Divus Vespasianus di Filippo Coarelli
Introduzione di Filippo Coarelli
Il 17 novembre 9 d.C. nasceva a Falacrinae, modesto villaggio dell'alta Sabina, Tito Flavio Vespasiano. Il governo dei Flavi si identifica con il momento cruciale in cui, concluso nel sangue il regime inaugurato da Augusto, vennero poste le basi per il nuovo assetto politico ed amministrativo dell'impero, la svolta che apre il "secolo breve" degli Antonini. Vespasiano, homo novus, provinciale uscito da una famiglia di sottufficiali e cambiavalute, fu di costumi austeri, pragmatico ma anche autoironico, disinteressato alla gloria personale e dedito alla cosa pubblica.
La dinastia flavia di Barbara Levick
Titus Flavius Vespasianus, ultimo dei quattro imperatori del 69 d.C., usando le risorse e le legioni orientali, si pose stabilmente al potere all'età di 60 anni, sedando una rivolta sul Reno, una in Gallia, e regnò per circa dieci anni prima di passare la carica ai suoi figli. Il maggiore, Titus (79-81), lasciò presto il posto al minore, Titus Flavius Domitianus (81-96).
Ciò che questa seconda dinastia riuscì a compiere fu di ristabilire la solidità e la saldezza del principato dopo la caduta della famiglia giulio-claudia che, avendo detenuto il potere per un secolo, aveva garantito la pace e ogni tipo di beneficio che l'economia e la tecnologia antica potessero offrire. Dopo Domiziano, nessuna guerra civile, ma l’interim del debole senatore Nerva (96-98), seguito dall’uomo d’armi Traiano (98-117).
Una delle particolarità della dinastia dei Flavi, segnalata da Tacito e Svetonio, fu la mancanza di prestigio e autorità dei suoi rappresentanti: né di nascita, né di carisma, né da imprese particolari. Le origini relativamente umili di Vespasiano favorirono il disprezzo dei senatori nei suoi confronti. Provò a colmare le lacune di lignaggio e fama compiendo miracoli (guarì malati dopo una visione nel tempio del dio Serapide ad Alessandria) e ricoprendo una serie di consolati, ma invano.
Alla fermezza di Vespasiano nei confronti del Senato fecero eco le sue relazioni con il resto dei sudditi, in maniera particolare nell'amministrazione finanziaria e nella risistemazione del mondo romano, che aveva sofferto per gli sprechi di Nerone e per i 18 mesi di instabilità, scontri, saccheggi, devastazioni e rivolte nelle province. Svetonio narra che Vespasiano lamentò un deficit di 4.000 milioni di sesterzi.
La sua reazione fu rapida: impose nuove tasse (in Egitto come a Roma, agli ebrei per la manutenzione del santuario di Giove Capitolino) e investì quanto venne dalla rivolta sedata in Giudea per costruire il Colosseo e il Tempio della Pace. La plebe detestava l'eccentricità ma amava la munificenza pubblica; inoltre l'operazione distribuì risorse fra trasportatori, appaltatori e operai.
Le operazioni di censimento promettevano una maggiore efficacia nel determinare cosa vi fosse da tassare. Vespasiano prese possesso di alcuni "stati liberi" (come le città dell'Acaia liberate da Nerone), mentre ridusse altri "regni clienti" nell'Asia Minore orientale a province; ottimizzò inoltre le spese per l'esercito che riportò annessioni importanti (nel Regno Unito e in Germania, con conseguenti nuove entrate esattoriali).
I Flavi erano una dinastia, e su questa base regolarono la questione della successione imperiale. Vespasiano lottò per questo contro il Senato ("O mio figlio mi succederà, o nessuno lo farà", disse rivolgendosi al maggiore difensore dei diritti senatori, Helvidius Priscus), garantendo sicuramente una maggiore stabilità all'impero (successivamente, si dovette fare spesso ricorso alle adozioni).
Il successore Tito
Nel 79 d.C. Tito succedette al padre (morì in seguito a problemi intestinali), adottando una serie di provvedimenti per conquistare l'approvazione dei suoi pari. Punì quindi i delatori e promise di ignorare le calunnie; non ci furono esecuzioni politiche; Berenice, l'amante ebrea che secondo alcuni avrebbe spostato ad Oriente il centro dell'impero, venne cacciata. Inoltre inaugurò splendidamente il Colosseo, si mostrò affabile verso tutte le classi sociali e affrontò con autorità le catastrofi del suo governo (l'eruzione del Vesuvio e un incendio a Roma).
