna

e dalla Corsica intendo per isole circostanti proprio queste due isole.

80

La Sicilia venne incorporata nello stato romano, ma come? La Sicilia era infatti una regione, quindi

occorreva annettere la Sicilia senza che tutti i suoi abitanti diventassero cittadini romani, ma come

fare ad annettere una regione senza concedere la cittadinanza? I romani allora crearono un nuovo

istituto, quello della provincia che per i romani era un termine generico; infatti la provincia indicava

l’ambito di competenza di un magistrato, cioè il termine indicava un compito, non aveva una

connotazione territoriale che assunse a partire da questo momento; la provincia venne considerata

nella sua accezione territoriale come “praedium populi romani” cioè come un territorio di proprietà

del popolo romano e quindi per questo statuto il popolo romano poteva fare quello che voleva con il

territorio di questa provincia.

Lo statuto della provincia era fissato in genere da una legge data dal generale vittorioso o dal

magistrato incaricato del governo (lex provinciae): alcune la ricevettero dopo la loro costituzione,

altre mai. La situazione delle province, quindi, non era omogenea perché diversa era la condizione

di partenza dei territorio conquistati. Le città provinciali potevano avere tre tipi di statuti:

• civitates foederatae,

• civitates liberae,

• civitates immunes

e anche stipendiarie; gli abitanti erano definiti peregrini e il suolo restava in godimento degli antichi

proprietari, ma dietro il pagamento di un tributo. Il governatore era assistito da legati e da un

questore che era incaricato dell’amministrazione finanziaria; essi non erano retribuiti dallo stato.

Questo però andava governato non foss’altro per riscuotere i tributi e dalla Sicilia veniva riscosso

denaro, ma soprattutto grano, infatti la Sicilia sarà per lungo tempo la principale provincia granaria

di Roma, fino alla distruzione di Cartagine; ma come veniva riscosso questo tributo? I romani non

avevano un modello unitario per la riscossione delle imposte e quindi essi decisero di mantenere il

modello di tassazione preesistente, cioè quello che era stato imposto da Gerone di Siracusa, con una

lex Ieronica. Queste legge era fondata sul principio semplicissimo della decima del prodotto, cioè

ogni produttore doveva versare una decima del prodotto allo stato romano. Quindi occorreva un

governatore di questa nuova terra che doveva essere uno dei magistrati, cioè uno dei due consoli o

uno dei pretori e all’inizio fu così, ma ben presto si capì che non si poteva per tutte le province che

venivano create rimandare ai magistrati; allora per non portare via da Roma i magistrati nelle

province andrà a governare un promagistrato, cioè un personaggio che era già stato magistrato e che

agiva come governatore al posto del magistrato. Questo promagistrato prende il nome di proconsole

e di solito era un magistrato che era appena uscito di carica; ma al posto del proconsole in alcuni

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anni vennero mandati dei propretori e dopo i primi anni in cui si alternarono proconsoli e propretori

il titolo ufficiale divenne quello di proconsul; accanto al proconsole venne mandato in provincia di

solito un giovane di famiglia senatoria che era stato appena eletto alla questura.

Ma della riscossione pratica delle imposte si occupavano le compagnie di publicani che erano

compagnie che prendevano in gestione la riscossione delle imposte; annualmente lo stato romano

metteva all’asta la riscossione delle imposte in Sicilia fissando la cifra minima che interessava allo

stato romano e a quei finanzieri che offrivano di più veniva dato l’appalto; tale finanziere aveva del

personale sotto di sé, cioè i publicani che andavano a riscuotere le tasse.

Il sistema della riscossione delle imposte era quindi basato sull’appalto e questi grandi finanzieri

non erano quasi mai senatori, ma erano detentori di capitali mobili e quindi appartenevano

all’aristocrazia del denaro che in questo periodo (III sec) è definita e si definiva equestre (il termine

equites indicava un ceto, quello dei ricchi che possedevano capitali mobili); questi finanzieri però,

quando andavano in provincia non solo riscuotevano la cifra destinata allo stato romano, ma

dovevano anche avere dei margini che erano molto elevati, quindi malgrado la tassazione romana

fosse relativamente bassa, di fatto, a causa di questo modo di recuperare le tasse, i provinciali erano

sottoposti a una tassazione terribile che come minimo corrispondeva al doppio della cifra fissata

dallo stato romano.

Era quindi inevitabile che si creasse un conflitto di interessi tra i governatori delle province che

volevano che queste restassero tranquille e le compagnie di appaltatori che volevano invece

depredarle.

Vi è un intervallo tra la prima e la seconda guerra punica che va dal 241 al 218 aC, ma in realtà non

c’è soluzione di continuità nei fatti d’armi perché all’attività diplomatica del trattato di pace, si

alternavano azioni di guerra sia da parte dei romani che da parte dei cartaginesi. L’interpretazione

estensiva del trattato di pace con i cartaginesi per cui i romani intendevano con “isole minori” anche

la Sardegna e la Corsica, aveva causato ai cartaginesi una perdita di importanza enorme perché,

soprattutto la Sardegna era la principale base dei traffici cartaginesi che avevano lottato per secoli

contro i greci per il suo possesso. La perdita di queste isole quindi compromette l’economia

cartaginese che era già stata fiaccata da condizioni di pace inaccettabili e questo spiega perché,

all’interno della compagine cartaginese, si verificano profonde crepe e in particolare sotto processo

vi è tutto il partito agrario, ma anche parte del partito degli imprenditori. Quindi nel sinedrio di

Cartagine scoppia una lotta politica da cui escono vincitori gli imprenditori, i commercianti a capo

dei quali si pone la famiglia dei Barca e in particolare Amilcare Barca che propone una politica

spregiudicata. Infatti Amilcare capisce che l’alternativa cartaginese può essere costituita solo

82

dall’espansione in Spagna, cioè capisce che proprio questo momento in cui Cartagine è in

ginocchio, è il momento di osare. La cosa non era facile perché alla fine della guerra a Cartagine era

scoppiata una tremenda rivolta dei mercenari perché la città non aveva i soldi per pagarli e c’era il

rischio che la città venisse messa a ferro e fuoco; ma la rivolta rientra in parte perché i cartaginesi

riescono a pagare i mercenari, in parte perché nel mercenariato non vi era un’unità di intenti.

Amilcare quindi comincia una penetrazione in Spagna che non è volta solo alla fondazione di porti,

anche perché da tempo i cartaginesi sapevano delle immense potenzialità agricole della Spagna

meridionale e in particolare della valle del Guadalquivir (l’odierna Andalusia) che in antico era

chiamato Baetis (per questo tale provincia prenderà il nome di Baetica). Questa regione era quindi

molto fertile e vi si produceva soprattutto olio, ma anche buon vino e con la conquista di questa

regione Amilcare pensava di dare qualcosa di sostanzioso anche ai proprietari terrieri per avere da

loro i consensi per la sua politica espansionistica.

Ma i romani non restano a guardare e prima contraggono un foedus con la città di Sagunto e poi

contraggono con i cartaginesi un trattato che è qualche volta definito di spartizione, ma in realtà non

è così, cioè il trattato dell’Ebro; questo trattato e l’alleanza con Sagunto erano difficilmente

conciliabili, infatti Sagunto, in quanto città alleata doveva proteggere gli interessi romani e doveva

essere protetta dai romani. Il trattato dell’Ebro invece, secondo il racconto di Polibio, divideva la

Spagna in due zone d’influenza, quella a sud dell’Ebro era riconosciuta come zona di influenza

cartaginese, quella a nord dell’Ebro era riconosciuta come zona di influenza romana. Tuttavia

risulta molto difficile accettare l’idea che la zona a nord dell’Ebro fosse riconosciuta come zona

d’influenza romana perché i romani controllavano l’Italia peninsulare, la Sicilia e la Sardegna, a

nord controllavano, anche se non direttamente l’Etruria, l’Umbria e la città più a nord era Rimini; la

pianura padana non era in mano ai romani quindi è difficile ritenere che avessero preteso il

riconoscimento di una sfera d’influenza su una regione in cui i romani non erano ancora giunti.

Polibio, riportando il trattato dell’Ebro, probabilmente non scrive tutto il testo del trattato, ma solo

quella parte del trattato che riguardava Cartagine, infatti egli dice che i cartaginesi si erano

impegnati a non superare l’Ebro, non dice cosa dovevano fare i romani.

Rimane però la situazione ibrida di Sagunto, ibrida perché Sagunto, città federata dei romani, viene

a trovarsi nella zona d’influenza cartaginese; i romani lo sapevano bene e l’avevano fatto apposta

per lasciare una spina nel fianco ai cartaginesi e per dare loro un ammonimento. Amilcare si guarda

bene dal toccare Sagunto e preferisce la penetrazione nella valle del Guadalquivir, infatti egli sa che

la guerra sarebbe prima o poi ripresa, ma solo a condizione che Cartagine sia florida.

83

I romani, nell’intervallo tra la prima e la seconda guerra punica devono affrontare un altro grande

problema che viene dal nord, cioè i Galli; infatti nell’intervallo tra la prima e la seconda guerra

punica, pensando che i romani si trovino in una situazione di debolezza, si forma una coalizione di

Galli in parte provenienti d’oltralpe, i Gesati, cioè dei Galli che sono spesso coinvolti in invasioni e

azioni belliche contro Roma, ma soprattutto gli Insubri, i Boii, insediati nell’odierna Emilia, e dei

gruppi di Lingoni e Senoni che erano già stati dispersi e da come scendono, pare che volessero delle

terre. A Roma si diffonde il panico, infatti c’è il pericolo che si ripresenti la situazione di circa un

secolo e mezzo prima, però i Galli vengono intercettati in un luogo che si chiamava Telamone e che

è identificabile con l’odierna Talamone e qui vengono sconfitti.

È chiaro che il rinnovarsi del pericolo gallico pone ai romani un problema di fondo, cioè non si può

ogni secolo tollerare che l’Italia venga messa a ferro e a fuoco da questi invasori anche perché parte

dell’Italia che non era direttamente controllata da Roma, come l’Etruria, avrebbe potuto

approfittarne per staccarsi da Roma.

Occorreva quindi una soluzione radicale che viene trovata in un piano complesso di risistemazione

della zona dell’Italia settentrionale e questo progetto viene costruito in varie tappe; sull’Adriatico,

nel territorio tra Rimini e Sena gallica avviene la colonizzazione viritana dell’ager gallicus ad opera

di Caio Flaminio.

In più occorre in qualche modo presidiare le aree più delicate della Cisalpina, quindi nel 218 aC

vengono fondate due importanti colonie a Placentia e a Cremona. Placentia, immediatamente a sud

del Po’, si poneva al centro di una regione di nemici di Roma, tra cui gli Insubri, i Boii e soprattutto

i Liguri; altrettanto strategica era la posizione di Cremona, immediatamente a nord del Po’ che

doveva controllare il territorio dei Boii. Ma perché questi avamposti abbiano una forza effettiva

occorre che siano molto popolosi e infatti comportarono la deduzione di 6mila coloni con le loro

famiglie (il Po’ per i romani era un asse irrinunciabile).

Le due colonie erano ancora in costruzione quando a Roma arriva la notizia che Annibale, dopo

aver assediato ed espugnato Sagunto, aveva varcato i Pirenei e si avvicinava alle Alpi. I romani

vengono colti di sorpresa, ma anche Annibale commette qualche errore come sopravvalutare la

capacità di resistenza degli elefanti e una volta varcate le Alpi praticamente non ha più elefanti.

Tuttavia fin dal primo scontro nella pianura padana Annibale rivela le sue doti straordinarie di

stratega e la prima battaglia avviene sul Ticino e a comando dell’esercito romano vi è Cornelio

Scipione che ha al suo seguito il figlio, ancora ragazzo che diventerà il grande Scipione l’Africano;

la battaglia sul Ticino è persa dai romani e nel giro di pochi mesi Annibale vince sul Ticino e sulla

Trebbia. L’anno dopo, mentre i due eserciti consolari sono disposti sia nella zona di Pisa che sul

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litorale romagnolo, in quanto i romani credevano che l’esercito cartaginese avrebbe dovuto passare

per una pianura costiera, Annibale sorpassa i due consoli passando attraverso l’appennino. A questo

punto i romani hanno già perso perché l’unica possibilità per salvare Roma era quella di correre

dietro all’esercito nemico; sul lago Trasimeno, sapendo di essere inseguito dall’esercito consolare

romano comandato da Caio Flaminio, Annibale tende un’imboscata ai romani nel 217 aC. Infatti

Annibale nasconde in una mattina nebbiosa le proprie truppe dentro la foresta che circondava il

lago; i romani sapevano che Annibale era da quelle parti e quindi, nell’ordine di marcia, avevano

preso la via a nord del Trasimeno, verso il punto in cui li aspettava Annibale. Quindi i cartaginesi li

prendono di sorpresa e i romani vengono sconfitti.

A questo punto Annibale ha due possibilità: la permanenza in Italia settentrionale gli ha fatto capire

che era possibile avere delle truppe mercenarie dai Galli e soprattutto dagli Insubri e Annibale sa

che per il suo piccolo esercito sono necessarie delle truppe mercenarie o dei rifornimenti

provenienti dall’Africa che però non arriveranno mai, infatti i romani hanno sempre presidiato

attentamente le coste proprio per impedire l’arrivo di rifornimenti.

Annibale speculava sullo spirito di ribellione di questi popoli, ma sapeva di non poter contare

sull’Italia greca, bensì sulle popolazioni appenniniche che nel loro complesso non si mossero.

Infatti tale era la paura di Roma che queste popolazioni non si muovono complessivamente, solo

delle singole città si alleano con Annibale, ma si tratta di casi isolati che non riescono a supplire il

deficit di uomini di Annibale.

Quindi egli ha due possibilità, o marciare su Roma o indugiare per far riposare il proprio esercito e

nella speranza di ottenere qualche aiuto o dalla patria o dalle altre popolazioni ostili a Roma; quindi

Annibale arriva nei pressi di Roma, ma non la conquista, infatti non se la sente di mettere la città

sotto assedio anche perché il suo esercito non disponeva di macchine da guerra per gli assedi e in

più i cartaginesi non erano mai stati dei maestri nell’arte della poliorcetica, infatti quando dovevano

assediare una città avevano sempre assunto mercenari greci. Annibale quindi non ha i mezzi per

mettere sotto assedio Roma e allora prende la via dell’Italia meridionale.

Roma non tira un sospiro di sollievo, ma per l’anno dopo riesce a mettere in campo due eserciti

consolari guidati da Lucio Emilio Paolo di famiglia patrizia e Terenzio Varrone, di famiglia plebea.

Questa scelta era stata fatta dopo che Roma, dopo la sconfitta al Trasimeno, aveva adottato la

soluzione disperata della dittatura e in particolare i romani avevano nominato un dictator per

scongiurare il pericolo immediato e avevano designato Quinto Fabio Massimo che aveva portato

avanti una politica di attesa. Quindi di fronte al rischio che Annibale marci su Roma, Quinto Fabio

Massimo aveva cercato di alleggerire la pressione attaccando l’esercito cartaginese nelle retrovie e

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accompagnandolo fuori dalla portata di Roma, cioè Quinto Fabio Massimo, rifiutando la battaglia

campale, ma con una serie di continui attacchi, era riuscito a spostare l’esercito cartaginese verso

est, finché a Roma non era prevalso il parere dei guerra fondai. Allora vengono eletti due consoli

che hanno il preciso compito di affrontare Annibale in campo aperto, in una battaglia campale e

siccome Annibale era un grande stratega bisognava saper gestire la battaglia che venne combattuta a

Canne (216 aC).

Però i romani non avevano capito che l’autentica forza dell’esercito cartaginese era la cavalleria

numidica; già la cavalleria romana non era mai stata la forza dell’esercito romano, ma Annibale

poteva disporre dei servizi della cavalleria numidica e i cavalieri numidi erano famosi in tutto il

Mediterraneo primo perché avevano dei cavalli particolari che erano più bassi, più agili e resistenti

e soprattutto erano abituati a combattere sui terreni ondulati, mentre l’esercito romano aveva cmq

bisogno di una pianura; in più i numidi erano famosi perché erano abili nel combattimento corpo a

corpo in cui dimostravano l’eccezionalità dell’abilità nel muovere il cavallo.

Annibale sa che la sua fanteria non può reggere all’urto della fanteria legionaria romana, quindi

deve puntare sulla cavalleria e Annibale concepisce un piano di straordinaria audacia che consisteva

nel ripiegare permettendo alla fanteria romana di avanzare; tale tattica aveva un rischio implicito,

cioè se i romani fossero riusciti a sfondare la fanteria la battaglia sarebbe finita a vantaggio loro. Ma

Annibale riesce a dare compattezza alla fanteria cartaginese mentre ripiegava e i romani non

capirono di entrare in una sorta di imbuto, infatti nel frattempo la cavalleria numidica aveva messo

in fuga le due ali di cavalleria romana ed era tornata giù, accerchiando la fanteria romana (nella

battaglia di Zama Scipione l’Africano userà la stessa tattica usata in questa battaglia di Canne).

