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Archeologia e storia dell'arte romana appunti corso triennale

Appunti di archeologia e storia dell'arte romana basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof Slavazzi dell’università degli Studi di Milano - Unimi, della facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea in scienze dei beni culturali. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Archeologia e storia dell'arte romana docente Prof. F. Slavazzi

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che non era più quello delle grandi figure del Partenone o delle grandi divinità olimpiche perché è

malinconica, in quanto ha dimesso parte delle sue armi (si tratta di un'iconografia rara che si colloca

in un particolare momento della produzione di Fidia).

Questa ricostruzione suscitò infinite discussioni perché non esistono prove della sua validità, finora

cioè non esiste nessuna prova concreta perché non abbiamo nessuna copia o immagine che la

riproduca, quindi scientificamente non ha nessuna conferma.

In Europa ormai arrivano molti originali che dall'800 vengono trasferiti nei principali musei

d'Europa che si stanno formando come il Louvre, il British Museum e la pinacoteca di Monaco.

Durante l'800 si assiste quindi alla fondazione delle grandi istituzioni mussali, luoghi di raccolta

delle sculture antiche; proprio all'inizio dell'800 arrivano a Londra i marmi del Partenone che

suscitarono grande sconcerto e poco prima erano arrivati a Monaco i frammenti dei marmi

dell'epoca arcaica del tempio di Athena Afania di Egina che furono restaurati da uno scultore

danese che li costruì interamente; questa operazione ebbe il merito di rendere leggibili queste opere,

ma ebbe anche il demerito di intervenire pesantemente sui frammenti al punto che quando negli

anni 60­70 si è compiuta l'operazione opposta, cioè lo smontaggio delle aggiunte, si è ottenuto un

risultato esteticamente e filologicamente orrendo perché i frammenti originali erano stati lisciati per

poter accogliere i restauri e quindi si è dovuto intervenire per ridare ai frammenti l’aspetto di

frammenti. Il risultato è che abbiamo dei moncherini che pendono dall'alto e la leggibilità dell’opera

d’arte originale è piuttosto complessa; i marmi del Partenone erano invece meglio conservati e per

questo Canova rifiutò di restaurarli.

Durante l'800 si effettuarono gran parte degli grandi scavi nei siti più importanti dell'antichità

conosciuti nel loro aspetto originale in situ; in realtà la storia dei grandi scavi inizia nel 700, con la

scoperta e lo scavo di Ercolano nel 1738, quando viene individuata la città antica di Ercolano che si

trovava sotto il centro di Resina e che era stata sepolta da uno spesso strato di fango vulcanico

ricoperto da uno strato di tufo. Quindi lo scavo di Ercolano venne effettuato in galleria da parte dei

carcerati borbonici, con lo scopo di recuperare le opere d'arte presenti nella città romana; le gallerie

avevano quindi lo scopo di intercettare le opere d'arte mobili e lo scavo non era visibile; gli scavi di

Ercolano vennero abbandonati nel 1766 per i costi e per i problemi tecnici.

Dieci anni più tardi, nel 1748, iniziarono gli scavi di Pompei, scavi effettuati a vista; nel frattempo

arrivavano in Europa, a partire dal 1812, le sculture del Partenone; nel 1811 arrivarono a Monaco i

marmi di Egina; poi iniziarono i grandi scavi in Italia, in Grecia e in Asia Minore.

Negli anni 30 in Sicilia vennero effettuati gli scavi a Selinunte, grazie ai quali si conobbe

l'architettura arcaica e classica della Sicilia; nel 1809, in piena età napoleonica, vennero effettuati i

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primi scavi nel foro romano che crearono sono problemi per gli interventi successivi perché i

risultati degli scavi non vennero mai pubblicati.

Fuori dall'Italia vediamo interventi più importanti: nella seconda metà dell'800 iniziarono gli scavi

sull'isola di Samotracia, dove vi era il santuario dei Cabiri, effettuato dagli austriaci; nello stesso

periodo vi furono gli scavi ad Atene presso il cimitero del Dipylon che portarono alla conoscenza

della prima fase dell'arte greca, cioè l'arte geometrica, precedente all'arte arcaica.

Nel 1875 iniziò lo scavo nel santuario di Olimpia, importante perché si trattava di uno dei santuari

più famosi dell'antichità classica e perché nello scavo, effettuato dai tedeschi con l'appoggio del

sovrano tedesco della Grecia, i ritrovamenti dovevano rimanere in situ; quindi fu creato un museo di

Olimpia per lo studio dei reperti e questo accade per la prima volta perché di solito i reperti

venivano portati nei musei. Quindi qui si assiste a una svolta importante, in più i risultati degli scavi

che durarono cinque anni, furono pubblicati velocemente in una sontuosa edizione che

comprendeva i risultati della campagna di scavi, finanziata dal governo prussiano con l’oro dei

francesi che avevano dovuto versare alla Prussica, dopo la sconfitta della guerra franco prussiana,

poiché scavare a Olimpia era un motivo di prestigio altissimo.

Olimpia divenne quindi sede di una missione tedesca che opera tuttora; questa rappresentò l'inizio

di un'operazione per cui le missioni straniere si insediarono in alcune località che divennero

monopolio di quella nazione; in quegli anni gli inglesi arrivarono nella zona dell'Artemision di

Efeso, mentre gli austriaci si insediarono nella città di Efeso; lo scavo di Pergamo invece era in

mano ai tedeschi, ma per questi scavi non si è mantenuto il proposito di mantenere in loco i

ritrovamenti che vennero quindi trasportati nei vari musei. A Efeso gli austriaci lavorano da oltre un

secolo e oltre allo scavo operano un lavoro di studio e di restauro che ha portato alla ricostruzione di

edifici monumentali straordinari.

In Grecia nel 1877 arrivarono i francesi che presero i due più importanti santuari dedicati ad Apollo,

cioè l'intera isola di Delo, dove vi era il santuario e una città ellenistica, perfettamente conservati

perché l'isola è disabitata e Delfi uno dei santuari panellenici e uno dei luoghi più affascinanti

dell'antichità; pochi anni prima, nel 1867, gli inglesi ad Alicarnasso trovarono le sculture del

Mausoleo, una delle meraviglie del mondo, che vennero trasferite al British Museum.

Nel 1871 arrivò in Asia Minore un personaggio curioso Heinrich Schliemann che non era un

archeologo, ma un personaggio geniale che, sorretto da grandi mezzi economici, si orientò su

un'epoca mitica mai presa in considerazione, cioè cercò la città di Troia ed ebbe il merito di aprire

le porte allo studio di un'epoca sconosciuta.

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A Troia egli riportò alla luce la città e le sue varie fasi che hanno creato delle difficoltà agli

archeologi successivi, ma con un grande successo di pubblico; in Grecia invece si concentrò sulle

città micenee come Micene che non studiò, ma lasciò a persone più competenti.

Il materiale trovato a Troia attraversò delle vicende complicatissime, per cui ora si trova a Mosca

mentre il materiale trovato a Micene restò in Grecia. Verso la fine dell'800 e gli inizi del 900 gli

italiani arrivarono in Grecia e si concentrarono su un’area apparentemente marginale, quella

dell'isola di Creta dove effettuarono delle scoperte importanti: lavorarono in altri siti dell'isola, non

a Crosso, e studiarono i materiali rinvenuti in una grotta sul monte Ida, dove si credeva fosse nato

Zeus, che per la sua sacralità divenne deposito di materiale votivo; in più una serie di spedizioni

archeologiche portarono gli italiani a occupare l'area del palazzo e la zona di Gortina, capitale della

provincia romana di Creta e Cirene, nella quale venne trovata un'iscrizione lunghissima con le leggi

arcaiche e classiche dell'antichità, importanti quindi per lo studio del diritto greco.

Ad Atene, nella seconda metà dell'800, si lavorò sull'acropoli con i lavori ai propilei e al tempio di

Atena nike che era invisibile perché era stato smontato e riutilizzato per fortificazioni successive;

l'ultima scoperta sull'acropoli, fondamentale per il periodo arcaico, è quella della colmata persiana:

nel 480 a.C. i persiani arrivarono ad Atene che venne devastata nell'esercito di Serse che si accanì

sui santuari e in particolare sull'acropoli che rappresentava il cuore della città, quindi la prima

operazione compiuta dagli ateniesi, prima della restaurazione dell’acropoli, fu quella di purificare le

aree sacre che erano state profanate dalla devastazione persiana; infatti tutto quello che era stato

devastato dai persiani era consacrato e quindi non poteva essere solo buttato via, perché

apparteneva alla divinità; perciò, se pur ammaccati e profanati, questi oggetti sacri dovevano essere

conservati.

La prima operazione che fece Temistocle, che cominciò i lavori sull'Acropoli, fu quella di

fortificarla creando delle mura che contribuirono alla difesa dell’acropoli e questo gli consentì di

ampliarne la superficie (infatti l’acropoli non è altro che una grande roccia in mezzo alla pianura la

cui superficie è pianeggiante), in modo che potessero essere costruiti edifici come il Partenone.

Tra la roccia e le mura si era creato uno spazio vuoto che venne colmato dai detriti, da elementi

secondari riutilizzati per altri edifici e dagli elementi profanati dai persiani e da ex voto; tutto venne

quindi collocato in queste buche rimanendo così di pertinenza della divinità, trovandosi in un'area

sacra, però nascosta perché non poteva essere più esposta al pubblico.

Dunque la scoperta di questa grande buca che conteneva le opere danneggiate dai persiani fu

importante dal punto di vista cronologico perché tutto quello che si trova nella buca è anteriore al

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480 a.C. ed è del tutto quello che conosciamo dell'arte arcaica; quindi la scoperta della colmata

persiana arricchì la conoscenza dell'arte greca arcaica con delle opere molto ben conservate.

Ma cosa succede dopo la scuola filologica tedesca? Furtwängler è l'ultimo grande rappresentante di

questo tipo di indagine che arriva a formulare ipotesi di ricostruzione dell'originale ai limiti della

scientificità; si sente quindi la necessità di impostare lo studio della produzione artistica greca

secondo un altro modello, rifacendosi anche alla lezione di Winkelmann.

Il primo personaggio che contribuì a questo cambiamento fu Emanuel Loewy, un austriaco che fu il

primo professore di archeologia classica a Roma; egli recupera le idee di Winkelmann che erano

state abbandonate tra cui l'idea centrale della sua opera, quella dell'essenza dell'arte; quindi egli

cerca di recuperare un fondamento teorico generale per lo studio dell'arte antica e lo fa in due

operette dove affronta due problemi fondamentali, il primo dei quali riguarda la persistenza

iconografica.

L’opera esce nel 1909 e si intitola “Typenwandernugen”, cioè “Migrazioni tipologiche”, in cui si

rende conto, studiando l'iconografia, che in una produzione artistica artigianale come quella classica

era più rilevante il ruolo della tradizione, mentre contava meno la personalità dell'artista; quindi si

trattava di un lavoro artigianale dove il patrimonio figurativo e tecnico veniva trasmesso nella

bottega da maestro ad allievo; la singola personalità poteva rinnovare, ma comunque sempre entro

schemi rigidi e Loewy scopre che molti schemi iconografici sono molto antichi e derivano dalla

produzione artistica delle civiltà orientali. Alcuni schemi persistono per un periodo molto lungo e

passeranno all'arte romana nel corso del tempo e quindi verranno arricchiti, variati, ma comunque il

nucleo principale rimarrà sempre lo stesso. Questi schemi che hanno una vita lunga vanno studiati

nelle loro singole applicazioni nei periodi in cui vennero realizzati.

La seconda tematica approfondisce il rapporto dell'arte greca con il vero della natura, da cui nasce

la seconda opera che esce nel 1900 “Rappresentazione della natura nell'arte greca più antica”, dove

affronta il tema della rappresentazione della realtà, quindi del modo in cui l'immagine naturale

diventa immagine artistica.

Winkelmann aveva pensato che il modo di rappresentare la realtà avvenisse attraverso una

idealizzazione della forma reale, selezionando il più bello per arrivare a una forma ideale; secondo

Winkelmann in campo artistico la realizzazione della realtà passa attraverso l'idea di bellezza.

A fine 800 uno studioso danese Lange, occupato del problema del rapporto tra arte greca e forma

della natura, indaga le leggi alla base della forma artistica arcaica per individuare gli strumenti che

permettevano di rappresentare un elemento reale; questi strumenti sono la frontalità, cioè la

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cancellazione dei piani paralleli, la simmetria e la linearità. Quindi un'artista arcaico che deve

rappresentare una figura umana opera attraverso questi strumenti: chiude la figura entro due piani

paralleli, uno frontale e l'altro posteriore che schiaccia una figura per renderla riproducibile;

l'immagine è pensata come dietro a un vetro attraverso cui è possibile vedere la figura, quindi certi

elementi vengono appiattiti sul fondo, come le orecchie, per renderli visibili.

La simmetria è importante perché costituisce l'asse portante della figura composta da due metà

speculari e la linea crea un confine; questi elementi venivano considerati dei limiti dell'arte arcaica,

frutto di una incapacità dell'artista di rappresentare il vero, cioè Lange credeva che egli non fosse in

grado di rappresentare in modo naturalistico una figura.

Loewy invece considera questi elementi come frutto della scelta dell'artista, superando la visione

parabolica che Lange aveva ancora; secondo Loewy quindi l'artista arcaico sceglie di operare così

perché secondo lui è il modo migliore per esprimere quello che vuole rappresentare.

Questo modo di rappresentare una figura è presente in tutte le arti primitive che scelgono allo stesso

modo di rappresentare una figura, quindi si tratta di una legge generale utilizzabile per spiegare le

fasi arcaiche di una produzione artistica; infatti è un modo per rappresentare in maniera semplice un

oggetto e renderlo comprensibile e visibile a tutti, evitando lo scorcio che renderebbe

incomprensibile alcune parti della figura stessa. L’opera d'arte arcaica dunque va letta nel periodo in

cui è stata prodotta e sulla base degli strumenti che l'artista ha a disposizione e che sceglie per

esprimersi al meglio; si assiste quindi al superamento della concezione dello sviluppo progressivo

che comportava una svalutazione del periodo arcaico.

scuola di Vienna

La costituisce un importante centro di studi par l’arte in generale; gli studiosi più

Alois Riegl

importanti sono soprattutto due, Wickhoff e che aveva avuto l'incarico di studiare le

collezioni delle arti minori del periodo antico e medievale, per cui doveva affrontare lo studio della

produzione artistica delle popolazioni barbariche e medievali.

Da qui nasce un'opera del 1901 “Industria artistica tardo romana”, la prima che prende in

considerazione una produzione artistica minore che non era stata mai presa in considerazione prima,

dove si conservano schemi e motivi decorativi che vale la pena di studiare, infatti da questi oggetti

minori si ricavano informazioni importanti per capire il passaggio dall'arte romana a quella

medievale e la trasmissione dei motivi decorativi.

Del 1893 è un'opera “Problemi di stile” dove si supera l'idea di decadenza dell'arte e, per superare

questa idea che l’arte greca si esaurisca con l'impero romano, Riegl sviluppa l'idea della “teoria del

gusto”, per cui arriva ad affermare che ogni epoca determina un proprio gusto e lo esprime in forme

e manifestazioni artistiche tipiche di quell’epoca.

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Oggi infatti l’opera d'arte viene letta nel suo tempo, tenendo conto del periodo in cui è stata

realizzata e del gusto contemporaneo in cui l'artista si trova ad operare; quindi si spazza via idea di

un primato artistico di un periodo, però Riegl si ferma all'inizio di questo percorso, senza arrivare

alle estreme conseguenze, perché non arriva a spiegare cosa intenda per gusto, come nasca e non vi

è un'analisi delle variazioni del gusto nel corso dei secoli perché non gli interessava questo aspetto;

però la strada che apre arriverà alla storia sociale di Houser che analizza come la storia influenzi la

produzione artistica, quindi il Riegl pone le premesse per la nascita del 900 di questa corrente

critica.

Franz Wickhoff fu uno storico del Rinascimento che, per studiare un codice della Genesi che

conteneva delle miniature che si riteneva fossero copiate dai libri di età romana, affrontò lo studio

dell'età romana e nel 1895 pubblicò un'edizione critica di questo testo che conteneva come

premessa la prima storia dell'arte romana per spiegare la datazione dei modelli delle miniature.

Dunque con il 1895 si ha la prima storia dell'arte romana come produzione artistica autonoma

rispetto a quella greca; le motivazioni che portarono Wickhoff a sottolineare l'indipendenza dell'arte

romana sono tre, tre aspetti che rendono l'arte romana originale, cioè il ritratto realistico, la

concezione spaziale prospettica nella pittura e nel rilievo e l'idea di narrazione continua nel rilievo e

in parte nella pittura e Wickhoff considera questi tre aspetti come se fossero stati elaborati dai

romani.

Quindi Wickhoff ebbe il merito di aver liberato l'arte romana rendendo autonoma, ma non ha

capito che questi tre aspetti avevano profonde radici nell'arte greca tardo classica che arriverà

compiuta nell'arte romana con l'ellenismo, infatti la concezione spaziale che inserisce le scene in

una costruzione architettonica e non all'aperto, non più su un fondo neutro e la narrazione continua,

hanno chiari precedenti nell'arte ellenistica, come il fregio sull'altare di Pergamo.

Wickhoff ha quindi sopravvalutato l'originalità assoluta dell'arte romana che però in questi tre

campi aveva raggiunto risultati altissimi.

La scuola di Vienna è dunque importante perché crea le basi teoriche per lo studio dell'arte antica e

crea una storia dell’arte romana autonoma con una grande attenzione ai fatti formali, cioè alla forma

dell'opera d'arte. Si introduce poi il concetto di categorie dell’arte che vengono riprese più tardi da

Wolflin che forma la nomenclatura tecnica che entra nel linguaggio artistico comune; attraverso la

lettura della forma artistica si può arrivare alla collocazione cronologica dell'opera d'arte anche in

mancanza di qualsiasi altro dato o documento.

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Questa indagine sulle categorie artistiche ha influenzato gli studi anglosassoni e francesi mentre in

Italia è arrivata più tardi ed è stata recepita più a fatica perché qui era prevalente l'estetica di

Benedetto Croci che orientava verso altre forme di lettura dell'opera d'arte.

Bianchi Bandinelli ebbe il merito di aver introdotto le idee della scuola di Vienna nella cultura

artistica italiana e del 1943 è il suo “Storicità dell'arte classica”; egli studiò in Germania, quindi

tornò in Italia imbevuto della cultura tedesca soprattutto per il suo lavoro; in Italia, oltre all'estetica

crociana, molti studiosi erano vicini allo studio della filologia tedesca.

Bianchi Bandinelli promosse una ricerca sulle personalità artistiche e nel campo dell'arte romana si

concentrò sull'autore della colonna traiana che chiamò “maestro delle imprese di Traiano”; egli

cercò di scrivere una storia dell'arte antica basata su giudizi svincolati dalle idee di Winkelmann e

quindi non basati sulle fonti antiche e sull’idea classicista.

Un altro merito di Bianchi Bandinelli è di avere scritto opere di grande divulgazione (un aspetto più

sviluppato della produzione anglosassone e francese è quello di pubblicare opere per un pubblico

più ampio), infatti il suo scopo principale era quello di rendere chiara una storia dell'arte romana

espressa con idee accessibili a tutti; questo comporta un grande sforzo da parte dell'autore che per

primo deve chiarirsi le idee per renderle accessibile a tutti.

Egli era partito da una posizione ancora all'interno dell'estetica crociana, ma si era reso conto dei

limiti di questo metodo che in campo archeologico non permetteva di spiegare una produzione

antica; quindi cercò di superare questo metodo basato sul grado di poeticità dell'opera e si concentrò

sulle motivazioni sociali e politiche alla base delle opere soprattutto ufficiali e quest'operazione è

importante per la produzione artistica romana perché è quasi tutta arte politica e quindi spiegarla

solo dal punto di vista estetico era insufficiente.

In più l'estetica crociana va bene se applicata a grandi personalità originali di un’artista che crea

un'opera originale e unica, ma sappiamo che nell'antichità l'artista è un artigiano e quindi va letto

nel periodo in cui opera a partire dai fattori che lo influenzano (l’opera è quindi determinata da

fattori esterni); il monumento deve portare un messaggio politico a livello ufficiale, mentre a livello

privato il messaggio è fornito dal committente.

Strumenti bibliografici ad uso dell'archeologo

L’archeologo si serve, a parte di enciclopedie generiche necessarie per una ricerca, di enciclopedie

dell'arte antica classica e orientale;

finalizzate ad argomenti specifici come l’enciclopedia questi

strumenti di solito non vengono mai citati per esteso ma si utilizzano abbreviazioni convenzionali e

in questo caso l'enciclopedia è abbreviata con la sigla EAA.

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Essa è utile per tutto il mondo archeologico ed è italiana; si tratta dell'unica enciclopedia

archeologica di una vastità notevole ed è significativa per l'epoca in cui è nata perché ha

rappresentato una svolta negli studi; il suo autore fu Bianchi Bandinelli e l'opera venne pubblicata

in sette volumi dal 1958 al 1997 ed ebbe il pregio di essere costantemente aggiornata (nel 1970 vi è

il primo aggiornamento e dal 1990 troviamo una serie di aggiornamenti). L’enciclopedia conta sette

volumi più sei aggiunte, un atlante storico dei complessi figurati e due volumi di atlanti dedicati alle

forme della ceramica romana; nell’opera troviamo informazioni relative alle località, agli artisti,

all'iconografia di personaggi storici mitologici, voci importanti di sintesi dedicate alle singole

produzione artistiche (vi sono anche le civiltà del vicino oriente). universale dell'arte

In competizione con l’EAA venne pubblicata negli stessi anni un'enciclopedia

diretta da Mario Salini e pensata con un'impostazione diversa dall’EAA, dove vi è una parte

dedicata alle produzione artistiche dell'antichità, ma questa ha un ruolo limitato per il taglio più

ampio dell'opera. Dal punto di vista archeologico e cronologico interessano le sintesi delle singole

produzione artistiche dei singoli paesi, regioni, città, all'interno delle quali vi è una parte dedicata

all'archeologia o comunque alla fase più antica. L’opera si abbrevia con la sigla EUA e venne

pubblicata dal 1958 e comparve in 15 volumi più dei supplementi.