Domiziano e i suoi problemi
Quando Domiziano gli successe, dovette affrontare due problemi: l'inesperienza e l'ostilità dei parenti. Per aggirarli, collezionò successi militari (contro i catti) e eliminò il cugino Flavius Sabinus e Flavius Clemens (95 d.C.), rendendo la censura permanente. Il Senato, ridotto a luogo di caute conversazioni, e la promozione dei suoi membri furono subito messi sotto il suo controllo, ma ben presto si aprì un periodo di terrore. Congiure (87 d.C.), ammutinamenti (Antonius Saturninum sul Reno), avidità sfrenata, mancanza di un erede diretto (aveva adottato i figli del cugino Clemente), furono il viatico per l'assassinio di Domiziano, il 18 settembre del 96 d.C., e l'ascesa al trono di Cocceio Nerva.
La lex de imperio Vespasiani di Dario Mantovani
Fu una legge votata dal popolo (dopo senatoconsulto) per conferire all'imperatore Vespasiano alcuni poteri e disciplinare gli effetti di alcuni tipi di atti da lui compiuti. Consta di otto clausole più una chiusura detta "sanctio". Non si tratta di un unicum, ma di una convenzione d'investitura (lex regia, appunto).
- I: Attribuisce a Vespasiano il potere di stipulare trattati internazionali a suo piacimento.
- II e III: Attribuisce a Vespasiano il potere e la legalità di convocare il Senato e proporre o rimettere un tema.
- IV: Nei comizi elettorali devono essere ammessi i candidati che Vespasiano abbia raccomandato al Senato o al popolo.
- V: Attribuisce a Vespasiano il potere di ampliare il tracciato del pomerio, spazio intorno alle mura cittadine in cui non si poteva né costruire, né seppellire, né coltivare. Prima era a cura dei generali.
- VI: Attribuisce a Vespasiano il diritto e il potere di compiere tutto ciò che egli ritenga di utilità pubblica e consono alla maestà delle cose divine e umane, pubbliche e private.
- VII: Attribuisce a Vespasiano tutti i poteri e gli esoneri di legge di Augusto, Tiberio e Claudio.
- VIII: Dà la preminenza a queste norme su altre leggi, plebisciti o senatoconsulti.
Lex regia a parte, però, l'imperatore doveva la sua posizione a una serie di appoggi di carattere politico-sociale, in primo luogo del Senato e dei militari, che costituivano le reali basi sociologiche del suo potere.
L'impatto dell'esercito romano sulla provincia della Giudea di Hannah M. Cotton
Come il resto del Vicino Oriente romano, la Giudea rientrò nella sfera di influenza romana già nel II secolo a.C., ben prima quindi dell'ufficiale provincializzazione. Regione problematica, cui Vespasiano diede un'organizzazione nuova: quella di "provincia a singola legione", retta da un governatore di rango pretorio al comando sia della regione che della legione. Due le rivolte che la agitarono: la prima (di Bar Kokhba, 66-70 d.C.), culminata con l'assedio di cinque mesi di Gerusalemme, fu sedata vittoriosamente da Adriano; la seconda (di Masada, 70-73 d.C.) spopolò la Giudea, spostando il centro della via ebraica in Galilea. Questo comportò un rafforzamento nello spiegamento delle forze militari.
La conquista di Masada, non celebrata come invece la prima con i suoi fasti, fu una reazione alla resistenza contro il potere romano a livello locale, una lezione impartita localmente, e non un'espressione di strategia romana a livello globale come sostiene Luttwack. La lunga durata dell'impero romano non deve essere giustificata col mero uso della forza militare; ma al contrario con lo scarsissimo numero di rivolte da dover affrontare. Il potere romano era nel complesso accettabile per le popolazioni sottomesse e per le élite locali. Roma faceva in modo da ottenere la cooperazione di quei soggetti, che alla fine del processo ricevevano la cittadinanza romana, con i vantaggi e l'identificazione con la storia e l'ideologia di Roma che essa comportava. Verso ciò, gli ebrei furono riluttanti.
Flavio Giuseppe di Daniel R. Schwartz
Flavio Giuseppe è il nome romano di uno storico ebreo e fariseo nato a Gerusalemme nel 37 d.C. e legato tre decenni più tardi alla dinastia dei Flavi. La generazione nella quale crebbe Giuseppe conobbe sia la pesante ingerenza romana, sia il breve periodo di sovranità nazionale con Agrippa. La tensione sfociò nella rivolta del 66 d.C. contro il governatore Gessius Florius, e la vittoria conseguita riportò l'entusiasmo dei tempi di Agrippa. Giuseppe venne designato governatore della Galilea, regione palestinese nella quale ci si aspettava la prima reazione romana.