Questo è il momento più buio nella storia di Roma, al punto che si fanno anche sacrifici umani

cercando di propiziarsi gli dei inferi. Annibale marcia su Roma, ma ancora una volta non si decide

ad assediarla, quindi comincia un lungo periodo di attesa per Annibale che aspetta che in Italia

succeda qualcosa, ma soprattutto aspetta rinforzi da Cartagine.

Allora i romani compiono un prodigio strategico, infatti mentre Annibale è in Italia, essi mandano

un esercito nella Spagna settentrionale, cioè aprono un altro fronte il che vuol dire indebolire una

potenza e Roma capisce che è arrivato il momento di indebolire Cartagine dove essa è più forte e in

Spagna vengono mandati i due fratelli Scipioni. Un evento di capitale importanza si verifica dopo la

battaglia di Canne: la risonanza di questa battaglia è tale che il re di Macedonia, Filippo V, chiede

ad Annibale di potersi alleare con lui e si crea un’alleanza tra la Macedonia e Annibale. Filippo V

infatti desiderava un indebolimento della potenza e della pressione dei romani sull’Italia greca e da

buon greco, abile nella diplomazia, egli promette ad Annibale degli aiuti che in realtà non

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arriveranno mai e l’alleanza con Filippo V dura 10anni, ma non produce nessun beneficio per

Annibale.

In Spagna i successi dei romani vengono interrotti dalla morte in battaglia degli stessi Scipioni ed è

qui che avviene un fatto fondamentale dal punto di vista istituzionale a Roma, cioè a comandare

l’esercito romano in Spagna viene mandato non un magistrato, ma un giovane che non aveva mai

ricoperto una magistratura e, non essendo magistrato, era necessario conferirgli un imperium; si

tratta di Publio Cornelio Scipione e questa è la prima volta a Roma che l’imperium viene conferito a

un privato cittadino. Egli, oltre a straordinarie doti politiche, dimostra di avere anche delle doti

militari straordinarie e sconfigge più volte l’esercito cartaginese e assedia e espugna Carthago nova

(l’attuale Cartagena). Scipione riesce in pochi anni a prendere il controllo su tutta la Spagna e è in

questo periodo che i cartaginesi riescono per la prima e unica volta a portare aiuto ad Annibale in

Italia, infatti il fratello di Annibale, Asdrubale, riesce a portare in Italia un esercito che compie lo

stesso percorso che aveva compiuto quello di Annibale. Quindi l’esercito di Asdrubale varca le Alpi

e prende la via adriatica per scendere, ma viene intercettato e distrutto dall’esercito romano al

Metauro.

Dopo questa battaglia Annibale si trova in una situazione disastrosa e alla fine viene richiamato in

patria perché i cartaginesi vengono a sapere che i romani hanno intenzione di portare la guerra in

Africa dove l’esercito romano, guidato da Publio Cornelio Scipione nel 203 sconfigge ai Campi

Magni l’esercito di Annibale e nel 202 aC di nuovo i romani sconfiggono l’esercito cartaginese in

una battaglia campale che si svolse presso il villaggio di Zama di cui non si conosce ancora

precisamente la localizzazione e in questa battaglia Scipione l’Africano aveva usato la stessa tattica

che Annibale aveva utilizzato a Canne ed egli può farlo perché la sua cavalleria non è più la

cavalleria italica, ma è quella numidica. I romani infatti sono riusciti a farsi amico Massinissa, re di

Numidia e quindi nemico naturale dei cartaginesi, che da a Scipione la truppe equestri.

Annibale, durante la battaglia, aveva capito subito la tattica di Scipione, ma non era riuscito a

evitare la disfatta dell’esercito. Con Zama termina la seconda guerra punica e si tratta di un

momento gravido di conseguenze perché lo stato di guerra continuo in Italia e la presenza degli

eserciti nemici nel meridione avevano prodotto la distruzione dell’economia centro meridionale e le

regioni meridionali non si riavranno più da questa batosta.

Le condizioni poste da Scipione, che sono quelle poste dal senato romano, sono durissime tanto che

dopo la seconda guerra punica Cartagine come potenza militare scompare, ritornerà solo a essere

florida dal punto di vista commerciale; infatti Cartagine deve rinunciare alla flotta da guerra e ai

propri possedimenti in Spagna. Dopo la battaglia Scipione decide di lasciare in Spagna alcuni feriti

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che non erano trasportabili e li lascia presso un villaggio indigeno che viene ridefinito Italica e

questo è il primo nucleo della futura città di Italica da cui proverranno Traiano e Adriano. Si tratta

anche del primo insediamento romano in questa zona che era così importante che nei decenni

successivi verranno fondate numerose colonie in questo territorio al punto che circa due secoli dopo

questa sarà la zona più romanizzata di tutto il Mediterraneo.

Nell’ultima fase della seconda guerra punica, quando Annibale già si apprestava a tornare in Africa

il suo alleato macedone Filippo V si era affrettato a fare la pace con i romani, ma ai romani

l’atteggiamento di Filippo V non piaceva. Essi quindi accettano il trattato di pace, ma cominciano a

guardare in modo diverso il sud della penisola balcanica e a Roma si comincia a discutere se è il

caso o no di impostare una politica greca, cioè ci si chiede se è il caso di impelagarsi in azioni di

guerra nella penisola balcanica. Qui infatti vi erano dei problemi grossissimi: tutto il Mediterraneo

centro orientale era diviso negli stati ellenistici, nati dallo smembramento dell’impero di Alessandro

Magno, tra cui l’Egitto, il regno di Macedonia e il regno seleucide che in teoria doveva andare dalla

costa dell’Egeo fino all’Indo, ma che in realtà era un crogiolo di razze, di regni e di dinastie, era un

mondo composito accanto al quale vi erano altre potenze come quella di Pergamo che era uno dei

regni più ricchi dell’Asia Minore, Rodi, che era la città più fiorente del Mediterraneo.

In più il sud della penisola balcanica non era occupato solo dalla Macedonia, ma anche dalla Grecia

propria che era divisa nelle singole poleis che erano sotto il protettorato macedone, cioè queste

erano formalmente libere, ma in realtà erano costrette a essere membri di una lega con a capo il re

macedone. Tuttavia non tutte le città erano soggette a questa lega, infatti in Grecia si erano

costituite delle leghe e quindi esistevano varie leghe le più importanti delle quali erano la lega

Achea nel Peloponneso che aveva il suo centro principale nella città di Megalopoli e la lega Etolica

che controllava la regione Etolica e che era la più ostile ai macedoni. Quindi nella storia greca del

III/II sec aC, c’è un gioco di guerra e diplomazia tra la Macedonia e queste leghe che vedono la

possibilità di liberarsi dal giogo macedone ricorrendo a Roma.

A un certo punto arrivano a Roma richieste di aiuto delle città greche che chiedono di essere

liberate dai macedoni, infatti sappiamo che le città più importanti avevano un presidio macedone e

dovevano pagare un tributo, ma per il resto erano cmq città libere (erano sicuramente più libere

delle città italiche soggette a Roma). Di fronte a queste richieste in senato si scatena una discussione

e ci si chiede se è il caso di impelagarsi nel mosaico di stati orientali e se utilizzare lì le forze

romane o meno. Chi spinge per un intervento in Oriente sono i commercianti, gli armatori, mentre i

proprietari terrieri non vogliono questa guerra che però è patrocinata da gruppi nuovi nella società

romana, cioè i filelleni, gruppo che comprende Scipione l’Africano e Tito Quinzio Flaminino che

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proveniva da una famiglia nobilissima. Questi filelleni si propongono di condurre delle brevi guerre

in oriente, ma non in vista della annessione delle popolazioni vinte, ma in vista di bottini, di

indennità di guerra, dell’ampliamento della sfera dei commerci romani; ma questi filelleni della

prima generazione capiscono che se sconfiggono un re ellenistico e lo lasciano regnare al suo posto,

questo re diventerà cliente sia dei romani, ma, nel momento in cui il generale romano concede al re

di rimanere al suo posto, si crea un rapporto personale tra il generale romano e il re. Questi

ambiziosi comandanti romani vedono la possibilità di accrescere la propria potenza personale grazie

al rapporto personale con re potenzialmente vinti; quindi abbiamo un ulteriore rinnovamento del

concetto di clientela, in quanto clienti diventeranno interi regni.

Malgrado l’opposizione del partito agrario, la guerra viene dichiarata e dura pochissimo: Tito

Quinzio Flaminino sbarca in Grecia e sconfigge Filippo V nella battaglia di Cinocefale (197 aC) e

Filippo V offre delle condizioni vantaggiose ai romani, ma anche i romani gli offrono delle

condizioni vantaggiose.

I romani hanno voluto condurre un’azione dimostrativa, non vogliono rimanere in Grecia, infatti

l’anno dopo la battaglia si avviano le trattative di pace e si conclude la pace di Tempe. I romani

rimangono in Grecia 3anni per garantire la pace nella penisola balcanica perché la sconfitta di

Filippo V avrebbe potuto essere destabilizzante (i romani saranno sempre garanti dello status quo

sociale). Dopo la pace di Tempe, Tito Quinzio Flaminino presenzia ai Giochi Istmici del 196 aC in

cui proclama la solenne libertà delle città greche; quindi Flaminino evacua dalla Grecia, ma due

anni dopo è costretto a tornare perché la Grecia è strutturalmente incapace di mantenere la pace sia

all’interno delle città sia tra le varie città.

A questo punto si profila un altro pericolo che viene dall’Asia Minore, in particolare dalla zona

settentrionale dell’Asia Minore, soprattutto in quel grande granaio che era la Crimea; su queste terre

allunga l’occhio Antioco III di Siria il cui regno doveva andare teoricamente dalla costa dell’Egeo

all’Indo, ma che in realtà controllava la zona dall’Egeo fino all’Eufrate, anche perché sulle alture

iraniche si era affermato il regno del Ponto. Antioco III era un uomo profondamente ellenizzato e a

un certo punto si fa promotore di una sorta di crociata a favore della libertà della Grecia, cioè egli si

presenta alle città greche come il loro autentico liberatore. Si tratta di una provocazione grave che

Roma raccoglie e spedisce un esercito comandato dai due fratelli Scipioni; infatti al comando non

poteva essere designato Scipione l’Africano perché era stato console l’anno prima, quindi viene

eletto il fratello Lucio a cui viene assegnato il comando dell’esercito e Publio viene mandato come

comes del fratello, ma in realtà è lui che comanda. Gli Scipioni sbarcano in Asia Minore e si

inoltrano ben poco perché vengono subito intercettati dall’esercito di Antioco III che viene battuto

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nella battaglia di Magnesia (190 aC). Durante questa spedizione osserviamo come siano cambiate le

cose nella mentalità della classe dirigente romana.

Dopo la seconda guerra punica Roma è diventata una potenza mediterranea e, subito dopo la

seconda guerra punica, essa intraprende la sua espansione in oriente, infatti assistiamo alla sconfitta

di Filippo V di Macedonia e dieci anni dopo, alla sconfitta di Antioco III di Siria. Roma quindi

entra prepotentemente nell’oriente ellenistico che era sopravvissuto per oltre un secolo sugli

equilibri creatisi dopo la morte di Alessandro Magno; infatti lo smembramento dell’impero di

Alessandro Magno, aveva portato alla formazione di tre grandi stati ellenistici, il regno di

Macedonia, l’Egitto e quello seleucide che andava dall’Egeo fino all’Eufrate (quanto le terre

mesopotamiche fossero effettivamente in mano a questo regno è difficile dire). Tra queste potenze

si era creato, dalla morte di Alessandro, una sorta di equilibrio per cui cercavano tutte di espandersi

a danno delle altre, ma raramente si era venuti a conflitti gravissimi tra questi stati. Questo

equilibrio era complicato anche dalla presenza di altre potenze, come quella di Rodi, un’isola

fiorente che viveva di commerci e aveva una notevole flotta, quella di Pergamo, nel nord ovest della

Turchia che era uno stato forte sia economicamente che dal punto di vista militare.

Altre formazioni si erano formate in Grecia che non riuscì mai a superare il particolarismo tipico

della polis e, dal tempo di Filippo II e dopo la battaglia di Cheronea del 338 aC, le città greche

anche quando erano formalmente libere, di fatto si trovavano sotto il controllo macedone, l’unica

che faceva un po’ eccezione era Sparta. Quindi a sud della penisola balcanica troviamo uno stato

egemone che controlla direttamente uno stato a nord della Grecia, ma indirettamente controlla

anche la parte peninsulare della penisola balcanica. Nel mondo greco si erano poi formate delle

leghe, la più importante delle quali era la lega Etolica che, per la sua posizione geografica, aveva

come nemico principale la Macedonia e la lega Achea, nel Peloponneso che aveva come nemico

naturale Sparta. Tali leghe erano delle alleanze che non avevano la coesione del sistema federale

romano­italico, infatti le città greche, pur appartenendo a una lega, erano molto disinvolte; tali leghe

avevano la funzione di limitare le ingerenze di Sparta a sud e della Macedonia a nord, ma non

divennero dei gruppi politici come gli stati ellenistici; vi era poi Atene che non aveva un autentico

potere politico, ma sopravviveva di cultura e di turismo, anche se c’erano ancora delle velleità di

grandezza presso qualche oratore.

In questo equilibrio di potenze, l’intervento di Roma risulta devastante: nel giro di un anno e mezzo

i romani portano a termine la guerra contro Filippo V che viene lasciato sul trono, ma è costretto a

diventare alleato dei romani e l’indebolimento della Macedonia provoca inevitabilmente

l’accrescimento del potere della Siria e dell’Egitto. Si assiste quindi all’intervento di Tito Quinzio

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Flaminino che sconfigge Filippo V e toglie la Grecia alla Macedonia, infatti egli proclama la libertà

delle città greche; ma i romani quando vanno in Macedonia non intendono fermarsi, infatti la

spedizione in Macedonia era stata una sorta di concessione a questo filelleno, Tito Quinzio

Flaminino che voleva conquistare delle clientele nell’oriente greco, ma non voleva scardinare la

politica romana che era impegnata sul fronte italico; quindi nel 194 aC i romani tornano in Italia e,

approfittando del vuoto di potere che si era creato nella penisola balcanica, Antioco III di Siria

sbarca con le sue truppe in Grecia e si autoproclama liberatore della Grecia. I romani sono allora

costretti a mandare un grande esercito comandato dai due fratelli Scipioni tra cui Publio Cornelio

Scipione che era un filelleno e quindi non voleva l’annessione né della Macedonia né della Siria,

ma vuole conquistare bottino, sconfiggere il re di Siria affinché non abbia più velleità di ulteriori

espansioni, costringere il re di Siria, una volta vinto a diventare suo cliente personale e vuole fare

approvvigionamento di schiavi (dobbiamo dire che dalla fine della seconda guerra punica vi era

stato il boom di arrivo di schiavi a Roma che raggiunse l’apice grazie alla guerre contro Filippo V e

Antioco III; l’introduzione della manodopera schiavistica, infatti avere schiavi significava avere

manodopera a costo zero, muterà strutturalmente i sistemi di produzione nell’agricoltura romana;

questo periodo in cui il modo di produzione schiavistico si afferma nell’antichità classica romana,

va dal II aC al I sec dC, mentre non possiamo definire l’intera economia antica greco­romana

schiavistica).

Le guerre in Grecia e in oriente vengono compiute sotto il comando di due personaggi, Tito Quinzio

Flaminino e Scipione Africano che non avevano percorso una regolare carriera; infatti Scipione

Africano era strato investito del comando in Spagna quando era ancora un privato e questo era

anticostituzionale perché l’uso romano prevedeva che si seguisse una trafila di magistrature.

Flaminino invece aveva ottenuto il comando in Grecia dopo essere stato solo questore e anche

questo era anticostituzionale. Già la guerra punica aveva mostrato la necessità di prorogare

l’imperium, cioè la brevità del comando non poteva più andare bene quando si combatteva fuori

dall’Italia; in più le lunghe guerre esigevano fasi di logoramento e di tregua ed era opportuno che

queste campagne rimanessero nelle mani dello stesso comandante perché se il comandante fosse

stato cambiato ogni anno, poteva accadere che questo avesse una strategia politica opposta al

comandante dell’anno prima. Ma la proroga del comando che la costituzione prevedeva al massimo

per un anno, spesso era più lunga di un anno e anche questo era anticostituzionale. In più la proroga

del comando militare contravveniva non solo alla costituzione romana, ma anche allo spirito della

costituzione romana che voleva che si impedisse che si formassero delle personalità dominanti che

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invece la proroga del comando militare aveva creato e la loro presenza andava contro la

costituzione romana.

Questi comandanti che portavano avanti campagne militari molto lunghe e quindi avevano un

grande potere anche contrattuale nei confronti dello stato romano, al termine della loro spedizione

avevano il diritto, conferito loro dalla costituzione romana, di dare un primo assetto anche

territoriale, oltre che politico, allo stato vinto; in più il comandante poteva dettare le prime

condizioni di pace e poi, tornato in patria, doveva presentare al senato il libro dei conti con indicato

il bottino raccolto e le spese affrontate; in più doveva comunicare al senato l’assetto dato alla

popolazione o al re vinto e il senato poteva accettare o respingere questa proposta.