Vi sono poi enciclopedie che interessano l'archeologo, ma in generale anche lo studioso di antichità:

si tratta di opere nate da quella scienza positivistica dell'800 che aveva il progetto di classificare

l’universo, opere che adesso sarebbero impossibili da organizzare, ma che comunque costituiscono

degli strumenti di lavoro fondamentali.

Pauly Wissowa

La prima è l'enciclopedia (ideatore dell'impresa)­ (un altro curatore) delle scienze

dell'antichità classica; l’opera è, nella sua forma più recente, comparsa dal 1892 e in una seconda

edizione venne pubblicata a Stoccarda e comprendeva 82 volumi più gli indici.

L’opera venne continuamente aggiornata, tanto che durante le fasi di pubblicazione, prima di

arrivare alla seconda edizione, erano già comparsi i volumi di aggiornamento dei primi volumi

usciti. Nell’enciclopedia troviamo voci dedicate a tutto quello che riguarda la scienza dell'antichità,

gli autori classici che sono citati anche solo una volta, personaggi che hanno un minimo di

consistenza storica, nomi di popolazioni, di città, di insediamenti a partire dal nome antico, quindi

tutto quello che riguarda le citazioni in documentazioni antiche di vario genere, è registrato.

L’opera è ormai introvabile e insostituibile in alcun modo: a un certo punto si era pensato di farne

una sintesi comunque utile in cinque volumi che però svuota l’opera della sua funzione principale,

cioè della sua completezza, ampiezza e ricchezza.

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Tale sintesi è chiamata “Piccola Pauly”e si tratta di un dizionario di antichistica medievale ricco che

venne pubblicato nel 1864, quindi oggi è molto invecchiato; negli anni 90 si è deciso di rifare la

Pauly­Wissowa, ma si trattò di un'impresa folle e la nuova PW si chiamò “Nuova Pauly” e fu

sommersa dalle critiche già al suo apparire, infatti venne pensata come enciclopedia cartacea con

costi altissimi e tempi di pubblicazione così lunghi che perdette la sua utilità.

Dal ‘96 sono usciti una serie di volumi, ma l'opera ha avuto la serie di problemi iniziali; in più dopo

l'idea di ripubblicare l'opera, essa venne tradotta in inglese facendo così concorrenza a quella

tedesca. La vecchia PW rimane quindi lo strumento più utile, però in certi casi le voci non sono

aggiornate perché non sono più state prese in considerazione; non sono nemmeno pensabili delle

versioni informatiche di queste opere che avrebbero senso se i fruitori fossero molto maggiori.

dizionario delle antichità greche e romane

Un altro strumento del XIX sec molto utile è il in

francese, conosciuto con il nome dei due autori “Doremberg­Sagliò”; il titolo spiega come è

concepita l’opera perché il DGR presenta voci tratte dai monumenti e dai testi, quindi sono relative

a elementi dell'antichità a partire dal termine antico.

L’opera è quindi utilissima perché ha un'impostazione antiquaria utile per tutto quello che riguarda

la vita privata di cui non troviamo informazioni altrove (nelle voci troviamo anche tutte le citazioni

di questo termine nelle fonti antiche, seguite spesso da un disegno); l’opera venne pubblicata tra il

1877 e il 1899 e venne curata da Doremberg­Sagliò in cinque volumi che in realtà sono composti da

nove tomi più un indice; l’opera è ormai un pezzo d'antiquariato, ma venne ripubblicato negli anni

60, ma anche questa edizione è esaurita quindi la troviamo solo nelle biblioteche principali.

L’ultima opera di questa sezione è di impostazione ottocentesca ed è fondamentale per lo studioso

lessico iconografico della mitologia classica

di storia dell'arte e delle religioni antiche, cioè il

(LIMC), pubblicato ad Zurigo e a Monaco nel 1881 e stampato in otto volumi, di due tomi ciascuno

perché ogni volume ha un tomo di testo e uno di immagini; si tratta di una raccolta di voci dedicate

ai personaggi della mitologia classica di cui si analizzano dal punto di vista iconografico, le

immagini sui monumenti antichi, dalla moneta, alla gemma, alla statua, al dipinto che danno un'idea

completa di come venne trattato questo mito nella produzione artistica dell'antichità (per gran parte

dei monumenti citati abbiamo un'immagine).

L’opera ha quindi colmato un vuoto negli studi di antichità; le voci principali a volte sono vere e

proprie monografie di un personaggio mitico; gli svantaggi dell’opera è che fu costosissima perché

ogni volume, comparendo con un tomo di testo e uno di immagini ha comportato costi di

produzione di base altissimi; in più aveva una tiratura relativamente limitata, cioè non era alla

portata né nell'interesse di tutti, quindi la casa editrice che la pubblicò fallì perché per un'opera del

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genere voleva dire impegnare una struttura per anni, però l’opera venne comunque completata e

adesso è introvabile. Ne sono usciti otto volumi che comprendono le voci dalla A alla Z più un

volume di aggiornamento.

Dunque imprese del genere sono sempre più difficili da gestire anche perché i fruitori di queste

opere sono sempre troppo pochi per ammortizzare i costi e i tempi di pubblicazione; il LIMC venne

pubblicato con voci in cinque lingue diverse perché i curatori furono diversi.

Parallelamente a queste opere che vogliono dare una completezza di informazione di un settore

specifico, la scienza ottocentesca ha concepito delle raccolte universali di categorie di materiali, che

volevano esaurire una singola produzione artistica relativa a quel materiale giunto fino a noi.

Quindi, sul modello dell'enciclopedia, nell'800 furono pubblicate per esempio le raccolte sulle

sculture romane chiamate CSIR (corpus signarum imperi romani) che presentano una suddivisione a

livello geografico per cui ogni stato cura una sede nazionale e attraverso l'indagine nei musei e nelle

collezioni private lo scopo è quello di pubblicare tutte le sculture romane presenti in quell'area

geografica e per il CSIR questo funzionò bene per alcuni stati, male per altri, perché negli stati dove

la documentazione era modesta l’opera è avanzata ed è in fase di completamento, negli stati dove la

documentazione era poco più abbondante, l'opera è stata avviata ed è avanzata, negli stati dove essa

era molto abbondante l'opera o non è mai partita o si è arenata subito (in Italia, fino all'anno scorso,

sono comparsi due volumi relativi a Milano).

Un’opera di questo genere che ha una grande importanza è la corrispondente raccolta dei vasi

chiamata CVA (corpus vasorum antiquarum), iniziata negli anni 20, con lo scopo di pubblicare tutti

i vasi antichi, però si tratta quasi esclusivamente di ceramica figurata greca ed d'etrusca; anche qui

vi è una suddivisione per stati e in questo caso sono comparsi oltre 200 volumi, però vi sono delle

disparità nelle serie perché ad esempio in Italia sono stati pubblicati moltissimi volumi, in altri casi

o le serie sono appena cominciate o non sono mai partite, però rispetto al CSIR questo corpus è a un

livello più avanzato.

L’opera viene pubblicata in cartelle che comprendono le schede dei vasi con il testo e le immagini

che illustrano il vaso stesso; la ceramica figurata era una classe ben studiata e serve all’archeologo

perché, essendo appunto molto ben studiata e classificata, è databile con estrema precisione, è cioè

un termine di riferimento cronologico molto importante e in archeologia questi reperti si chiamano

fossili guida e proprio questo ha stimolato lo studio e la sistemazione delle ceramiche figurate.

Circa i testi di riferimento per la ceramica attica vi sono opere fondamentali realizzate da uno

studioso, Beazley che lavorò a Oxford; per la ceramica dell'Italia meridionale e della Sicilia molti

studiosi se ne sono occupati tra cui, un austriaco e Cambitollou; esiste inoltre una serie non molto

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omogenea di raccolta dei mosaici antichi: abbiamo vari corpora organizzati diversamente a seconda

dei paesi; si tratta di una raccolta di materiali presentati in maniera sintetica, ma lo scopo è solo

quello di pubblicare questi materiali che permettano ulteriori opere di studio e di approfondimento.

riviste

Le sono pubblicazioni di carattere periodico più o meno regolari; sono di vario genere o di

carattere informativo o sono riviste più orientate verso pubblicazioni di studi scientifici o tematiche,

cioè dedicate ad un argomento specifico, o meno.

In Italia abbiamo i notiziari: esisteva un organo ufficiale del ministero delle antichità che faceva

e scavi dell'antichità”

pubblicare una rivista “Notizie (NSc), nata in origine come bollettino

mensile fatto pubblicare dal ministro generale delle antichità che dipendeva dal ministero della

pubblica istruzione.

La rivista venne fondata e curata da Giuseppe Fiorelli, il primo direttore generale delle antichità, a

partire dal 1876 e si trattava dell'organo ufficiale di informazione dedicato gli scavi archeologici;

questa rivista non venne più pubblicata mensilmente, ma annualmente.

“Notizie scavi” comprendeva il territorio nazionale che era diviso in regioni, ognuna delle quali si

occupava della sua parte di territorio; fino agli anni 80 uscì regolarmente, poi entrò in crisi, infatti le

pubblicazioni rallentarono a casa del cambiamento del carattere della rivista che, da poche

informazioni sugli scavi (lo scopo era infatti quello di presentare i ritrovamenti), iniziò a pubblicare

gli studi completi sullo scavo che occupavano molte pagine e che comportarono un rallentamento

dei tempi; quindi la rivista si arenò e non uscì per tanto tempo, a parte qualche uscita di carattere

monografico. Essa esiste tutt'ora perché si è lentamente ripresa, ma ha accumulato un'enorme

ritardo e la pubblicazione è curata dall'Accademia dei Lincei.

Per sopperire alla scomparsa di “Notizie scavi” apparvero, curati dalle singole sovrintendenze, dei

bollettini di vario genere che dovevano recuperare l'esigenza della pubblicazione veloce di notizie

sugli scavi e i ritrovamenti; da qui la nascita di riviste con nomi diversi, come i quaderni di

archeologia del Piemonte, quelli del Veneto e così via, ma questo non accadde per tutte le regioni

perché alcune sovrintendenze non hanno mai avviato una pubblicazione di questo genere.

Il ministero dei Beni Culturali aveva deciso poi di rimettere in cantiere qualcosa di analogo a

Bollettino d'archeologia

“Notizie scavi” e nacque il che si affiancò all'altra rivista ufficiale, cioè il

Bollettino d'arte (di cui ha la stessa impostazione grafica e lo stesso formato), che era dedicato solo

all'arte medievale e contemporanea.

Però il bollettino di archeologia nasce malissimo perché il primo numero è apparso con un ritardo di

due anni, nel 1990 e ha accumulato ritardi giganteschi e buchi di fascicoli precedenti non ancora

comparsi; fare una rivista scientifica quindi è difficilissimo per i costi e per i collaboratori diversi:

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una rivista simile ha la complicazione di dove raccoglie notizie che arrivano da molti uffici

differenti e anche un problema di sostanza, cioè non vi è una rassegna completa regione per regione

di quello che è stato fatto perché le regioni che hanno un proprio bollettino pubblicano qui le loro

informazioni (cioè non si servono del Bollettino d'archeologia per pubblicare le loro notizie),

mentre fanno pubblicare sul Bollettino d'archeologia delle parti monografiche, quindi lo scopo per

cui è nata è fallito.

La situazione di Roma città dal punto di vista della tutela archeologica è un po' diversa e vi è una

sovrintendenza ufficiale del comune di Roma che ha la competenza su una parte dei monumenti

della città e del territorio e ha una rivista cioè il Bull Com (BCar, Bollettino Commissione

archeologica di Roma); questo ha una parte di notiziario che riguarda la città di Roma e il suburbio

per 2 km e mezzo e una parte dedicata a uno studio monografico.

Circa le principali riviste nazionali e internazionali per l'Italia esistono delle pubblicazioni degli

istituti nazionali come l'istituto nazionale di archeologia e di storia dell'arte che adesso esiste solo

nominalmente, infatti ha solo una biblioteca importante, ma in origine era pensato per curare un

corso di formazione superiore per gli archeologi. Questo istituto ha una rivista ufficiale che

compare ogni anno e che raccoglie studi di argomento monografico; un'altra rivista annuale

parallela a questa è quella della scuola di archeologia italiana ad Atene che si occupa delle missioni

archeologiche italiane in Grecia e in oriente; tale rivista ha una parte di notiziario relativo alle

attività della scuola e una parte di saggi monografici.

Vi sono poi riviste di alto valore che spesso hanno come referenti istituti di università: “Archeologia

classica” fa capo all'istituto di archeologia dell'Università di Roma “La sapienza”, pubblicata dal

1949 da Giulio Quirino Giglioli.

Per le pubblicazioni straniere esse vengono perlopiù curate da organi ufficiali come l'istituto di

archeologia dello stato in cui vengono pubblicate: in Germania vi è l'annuario dell'istituto di

archeologia tedesca pubblicato dal 1885 e nato come filiazione della rivista più antica che veniva

pubblicata a Roma dove era stato fondato il primo Istituto di archeologia tedesca che aveva sede sul

Campidoglio e che aveva un proprio bollettino; dal 1885 questo bollettino e gli annali cessano di

essere pubblicati e si sdoppiano venendo a creare una serie tedesca, pubblicata a Berlino e una serie

pubblicata Roma. I tedeschi hanno infatti molte sedi di archeologia all'estero che sono ormai

storiche, cioè in ogni stato dove si trovano studiosi tedeschi e da qui derivano riviste con lo stesso

nome, ma con sedi diverse.

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Delle riviste francesi due sono importanti, e sono espressione degli istituti di archeologia francese

all'estero, cioè il bollettino di corrispondenza greca (BCH) pubblicato dal 1877 dall'istituto di

archeologia francese ad Atene e la corrispondente rivista del MEFRA comparsa nel 1888.

Gli istituti britannici hanno due sedie uno a Roma e uno ad Atene e da qui derivano due riviste; gli

Stati Uniti hanno tre giornali importanti, l’American Journal of archaeology dell'istituto di

archeologia negli Stati Uniti pubblicato dal 1886; la pubblicazione dell'Accademia militare di Roma

(MAAR, memoria dell'Accademia militare di Roma) e Esperia, la rivista della scuola di studi

classici ad Atene pubblica dal 1932.

Vi sono poi altri organi degli istituti stranieri che hanno sedi a Roma e ad Atene, finalizzati

all'archeologia ma non solo, perché all'accademia degli Stati Uniti di Roma studiano pittori e vari

artisti, e questi istituti sono frutto di una colonizzazione ottocentesca.

La città del Vaticano ha una sua pubblicazione curata dall'istituto romano di archeologia; vi sono

poi una quantità di pubblicazioni diverse per ogni singolo territorio o dedicate ad artisti o a periodi

o ad argomenti specifici; da ciò capiamo che la ricerca sulle riviste è complicata.

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LA CITTÀ DI ROMA

La città di Roma è la più importante del mondo antico che ebbe la vita più lunga e la più grande del

mondo antico, che arrivò a dei gradi di servizi pubblici efficienti in certi casi superiori ad oggi,

infatti l'acquedotto romano forniva alla città una quantità d'acqua superiore a quella di oggi.

Tra le città romane, Roma è la più estranea per la sua storia perché se le città romane venivano

fondate sulla base di una pianta urbanistica precisa, Roma costituisce l'eccezione perché non è

razionale dal punto di vista urbanistico.

Secondo la tradizione storica la città venne fondata da Romolo il 21 aprile del 773 (Varrone), data

che all'inizio si pensava fosse inventata, ma che venne rivalutata dal punto di vista archeologico

perché le più antiche tracce di Roma risalgono alla seconda metà dell’VIII sec, quindi il periodo è

giusto, ma perché venne fondata una città qui, in una zona non adatta al popolamento?

Perché qui esisteva un guado del Tevere, fondamentale per poter passare dal Lazio settentrionale al

Lazio meridionale; infatti c'era un punto in cui l'attraversamento del fiume era facilitato dalla

presenza dell'isola Tiberina che spezzava in due il fiume rendendo il percorso da attraversare più

corto ed essa era formata da detriti che si erano ammucchiati nel corso del tempo e che hanno

quindi facilitato l'attraversamento.

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Collocare un insediamento vicino a un punto di passaggio del fiume voleva dire controllarlo e

controllare anche i flussi commerciali, ma l'insediamento non era comunque favorevole in questa

zona perché le parti basse del territorio erano soggette alle frequenti inondazioni del fiume e la parte

bassa era paludosa, infatti il campo Marzio e una zona al di fuori delle mura, le zone ai piedi del

Palatino e del Campidoglio erano paludose e interessate dalle frequenti inondazioni del fiume e

spesso vi erano corsi l'acqua che le attraversavano.

La zona del foro romano era paludosa e venne resa frequentabile dalla creazione della cloaca

maxima che raccoglieva le acque e le faceva fluire del fiume. Fino all'età augustea parte del campo

Marzio era paludosa e venne trasformata da Agrippa in una grande piscina che serviva alle terme di

Agrippa; invece le zone più alte erano favorevoli all'insediamento, cioè i colli che rappresentano i

luoghi più antichi di insediamento della città.

Le prime abitazioni furono collocate sul Palatino dove troviamo le tracce più antiche

dell'insediamento romano e infatti secondo la leggenda Romolo aveva fondato la città sul Palatino

dove non a caso Augusto scelse di andare ad abitare.

Il fatto che gli insediamenti più antichi siano sui colli ha comportato che la prima fase di sviluppo

della città avvenisse solo sui colli finché non si decise di bonificare le aree paludose.

Il terreno su cui si insediò la città dunque non era pianeggiante, ma con rilievi più o meno dolci e

ciò rendeva l'insediamento difficile da abitare; la bonifica delle parti basse ha comportato uno

sviluppo non uniforme e regolare della città e, per ammissione degli stessi romani, uno sviluppo

caotico.

Infatti l'immagine della Roma antica che emerge dalle fonti letterarie antiche è quella di una città

caotica con le strade strette, problemi di traffico, di sovraffollamento di certe zone intervallae da

aree occupate da vasti edifici pubblici.

Un ruolo fondamentale per la città lo ebbe il fiume che era una via di comunicazione importante

perché fungeva da via verso il mare e da via di accesso dal mare alla città; in città esisteva un porto

più antico che venne trasferito quando la città si espanse e venne portato più a valle.

La parte meridionale della città ebbe quindi una vocazione di carattere mercantile, connessa al

trasporto fluviale; quando la funzione portuale della città venne trasferita a Ostia questa zona rimase

come area mercantile perché qui vi erano i magazzini urbani per le merci.

Nell’antichità il trasporto via acqua era più facile e meno costoso, mentre quello via terra era più

lungo e rischioso perché le merci viaggiavano originariamente su strade non lastricate.

Il Campidoglio era dunque il centro del religioso della città, il Palatino era il colle dove vi sono gli

insediamenti più antichi e importante è anche l’Aventino, mentre la zona compresa tra l'ansa del

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fiume era il campo Marzio, cioè un’enorme area pianeggiante di proprietà dello stato che venne

occupato da una serie di strutture pubbliche destinate allo svago (come il teatro o le terme), mentre

la sua parte settentrionale aveva una vocazione funeraria, infatti vi si trovano le tombe dei

personaggi importanti della Repubblica prima e degli imperatori poi.

La città era dal punto di vista amministrativo, complessa da gestire: fin dall'origine ebbe una

suddivisione in regiones che per tutta l'età repubblicana furono quattro; la suddivisione in regiones è

attribuita a Servio Tullio (VI sec aC) che nella storia di Roma aveva fatto edificare anche le mura.

Augusto però riformò il sistema e, dal momento che la città dal VI sec si era espansa, le regiones da

quattro diventarono 14 e comprendevano l'area urbana che non corrispondeva più solo alla città

entro le mura serviane, regiones che si dispongono a raggiera a partire da un nucleo centrale.

Le regiones erano disposte in senso antiorario ed erano più numerose all'interno delle mura antiche

mentre fuori erano più grandi perché ed erano più numerose all'interno delle mura antiche, mentre

fuori erano più grandi perché erano le zone meno urbanizzate; l'amministrazione era necessaria per

gestire gli incendi, infatti ogni due regiones erano amministrate da edili e da altri magistrati e

avevano una cohors di vigili che funzionava sia come vigili del fuoco sia come vigili urbani; quindi

in tutto vi erano sette cohortes di vigili.

Gli incendi furono sempre un problema gravissimo per la città e sappiamo di incendi disastrosi che

distrussero zone immense della città; tra i più disastrosi vi erano quelli che colpivano il

Campidoglio e infatti sappiamo che il Tempio di Giove Capitolino, il massimo tempio romano,

andò distrutto diverse volte. Uno degli incendi più disastrosi fu quello dell’80 d.C., durante il breve

regno dell'imperatore Tito, che distrusse due terzi della città compreso il Campidoglio, parte del

campo Marzio e dei fori imperiali; venne danneggiato anche il foro di Cesare che venne però

restaurato e inaugurato da Traiano (quindi ci vollero circa vent'anni).

Domiziano, il suo successore, per la maggior parte del suo regno fu costretto a intervenire sui

monumenti danneggiati; infatti ogni anno scoppiavano in città diversi incendi perché essa era

costruita in maniera caotica e disordinata e con materiali infiammabili (la parte alta delle case era

costruita il legno); in più le strade strette impedivano l'arrivo dei pompieri e le case erano costruite

una attaccata all'altra e quindi prendevano fuoco più facilmente.

Questo comportò una serie di interventi legislativi che imponevano una misura minima per le strade

e che tra un edificio e l'altro ci fosse un ambitus, cioè uno spazio vuoto, ma questi interventi

fallirono perché potevano essere applicati solo agli edifici nuovi, mentre Roma aveva una storia

plurisecolare.

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Cosa sappiamo dell'aspetto urbanistico della città? Non esiste per l'Italia e Roma un'opera come

quella di Pausania e questa è una lacuna una molto grave.

Roma è una città che ha distrutto se stessa per ricostruirsi continuamente, quindi recuperiamo la

storia antica di Roma da frammenti spesso manipolati dagli interventi successivi.

