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Storia romana

Datazione e cronologia

L’era cristiana o volgare fu introdotta da Dionigi Esiguo, detto il Piccolo, monaco della Scizia, vissuto tra la fine del V e l’inizio del VI sec. e fu introdotta nei documenti pubblici e privati dal VII sec. L’uso di contare gli anni prima di Cristo venne introdotto nel XVIII sec., per unificare il punto di riferimento. I Romani, dall’età repubblicana, indicavano ogni anno con il nome dei magistrati eponimi, cioè i due consoli. L’uso di esprimere la data a partire dalla fondazione della città prese piede negli ambienti dotti tra la fine dell’età repubblicana e la prima età imperiale.

Il calendario romano repubblicano, in vigore fino alla riforma di Cesare del 46 a.C., era basato su un anno di 355 giorni. Importanza notevole avevano i giorni di mercato (nunditiae): la popolazione rurale confluiva in città per otto giorni.

Onomastica

La denominazione dei cittadini romani si fondava, nell’età più antica, su un unico nome. Pian piano, il nome completo assunse la forma dei tria nomina:

  • L’originario nome personale;
  • Il praenomen;
  • Il nomen, che designava la gens di appartenenza;
  • Il cognomen, derivato da un soprannome individuale tratto da caratteristiche fisiche, cariche ricoperte o indicazioni geografiche. Con il tempo, divenne ereditario per distinguere le diverse famiglie aristocratiche appartenenti a una stessa gens.

In caso di adozione, l’adottato assumeva i tria nomina del padre adottivo e faceva seguire un secondo cognomen tratto dal gentilizio della famiglia di origine. Le cittadine romane di nascita libera ricevevano come nome il solo gentilizio paterno, al femminile. Gli schiavi erano denominati con un unico nome personale. I liberi assumevano il prenome e il gentilizio dell’ex padrone.

Il mondo romano

Elementi unificanti furono l’amministrazione, la cittadinanza, l’esercito e il diritto. A livello linguistico, il greco ebbe sempre un ruolo primario in ambito culturale e letterario, sia in Oriente sia, progressivamente, in Occidente. Molto spesso Roma lasciò convivere e sopravvivere un mosaico di cittadinanze e di particolarità locali.

I popoli dell'Italia antica e le origini di Roma

L'Italia preromana

Dal III al I millennio a.C., la penisola italiana vede un notevole sviluppo. Tra l’età del bronzo medio e la prima età del ferro sorgono le prime forme complesse di organizzazione protostatale. La distribuzione è abbastanza uniforme, con i siti dislocati lungo la dorsale appenninica. In questo periodo, un incremento demografico porta all’estensione degli insediamenti e quindi anche a uno sfruttamento più intensivo di risorse.

Nella pianura emiliana, tra XVIII e XII sec. a.C., si sviluppa la cultura terramaricola, caratterizzata da insediamenti di capanne che poggiavano su un’impalcatura di legno, che serviva sia da difesa contro gli attacchi degli animali selvatici sia da isolante dal terreno acquitrinoso circostante. Durante l’età del bronzo recente, lungo le coste si commerciano prodotti micenei. Questi contatti favoriscono anche la formazione di aggregazioni più consistenti. Queste fanno capo a due diverse culture che, durante l’età del ferro, si distinguono per i riti funerari: un gruppo ricorre alla cremazione, l’altro all’inumazione. Tra le culture, assumono carattere distintivo quelli situati tra i laghi del Piemonte e della Lombardia e quelli nella zona di Padova. In Etruria ed Emilia emerge la cultura Villanoviana, che fabbricava armi e utensili in ferro.

Anche il quadro linguistico è variegato e riconducibile all’arrivo di gruppi etnici di varia provenienza, da ricondurre a due diverse grandi famiglie: gli indoeuropei e i non-indoeuropei. Latino e falisco, parlato nel Lazio, sono da ricondurre al primo gruppo. Invece, all’interno del gruppo parlante una lingua italica si distingue: un gruppo umbro-sabino, uno osco e uno riferibile agli Enotri e Siculi. Sempre indoeuropei sono il celtico e il messapico, parlato in Puglia meridionale. Non indoeuropee sono l’etrusco, il retico e il sardo.

Una situazione di eccezionale rilievo è quella delle colonie greche nel sud della penisola, fondate a partire dalla metà dell’VIII sec. In Sicilia hanno un ruolo importante anche le colonie fenicie. In Sardegna, tra l’età del bronzo e l’età del ferro, si sviluppa la civiltà nuragica, dalla costruzione tipica che la caratterizza: il nuraghe, una torre a forma di tronco di cono.

