Storia della romanità e della grecità attraverso i secoli
Ci sono state epoche in cui la romanità veniva esaltata, come nel periodo fascista, mentre la storia greca veniva eclissata, e epoche in cui accadeva il contrario; questo per l’esigenza del presente di riconoscersi in una determinata epoca del passato. Se il modello è lo stato romano unitario o l’impero romano, allora si svaluterà il modello della polis che invece viene esaltato dai teorici del piccolo stato; infatti è più facile sposare l’ideale del piccolo stato a uno stato federale che quello del grande stato.
Coloro che esaltano il piccolo stato, tendono a rivalutare alla grande l’esperienza greca contro quella universalistica romana e, all’interno della storia greca, preferiscono l’Atene e la Sparta classiche piuttosto che il periodo ellenistico perché esso si fondava su un impero cosmopolita. Ci sono quindi epoche in cui viene privilegiata la storia romana e altre in cui viene privilegiata quella greca; nel romanticismo si assiste alla grande rivalutazione della Grecia che viene vista come modello irripetibile di libertà e di democrazia, anche se oggi sappiamo che la Grecia non era poi così democratica.
Interpretazioni storiche e ideali del passato
Questa esaltazione tedesca della libertà e della democrazia greche era funzionale alla fondazione di uno stato tedesco unitario; nel 1810 si assiste alla fondazione dell’università di Berlino in cui veniva proposto un ideale di formazione complessiva dell’uomo che doveva permettere un riscatto e la fondazione dello stato tedesco; questa formazione aveva un modello che era quello greco. Poco dopo la fondazione dell’università di Berlino, Droysen fonda gli studi moderni sull’ellenismo, periodo contrassegnato dalla mescolanza dell’oriente e dell’occidente. Si tratta di una cultura greca impregnata di elementi orientali, quindi è una cultura mista.
Sotto l’influsso dell’idealismo, la storia veniva vista come uno sviluppo che tendeva verso una meta finale; oggi queste impostazioni vengono aborrite perché ritenere che il presente sia l’esito coerente con tutta la storia del passato porta a una ipervalutazione del presente e una assolutizzazione dei valori del passato. Oggi ci poniamo di fronte alla storia romana con un abito più modesto, cercando di ricostruire un quadro il più possibile coerente e senza apriorismi ideologici.
Critiche e rivalutazioni storiche
Ad esempio, gli storici di provenienza marxista enfatizzavano il fatto che nell’antichità erano sempre stati utilizzati gli schiavi (cosa non sempre vera) e questo apriorismo aveva causato una deformazione ottica che non permetteva una visione veritiera della realtà storica. Importanti sono le fonti letterarie che non rappresentano comunque l’intero complesso di ciò che è stato scritto nell’antichità; in più gli storici antichi avevano un habitus mentale diverso da quello degli storici moderni che hanno derivato da quelli antichi solo l’esigenza di studiare le cause dei fenomeni, ma le modalità di studio sono oggi molto diverse.
Possiamo ricostruire la storia con le fonti letterarie, ma intervengono anche altre discipline, come l’archeologia, l’epigrafia, la papirologia e la numismatica che costituiscono un supporto indispensabile per la ricostruzione storica. Dobbiamo fare attenzione a non utilizzare il metodo combinatorio, cioè se un autore antico ha una lacuna e da uno scavo archeologico emergono delle informazioni su quel periodo non documentato dalle fonti letterarie, non posso così colmare la lacuna perché si tratta di due fonti differenti e non è detto che il documento archeologico valga più della fonte storica, perché anche il documento archeologico può essere stato indirizzato fin dall’inizio; però è vero che dall’archeologia e dall’epigrafia provengono delle conferme o delle smentite clamorose.
Il caso di Servio Tullio
Ad esempio, secondo alcune tradizioni il sesto re di Roma, Servio Tullio, non era romano, ma etrusco; le uniche due fonti significative che abbiamo sono Tito Livio secondo cui Servio Tullio era romano, e Tacito che nella sua opera conserva il discorso che l’imperatore Claudio, studioso di storia etrusca, tenne in senato. Tale discorso riguardava i galli della Gallia Comata che possedevano la cittadinanza, ma non potevano accedere alle cariche pubbliche, quindi Claudio tenne questo discorso che mirava a far ottenere ai galli il diritto alla carriera curule.