Abbiamo importanti monumenti scomparsi, aree poco conosciute e quello che si sa lo si ricava dalla

lettura stratigrafica della città, infatti certi monumenti della Roma imperiale hanno mantenuto una

pianta tale per cui li si può riconoscere in pianta, mentre in alzato non si riconoscerebbero.

forma urbis severiana,

Per l'aspetto antico della città abbiamo una pianta della città antica, la cioè

una mappa di Roma realizzata, nella versione che conosciamo, dopo il 203 d.C. (data che si può

desumere internamente alla pianta), negli anni degli imperatori severi. Essa fu incisa su 151 lastre di

marmo che erano collocate sulla parete di fondo della grande aula, nel foro della pace eretto da

Vespasiano; l'aula si trovava in un tempio dedicato alla pace dopo le guerre civili del 69 d.C., sul

fondo del quale si trovavano due grandi aule e una di queste conteneva la forma urbis.

L’aula esiste tuttora perché lì si è insediata la basilica dei santi Cosma e Damiano che ingloba anche

il tempio di Romolo che era preceduto da questa sala che conserva le tracce delle grappe che

reggevano la forma urbis di cui rimangono dei frammenti che corrispondono a circa il 10% della

superficie della pianta che viene studiata da circa quarant'anni.

Questa pianta che venne demolita e usata per costruire le mura è il documento più prezioso che

abbiamo per la conoscenza urbanistica di Roma; è in scala 1:240 ed è molto precisa; è un lavoro

complesso quello che vede il ricollegamento dei frammenti superstiti, lavoro che permette però la

ricostruzione di alcune zone della città. Lo studio della forma urbis ha portato alla realizzazione di

una mappa di Roma antica dove sono indicati gli edifici che hanno una identificazione sicura nella

forma urbis; questo lavoro di ricostruzione deve trovare una conferma archeologica, ma si tratta di

un lavoro complicato e la forma urbis è l'unica fonte diretta della conoscenza della città; oltre alla

forma urbis abbiamo una serie di notizie nelle fonti letterarie che si riferiscono a tutta la storia della

città e sono le più varie, ma ogni volta vanno valutate nel contesto in cui sono riportate.

Le vie di comunicazione

La rete stradale romana che parte dalla città è una delle infrastrutture più importanti, che aveva il

suo punto di partenza in Roma; intorno alla città si disponevano a raggiera le vie di comunicazione

principali che raggiungevano l'estremità dell'impero e che furono create in tempi plurisecolari.

Le strade principali erano quelle consolari così definite perché frutto dell'intervento dei consoli,

carica principale nei tempi della Repubblica; quelle più recenti mantenevano il nome del

costruttore, mentre quelle più antiche avevano il nome della località che servivano.

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Tra le più importanti c'erano la via Aurelia che correva lungo la costa tirrenica settentrionale fino a

Genova, ma che poi venne prolungata fino a Ventimiglia e da qui fino a Narbona; la via Flaminia

verso nord che costituiva l'asse di urbanizzazione del campo Marzio, che ad un certo punto si

divideva in Flaminia verso occidente e Cassia verso oriente; la via Salaria, una delle strade più

antiche che arrivava fino all'Adriatico, e che era la via del sale, un prodotto molto prezioso; la via

Tiburtina che arrivava a Tivoli, la via Praenestina, la via Lavicana, la via Tusculana, la via Appia,

altro asse portante lungo la penisola italica che in origine arrivava fino a Capua, ma che venne

prolungata fino a Brindisi; la via Ostiense che portava ad Ostia e la via Portuense che portava ai

pordi romani. miliarium aureum,luogo

Queste strade partivano dal foro romano dove si trovava il dove si

generavano le strade che uscivano dalle porte da cui veniva misurata la distanza in miglia.

ponti

Altri mezzi di comunicazione erano i e quelli più antichi a Roma erano nove; da sud troviamo

prima il ponte più meridionale e più antico che serviva a collegare la città e il Trastevere; risalendo

ponte Sublicio ponte Emilio

verso nord troviamo uno dei più antichi ponti, il che era affiancato dal

ed erano collocati in una posizione rischiosa, infatti andarono distrutti più volte dalle inondazioni

del fiume perché erano posti lungo un’ansa, cioè un tratto del fiume molto impetuoso.

Quindi questi due ponti hanno avuto una storia sfortunata: il ponte Emilio venne rifatto più volte e

l'ultima ricostruzione è quella di papa Gregorio XII Boncompagni nel 500, ma ne è crollata una

ponte Fabricio, Cestio,

parte. Altri due ponti meridionali sono il a due arcate e il a tre arcate, che

erano collocati presso l'isola Tiberina e sono sopravvissuti più a lungo, anche se furono oggetto di

molti rifacimenti anche antichissimi. pons Agrippae

Risalendo lungo il fiume ci sono: un ponte ignoto, un ponte di età augustea, il

costruito per una funzione privata, cioè per collegare i possedimenti al di là del Tevere con quelli al

ponte Sisto,

di qua del fiume, di proprietà di Agrippa (il ponte esiste tuttora); il realizzato da Papa

ponte neroniano

Sisto IV nella seconda metà del 400; più a nord troviamo il di cui esistono i piloni

che sono visibili nei periodi di secca del fiume, che serviva la via trionfale da Veio e il percorso

delle processioni trionfali arrivava al circo Flaminio dove era organizzato il trionfoche arrivava fino

ponte Elio,

al tempio di Giove capitolino. Il secondo ponte con funzione privata era il costruito per

servire il mausoleo di Adriano che acquistò un'importanza fondamentale per tutto il medioevo fino

all’età moderna, infatti era il punto principale di attraversamento della città per i pellegrini che si

ponte Milvio,

recavano a San Pietro. Fuori dalla città vi era il uno dei più antichi che serviva la

zona nord della città, e qui la via Flaminia si divideva in Flaminia e Cassia.

97 mura, serviane

Circa le Roma ha avuto due cerchia di mura, quelle più antiche sono chiamate

perché la leggenda le attribuisce a Servio Tullio (VI sec); la notizia era considerata poco fede

degna, ma gli studi delle mura più antiche hanno rivelato che la prima fase delle mura è del VI sec,

quindi è probabile che Servio Tullio dotò la città della prima cerchia di mura costruita in

cappellaccio, una materiale fragile, ma che si estraeva a Roma.

Questo comportò nel IV sec un rifacimento sostanziale delle mura a causa dell'invasione della città

da parte dei galli nel 390 a.C., quindi dopo il 390 venne rifatta la cerchia di mura con lo stesso

percorso delle mura più antiche, però venne realizzata con il tuffo di Grotta Oscura che si estraeva

vicino a Veio, che venne conquistata dai romani nel 396 a.C.

Le mura vennero sempre restaurate fino all'età augustea quando persero il loro ruolo perché ormai

l'intera penisola italica era in mano ai romani, quindi erano diventate inutili e questo fu vero fino al

III sec dC, quando le popolazioni barbariche minacciarono la città.

Quindi si sentì la necessità di costruire una nuova cerchia di mura che tenesse conto dell'enorme

espansione urbanistica della città (mura aureliane). Le mura serviane che includevano i sette colli

con un percorso irregolare perché dovevano tener conto delle irregolarità del terreno, sono oggi in

parte conservate; si trattò di un'opera colossale perché il circuito era di 11 km, quindi era il più

grande di tutte le città murate dell'Italia antica e questo dà l'idea delle dimensioni della città in età

arcaica.

Si trattò di un'impresa colossale perché erano

mura possenti che dovevano difendere la città

soprattutto nei punti in cui non vi erano difese

naturali; nel restauro del IV sec, oltre alle mura,

venne costruito un fossato all'esterno e all'interno

le mura erano rinforzate da un terrapieno, alto 10

m per cui le mura non potevano essere demolite

dall'esterno; in più sul camminamento superiore vi

era un ampio spazio per poter spostare uomini e

oggetti.

Si trattava quindi di una fortificazione di grande impegno e presente soprattutto nelle zone dove la

difesa era più debole; alcune porte principali sono conservate, come alcuni tratti delle mura

serviane.

Circa le porte una delle meglio visibili è la porta Celimontana, sul Celio, struttura che venne

trasformata in età imperiale in uno dei punti di appoggio per l'acquedotto neroniano che arrivava al

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tempio di Claudio (si tratta di porte ad arco alcune delle quali furono oggetto di rifacimenti in età

augustea).

Nel III sec dC, in un periodo di crisi militare e politica, le popolazioni barbariche si spingono

all'interno della penisola italica tanto che le città più importanti vengono più volte assediate e

arrivano a minacciare anche Roma che si dovette dotare di una nuova cerchia di mura.

Nel 271 l'imperatore Aureliano che regnò dal 270 al 275, famoso per aver sconfitto Zenobia,

riconnettendo così la Siria all'impero romano, fece costruire delle nuove mura utilizzate poi per tutta

l’età medievale; si tratta di una cerchia più grande della prima perché la città si era enormemente

allargata e, dal punto di vista militare, era necessario includere nell'area murata i monumenti di

grandi dimensioni che potevano essere utilizzati dai barbari come forti da cui far partire l'assalto

della città, quindi le terme di Caracalla, il campo Marzio, la zona di Trastevere che ora era diventata

una zona densamente popolata, vennero inclusi nelle mura, come anche l'accampamento dei

pretoriani, l'unico corpo militare che poteva risiedere in città armato e venne usato come elemento

di fortificazione; in più i colli e le alture dovevano essere controllate, quindi vennero incluse nella

nuova cerchia muraria. mura aureliane

Il nuovo circuito era di 19 km e la costruzione delle durò quattro anni e impegnò

tutti i muratori e i forni di laterizi della città, infatti le mura sono costruite in opera cementizia e in

laterizio. Esse sono alte 6 m a spesse 3,5 m, ma subirono dei restauri continui perché era necessario

renderle più resistenti e forti; quindi nel restauro di Onorio e Arcadio (il cui vero autore è però

Stilicone), effettuato all'inizio del V sec, l’altezza delle mura venne portata da 6 a 12 m e vennero

costruite 383 torri quadrate, collocate ogni 100 m, che avevano lo scopo di piazzare le macchine di

difesa e le porte vennero in gran parte rifatte o modificate; nel VI sec subirono poi interventi da

Belisario.

Una parte consistente del tracciato si è conservato e quindi possiamo vedere il camminamento

interno con le gallerie protette e le mura interne che erano dotate di feritoie e sopra la galleria il

camminamento superiore; la cinta muraria era servita da una strada interna che circondava

all'interno le mura che erano scandite da torri che dovevano ospitare le macchine di difesa per gli

assedi; oltre alle porte principali vi erano una serie di aperture minori che venivano chiuse e

bloccate durante gli assedi.

All’interno le mura hanno un camminamento coperto dove le truppe potevano muoversi al riparo

dei nemici e lungo le mura vi erano una serie di feritoie che servivano a rispondere agli attacchi;

oltre alle porte principali che si trovavano in corrispondenza delle strade principali, vi erano delle

piccole aperture che potevano essere facilmente chiuse durante gli assedi.

99

La struttura delle mura venne realizzata velocemente, per cui vennero inglobati dei monumenti sia

per proteggerli sia perché parte di essi venne usata come parte delle mura, come nel caso dei castra

praetoria che vennero inseriti perché in questo modo parte della struttura muraria non venne

costruita, così come l'anfiteatro castrense, privato, perché apparteneva alla famiglia dei severi che

aveva in zona anche una struttura palaziale, dei giardini e un circo che rimase fuori dalle mura;

inoltre venne inserita nel circuito delle mura anche la piramide di Caio Cestio, presso la porta

Ostiensis, parte delle mura infatti si appoggiano al monumento.

Le porte principali hanno più fasi e hanno subito una serie di restauri; all'inizio erano costituite da

un passaggio semplice o doppio con due carreggiate (una entrata e una in uscita), ma con il restauro

di Onorio e Arcadio alle porte vennero affiancate delle torri laterali che le trasformarono in fortini

autonomi e difendibili; per questo le porte doppie vennero trasformate in porte a un solo arco che

rendeva la porta più facilmente difendibile (sola la porta Ostiensis conservò le due aperture); vi

sono però anche porte con strutture più semplici perché il percorso che entrava in città era

secondario.

Un monumento dell’età di Claudio è conosciuto come Porta Maggiore e si tratta di una struttura

monumentale sopra la quale vi è l'attraversamento di tre acquedotti della via Praenestina; Claudio

trasformò quest'opera funzionale in un monumento che sanciva l'importanza del passaggio dei tre

acquedotti; qui vediamo l'uso del bugnato rustico tipico del tempo di Claudio che dà l'idea della

forza e della solidità della struttura di carattere unitario dove la parte alta dell'attico ospitava

l'iscrizione dedicatoria. Anche questo monumento venne inserito nelle mura aureliane e divenne una

porta chiamata maggiore per la sua struttura monumentale.

acquedotti

Gli sono opere infrastrutturali fondamentali per la vita della città; per gli acquedotti di

Roma siamo molto bene informati perché abbiamo una fonte preziosissima, l'opera di Frontino, un

magistrato delle acque che fu responsabile di tutti gli acquedotti di Roma.

Egli quindi scrisse un'opera di carattere tecnico dedicata gli acquedotti della città che da

informazioni sul rifornimento idrico e sui singoli acquedotti; l'opera è del II sec d.C., quindi egli

parla dei nove acquedotti che rifornivano Roma a quell'epoca, mentre nel secolo successivo ne

furono aggiunti altri due.

Il più antico è l’acquedotto Acqua Appia, realizzato nel 312 a.C. (IV sec) che arrivava lungo la via

Praenestina,quindi da Palestrina; il secondo acquedotto realizzato fu l’Anio Vetus nel 372 a.C.

(prima metà del III sec aC), e fu il primo acquedotto che prendeva l'acqua dal fiume Aniene che

scorre a est di Roma e che fu il serbatoio d'acqua fondamentale di Roma perché arrivava da monti

100

ricchi d'acqua; esso è lungo 64 km quindi costituisce un'impresa ingenieristica fondamentale e

questo acquedotto, come l’Appia, arrivava da est.

Nel 144 a.C. venne realizzato l’Acqua Marcia che arrivava dall’Aniene ed era lungo 91 km (si tratta

di un acquedotto tuttora in uso); nel 19 a.C. Agrippa fece costruire l'Acqua Virgo, per cui il punto

da cui veniva raccolta l'acqua era diverso perché era destinato a servire la parte nord della città,

permettendo ad Agrippa di urbanizzare il campo Marzio.

L’acquedotto arrivava dai colli Albani e dal Pincio e permetteva anche il funzionamento degli

edifici termali di Agrippa nel campo Marzio e l'irrigazione nei giardini del Pincio; tale acquedotto

funziona ancora oggi e la terminazione monumentale dell'Acqua Virgo è la fontana di Trevi

realizzata nel 700 proprio come terminazione monumentale all'acquedotto.

Questo uso delle fontane monumentali come terminazione degli acquedotti non è proprio del 700

ma era già diffuso presso i romani (il settizonio era una fontana monumentale presso il colle

Palatino che costituiva la conclusione monumentale dell'acquedotto che alimentava i palazzi reali

del Palatino). Nel 38 d.C. venne cominciata la costruzione dell’Acqua Claudia, lungo 70 km che

inizia a Subiaco, attingendo l'acqua dall’Aniene; di questa acquedotto 15 km sono costruiti su

architetture gran parte del percorso è visibile nella parte meridionale della città.

L’Acqua Claudia fu l'occasione per l'imperatore di costruire Porta maggiore perché si trattava di un

acquedotto molto importante per la parte centrale di Roma in quanto, entrando a Roma, si divideva

in due rami uno dei quali andava sul Palatino e quindi serviva le residenze reali, mentre l'altra

arrivava al colle Celio su cui in età neroniana venne costruito il tempio di Claudio.

L’Acqua Claudia aveva una portata di 184.000 m² d'acqua al giorno ma Claudio fece costruire un

altro acquedotto, l’Anio Novus che aveva lo stesso percorso del precedente (quindi era legato

all’Aniene) ed era lungo 87 km ed era il più grande acquedotto romano perché aveva una portata di

190.000 m² d'acqua al giorno.

Traiano nel 109 d.C. fece costruire un acquedotto destinato alla parte settentrionale della città e che

alimentava le sue terme; esso attingeva acqua dal lago di Bracciano, a nord di Roma e, oltre ad

alimentare le terme, serviva a Trastevere, zona ormai abitata; quest’acquedotto è già al di fuori

dell'opera di Frontino; l’ultimo acquedotto è l'Acqua Alessandrina (che prende il nome da

Alessandro Severo), costruito nel 226 d.C.

I nove acquedotti avevano una capacità complessiva di quasi un milione di metri quadrati al giorno

d'acqua e servivano a circa un milione di persone al giorno che abitavano a Roma in quell'epoca (è

da considerare che nel 1968 Roma aveva una media di litri per abitanti di 475 litri); ma perché

serviva così tanta acqua che comunque non era disponibile in casa? Per alimentare le fontane

101

pubbliche da cui attingevano l'acqua gli abitanti e servivano per i giganteschi impianti termali dove

il consumo di acqua era enorme. La porta maggiore segnava il punto dove si congiungevano tre

acquedotti diversi, infatti qui passavano l'Acqua Appia, l’Anio Vetus e l'Acqua Claudia; inoltre la

porta Celimontana è uno dei punti in cui si è conservato il passaggio dell'Acqua Claudia di età

neroniana (perché venne conclusa da Nerone).

Campidoglio

Il costituiva il centro religioso fondamentale; si tratta di un colle alto 46 m sul livello

del mare e, rispetto agli altri colli della città, era quello con le pareti più scoscese; quindi si prestava

di più a diventare l'acropoli della città, dove collocare il luogo di culto principale.

Dunque ha delle pareti a strapiombo ed è costituito da una massa di tufo piuttosto friabile, quindi fu

soggetto a diverse frane e la struttura della roccia lo rende difficilmente accessibile; era articolato in

due alture, il Capitolium e l’Arx (dove vi era il tempio di Giunone Moneta), che erano collegate

dall’asilum, una valletta con un'altitudine inferiore che è adesso occupata dalla piazza e dal palazzo

senatorio sopra il tabularium.

L’unica strada percorribile con i mezzi di trasporto, che arrivava dal foro, era il clivo capitolino,

cioè la parte finale della via sacra e del percorso processionale che era utilizzato dal generale in

trionfo che saliva al tempio principale per offrire un omaggio alla divinità; vi erano altri tre accessi

pedonali attraverso delle scale tra cui la scalinata vicino al tempio della Concordia.

La parete verso il foro e il Palatino era particolarmente ripida perché era a strapiombo ed era nota

come rupe Tarpea, che ora è diversa dall'aspetto antico; il Campidoglio fu un colle importante nella

storia di Roma perché qui la leggenda pone uno dei primi insediamenti della città fondata da

Saturno: l'idea sorse sulla base di un culto di Saturno antichissimo collocata ai piedi del colle,

all'inizio praticato con un altare, ma poi venne costruita anche un tempio comunque antichissimo;

nell'area del Campidoglio sono infatti stati ritrovati resti del IV sec aC, cioè tracce di uno dei più

antichi insediamenti di Roma.

Dopo l'invasione dei galli del 390 a.C. il colle venne fortificato con delle mura che servivano anche

da sostruzioni per contenere la struttura fragile della collina; il Campidoglio fu anche sede di eventi

politici importanti, infatti presso il tempio di Giove venne assassinato Tiberio Gracco.

Il colle venne devastato da una serie di incendi spaventosi che comportarono la distruzione totale

del tempio di Giove Capitolino, il primo di questi, nell'83 a.C., distrusse definitivamente il tempio

arcaico in legno, quindi venne rifatto in marmo; un altro incendio è del 69 d.C. durante la guerra

civile dei quattro imperatori, che devastò una parte della città e il Campidoglio che subì i restauri di

Vespasiano, ma nell'80 d.C. vi fu un altro spaventoso incendio per cui Domiziano dovette procedere

all'ennesimo rifacimento del tempio.

102

Il tempio, secondo la leggenda, venne costruito da Tarquinio Prisco e completato da Tarquinio il

Superbo, ma venne dedicato subito dopo la caduta della monarchia; era il più grande tempio di tipo

italico conosciuto e solo la struttura del tempo occupava 53 x 63 m, segno del ruolo importante che

Roma ebbe durante l’età regia, infatti aveva un ruolo egemone.

Il frontone era occupato da una quadriga in terracotta opera di Vulca di Veio (questo artista fu così

celebre da essere ricordato, mentre di solito non abbiamo i nomi degli artisti), ma di questo non

abbiamo nulla perché il tempio venne distrutto più volte e dall'83 a.C. venne rifatto in marmo;

prima era in legno con delle decorazioni in terracotta, quindi del tempio arcaico non rimane nulla

però si trattava di un tempio grandioso con tre celle che ospitavano le statue della triade capitolina e

le celle erano precedute da un grandioso triplice portico caratterizzato dall’intercolumnio centrale di

dimensioni maggiori per permettere una migliore visibilità della statua centrale.

Il tempio e l'area sacra vennero riempiti di statue e di ex voto, ma non rimane più nulla dell'apparato

decorativo che per tutta la sua quantità riempì l'area sacra tanto che dovettero intervenire i

magistrati per liberare parte dell'area per far posto a nuove offerte ed ex voto.

Esistevano anche due templi di dimensioni minori, uno dedicato a Fides e completamente

scomparso perché franò con una porzione della terrazza e infatti le sue strutture furono trovate ai

piedi del colle e l'altro era dedicato a Ops (da ricchezza), di cui si sa pochissimo, infatti è stato

individuata solo la localizzazione, ma non sono mai stati studiati i resti.

tabularium,

Tra le due alture è disposto un edificio importante, il cioè l'archivio centrale dello stato

costruito a partire dall'83 a.C. da Quinto Lutazio Catulo, che agiva per conto di Silla; esso esiste

tuttora in parte e si tratta di un'enorme struttura su cui nel medioevo venne costruito il palazzo

senatorio, sede del comune di Roma.

Il tabularium si affacciava al foro romano e in parte si appoggiava al colle del Campidoglio; però è

andata perduta la parte superiore dell'edificio che conteneva i documenti ufficiali della città.

Esso era concepito come collegamento monumentale tra il foro e il Campidoglio, infatti all'interno

vi erano delle scale che dalla piazza conducevano al livello superiore.