Dettare le condizioni di pace era molto importante perchè lo stato vinto, moralmente diventava in

qualche modo, cliente del comandante romano vittorioso ed è per questo che i nemici di Scipione

faranno di tutto per togliere a lui le trattative della pace di Apamea (188 aC) con Antioco III. È

importante ricordare che Scipione parte per la campagna contro Antioco III in una posizione quasi

anticostituzionale, infatti siccome egli non poteva essere eletto console in quell’anno, venne eletto

console suo fratello Lucio e Scipione parte come legato del fratello, però, una volta sbarcato aveva

preso in mano le operazioni come se fosse un monarca perché tratta con Antioco III da pari a pari.

I fratelli Scipioni, una volta arrivati, avevano mandato in giro lettere nelle città dell’Asia Minore

promettendo o concedendo la libertà alle città greche; in questo modo gli Scipioni manifestavano il

loro filellenismo e rassicuravano le città greche; quindi Scipione cominciò a trattare con Antioco

III.

Come si siano svolte queste trattative non è chiaro, ma ci sono alcuni fatti significativi: Scipione a

un certo punto cade malato e tramite degli emissari avvisa Antioco III di non attaccare in quel

momento; la lettera di Scipione voleva quindi dire che se egli fosse stato sul campo di battaglia,

avrebbe garantito a lui la vita in caso di sconfitta e garantirgli la vita significava anche garantire la

vita della sua famiglia, della sua corte e del suo regno. Un altro episodio strano che indica questa

reciprocità tra i due è quando Antioco III cattura il figlio di Scipione Africano: di solito in questi

casi il prigioniero di guerra era trattato benissimo, ma veniva trattenuto, invece Antioco III

restituisce il figlio senza che venga pagato un riscatto.

Avviene poi lo scontro di Magnesia in cui Antioco III viene sconfitto e Scipione comincia a trattare

con Antioco III le condizioni di pace (che poi il senato non approverà) per cui il re di Siria avrebbe

dovuto pagare una forte indennità di guerra e ritirarsi al di là del Tauro. Però, prima della battaglia

di Magnesia, Scipione aveva offerto ad Antioco III la pace e come condizione di pace aveva

richiesto che egli si ritirasse al di là del Tauro, quindi perchè dopo la vittoria di Magnesia Scipione

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ripropone le stesse condizioni di pace che aveva proposto prima della battaglia? Scipione non pone

delle condizioni più pesanti e non si pone nemmeno il problema di scalzare Antioco III dalla sua

posizione in Siria. Certo, aveva dovuto pagare un grande bottino che di solito veniva variamente

ripartito: una parte finiva nelle casse dello stato, una parte veniva distribuita tra i soldati e una parte

andava al comandante che si impegnava a usare questa somma per opere pubbliche o di pubblica

utilità e tutto il bottino doveva essere indicato sul libro dei conti che il magistrato doveva tenere.

A un certo punto a Roma i nemici di Scipione, al cui comando vi era Catone, sospettano che egli si

sia impadronito illegalmente di una parte del bottino (500 talenti); è dalla battaglia di Zama che

Catone stava combattendo la sua battaglia contro Scipione Africano, battaglia che era politica, ma

anche fortemente ideologizzata e quando Scipione torna a Roma, Catone gli chiede il libro dei

conti, ma Scipione si reca in senato e, davanti a tutti i senatori e i rappresentanti del popolo, egli

straccia il libro dei conti per dimostrare che egli non doveva rendere conto al senato. Questo è un

gesto anticostituzionale e comporta il reato di tradimento (perduellio); di fatto Scipione non viene

incriminato, ma questo gesto lo rovina politicamente, infatti è costretto a ritirarsi dalla vita politica e

si ritira nella sua villa, dove morirà poco dopo.

Le guerre in oriente quindi creano queste figure dominanti e all’inizio si tratta di filelleni che

perseguono una politica di espansione, non di annessione, ma non sarà sempre così. Nella

generazione successiva il personaggio più in vista fu Lucio Emilio Paolo che discendeva dal Lucio

Emilio Paolo che era stato sconfitto a Canne da Annibale; anche lui era un filelleno, ma non aveva

le stesse idee dei filelleni della generazione precedente.

Lucio Emilio Paolo sul campo di battaglia e anche dopo la battaglia non conosceva nessuna forma

di pietà o moderazione; il suo filellenismo era riscontrabile solo nei confronti della cultura greca,

non nei confronti del mondo greco o dell’oriente. Quando Filippo V muore gli succede il figlio

Perseo che intraprende una politica violentemente antiromana; Filippo V se ne era stato buono

perché aveva capito che se avesse tentato di ribellarsi ai romani, questi lo avrebbero privato del

regno e della vita; Perseo invece dichiara guerra ai romani e viene mandato contro di lui Lucio

Emilio Paolo che si rivela subito un imperialista crudele, infatti non solo dopo la battaglia di Pidna

(168/167 aC) priva Perseo del regno, ma ripartisce la Macedonia in distretti provinciali. Vediamo

quindi che in questo periodo i romani annettono una parte della penisola balcanica creando la

provincia di Macedonia e questo comportava che le leghe greche fossero sollevate dalla pressione

macedone, ma i greci non seppero sfruttare l’occasione di questa libertà e ricominciarono a farsi la

guerra tra di loro. Questo stato di guerra ellenico era per i romani insopportabile poiché essi

fondavano il loro impero sulla pace sociale delle terre conquistate, cioè i romani erano garanti dello

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status quo sociale e qualsiasi turbamento dello status quo sociale avrebbe portato delle conseguenze

antiromane.

Quindi 20anni dopo la battaglia di Pidna i romani intervennero in Grecia con una mano

pesantissima, misero a ferro e fuoco Corinto e da qui anche la Grecia divenne una provincia romana

con il nome di Acaia. La battaglia di Pidna segna una data importante nella storia dell’espansione

romana nel Mediterraneo, infatti dopo la battaglia, in seguito alle grandi ricchezze affluite a Roma,

la città poté permettersi di abolire il tributum per tutti i cittadini romani residenti in Italia e i romani

continueranno a non pagare il tributum fino a Marco Aurelio. Lucio Emilio Paolo nel momento

della spartizione del bottino chiese al senato che glielo concesse, di poter tenere per sé i libri della

biblioteca di Pella, una delle capitali del regno macedone e questo è significativo perchè è segno di

un profondo cambiamento della società romana; sui libri di tale biblioteca si formeranno i due figli

di Lucio Emilio Paolo che verranno adottati uno dalla famiglia degli Scipioni, l’altro dalla famiglia

dei Fabii.

L’istituto dell’adozione a Roma era molto comune e rientrava nel numero di espedienti che

servivano a compensare l’assenza di maggiorasco; l’adozione era un procedimento semplice che

non solo prevedeva il passaggio del bambino dalla famiglia originaria a un'altra, ma poteva

riguardare anche un adulto e in questi casi si chiamava adrogatio che consisteva nel passaggio di un

adulto da una famiglia a un'altra; per il diritto romano l’adottato entrava a fare parte a tutti gli effetti

della famiglia dell’adottante e perdeva ogni legame giuridico con la famiglia d’origine.

Questo passaggio è reso evidente anche dalla nomenclatura assunta dal personaggio adottato; se

Lucius Aemilius Paulus veniva adottato da Publius Cornelius Scipio, l’adottato assumeva tutti i tria

nomina dell’adottante, cioè assumeva la completa nomenclatura del padre adottivo; in quest’epoca

si usava però riportare in qualche modo la famiglia d’origine e quindi, dopo aver assunto i tria

nomina, si aggiungeva come secondo cognomen, il nomen tratto dalla famiglia di origine, in questo

caso il personaggio assumeva il nome di P. Cornelius Scipio Aemilianus, mentre l’altro figlio di

Lucio Emilio Paolo, assunse il nome di Quinto Fabio Massimo Emiliano.

Scipione Emiliano diventerà il personaggio più importante della metà del II sec aC, infatti sarà sia

al centro del circolo letterario e filosofico, ma sarà anche il personaggio di maggior peso politico a

Roma, sarà lui a distruggere Cartagine e la città spagnola di Numanzia; egli era un uomo di

profonda cultura ellenistica e sarà un imperialista feroce.

Con la battaglia di Pidna i romani non devono più pagare il tributum, ma essi non volevano

annettere ulteriori terre oltre la Macedonia, ma volevano dare una sistemazione all’Egeo in cui

circolavano le navi mercantili che appartenevano alle grandi potenze ellenistiche e soprattutto a

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Rodi. Quando Roma intraprese la guerra contro Perseo di Macedonia, sollecitò l’alleanza delle

leghe greche e degli altri stati ellenistici, in particolare di Rodi e Roma riuscì a ottenere questi aiuti,

ma qualche volta la risposta arrivò con un certo ritardo, ad esempio i rodiensi, pur essendo

tendenzialmente favorevoli a Roma, non presero delle decisioni filoromane.

Dopo Pidna Lucio Emilio Paolo assunse una politica durissima non solo nei confronti delle città

vinte, ma anche nei confronti di chi era stato alleato, ma “tiepido”, ad esempio la lega Achea venne

sciolta e i notabili achei vennero costretti a mandare mille ostaggi a Roma, ostaggi che erano

membri della nobiltà achea, figli del fior fiore della nobiltà achea, privando così gli achei della

futura guida politica (tra questi ostaggi ci fu anche Polibio di Megalopoli).

Il destino di Rodi fu peggiore: a Roma, dopo Pidna, si scatenò il dibattito se punire o no Rodi e un

personaggio intransigente come Catone difese la città greca, infatti propose al senato un quesito,

cioè egli disse che i rodiensi non avevano fatto guerra ai romani, anche se avrebbe potuto farla,

quindi era un nemico potenziale e non andava punito. Si tratta di un discorso fondamentale perché

Catone nega il principio della guerra preventiva: meno di 20anni dopo, quando scoppierà il

problema della guerra contro Cartagine Catone si schiererà con i fautori della guerra e in senato

ribaltò la sua posizione sposando la causa della guerra preventiva.

Per Rodi Catone perse la sua battaglia perché il senato decise di punire la città, però non la si volle

punire come le altre città nemiche, ma doveva essere punita in maniera decisa, ma blanda e siccome

Rodi era una potenza commerciale i romani aprirono un porto franco a Delo, al centro dell’Egeo; da

quel momento l’economia di Rodi crollò e cominciarono ad affluire negotiatores romani e italici

lungo tutte le coste dell’Egeo; i negotiatiores romani avevano un grande privilegio, cioè non

pagavano i dazi per cui le merci romane costavano meno; quindi da qui si affermò sempre più anche

a Roma il ceto degli armatori e dei grandi commercianti.

Tra il 149 e il 146 aC si combatté l’ultima guerra punica; non è chiaro il motivo per cui venne

dichiarata, ma sappiamo che erano i ricchi proprietari terrieri che avevano come capo Catone, che

volevano la distruzione di Cartagine; la città infatti nei 50anni dopo la sconfitta di Zama era rifiorita

economicamente, infatti i mercanti cartaginesi avevano il monopolio dei commerci nel

Mediterraneo occidentale; tuttavia non sono i grandi commercianti romani che vogliono la guerra,

ma i ricchi proprietari terrieri che miravano a impossessarsi delle fertili terre dell’Africa

settentrionale. La dichiarazione di guerra arriva dopo una discussione infinita perché da un lato vi

era il partito ostile alla guerra che faceva capo a Publio Cornelio Scipione Nasicaa Corpulum che

era contrario alla guerra perché riteneva che fosse una guerra ingiusta, in quanto Cartagine non

stava procurando fastidio ai romani, anzi la città continuava a subire la angherie di Massinissa.

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Infatti nei 50anni successivi alla battaglia di Zama, Massinissa aveva continuato a erodere

territorialmente il territorio cartaginese e i cartaginesi avevano continuamente mandato ambascerie

a Roma che aveva mandato una commissione d’inchiesta, ma era difficile che questa arrivasse a una

conclusione, infatti serviva solo a rinviare. Intorno al 150 aC la situazione per Cartagine era

diventata insostenibile tanto che arrivò alle armi, ma dietro Massinissa soffiavano sul fuoco della

guerra i grandi proprietari terrieri romani; Nasicaa cercò di evitare la guerra dichiarando che si

trattava di un bellum iniustum e ripetendo le argomentazioni che Catone aveva usato per i rodiensi.

Catone si fece mandare in legazione a Cartagine e, una volta tornato, si era presentato in senato e

dalla toga aveva estratto degli enormi fichi dicendo che li aveva colti a Cartagine e che erano belli e

freschi; con questo egli voleva dire che Cartagine stava rifiorendo economicamente, ma che era

anche vicina. Nel dibattito alla fine prevalse il partito della guerra e il compito di combattere la

terza guerra punica venne affidato a Scipione Emiliano che somigliava più a suo padre Lucio

Emilio Paolo che agli Scipioni; egli infatti dopo un lungo assedio rase al suolo Cartagine sul cui

territorio venne sparso del sale per evitare che diventasse di nuovo fiorente.

Sul fronte spagnolo nei primi 50anni del II sec i romani avevano fondato alcune colonie che

seguirono l’insediamento lasciato da Scipione Africano a Italica; vennero fondate colonie

soprattutto nella Baetica e come vi era stata una profonda reazione alla presenza cartaginese, così vi

fu una profonda resistenza da parte delle popolazioni spagnole contro i romani. Cominciarono così

una serie di guerre nel corso del II sec che termineranno solo con Augusto; nel corso del II sec è da

ricordare Viriato, l’eroe nazionale della catalogna che tenne in scacco l’esercito romano finché non

venne catturato.

Circa il fronte italico nella seconda metà del II sec aC tutta l’Italia settentrionale fino al Po’ venne

profondamente colonizzata dai romani: venne tracciata la via Emilia e vennero fondate le colonie di

Parma, Mutina (Modena), Bononia che vennero a connettere Rimini a Piacenza. L’Emilia venne

forzatamente romanizzata: i Boii vennero sterminati, deportati e rispediti al di là delle Alpi dove

tornarono nelle loro sedi originarie nella regione che dal loro nome si chiama Boemia. La

romanizzazione fu forzata perché i Galli a sud del Po’ erano irriducibili e una romanizzazione

ancora più forzata avvenne nel territorio dei Liguri che vennero sottomessi alla metà del II sec

(intorno al 150 aC), dopo delle guerre che durarono una 60ina d’anni e che furono guerre di

sterminio. Più facile fu il compito per i romani con gli Insubri a nord del Po’ che vennero debellati

nel giro di 10anni dopo la battaglia di Zama; infatti vennero mandati gli eserciti consolari contro gli

Insubri che vennero sconfitti in una battaglia campale presso Como e forse due anni dopo vennero

sconfitti a Milano. Il trattato di pace che i romani imposero agli Insubri fu mite, infatti essi

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dovettero diventare alleati di Roma e quindi pagare un tributo e fornire dei contingenti ai romani e il

territorio rimaneva formalmente indipendente.

Gli stati ellenistici dopo la conquista di Alessandro Magno avevano avuto una elite greco macedone

che si era imposta alle elite precedenti, quindi anche se questi stati avevano una grande

amministrazione, non erano compatti dal punto di vista etnico perché c’era un’aristocrazia straniera

dominante. Roma, quando interviene sullo scacchiere ellenistico, ha buon gioco a opporsi perché a

livello organizzativo la legione romana si rivela nettamente superiore agli eserciti ellenistici che

erano grandissimi, ma male organizzati; in più, ad esempio per il regno di Siria, data l’estensione

enorme dell’impero la concentrazione dell’esercito era lunghissima, mentre i romani potevano

giocare sulla rapidità; in Egitto vi erano eserciti mercenari comandati da greci accanto ai quali vi

erano degli egiziani ellenizzati.

Nei 50anni dopo la seconda guerra punica Roma si impossessa del Mediterraneo orientale, la

Macedonia e la Grecia diventano province romane e occupa l’Asia Minore; questa enorme

espansione produce un enorme afflusso di ricchezze e schiavi a Roma, tanto che il senato può

permettersi di abolire il tributum per l’Italia. Questa espansione non avviene con una politica di

consenso generale, ma all’interno del senato si scatenano delle lotte politiche tutte le volte che si

deve intraprendere una guerra in oriente perché l’aristocrazia senatoria che faceva delle proprietà

terriere la sua ricchezza, non voleva che si andasse al di là del mare, ma voleva che lo stato

rimanesse più piccolo e controllabile e che fosse limitato alla penisola italica; ma ormai il

meccanismo dell’espansione era scattato.

A Roma si scatena una lotta politica per cui ci si chiede se andare a conquistare l’oriente di lingua

greca e, nel caso di vittoria, come comportarsi con queste popolazioni; infatti tenere sotto il giogo i

greci che avevano una tradizione culturale incredibile era difficile e da qui era nata la discussione.

Vi era poi un problema di carattere generale: tutti gli schiavi di lingua greca erano dispersi per

l’Italia, ma i migliori, i più colti, erano stati acquistati dalla nobilitas e a Roma era scoppiato un

fenomeno, una sorta di grecomania; non c’era famiglia che non voleva che il figlio avesse anche

una formazione greca perché occorrevano delle persone che sapessero il greco per andare ad

amministrare la provincia, infatti la lingua greca non parlava altro che la lingua greca, quindi

toccava ai romani imparare il greco.