In esso egli dice che i romani sbagliavano proibendo ai galli l’accesso alle cariche pubbliche perché erano stranieri, infatti la grandezza di Roma era derivata anche dall’apporto che vi avevano apportato gli stranieri (i Sabini erano stati subito inclusi nella cittadinanza). A questo punto egli dice quindi che nella sua storia monarchica Roma aveva ospitato anche degli etruschi tra cui Tarquinio Prisco e Servio Tullio, che era creduto un romano; Claudio rivela anche il nome etrusco di Servio Tullio che avrebbe cambiato una volta giunto a Roma, cioè Ma starna.
Questo stesso discorso è stato trovato su un’epigrafe a Lugdunum, l’attuale Lione, che era la città più importante della Gallia comata; tra l’epigrafe e il discorso ci sono delle varianti notevoli, ma il concetto è lo stesso. Il problema era quindi quale dei due testi era più vicino al discorso pronunciato da Claudio e la risposta è semplice, cioè quello epigrafico in quanto il discorso veniva inciso e mandato in copia alle più importati città dell’impero, tra cui Lugdunum, invece Tacito aveva dovuto documentarsi.
Quindi per Livio Servio Tullio era romano, per Tacito etrusco, ma qual è la verità? L’archeologia a questo proposito ci dà un grande supporto: a Vulci nella tomba Francois vi è un affresco su cui è rappresentato un guerriero che reca il nome di Ma starna, il quale sta liberando Celio Vibenna, nome che Claudio riferiva come amico di Ma starna. Quindi le fonti letterarie, l’archeologia e l’epigrafia concorrono a testimoniare che l’ultimo periodo della monarchia romana vede degli etruschi al potere e che probabilmente anche Servio Tullio era etrusco.
Studi su Roma arcaica
Dopo gli anni '60 si assiste a un grande approfondimento degli studi su Roma arcaica; il problema è che su Roma arcaica abbiamo i racconti di due storici, uno che scrive in latino, Livio, e che scrive un’immensa opera che va dalla fondazione di Roma fino alla fondazione dell’impero di Augusto, l’altro che scrive in greco, Dionigi di Alicarnasso. Questi due storici non sempre risultano attendibili, primo perché parlano di una realtà antichissima e poi perché ereditano una lunga tradizione letteraria di storici a loro precedenti che erano spesso tendenziosi o fabbricanti di falsi.
Quindi non sappiamo fino a che punto questi storici del I sec aC riflettano veramente un mondo arcaico; in più dobbiamo considerare che quando essi scrivono, l’impero romano abbracciava l’intero Mediterraneo che era nelle mani di Augusto e quindi un contemporaneo di Augusto tendeva a immaginare i 700 anni di storia precedente come un lungo e continuo progresso che aveva portato alla fondazione dell’impero.
Quindi è inevitabile che essi abbiano un’idea lineare della storia (idea che si ritrova anche presso diversi storici moderni) che tendeva a sottovalutare le catastrofi e i mutamenti radicali che si erano susseguiti nel corso della storia; questa idea del progresso comporta una visione teleologica della storia, per cui la storia sembra indirizzata verso un fine preciso.
Visioni teleologiche della storia
Quindi gli storici che hanno questa visione teleologica tendono a deformare la storia precedente per fare apparire il suo sviluppo tendente a quel risultato finale. Questa interpretazione fa sì che in base al presente augusteo, Livio e Dionigi proiettino nel passato dei germi che il passato non aveva; eppure abbiamo questi testi letterari che sono tanto più infidi quanto più parlano di periodi lontani nel tempo. Noi abbiamo una serie di indizi per cui sappiamo che molte cose che questi storici dicono sono false, ma su altre cose dobbiamo sospendere il giudizio.
Chi ha cominciato a studiare criticamente la storia romana fu Niebuhr (1810/1812) che fu il primo che applicò il metodo critico allo studio della storia romana antica; ma come erano arrivate queste notizie false agli storici? A causa degli storici antichi; la storiografia a Roma inizia poco prima della guerra annibalica, quindi prima del 200 aC e il primo storiografo fu Fabio Pittore che scrisse in greco, rivolgendosi al pubblico vasto del mondo Mediterraneo orientale.
I greci avevano iniziato a scrivere di Roma tra la fine del IV e gli inizi del III sec aC perché Roma si stava espandendo in Italia ed era entrata in contatto con il mondo greco della Magna Grecia e della Sicilia; quindi i greci si erano posti il problema di chi fossero i romani e di quali fossero le loro istituzioni. Esistevano però delle saghe più antiche, delle storie che forse erano conservate (oggi sappiamo però che non è così) nei cantari, cioè poemi che venivano recitati, cantati e trasmessi oralmente; questo presupponeva per Roma un esordio simile a quello della Grecia.