È in questo momento che avvenne il faccia a faccia con Vespasiano. Nonostante le fortificazioni erette e l'esercito preparato, la Galilea cade subito nelle mani romane (estate del 67 d.C.), e Giuseppe barricato nella città di Iotapata con le sue truppe, cedette all'assedio. Non solo: si consegnò ai romani e si salvò profetizzando a Vespasiano la sua imminente salita al trono imperiale. Di qui, cominciò a collaborare con i romani in qualità di interrogatore di prigionieri e redattore di discorsi atti ad ottenere le rese dei ribelli. Rientrato a Roma con Tito nel 71 d.C., Giuseppe venne alloggiato in una villa flavia e gli venne assicurata una rendita affinché scrivesse una storia della guerra giudaica che perpetuasse il ricordo e la gloria dei Flavi.
Ma non si tratta solo di un'opera di adulazione dei Flavi da parte di un tirapiedi che aveva tradito il suo popolo: è anche un'opera apologetica per gli ebrei e propagandistica a favore dei romani, che dimostra come sia possibile la pacifica convivenza grazie alla moderazione e alla responsabilità dei rispettivi capi. Le colpe sono assegnate equamente: i giovani giudei, teste calde, per aver spinto alla rivolta contro il giudizio dei saggi; i governatori romani invece per la loro corruzione e inettitudine che hanno portato allo scontro. La scelta degli ebrei era duplice: o vivere solo sotto il comando di Dio (di qui i suicidi collettivi di Iotapata e Masada), o sotto il comando di Dio e di Cesare.
La guerra giudaica: un'indagine archeologica di Dan Bahat
Il periodo che precede la rivolta segna il culmine della cultura materiale del Paese. Le grandiose realizzazioni architettoniche di Erode aggiunsero valore e bellezza al paesaggio. Esse attestano la ricchezza della classe dirigente e denunciano l'imitazione di principi artistici romani. La svolta fu rappresentata dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.). La conquista romana della Galilea fu difficile. Per prima fra le più importanti, toccò cadere a Yodfat, cinta da mura spesse solo due metri; la seconda fu Cana; la terza, Gamla, su una ripida collina sul lago di Galilea, è ricca di segni di guerra (punte di freccia e proiettili di catapulte) e il suo sito non venne più abitato.
Più difficile la presa di Masada, la rocca più fortificata, collocata su un'altura con pendici scoscese. Otto accampamenti le vennero costruiti intorno dai romani, che inoltre edificarono con terra riportata e legno una rampa d'assedio per l'ariete. Gli assediati risposero facendo rotolare contro delle rocce sferiche. Dopo qualche mese, i romani guidati da Flavius Silva ebbero la meglio. Secondo Flavio, gli assediati decisero di suicidarsi per non cadere in mano ai romani divenendone schiavi. Ogni capofamiglia uccise i suoi cari, e fra i rimasti, ne sorteggiarono dieci che uccidessero gli altri. Alla fine, rimastone uno, si sarebbe dovuto suicidare.
Ancora Flavio dice che Tito ordinò che le mura di Gerusalemme fossero demolite ma conservò le torri costruite da Erode per proteggere il suo palazzo. Questo sarebbe servito a mostrare alle successive generazioni la grandezza della vittoria.
La guerra giudaica e l'ascesa di Vespasiano di Giulio Firpo
Prima di diventare imperatore, Vespasiano aveva ricoperto i normali gradi della carriera senatoria, fino al consolato (nel 51 d.C.) e al proconsolato d'Africa (intorno al 62). Tra il 43 e il 47 s’era costruito una solita reputazione militare come legatus della legio II Augusta nel corso dell'invasione della Britannia, per cui ottenne le insegne trionfali. Frugale e parsimonioso, rude e ironico, duro e restauratore della disciplina, fu paragonato agli antichi generali repubblicani. L'apparenza modesta e rassicurante celava scaltrezza e tenacia.
Fu amico di Nerone, il quale gli affidò il compito di reprimere la rivolta giudaica del 66 d.C. Mentre preparava l'assedio a Gerusalemme, gli giunse la notizia della morte di Nerone (9 giugno 68 d.C.). L'acclamazione imperatoria di Vespasiano da parte delle legioni d’Egitto (1 luglio 69 d.C.), di Giudea e di Siria è episodio presentato da molti autori antichi, e al quale il grande uomo rispose dubbioso nonostante una "preparazione sotterranea".