Si tratta di una costruzione grandiosa in tufo con un'architettura di tradizione ellenistica tipica del I

sec aC che sottolinea la monumentalità delle forme attraverso l'ordine applicato e con una struttura

fondata su alte gallerie interne, mentre sulla facciata vi era l'applicazione di architetture greche; la

struttura era completata con un piano superiore. L’edificio era a tre piani, il primo era pieno, il

secondo era articolato con tre grandiose arcate e del terzo non sappiamo nulla. Veiove

All’interno dell'area del tabularium si collocava un altro tempio piccolissimo quello di che

si trova in questo punto perché era frutto di un culto antico quindi non si poteva spostare; quindi

103

quando venne concepito i tabularium si dovete tener conto di questo culto e si costruì questo tempio

per una divinità infera di origine etrusca; poiché lo spazio era ridotto si adottò una soluzione

particolare, cioè la cella venne disposta per il largo anziché per il lungo.

Si tratta di un edificio contemporaneo alla costruzione del tabularium, quindi ed è 78 a.C. però è di

origine antica perché il culto risale al 192 a.C.; il tempio esiste tuttora ed è parzialmente visibile

perché si trova sotto il palazzo senatorio.

L’ultimo importante luogo di culto si trova sull’Arx, cioè il tempio di Giunone Moneta (cioè

ammonitrice) di cui non sappiamo nulla perché si trova sotto una chiesa; esso venne fondato nel 343

a.C. da Furio Camillo e nei pressi sorse la più antica zecca della città; il colle Campidoglio era

quindi il centro religioso più antico su cui sono collocati i culti più antichi e l'archivio dello stato.

foro romano

Ai piedi del Campidoglio si trovava il principale centro della vita associata, il che si

colloca in un'area inizialmente paludosa, non abitabile, che venne bonificata solo con la creazione

della cloaca maxima che permise l'utilizzo della zona che divenne la più importante per le attività

della vita associata, di carattere commerciale, politico e religioso.

Nel corso del tempo la vocazione commerciale del foro venne abbandonata per motivi di spazio e

venne trasferita in altri fori specifici, dedicati a singoli commerci presso la porta urbana (come il

foro Boario); il foro accoglieva il percorso della via sacra, cioè il percorso delle cerimonie trionfali,

che attraversava il fondo della valle.

La piazza venne pavimentata prima della fine del VII sec e venne inclusa nell'area urbana; la cloaca

maxima è la prima grandiosa opera di idraulica della città che era destinata a raccogliere le acque

che venivano convogliate verso il Tevere.

Nel foro aveva sede il comitium, cioè il luogo di riunione che venne poi sostituito dalla curia; vi

erano anche alcuni culti, come quella dei Castori e i lati lunghi erano occupati da strutture coperte

destinate alle attività giudiziarie, cioè le basiliche.

Un monumento più antico era il lapis niger, un'iscrizione collocata in un'area sacra che ora si trova

sotto la pavimentazione visibile del foro; essa era affiancato da un altare e da monumenti di piccole

dimensioni collocati in una zona di cui si è mantenuta memoria nei periodi più recenti perché lì

c'era un'area antichissima con questa iscrizione arcaica con una maledizione, nel caso di

profanazione dell'area sacra.

104

Questo punto del foro sacralizzava la tomba di Romolo, quindi era uno dei luoghi più antichi della

storia di Roma perché si trattava della tomba del fondatore della città e quindi di un culto legato al

fondatore, all'eroe eponimo della città (ora si trova sotto la pavimentazione augustea del foro).

Il foro attuale è frutto di pesanti interventi di età augustea che lo trasformarono da piazza irregolare

in quanto nata dall'accumulo di monumenti diversi non programmati, a piazza dall’aspetto più

omogeneo possibile; attraverso il restauro dei monumenti più antichi e la realizzazione di edifici

nuovi si è quindi cercato di avvicinarsi al concetto di piazza chiusa, porticata e regolare il cui

modello era fornito dal foro di Cesare. basilica Aemilia,

I principali monumenti attualmente visibili nel foro sono: la una costruzione

molto antica, l’unica sopravvissuta delle basiliche di età repubblicana; si trattava di spazi coperti

dove poter svolgere le attività di carattere giuridico amministrativo e che si trovavano lungo i due

lati lunghi del foro.

Le basiliche erano realizzate dalle famiglie senatorie più importanti con un'opera di evergetismo del

monumento che portava il nome di chi aveva creato la costruzione ed erano comunque legate a

queste famiglie perché la manutenzione del monumento era loro affidata.

105

La basilica Aemilia è l'unica delle basiliche repubblicane mantenuta da Augusto che vi fece

realizzare davanti un portico dedicato ai nipoti Caio e Lucio Cesare, cioè un'opera di appropriazione

del monumento. Dunque lo spazio centrale era coperto con un porticato e lungo l'architrave del

portico correva un fregio con degli episodi mitici di Roma; questo fregio fu rotto in migliaia di

frammenti ma ora è stato ricomposto, comunque la sua lettura anche dal punto di vista stilistico è

molto difficile. Circa l’aspetto esterno il portico era aperto sulla piazza e divenne sede di negozi di

lusso perché l'edificio venne restaurato anche in epoca tarda e poi vi eraun secondo ordine di arcate

che servivano a dare luce allo spazio coperto.

curia Iulia

La che vediamo oggi è la sede del senato, fatta costruire da Cesare, che si pone alla fine

di una lunga serie di monumenti per il senato che vennero sostituiti per vari motivi; la struttura che

precedeva la curia Iulia era stata fatta costruire da Silla, quindi Cesare, approfittando della

costruzione del suo foro dietro alla curia sillana, la fece demolire perché dava fastidio al progetto

cesariano (ma anche per un motivo politico) e inserì la curia nell'ambito del progetto del suo foro

per cui la curia diventò parte integrante del monumento di Cesare (si tratta di un'operazione

rilevante dal punto di vista politico).

La curia Iulia rimase in uso per secoli fino al rifacimento di Diocleziano e sopravvisse perché venne

trasformata nella chiesa di Santo Adriano in uso fino agli anni 30 del 900 quando, con i lavori ai

fori imperiali, la chiesa venne sconsacrata e si riportò alla luce la struttura antica con però pesanti

restauri.

L’interno venne ripristinato per cui venne ripristinata la pavimentazione in marmo colorato del IV

sec, ai cui lati troviamo bassi gradini su cui si collocavano i sedili per i senatori; una parte

dell'edificio adesso è collocata nel battistero di San Giovanni in Laterano. di Settimio Severo,

Davanti alla curia passava la via sacra, a cavallo della quale è collocato l'arco a

tre fornici, che è uno dei meglio conservati ed è molto ricco dal punto di vista figurativo; venne

fatto costruire per ricordare le imprese di Settimio Severo in oriente contro i Parti.

Quest’arco trionfale è del 203 a.C. ed è interamente rivestito di sculture ed è conservata l'iscrizione

dell'attico; la decorazione era composta da quattro grandi pannelli sui fornici minori dov'era

illustrata la spedizione in oriente, pannelli che hanno come modello le pitture trionfali; sopra gli

archi maggiori vi erano delle figure di Vittorie che portavano dei trofei, mentre sugli archi minori

erano collocate delle figure di fiumi e sui plinti delle colonne vi erano i prigionieri, come quelli che

sfilavano, legati dietro ai carri, durante il trionfo.

106

Dunque il rifacimento augusteo del foro ha trasformato radicalmente la piazza; un rifacimento era

già stato progettato da Cesare, ma egli aveva realizzato solo in parte questo progetto molto ampio

che comportava la realizzazione di monumenti anche dall'altra parte della città.

Cesare però concluse solo alcuni lavori come il proprio foro, mentre altre opere rimasero a diverse

fasi di costruzione, alcune erano appena iniziate e altre quasi concluse; tra gli edifici del foro quello

in una fase più avanzata di costruzione era, sul lato meridionale, la basilica, quella che diventerà di

Caio e Lucio Cesare, ad opera di Augusto che comunque manterrà la denominazione di Giulia; in

più sotto Cesare si assiste allo spostamento della tribuna dei rostri.

Augusto con un decreto fece liberare la piazza dalla gran parte dei monumenti accumulati di età

repubblicana e vennero riposizionate la tribuna degli oratori e quella dei rostri, così chiamata perché

è decorata con i rostri delle navi da guerra cartaginesi che servivano a sfondare le navi, la più antica

connessa con la zona politica.

tribuna dei rostri

La (29 d.C.), era una lungo edificio rettilineo decorato verso la piazza con i rostri

di bronzo delle navi cartaginesi della prima guerra punica (l'uso di esporre i rostri a seguito di una

colonna di Caio Duilio

vittoria è molto antico). Accanto vi era la decorata anch’essa con i rostri; la

base della tribuna venne rifatta in età augustea e rimase comunque il simbolo della vita politica.

Saturno

Uno dei più antichi templi di Roma è quello di che costituì probabilmente la

monumentalizzazione di un culto di Saturno più antico, il quale era considerato uno dei fondatori

mitici della città perché aveva favorito un insediamento sul Campidoglio dove infatti si trova il suo

culto, antichissimo perché Saturno appartiene alla generazione degli dei precedenti alle divinità

olimpiche, quindi appartiene a una fase di religiosità arcaica.

Il tempio venne costruito nel 498 a.C. (inizi V sec), agli inizi della Repubblica perché nel 509 vi era

stata la cacciata di Tarquinio il Superbo ed esso fu caratterizzato da rifacimenti sostanziali a seguito

di alcuni incendi: nel 42 a.C. vi è un rifacimento importante ad opera di Munazio Planco, una

generale di Cesare che poi parteggiò per Augusto e che nel 42 a.C. finanziò il rifacimento del

tempio che venne interamente rifatto, ma di questo rimane solo il podio altissimo, mentre in alzato

rimane solo la parte anteriore dell'edificio, frutto di un rifacimento del III sec dC, dopo l'incendio

del 283 d.C., infatti i capitelli sono tardo antichi.

I materiali utilizzati sono di spoglio e cioè vennero prelevati dal altri monumenti per rendere più

veloce la costruzione perché siamo in un periodo di crisi istituzionale per cui l'approvvigionamento

di marmo è rallentato o addirittura nullo (questa è testimoniato dal fatto che la trabeazione

all'interno è decorata con un fregio, ma questa parte interna dovrebbe essere liscia).

107

Il tempio di Saturno era anche sede dell'erario, cioè della cassa dello stato il cui tesoro era

conservato nella grande camera sotterranea e intorno al tempio avevano sede i cambiavalute; il dies

natalis del tempio era il 17 dicembre, periodo in cui vi erano i saturnalia.

Nella ricostruzione augustea del foro troviamo un tempio grandioso che si appoggiava al

tempio della Concordia

Campidoglio, il di origine molto antica, fondato nel 377 a.C. da Furio

Camillo per sancire la pace tra i patrizi e i plebei in lotta da lungo tempo, quindi per consacrare la

concordia degli ordini sociali di cui era composto lo stato romano.

Il tempio era dedicato a una personificazione (si tratta dell'idea di rendere divini concetti astratti) e

in questo modo si sancisce con un culto un evento politico; l'edificio è del IV sec ed è scomparso

perchè venne restaurato dopo il 12 a.C., dopo l'assassinio di Tiberio Gracco e venne rifatto

completamente perché era andato distrutto nell'incendio del 12 a.C.

Quindi nel 7 a.C. Tiberio, principe regnante, votò il nuovo tempio, ma a causa di una serie di

vicende politiche il tempio venne dedicato nel 10 d.C.; si tratta dunque di un edificio augusteo per

l'aspetto che era caratteristico perché per questioni di spazio la cella è messa in orizzontale (si tratta

del più grande degli edifici di questa forma) e occupava un grande podio che è l'unica cosa che ci è

rimasta del tempio perché esso è stato demolito. Il tempio era addossato al colle Capitolium, quindi

alla parte inferiore del tabularium e conosciamo il suo aspetto da una moneta che riproduceva la

facciata del tempio e sulla base delle poche testimonianze che permisero la sua ricostruzione.

L’edificio era famoso perché all'interno conteneva importanti opere d'arte greca fatte portare a

Roma da Tiberio per decorare il suo tempio; nella 10 d.C. il tempio non venne più dedicato alla

concordia ordinum, ma alla concordia augustea che regola i rapporti tra i membri della famiglia

dell'imperatore e quindi regola la suggestione.

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Il terzo tempio si colloca tra il tempio della Concordia e quello di Saturno e contribuisce a murare

tempio di Vespasiano e di Tito

l'accesso al tabularium dal foro: si tratta del che si colloca oltre il

clivo capitolino e quindi si appoggiava al tabularium e venne eretto agli imperatori divinizzati

(questo tempio aveva già un precedente nel tempio del divo Giulio), cioè due personaggi che,

secondo la pratica di origine orientale ed ellenistica in uso da Augusto in poi, dopo la morte

venivano proclamati dei dal senato e quindi veniva istituito un culto post mortem; a volte questo

accadeva anche mentre l'imperatore era in vita, ma questa cosa era più difficile da accettare, quindi

nella Roma imperiale il culto dell'imperatore si esplicita della figura dell'imperatore morto e

divinizzato e la divinizzazione si concretizzava con la costruzione di un tempio.

Questo tempio ha una datazione incerta, ma poiché venne dedicato a Vespasiano e a Tito

probabilmente venne realizzato da Domiziano; forse il tempio era stato progettato dal Tito che

regnò solo due anni, quindi venne completato da Domiziano e da lui dedicato a due imperatori della

dinastia flavia.

L’edificio era in marmo bianco e di esso rimangono solo tre colonne del pronao con un architrave

con un'incisione del restauro di Settimio Severo e di Caracalla; era un tempio esastilo e le colonne

erano alte 15 m per cui era molto slanciato in alzato. La parte superstite del tempio è decoratissima

e il fregio è caratteristico perché è realizzato con una decorazione con gli strumenti di culto.

Della piazza la pavimentazione più antica risale al VII sec mentre quella attuale risale all'età

augustea ed è posteriore all'incendio del 12 a.C., quando vi furono danni così gravi da comportare il

rifacimento del pavimento che era stato appena fatto restaurare da Cesare; vi è un'iscrizione che

testimonia che il pavimento venne finanziato da Lucio Nevio, una magistrato che fece rifare il

pavimento o comunque una parte di esso.

Rispetto alla piazza cesariana, il pavimento augusteo obliterò tutti pozzi presenti sotto la piazza del

foro dove vi era un sistema di gallerie ortogonali collegate alla superficie con questi pozzi; questa

struttura di età cesariana era relativa all'uso della piazza come sede degli spettacoli gladiatori perché

non c'era ancora un anfiteatro stabile in muratura e quindi in queste occasioni doveva essere

trasformato in arena e doveva esistere un sistema di magazzini e gabbie per gli animali.

Quindi nell'epoca di Cesare venne regolarizzato questo sistema che venne chiuso augustea perché

non aveva più senso perché era ormai esisteva un anfiteatro costruito, non in muratura, ma più o

meno stabile, cioè quello di Statilio Tauro nel campo Marzio.

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Quindi i fori di età repubblicana erano luoghi dove si svolgevano gli spettacoli e le persone si

collocavano o su delle tribune costruite appositamente o sotto i portici in modo che gli spettacoli

potessero essere seguiti sia sotto il sole, sia con la pioggia e la costruzione di due ordini porticati

serviva a volte per contenere più persone.

Il più recente monumento del foro è un basamento con un alto plinto su cui si trovava una colonna

colonna di Foca

unica, isolata, la che nelle 608 d.C. venne onorato da Roma con questo

monumento che è più antico perché venne riciclato, perché aveva effettuato delle operazioni in

favore della città di Roma tra cui il dono del Pantheon al pontefice.

Sulla piazza vi era un altro importante monumento che rimase in vista solo sette anni perché

Domiziano, che intervenne in maniera sostanziale sul foro, fece costruire una statua equestre

enorme in bronzo alta 8 m nel 91 d.C. e venne abbattuta nel 96, quando l'imperatore morì;

comunque il suo aspetto è ricordato da tre monete e dai pozzetti, cioè i punti in cui le barre di

metallo che reggevano la statua, erano ancorate nel terreno.

Il foro costituì una zona di prelevamento ininterrotto di materiali dalla caduta di Roma fino all’800,

infatti per esempio della basilica Giulia rimane solo il livello pavimentale: essa era lunga più di 100

m e larga quasi 50 ed è la costruzione più antica che risale al 170 a.C.

In questa zona del foro infatti venne costruita prima la basilica Sempronia da Tiberio Sempronio

Gracco, padre dei Gracchi e marito di Cornelia, figlia di Scipione Africano; Tiberio, per costruire la

basilica, fece radere al suolo la casa del suocero che era morto.

La basilica venne rifatta da Cesare nel 54 a.C. come basilica Giulia all'interno di quel progetto di

monumentalizzazione del foro; la basilica venne completata da Augusto, ma finita e funzionante

bruciò nell'incendio del 12 a.C., quindi venne rifatta da Augusto più grande ed egli la dedicò ai due

nipoti Caio e Lucio Cesare che erano stati per un certo periodo eredi della dinastia, ma comunque la

basilica continuò ad essere conosciuta come basilica Giulia che venne poi rifatta, in quanto

danneggiata dall'incendio, da Diocleziano che si dedicò al restauro del foro.

Essa è costruita interamente in mano con cinque navate interne e tre piani due a portici e uno a

finestre per dare luce alla parte interna; era la sede del tribunale dei centumviri, quindi aveva una

funzione giudiziaria. tempio Dioscuri

Un edificio molto antico è il dei o dei Castori era parte di un gruppo di templi più

antichi che testimoniavano la presenza di culti precedenti di età repubblicana; questo tempio era

legato al culto dei Dioscuri, proveniente dalla Magna Grecia e si insediò a Roma come culto

aristocratico perché Castore era un cavaliere (mentre Polluce era un pugile) e le due divinità

diventarono protettrici dei cavalieri. Il culto arrivò a Roma gli inizi del V sec perché, secondo una

110

leggenda nel 499 a.C. quando venne combattuta la battaglia tra romani e latini che volevo riportare

Tarquinio il Superbo, a seguito della vittoria dei romani comparvero loro due cavalieri nel foro che

annunciarono loro la vittoria, nel punto in cui venne eretto il tempio dei Dioscuri.

Esso venne dedicato nel 484 a.C. ma subì una serie di restauri: nel 177 a.C. Quinto Cecilio Metello

Dalmatico restaurò il tempio, così anche Verre, ma venne distrutto nel 12 a.C. e quindi Tiberio lo

rifece mentre Augusto era al potere; egli cioè finanziò il rifacimento dell'edificio in marmo a cui

risalgono le tre colonne superstiti; il resto dell'edificio venne spogliato e oggi rimane solo un blocco

di cemento cioè la struttura del podio. Il tempio venne però dedicato nel 6 d.C.: era preceduto da

una grande scalinata, la parte superiore della quale serviva come tribuna degli oratori e a volte vi si

riuniva il senato. tempio del divo Giulio

Augusto chiuse la piazza con il alle spalle del quale vi era la regia, la sede

del pontefice massimo e quindi sede del più importante sacerdozio della religione romana; Cesare

era pontefice massimo e quindi la regia era la sua sede ufficiale e infatti qui venne trasferito il suo

corpo e venne cremato; la sua cremazione venne prima celebrata con l’erezione di una colonna che

poi venne sostituita da un tempio, di cui non si sa nulla perché venne interamente spogliato, infatti

era interamente rivestito in marmo.

Esso venne dedicato nel 29 a.C. a Cesare divinizzato, la cui statua di culto lo rappresentava con una

stella in fronte perché si diceva che, al momento della proclamazione del nuovo dio, era apparsa una

nuova stella a testimonianza della presenza di una nuova divinità (pratica del catasterismos).

La parte anteriore dell'edificio, che aveva una forma con una grande nicchia centrale, fungeva da

tribuna degli oratori; alle spalle del tempio del divo Giulio vi era un edificio molto antico con una

regia,

struttura di forma curiosa, la una struttura molto antica perché era la casa di Numa Pompilio,

il re a cui era attribuita la fondazione dei principali ordini sacerdotali, infatti fu il regolatore delle

funzioni religiose dello stato romano, il re a cui furono attribuite le norme religiose e la fondazione

degli ordini più antichi. Quindi la sua casa aveva un ruolo importante dal punto di vista religioso e

dopo la cacciata dei re (509), la casa divenne sede del rex sacrorum, uno dei sacerdoti più

importanti della religione romana e poi del pontefice massimo, l'autorità più alta nel campo della

religione romana; quindi divenne sede dell'autorità religiosa.

L’area era caratterizzata dalla presenza di una serie di culti antichi, infatti la religione romana era

molto conservativa per cui gli aspetti più antichi della religione dovevano essere preservati in tutti i

modi, quindi la struttura di questo edificio, nei molteplici rifacimenti, mantenne comunque la sua

forma irregolare; in più nell'area della regia erano collocati il santuario di Marte e di Ops corsiva,

caratterizzata come ricchezza agricola (era un culto legato ai raccolti).

111

La regia era anche un importante luogo di conservazione dei documenti perché qui erano collocati

gli archivi dei pontefici, i calendari che regolavano le attività della vita civile e politica e gli annali

della città, i più antichi documenti storici. Dal punto di vista archeologico le tracce più antiche

risalgono al VI sec, periodo che coincide con quello della caduta dei re e quindi con la creazione del

sacerdozio (il rex sacrorum era il re della religione, spogliato di qualsiasi ruolo politico).

L’edificio venne ricostruito più volte fino al 36 a.C. quando vi fu la risistemazione di questa zona.

tempio di Vesta casa delle

Collegata con la regia era l'area di Vesta che comprendeva il e la

vestali, il più importante sacerdozio femminile; l’atrium vestae era collegato con la regia perché era

legato ai culti più antichi di Roma, infatti il culto di Vesta è antichissimo perché si tratta del culto

del fuoco, del focolaio (originariamente quello del re) che doveva essere tenuto acceso dalle sei

vestali che erano scelte giovanissime tra le figlie delle famiglie aristocratiche che per trent'anni

dovevano mantenere questo culto rimanendo vergini.

Le vestali erano le uniche donne romane con pieni poteri, svincolate dalla patria potestas, infatti

potevano possedere dei beni e girare su un carro (quando incontravano un condannato a morte

questo veniva graziato), ma se venivano meno al loro incarico venivano sepolte vive (non potevano

essere uccise perché il loro sangue era sacro) e lasciate morire nel campus sceleratus sul Quirinale

(Rea Silvia andò incontro a questo destino).

Le vestali, oltre a conservare il fuoco della casa, avevano in custodia delle vestigia antichissime

come il Palladio, cioè la stato di Atena che si trovava a Troia e che venne portata nel Lazio da Enea,

e che venne conservata nel tempio di Vesta finché venne trasferita da Augusto, insieme al culto, sul

Palatino.