La questione omerica e le tradizioni di Roma
Alla stessa generazione di Niebuhr apparteneva il Wolf che fu il primo a porre la questione omerica e secondo lui prima della scrittura dell’Iliade e dell’Odissea vi erano dei cantari; quindi sembrava che tutte le letterature avessero all’inizio una fioritura di tipo epico che diede l’avvio al successivo sviluppo culturale. Questa teoria era stata formulata da G.B. Vico e l’idea dei cantari, che comunque non era dimostrabile storicamente, ebbe molto successo e infatti tenne banco fino alla seconda guerra mondiale.
Niebuhr sosteneva che c’erano dei cantari che costituivano la rielaborazione poetica del mondo, ma che non riflettevano la realtà storica, quindi secondo Niebuhr della storia antica noi non potevamo sapere nulla. In realtà la nascita del criticismo risale a 80 anni prima di Niebuhr, ad opera di un francese, Luis de Bofor che, con in mano Livio e Dionigi, era arrivato alla conclusione per cui noi dei primi 5 secoli della storia romana non possiamo dire nulla perché i racconti degli storici antichi sono falsi o comunque non verificabili; questa tendenza ipercritica si protrasse fino al 900 con Gabba.
Ipercriticismo e archeologia
Esiste un ipercriticismo anche nell’archeologia: secondo uno svedese, Gjerstad, Roma non era stata fondata nel 753, ma almeno 3 o 4 secoli dopo, attorno al 575 aC; il Muller Carpe aveva poi attenuato un po’ questa tendenza ipercritica; fu poi una riflessione sugli scavi del foro che negli anni 60/70 proposero delle cronologie più alte (quindi Gjerstad era a favore della teoria della fondazione, Muller Carpe invece del sinecismo).
Infatti si era arrivati a studiare l’area del foro vicino alla curia, vicino alla regia e al tempio di Vesta e nel foro comparivano tracce di rifacimenti della pavimentazione, cioè si era scoperto che nel corso del VII sec almeno parte del foro era stata ripavimentata; ciò significa che il foro costituiva già un’area comune, pubblica, in quanto comprendeva non solo la casa del re (la regia), ma anche l’edificio dove si raccoglievano i nobili (la curia) e gli edifici di culto (il tempio di Vesta e probabilmente un edificio per le vestali).
Quindi a questo punto Roma era già una comunità civica, una città in quanto il foro non era più quell’area malsana utilizzata come sepolcreto, ma l’area era stata bonificata e più volte pavimentata. Alla fine dell’800 sotto uno di questi pavimenti, il lapis niger, era stato trovato un cippo con un’iscrizione arcaica risalente al 530 circa, ma il foro era stato ripavimentato già nel VII sec; quindi ormai la tendenza generale è quella di riconoscere la costituzione di un centro più o meno in questa data, cioè alla metà del VII sec.
Scoperte archeologiche e fondazione di Roma
Alcuni decenni fa, alle pendici del Palatino, la scuola archeologica romana che fa capo ad Andrea Carandini rinvenne un pezzo di muro antichissimo che Carandini attribuisce al 730 aC circa; secondo lui questo muro rappresenterebbe un resto della prima cinta muraria di Roma, quindi Roma non solo avrebbe una data di origine vicina a quella che riportano le fonti letterarie, ma addirittura sarebbe il frutto di un vero e proprio atto di fondazione. La storia degli studi archeologici negli ultimi 50 anni è la storia di un progressivo arretramento della data di fondazione di Roma verso età sempre più antiche e questo è un pugno nell’occhio all’ipercriticismo (quindi la tendenza attuale è quella di risalire sempre più indietro).
L’ipotesi di Carandini, che egli documenta, è intelligente, ma egli sbaglia perché non solo ritiene tutta valida la tradizione più antica della storia di Roma, ma ritiene anche di poter datare tutti questi personaggi con estrema precisione. Tuttavia questo pezzo di muro esiste e sembra anche molto antico; quindi ci sono degli indizi per poter asserire che Roma sia stata fondata nell’VIII sec, cioè quando anche le fonti letterarie collocano la fondazione della città; infatti queste propongono varie date, alcuni la collocano nell’814 aC, anno della fondazione di Cartagine, altri nel 711 aC, invece Varrone, in seguito a diversi studi, l’aveva collocata nel 754/753, data che viene poi adottata da Livio, da Polibio e dagli storici greci.