Nasce quindi il dibattito intorno alla cultura greca che si intreccia con la lotta politica, non è un caso

che i più grandi filelleni della prima generazione, come Flaminino e Scipione Africano, avevano

una chiara visione del rapporto politico da intrattenere con queste popolazioni, cioè miravano a

creare larghe clientele, ma non ad annettere il territorio. Questa linea politica accompagnava un

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autentico spirito di ammirazione per la cultura greca: ad esempio Flaminino coniò una moneta in

cui egli era rappresentato sul modello di Alessandro Magno (quindi la tradizione ritrattistica romana

comincia a risentire della cultura greca); Scipione Africano era molto vicino agli ambienti

pitagorici: il pitagorismo non era una religione, ma una filosofia che presentava anche dei risvolti

religiosi e si tratta di una filosofia che venne trapiantata in Italia grazie a Pitagora. La filosofia

pitagorica era una filosofia estremamente aristocratica, fondata su un’etica molto rigorosa; il

pitagorismo vedeva nell’umanità delle nette differenze tra gli ottimi, i buoni, i colti, i ricchi e i ceti

meno abbienti; il verbo pitagorico quindi tendeva a giustificare la superiorità politica di coloro che

avevano la superiorità morale. Circa il destino degli individui il pitagorismo era estremamente

elitario perché la visione oltremondana che aveva il pitagorismo prevedeva per gli uomini sapienti,

dotti e buoni e per gli uomini comuni due destini differenti: l’uomo comune dopo la morte doveva

percorrere un lungo viaggio nell’Ade in attesa di reincarnazioni, invece ai grandi uomini era

riservato, fin dalla morte, un destino stellare, cioè l’anima del defunto ascendeva al cielo e

diventava una stella, quindi non doveva passare attraverso un penoso ciclo di reincarnazioni. Il

grande uomo pitagorico è quindi predestinato, ha cioè un destino di gloria sulla terra e di

immortalità stellare, però quest’uomo doveva affinarsi, vivere una vita ascetica, una profonda vita

morale per potere mantenere questa condizione di privilegio (ogni sera doveva farsi l’esame di

coscienza).

Scipione Africano aderiva a questa dottrina di origine greca e il mito di Scipione fu in parte

alimentato dallo stesso Scipione, infatti quando sbarcò in Africa egli lasciò che serpeggiasse tra

l’esercito la voce che egli fosse scelto dagli dei; poi si diffusero intorno alla sua figura miti che

riguardavano la sua nascita, in particolare quello per cui al momento della sua nascita, nella stanza

della madre sarebbe apparso un serpente che simboleggiava il daimon, cioè la parte immateriale,

psicologica dell’uomo e quindi indicava la parte morale dell’uomo che preesisteva alla nascita e

continuerà a vivere dopo la morte.

Scipione aveva il culto del proprio daimon, aveva la consapevolezza della propria missione

provvidenziale nella vita dello stato e tutto questo non poteva essere affermato apertamente e senza

Catone,

reazioni. Egli avrà per tutta la vita un nemico, che secondo la tradizione era il depositario

del mos maiorum e per questo la tradizione lo avrebbe fatto un ostilissimo antielleno, cioè colui che

osteggiava la cultura greca e la sua penetrazione in Italia. In realtà l’immagine di Catone che deriva

dalla tradizione andrebbe rivista: di solito egli è rappresentato come un uomo rozzo, con una

saggezza popolare che si oppone alle novità provenienti dalla Grecia; in realtà Catone combatteva

contro le influenze straniere che potevano snaturare lo stato, la morale e l’etica romana, ma non era

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aprioristicamente antielleno. Catone infatti portò a Roma il poeta Ennio che era originario di

Rudiae, nell’Italia meridionale, il quale diceva di avere tre cuori, uno romano, uno greco e l’altro

italico e questi tre cuori determinavano la complessità del suo uomo interiore. Ennio arrivò a Roma

quando qui la tradizione letteraria era ancora all’inizio e fu un grande riformatore della poesia

latina, infatti introdusse l’esametro (prima era usato il saturnio) e dimostrò cos’era la poesia per i

greci; egli non ebbe timore a mettersi a servizio dell’aristocrazia romana per celebrare gli eroi della

storia contemporanea e infatti scrisse un poema epico, gli Annales che celebrava gli eroi della storia

contemporanea. Però Ennio scrisse anche dei libri di ricette, infatti la cultura greca aveva due facce,

quella dell’impegno politico e quella del disimpegno contemplativo, aspetti che convivevano bene

nella persona di Ennio; i romani non capivano questa poesia di evasione. Ennio si staccò presto

dalla protezione di Catone che, durante la seconda guerra punica introdusse a Roma un culto

orientale, cioè il culto della Magna Mater; che cosa fosse non lo sappiamo, ma le fonti dicono che a

Roma arrivò una statua, ma probabilmente non si trattava di una statua, ma di un betilo, cioè un

meteorite, infatti queste pietre erano sacre perché avevano delle straordinarie proprietà fisiche.

In più dobbiamo dire che la prima basilica a Roma, la basilica Porcia, venne fatta costruire da

Catone e la basilica è una forma architettonica greca di origine, quindi egli era tutt’altro che chiuso

alle novità, solo che dove sentiva che queste novità avrebbero potuto costituire un pericolo contro la

stabilità morale e politica di Roma, interveniva.

Catone interviene contro la diffusione della ricchezza dicendo che era immorale l’ostentazione di

tanta ricchezza: a Roma nel periodo più buio della seconda guerra punica era stata approvata una

legge Oppia che impediva alle donne di farsi vedere nel foro su cocchi e di portare monili di metallo

prezioso; finita la guerra punica, vinte le guerre di Macedonia e di Siria, non c’era più motivo di

mantenere questa norma, quindi molti senatori chiesero che venisse abrogata e effettivamente poi

venne abrogata; ma chi si oppose come un leone all’abrogazione di questa legge fu Catone perché

capiva che l’abuso della ricchezza non solo era sgradevole, ma avrebbe anche intaccato la

compattezza delle famiglie (Catone diceva che i romani erano grandi conquistatori, ma che erano

sottomessi alle loro mogli). Egli era convinto che l’ostentazione della ricchezza fosse immorale,

contro il costume romano e, secondo lui, la forza di Roma stava nella tradizione.

Una tradizione ci dice che Catone imparò il greco solo a 80anni perché quando era andato a parlare

ad Atene non aveva parlato in greco, ma in latino, quindi nessuno degli astanti aveva capito. Catone

parlò in latino non perché non sapeva il greco, ma perché voleva affermare la superiorità anche

culturale dei romani e questo atteggiamento era molto conservatore, molto duro. Siamo certi che

Catone sapesse il greco perché nella orazione a favore di Rodi egli a un certo punto usa una sequela

99

retorica che dimostra che conosceva non solo la cadenza greca, ma anche le regole della retorica

greca.

Catone inoltre dimostrò un’abilità straordinaria nel processo agli Scipioni; egli aveva come

obiettivo la demolizione della figura di Scipione, ma le sue vittorie avevano fatto di lui una specie

di mito, ma Catone procedette cmq nella sua politica antiscipionica. Catone prima mise sotto

processo gli amici di Scipione, poi i suoi parenti e, quando egli si ritrovò un po’ isolato, lo colpì con

l’accusa di tradimento, cioè lo accusò di avere sottratto i 500 talenti, in più egli si chiese perché gli

era stato restituito il figlio da Antioco III senza pretio e perché Scipione aveva chiesto ad Antioco di

non attaccare finché lui non fosse stato sul campo. Catone quindi fa capire che nel comportamento

di Scipione nella guerra siriaca non c’era stata solo leggerezza, malafede e furto, ma egli voleva

dare l’impressione che Scipione fosse stato sul punto di tradire; per questo, sapendo che Scipione

non poteva rendere conto dei 500 talenti, Catone gli fece imporre dal senato di presentare il libro dei

conti ed egli, non potendo presentare il libro dei conti, lo stracciò davanti al senato e pronunciò la

celebre frase “andiamo a ringraziare gli dei perché oggi è l’anniversario della battaglia di Zama”. Si

trattava di un atto gravissimo che poteva comportare la morte e infatti Scipione abbandonò Roma e

si ritirò nella sua villa a Literno dove morì qualche anno dopo.

Scipione, durante la sua vita politica, aveva accanto a sé alcuni parenti e aveva fatto promuovere

molti homines novi, cioè aveva fatto fare carriera a gente proveniente dai ceti inferiori e aveva il

consenso di larghe masse della plebe urbana. Quindi la sua era una politica paternalistica e

centralizzata nella famiglia e questo era il modo di legarsi la plebe urbana che era tipico degli

Scipioni.

Catone, prima di aver rovinato Scipione, aveva rovinato anche Flaminino, infatti aveva ottenuto la

radiazione del fratello di Flaminino, Lucio dal senato e con questo aveva decretato la rovina politica

di Flaminino; quindi la prima grande generazione di filelleni era caduta sotto i colpi di Catone al

quale piaceva invece Lucio Emilio Paolo che era sia un grande filelleno che un grande

tradizionalista, infatti aveva educato i suoi figli sia con i libri della biblioteca di Pella, sia con libri

romani; l’educazione di Scipione Emiliano fu quindi bifronte e per questo nella sua figura si

verificherà quella fusione che sarà propria della società romana la cui cultura sarà una cultura

greco­romana. Catone distrusse quelli della prima generazione filellena, ma ne restarono altri,

infatti vediamo che i pitagorici a volte vennero banditi e a volte eliminati (il neopitagorismo sarà

sempre sospetto alle autorità romane, infatti in questo periodo scompare e ritornerà in età cesariana,

ma con interessi diversi per cui veniva sottolineata la parte scientifica di questa filosofia che cmq

sarà sempre sospetta).

100

C’era anche un'altra influenza greca che era ritenuta particolarmente pericolosa e questo aspetto era

costituito dai culti greco­orientali che l’autorità romana riteneva pericolosi; uno di questi era il culto

bacchico che era parte integrante dell’insieme dei culti dionisiaci che erano diffusi in Grecia.

All’interno di questi culti dionisiaci particolarmente vivo era quello di Dionisio Zagreus che veniva

dalla Tracia, ma si era diffuso presto in Grecia dov’erano fiorite delle organizzazioni dionisiache. Il

culto di Zagreus era fondato sul culto di questo dio benefattore che era stato catturato, fatto a pezzi

e sbranato dai Titani; da essi discendevano gli uomini che da un lato era una stirpe maledetta

proprio perché discendente dai Titani, dall’altra era una stirpe eletta perché, discendendo dai Titani

avevano preso quel buono di Zagreus che i Titani avevano mangiato. Una tradizione del mito di

Zagreus diceva che dopo che i Titani avevano divorato Zagreus e che dai Titani erano nati gli

uomini, dalle membra dei Titani erano usciti i pezzi dei corpo di Zagreus che si erano ricomposti ed

egli era tornato a vivere.

Il compito dell’uomo era quindi quello di liberarsi dalla componente titanica e di esaltare la

componente divina e per fare ciò l’uomo doveva vivere una vita il più possibile ascetica; in più gli

adepti di questo culto dovevano trovarsi nelle loro conventicole a pregare insieme e a compiere

determinati riti; ai greci queste conventicole non davano fastidio, ma una volta trapiantati in Italia e

diffusi a Roma, questi circoli dionisiaci furono costretti alla clandestinità, cioè gli adepti erano

costretti a radunarsi segretamente. Infatti a Roma queste conventicole erano viste con sospetto

perché non si sapeva quello che facevano e si tratta dello stesso tipo di sospetto che venne riservato

ai cristiani qualche secolo dopo, i quali erano sospettati di essere cannibali e incestuosi perché i

romani male interpretavano la religione cristiana che non conoscevano. L’autorità romana si era

anche sbagliata sui riti dionisiaci: probabilmente durante questi riti si beveva, probabilmente, ma

non lo sappiamo con certezza, si faceva sesso; in più i romani attribuivano a queste orge la colpa di

alcune strane misteriose uccisioni.

Alla fine venne fuori a Roma uno scandalo che arrivò subito al console e dall’inchiesta la

preoccupazione del console doveva essere quella di accertare se fossero stati perpetrati o meno

questi crimini; ma la vera preoccupazione era l’organizzazione di questa setta, infatti il console

arrivò alla conclusione che questa setta costituiva un alter populus, cioè un corpo estraneo anche dal

punto di vista politico e i romani non tolleravano alteri populi. Il pericolo era quello che si creasse

in queste conventicole una vita politica sotterranea contraria a quella dello stato romano, quindi il

culto bacchico venne proibito con il senatus consultus del 186 aC, non solo a Roma, ma anche

presso le comunità alleate (infatti il testo del senatus consultus ci è arrivato su un’epigrafe che è

stata ritrovata in Calabria). Poi il culto bacchico venne ammesso, ma in forma depurata, cioè gli

101

adepti potevano raccogliersi in numero non superiore a 5 e una volta all’anno, il che significava

distruggere questi culti.

L’anno del senatus consultum, il 186 aC corrisponde a quello del processo agli Scipioni, quindi

assistiamo a un tentativo unitario di moralizzazione della società romana; a un certo punto però

sull’Aventino vennero trovati dei sarcofagi vuoti, uno che conteneva testi pitagorici e l’altro

conteneva i testi di Numa: si trattò di un tentativo di reagire alla pressione catoniana da parte dei

pitagorici che volevano così dimostrare che i loro testi non erano discordanti da quelli della

tradizione romana di Numa che una tradizione voleva un pitagorico. Quindi i pitagorici e i

dionisiaci vennero debellati.

Nel II sec gli schiavi greci costituivano 1/3 della popolazione romana e, come sempre, arrivavano

anche delle note di scontento; possiamo renderci conto di quello che i romani pensavano dei greci

leggendo le commedie di Plauto in cui i greci vengono rappresentati come dei fannulloni, astuti, ma

ladri; in più Plauto crea un neologismo, “pergrecari” cioè comportarsi da greco, cioè comportarsi

male. Plauto ebbe molto successo e questo vuol dire che molti luoghi comuni erano accettati dal

popolo. Più o meno nello stesso periodo comparve a Roma Terenzio, uomo di cultura greco­romana

che apparteneva al circolo di Scipione Emiliano e che manifesta una spiritualità diversa rispetto a

quella di Plauto; infatti mentre Plauto mira alla situazione comica in cui il greco, dopo avere

imbrogliato per tutta la commedia, prende un sacco di legnate e se ne và, invece Terenzio mostra

come questi personaggi siano pensosi, riflessivi, ma questo il popolo non lo capiva e quindi lo

fischiava. Inoltre di Plauto è la celebre frase “homo homini lupo” e di fronte alla ferinità dell’uomo

di Plauto, Terenzio si oppone con il concetto della solidarietà umana che è un concetto greco.

Lo scontro con la cultura greca era uno scontro che si verificava anche a livello della vita privata,

nella vita di tutti i giorni, ma si verifica anche nella vita pubblica; l’ingresso della cultura greca

aveva prodotto l’introduzione di un concetto che era estraneo alla mentalità romana: la vita del

romano era dedicata alla famiglia, al lavoro, all’esercito e la vita privata era determinata da norme

morali; la cultura greca introduce il concetto di vita contemplativa, di studio.

Si crea quindi nella aristocrazia romana la consapevolezza della contrapposizione tra la vita attiva e

la vita contemplativa e molti personaggi romani rinunceranno alla vita politica per dedicarsi alla

vita di studio, tra cui il figlio di Scipione Africano. Il problema era che anche sul piano della vita

attiva nascevano delle contraddizioni, per questo nel corso della prima metà del secolo molti filosofi

giunsero a Roma, ma vennero espulsi.

Un episodio importante è quello che si verifica nel 155 aC, quando arrivano a Roma da Atene tre

filosofi incaricati di chiedere al senato il condono di una multa di 50talenti che i romani avevano

102

dato agli ateniesi. Questi filosofi appartenevano a tre scuole filosofiche diverse, uno alla scuola

aristotelica che si chiamava peripatetica, il secondo, Diogene di Babilonia, era un filosofo stoico, il

terzo era un accademico scettico (il fondatore della scuola scettica fu Pirrone), cioè Carneade.

Carneade e gli altri filosofi, in attesa di essere ricevuti dal senato, se ne andavano in giro a parlare in

greco e quindi erano capiti solo dai figli degli aristocratici e con i giovani romani essi affrontavano

il problema della guerra e dell’imperialismo romano. Carneade, soprattutto, in quanto scettico, era

maestro dei , cioè dei discorsi uguali e contrari e su questa falsa riga egli dimostrò ai

δισσοι λογοι

giovani romani che l’impero romano non era giusto perché era fondato sulla violenza; non solo,

infatti Carneade diceva che l’impero romano, in quanto frutto dell’aggressione non poteva essere

, cioè giusto per natura e quindi, dovendo attenersi a un criterio di giustizia, i romani

δικαιον φυσει

se ne sarebbero dovuti andare dalla Grecia. Il giorno dopo i giovani romani si ripresentarono a

Carneade che disse loro che non si dovevano privare dell’impero perché esso non era giusto, ma per

i romani era utile ( μ ) e se essi ricavavano utilità da questo sarebbero stato stupidi a

συ φερον

rinunciarci. I romani erano abituati a ragionare sul principio del bonum/iustum e dell’utile che

doveva per forza coincidere con il iustum; Carneade invece separa i due concetti e dice che

l’imperialismo non era giusto, ma era utile, quindi egli mina i fondamenti etici dello stato romano

perché dimostra che si tratta di un impero di brutture e di violenza, ma dice che i romani possono

tenerlo perché è loro utile. Questa presa di posizione di Carneade fu così sconvolgente che

sconquassava i fondamenti teorici della società romana e il primo che lo capì fu Catone che infatti

convocò i tre e disse loro di andare a insegnare ai figli dei greci e di lasciare che i figli dei romani

credano nel giusto; Catone rivendica quindi la trazione del bellum iustum, cioè della giustizia

dell’imperialismo romano, però la lezione di Carneade era stata fondamentale.