La regia quindi perse la sua funzione di sede del pontefice massimo e venne donata alle vestali il cui

sacerdozio rimase in funzione per secoli, fino al 394 d.C., dopo che l'imperatore Teodosio aveva

vietato i culti pagani; quindi la casa si svuotò e nel medioevo venne occupata da uffici.

L’aspetto moderno del tempio di Vesta come oggi lo vediamo è posteriore all'incendio del 64 d.C.

(l'incendio neroniano) ed è frutto del restauro degli anni 30, quindi si tratta di un tempio di età

Severiana perché, dopo l'incendio del 191 d.C., venne rifatto da Giulia Domna, moglie di Settimio

Severo; quindi l'aspetto che conosciamo dell'edificio è tardo.

Antonino e Faustina,

Uno dei templi meglio conservati è quello di un tempio grandioso collocato

su un alto podio che si è conservato perché nella cella si insediò la chiesa di San Lorenzo in

Miranda; venne costruito nel 141 d.C. da Antonino Pio per la moglie Faustina, morta e divinizzata

ma quando morì l'imperatore l'edificio venne dedicato anche a lui divinizzato.

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È un edificio prostilo esastilo con sei colonne monolitiche di marmo cipollino proveniente

dall’Eubea; nel medioevo si cercò di abbattere la costruzione per ricavarne marmi da collocare nei

forni a calce, ma l'edificio era ben costruito e le colonne avevano un peso tale che non si riuscì a

farle crollare (infatti vediamo degli incavi nella parte superiore delle colonne che dovevano ospitare

le funi con cui si tentò di far crollare l'edificio); quindi sopravvisse al tentativo di abbattimento.

basilica di Massenzio

La è l'ultima grande inserzione in questa zona: si tratta di una gigantesca

struttura che occupa un'area di 100 x 75 m costruita da Massenzio e completata da Costantino che la

inaugurò, cambiando però l'orientamento del progetto di Massenzio (cioè cambiò l'asse della

costruzione). L’interno era occupato da una navata centrale, con due serie di ambienti laterali; era

lungoa 80 m e larga 25 ed era coperta da tre gigantesche volte a crociera che raggiungono un'altezza

di 35 m; esse sono rette da otto gigantesche colonne monolitiche che occupavano tutta l'altezza ed

erano alte 15 m; ne è sopravvissuta una che è stata trasferita davanti alla basilica di Santa Maria

maggiore.

All’interno del grande ambiente centrale era collocata una statua di Costantino, una statua colossale

che rappresentava Costantino seduto, realizzata con materiali diversi (o bronzo o stoffa con

un'armatura di legno), mentre le parti nude erano in marmo; gli elementi superstiti di questa statua

si trovano ora nel cortile nel palazzo dei Conservatori.

tempio

L’ultimo edificio è il più grande di stampo greco, unico nel suo genere perché si tratta di

Venere Roma

due templi fusi assieme, quello di e quello di che occupava una gigantesca terrazza

di 145 x 100 m. Esso venne eretto da Adriano e fu concepito come un grande portico chiuso su

quattro lati, colonnato con le colonne in granito grigio egizio che racchiudevano un tempio di 10 x

20 colonne che aveva come modello i templi greci, come quello di Olimpia; esso in realtà

mascherava due celle interne, costruite una alle spalle dell'altra.

Il tempio di Roma dava verso il foro, quello di Venere verso il Colosseo; probabilmente l'edificio

venne progettato da Adriano stesso e venne dedicato nel 135 d.C. ma per farlo venne spostata la

statua del colosso di Nerone perché sotto vi era l'ingresso della domus aurea e venne riposizionata

alla base del Colosseo. Dell’edificio sopravvive l’abside della cella di Venere, frutto di un

rifacimento di Massenzio; in più vi è cella della dea Roma racchiusa dall'ex convento di San

Francesco Romano (abbiamo la parte absidale della cella con una parte della decorazione originaria

in marmo bianco e porfido).

funzione commerciale

La del foro romano venne poi collocata in una zona più facile per la

possibilità di approvvigionamento, quindi le attività commerciali furono spostate presso il porto

urbano a sud dell'isola Tiberina per cui in città non esistette più un porto vero e proprio ma

113

esistevano solo degli approdi per poter scaricare le merci di vario genere che erano destinate al

consumo della città.

La parte meridionale delle rive del fiume era occupata da magazzini già in età repubblicana, infatti

foro Boario e Olitorio

la zona del era già importante fin dall'antichità perché si trovava nei pressi

dell'isola Tiberina; era quindi una zona di costante frequentazione ed infatti qui sono state trovate

alcune delle tracce più antiche dell'insediamento che ha poi interessato tutta zona della città.

È stata individuata quindi una fase precedente alla fondazione della città con il ritrovamento di

frammenti di ceramica micenea e frammenti dell’VIII sec aC, testimonianza di un insediamento

precedente alla fase urbana.

Qui venne collocato un culto antichissimo, infatti vi era l’ara massima di Eracle, un culto

preromano precedente all'urbanizzazione della città e legato una frequentazione greca della zona,

infatti qui è stato individuato uno scalo commerciale greco. templi

La zona venne sistemata da Servio Tullio con la creazione di due nell'area sacra, quello di

Fortuna e di Mater Matutae, una divinità indigena che derivava dal sostrato italico; l'area si

caratterizza quindi come centro religioso importante perché è legata a culti antichissimi come quello

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di Eracle, precedente alla fondazione della città perché sappiamo che Romolo lo trovò già lì e i due

templi della Fortuna e di Mater Matutae sono antichissimi perché sono di fondazione regia.

La zona però aveva anche un aspetto commerciale; si trovava ai piedi del Campidoglio ed era

collegata al circo Massimo e qui vennero creati i due principali poli dove si commerciavano i

prodotti alimentari, il foro Boario dove si teneva il mercato delle bestie e il foro Olitorio dove c'era

il mercato dei legumi e delle verdure.

Essi si collocano ai limiti del confine del centro urbano, quindi siamo in aree di confine e questo

nella mentalità romana era significativo perché non si trattava solo di un limite fisico ma anche

religioso, per cui nella città vi erano certi divieti e non si potevano fare delle cose che si potevano

fare invece al di fuori della città; quindi avere delle zone intorno la città dove si potevano fare delle

cose era comodo perché non si andava incontro ai divieti di carattere religioso.

Quindi la zona aveva sia una funzione di carattere sacro che commerciale per rendere più facili

certe attività; la zona venne trasformata nel corso del tempo per la trasformazione urbanistica della

città, infatti all'inizio vi era solo il porto che poi venne sostituito dagli horrea, cioè i magazzini.

Vi sono tracce di rifacimenti nei templi che presentano più fasi anche perché la zona fu soggetta ad

alluvioni del fiume e a incendi.

Circa l'aspetto della zona, oltre agli spazi aperti per i mercati, vi sono una serie di edifici religiosi

importanti: nel foro Olitorio vi erano quattro templi che vennero ridotti a tre quando la costruzione

del teatro di Marcello comporterà la scomparsa di un tempio; i templi esistenti vennero inglobati

nella costruzione della Chiesa di San Nicola in carcere che sfruttò la struttura degli edifici posti

l'uno accanto all'altro; la Chiesa si è insediata nel tempio centrale, quello di dimensioni maggiori, di

cui rimangono alcune colonne della peristasi e oggi le colonne delle navate interne corrispondono ai

muri della cella; ai lati vi erano due edifici minori che vennero inglobati nei muri della Chiesa.

Ma a chi erano dedicati questi templi? Nel foro Olitorio vi erano quattro culti diversi, il tempio di

Pietas che tutela il rapporto tra gli uomini e gli dei ed è quello che è stato distrutto per la costruzione

del teatro di Marcello, gli altri tre erano dedicati, quello più settentrionale a Giano, quello centrale a

Giunone sospita, quello meridionale e il più piccolo a Spes.

Gli edifici sono realizzati in periodi diversi, ma tutti nel II sec aC, cioè in età repubblicana e

presentano dei rifacimenti e dei restauri dovuti agli incendi.

Dei due templi dell'area sacra (Fortuna e Mater Matutae), rimangono pochi resti mentre integri sono

i due templi del foro Boario, quello di Portunus e quella di Ercole vincitore che esistono ancora e

che si trovano di fronte alla Chiesa che occupa l'area dell’ara di Ercole.

115

tempio di Portunus

Il è uno dei meglio conservati e si tratta di un tempio pseudoperiptero (cioè

imita un edificio con un colonnato che circonda la struttura, ma in questo caso il colonnato è una

finzione), tetrastilo in ordine ionico e la forma attuale appartiene alla fase recente dell'edificio

perché il culto di Portunus è più antico e risale al VI sec aC.

L'edificio venne rifatto varie volte nel IV, V e III sec aC, quando venne rifatto in questa forma, ma

sappiamo anche di una serie di restauri successivi; il tempio viene oggi chiamato della Fortuna

virile, ma era dedicato a Portunus, il dio dei porti, infatti l'edificio si trova sul porto.

tempio Ercole vincitore

Il secondo edificio è un circolare delicato a di cui si conserva la cella,

mentre è andata perduta la trabeazione con la copertura (la copertura attuale è medievale); si tratta

di uno dei rari templi a pianta circolare ed è il più antico edificio in marmo giunto fino a noi, mentre

il tempio più antico era quello di Giove statore nel portico di Ottavia; esso risale alla fine del II sec

aC ed è realizzato interamente in marmo pentelico, proveniente dalle montagne alle spalle di Atene,

quindi è precedente allo sfruttamento delle cave di Luni (dove vi sono le cave italiane di marmo

bianco) e l'architetto era sicuramente greco.

I fori imperiali

Nel I sec aC , si era sentita la necessità di allargare lo spazio del foro romano con un nuovo foro, in

modo da avere una seconda piazza che avesse le stesse funzioni del foro romano per alleggerirlo di

alcune attività che vi si svolgevano. Cesare progettò quindi un foro importante per l'architettura

antica perché si tratta della prima piazza progettata in maniera unitaria a Roma.

Il foro romano era nato dall'aggregazione casuale di più edifici e a questo a Augusto cercherà di

foro di Cesare

dare una regolarizzazione, mentre nel la piazza è omogenea, chiusa, proiettata verso

l'interno perché concepita come se si trattasse di un edificio chiuso perché la struttura era circondata

da edifici ai lati che isolavano la piazza dallo spazio che gli stava intorno.

Tutto ciò aveva uno scopo pratico, cioè quello di preservare i monumenti dagli incendi, infatti

isolando con muri continui il foro, lo si isolava dal fuoco e concettualmente questo esprimeva

un'idea precisa perché se il foro romano era una piazza aperta, il foro di Cesare è concepito come

organismo chiuso, proiettato all'interno. Nasce quindi il modello di piazza porticata con uno dei lati

caratterizzato da un edificio templare, in questo caso il tempio è dedicato a Venere genitrice per cui

l'intero complesso diventa un monumento alla sua famiglia che sosteneva di discendere da Iulo, cioè

Ascanio, figlio di Enea, figlio di Venere.

Questo complesso venne interamente pagato da Cesare, quindi risulta evidente come sia concepito

come monumento di carattere privato; sappiamo dalle epistole di Cicerone che Cesare acquistò i

116

terreni per costruire il foro a carissimo prezzo, infatti per realizzare questo complesso vennero

distrutti interi quartieri residenziali della città.

Il foro di Cesare è il primo di quest'area a cui si affiancheranno quelli dei successori che riempirono

tutto lo spazio disponibile; tra la metà del I sec aC e gli inizi del II sec dC la zona venne interamente

trasformata e ridisegnata, divenendo un immenso blocco di edifici monumentali che si collocavano

tra il nucleo più antico della città e la parte settentrionale, in gran parte residenziale, quindi

contribuirono ad allargare il centro monumentale di Roma.

Il foro di Cesare venne costruito dal 54 a.C. e venne inaugurato nel 46 a.C., quindi alla morte di

Cesare non era ancora finito; al foro era anche collegato il rifacimento della curia che si chiamò

Iulia; esso misura 160 x 75 m.

Augusto seguì l'esempio del padre adottivo che aveva votato il suo foro dopo la battaglia di Farsalo

e Augusto dopo la battaglia di Filippi, votò il suo foro che si dispone sullo stesso asse.

foro di Augusto

Il venne iniziato nel 42 a.C. ma venne inaugurato nel 2 a.C. (ci vollero vent'anni

per realizzarlo); esso è caratterizzato da una totale chiusura verso nord­est con un muro altissimo

concepito come muro taglia fuoco e la zona del tempio era protetta da un muro con blocchi di tufo

per impedire agli incendi, frequenti nella suburra, di danneggiare la struttura del foro.

Il modello a cui si rifà è quello del foro di Cesare con però profonde modifiche: la piazza è chiusa

con un lato destinato a un accesso monumentale; la piazza è rettangolare con portici sui lati lunghi e

il tempio, grandioso, non si colloca più a chiudere un lato della piazza, ma vi sta dentro e con la sua

mole doveva risultare, in una piazza piccola, più grandioso.

Lo spazio dei portici era dilatato da due esedre che hanno uno scopo celebrativo, infatti Augusto

concepisce il complesso come un grande monumento autocelebrativo perché i portici e le esedre

erano gallerie dove esporre i summi viri, cioè le figure dei personaggi che hanno fatto grande Roma,

mentre nelle esedre erano collocati, in entrambe, i fondatori mitici della città: da una parte vi erano

Romolo e i sette re di Roma, dall'altra i re albani e, accanto a questi, vi erano i progenitori della

famiglia Iulia (infatti Augusto, in quanto adottato da Cesare, discendeva dalla famiglia Iulia).

117

118

Quindi il modello è quello del foro di Cesare che viene riproposto in chiave più grandiosa; quindi si

celebra la propria famiglia fondatrice dello stato romano, di cui Augusto si sentiva l’erede (qui

l'impronta politica è evidente).

Il tempio è grandioso e realizzato su alto podio con un grande scalinata d'accesso ed era dedicato a

Marte Ultore, cioè vendicatore dei cesaricidi, divinità che aveva guidato Augusto durante la

battaglia di Filippi, ma è anche la divinità che aveva riportato la pace dopo la battaglia perché era

stata placata con la costruzione del tempio. Augusto quindi fa della pace il manifesto del suo regno.

Il lungo periodo di costruzione del foro può essere quindi spiegato anche con il cambiamento

politico di Augusto che all’inizio lo concepisce come un monumento che celebra la vittoria sui

cesaricidi, ma lo trasforma come un monumento alla pace.

Il foro ha proporzioni diverse da quello di Cesare perché è più grandioso, cioè è di 125 x 118 m; qui

vediamo un uso molto abbondante di marmi di tutti i generi che rivestono tutte le superfici e quello

che rimane è grandioso anche se il foro è stato spogliato, infatti di esso rimane il muro di fondo, del

tempio rimangono il podio, la scalinata d'accesso alla superficie su cui poggiava il tempio e tre

colonne della peristasi.

I portici erano realizzati in marmo bianco e giallo di Numidia, il pavimento in marmi colorati con

impieghi di qualità diverse; la decorazione era carica di simboli diversi, infatti l’architrave del

portico era scandita da scudi con teste di medusa e di Ammone e statue delle cariatidi che erano

copie di quelle dell’Eretteo. La statua di culto originale del tempio è andata perduta, ma abbiamo

dei rifacimenti di età flavia che rappresentano Marte barbato e armato.

Tempio della pace

Il è un foro un po’ atipico perché è concepito con le stesse finalità dei fori però

ha una forma diversa, infatti non viene mai chiamato foro nelle menzioni più antiche ma tempio,

solo in epoca più tarda venne chiamato foro. Questa struttura grandiosa venne costruita da

Vespasiano per celebrare la pace dopo le guerre civili del 69 d.C. ed era composta da un grande

cortile porticato su quattro lati con un accesso monumentale sulla strada che collegava la suburra al

foro Romano ed era chiusa su un lato da un tempio dedicato alla pace e da una serie di ambienti

monumentali sugli altri lati.

La struttura venne costruita tra il 71 e il 75 d.C. e

aveva lo scopo di rendere pubbliche le opere d’arte

che Nerone aveva collocato nella sua domus aurea;

infatti il primo atto che Vespasiano fece quando salì

al potere fu di restituire all'uso pubblico l'area

immensa della domus aurea che Nerone aveva

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adibito a sua residenza privata e restituii al popolo

romano tutte le opere che Nerone aveva collocate

all'interno e le fece trasferire nelle aule del Tempio

della pace.

La notizia nelle fonti è stata confermata da uno dei recenti scavi per cui il Tempio della pace si

trova sotto la zona dei fori imperiali, ma si tratta di un'area poco studiata.

Le aule erano pensate per piante di piccole dimensioni e le statue vennero ritrovate con i nomi degli

scultori; la struttura dell'edificio non è confrontabile con quella delle piazze precedenti ed è più

simile a degli edifici ellenistici (santuari o ginnasi) e si inserisce nella zona con una serie di edifici

simili; l'idea di fondere uno spazio aperto porticato e delle sale monumentali a un centro di culto

confinato su un unico lato fa parte di una tradizione antichissima.

L’edificio successivo si inserì nell'unico spazio rimasto libero tra il foro di Augusto, quello di

Cesare e il Tempio della pace, cioè si trattava di una parte di strada che venne monumentalizzata e

trasformata nel quarto foro con degli espedienti per dare la forma di una piazza a un luogo lungo e

foro transitorio,

stretto: nasce così il opera di Domiziano, ma noto anche come il foro di Nerva che

lo inaugurò nel 97 d.C.

Esso occupa uno spazio lungo 120 m e largo 45, che deve sfruttare al massimo, per cui sono stati

attuati degli espedienti che cercano di dilatare lo spazio stesso: i lati brevi sono curvilinei e il

tempio è collocato a metà, infatti nella piazza vi è il pronao, mentre oltre il confine della piazza vi è

la cella che deve tener conto dell’esedra del foro di Augusto che quindi impone certe dimensioni.

Dall’interno del foro non si percepiscono comunque le irregolarità, però si tratta di una zona

complessa dal punto di vista architettonico; da un passaggio a lato del tempio si arriva all'accesso

monumentale verso la suburra che era disturbato dall’esedra del foro di Augusto e dall'angolo del

Tempio della pace, quindi l'angolo del nuovo foro, dedicato a Minerva, non poteva essere più

grande. L’accesso è a U monumentalizzato da un portico antistante che movimenta l’accesso e

serve per sistemarlo nelle dimensioni e a creare un accesso al foro transitorio.

L’illusione era alimentata dalla fatto che la piazza non era porticata, ma sembrava tale perché era

animata da colonne libere ma addossate alle pareti (erano cioè portici laterali finiti); di questa

struttura rimane una porzione della parete verso il Tempio della pace che è sempre rimasta in vista

durante la storia della città. Il finto colonnato che creava una forte illusione era unificato da un

fregio continuo decorato con le imprese di Minerva (erano quindi racconti mitologici della divinità),

ma se ne conserva solo una minima parte.

120

foro di Traiano

Il venne costruito tra il 107 e il 113 d.C. e ha proporzioni gigantesche di 300 x 185

m ed era composto da una serie di nuclei diversi; la pianta sulla cartina non è più valida perché gli

ultimi scavi l’hanno smentita, infatti del foro di Traiano si conoscevano la basilica, le due

biblioteche, il complesso dei mercati traianei, una parte della grande esedra della piazza, una parte

della piazza dove era collocato un accesso monumentale e una parte dove era collocato il tempio di

Traiano che era frutto di una ricostruzione ipotetica.

Gli scavi effettuati negli anni 90 hanno provocato dei ripensamenti; all'inizio si era ipotizzata una

struttura con un accesso monumentale sul foro di Augusto, una piazza porticata con due esedre oltre

i portici che richiamavano il foro di Augusto e dilatavano lo spazio, una basilica (si trattava di un

elemento nuovo) grandiosa che si poneva come passaggio obbligato verso un'altra zona del foro

(anche questa è un'idea nuova), ed la piazza era caratterizzata da due esedre identiche a quelle della

piazza. Oltre la basilica vi era la colonna italiana, insieme monumento celebrativo e tomba

dell'imperatore, ai lati della quale vi erano due sale lussuosissime interpretate come biblioteche e

poi vi era una zona dove era ipotizzata la collocazione di un tempio grandioso perché erano state

trovate delle colonne enormi.

In realtà studi più recenti hanno portato a ribaltare l'interpretazione del foro: il tempio non esisteva,

come non esisteva un accesso dalla parte del foro di Augusto, mentre l'ingresso era collocato dove

era stato ipotizzato il tempio per cui il foro di Traiano gravitava su un'area diversa da quella dei fori

imperiali perché era collocato in un'altra zona e l'accesso era fuori delle mura serviane.

Dunque gli elementi architettonici trovati appartenevano a un enorme ingresso monumentale che

immetteva in una zona dove c'era la colonna traiana ai lati della quale vi erano due sale lussuose

(forse erano due biblioteche); poi vi erano la basilica e la piazza chiusa sul fondo da una lato

irregolare e dal tempio di Traiano che non è tradizionale, ma era solo uno colonnato dedicato al

culto dell'imperatore divinizzato; la piazza era quindi la conclusione del percorso.

La basilica era inserita all'interno del complesso, non

era più collocata su uno dei lati a chiusura del foro e

bisognava attraversarla per procedere; un elemento di

novità era anche la colonna che diventa un monumento

celebrativo delle imprese di Traiano e dell'esercito

romano e insieme la tomba di Traiano, uno dei pochi

imperatori che ha avuto il privilegio di essere sepolto in

città.

121

La colonna rimase sempre a vista come le colonne della

basilica che emergono al di sopra del terreno che nel

frattempo si è innalzato molto; è stata portata alla luce

la porzione centrale della basilica di cui sono state

restaurate le colonne, mentre le due esedre e le

biblioteche si trovano sotto il livello attuale. Gli ultimi

scavi hanno portato alla luce una porzione della grande

piazza che venne occupata poi da un quartiere

medievale e quindi obliterata.