A partire dal V sec. a.C., alcuni storici greci cominciano a scrivere delle popolazioni italiche. Tra questi, Dionigi di Alicarnasso, nel I sec. a.C., dà alcune informazioni su questi popoli indigeni, in un momento di forte aumento demografico. Le scoperte archeologiche fanno supporre che questi popoli entrarono in contatto con i Micenei, con i quali intrattennero rapporti di tipo commerciale, o anche più complessi. Gli insediamenti sorgevano sulle creste che, nelle zone collinari, sorgevano tra le valli scavate dai fiumi. Per ragioni di sicurezza, i villaggi venivano costruiti in posizioni che favorissero la difesa e il controllo del territorio circostante. Con la crisi del mondo miceneo i rapporti si sono interrotti, fino ai primi movimenti coloniali, che portarono alla nascita di comunità più popolose.

Tra VIII e V sec. a.C., si espandono anche le popolazioni dell’Appennino centro-meridionale. I Sabini si intromettono nella Roma dei Latini. Equi, Ernici e Volsci occupano il Lazio. Tra V e IV sec. a.C., cominciano a espandersi i Sanniti. Tra il IX e il VII sec. a.C. nasce la civiltà picena sulle coste adriatiche. In quest’area arrivano prodotti che favoriscono la nascita di nuove forme artistiche. Le prime testimonianze scritte fanno pensare a un’organizzazione articolata in gruppi etnici con a capo principi e re.

Gli Etruschi

Gli Etruschi sono la popolazione preromana più importante. Gli antichi spiegavano le loro origini rifacendosi al modello coloniale, ma la ricerca archeologia e storica moderna opta per uno sviluppo tra l’VIII e il VII sec. a.C. dall’incontro di due tipi di processi: da un lato, un’evoluzione interna delle strutture sociali e delle economie locali e, dall’altro, l’influsso dall’esterno del modello coloniale della Magna Grecia. Questi fenomeni sono riconducibili all’area compresa tra i corsi dell’Arno e del Tevere.

Nella fase di massima espansione, cioè tra VII e V sec. a.C., gli Etruschi controllano gran parte dell’Italia centro-occidentale e sono in competizione con Greci e Cartaginesi. Non è uno stato unitario: gli Etruschi sono organizzati in città indipendenti, governate da sovrani (i lucumoni), sostituiti poi da magistrati eletti annualmente. L’unica forma di aggregazione nota comprende 12 città e ha scopi religiosi. La società etrusca ha un forte carattere aristocratico: il governo è nelle mani di un gruppo ristretto di proprietari terrieri e ricchi commercianti.

Il processo di espansione subisce una battuta d’arresto verso il 530 a.C., quando si scontrarono –senza che sia chiaro il vincitore– con i Focei. Nel 474 a.C. furono sconfitti dai siracusani a Cuma. La decadenza etrusca è dovuta a due eventi verificatisi all’inizio del IV sec. a.C.: la presa di Veio da parte di Roma (396 a.C.) e la perdita dei possedimenti in val Padana, a causa dei Celti. Nel I sec., l’Etruria passa progressivamente in mano romana.

Per quanto riguarda la religione, gli etruschi hanno una serie di testi sacri ben codificati, tecniche specifiche con componenti magiche e un pantheon assimilabile in gran parte con quello greco, ordinabile secondo gerarchie e distribuite in collegi. Il libro di lino di Zagabria, testo scritto su un pezzo di stoffa usato per avvolgere una mummia, è il più lungo documento in lingua etrusca e riporta, nella forma di un calendario, le prescrizioni rituali, le preghiere e i cerimoniali. Nella concezione dell’aldilà, i defunti sono immaginati continuare la propria esistenza nella tomba. Questa viene concepita come un prolungamento della dimora: vi sono posti cibi, bevande e simboli dello status sociale del defunto.

L’aruspicina ha una grande importanza: l’interpretazione dei segni della volontà divina è fondamentale. Si basa sulla concezione di una fondamentale unità cosmica, secondo cui negli organi si riprodurrebbe l’universo. L’alfabeto di 26 lettere è assimilabile a quello greco. L’etrusco è una lingua indoeuropea, ma non si dispongono elementi di raffronto con altre lingue note. I testi, numerosi, sono quasi tutti brevi formule. Pochi testi più lunghi sono il liber linteus di Zagabria, la tegola di Capua e la Tavola cortonense.