La conciliazione avverrà grazie a Scipione Emiliano e a un filosofo greco, Panezio da Rodi.

L’interesse per la cultura greca era vivo nelle classi superiori, infatti esisteva una corrente di

filelleni che trovava nella cultura greca i motivi per l’affermazione della propria personalità.

La filosofia greca infatti poneva i romani di fronte a giustificazione teorica razionale del loro

imperialismo: i romani erano abituati a non discutere sulle basi del loro imperialismo perché per

loro, una volta ottenuta la pax deorum, qualsiasi atteggiamento ostile verso gli altri era bonum e

iustum. Questa concezione era funzionale alla rigida disciplina su cui era imperniata la società

romana che si manifestava nell’organizzazione militare; il problema era che la filosofia greca

tendeva a scardinare questo impianto tradizionale di credenze. I romani avevano l’idea del bonum e

del iustum, ma anche dell’ufficium, cioè il dovere nei confronti degli altri cittadini e della Res

Publica e l’insieme dei buoni cittadini faceva sì che lo stato fosse buono, quindi lo stato non era

103

solo un’aggregazione di individui, ma un valore in sé, corrispondeva al concetto di patria che era

irrinunciabile per i romani perchè rappresentava il fondamento del loro imperialismo, infatti i

romani erano convinti di portare nel mondo prosperità e pace. Tutto questo resta immutato finché,

con l’espansione in oriente e l’incontro con la filosofia greca, questi valori non vengono messi in

discussione in modo irreversibile.

Carneade ad esempio aveva introdotto il concetto dell’utile minando il concetto di buono e questo

costituiva un’autentica rivoluzione culturale; un'altra rivoluzione si ha nel campo della storiografia:

Catone, con le sue “Origines” aveva innovato profondamente il genere annalistico, ma restando

sempre nell’ambito della tradizione romana; la grande novità dal punto di vista storiografico è

rappresentata dalla venuta a Roma, come ostaggio, di Polibio con cui si pone concretamente la

possibilità di fare storia in modo diverso da quello abituale per i romani.

Anche Polibio insiste sul concetto di utile, ma egli è il primo storico che pone a sé e al proprio

pubblico il problema dell’imperialismo romano; in particolare Polibio, nell’esordio delle sue

“Storie”, si chiede come mai nel giro di 53 anni (dal 220 al 168 aC) i romani siano riusciti a

diventare i signori del mondo abitato e quale motore abbia spinto i romani a compiere quello che

nessun altro popolo era riuscito a fare. Infatti l’impero di Alessandro Magno era stato il prodotto

effimero delle gesta eroiche di un grande generale e, alla sua morte, esso si era disgregato; i romani

invece avevano costituito un impero nel Mediterraneo che aveva tutta l’aria di essere duraturo. Ma

perché i romani erano riusciti a mantenere le loro conquiste, mentre Alessandro non ci era riuscito?

Importante era l’elemento militare, infatti i romani possedevano l’esercito più forte e meglio

organizzato di tutto il Mediterraneo e Polibio instaura un paragone tra la legione romana e la

falange e, al termine di questo confronto, egli conclude che la legione è nettamente superiore alla

falange non solo perchè era costituita da cittadini.

Ma anche la struttura dell’esercito non riesce a rendere conto della superiorità romana, infatti la

causa era più profonda e Polibio, nel VI libro individua questa superiorità nel fatto che i romani

hanno una costituzione, una forma di governo forte e la forza della costituzione romana è quella di

essere mista.

Infatti mentre le altre costituzioni erano o monarchiche o aristocratiche o democratiche, invece la

costituzione romana contemperava in sé tutti e tre questi elementi che secondo Polibio sono

incarnati rispettivamente nella magistratura (i consoli infatti avevano un grande potere) che

incarnava il principio monarchico, il principio aristocratico era incarnato dal senato, mentre quello

democratico era incarnato dalle grandi assemblee. Tale costituzione mista aveva il pregio nell’avere

il suo cardine nell’elemento aristocratico; in più Polibio dice che e costituzioni miste sono, per loro

104

natura, più durature nel tempo, cioè a differenza delle altre costituzioni che vanno sempre incontro a

processi di degenerazione, la costituzione mista è in qualche modo perfetta. Polibio trae queste idee

dalle speculazioni del Peripato, la scuola di Aristotele che già aveva detto che le forme di governo

tendono a degenerare, in particolare la monarchia degenera in tirannide, la aristocrazia in oligarchia

e la democrazia in oclocrazia o plethocrazia, cioè il predominio della massa; queste ultime due

forme di governo sono le forme degenerate della democrazia in cui il popolo governa con equilibrio

(quando Aristotele fa questa distinzione pensa all’Atene del V sec). Già il pensiero post­aristotelico

era arrivato a concepire l’idea di una costituzione mista che ha in sé tutti gli elementi delle

costituzioni buone, idea che viene ripresa da Polibio.

Questa ottima costituzione ha permesso a Roma di costituire un grande impero e di mantenerlo e

Polibio si chiede se in virtù di questa ottima costituzione, il governo di Roma durerà in eterno e

Polibio risponde di no, infatti secondo lui nessun impero può essere eterno perchè anche la

costituzione mista che teoricamente è perfetta, in realtà va incontro a un processo di degenerazione

e la degenerazione della costituzione mista è simile a quella cui va incontro la democrazia, cioè

tende a degenerare in oclocrazia. Polibio infatti dice che a un certo punto nello sviluppo di una

costituzione, le masse spingono per avere il potere e da questo momento si innesca un processo di

degenerazione che è inevitabile. La teoria aristotelica e post­aristotelica non prevedeva teoricamente

la degenerazione della costituzione mista, ma questa idea che la costituzione mista finisca in

oclocrazia è un’idea di Polibio.

Polibio pensava che le forme di governo avessero una vita simile a quella dell’uomo, cioè esse

nascono, crescono, raggiungono il massimo fulgore, poi declinano e infine muoiono e secondo

Polibio il momento di massimo fulgore della costituzione romana è stato il momento della seconda

guerra punica, infatti nella resistenza contro Annibale Roma ha dimostrato la sua grandezza e la

forza della sua costituzione. Ma con le guerre in oriente e con le proroghe dei comandi militari la

costituzione era stata intaccata, come anche la moralità del popolo romano: Roma infatti si era

aperta al lusso dell’oriente e l’arrivo di sempre maggiori ricchezze paradossalmente non aveva

aumentato il benessere generale perché queste ricchezze si concentravano in poche mani e dal punto

di vista economico, la società romana si radicalizza con l’aumento eccessivo della plebe urbana,

mentre l’arroganza e lo strapotere dei grandi proprietari terrieri spinge alla disperazione i piccoli

proprietari terrieri (aumentano i poveri sia in città che in campagna). Si tratta di un problema

gravissimo anche per i risvolti militari perché l’esercito romano è un esercito contadino e se questi

possidenti terrieri diminuiscono, diminuisce anche il potenziale bellico di Roma e infatti il II sec è il

secolo della grande crisi dell’esercito romano.

105

Polibio vede tutto questo; egli viveva presso Scipione Emiliano, quindi in un ambiente dottissimo,

aristocratico e conservatore e questa cerchia di conservatori vedeva con apprensione il fatto che le

masse urbane si stessero muovendo, infatti c’era un fermento nelle masse urbane causato dalla

povertà che era un po’ assorbita nelle clientele; cmq il numero di queste masse aumentava sempre

di più e sia a Roma che in campagna serpeggiava il malcontento che preoccupava molto questi

nobili. Le “Storie” di Polibio sono scritte, nell’ultima parte, attorno al 145 aC, quindi nella seconda

metà del II sec in cui erano cominciate queste rivolte della plebe urbana: è per questo che Polibio

vede nella futura oclocrazia la fine della costituzione mista di Roma e non è un caso che le “Storie”

si concludono con la scena di Scipione Emiliano che è raffigurato da Polibio mentre piange sulle

rovine di Cartagine recitando dei versi di Omero e quando Polibio gli chiede perché piange, egli

risponde che piange perché, come era caduta Troia, così sarebbe caduta anche Roma.

Polibio quindi riesce a comprendere la storia di Roma nella sua origine, nel suo sviluppo e nei

sbocchi successivi: Polibio non è lo storico, il cantore di Roma e basta, ma è il teorico della

μ , cioè del cambiamento e siccome la costituzione mista è perfetta, qualsiasi μ è

εταβολη εταβολη

verso il peggio. Polibio, dopo aver scritto le “Storie” ottiene di poter tornare in Grecia (c’era stata

una discussione in senato se far tornare in Grecia o meno i mille ostaggi achei) e quando egli chiede

la restituzione dei beni agli ostaggi Catone lo aveva rimproverato con parole significative (Catone

all’inizio era contrario all’espansione territoriale di Roma, ma poi intorno alla metà del secolo egli

si fa fautore della politica di espansione territoriale, cioè è favorevole al fatto che Roma diventi io

centro di una grande espansione territoriale perché egli, che teorizzava la posizione dei grandi

proprietari terrieri, si interessava anche agli affari, ai commerci che non poteva portare avanti in

prima persona in quanto senatore, ma cmq egli era interessato alle possibilità che l’oriente offriva).

Le province aumentavano sempre di numero e questa espansione comportò la nascita di nuove

contraddizioni nella società romana, in particolare all’interno della aristocrazia del denaro: la guerre

di espansione avevano favorito l’ascesa dei detentori di beni mobili, ma la formazione delle

province portò in primo piano soprattutto quel gruppo di imprenditori che si occupavano di appalti.

Questi appaltatori diventano importanti nelle province perché qui si occupavano della riscossione

delle imposte, infatti Roma appaltava le tasse a queste compagnie, per rivalersi, saccheggiavano le

province che quindi erano vessate sia dal governatore che dai publicani.

Non c’era però identità di vedute o collaborazione tra il governatore e i publicani ed entrambe le

componenti premevano in modo insopportabile sulle province che quindi mandavano continue

ambascerie a Roma per lamentarsi del comportamento del governatore e dei publicani.

106

Questi grandi appaltatori facevano parte della classe degli equites, ceto costituito da persone

particolarmente ricche che vivevano di affari; quindi si assiste allo scontro tra i due ceti più elevati

di Roma, che erano chiamati ordo (ordines), cioè l’ordine equestre e quello senatorio. Il conflitto

149

trova il suo terreno di battaglia in provincia, ma poi arriva a Roma, finché nel aC venne istituito

un tribunale permanente (quaestio) che doveva giudicare le cause di concussione, cioè il reato di

appropriazione indebita di denaro pubblico. Il delitto di concussione era indicato dai romani con

una perifrasi, cioè “soldi da richiedere indietro” (pecuniae repetundae), quindi il tribunale

quaestio de pecuniis repetundis.

permanente prese il nome di quaestio repetundarum oppure di La

legge istitutiva di questi tribunali doveva stabilire anche da chi dovevano essere composti e venne

attribuita la direzione di questi tribunali ai senatori; questa decisione lasciava furenti i cavalieri

perchè quando una provincia si lamentava e si istituiva il processo in cui erano coinvolti il

governatore, sempre di origine senatoria e il publicano, il tribunale assolveva il governatore e

condannava il publicano. Quindi gli equites chiedevano o che potessero dirigere loro la quaestio o

che essa avesse una composizione mista, ma questo fu un problema che si trascinò nella storia di

Roma per oltre un secolo e venne risolto solo da Augusto.

È questo mondo in fermento che vede come personaggio dominante la figura di Scipione Emiliano

che era ammirato da Catone perché, per quanto amante della cultura greca, aveva cmq un’impronta

romana nel carattere. L’Emiliano chiude il cosiddetto “secolo degli Scipioni” perché raccoglie in sé

l’eredità di questo secolo di polemica anti e filoellenica; l’Emiliano eredita dall’Africano la

consapevolezza di essere prescelto dalla divinità per una funzione provvidenziale per Roma, egli è

convinto di essere l’uomo della provvidenza per Roma e questo era tipico degli Scipioni. Questa

consapevolezza della propria indispensabilità costituisce un pericolo fortissimo in una società come

quella romana in cui, dal punto di vista del diritto, i cittadini erano tutti uguali; in più questa idea

della superiorità morale costituisce il primo passo verso il culto della personalità.

Il secondo tratto che accomuna Scipione Emiliano con l’Africano è il fatto che entrambi sono capi

assoluti della loro cerchia politica, infatti vi erano solo homines novi promossi da Scipione stesso e

questo poteva costituire un elemento di forza per un gruppo politico.

L’Emiliano è inoltre un grande filelleno, ma soprattutto è un grande cultore del mos maiorum, cioè

della tradizione romana: egli era un filelleno e cosmopolita, infatti il suo circolo sembra incarnare in

una sorta di microcosmo ideale, il cosmopolitismo greco, anche se alla fine l’esito culturale è

romano, infatti Polibio è un greco che scrive secondo categorie greche, ma egli riesce a trovare una

giustificazione teorica per l’imperialismo romano.

107

Scipione Emiliano ha una concezione aristocratica dei rapporti politici, infatti egli pensa che le

masse, da lui spesso adulate, sono semplicemente forza di manovra nelle sue mani, cioè le masse

non dovevano mai essere soggetto politico, ma strumento politico. L’Emiliano era un convinto

assertore dell’imperialismo romano, quindi dell’espansione di Roma in tutto il Mediterraneo perché

Roma ha il diritto della forza: l’idea della forza è un’idea etica e lo stato etico si realizza per

l’Emiliano nella politica di potenza (non è un caso che la filosofia di Panezio sia stato la più studiata

in età nazista). Questa concezione dello stato etico che si esprime nella potenza era impensabile fino

a 50anni prima dell’Emiliano e a dare una forte mano all’Emiliano che voleva un impianto teorico

dietro la politica romana, contribuì molto la filosofia.

La filosofia che arriva a Roma è di vario genere: la corrente scettica di Carneade era inconciliabile

con la tradizione romana ed è per questo che tale filosofia non ha attecchito a Roma; un'altra scuola

filosofica che poteva attecchire a Roma, però in limiti angusti, era l’epicureismo che era una

filosofia estremamente aristocratica. Scipione Emiliano voleva una filosofia aristocratica, ma che

avesse una caduta nella prassi politica, invece l’epicureismo aveva come scopo l’allontanamento

dell’uomo dalle passioni e quindi anche dagli affari pubblici e per questo anche l’epicureismo non

stoicismo

poteva diventare di grande diffusione. Si adattava al mos maiorum lo che diventerà la

filosofia più diffusa a Roma e continuerà a essere diffusa anche in età imperiale. Bisogna però

distinguere tra stoicismo e stoicismo in quanto lo stoicismo è un dottrina estremamente duttile che

riusciva a modellarsi secondo gli ambienti e le situazioni. Lo stoicismo nasce con Zenone come una

filosofia molto ascetica: il primo stoicismo predicava l’uguaglianza tra gli uomini, ma se gli uomini

erano tra loro uguali non era giusto che ci fossero i ricchi e i poveri, quindi il primo stoicismo

negava il diritto alla proprietà privata che non esisteva per natura, ma che era stata creata dagli

uomini e non era positiva. Il filosofo stoico doveva vivere esperienze politiche di alto livello,

rendendosi consigliere di re e principi, il filosofo quindi doveva essere il legislatore che aiuta

l’autorità politica. Il vero filosofo stoico era allora consigliere del re o del magistrato di uno stato,

non è un caso che il primo stoicismo si diffonde dove si hanno sacche di profondo malessere sociale

e dove si parla di grandi riforme, quindi troviamo questa filosofia in Macedonia e nella Sparta di

Cleomene III sotto cui si varò un programma di ridistribuzione delle terre; questi filosofi portavano

i re lungo percorsi di riforme a favore della classe popolare e questo filone dello stoicismo continua

in questo periodo in un filosofo, Antipatro di Tarso che insisteva su questo rigore, ma nello stesso

periodo si ha un'altra forma di stoicismo incarnata da Diogene di Babilonia che era l’opposto di

Antipatro di Tarso: egli ammetteva la proprietà privata ed era contrario a che il filosofo diventasse

ispiratore del re in una politica popolare; Diogene di Babilonia è quindi il precursore del filone

108

conciliativo. Questi due nomi dicono poco, però i discepoli dei due furono, discepolo di Antipatro

Panezio di Rodi.

di Tarso fu Blossio di Cuma, mentre discepolo di Diogene di Babilonia fu

Quest’ultimo sviluppò la tendenza all’adattabilità dello stoicismo: egli visse nell’ambiente di

Scipione Emiliano e, sulle orme di Diogene di Babilonia e per volere dell’Emiliano, egli teorizzò un

principio importante, quello del primato del sapiente, categoria tipicamente greca e del virtuoso,

categoria tipicamente romana; quindi l’uomo sapiente e virtuoso ha il diritto di governare il suo

popolo, di ricoprire la cariche più elevate e di guidare il suo popolo. Si tratta della qualificazione del

principio della superiorità all’interno della società romana che era una società tipicamente

ugualitaria. Panezio poi fa una sorta di passaggio dal piano individuale a quello collettivo, infatti

dice che come alcuni uomini hanno per sapienza e virtù il diritto di governare su altri uomini, così

alcuni stati, per sapienza e virtù, hanno il diritto di governare su altri stati. Questa teoria sul piano

individuale costituisce la giustificazione della bontà della divisione in classi e si tratta anche della

giustificazione della schiavitù e se a Roma era cominciato a esistere un barlume di speranza, grazie

all’influenza greca, per gli schiavi di non essere più considerati come cose, questa filosofia rase al

suolo qualsiasi evoluzione di questo pensiero perché il principio è quello della disuguaglianza tra

uomini.