Caratteristica forte è la provvidenzialità del principato vespasianeo, rimarcata da Tacito e Svetonio. Per Flavio Giuseppe, c'è l’investitura anche da parte del dio dei giudei, al fine di porre termine alle guerre civili e ricostruire l’unità dell’impero. In Egitto (70 d.C.) fu accolto da un sacerdote di Amon-Ra, che gli offrì l’acqua del Nilo, cresciuto a livelli portentosi al suo arrivo secondo Dione Cassio. Da taumaturgo, ridette poi la vista ad un cieco spargendogli saliva sugli occhi e guarì la mano (per Tacito) o una gamba (per Svetonio) di un paralitico premendogliela col piede.
Rilievi provenienti da monumenti statali del tempo dei Flavi di Tonio Holscher
Dopo la morte di Nerone, i pretendenti al trono non poterono più basare la loro legittimazione sull'eredità dinastica del primo princeps. Augusto aveva fondato il suo principato sul pilastro di un carisma eccezionale, tagliato su misura sulla sua persona (Divi filius, in riferimento a Cesare; discendente dell'eroe primordiale, Enea; sovrano dell'orbis terrarum, sovrano di pace; Pontifex maximum e protagonista della pietas).
Per Vespasiano il dubbio era se collegarsi (con Augusto?) o distanziarsi (nel caso di Nerone?) dagli imperatori precedenti. Ma non poté collegarsi ad un antenato divinizzato, anzi, dovette creare il suo carisma attraverso le imprese personali. Però pure Vespasiano poté vantarsi di aver riportato la pace attraverso le vittorie, e ciò è testimoniato dal Templum Pacis eretto dopo la conquista di Gerusalemme (70 d.C.). Ma non bastava: i successori di Augusto (Caligola, Claudio e Nerone) avevano innalzato aspettative e parametri costitutivi dell'immagine dell'imperatore su un piano più alto.
Serviva esaltare meglio il trionfo, meglio se con un linguaggio delle immagini celebrativo. Non tanto Vespasiano, quanto i figli Tito e Domiziano cominciarono a marcare il volto della città con i monumenti.
Monumenti di Tito e Domiziano
Tito: archi onorari. Ve n'è uno all'uscita sud-orientale del Circo Massimo (81 d.C.) che celebra la vittoria sui giudei e la distruzione di Gerusalemme, impresa che altri "prima di lui avevano provato invano". Della ricca ornamentazione si conserva una testa a rilievo di un soldato dalle forme molto mosse, che esibisce la risolutezza della virtus romana.
Di certo postumo è l'arco ancora in piedi di Tito alle pendici del Palatino. Esso celebra la vittoria contro i giudei come pilastro della divinizzazione dell'imperatore. Si nota un corteo trionfale nel motivo centrale dello stretto fregio, con tori sacrificali, partecipanti di rango senatorio in toga, portatori di tabulae con iscrizioni e giovani con armi rituali. Nella parte mancante, probabilmente, vi erano i trionfatori imperiali, trainati verso la divinizzazione. Un linguaggio delle immagini di natura enfatica e celebrativa, con personificazioni di concetti ideali (Virtus e Honos). Un panegirico visivo, in grado di destare forme di adorazione emotiva e di sollevare l'imperatore di gran lunga oltre la misura mortale.
Domiziano: archi onorari e altri monumenti. Oltre al Templum Gentis Flaviae, sede di culto e sepolcro della dinastia, è impressionante il numero di monumenti eretti da Domiziano o in suo onore. Pochi però se ne conoscono, in seguito alla damnatio memoriae seguita alla sua morte. La raffigurazione tende sempre non a rappresentare fedelmente l'evento, ma alla rappresentazione dell'atteggiamento dei romani nei confronti dei vinti: clementia per la sottomissione volontaria; cattura e punizione trionfale per la resistenza.
Una parte di piccolo fregio di Villa Albani, proviene probabilmente da un arco onorario eretto da Domiziano per le vittorie sui germani nell'83 e 89 d.C. L'angolo di un frontone di un tempio è conservato invece nei Magazzini dei Musei Capitolini: siamo di fronte ad una grande processione militare; la presenza del tempio presuppone però anche una scena sacrificale. Molte sono le teste di soldati non assegnabili a precisi contesti ma che documentano la quantità dei monumenti eretti.
-
Riassunto esame Archeologia greca e romana, prof. Rebaudo, libro consigliato La cultura artistica a Roma in età rep…
-
Riassunto esame Storia Romana, prof. Messana, libro consigliato Storia Romana, di Geraci, Marcone
-
Riassunto esame Archeologia greca e romana, prof. Rebaudo, libro consigliato Architettura e arti figurative in Roma…
-
Riassunto esame Storia romana prof. Gnoli, libro consigliato: Modelli politici di storia romana, Fezzi