Le necropoli sono disseminate un po’ in tutta l’area etrusca e sono organizzate come abitazioni sotterranee, in pietra o scavate. Nell’VIII sec. a.C., alle tombe a pozzo si sostituiscono quelle a fossa. Nel VII sec. a.C. nascono le prime tombe a camera, costruite come veri e propri appartamenti per i membri di una stessa famiglia, con celle, corridoi e nicchie. Gli Etruschi hanno raggiunto un notevole grado di perfezione nelle coperture a volta e nell’arco. All’edilizia sepolcrale sono collegate anche le maggiori espressioni artistiche, con affreschi che riproducono scene di vita quotidiana o, nella fase più tarda, scene dell’aldilà. La tecnica più diffusa per la produzione della ceramica è quella del vasellame di bucchero, con una particolare cottura dell’argilla.

Gli Etruschi praticano l’agricoltura, la metallurgia e l’artigianato artistico. Tra i prodotti, oggetti di bronzo e di oreficeria, cereali e anfore sono commerciati nel Mediterraneo. Sono abili anche nell’estrazione dei minerali e nel trattamento dei metalli grezzi.

Roma

L’influenza del mondo greco giunge nel Lazio già nell’VIII sec. a.C. Le prime testimonianze letterarie, però, risalgono ai secoli successivi. I primi storici a occuparsi delle origini di Roma furono greci e anche i primi storici romani, Fabio Pittore e Cincio Alimenti, che scrissero alla fine del III sec. a.C., usano il greco. La scrittura compare a Roma nel VII sec. a.C., ma non determina cambiamenti fondamentali. Sono pervenute poche iscrizioni, che non danno molte informazioni. Evidentemente, la maggior parte dei ricordi storici viene trasmessa per via orale. I primi storici di cui sono conservate le narrazioni sulla Roma arcaica sono del I sec. a.C.: Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso.

Nelle fonti non mancano elementi leggendari. La versione più nota e diffusa delle origini di Roma si rifà alla fondazione di Alba Longa e alla dinastia dei re albani tra l’arrivo di Enea nel Lazio e il regno di Romolo. Secondo la leggenda, Romolo, fondatore e primo re, sarebbe figlio del dio Marte e di Rea Silvia, figlia di Numitore, ultimo re di Alba Longa. Nella leggenda di Enea si inserisce anche l’antefatto del conflitto tra Roma e Cartagine. Il sito di Alba Longa non è stato identificato con sicurezza: il territorio era dominato dal mons Albanus, su cui sorgeva il santuario di Iuppiter Latiaris, sede dell’antica lega dei Populi Albenses, riuniti attorno ad Alba Longa prima, a Roma poi.

La tradizione fissa il periodo monarchico dal 754 al 509 a.C. Avrebbero regnato sette re:

  • Romolo: gli viene attribuita la creazione delle prime istituzioni, tra cui un senato di cento membri;
  • Numa Pompilio: gli viene attribuita la creazione delle prime istituzioni religiose;
  • Tullo Ostilio: gli sono attribuite le campagne di conquista;
  • Anco Marcio: gli è attribuita la fondazione della colonia di Ostia;
  • Tarquinio Prisco: gli sono attribuite importanti opere pubbliche; con lui inizia una dinastia di re etruschi; gli si attribuiscono la costruzione delle prime mura e l’istituzione dei comizi centuriati;
  • Servio Tullio;
  • Tarquinio il Superbo: assume i tratti tipici del tiranno.

Le fonti principali sono, per gli storici romani:

  • Opere storiche perdute degli annalisti;
  • La tradizione familiare degli aristocratici, che cercavano di accreditare una propria superiorità;
  • La tradizione orale di canti celebrativi delle imprese. Gli antichi erano consapevoli che questa forma di trasmissione poteva andare incontro a deformazioni, ma, di solito, il gruppo sociale assicurava un limite alla possibile falsificazione (le costruzioni fittizie di ascendenze mitiche, però, dovevano esser almeno accettate). Secondo Niebuhr, leggende e tradizioni della Roma arcaica sarebbero state create nei carmina convivalia (i carmi recitati durante i banchetti): tra VIII e VII sec. a.C., il sympòsion aristocratico deve aver svolto un ruolo fondamentale per cementare la memoria comune e i rapporti interni al gruppo. Secondo Wiseman, i carmina trasmetterebbero i trionfi celebrati pubblicamente per un personaggio all’interno di un gruppo di dotti (mentre, per la massa, la funzione dei carmina sarebbe stata svolta da ballate di cantastorie itineranti);
  • Documenti d’archivio, tra cui gli Annali dei pontefici, raccolti, verso il 130 a.C., in 80 libri dal pontefice Mucio Scevola.