Ma si trattava anche del principio della disuguaglianza tra stati e, siccome Roma era più etica, allora

aveva il diritto di governare sugli altri stati: vediamo quindi la giustificazione dell’imperialismo

romano. Panezio dice inoltre che per molti uomini è difficile essere schiavi, quindi se dei popoli

sono più deboli è giusto e buono che essi siano soggiogati, è nel loro interesse essere soggiogati

perché la potenza egemone, nella sua clemenza, li avrebbe aiutati a vivere. Panezio quindi compone

la frattura che si era creata tra iustum/bonum e utile a causa di Carneade: egli dice che siccome gli

uomini non sono uguali è giusto che ci siano i ricchi e i poveri e il principio fondamentale di

Panezio è la difesa della proprietà privata andando così contro il primo stoicismo. A fondamento

dello stato, nel pensiero di Panezio, c’è un profondo stato morale e questo è quello che Scipione

Emiliano voleva, infatti c’erano molti paralleli tra questo filone conciliativo e la tradizione romana.

Continua però anche il filone di Antipatro di Tarso, il cui allievo fu Blossio di Cuma, un filosofo

rigorista che si porrà sempre il problema della ridistribuzione delle terre e che a Roma sarà il

maestro di Tiberio e Caio Gracco; egli resterà sempre a fianco dei Gracchi finché, quando essi

saranno sull’orlo della rovina, si recherà a Pergamo dove era scoppiata la rivolta di Aristonico e qui

Blossio di Cuma predicherà non solo la ridistribuzione delle terre, ma anche la liberazione degli

schiavi.

109

Con l’arrivo della cultura greca a Roma abbiamo da un lato un tentativo di assimilazione totale della

cultura greca da parte del circolo di Scipione Africano, dall’altra una reazione romana antiellenica,

capeggiata da Catone; ma si assiste poi all’assimilazione di quello che della cultura greca si sposava

maggiormente con la cultura romana da parte del circolo di Scipione Emiliano. L’unica corrente

filosofica che riesce a penetrare profondamente e che riesce a sposarsi con la cultura romana è lo

stoicismo, quello che abbiamo definito accomodante rispetto alla cultura romana. Panezio infatti

riesce a flettere lo stoicismo in modo che si adatti alla tradizione romana: il primo stoicismo era

contrario alla stratificazione in classi, alla schiavitù e alla proprietà privata, quindi era contrario

all’imperialismo, invece con Panezio lo stoicismo diventa favorevole alla proprietà privata, alla

schiavitù e a una società divisa in classi e quindi è favorevole all’imperialismo; è in questa forma

che lo stoicismo penetra profondamente nella cultura romana. Dopo Panezio un altro grande

mediatore tra la cultura greca e quella romana fu Poseidonio grazie al quale tutta la filosofia greca

arrivò a tutti i dotti romani, tra cui Cicerone. Nel II sec quindi si forma questa sorta di grumo tra la

cultura greca e quella aristocratica romana, che è destinato a diventare l’ideologia dell’età imperiale

e l’ultima grande stagione dello stoicismo si avrà nel I sec dC con Seneca; infatti il I sec dC era un

periodo in cui si avvertivano i sintomi di un fervore religioso nuovo, cioè si andava in cerca di una

nuova religiosità che potesse accomunare tutti gli uomini e questo stoicismo era molto umanitario,

cioè era incentrato sull’uomo.

Il primo stoicismo era una dottrina completa con una gnoseologia, cioè una teoria del conoscere,

una metafisica (cioè una teoria delle cose che stanno al di là della fisica) e un’etica molto rigorosa;

l’ultimo stoicismo, dopo la mediazione di Panezio e Poseidonio, si incentra invece tutto sul mondo

umano e quindi ha un forte senso etico al punto che l’ultimo stoicismo rinuncia ad approfondire gli

studi sulla metafisica per incentrasi sulla morale umana; il messaggio che arriva da questo ultimo

stoicismo è molto cosmopolitico dal punto di vista sociale e culturale. Questa corrente ha il suo

massimo rappresentante in Seneca nel I sec dC e in Marco Aurelio nel II sec dC; in realtà questi

personaggi però continuano a comportarsi da romani in senso tradizionale, ad esempio Seneca

predicava una perfetta moralità della figura del principe e intanto aveva suggerito a Nerone di

disfarsi della madre Agrippina che era diventata scomoda. Questa filosofia altamente etica tende poi

a convergere in quelle religioni che, al di là delle credenze che propongono, hanno contenuti di alta

moralità e questo percorso parte da Panezio.

Mentre Panezio cercava la via del compromesso con la tradizione romana, un altro ramo continuava

il filone rigorista, quello più vicino al primo stoicismo, di origine zenoniana e questo ramo dello

Blossio di Cuma

stoicismo ha il suo esponente principale in che eredita in pieno tutto il complesso

110

di ideali del primo stoicismo: dove Panezio era per la proprietà privata, Blossio negava che per

natura esistesse la proprietà privata e che siccome non esisteva per natura si trattava di un disvalore;

egli sosteneva inoltre che tutti gli uomini fossero uguali, cioè era convinto che tra gli uomini

andassero annoverati anche gli schiavi e, come Panezio sosteneva una rigorosa ripartizione della

società in classi e la bontà dell’imperialismo romano, così Blossio sosteneva che non dovevano

esserci classi in una società e che nessuna forma di imperialismo era giustificabile (Panezio

giustificava l’imperialismo con la moralità del popolo romano, cioè siccome i romani avevano una

moralità più alta era giusto che andassero a sottomettere gli altri popoli che avevano il loro interesse

ad essere sottomessi). Blossio fu il maestro dei due fratelli Gracchi la cui riforma non era

rivoluzionaria, però era pur sempre una riforma forte e agraria; Blossio inculcò alcuni ideali ai

Gracchi e forse anche una buona dose di utopia, però quando i Gracchi fallirono egli andrà in esilio

a Pergamo dove nel frattempo si era ribellato ai romani Aristonico di cui diventerà il consigliere;

qui non solo predicherà la necessità della ridistribuzione delle terre, ma anche la liberazione degli

schiavi. Quindi vediamo come lo stoicismo ha due facce, quella del messaggio rivoluzionario di

Blossio e quella della completa integrazione con la cultura romana di Panezio.

I Gracchi escono in un momento in cui arriva a piena maturazione il problema agrario; Roma era

sempre stata afflitta dal problema agrario e nel primo secolo della Repubblica il problema più grave

era stato quello del nexum che i romani avevano risolto nel IV sec con l’abolizione della schiavitù

per debiti; la società romana, in continua evoluzione, tendeva a differenziarsi al suo interno, cioè la

tendenza era quella di una radicalizzazione della ricchezza, infatti con l’espansione e l’aumento

della ricchezza si era creato il fenomeno per cui i ricchi erano sempre più ricchi e i poveri sempre

più poveri, soprattutto i grandi proprietari diventavano possessori di appezzamenti di terreno

sempre più grandi. Questo andava a scapito dei piccoli proprietari terrieri che costituivano il nerbo

dell’esercito romano e che non potevano proporre dei prezzi concorrenziali con quelli dei grandi

proprietari; un ulteriore stacco tra i grandi proprietari e i piccoli proprietari si era aperto con le

conquiste in oriente e il grande afflusso di schiavi: dal II sec aC si afferma in Italia un tipo

particolare di azienda agricola, la villa schiavistica.

La produzione schiavistica a Roma è prevalente tra il II sec aC e il I dC, ma anche nel pieno del

fulgore dell’economia schiavistica non dobbiamo pensare che il modo di produzione schiavistico

fosse l’unico praticato; infatti accanto agli schiavi c’erano gli uomini liberi che con i grandi

proprietari avevano vari tipi di rapporti, alcuni erano cittadini liberi che lavoravano la terra dei

grandi proprietari pagando loro un affitto e da questa pratica derivò la mezzadria. In più, accanto a

questi contadini che lavoravano pezzi di terra dei grandi proprietari in affitto, vi erano i braccianti

111

che non possedevano delle terre, ma lavoravano a giornata presso i proprietari piccoli o grandi che

fossero e questi braccianti erano uomini liberi.

Cmq dal II sec aC si diffonde il modello della grande proprietà terriera lavorata da schiavi; non

bisogna mai usare la parola latifondo, infatti i romani conoscevano la grande proprietà, ma non

conoscevano il latifondo coltivato a piantagione, cioè in Italia non c’è mai il regime di una

monocoltura. Esistevano però delle immense proprietà che per le loro dimensioni erano dei

latifondi, ma in cui la coltivazione era differenziata; la parte coltivata non era prevalente, infatti le

graminacee erano prodotte solo per la sussistenza del padrone e della sua familia, in più era raro che

la coltura a graminacee fosse intensiva, di solito era estensiva. Nelle grandi proprietà i tipi di colture

specializzate erano invece coltivate intensivamente e in queste proprietà gli appezzamenti scelti

erano destinati all’ulivo e alla vite: questi erano i due prodotti che venivano esportati,

commercializzati; in genere cmq i commerci erano a raggio molto limitato, si commerciava entro un

raggio di 10miglia, mentre alcune produzioni come quelle della vite e dell’ulivo raggiungevano il

raggio di 100miglia; quella di Roma non era quindi un’economia industriale, ma un’agricoltura

estremamente arretrata.

La grande proprietà, oltre a queste aree coltivate, aveva poi immense zone destinate al pascolo e in

Italia, soprattutto in Italia centrale, il pascolo comportava la transumanza; quindi per quanto grandi

queste proprietà erano insufficienti a mantenere queste enormi mandrie, cioè questi grandi

proprietari terrieri, per quanto avessero delle proprietà immani non potevano accontentarsi delle

loro terre e allora occupavano abusivamente l’ager publicus, cioè il terreno che apparteneva al

popolo romano, che spesso veniva dato in affitto anche alle singole comunità in modo che i

contadini potessero integrare con quello che coltivavano su questi terreni, quello che coltivavano

nel loro campo. Ma i grandi proprietari tendevano a occupare abusivamente queste terre e quindi a

rendere più poveri i piccoli contadini.

Il problema quindi era duplice, da un lato vi era il problema economico della concorrenza per cui i

piccoli proprietari non riuscivano a produrre allo stesso prezzo dei grandi proprietari che

utilizzavano degli schiavi che solo all’inizio comportavano una grossa spesa, ma poi questi non

costavano nulla; quindi alla lunga i prodotti dei grandi proprietari costavano di meno di quelli del

piccolo proprietario. Ma questo era solo uno dei problemi, l’altro grande problema era questa

arroganza dei grandi proprietari che occupavano abusivamente le terre pubbliche e questa forma di

occupazione non riguardava solo i grandi proprietari terrieri romani, ma anche quelli delle città

italiche; dobbiamo pensare che i piccoli proprietari si lamentassero, ma a giudicare in queste cause

112

vi erano dei senatori che avevano una certa comunità di interessi con questi grandi proprietari ed

erano spesso imparentati tra loro.

Quindi il problema agrario nel corso del II sec era diventato drammatico: da qui vennero fuori vari

progetti di riforma agraria che, come sempre, non appartenevano solo ai rivoluzionari, ma c’erano

anche dei conservatori illuminati a proporre delle riforme agrarie perché temevano la rivoluzione. A

Roma vediamo vari progetti di riforma, ma in particolare ne circolava uno di cui non sappiamo

molto, ma cmq sappiamo che esisteva; questo programma di riforma agraria era condiviso non solo

dai riformatori, ma anche dai conservatori illuminati. Esso prevedeva non la totale estromissione dei

grandi proprietari dai terreni pubblici, ma una limitazione del terreno pubblico occupato dai grandi

proprietari.

L grande proprietà non deve essere immaginata come un unico sconfinato appezzamento, ma di

solito era costituita da appezzamenti piccoli, grandi e medi che non erano necessariamente contigui

tra loro. Pare che nel II sec sia stata formulata una legge che proponeva una riforma di questo tipo:

visto che i grandi proprietari occupavano l’ager publicus, allora si pensa di dare al grande

proprietario un grande appezzamento di ager publicus, corrispondente a 500 iugeri (125 ettari), a

titolo di proprietà, cioè questo pezzo di ager publicus diventava agro privato. I grandi proprietari

però non erano molto contenti, soprattutto gli allevatori che preferivano avere la possibilità di

lasciar pascolare libere le proprie mandrie. Quindi si assistette a grosse resistenze anche se la

concessione era enorme.

Però i conservatori illuminati capivano che la situazione stava diventando esplosiva, in particolare

era preoccupante il fatto non che i poveri diventassero sempre più poveri perché cmq vi erano dei

meccanismi di compensazione, ma per il fatto che l’ultima classe non riusciva più a pagarsi le armi

per l’esercito; secondo la riforma serviana l’ultima, cioè la quinta, classe era costituta da proprietari

terrieri che doveva avere un reddito di 12.500 assi e nel corso della storia repubblicana questo limite

venne continuamente abbassato perché altrimenti non si trovava più gente in grado di comprare le

armi e quindi di militare nell’esercito, tanto che alla fine della Repubblica questa somma sarà di

1200 assi. Il risultato è che si ebbero fenomeni impressionanti di renitenza alla leva perché questi

piccoli proprietari dovevano combattere nella speranza di bottini e nel frattempo il loro campo

andava in malora. Quindi preoccupante era l’aspetto economico e militare e i riformatori capivano

che i due problemi erano connessi.

In più per motivi che non sappiamo la grande colonizzazione si arresta nel primo 25ennio del II sec;

l’ultima colonia ad essere fondata fu Luni e dopo venne fondata solo la colonia di Osimo nel 157 aC

e poi, fin verso il 100 aC non si fonderanno più colonie, secondo molti perchè il senato romano era

113

contrario alla colonizzazione, ma può anche essere che era sempre più difficoltoso trovare gente

disposta a muoversi dalle proprie terre (nei centri urbani inoltre questo enorme afflusso di ricchezza

che viene infeudata da pochi provocava delle reazioni comprensibili).

Cmq la colonizzazione si ferma, ma la colonizzazione era stata una valvola di scarico e mancando

questa valvola di scarico si accrebbe questo conflitto.

Sappiamo che anche negli ambienti più aristocratici erano state avanzate delle riforme relative al

mondo agrario, ad esempio nel circolo di Scipione Emiliano Lelio aveva proposto una riforma

agraria e forse di riforma agraria morirà Scipione Emiliano.

Cmq la riforma dei 500 iugeri che la tradizione letteraria riferiva a Canuleio, venne bocciata, ma

tale proposta venne ripresa con grande forza e potenza politica nel 133 aC da Tiberio Gracco che

apparteneva a una famiglia nobilissima (la madre, Cornelia, era figlia di Scipione Africano). I

Gracchi erano dei moderati e provavano commiserazione per i poveri e i diseredati, ma questo

faceva parte del bagaglio culturale dei nobili; i Gracchi appartenevano infatti a questa nobiltà

impregnata profondamente delle cultura greca e romana e Tiberio avanzò un programma

riformatore con lo scopo di evitare uno scoppio rivoluzionario che avrebbe messo in serio pericolo i

privilegi delle classi abbienti. L’ambiente dei Gracchi era molto ristretto, cosa che dava una certa

compattezza, ma anche una certa debolezza a questo gruppo che era costituito da Marco Porcio

Catone, nipote di Catone Censore, Publio Licinio Crasso Nuciano che era suocero di Caio Gracco,

suo fratello, Publio Mucio Scevola, colui che aveva riformato gli Annales Maximi e Appio Claudio

che era suocero di Tiberio Gracco. Quindi si trattava di un circolo molto ristretto e coeso da una

serie di rapporti di parentela; in più i Gracchi erano strettamente imparentati con Scipione Emiliano

perché questi aveva sposato Sempronia, sorella dei Gracchi, ma il loro matrimonio era stato un

fallimento e in più i Gracchi erano nemici politici di Scipione Emiliano e Sempronia condivideva le

posizioni dei fratelli, non quelle del marito.