La struttura era ricca di marmi colorati che rendevano le architetture impressionanti oltre alla

decorazione scultorea che era caratterizzata dalla presenza, sull'architrave dei portici, di scudi con

ritratti (imagines clipeatae) e statue colossali di prigionieri orientali che rappresentavano le

popolazioni sottomesse a Roma (otto si trovano ora sull'arco di Costantino mentre le altre sono

sparse nei musei d'Europa); esse erano realizzate sia in marmo bianco che colorato e la scelta del

marmo doveva identificare una caratterizzazione etnica della figura sottomessa; si tratta di

personaggi vestiti all'orientale, in atto di sottomissione e il fatto che fossero realizzati con pietre

diverse significava che queste corrispondevano a porzione diverse dell'impero, quindi la scelta delle

pietre era legata all'interpretazione etnica della figura stessa. In più gli elementi architettonici erano

ricchi dal punto di vista della decorazione. mercati di Traiano,

Dell’insieme del foro di Traiano fa parte una complesso, quello dei separati

dal monumento ma frutto di interventi per cui si rese necessario sbancare una parte del Quirinale

per realizzare il complesso del foro; infatti venne eliminata una parte delle pendici del Quirinale per

un'altezza di 100 piedi romani (l’altezza della corona troiana, testimonianza anche dello

sbancamento del colle). Quindi la zona del quirinale venne tagliata e rimodellata con una serie di

gradini per appoggiarvi i mercati traianei che seguono l'andamento di una esedra e che con una serie

di terrazze occupano le pendici del colle.

Dunque il complesso è in sé grandioso con soluzioni ingenieristiche moderne utilizzate per sfruttare

al meglio lo spazio, con una funzione pratica; oggi la via liberatica conserva ancora in parte la

pavimentazione antica e parte degli edifici (il primo piano) è ancora romana, mentre la parte al di

sopra è medievale.

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LA CITTÀ DI ROMA

La città di Roma sorge in un luogo rilevante per le vie di comunicazione, infatti si insedia in una

zona dove vi era la possibilità di attraversare il Tevere in un punto preciso, a non molta distanza

dalla foce; il guado si pone in una zona che collega il nord e il sud, cioè l’Etruria e il Lazio

meridionale e Roma si pone nel punto centrale di questo itinerario che è molto più antico della

nascita di Roma.

Il percorso attraversava la via Aurelia, la principale via consolare verso nord che entrava in città da

ovest e arrivava al ponte Sublicio, proseguiva lungo la valle del circo Massimo e da qui nasceva la

via Appia verso sud che originariamente arrivava fino a Capua e poi venne prolungata fino a

Brindisi.

Il guado era quindi un nodo fondamentale per la nascita di Roma, mentre il Tevere era un altro

grande percorso per via d'acqua in quanto nell'antichità il fiume non era un elemento di separazione,

ma di unione, quindi erano importanti le vie di comunicazione, infatti è sempre stato navigabile.

Il tratto da Roma al mare costituiva un collegamento fondamentale perché dal mare Tirreno si passa

al Mediterraneo, quindi venne costruita Ostia come modo per controllare la foce del fiume che

contribuì ad accrescere la potenza di Roma sia economica che militare.

Secondo le leggende che vennero svalutate per una lunga fase della ricerca, ma vennero rivalutate

degli ultimi decenni perché comunque celavano un fondo di verità, Roma nasce per il sincretismo di

alcuni villaggi che occupavano le alture lungo la riva sinistra del fiume, infatti su molte colline sono

stati trovati insediamenti antichi dell'età del bronzo, dopo la quale scompaiono.

Probabilmente l'insediamento centrale che si trovava sulla Palatino dovette diventare il centro di

controllo e questo periodo corrisponde alla fondazione mitica della città nel 753 aC, perché a quel

periodo risalgono le tracce più antiche che abbiamo trovato sul Palatino dove si trova la cosiddetta

capanna di Romolo che risale alla metà dell’VIII sec e quindi è protostorica.

Vi è quindi una corrispondenza tra i dati della leggenda e quelli delle indagini archeologiche, in più

vi è una corrispondenza tra la fondazione di Roma e la creazione delle colonie della Magna Grecia e

ciò permise all'influsso greco di arrivare fino a Roma, infatti il foro Boario era una sede mercantile

greca che ha contribuito allo sviluppo della città.

Circa lo sviluppo della città, delle fasi più antiche abbiamo poche informazioni perché, a parte i siti

degli insediamenti più antichi come il Palatino e il Campidoglio, dove vi era l'insediamento fondato

da Saturno e delle attestazioni di aree sepolcrali nell’area del foro che attestano una frequentazione

continua, tutta il resto è scomparso a causa della storia plurimillenaria della città che continuò a

distruggere e rifare se stessa, per cui quello che rimane delle fasi più antiche è molto poco.

123

Per quello che si sta dalle fonti, una fase importante per la formazione della città si ha alla metà del

Anco Marzio

VII sec, sotto il regno di (i re di Roma infatti, soprattutto nelle fasi più antiche, sono

caratterizzati da ruoli specifici), il re costruttore che diede un'impronta alla città che conservò nei

secoli futuri, infatti fece costruire il ponte Sublicio, collocato sul percorso nord sud di cui non

rimangono tracce, che collegava il Tevere con il foro Boario.

Il ponte era una realizzazione importante perché rendeva l'attraversamento del fiume indipendente

da regime del fiume stesso, mentre prima vi era solo un guado; per rendere sicuro il ponte venne

annessa alla città la zona del Gianicolo, una collina di Trastevere che fu da subito aggregata alla

città in modo da proteggere il ponte da qualsiasi attacco esterno.

Anco Marzio è anche responsabile della fondazione di Ostia, ma la notizia non è stata provata

archelogicamente perché a Ostia non sono state trovate tracce risalente alla metà del VII sec; però la

notizia è comunque veritiera perché per rendere sicuro il percorso da Roma ad Ostia, cioè

l'insediamento che controllava le foce del fiume, Anco Marzio eliminò tutti gli insediamenti tra

Roma e Ostia lungo la riva sinistra del fiume e di questi villaggi sono state trovate delle tracce

archeologiche che cessano tutte alla metà del VII sec, quindi vi fu effettivamente una sistemazione

del territorio tra Roma e Ostia nel periodo di Anco Marzio, conferma dell'origine antica della città.

Le popolazioni che si trovavano in questi villaggi vennero trasferite sull’Aventino, il colle più

meridionale della città che da allora mantenne il carattere di un'area residenziale popolare, infatti

nelle fasi successive diventò uno dei poli della resistenza plebea contro i patrizi.

Anco Marzio fu anche responsabile della divisione amministrativa della città in quattro aree

chiamate regiones o tribù territoriali che avevano la funzione di suddividere la popolazione per le

votazioni; vi erano la palatina (tribù del colle Palatino), l’esquilina (tribù che occupava l’Esquilino

nella parte più settentrionale della città), la suburrana (tribù della suburra, il quartiere centrale della

città, piccolo ma intensamente popolato), la collina (tribù del Quirinale che era la collina per

antonomasia e che lungo le mura serviane aveva una porta collina).

Tale divisione dimostra la dimensione della città dopo un secolo di vita, la cui superficie venne tutta

inclusa nelle mura di Servio Tullio, quindi la città aveva raggiunto delle dimensioni considerevoli;

infatti le mura serviane, il cui percorso antico risale alla metà del VI sec, comprendevano una

superficie di 426 ettari, dunque era la più grande area urbana di quel periodo; nelle mura erano

comprese le zone abitate, ma anche delle zone agricole che servivano per la sussistenza giornaliera

della città e in previsione di un eventuale assedio. Comunque quasi tutta la zona compresa nelle

mura era urbanizzata e la città aveva già anche dei monumenti importanti, tra cui dei santuari come

124

il tempio di Giove Capitolino che nasce da subito come il più grandi tempio di tipo etrusco per

sottolineare il ruolo egemone della città già in questa epoca.

Il tempio di Giove capitolino è assegnato come costruzione ai re etruschi, quindi venne cominciato

da Tarquinio Prisco, venne quasi portato a termine da Tarquinio il superbo e venne inaugurato nei

primi tempi della Repubblica.

Ma perché gli ultimi tre sovrani della storia di Roma sono etruschi? Perché gli etruschi si rendono

conto del ruolo fondamentale di Roma e con una dinastia etrusca cercano di controllarla; in più

durante il periodo dei re etruschi vennero realizzate opere di carattere utilitaristico come le mura in

cappellaccio e opere di bonifica della valle del Colosseo e del circo Massimo.

Infatti l'insediamento sui colli era avvenuto perché essi offrivano un territorio sicuro e lontano dalle

aree paludose che occupavano le aree pianeggianti; bisogna quindi considerare che la differenza

altimetrica tra colle e fondovalle era maggiore di quella attuale e quindi il fondovalle era più

esposto alle alluvioni del fiume: quindi i colli erano delle zone sicure anche dal pericolo di

ammalarsi rispetto a quelle grandi aree che erano grandi paludi.

Per collegare tra loro gli insediamenti sulle parti elevate occorreva rendere praticabili le zone

paludose e bonificarle per cui vennero creati i primi sistemi fognari, in particolare viene bonificata

l'area del foro grazie alla creazione della cloaca maxima che raccoglieva le acque che alimentavano

le paludi e le convogliavano al fiume nella zona del foro Boario; questo permise la bonifica della

zona del foro e la prima pavimentazione dell'area del foro romano con la creazione di una grande

piazza che divenne il nucleo di aggregazione della città.

Un’altra opera di bonifica avvenne lungo la valle del circo Massimo tra l’Aventino e il Palatino, una

valle lunga e stretta attraversata da un corso d'acqua, che si chiamava vallis murzia che, dopo la

bonifica, venne destinata ad area per gli spettacoli e in particolare per le corse dei carri.

Nel frattempo la città allarga la sua sfera di influenza verso il lato meridionale a sud della città e nel

509 a.C. vi è la cacciata di Tarquinio il superbo e la città passa da un regime monarchico a uno

repubblicano con delle magistratura a cui vengono assegnati dei compiti specifici e che proseguono

le opere dei sovrani etruschi come nel caso del Tempio di Giove Capitolino, del tempio di Saturno,

del tempio dei Dioscuri e di quello di Cerere (dea che presiedeva l'agricoltura), ai piedi

dell’Aventino, testimonianza dell'influenza greca nella città, testimoniata anche dalla presenza di

materiali greci negli strati di questa fase (IV­V sec aC).

Con la metà del V sec vi è una maggiore definizione delle istituzioni romane, vengono promulgate

le leggi delle 12 tavole, ma si assiste ad una fase di crisi politica perché è il periodo delle lotte tra i

patrizi che avevano il potere politico ed economico e i plebei che rivendicavano diritti che non

125

avevano; quindi la popolazione urbana si divide in due fazioni; in più si assiste ad una crisi militare

con il ritiro dell'esercito dalle aree conquistate.

La situazione ha un riflesso nell'edilizia, infatti in questa fase non vi sono realizzazioni di edifici

pubblici, tranne il tempio di Apollo, un'ulteriore testimonianza della presenza di una zona greca in

città, collocata fuori dalle mura, nel campo Marzio che originariamente era una vasta area di

proprietà dei Tarquinii, ma con la caduta dei re venne confiscata e resa pubblica per cui poteva

essere occupata solo da edifici pubblici.

Nel corso dei secoli successivi qui si assistette alla concentrazione di una serie di complessi

pubblici importanti che per la loro mole non potevano trovare posto in città, come gli edifici di

spettacoli, i santuari, e la parte settentrionale era adibita ad uso funerario.

Alla metà del V sec, nel campo Marzio, venne creato il santuario di Apollo e si insediò la villa

publica, connessa al ruolo dei censori che non ha lasciato traccia archeologiche, ma che era

collocata in prossimità delle mura a ovest presso il Campidoglio.

Agli inizi del IV sec la situazione si modifica a favore di Roma soprattutto per la vittoria militare su

Veio (398 a.C.) che permise ai romani di impadronirsi del territorio a nord della città, ma nel 390 vi

fu l’invasione dei galli che occuparono la città distruggendola in parte con un incendio; l’incendio

galli ha un ruolo importante nella storiografia, perché a questo incendio fu attribuito l’aspetto

caotico della città. Secondo gli storici, in particolare secondo Livio, l'incendio fu così disastroso che

distrusse gran parte della città e nella fretta della ricostruzione non si seguirono criteri urbanistici

precisi. Però si tratta forse di una forzatura dell’annalistica romana perché le tracce dell'incendio

considerato dalle fonti devastante, ritrovate, sono pochissime anche sui monumenti di quel periodo;

in più se gran parte della città era stata distrutta, era più logico che la ricostruzione avvenisse in

maniera ordinata perché alla fondazione ex novo di una città erano già stati applicati i criteri

urbanistici. Quindi dobbiamo supporre che l’incendio dei galli fosse stato poco rilevante dal punto

di vista della distruzione dei monumenti per cui l'aspetto caotico è frutto di una stratificazione

plurisecolare della città che non venne mai distrutta così pesantemente da consentire l'applicazione

di un piano regolatore preciso.

Con l'incendio vi fu però un importante intervento relativo alla città e cioè vennero rifatte le mura

perché ormai insufficienti alla difesa della città, dal 377 al 350 con l'impiego di una pietra più

solida, il tufo di Grotta Oscura che Roma poteva utilizzare perché si estraeva da Veio che era sotto

il controllo romano.

Il circuito delle mura venne mantenuto identico, quindi tra la previdenza dell'inclusione nelle mura

di terreni liberi del VI sec e le vicende alterne tra periodi favorevoli e sfavorevoli, la città ha

126

mantenuto le stesse dimensioni; in più alla metà del IV sec si procedette alla fondazione di templi

nuovi nella zona del campo Marzio, zona ora definita area sacra di largo Argentina.

Qui si insediarono il tempio C di Feronia, una divinità sabina e il tempio A identificato con il

tempio di Giudurna, una divinità di carattere militare nei pressi della villa publica; era già presente

il tempio di Apollo a cui si affiancò quello di Bellona. Oltre agli edifici templari vennero realizzate

le prime vie importanti che collegavano la città con i territori del suo dominio come la via Appia e

furono costruiti i primi acquedotti.

Nel frattempo (III sec), Roma espande il suo dominio con la conquista dell'Italia settentrionale,

della Sicilia e della Sardegna; con la fine del III sec cambia la situazione interna alla città, cioè la

composizione della popolazione perché dopo la seconda guerra punica vengono scompaginati gli

equilibri della popolazione. Infatti la lunga guerra, combattuta nella penisola italica, comportò una

crisi dei piccoli proprietari e degli agricoltori perché per anni questi contadini non poterono

esercitare il proprio lavoro perché dovettero servire nell'esercito e le loro proprietà furono devastate

dalla guerra.

Quindi gran parte di questi piccoli proprietari scomparve diventando proletariato; così la classe dei

piccoli proprietari venne ridotta e aumentò il proletariato che si trasferì a Roma, contribuendo

all'aumento della popolazione povera che aveva bisogno di assistenza che potevano dare solo i

grandi personaggi dell'aristocrazia senatoria, di cui il proletariato diventò cliente.

Roma divenne una città densamente popolata con poche famiglie rilevanti che detenevano il potere

politico ed economico e con moltissime famiglie quasi nullatenenti e scomparve la classe

intermedia che componeva esercito; da questo momento in avanti vi sarà un esercito professionale

composto da proletari pagati per fare i soldati. Questo ebbe riflessi importanti a Roma perché

l'enorme afflusso di popolazione povera comportò la creazione di quartieri popolari con un'edilizia

abitativa intensiva e quindi la creazione delle insulae, un modo di abitare non romano, ma la

popolazione nullatenente aveva bisogno di case piccole a più piani con servizi in comune, che

provocheranno molti problemi dal punto di vista organizzativo.

Queste insulae di carattere popolare si concentrarono in zone della città, oltre alle zone residenziali

per le case di lusso delle famiglie aristocratiche; le famiglie senatorie, oltre a costruire case molto

lussuose, realizzano monumenti di grande rilievo a cui legare il nome della famiglia, come le

basiliche nel foro o i monumenti nel campo Marzio che era una zona libera dove era possibile

realizzare progetti di ampio respiro; in più vi era la zona del circo Flaminio, il secondo circo di

Roma un po’ suis generis, perché mantenne l'aspetto di uno spiazzo lungo e stretto attrezzato con le

strutture per gli spettacoli solo in caso di spettacoli.

127

Era una zona rilevante perché qui arrivava la via trionfale, cioè il percorso che seguiva l'esercito

romano per entrare in città qui si fermava e doveva deporre le armi e qui si fermava la processione

trionfale che avrebbe attraversato la città fino a raggiungere il Campidoglio.

Questa zona divenne quindi il luogo dove i magistrati romani che avevano ottenuto delle vittorie

militari, costruirono grandi edifici monumentali con il bottino di guerra; quindi l'area del circo

Flaminio venne progressivamente contornata da templi singoli o da grandi strutture centrali

contornate da portici che erano un modo per esporre le opere d'arte provenienti dall'oriente e facenti

parte del bottino di guerra.

I templi venivano votati prima della partenza e una volta che i generali tornavano tornati vincitori,

essi venivano costruiti, in modo da assolvere al voto ed impiegare ad uso pubblico il bottino; il

magistrato metteva quindi il suo nome sul frontone (sistema di propaganda politica) e il monumento

era testimonianza del ruolo politico e della vittoria militare del personaggio.

Dal II sec quindi il campo Marzio è il luogo dove i grandi personaggi politici romani realizzano

monumenti a cui legare il proprio nome come modo per essere ricordati: Pompeo realizzò il primo

teatro in muratura della città, Cesare progettò molti interventi nel campo Marzio e la costruzione di

un nuovo teatro e Augusto intervenne su alcuni monumenti per riqualificarli e legarli alla sua

famiglia.

Nel frattempo si assiste alla monumentalizzazione del foro Boario e Olitorio che avevano perso

parte della loro funzione commerciale che si era spostata più a sud, infatti per necessità di spazio

non era più possibile mantenere il porto urbano in questa zona e venne trasferito nella zona sud

dell’Aventino, lungo il fiume e attorno al monte Testaccio (la discarica dove venivano eliminati gli

imballaggi), un monte artificiale che venne creato nel corso dei secoli dalle anfore che vi venivano

gettate e che servivano da imballaggio delle merci e in questa zona vi erano dei magazzini e la riva

del fiume venne trasformata in approdi per lo sbarco delle merci.

Quindi nei due fori si assiste alla costruzione di templi nuovi e al restauro di quelli vecchi; il porto

urbano scomparve, venne interrato e trasformato in un'area di magazzini.

Nel frattempo le abitazioni furono sempre più orientate verso due forme insediative, le insulae

dell'edilizia popolare e le abitazioni sempre più lussuose degli aristocratici perché il modello era

costituito dai grandi palazzi reali ellenistici che i romani conobbero bene, impadronendosi delle

capitali di regni ellenistici, il cui modo di vivere venne trasferito “in piccolo” a Roma.

In questo periodo si sviluppò anche la moda di realizzare delle ville costruite a ridosso della città:

quindi le colline a nord della città videro l'insediamento di grandi proprietà di ville lussuosissime in

128

particolare sul Pincio e sul colle Hortolarium, come la villa di Lucullo sul Pincio e la villa di

Sallustio, dono di Cesare.

Queste ville erano rilevanti perché non sono più ville destinate alla gestione delle proprietà agricole,

scopo per cui era nata la villa, ma si tratta di ville residenziali che permettono al proprietario delle

libertà sia per il lusso sia per l'architettura che la casa in città non consentiva; collocare una villa

fuori dalle mura significava avere un luogo dove poter esprimere un grande lusso praticamente in

città. Cesare,

Dei progetti intrapresi per la rimonumentalizzazione di Roma da una parte di essi, dopo la

sua morte, erano già stati iniziati, una parte erano stati solo progettati e vennero ripresi da Augusto

con però interventi sostanziali del successore.

Cesare è intervenuto sul lato settentrionale del foro romano, aveva realizzato il suo foro e aveva

iniziato lavori per un nuovo teatro nel campo Marzio, nell'area del circo Flaminio e intraprese

un'altra serie di interventi di carattere più pratico per la città.

Cesare, sul solco degli interventi di carattere privatistico dei personaggi dell'ultima Repubblica, si

dedicò alla realizzazione di grandi giardini e, sull'onda della moda ellenizzante, vennero realizzate

delle aree a giardino di carattere privato intorno alla città.

Nella zona del Quirinale vi erano gli orti sallustiani che, per gran parte della storia di Roma, furono

la più grande area verde di carattere privato al di fuori della città; questi orti erano stati donati da

Cesare a Sallustio e passeranno in eredità alla sua famiglia, ma in età giulio­claudia divennero di

proprietà dell'imperatore.

Un altro esempio di villa tardo repubblicana è la villa di Lucullo, un ricco famoso per il suo gusto

per il lusso e lo stravagante il quale fece realizzare una villa in una posizione panoramica con una

vasta zona di giardini costruiti con delle terrazze che riprendevano la moda dei palazzi reali

ellenistici e quella dei santuari orientali e medio­italici. Questa villa venne poi confiscata da un

senatore di origine narbonese che verrà costretto a suicidarsi dall'imperatore Messalino che voleva

impadronirsi della villa; in età imperiale proprio la brama di queste ville lussuosissime in un

mercato immobiliare che aveva raggiunto quote altissime, spinse a numerosi esempi di questo tipo;

la villa passò quindi come proprietà dell'imperatore e come tale rimase.

Tutta la parte settentrionale di Roma diventerà una grande area a giardini di carattere privato e, nel

corso del I sec dC, gran parte di questi giardini diventeranno demanio imperiale fino a Nerone che

su un terzo della città fece costruire la sua domus aurea.

Cesare quindi contribuisce a questo sviluppo urbanistico favorendo la formazione di proprietà come

quella di Sallustio e la realizzazione di una grande villa (e quindi di giardini) a Trastevere nella

129

zona di Porta Portese, cominciando a favorire lo sviluppo urbano di questa parte della città come

area residenziale di lusso; Cesare lascerà in eredità al popolo romano gli orti di Trastevere che

diventeranno un giardino pubblico.

La trasformazione della zona di Trastevere in aree a orti e giardini vale anche per la zona

settentrionale, quella vaticana, una zona di Trastevere scarsamente popolata poiché non era

accessibile se non con i traghetti, zona che divenne una grande area a orti e giardini; questo lo

sappiamo dalle lettere di Cicerone che rileva che questa zona era molto ambita dai romani facoltosi

perché era già campagna, ma appena fuori dalla città e quindi ci si arrivava in poco tempo.