Il primo storico romano è Fabio Pittore (fine III sec. a.C.), che però scrive in greco. Il primo a usare il latino fu Catone il Censore (234-148 a.C.). Informazioni utili si ricavano dagli antiquari, studiosi che, dal II sec. a.C., si dedicarono a dotte ricerche su istituzioni politiche e militari, procedure legali, vita familiare, religione, costumi, cronologia e lingua della fase più antica della storia romana.

Gli storici moderni hanno dovuto esaminare criticamente e controllare i dati della tradizione, aiutati anche dall’archeologia. Sembra accertato che, nel racconto tradizionale delle origini, siano state fuse due versioni: una greca, che ricollegava la fondazione alla leggenda di Enea, e una indigena, in cui Romolo era un fondatore autoctono. Nel racconto sono evidenti anche alcuni elementi storici, come la compresenza di Latini e Sabini alle origini di Roma.

Roma nasce con un processo lento e graduale. Si presuppone una sorta di federazione di comunità, che vivevano sparse sui colli. Il nucleo originario è costituito da un gruppo di villaggi situati sul Palatino a partire dall’VIII sec. a.C. La città nasce a ridosso del Tevere, al confine tra la zona etrusca e il Lazio. Gli scavi del 1988 hanno portato alla luce, alle radici del Palatino, i resti di una palizzata e di un muro databile all’VIII sec. a.C.: secondo Carandini, la palizzata sarebbe il pomerio e il muro sarebbe quello voluto da Romolo. Troverebbe così conferma il racconto tradizionale: alla metà dell’VIII sec., un re sacerdote eponimo avrebbe celebrato un rito di fondazione vero e proprio.

Questo rito di fondazione è descritto da Varrone (I sec. a.C.). Il pomerio è, in origine, la linea sacra che delimita il perimetro in corrispondenza delle mura. In un secondo tempo, il termine passa a designare una zona di rispetto che separa le case dalle mura. Non sempre coincide con le mura, perché è tracciato secondo una procedura religiosa e il suo ampliamento avviene con procedure particolari. Le mura rispondono a esigenze di difesa. L’area del pomerio è delimitata da cippi infissi nel terreno durante una cerimonia religiosa, presieduta dal pontefice massimo.

La base della società latina è la famiglia, in cui la figura del pater è depositaria di un potere assoluto. Le famiglie che si richiamano a un antenato comune costituiscono la gens. Organizzata politicamente e religiosamente, è una componente fondamentale per l’età arcaica e conserva un perso importante nella vita politica anche nei secoli successivi.

La popolazione si divide in gruppi religiosi e militari: le curie. Queste sono alla base dei comizi curiati, la più antica assemblea cittadina. Non si sa se fossero organizzate su base territoriale o gentilizia. In seguito, i comizi curiati conservano alcune funzioni in chiave di diritto civile e il compito di votare la lex de imperio, con cui si conferiva il potere al magistrato eletto.

Non ci sono molti documenti relativi alle tribù. La loro creazione è attribuita tradizionalmente a Romolo. In origine, sono tre: Tities, Ramnes e Luceres. Durante il periodo etrusco, ognuna di queste viene divisa in dieci curie. Da ognuna vengono scelti cento senatori e ognuna deve fornire un contingente di cavalleria di cento uomini e uno di fanteria di mille uomini. La legione si compone, quindi, di tremila fanti e trecento cavalieri.

La monarchia romana è elettiva. Il re viene eletto dall’assemblea dei rappresentanti delle famiglie più in vista. Un consiglio di anziani, i patres, capi delle famiglie più nobili e ricche, affiancano il re (sono il nucleo del senato). Il potere dei capi delle gentes limita quello del re, che è anche il supremo capo religioso. In questa funzione è affiancato dai collegi dei sacerdoti, il più importante dei quali è quello dei pontefici, depositari e interpreti delle norme giuridiche. Il collegio degli àuguri interpreta la volontà divina, mentre le vestali – tutte donne – custodivano il sacro fuoco nel tempio della dea Vesta.

Della fase storica monarchica restano due testimonianze nel titolo del rex sacrorum, che realizza i riti prima eseguiti dal re, e nell’interrex, il magistrato che sostituisce i consoli in caso di loro indisponibilità.

Per quanto riguarda la divisione sociale tra patrizi e plebei, sono state fatte diverse ipotesi:

  • I patrizi sarebbero i discendenti dei primi senatori (patres) nominati da Romolo;
  • I plebei sarebbero i clienti dei patroni patrizi;
  • I patrizi sarebbero i Latini abitanti del Palatino e i plebei sarebbero i Sabini del Quirinale;
  • I patrizi sarebbero grandi proprietari terrieri, mentre i plebei sarebbero artigiani o membri di ceti emergenti.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher FrensysCastle di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale o del prof Rendina Simone.
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