Tiberio Gracco, appoggiato da questo ambiente, si fece eleggere tribuno della plebe e propose una

riforma agraria; la riforma agraria proposta da Tiberio Gracco era molto moderata, infatti egli

propone che ai grandi proprietari che occupano il terreno pubblico siano dati 500 iugeri in proprietà,

più 250 iugeri per ogni figlio maschio, fino a un cumulo di 1000iugeri, anche questi a titolo privato.

Quindi il proprietario terriero diventava più grosso, ma cmq doveva rinunciare ad occupare l’agro

pubblico e doveva rientrare nei suoi possedimenti. Poi le terre pubbliche liberate dai grandi

proprietari dovevano essere distribuite ai nullatenenti in piccoli appezzamenti da 30 iugeri (7,5

ettari) a titolo di proprietà privata inalienabile, cioè coloro che ottenevano questi lotti non potevano

114

vendere il loro terreno; la clausola della inalienabilità impediva quindi ai grandi proprietari di

acquistare le terre intorno ai propri possedimenti.

Ma chi doveva compiere queste operazioni? Occorreva infatti procedere a grandi lavori di

agrimensura e per fare ciò la legge graccana prevedeva l’istituzione di un triumvirato composto da

agris dandis et adsignandis”,

membri che erano chiamati “triumviri cioè triumviri incaricati di

assegnare e di distribuire le terre.

Quindi questi triumviri, Tiberio Gracco, Caio Gracco e Appio Claudio, dovevano andare in giro per

tutta l’Italia con i loro funzionari e provvedere a queste ripartizioni; per questo in tutta l’Italia

centro­meridionale si trovano ampie zone ricche dei cippi graccani, cioè venivano inficiati a terra

dei paracarri con il nome di triumviri e con l’indicazione dei terreni che confinavano; i cippi

graccani sono molto importanti e ci insegnano epigraficamente quanto e come i romani sapessero

misurare la terra. La riforma non venne accettata dalla stragrande maggioranza dei proprietari

terrieri e quindi gli aristocratici senatori, che non avevano strumenti legali per opporvisi, misero

contro il tribuno che aveva proposto la riforma un altro tribuno; quindi spinto dal senato uno dei

colleghi di Tiberio Gracco, Caio Ottaviano, oppose il veto, cioè l’intercessio alla riforma di Tiberio

e qui egli commise la prima illegalità. Di fronte al veto del collega egli propose al comizio tributo di

destituire il collega: quest’atto era sia rivoluzionario perché era contrario alla tradizione romana, ma

era anche illegale perché, nel rigore della costituzione romana, non era prevista la destituzione di

un collega. Per questo i suoi avversari politici cominciarono a far girare la voce che egli aspirasse

alla tirannide. Cmq Caio Ottaviano venne destituito, la legge passò e le commissioni graccane

entrarono in funzione; in questo momento, cioè nel 132 aC, morì Attalo III, re di Pergamo che da

sempre era stato alleato dei romani ed egli, alla sua morte, lascia per testamento il suo regno ai

romani ed è la prima volta che i romani acquistano un regno senza colpo ferire. Il regno di Pergamo

diventò provincia d’Asia e da questa provincia arrivò il tesoro del re; a questo punto Tiberio Gracco

fece una proposta, cioè che il tesoro venisse consegnato alla commissione triumvirale in modo che

potesse distribuire questo denaro ai piccoli assegnatari, in modo che questi avessero un minimo di

soldi per avviare la loro azienda.

La proposta passò con la forza, infatti gli uomini di Tiberio avevano presidiato il concilium plebis e

il plebiscito era passato, ma anche questo gesto costituiva una illegalità perché siccome il tesoro di

Attalo era arrivato a Roma per testamento il regime di tale tesoro era simile a quello di un bottino,

cioè era l’autorità politica massima a dover decidere cosa fare di questo tesoro. Tiberio esautorò i

magistrati e decise lui cosa fare di questo tesoro e allora gli avversari fecero circolare la voce che

egli volesse arricchirsi, anche se non ne aveva bisogno e questo comportò ancora l’accusa di

115

aspirare alla tirannide. L’anno successivo Tiberio compì la terza grande illegalità: la legge Vilia del

180 aC impediva l’iterazione delle cariche di anno in anno per evitare che nessuno più ricoprisse

cariche pubbliche in anni successivi e tra una carica e l’altra doveva passare almeno un anno.

Tiberio però non poteva permettersi di prendersi un anno di pausa e così chiese di poter iterare il

tribunato l’anno dopo e di fronte a questa illegalità gravissima che aveva deluso i grandi proprietari,

i senatori e i conservatori, la parte più retriva del senato, armò la propria clientela e diede l’assalto a

Tiberio Gracco che si era asserragliato sul Campidoglio.

Qui egli tentò la convocazione di un concilium plebis; non sappiamo cosa egli avesse proposto in

questo concilium, cmq venne ucciso e qui si scatenò la vendetta per cui molti dei suoi accoliti

vennero uccisi senza lasciare loro il diritto di provocatio.

Nonostante tutto però il gruppo graccano era ancora abbastanza forte e per due anni la commissione

di triumviri continuò a lavorare, ma due anni dopo la morte di Tiberio Gracco un gruppo di

conservatori propose una riforma agraria per fare fuori questi triumviri e il rogatore della legge era

Scipione Emiliano che secondo la tradizione, la notte prima di presentare la legge in senato, venne

ucciso.

La proposta di Tiberio Gracco fu uno dei tentativi di riforma che vennero proposti per risolvere la

questione agraria. La commissione graccana, dopo la morte di Tiberio era rimasta in carica, solo che

viene devitalizzata per cui i provvedimenti della commissione non vengono finanziati. La riforma di

Tiberio Gracco deve essere inquadrata come una riforma moderatamente conservatrice, non si tratta

di una presa di posizione rivoluzionaria.

Scipione Emiliano si era schierato subito contro Tiberio Gracco e, dopo la sua morte, nel 129 aC era

riuscito a far passare un senatus consultum che toglieva alle commissioni triumvirati il giudizio

nelle cause controverse. I triumviri avevano infatti il compito di delimitare il terreno da attribuire ai

piccoli e ai grandi proprietari, ma qualche volta sorgevano delle controversie che riguardavano

problemi di confine tra gli appezzamenti dei piccoli e quelli dei grandi proprietari terrieri; per la

legge agraria queste controversie erano decise e risolte dalla commissione triumvirale che quindi

aveva molta discrezionalità. Scipione Emiliano comincia a devitalizzare queste commissioni

togliendo loro il giudizio nelle cause controverse che viene attribuito al senato e questo creò

inevitabilmente molto malcontento. Scipione Emiliano aveva inoltre in progetto una riforma agraria

molto complessa che doveva sostituire quella di Tiberio, ma la notte prima di presentare questa

riforma in senato, in circostanze sospette, Scipione Emiliano morì. Il problema agrario quindi

rimase aperto, ma non era l’unico problema aperto, infatti ce n’erano molti altri perché venivano a

galla tutte le contraddizioni che si erano accumulate dal tempo dell’espansione in oriente.

116

Roma era diventata un impero, ma la sua struttura politica non era stata rinnovata ed era impossibile

reggere con le strutture politiche di una città stato un impero territoriale perché mancava un sistema

organizzativo dell’amministrazione.

Un problema era il confronto che si era aperto con l’acquisizione delle province tra senatori e

cavalieri che erano scontenti perché la direzione del tribunale sulla quaestio de pecuniis repetundis

era in mano ai senatori; un altro problema che era sorto in seguito alla espansione, era quello degli

alleati latini e italici che erano legati a Roma da un patto federale di diverso genere.

Questa condizione non piaceva agli alleati, tanto meno ai latini dopo il 338 aC; d’altro canto nei

primi secoli della Repubblica esisteva una condizione peggiore di quella degli alleati, quella delle

civitas sine suffragio e delle città annesse, cioè i municipia che dovevano modellare la loro

costituzione e il loro ordinamento politico su quello romano. Gli abitanti di questi municipia erano

insofferenti, ma dal II sec aC, le aristocrazie locali di questi municipia, costituite da cittadini

romani, beneficiavano, come cittadini romani,dei vantaggi dell’espansione e spesso si trattava di

commercianti che diventavano ricchissimi grazie ai commerci in oriente.

Dal punto di vista economico per le aristocrazie locali aver avuto la cittadinanza romana si era

rivelato un vantaggio; quindi nel corso del II sec le aristocrazie di tutta Italia capiscono i vantaggi

connessi alla cittadinanza, infatti il vantaggio era totale per le aristocrazie locali. A questo punto le

aristocrazie alleate latine e italiche, ben comprendendo i vantaggi della cittadinanza romana, si

muovono per ottenere la cittadinanza romana che fino al II sec i latini e gli italici si erano ben

guardati dal volere. Roma però è restia ad allargare la cittadinanza perché allargare il corpo civico

voleva dire moltiplicare la cittadinanza romana almeno di 20, 30 volte e rompere gli equilibri

politici all’interno della cittadinanza. Il fatto che i latini e gli italici pongano il problema della

cittadinanza costituisce un ulteriore fattore di disgregazione dello stato romano; un altro motivo di

tensione derivava dalla plebe urbana che si era molto accresciuta nel II sec anche perchè la crisi del

contadiname nelle campagne aveva indotto molti piccoli contadini a inurbarsi; una volta inurbati

però non tutti riuscivano a trovare lavori stabili anche perché il sistema clientelare romano favoriva

la formazione di una plebe parassita. I signori avevano quindi il loro interesse ad ingrossare le loro

clientele, ma la plebe si ingrossa a dismisura, al punto che il sistema clientelare non è più in grado

di assorbire questa massa di persone. Questi rivendicavano delle terre, cioè chiedono che venga

ripreso il programma di colonizzazione che si era interrotto dopo la fondazione della colonia di

Luni. C’era però dell’utopia in questi diseredati che volevano delle terre nelle colonie, cmq il

contadiname inurbato chiedeva delle terre che quindi implicavano la fondazione di colonie. Ma

dove si poteva fondarle? In Italia non era facile.

117

A Roma quindi ci sono molti motivi di malcontento; Tiberio Gracco aveva forse fallito perché

aveva, tra tutti i problemi, ritagliato il problema agrario, cioè aveva creduto di risolvere la profonda

crisi della società romana toccando solo un punto di questa crisi. Otto anni dopo la morte del

fratello, nel 123 aC, Caio Gracco decise di riprendere la lotta che nel frattempo si era complicata e il

problema agrario si era intersecato con altri problemi.

125 Marco Fulvio Flacco,

Nel il console membro di un triumvirato agrario, aveva pensato di

collegare la soluzione del problema agrario con la soluzione del problema degli alleati.

Le due cose c’entravano relativamente, ma erano connesse in quanto come a Roma c’era una

nobiltà di grandi proprietari terrieri che avevano dei possedimenti sparsi in tutta Italia, così presso le

comunità alleate le aristocrazie agrarie avevano indebitamente occupato i terreni pubblici. Andare a

toccare i loro interessi poteva essere pericoloso e cmq bisognava ricompensarli, così Marco Fulvio

Flacco decise di legare il problema agrario con l concessione della cittadinanza agli alleati e

cominciò la sua attività riformatrice proponendo la concessione della cittadinanza agli alleati latini e

italici. Il senato oppose il veto e la legge non passò, ma a questo punto si verificò un fatto

Fregellae

increscioso, cioè la colonia latina di insorse, guidata dagli aristocratici locali e la risposta

romana fu tipicamente romana, infatti la città venne rasa al suolo e gli abitanti vennero sterminati.

Era un fatto grave perché non si trattava di nemici, ma di alleati latini e la cosa ebbe una risonanza

profonda in Italia, infatti gli alleati restarono buoni per un po’, ma serpeggiava un odio profondo nei

confronti di Roma.

La bocciatura della legge indusse Marco Fulvio Flacco ad accostarsi di più a Caio Gracco che aveva

un temperamento diverso, secondo le fonti, da quello del fratello Tiberio, era un passionale e fu in

123

parte la sua passionalità che lo porterà alla rovina. Nel aC egli diventa tribuno della plebe e,

riforma agraria

tornò a varare la del fratello, il che voleva dire restituire alla commissione

triumvirale il proprio potere; la riforma passa e la commissione triumvirale comincia a mettersi in

moto. Caio Gracco però capiva bene i motivi del fallimento del fratello, la legge agraria non poteva

rimanere isolata, ma doveva essere inserita in un complesso di riforme che dovevano toccare tutti i

Caio Gracco

punti critici della società romana del momento. Per questo propone una serie di leggi

che miravano a risolvere singoli problemi (la storiografia successiva farà iniziare la decadenza della

legge

Repubblica e l’inizio delle guerre civili con i Gracchi); per prima cosa egli propone una

frumentaria destinata ad distribuire grano, frumento a prezzo gratuito o politico alla plebe urbana.

Secondo alcuni, come Canali, la legge frumentaria dimostrerebbe che Caio Gracco era un

democratico vero, cioè un populares; in parte questo è vero, ma dobbiamo chiederci perché egli

118

pensava ai poveri e ai bisognosi. Queste legge, come le altre mirava a creare delle basi di consenso,

cioè egli spera di avere in questo modo, il consenso politico della plebe urbana o almeno un

atteggiamento distaccato nei confronti della riforma agraria e delle altre leggi. La legge frumentaria

è chiaramente una legge demagogica e Caio Gracco aveva la consapevolezza che si trattava di una

legge demagogica.

Il secondo provvedimento che Caio Gracco propone è di grande rilevanza; egli va a toccare il

quaestiones

problema delle perché sa che la stragrande maggioranza del senato era contro di lui,

quindi per compensare cerca l’appoggio degli equites; allora propone una lex iudiciaria in cui

propone che le quaestiones passino dai senatori ai cavalieri.

I senatori non erano contenti di ciò, in più Caio Gracco propone la fondazione di colonie e questo

era già nell’aria ai tempi di Fulvio Flacco. La fondazione di colonie mirava a sistemare i

nullatenenti di origine contadina e si trattava di un programma complementare a quello della

riforma agraria. Ma dove potevano essere fondate queste colonie? Caio Gracco pensa quindi a terre

estremamente fertili non nell’appennino, non nella transpadana, ma propone la fondazione di una

grande colonia a Cartagine; quindi vicino al luogo dove sorgevano le rovine di Cartagine egli

colonia Iunonia,

propone la fondazione della di in onore di Giunone. alleati

Poi dal tempo della distruzione di Fregellae era rimasto aperto il problema degli per cui Caio

Gracco propone un doppio binario, una soluzione di compromesso, cioè che gli alleati latini

diventino cittadini romani e che gli alleati italici acquisiscano lo status giuridico dei latini. Era

normale che prima o poi questa parificazione avvenisse; i romani erano esentati dai dazi, quindi le

loro merci erano sempre più concorrenziali, anche con quelle degli alleati. È proprio quest’ultima

proposta che scatena l’ira dei senatori contro Caio Gracco, infatti per gli aristocratici conservatori

era intollerabile l’allargamento del corpo civico. Livio Druso

A questo punto compare sulla scena un personaggio enigmatico, che propone un

programma di fondazione di colonie in Italia che era mostruosamente impegnativo, infatti

12colonie;

prevedeva la fondazione di questo significava scavalcare Caio Gracco, visto che i futuri

coloni preferivano restare in Italia. Secondo alcuni Livio Druso era una sorta di pedina del senato

che manda avanti questo tribuno con una proposta più democratica di Caio Gracco per erodere quel

consenso che Caio Gracco poteva aver ottenuto presso i ceti meno abbienti. In realtà la figura di

Livio Druso è più complessa, egli non era una pedina in mano ai grandi proprietari, ma

probabilmente era un autentico riformatore che però segue delle vie diverse rispetto a quelle di Caio

Gracco, cioè egli capisce che, per esempio, la riforma agraria avrà solo degli effetti limitati perché

119

prima o poi il senato avrebbe trovato il modo di bloccarla. Allora, come alternativa, egli propone

una massiccia fondazione di colonie, ma egli etra anche attento al problema degli alleati e quando

Caio Gracco propone quel doppio binario per cui i latini diventavano cittadini romani e gli italici

acquistavano lo status giuridico dei latini, Livio Druso ripropone la proposta di Fulvio Flacco;

tuttavia la sua proposta naufraga, come quella di Caio Gracco che, durante il suo tribunato, fa votare

una legge anticostituzionale, cioè fa votare una legge sulla rieleggibilità dei tribuni e questo era

contrario alla costituzione romana. Questo comportò lo scoppio di tumulti e disordini.

Caio fece poi un altro errore, cioè si recò in Africa per provvedere personalmente alla fondazione di

Iunonia e si trattava di un errore perché così egli si allontanava da Roma e lì c’era il cuore pulsante

del processo di riforma e della reazione senatoria, in più quando un leader va via i suoi seguaci sono

inevitabilmente indeboliti.