Il ritrovamento del muro ha anche permesso di rivalutare un’altra tradizione, quella del racconto della fondazione, cioè secondo gli storici antichi Roma era stata fondata per un atto consapevole di fondazione. Ma quindi possiamo dire che Roma sia stata fondata in un preciso momento per un atto preciso della volontà, oppure Roma è venuta formandosi attraverso un processo di sinecismo? La teoria del sinecismo postula che gli abitanti preistorici o protostorici del Palatino, della Velia, forse del Campidoglio, forse del Quirinale, forse dell’Esquilino, a un certo punto si siano radunati e abbiano trovato un comune spazio politico nel foro.
C’è anche una teoria diecistica per cui un abitato, quello del Palatino, avrebbe preso il sopravvento, probabilmente militare, sugli abitati degli altri colli e li avrebbe quindi incorporati; qualcuno ha cercato poi di combinare la teoria sinecistica e quella diecistica per cui, dopo l’unione dei diversi abitati, la comunità del Palatino avrebbe preso il sopravvento. La teoria sinecistica non prevede un atto di fondazione, ma interpreta la nascita della città come un processo che si svolge sulla lunga durata, mentre l’atto di fondazione prevede un hic et nunc; già gli storici romani che accettavano l’idea della fondazione facevano fatica a mettere insieme tutte le storie che nel corso dei secoli si erano stratificate sulla nascita di Roma; molte storie all’origine erano greche (ma ve ne erano anche italiche e in particolare etrusche) perché i greci avevano cominciato molto presto a frequentare le coste dell’Italia.
Legami tra greci e romani
Quindi i greci parlarono precocemente degli arrivi degli greci in Italia che risalgono all’età della seconda colonizzazione, VIII-VII sec aC, cioè si tratta dell’epoca in cui, secondo la tradizione romana, è stata fondata Roma; il legame tra i greci e i romani doveva essere cercato a ogni costo; ma i rapporti tra i greci e i latini non erano sempre teneri e mentre i greci tendevano a dire che i latini erano stati colonizzati dai greci, i romani non accettavano di buon grado questa derivazione greca e nelle saghe preferivano rivendicare una discendenza troiana.
Cioè ad un certo momento prevalse una linea che vedeva nei greci dei nemici e nei nemici dei greci degli amici, e i maggiori nemici dei greci erano i troiani. Nell’ambito troiano c’era la saga di Enea, quindi alcuni storici facevano risalire la fondazione di Roma da Romolo che era o il figlio o il nipote di Enea; la cosa però non funzionava cronologicamente perché gli storici avevano stabilito una data della caduta di Troia, cioè intorno al 1200 aC, quindi Enea non poteva essere né il padre né il nonno di Romolo perché c’era un gap cronologico troppo ampio.
Allora si inventò tutta la storia dei re che avrebbero regnato nel Lazio, a Lavinio, più legata a Enea e ad Albalonga, cioè Iulo e i suoi discendenti avrebbero regnato ad Albalonga per secoli, finché da Rea Silvia, figlia di Numitore, erano nati i due gemelli; quindi la storia dei re di Albalonga serviva per colmare il gap cronologico tra Enea e Romolo.
Varrone stabilisce la data di fondazione di Roma al 754, mentre la fine della monarchia si colloca nel 509 aC, ma perché i re sono sette? Gli antichi avevano vari modi di computare le generazioni e un numero frequente per le generazioni era il 35 (35x7 = 245; 754-245 = 509), quindi i sette re sarebbero l’incarnazione simbolica delle sette generazioni, cioè la saga dei sette re venne creata come simbolo delle sette generazioni che partono dalla data di fondazione di Roma e arrivano alla data di istituzione della Repubblica.
Testimonianze letterarie e tradizioni di Roma
Quindi tra le testimonianze letterarie che sono quelle quantitativamente più rilevanti, quelle sulle origini di Roma risalgono a un’epoca molto successiva rispetto a quella di cui parlano gli autori. La letteratura augustea ha dei precedenti nell’annalistica e gli annalisti sono i primi che scrivono a Roma e cominciano a scrivere al tempo della seconda guerra punica, come Fabio Pittore. Prima dell’annalistica hanno scritto su Roma degli storici greci e in particolare Timeo di Tauromenio, IV sec aC; tutta questa letteratura, soprattutto quella annalistica, è stata perduta o ci è pervenuta in frammenti, quindi non sappiamo cosa le fonti dicessero sull’età antica, ma verosimilmente si trattò di un lavoro di sistemazione di tutte le tradizioni che erano a loro arrivate.
Vi sono due tipi di tradizioni, quella di carattere storiografico e quella erudita antiquaria; a Roma, per influsso della cultura greca, si sviluppò un tipo di tradizione che tentava di sistematizzare e interpretare le antiche storie di fondazione e le vicende politiche in una narrazione coerente con le aspirazioni politiche e culturali del tempo.
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