Augusto in parte prosegue la politica edilizia di Cesare e prima della battaglia di Azio prosegue una

serie di imprese che ereditò in costruzione avanzata come il foro, la basilica e la curia, ma dopo

Azio propone una propria politica edilizia che coprirà l'intero suo regno che va dal 30 a.C. al 14

d.C., cioè a 44 anni in cui egli ha dunque la possibilità di intervenire sul tessuto urbano della città e

lo fa grazie all'opera di marmorizzazione.

La politica monumentale di Augusto si serve della realizzazione di grandi imprese edilizie a scopo

propagandistico perché la preoccupazione più grande di Augusto per tutto il suo regno è quella di

legittimare il proprio regno ai cittadini, dare una forma legale a un tipo di governo che prima non

esisteva, facendolo accettare come frutto della Repubblica romana. Tutto questo doveva essere

supportato dalla propaganda letteraria e artistica con la realizzazione di ritratti e di monete, il

miglior mezzo di propaganda e attraverso la realizzazione di monumenti ufficiali che recavano

rilievi figurati (la politica edilizia rientra in tutto questo).

Augusto deve anche combattere per la successione perché deve far accettare un potere nuovo,

simile a quello monarchico sempre combattuto e negato dalla Repubblica romana e deve pensare a

chi trasmettere questo potere che deve garantire pace e prosperità allo stato romano. Il problema

della successione durata decenni, ma tutti coloro che Augusto scelse come successori morirono

prima di lui e quando si esaurirono le possibilità egli si concentrò su Tiberio, a cui impose di

adottare germanico, figlio della sorella di Augusto.

In tutto questo quindi la politica monumentale ha un peso rilevante; in più la scelta di intervenire su

molti monumenti, tra cui i templi, e la scelta del marmo hanno culturalmente una valenza precisa: in

Italia non esisteva il marmo e quello per eccellenza era quello greco con cui era stata costruita

l’Atene di Pericle che Augusto sostiene come ideale di città; si trattava del marmo pentelico (o

quello pario) che era già arrivato in Italia in età repubblicana, infatti il tempio di Giove statore nel

campo Marzio è il più antico edificio sacro realizzato in marmo pentelico a Roma e anche il tempio

130

di Eracle Olivario nel foro Boario era costruito con questo marmo (si tratta di due edifici del II sec

aC, opera di architetti greci).

L’uso del marmo pentelico richiama dunque la grecità classica e Augusto valorizza in più l'unica

cava di marmo importante in Italia, quella delle Alpi Apuane; tale marmo era chiamato marmo

lunense (l'attuale marmo di Carrara), perché da Luni partivano le navi con il carico di questo

pregiato marmo bianco che però aveva anche una varietà di marmo grigio.

Accanto al marmo bianco utilizzato sia in architettura che in scultura esisteva una serie di marmi in

parte conosciuti, in parte valorizzati da Augusto e provenienti dalle altre parti dell'impero.

Questo comportava enormi costi per il trasporto, ma comportava anche un preciso messaggio

preciso per il prestigio e la ricchezza esibita e un valore politico che poteva essere attribuito queste

pietre: esibire su monumenti pubblici destinati ai cittadini romani, decorazioni realizzate con pietre

pregiate provenienti dalle province dell'impero voleva dire affermare il dominio di Roma sulle

province.

Per il marmo giallo chiamato Numidicum voleva dire affermare il dominio sull'Africa; vi erano poi

il marmor chium, proveniente da Chio, il marmor frigium, proveniente dalla Frigia, una regione

dell'Asia minore, ed è quello che oggi viene chiamato pavonazzetto perché si tratta di un marmo

bianco con venature paonazze; il porfido egizio che, come il pavonazzetto, era estratto da montagne

lontane dal mare e da cave di proprietà imperiale che erano anche un luogo di detenzione dei

prigionieri.

Quindi usare queste lastre di marmo per decorare gli edifici romani aveva un valore politico di

affermazione del dominio di Roma; sotto Augusto le cave divennero di proprietà imperiale per cui

l'imperatore aveva il controllo assoluto di questo materiale e poteva decidere di concederlo per la

realizzazione dei monumenti. Augusto stesso ricorda gli interventi da lui operati in città nelle “Res

Gestae divi Augusti”, l'unico documento ufficiale che abbiamo in cui l'imperatore elenca gli

interventi compiuti nel campo dell'edilizia monumentale.

Nei cap. 19, 20 e 21 egli fa l'elenco dettagliato degli interventi con la costruzione ex novo di edifici

e dei restauri sui monumenti già esistenti sia di carattere pubblico che privato, cioè pagati di tasca

propria dall'imperatore, nel solco degli interventi di Cesare. Augusto elenca tra le costruzioni

realizzate, i monumenti principali su cui interviene che però erano già stati iniziati dal predecessore

come la curia, sede del senato, il tempio di Apollo sul Palatino e da qui inizia l'elenco degli edifici

sacri che considera costruiti ex novo, ma che in realtà sono edifici più antichi su cui però i restauri

comportarono spesso un rifacimento completo del monumento.

131

Nel cap. 20 inizia l'elenco dei restauri, cioè degli interventi sia di carattere monumentale in città

(templi, completamenti su cui è intervenuto), ma anche acquedotti e reti stradali.

Gli interventi di Augusto in città interessano gran parte dell'area urbana sia fuori delle mura

serviane che all'interno; egli interviene sui monumenti in parte in prima persona in parte alcuni

interventi vengono lasciati ad Agrippa, il suo ammiraglio che conduce interventi in città, in

particolare nel campo Marzio e a Trastevere ed è il responsabile della creazione dell'acqua Virgo, il

più importante acquedotto imperiale.

Il campo Marzio era una vasta area che, in essendo di proprietà pubblica era libera per poter

realizzare grandi complessi per la frequentazione del pubblico, cioè edifici di svago.

La parte settentrionale del campo Marzio era libera, attraversata dalla via Flaminia che usciva dalla

città tra il Campidoglio e il Quirinale; vi erano gli edifici sacri dell'area sacra di largo Argentina di

più antica frequentazione perché vi erano i trionfi, ma la zona settentrionale era libera, quindi

Agrippa portò l’acqua in questa zona della città che contribuì all'urbanizzazione di gran parte del

campo Marzio.

Qui fece costruire il più antico edificio termale pubblico che in realtà era di proprietà di Agrippa,

che si collocava nella palus caprae che venne regolarizzata e divenne un lago artificiale, la piscina

delle terme. Accanto a queste vi era un edificio dedicato a tutti gli dei, il Pantheon, aperto verso sud

e di forma particolare, infatti probabilmente apparteneva alla classe dei templi a cella orizzontale; le

terme avevano attorno un vasto giardino ricco di opere d'arte.

Agrippa ebbe in concessione tutta la zona del campo Marzio, a destra della via Flaminia, che

organizzò trasformandola in un quartiere residenziale, il campus Agrippae per cui l'acqua era

fondamentale e fece costruire il ponte Sisto (così chiamato perché nella seconda metà del 400 Papa

Sisto IV lo fece restaurare in quanto era una ponte fondamentale in questa zona del Tevere), sul

Tevere e che aveva un carattere privato perché serviva a collegare le proprietà di Agrippa al di là e

al di qua del Tevere.

Da una parte del Tevere vi era la villa oggi nota come villa della Farnesina posta in una posizione

panoramica, cioè la villa di Agrippa e Giulia figlia di Augusto che era decorata con affreschi di

qualità altissima, ma la costruzione ebbe vita brevissima perché era collocata in riva al fiume e

quindi maggiormente esposta alle frequenti alluvioni; per questo venne abbandonata e interrata.

Mecenate,

Dall’altra parte della città, nella zona dell’Esquilino, intervenne il ministro degli interni

di Augusto, di antica famiglia principesca etrusca, un personaggio importante che teneva i rapporti

con i letterati della cerchia che ruotava intorno al principe. Mecenate intervenne in un'area della

città pochissimo frequentata perché l'Esquilino era privo di costruzioni e appena fuori dalla porta

132

esquilina vi era una vasta necropoli popolare, cioè priva dei grandi monumenti delle famiglie

aristocratiche, occupata dal IV sec che per quattro secoli occupò un'area molto grande impedendo

l'urbanizzazione. Mecenate concepì allora un'opera di bonifica e coprì l’area della necropoli con un

interro di una decina di metri usando le mura serviane come appoggio per sostenere questa opera di

interro che aprì questa zona della città alla realizzazione di giardini di lusso che avevano il

vantaggio di essere collocati in una zona salutare, cioè su una collina e di poter utilizzare le mura

per interventi paesaggistici.

In questo modo si aprì una zona della città verso oriente superando le mura che non sono più

considerate come un limite, in quanto vengono cancellate dalla creazione di questi orti che in

origine erano privati; ma tutti questi giardini e entrarono nelle mire della famiglia imperiale e gli

orti di Mecenate vennero lasciati in eredità ad Augusto.

I vantaggi dell'insediamento di quest'opera in questa zona sono che si tratta di una zona a metà

dall'essere considerata urbana e extra urbana e questo era molto comodo per il modo di vivere

romano; in più vengono create delle ville in questa posizione che era vicina al foro Romano e

questo vantaggio venne colto da Tiberio che, rientrato dall'esilio da Rodi, scelse come residenza

ufficiale gli orti di Mecenate per la loro posizione vantaggiosa che permetteva anche di conservare

la privacy.

Con Augusto assistiamo alla trasformazione in luogo di residenze di lusso, questa zona della città

che si affianca a quella di età tardo repubblicana e fino al 1870 e per tutto il Rinascimento la parte

nord di Roma venne occupata dalle ville papali e principesche.

La stessa cosa avviene nella zona vaticana dove venne creata da Augusto una naumachia, cioè una

zona dove si simulavano le battaglie navali; Cesare aveva creato una struttura simile nel campo

Marzio, ma questa non ha lasciato tracce.

Augusto interviene ai margini della città con opere di bonifica e con la realizzazione di aree

monumentali, interviene nel foro romano con il rimodellamento di tutta la piazza, rifacimenti di

templi antichissimi, creazione di edifici nuovi che chiudono l'intera piazza all'interno di un insieme

di edifici che tentano di dare omogeneità alla piazza; interviene sul Palatino che da un secolo e

mezzo era diventato una località residenziale importante perché era un luogo salutare e

panoramicamente interessante. Quindi Augusto si insedia accanto alla capanna di Romolo, nel

luogo più rilevante di Roma dal punto di vista edilizio e sceglie come residenza la casa di Ortensio

Ortalo , un oratore avversario di Cicerone, una casa molto modesta che andava però bene al

principe che la trasformò in una reggia; infatti la fece di decorare interamente e realizzò un'opera

attorno alla sua casa che divenne di grande rilevanza politica e religiosa perché egli vi andò ad

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abitare come pontefice massimo trasformando la propria casa nella sede ufficiale del pontefice,

creando attorno alla sua casa un'area sacra dove realizzò il secondo tempio di Apollo sul Palatino

perché Apollo era divinità che aveva concesso la vittoria di Azio e fece trasferire sul Palatino due

delle principali reliquie della città, il Palladio e i libri sibillini.

Augusto compiva quindi un'operazione rivoluzionaria per la religione romana perché spostava la

sede del sacerdote più importante da un luogo dove si trovava da cinque secoli.

In più la casa di Augusto divenne il polo di aggregazione di altri edifici; essa era decorata nel modo

più lussuoso, infatti vi si trovarono i più antichi pavimenti in marmo rilevati a Roma; la decorazione

della casa di Augusto comportò la nascita del terzo stile nato nell'ambito delle realizzazioni per il

princeps, che ha un riscontro nella casa di Livia.

Accanto alla casa vi erano il tempio di Apollo (si trattava di un complesso sacro di culto di notevole

rilevanza che era accessibile dal circo Massimo) e delle biblioteche; si forma così un complesso

residenziale che venne ampliato dai successori di Augusto che realizzarono delle abitazioni che si

trovavano presso la domus tiberiana.

Un altro polo di intervento di Augusto fu il foro come continuazione della linea iniziata da Cesare;

l'ultima zona è quella settentrionale del campo Marzio, ancora libera da costruzioni perché era la

zona più lontana dalla città dove il campo Marzio si restringeva a causa dell'ansa del Tevere e

probabilmente questa zona non si chiamava più nemmeno campo Marzio.

Qui Augusto fece realizzare la propria tomba ed egli fu il primo Romano che si fece costruire una

tomba di queste dimensioni nell'area urbana, con lo scopo di accogliere la propria famiglia e i

successori; il monumento venne inaugurato con il seppellimento nel complesso delle cereri di

Agrippa che si era già fatto costruire un mausoleo nel campo Marzio che rimase inutilizzato e poi le

ceneri dei suoi figli adottivi Caio e Lucio Cesare.

Quindi divenne la tomba degli imperatori fino a Vespasiano e poi per Nerva (i flavi avranno un'altra

sepoltura), divenne cioè il mausoleo degli imperatori della dinastia giulio­claudia.

Accanto alla tomba vi era una zona dove venivano cremati i membri della famiglia giulio­claudia,

cioè la zona degli ustrini (il rogo), dove venivano sia cremati che divinizzati gli imperatori con il

consenso del senato; si tratta della necropoli della famiglia imperiale, collocata fuori dalla città

lungo l'asse viario. pacis

In più qui era collocato un altro monumento, l’ara che va letto in connessione con la grande

piazza antistante dove vi era il meridiano di Augusto; l’ara pacis venne eretta per la celebrazione

della pace e della nuova età dell'oro iniziata con il regno di Augusto; essa diventò una sorta di

celebrazione dinastica per il programma figurativo che la decora e che mette insieme le origini

134

mitiche della città, la personificazione dell'età dell'oro, rappresentata dalla Tellus circondata dalle

ninfe dell'aria e dell'acqua e i membri della famiglia imperiale che partecipano alla consacrazione

dell'altare. Davanti all’ara vi era una piazza la cui superficie ospitava un gigantesco meridiano, cioè

un orologio solare il cui gnomone, cioè l'asta che indicava l’ora, era un obelisco; l'orologio era

concepito in modo che il giorno del compleanno di Augusto, il 23 settembre arrivasse ad oscurare

l'altare: si trattava quindi di un gigantesco calendario in funzione anche della celebrazione del

compleanno di Augusto.

135

Nel campo Marzio Augusto compie un’operazione di restauri molto pesante e si assiste alla

trasformazione di questa zona in un'ulteriore area di celebrazione dell'imperatore e della sua

famiglia. Tiberio

I successori di Augusto proseguirono lungo la stessa linea: di abbiamo poche notizie circa i

suoi interventi in città, ma sappiamo che trasferì in città i pretoriani, cioè il corpo militare che aveva

come compito la salvaguardi dell’imperatore stesso, fondando i castra praetoria in città, non nel

136

Pomerio, ma al limite antico dello città; non abbiamo però altre notizie sull’opera di

monumentalizzazzione. Caligola Claudio

Sappiamo circa le opere principali di e di che continuarono a intervenire sugli

edifici sacri proseguendo l’opera di Augusto; forse Caligola aveva fatto realizzare un palazzo sul

Nerone

Palatino, ma non ha lasciato tracce. è il personaggio che intervenne in maniera sostanziale

sulla città: prima dell'incendio del 64 d.C. cercò di realizzare un palazzo imperiale che non esisteva

ancora, chiamato domus transitoria, e realizzò la prima parte della domus tiberiana che per la sua

struttura compatta viene interpretata come probabile sede dell'amministrazione imperiale.

Nella porzione del colle rivolto verso oriente cercò di creare il primo palazzo,la domus transitoria

che bruciò nell'incendio del 64 d.C. che offrì l'occasione a Nerone di realizzare una grande

domus aurea.

residenza degna di un imperatore, la

Nerone infatti dopo l'incendio, ebbe a disposizione un'area vastissima e libera, in quanto ripulita

dall'incendio che Nerone osservò dall'alto degli orti di Mecenate; quindi egli si appropriò di una

parte consistente dell'area urbana perché venne distrutta gran parte delle costruzioni.

Quindi la parte orientale del Palatino e parte dell’Esquilino divennero di proprietà dell'imperatore e

una grande valle occupata da una palude e le pendici del colle Celio vennero utilizzate per la

costruzione del tempio di Claudio divinizzato nei primi anni di regno di Nerone, quando era ancora

sotto il controllo della madre Agrippina minore; quindi questi tre colli divennero l'area in cui

Nerone insediò la sua gigantesca residenza che era più simile a un palazzo di tipo ellenistico, infatti

uno dei modelli era il palazzo di Alessandro, una gigantesca area verde che occupava un terzo della

città dove i sovrani fecero costruire ognuno una propria villa con dei padiglioni.

Nerone volle trasformare la valle in funzione del lago artificiale e divenne un'aria di campagna; il

tempio di Claudio venne trasformato in un gigantesco ninfeo con l'eliminazione dell'area sacra e

l’Esquilino servì da base per la costruzione di un padiglione gigantesco, lussuosissimo, ma

inabitabile perché non ci sono zone di servizio (quindi si può pensare a un luogo adibito a sala da

pranzo o dover fare delle passeggiate); la parte della domus aurea che conosciamo guardava quindi

verso la valle e il tempio di Claudio e godeva di un grande panorama (alle spalle vi erano le zone

degli orti). L’operazione di Nerone fu rivoluzionaria perché trasferì in città un modello abitativo

non concepito come modello urbano, trasferendo a Roma un tipo di abitazione che era sempre stata

respinta da tutte le magistrature dello stato romano, privatizzando e disurbanizzando un'area

vastissima.

Nerone quindi, durante il suo regno, ebbe come filo conduttore della politica edilizia imperiale la

costruzione della residenza imperiale che risolse in seguito all'incendio del 64 d.C., mentre prima

137

cercò di realizzare una nuova residenza imperiale sul Palatino, cercando sempre di superare le

soluzioni dei predecessori che si erano fatti costruire una casa sul modello di quelle tardo

repubblicane che si affiancavano a quelle dai predecessori.

Nerone cercò di costruire un edificio residenziale di dimensioni maggiori che meglio rispondesse al

ruolo dell'imperatore, quindi realizzò il primo palazzo sul Palatino, la domus transitoria di cui

conosciamo solo alcuni ambienti che si trovano sotto il palazzo di Domiziano; accanto ad essa vi

era la domus tiberiana che guardava al foro romano, una struttura monumentale retta da vari piani di

sostruzione di cui manca però il piano superiore che è distrutto, al posto del quale oggi vediamo gli

orti farnesiani. Quindi non sappiamo come fosse articolato il piano superiore, ma l'ipotesi è che la

domus tiberiana avesse un funzione di area amministrativa delle costruzioni e che il piano superiore

avesse in parte funzione di rappresentanza e in parte funzione residenziale.

Con l'incendio del 64 d.C. la situazione cambiò perché esso devastò tre quartieri della città e ne

danneggiò altri sette; in questo modo Nerone ebbe da una parte la possibilità di realizzare una

residenza all'altezza delle sue idee, dall'altra promulgò delle leggi per la ricostruzione della città,

basate su norme di sicurezza contro il pericolo degli incendi, imponendo una larghezza minima alle

strade e imponendo che tra un edificio e l'altro vi fosse un ambitus, cioè uno spazio vuoto, quindi

che due edifici fossero separati; non sappiamo quanto furono messe in atto queste leggi.

La domus aurea occupava tre colli della città, infatti interessò il Palatino, che era stato danneggiato

pesantemente dall'incendio, il Celio dove vi era il tempio del padre adottivo di Nerone, cioè Claudio

divinizzato che egli trasformò in un'area di giardini e fontane eliminando il culto di Claudio e le

pendici meridionali dell’Esquilino (il colle Oppio) e la valle del Colosseo.

Ne risultò una residenza gigantesca disposta intorno a un lago artificiale, ultimo esito di una zona

paludosa; parte degli ambienti erano sul Palatino e del tempio di Claudio rimase solo una gigantesca

piattaforma su cui egli fece realizzare giardini e fontane; la parte meridionale dell’Esquilino è

quella che conosciamo meglio perché gli ambienti vennero interrati da Traiano per realizzare le sue

terme. L’ingresso era collocato lungo la Via sacra ed era caratterizzato dal colosso di Nerone alto

32 m rappresentante il dio sole Elios con le sembianze di Nerone; questo divenne un elemento

topografico perché non venne abbattuto, ma venne ridedicato al culto apollineo eliminando i tratti di

Nerone e venne lasciato al suo posto fino alla realizzazione del tempio di Venere a Roma da parte

di Adriano, che venne costruito nella zona di ingresso della domus aurea, per cui il colosso venne

spostato accanto all'anfiteatro Flavio che da qui prese il nome di Colosseo.

138

139

La concezione alla base della domus aurea è rivoluzionaria perché Nerone trasferì nell'area urbana

una struttura pensata per spazi esterni alla città e cioè trasferì in città il modello della villa e ciò che

gli sta intorno, andando contro la tradizione, con la creazione inoltre di un lago artificiale che

implicava l'idea di avere un territorio movimentato e la presenza di campi coltivati e di animali al

pascolo, come sappiamo dalle fonti antiche.

Del complesso della domus aurea sappiamo poco perché l'unico edificio che conosciamo è quello

sul colle Oppio e non si tratta della zona residenziale perché mancano tutti i servizi, quindi era

probabilmente un padiglione destinato a luogo di svago, sontuosamente decorato e in posizione

panoramica; non sappiamo nulla sul piano superiore che è andato distrutto, ma è probabile che la

zona residenziale si trovasse sul Palatino, ma è stata cancellata dalle costruzioni successive.

Il destino di questa struttura è segnato da subito perché la sua costruzione iniziò nel 64 e nel 68 d.C.

Nerone si uccise, quindi non sappiamo neanche quanto era stato realizzato del progetto originale in

così poco tempo.

Vespasiano come prima cosa, restituì ad uso pubblico gran parte dell'area che Nerone aveva

utilizzato per la costruzione della domus aurea, quindi la zona dell’Esquilino, il tempio di Claudio e

la valle del Colosseo dove venne prosciugato il lago e realizzato il primo teatro stabile, in muratura

a Roma. In più le opere d'arte che Nerone aveva confiscato furono esposte al pubblico nel Tempio

della pace e questo modello di residenza imperiale fallì, infatti Vespasiano andò ad abitare negli orti

sallustiani. Tito

Gli interventi di Vespasiano e di sono moltissimi e si concentrano nella zona centrale della

città: Vespasiano, oltre alla costruzione del Colosseo, inaugurato nell'80 d.C. da Tito, realizzò il

foro della pace, il terzo dei fori imperiali che è diverso dai precedenti perché si tratta di una grande

piazza porticata a giardino con il tempio in fondo, dietro al quale vi sono altri edifici, tra cui gli

edifici del prefetto del pretorio.