Nel 121 aC egli torna a Roma, ma a questo punto il senato gioca la partita definitiva, cioè sobilla un

tribuno che propone l’abolizione della colonia di Iunonia che, dal punto di vista politico ed

economico aveva un’importanza relativa, ma era cmq il fiore all’occhiello di Caio Gracco. Tale

tribuno, proponendo la cessazione dei lavori di fondazione della colonia, toglieva a Caio Gracco il

suo merito più appariscente; la reazione dei graccani fu violentissima, Roma venne messa a ferro e

fuoco dalle fazioni diverse, finché il senato non decretò il senatus consultum ultimum, cioè il

decreto dello stato d’assedio che era di una gravità estrema perché in questo modo si faceva

intervenire l’esercito per ristabilire la legalità.

A Roma non si ricordava da secoli il decreto dello stato di assedio, ma in questo caso il senato, di

fronte alla resistenza armata dei graccani, decreta lo stato d’assedio, cioè investe il console Lucio

Opimio del potere di entrare in Roma per ristabilire con la forza delle armi la legalità; si trattava

dell’unica occasione, a parte il trionfo, in cui l’esercito poteva entrare armato in Roma. il console

quindi entrò in Roma e compì una strage in cui Fulvio Flacco venne ucciso e Caio Gracco si fece

uccidere da un suo seguace. La reazione senatoria era stata più violenta e più rapida di quella che

aveva avuto dopo la morte di Tiberio Gracco, in quanto i senatori capiscono di aver indugiato

troppo dopo la morte di Tiberio. Tuttavia molte terre erano già state distribuite e non si poteva

proporre una legge uguale e contraria, al limite si poteva proporre un'altra riforma agraria, ma non

era facile perché si sarebbero creati dei malcontenti; bisognava eliminare la riforma dei Gracchi e

allora i senatori, per devitalizzare la riforma graccana, varano una legge che stabilisce che i lotti di

30 iugeri della riforma graccana siano alienabili e in questo modo i piccoli proprietari terrieri

svendettero le loro terre ai grandi proprietari terrieri che divennero ancora più grossi.

120

Poi venne varata una legge che eliminava le commissioni triumvirali; i grandi proprietari terrieri

non si accontentavano delle terre date loro dalla riforma graccana, in quanto volevano scorrazzare

tranquillamente sull’ager publicus, quindi venne varata una legge che lasciava ai grandi proprietari

terrieri il diritto non di proprietà privata, ma di possesso dell’agro pubblico. Tale legge era

costituzionalmente ineccepibile, infatti i grandi proprietari si dichiarano disposti (cosa che non

faranno mai) a restituire le terre che erano state date loro da Tiberio Gracco, ma in cambio vogliono

il possesso delle terre e ottengono che il possesso sia perpetuo e ereditario, cosa che equivaleva

praticamente alla proprietà. Si ritorna allora al tempo precedente ai Gracchi, con l’aggravante che i

grandi proprietari terrieri hanno ancora più terre; questi possessori illegali di agro pubblico, per fare

bella figura, si autotassano, cioè occupano queste terre, ma pagano un canone, un affitto, ma due

anni dopo una legge stabilisce che nemmeno più l’affitto doveva essere pagato.

Il fallimento della riforma graccana rappresenta una iattura per le campagne italiche che soffriranno

per secoli dello sfruttamento estensivo dei grandi proprietari terrieri; il fallimento raccano costituì

quindi la rovina dell’agricoltura italiana e lasciò aperti tutti quei problemi politici tra cui quello

delle quaestiones, quello della distribuzione del frumento, ma più grave era il problema

dell’esercito.

Poco dopo i Gracchi lontano dall’Italia si verifica una vicenda che avrà delle forti ripercussioni in

Italia, in Africa si verifica una crisi successoria nel regno di Numidia, confinante con il territorio di

Cartagine; re di Numidia era stato per anni Massinissa che, proprio in questo periodo, muore e si

scatena una crisi dinastica, infatti i suoi due figli, Iempsale e Aderbale, litigano tra loro e in questo

Giugurta

conflitto entra un nipote di Massinissa molto abile, che riuscirà a far fuori Iempsale e

Adertale e a conquistare il regno di Numidia, ma egli assume una politica antiromana. Roma decide

quindi di intervenire contro di lui anche perché in questa guerra intestina era stata coinvolta la città

di Cirta che era piena di negotiatores romani che vengono sterminati. Roma decide allora di

intervenire, ma non era facile e i romani preferiscono optare per una condotta di guerra di tipo

tradizionale, quindi ogni anno viene mandato un console a combattere. Il nuovo console arrivava

sempre a primavera, ma a primavera cominciavano a scorrere, lungo la pianura costiera, questi corsi

d’acqua a regime torrentizio che spesso esondavano, quindi combattere su questi terreni era

difficile, soprattutto contro una cavalleria agile come quella numidica. In più i consoli che vengono

mandati sono i personaggi tra i più ottusi di Roma tra cui Lucio Calpurnio Bestia; questi consoli

non riuscivano a intercettare Giugurta e a obbligarlo a una battaglia campale e Giugurta aveva buon

gioco a condurre una campagna di repentini attacchi che indebolivano l’esercito romano.

121

Un certo cambio nella direzione della guerra si ha quando viene mandato Metello Numidico che

riesce a sconfiggere Giugurta, ma le rivalità all’interno della nobiltà fanno sì che Metello venga

richiamato a Roma; tra coloro che volevano richiamare a Roma Metello Numidico vi era un homo

novus che doveva tantissimo a Metello che gli aveva fatto fare la carriera militare e politica. Questi

quindi lo fa richiamare a Roma e prende il controllo della direzione delle operazioni in Africa e

Caio Mario

costui era che non aveva talento politico, ma aveva molto talento organizzativo; Mario

capisce che non si può più andare avanti con un esercito contadino perché questi uomini, lontani

dalle loro terre, combattevano malvolentieri.

Caio Mario quindi introduce la riforma dell’esercito per cui con Caio Mario l’esercito romano

diventa professionale: i soldati non devono più mantenersi mentre sono sotto le armi, ma vengono

mantenuti e pagati; quindi quello delle armi diventa un mestiere. L’esercito creato da Mario era un

esercito professionale e proletario, costituito cioè da gente che non aveva altri beni che la prole.

L’esercito viene quindi pagato dallo stato romano, però in questa prima fase lo stato non è che

pagasse molto i soldati, quindi per ricompensare questi soldati occorreva ricorrere a un vecchio

principio romano, “la guerra si mantiene da sé” e questo principio viene ampliato ai bottini di

guerra in modo da poter arricchire i soldati. Il comandante da qui in poi spronerà i soldati in nome

di Roma e della patria, ma promette anche oro, denaro, in più promette terre perché è chiaro che

l’esercito professionale non era rinnovato di anno in anno, il periodo di ferma era necessariamente

più lungo, quindi bisognava promettere loro un pezzo di terra per quando sarebbero stati congedati.

I soldati, da quando divennero professionisti, acquistarono un potere enorme, infatti l’esercito aveva

un potere ricattatorio enorme ed è per questo che la storia dell’esercito romano diventa la storia di

sempre maggiori privilegi che vengono chiesti e ottenuti dai soldati. Il comandante è quindi

costretto a promettere bottini, terre per il futuro e in questo modo si crea un rapporto strettissimo tra

i soldati e il loro comandante che, per tenere unito il suo gruppo, legherà a sé le truppe con un

rapporto clientelare e questa diventerà la clientela più obbligante, forte e tragica per la storia di

Roma.

Mario riesce quindi a sconfiggere Giugurta anche se nell’ultima fase delle guerra giugurtina si

segnala un luogotenente di Mario, Lucio Cornelio Silla, infatti è lui che conclude la guerra;

Giugurta, dopo la sconfitta venne portato a Roma e ucciso nel carcere Mamertino. Mario non

nascondeva le sue simpatie per la fazione popolare che era contrapposta alla fazione conservatrice

degli optimati: è da qui che si inizierà a parlare di optimates e populares che erano due fazioni.

Dopo la vittoria nella guerra giugurtina Mario è al massimo della sua gloria quando arriva la notizia

repentina che delle tribù germaniche hanno invaso la Gallia ed espugnato la città di Arausio

122

(Orange); qui i romani erano stati sterminati da questi eserciti germanici e le fonti parlano

addirittura di 80mila morti. Ma il pericolo ancora più minaccioso riguardava l’Italia, infatti due

grandi colonne di eserciti germanici scendono, non sappiamo per quali passi, verso Italia e una

colonna si sposta verso la Provenza dove viene intercettata dall’esercito romano capeggiato a Mario

Acquae Sextiae Teutoni,

ad (l’attuale Aix en Provence) e qui Mario sbaraglia i ma subito dopo la

Cimbri,

vittoria apprende che altre popolazioni germaniche, i sono scese in Italia.

Campi Raudii

Mario quindi si precipita in Italia dove sconfigge i Cimbri ai che secondo alcuni si

trovano nel veronese, secondo altri nel vicentino. Roma è salva e l’Italia non conoscerà più piede

straniero fino a tre secoli dopo quando sotto Marco Aurelio, si assisterà alla penetrazione dei Quadi

e dei Marcomanni; la gloria di Mario è al sommo, ma se il Mario generale è al massimo del suo

fulgore, entra in crisi il Mario politico perché a Roma si muovono dei personaggi che pretendono di

agire in nome di Mario e che propongono delle riforme molto spinte. Mario era favorevole ai

populares, ma questi proposero delle riforme così spinte che egli sarà costretto ad agire contro i suoi

stessi interessi e contro i suoi stessi amici.

A Roma esistono quindi due factiones che non hanno un programma politico preciso, specifico,

anche perché queste factiones si raccolgono intorno ai grandi personaggi della vita politica romana;

per questo qualcuno ha detto che è l’uomo che fa la factio. Gli esponenti delle grandi famiglie e

coloro che non appartenevano a queste grandi famiglie, ma volevano fare carriera, sfruttano tutte le

situazioni di disagio per farsi portatori di un messaggio che non è sempre coerente. L’affermazione

può avvenire solo con il consenso di tre forze, le grandi plebi e in particolare la plebe urbana che

costituiva una massa di manovra clientelare e che è molto importante perché agisce a Roma e

perché è disposta a vendersi al migliore offerente. La plebe urbana quindi va richiedendo dei

vantaggi e dei privilegi molto banali e ogni tanto tumultua perché chiede la distribuzione di terre e

l’aristocrazia senatoria ha interesse perché la plebe urbana non costituisca una forza potenzialmente

rivoluzionaria, cioè la plebe doveva starsene buona. Qualsiasi politica volta a limitare questa

pressione della plebe urbana è demagogica perché la plebe urbana non è solo una massa di manovra

per i tribuni della plebe fanatici, ma è anche una massa di manovra per l’aristocrazia senatoria.

La storia del I sec non è la storia del popolo contro i nobili, ma la plebe urbana è equamente divisa e

si da al miglior offerente. Ma anche all’interno della classe dirigente vi è una spaccatura, cioè vi

sono diverse fazioni guidate dai capigruppo che si inquadrano in due grandi cornici, da una parte vi

sono gli strenui difensori della tradizione, cioè i senatori e gli uomini conservatori che si

optimates;

definiscono il nucleo consistente del gruppo degli optimates era costituito dalle grandi

123

famiglie senatorie ma, all’interno del gruppo degli optimates vi erano cmq tante fazioni, quindi non

si trattava di un gruppo coeso. Anche dalla parte opposta non vi era un gruppo coeso, cioè quello

populares

dei che inizia a comparire dal I sec aC; il termine populares è un termine generico che

comprende tutte quelle factiones che in qualche modo portano avanti una politica a favore non solo

dei ceti meno abbienti, ma anche di quelli che chiamiamo ceti medi e fanno anche gli interessi degli

equites contro gli interessi dei senatori. Tra i due grandi gruppi che non perseguono una politica

unitaria, il gruppo più coeso è quello degli optimates, per quanto anche negli optimates vi siano

varie fazioni.

Roma non si è ancora riavuta dall’esperienza dei Gracchi perché la situazione di rivoluzione (cioè si

minaccia un continuo rivolgimento politico) rimane anche durante la guerra giugurtina e si allenta

solo con la minaccia dei Cimbri e dei Teutoni. Forse dopo la vittoria di Mario si assiste alla

fondazione della provincia della Gallia Cisalpina che ha una situazione costituzionale diversa

perché all’interno della Cisalpina ci sono delle colonie romane come Parma e Mutina (Modena),

colonie latine come Ariminum, Bononia, Placentia e Cremona, ma ci sono anche i popoli della

Cisalpina che è diventata provincia; questi, tra cui gli Insubri e i Veneti, hanno tutti un foedus con

Roma e questo costituiva una contraddizione costituzionale perché la provincia, essendo praedium

populi romani, è un territorio annesso a Roma, mentre la Cisalpina si chiama provincia, ma non è

annessa a Roma; allora, nel caso della Cisalpina, il termine provincia è utilizzato nel suo significato

originario, cioè è una provincia in quanto è affidata a un magistrato perché, di fronte alla minaccia

delle popolazioni d’oltralpe si capisce che occorre un magistrato che stazioni in questa regione con

l’esercito.

Mario ha quindi compiuto la riforma dell’esercito che era inevitabile perché l’esercito contadino di

cittadini romani non poteva più esistere per motivi pratici, ma anche a causa dell’impoverimento dei

ceti inferiori della classe rurale.

Mario capisce che presto si porrà drammaticamente per Roma un nuovo problema, quello della

sistemazione dei veterani una volta congedati; i veterani infatti avevano il diritto di andare in

pensione e dovevano essere premiati con delle terre e questo sarà il problema più drammatico del I

sec aC che è stato chiamato “la rivoluzione romana”; questa rivoluzione ha avuto il problema

primario, che non venne mai risolto, della distribuzione di terre ai veterani e sarà risolto solo da

Augusto con il suo consueto pragmatismo; le riforme di Augusto daranno sempre l’impressione di

essere nell’aria, evidenti e per questo problema egli lo risolverà non dando più terre ai veterani in

congedo, ma una liquidazione in denaro, la honesta missio. Cmq per tutto il I sec il problema

rimane aperto; non stupisce che Mario che, essendo un homo novus cercava un suo spazio politico,

124

si appoggia ad ambienti che da un lato sembrano poter promettere qualcosa ai suoi veterani,

dall’altro ad ambienti che sono ostili agli aristocratici più conservatori con i Metelli in testa che

saranno inimicissimi a Mario. La parte opposta è rappresentata in questi anni (siamo intorno al

101/100 aC) da personaggi molto audaci politicamente ed è naturale che in questi tempi in cui è la

piazza a prendere il sopravvento, siano le frange oltranziste del gruppo dei populares che prendono

il sopravvento e queste frange oltranziste sembrano incarnarsi nelle figure di Glaucia e Saturnino.

Caio Servilio Glaucia esce con la proposta di restituire le quaestiones agli equites; egli di solito è

visto come un fanatico rivoluzionario e in effetti le riforme che porta avanti non fanno pensare a un

uomo della factio estrema dei populares. Ben più spostato verso posizioni oltranziste appare Lucio

Apuleio Saturnino che politicamente nasce all’ombra di Mario perché nel 103 aC propone la

distribuzione di terre ai veterani della guerra giugurtina di Mario. D’altro canto anche Mario era

d’accordo sul fatto di passare le quaestiones agli equites perché gli sembravano uno strumento per

indebolire l’aristocrazia conservatrice.

Rieletto tribuno nel 100 aC, Saturnino propone ancora la distribuzione di terre ai veterani, la

fondazione di colonie nella Gallia Transalpina a favore de veterani e chiede che queste colonie

possano andare non solo ai veterani romani, ma anche ai latini e agli italici; egli quindi tenta di

connettere in un unico programma politico le esigenze degli alleati e quelle dell’esercito.

Saturnino per tenere buona la plebe urbana, propone anche una riforma frumentaria e, come era

avvenuto al tempo di Caio Gracco, il cumulo di queste proposte finisce con lo scontentare tutti e si

crea un clima di insofferenza che è alimentato dal denaro degli optimates. Di fronte all’opposizione

degli optimates Saturnino compie un gesto fondamentale per la successiva storia di Roma, cioè

istituisce un nuovo tribunale, una quaestio, incaricato di giudicare su un reato che è molto

quaestio de maiestate.

impalpabile, cioè il reato di maiestas e si chiamerà La maiestas era un

concetto sacrale e morale più che politico e indicava la grandezza del popolo romano, quindi la

quaestio de maiestate doveva giudicare su tutti i reati commessi contro la grandezza del popolo

romano. A Roma non era specificato l’ambito dei reati che si potevano configurare come reati di

lesa maestà, quindi il concetto di lesa maestà era applicabile a casi diversi e solo in età imperiale

verrà a riguardare l’imperatore e la sua famiglia, mentre in questo periodo qualsiasi provvedimento

antipopolare poteva essere impugnato dai populares come provvedimento di lesa maestà. Tutte

queste leggi passano come plebisciti con il livore della nobilitas che era tutt’altro che sorda e muta e

per fare tacere questi conservatori Saturnino impone loro un giuramento di impegnarsi a essere

ossequiosi di queste leggi. Questa era la massima umiliazione che Saturnino e Glaucia chiedono

agli aristocratici conservatori e infatti a seguito di questa richiesta scoppiano una serie di tumulti; in

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DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Michelotto Giuseppe.

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