Nella valle del Colosseo si collocano, oltre all'anfiteatro e le strutture annesse, come delle fontane,

le caserme dei gladiatori e le terme di Tito sul colle Oppio, edificio interessante perché è imperiale

nell'ambito della concezione dello sviluppo delle terme; già Nerone aveva fatto costruire le terme

neroniane nel campo Marzio, accanto a quelle di Agrippa e si tratta del primo edificio classificabile

come edificio termale imperiale che ha un'asse di simmetria e il percorso doppio; questa struttura

termale così composta costituì il modello delle terme imperiali che si attuerà in tutti i grandiosi

edifici successivi, sia Roma che fuori.

Le terme di Tito costituiscono una riproposizione “in piccolo” di questo modello, ma è impensabile

che vennero realizzate in due anni di regno, quindi forse si tratta delle terme della domus aurea che

140

Tito portò a compimento (infatti si tratta di un edificio di dimensioni adatte per il complesso della

domus aurea) e orientò ad uso pubblico. Domiziano

Ma il più grande costruttore della dinastia dei flavi fu che intervenne su gran parte del

centro monumentale della città perchè nell'80 d.C. vi fu un grande incendio per cui l'imperatore

dovette intervenire per restaurare gli edifici più importanti della città a partire dal Campidoglio,

infatti vennero rifatti il tempio di Giove Capitolino e altri edifici sacri.

Vi furono interventi nei fori imperiali come nel foro di Cesare che era stato molto danneggiato e che

Domiziano non riuscì a portare a termine, nella zona del circo Flaminio, nel campo Marzio per il

restauro di alcuni templi. Costruzioni nuove interessarono il foro romano, infatti egli realizzò il

tempio di Tito e Vespasiano, l'arco di Tito divinizzato che celebra la sottomissione dei giudei, fece

erigere al centro della piazza una sua statua equestre che lo raffigurava e fece costruire il foro

transitorio che non riuscì a dedicare, ma che venne dedicato da Nerva che si trovò un edificio finito

che dovette solo inaugurare.

Domiziano intervenne nella zona del campo Marzio con una serie di costruzioni nuove: fece

costruire due grandiosi santuari, l’Iseo e il Serapeo, dedicati alle divinità egizie Iside e Serapide che

si affiancano ai saepta, gli edifici elettorali che venneno convertiti poi in portico lussuoso dove

venivano raccolte le opere d'arte; gli edifici erano realizzati nelle forme egizie e decorati da una

serie di sculture di età faraonica che vennero fatte portare dall’Egitto e da altre opere fatte realizzare

secondo la moda egizia perché ormai il culto della divinità egizie si era ampiamente sviluppato.

In più nel campo Marzio vennero creati edifici di spettacolo grandiosi come uno stadio, cioè un

grandioso edificio di tipo greco per le gare atletiche e musicali, la cui arena corrisponde oggi a

piazza Navona e accanto vi era l’odeion, un piccolo teatro coperto per le rappresentazioni di

carattere teatrale minori o utilizzato come sala di conferenze, concerti o per alcune manifestazioni

teatrali.

Questi due edifici sorgono accanto a edifici simili, cioè il gigantesco teatro di Pompeo con il portico

retrostante, il teatro di Balbo di età augustea e il teatro di Marcello: quindi qui vi erano in tutto tre

teatri, l’odeion, lo stadio, il circo Flaminio, un'area destinata all'allevamento e alle corse dei cavalli,

tutti complessi che portavano un grande afflusso di spettatori che in città avrebbe causato grossi

problemi di circolazione. Significativa allora la scelta di creare l’anfiteatro in città che di solito si

collocava ai margini o all'esterno della città, perché in realtà l'accesso era facile perché si trattava

dello stesso accesso al circo Massimo a cui si accedeva dalla via Appia.

Domiziano realizzò un altro complesso religioso, il Templum Gentis Flaviae sul Quirinale, dedicato

alla propria famiglia che divenne la tomba monumentale per Domiziano e Tito; si trattava quindi di

141

un santuario degli imperatori della dinastia divinizzati e insieme di una tomba collocata in un punto

visibile da tutta la città, ma oggi questo complesso autocelebrativo è quasi interamente scomparso.

palazzo imperiale,

La realizzazione più importante di Domiziano è quella del infatti non esisteva

ancora una forma di edificio che potesse rappresentare degnamente la dignità e l'autorità

dell'imperatore che allora controllava l'intero mondo conosciuto.

Solo Nerone si era posto il problema di come un'abitazione potesse rappresentare questo ruolo,

mentre Augusto i suoi successori avevano scelto una linea tradizionale e solo nelle ville extra

urbane aveva espresso il desiderio di avere una residenza adeguata, ma in città non avevano mai

osato realizzare nulla del genere. Domiziano costruì quello che darà il nome a tutti palazzi di Roma,

sul Palatino, da cui il nome di palatium; nella parte sud orientale del Palatino e gli fece costruire un

grandioso complesso articolato in più zone: una parte pubblica di rappresentanza con l'ingresso e un

primo cortile intorno al quale vi sono delle sale gigantesche destinate all'accoglimento di vari

personaggi, graduate a seconda del rango del personaggio; vi era un gigantesco triclinio

monumentale destinato a un numero di persone notevole che si affacciava sul cortile centrale.

Questo si raggiungeva attraverso un grandioso ingresso e un cortile con al centro un lago in cui vi

era un'isola con un tempietto e da qui si accedeva alle sale di ricevimento; il secondo nucleo era

composto da ambienti più piccoli, ma con una struttura più complessa dal punto di vista

planimetrico perché era organizzata intorno a cortile porticato su due piani.

Questo secondo nucleo aveva una funzione residenziale o comunque era accessibile solo da un

ristretto numero di persone anche perché gli accessi sono ristretti e il nucleo è chiuso su se stesso in

quanto all'esterno offre solo la facciata sul circo Massimo (qui vi era una sorta di palco imperiale

che collegava il palazzo e il circo creando quel legame che diventerà sempre più forte con i

successori); il secondo nucleo era quindi proiettato all'interno sul cortile centrale che fungeva da

pozzo di luce.

Il terzo nucleo era costituito da un giardino a forma di stadio racchiuso da alte mura, porticato e si

trattava del giardino del palazzo; nel palazzo era realizzata una struttura che permetteva

all'imperatore di apparire nella sua massima autorità. Il terzo nucleo era dunque un grandioso

giardino che diventerà un elemento fisso che deriva probabilmente dalla tradizione delle ville di età

repubblicana e non fa che sottolineare il legame tra il palazzo e il circo.

Questa sarà la residenza imperiale fino alla caduta dell'impero romano d'occidente e diventerà il

modello del palazzo per tutta la storia successiva: non ci sarà più l'idea di una residenza imperiale

esclusivamente privata, ma vi sarà l'idea di un palazzo pubblico che comporti la presenza di una

142

zona pubblica perché il palazzo era il luogo dove il sovrano si manifestava e dava udienza al popolo

(un altro discorso si deve fare per le ville la cui costruzione venne proseguita fuori dalla città).

143

144

Con il palazzo di Domiziano il Palatino diventò la sede esclusiva dell'imperatore, infatti mentre con

Nerone una parte era ancora adibita a residenza privata, invece con Domiziano e Adriano il colle

diventò la sede esclusiva dei vari palazzi imperiali e dell'amministrazione, ma la zona della

residenza di Augusto con il tempio di Apollo e i santuari più antichi venne rispettata come una

reliquia.

Il Palatino diventò la sede per antonomasia dell'imperatore e il palatium è per antonomasia il

palazzo imperiale che rimarrà sempre la sede ufficiale dell'imperatore, anche per gli imperatori che

non vi abiteranno perché la zona residenziale del palazzo di Domiziano è molto poco riuscita dal

punto di vista architettonico perché era una zona buia, fredda, umida e molto poco accogliente;

quindi quasi tutti gli imperatori successivi non abiteranno sul Palatino, ma lo useranno come sede di

rappresentanza. Traiano,

Nerva rappresenta il passaggio alla nuova dinastia inaugurata da più legato alla politica

edilizia dei predecessori di quanto non sembri: egli fece realizzare un grandioso complesso di

terme, il più grande della città, accanto a quelle di Tito.

Le terme di Traiano contribuirono a cancellare i resti della domus aurea perché il padiglione sul

colle Oppio servì come base per la realizzazione di una parte dell'edificio; rispetto al modello delle

terme di Nerone e di Tito, quelle di Traiano rappresentano un passo avanti perché si circondano tre

lati con gigantesche mura che fungono da chiusura per un'area a giardini e una palestra nell’esedra,

quindi le terme si trovavano al centro di una struttura che, oltre ad ambienti per il bagno, aveva una

serie di spazi all'aperto e ambienti destinati ad attività culturali che occupavano un grande recinto,

come le biblioteche nelle esedre e le sale per le conferenze, le riunioni e le lezioni.

Si definisce quindi un complesso termale che verrà replicato negli esempi successivi; delle terme di

Traiano rimangono pochi resti che danno però l'idea della costruzione grandiosa che era.

Traiano realizzò anche il foro che completò serie di fori che, per essere realizzato, ebbe bisogno di

interventi sulla città; oltre il foro, importante è il complesso dei mercati di Traiano che si affiancano

al foro, ma che sono indipendenti perché i mercati avevano una funzione pratica: si trattava infatti

di un gigantesco mercato coperto nel centro della città.

Adriano intervenne con una serie di costruzioni nuove nel campo Marzio e nel centro della città

dove fece costruire il più grande tempio di Roma, il tempio di Venere e Roma che si sovrappose ai

resti dell'ingresso monumentale della domus aurea. Si trattava di un tempio greco costruito in città,

esempio grandioso di un'architettura che vedeva in quella greca la principale fonte di ispirazione; è

un tempio unico nel suo genere perché fonde insieme due templi, in quanto a ciascuna divinità era

dedicata una cella singola addossata e opposta all'altra.

145 Pantheon

Un altro edificio sacro realizzato in città il che si inserisce nella serie di interventi di

Adriano nel campo Marzio, che creeranno un nuovo polo in quest'area della città.

Il Pantheon costituisce il rifacimento di un tempio più antico realizzato da Agrippa accanto alle sue

terme che vennero fatte rifare da Adriano; il Pantheon si collocava nella parte settentrionale delle

terme ed era un edificio diverso da quello che conosciamo perché Adriano fece mutare

l'orientamento del tempio e lo fece ricostruire verso nord, aperto sulla piazza porticata creata ex

novo.

L’intervento sul Pantheon è collegato a una serie di interventi in questa zona nel campo Marzio che

porteranno alla trasformazione di questa zona in un'area funeraria dedicata agli imperatori

divinizzati: da Adriano questo divenne il luogo degli ustrini, dove cioè gli imperatori venivano

cremati e, in caso fossero divinizzati, qui venivano eretti loro monumenti e templi.

Si tratta di un'operazione che si collega all'idea di Augusto di realizzare, un po’ più a nord, il

mausoleo della famiglia giulio­claudia; a proposito dei funerali e del culto dell'imperatore Adriano

fece costruire un nuovo mausoleo negli orti al di là del Tevere che era collegato con un nuovo ponte

costruito appositamente, l’Elio che avrà una grande importanza nel medioevo.

La costruzione di un secondo mausoleo è un’operazione fondamentale perché così si definisce il

distacco netto dai predecessori: il mausoleo di Augusto era ormai pieno delle tombe della famiglia

imperiale; già Domiziano aveva pensato di creare un nuovo polo di culto con la realizzazione del

Templum Gentis Flaviae, ma la sua damnatio memoriae fece preferire a Traiano l'inumazione e il

seppellimento in un'altra tomba personale.

L’operazione di Adriano riuscì perché i successori troveranno posto in questo mausoleo imperiale;

si tratta di un’operazione importante dal punto di vista urbanistico e di un tentativo di allargare una

zona dove vi erano solo giardini.

Nerone, nella zona vaticana, nei giardini della madre aveva fatto costruire un circo privato in una

villa extraurbana di proprietà imperiale, su cui sorse la basilica costantiniana di San Pietro.

Adriano fece inoltre completare il programma della residenza palatina creando una nuova struttura

nota come villa Barberini che venne utilizzata nei secoli successivi in modo diverso: egli fece

quindi costruire un gigantesco giardino monumentale costruito su delle sostruzioni artificiali che

ampliavano la superficie del colle e che ospitavano uffici di carattere amministrativo; questa

struttura completò l'assetto del palazzo reale e gli interventi grandiosi sul colle trovarono la loro

consistenza.

Adriano non abitò nel palazzo, ma negli orti sallustiani e fece costruire un nuovo palazzo

confrontabile con la villa di Tivoli: si tratta di un primo tentativo di residenza “extraurbana” in

146

un'area abitata da secoli, il primo tentativo di ricreare una residenza con la forma della villa in città,

importante per quello che faranno i successori.

Antonino Pio, Marco Aurelio Commodo

e seguirono la politica edilizia di Adriano, cioè

costruirono edifici per il culto dei predecessori nel campo Marzio, ma per il resto fecero solo

interventi singoli anche perché ormai la città era fornita di complessi monumentali utilitari e di

rappresentanza adatti alla città e in più con Marco Aurelio si assistette a una grave crisi economica.

Settimio Severo

Con (fine II, primi decenni III sec d.C.) dopo un periodo di guerre interne per

motivi di successione, si ritornò alla stabilità interna sulle frontiere per cui gli imperatori della

dinastia dei severi si occuparono di Roma.

Con Settimio Severo e Caracalla vi furono una serie di interventi importanti, infatti fecero costruire

una nuova ala del palazzo imperiale, le terme imperiali, una parte degli edifici affacciati sul circo

Massimo e una facciata monumentale sulla direttrice di arrivo in città lungo la via Appia, creando il

Septizonio (una fontana monumentale a tre piani che costituiva la terminazione dell'acquedotto

imperiale che serviva il Palatino), che fungeva da facciata monumentale provenendo dalla via

Appia. Un altro intervento importante su quest'asse viario sono le terme di Caracalla collocate in

una zona libera da complessi monumentali che sono più grandiose di quelle di Traiano; tale

complesso monumentale termale era destinato a servire l’Aventino, una zona popolare intensamente

abitata e la zona sud della città.

Sul Quirinale i severi fecero costruire un grandioso tempio per la divinità egizia Serapide e si fecero

costruire una residenza suburbana che venne inclusa nelle mura aureliane e che comprendeva una

zona residenziale con giardini grandiosi, un anfiteatro e un circo privato. Si tratta del complesso del

sessorium, un palazzo­villa suburbana utilizzata dai severi e rimodellata da Costantino che la

trasformerà nella residenza della madre ed ella fece costruire qui una basilica dove fece trasportare i

resti della croce rinvenuti sul Golgota, una reliquia molto preziosa. Comunque il palazzo, nell'età

dei severi, fu un grande polo residenziale.

Nel III sec d.C. gli interventi nella città sono pochi, soprattutto di manutenzione perché la

situazione è grave e la città passa in secondo piano negli ingressi degli imperatori di III sec.

Aureliano dedica una maggior attenzione alla città con la costruzione delle mura e del tempio

dedicato al sole nel campo Marzio, quasi di fronte al tempio di Adriano.

Diocleziano Massenzio

e sono gli ultimi imperatori che compiono interventi in città: Diocleziano

dovette rimediare ai danni provocati dall'incendio del 283 d.C. per cui restaurò degli edifici della

città e costruì ex novo a nord della città le terme più grandi di Roma.

147

Massenzio si concentrò nell'area del foro dove fece restaurare degli edifici e fece costruire l'ultima

basilica che non vide finita perché venne completata da Costantino; in più il tempio di Venere e

Roma venne in gran parte rifatto all'interno per danni provocati da diversi incendi e anche il tempio

dei Penati, noto come tempio di Romolo.

L’imperatore fece costruire, fuori dalla città, l'ultimo complesso imperiale sulla via Appia che ha

carattere duplice perché ha sia una funzione viaria che funeraria per la morte di suo figlio Romolo

con l'erezione di un mausoleo e di un circo privato per i giochi funebri accanto al quale vi era una

villa (si tratta di una villa­mausoleo) che occupò parte della villa di Erode Attico che aveva una

vasta proprietà che diventerà di proprietà imperiale.

Con Massenzio si chiude la serie di interventi monumentali, infatti Costantino nei primi anni di

regno fece realizzare a Roma un edificio termale, ma poi concentrò tutte le sue energie sulla nuova

capitale e non vi furono altri interventi di ampio respiro in città.

Dopo Teodosio, quando l'impero venne spaccato in due, la parte occidentale ebbe altre sedi per

l’imperatore e il ruolo della città divenne sempre meno importante fino alla deposizione dell'ultimo

imperatore d'occidente.

148

SEMINARIO SULLA PRODUZIONE IN BRONZO

Il bronzo è un materiale durevole e nobile; molte statue degli imperatori e dei personaggi illustri

sono realizzate in bronzo e il fatto che ci siano arrivati pochissimi esempi di statue in bronzo di cui

abbiamo notizia delle fonti, testimonia che era un materiale prezioso.

Sappiamo che nel 264 a.C. i romani saccheggiarono Orvieto in cui si trovava un santuario etrusco e

come bottino presero 1000 statue di bronzo che i devoti avevano offerto nel corso del tempo.

Abbiamo però pochi bronzi perché venivano rifusi, quando per esempio l'imperatore cadeva in

disgrazia o veniva ucciso dai pretoriani, perché il bronzo aveva un grande valore, ma è anche un

materiale spesso soggetto a corrosione; quindi i ritrovamenti di materiali di bronzo sono spesso

fortuiti e comunque abbiamo molto poco di quello che esisteva anticamente.

Per esempio a Ercolano nella villa dei Papiri che ora si trova lungo la costa di Napoli, attribuita a

Lucio Calpurnio Pisone, parente di Cesare e console nel 58 a.C., sono state trovate 50 statue

bronzee di atleti, corridori, filosofi, che ornavano la villa, rifatte alla maniera greca, che mostrano

come personaggi altolocati amassero ornare le proprie ville con statue di bronzo.

La villa dei Papiri venne sepolta nell'eruzione del Vesuvio delle 79 d.C. e venne scavata tra il 1750

e il 1761 e attraverso dei vicoli si è potuti penetrare in queste stanze ricche di pitture e di statue.

A Pompei, nella casa delle Menandro, sono stati trovati mobili in legno e in bronzo con cui

venivano fatti molti mobili e suppellettili come tavolini, bracieri, larari. Pompei era in costruzione

quando avvenne l'eruzione del Vesuvio perché ne 62 d.C un terremoto aveva provocato molti

danni, quindi troviamo alcuni mobili accatastati perché le case erano in ricostruzione: quindi il 79

d.C. è un termina ante quem, cioè non c'è nulla che può essere posteriore a quella data.

Per quanto riguarda l'aspetto tecnico il bronzo è una lega di rame e stagno (che di norma si trova per

il 10%), che danno luogo a una lega binaria, mentre rame, stagno e piombo formano una lega

ternaria. Nel mondo mediterraneo c'è più rame che stagno quindi il bronzo ha un valore più alto, ma

in età romana lo stagno era più diffuso grazie alla conquista della Spagna, territorio ricco di

minerali. In epoca greca lo stagno non c'era, quindi doveva essere importato dalla zona della costa

nord dell'Afganistan o della Cornovaglia.

Lo stagno aumenta la malleabilità della lega, ma se ce n'è troppo il bronzo diventa più duro da

lavorare a martello: ad esempio il cratere di Derveni, conservato nel museo di Salonicco, ha il 15%

di stagno, quindi doveva essere stato molto difficile lavorarlo, infatti la percentuale di solito si

aggira intorno al 10%. Inoltre lo stagno cambia il colore del bronzo: al 5% esso assume un colore

rossastro, alle 10% assume un colore giallo oro, al 20% assume un colore simile all'argento; in più

lo stagno abbassa il punto di fusione del bronzo che fonde a 1025°.

149

Il rame veniva commerciato sotto forma di pani, di lingotti che venivano formati nei distretti

minerari; il metallo viene dunque fuso per ottenere la lega e il bronzo veniva di solito colato a getto

e in questo modo le sue molecole assumono una caratteristica formazione dendritica (questo per il

bronzo colato e non più lavorato); invece il bronzo martellato ha una struttura particolare, a

geminati, cioè ci sono delle molecole, dei grani che hanno delle linee parallele, gemelle nel grano e

quando troviamo quest'aspetto significa che il bronzo è stato martellato; quindi mentre durante le

fasi di deformazione a caldo il materiale ha un aspetto, invece il bronzo lavorato a battitura ha una

struttura a geminati.

La lega ternaria è più frequente in età romana perché aumenta la fluidità del bronzo, ma essa non

può essere battuta perché si formano delle isole nere a causa della segregazione del piombo, quindi i

bronzi sono solo colati e non lavorati a martello. fusione in

Ma come sono fatti gli oggetti in bronzo? Il metodo più semplice e antico è quello della

una matrice di creta o argilla in cui colo il metallo; si tratta di una matrice bivalve che mi

permette di realizzare un oggetto tridimensionale: inizialmente metto sul fuoco il crogiuolo con il

metallo e lo faccio fondere, quindi lo tolgo dal fuoco e colo il metallo nella forma bivalve, che

occupa lo spazio della matrice; una volta raffreddato apro la matrice e ottengo l'oggetto che però è

pieno all'interno. metodo della cera persa,

In epoca greca e romana si lavora con il cioè lo scultore lavora la cera

con cui realizza una statuetta con tutti particolari; poi la riveste con uno strato di argilla in modo da

inglobarla in una camicia d'argilla il cui primo strato sarà fluido perché possa penetrare nei

particolari e poi si aggiungono strati di argilla più consistente, lasciando però uno sfiatatoio.

Quindi si mette sul fuoco la forma in modo che la cera ci sciolga e lasci un vuoto dove colo il

metallo allo stato fuso che prende il posto della cera, spacco l’argilla e ottengo la statua.

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PAGINE

159

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9 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia e storia dell'arte romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Slavazzi Fabrizio.

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