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il territorio di Sabini e Marsi.

All'antico nome di Latium si aggiunse più tardi la qualifica di Vetus e dalla seconda metà

del IV sec a.C. la denominazione di Lazio fu estesa a sud fino al Garigliano e questo

territorio costituì il Latium Novum o Adiectum.

I Latini stabilirono presto dei profondi legami tra i popoli in cui erano organizzati e

sorsero diverse leghe religiose, fra cui la più importante fu quella che nel VII secolo riunì

intorno ad Albalonga una cinquantina di stati partecipanti ogni anno alle Feriae Latinae,

celebrate sul monte Albano in onore di Iuppiter Latiaris.

Con la distruzione, nel VII secolo, di Alba Longa ad opera di Tullio Ostilio, la lega passò

nelle mani dei Romani, alle cui mire espansionistiche i Latini risposero con delle alleanze

e molto importante fu la lega che aveva il suo centro sacrale nel santuario di Diana ad

Aricia.

LA ROMA PRIMITIVA E I SUOI ORDINAMENTI:

Roma fu fondata nel 753 a.C., secondo Varrone che calcolò approssimativamente la data

dal fatto che all'incirca ognuno dei 7 re avesse regnano intorno ai 35 anni, ma secondo

alcuni rinvenimenti di capanne del IX sec sul Palatino, zona in cui secondo la tradizione

Romolo fondò la città per la sua posizione predominante sul Tevere, affermano che la

zona fu stabilmente abitata almeno dal IX sec a.C.

Nella primitiva comunità romana gli ordinamenti politici erano tutti nelle mani di un rex,

che aveva autorità politica e religiosa.

Il populus era articolato in tribus e curiae, raggruppamenti a base familiare e gentilizia

nei quali si coordinava la vita della comunità. E' a Romolo ch viene attribuita la creazione

sia delle tribù gentilizie dei Ramnes, dei Tities e dei Luceres, sia delle trenta curie, dieci

per ogni tribù.

In origine l'ordinamento a base gentilizia esprimeva e tutelava gli interessi della classe

nobiliare che deteneva il potere; con lo sviluppo dell'organizzazione statale le curie si

trasformavano in organi di governo e le loro competenze passarono all'assemblea

generale delle trenta curie, i comitia curiata, che divennero la principale assemblea civile

del popolo romano, con il potere di eleggere il re.

Vi erano, poi, i comitia centuriata, l'assemblea dell'esercito diviso per centurie, composte

da 100 uomini, e in esse si articolava la legio formata da 3000 fanti e 300 cavalieri forniti

da ciascuna delle tre tribù.

Importante era, infine, il senatus, l'organo consultivo del re formato dagli elementi più

rappresentativi del patriziato, in posizione di superiorità rispetto alla massa dei plebei. Il

popolo era diviso in patrizi e plebei, divisione opera di Romolo. Essendo una società

prettamente agricola si formarono ben presto da una parte un certo numero di famiglie

più ricche e dall'altra la moltitudine dei meno ricchi.

I plebei si trovavano normalmente in rapporto di dipendenza verso i patrizi, come clientes

verso il patronus.

Dalla regalità primitiva si passò, poi, ad una nuova concezione del potere e a Roma si

passò dalla monarchia alla Repubblica e il passaggio avvenne attraverso una magistratura

ordinaria ed annuale, la dittatura. Cap. 2

LA REPUBBLICA SOTTO IL PREDOMINIO DEI PATRIZI

Uno dei primi atti politici del governo repubblicano fu la conclusione di un trattato di

amicizia e commercio con Cartagine, accordo stipulato dai consoli Giunio Bruto e Marco

Orazio nel 509 a.C., primo anno della Repubblica.

Cartagine, fondata alcuni secoli prima da coloni fenici provenienti da Tiro, aveva

conquistato sempre maggiore potenza fino a diventare il centro politico e commerciale di

un vasto impero.

Nella seconda metà del IV sec. i Cartaginesi avevano vittoriosamente conteso con

Marsiglia il predominio commerciale nel Mediterraneo occidentale e in questa lotta

avevano avuto l'appoggio degli Etruschi che erano stati cacciati da Roma. La fine della

dinastia etrusca a Roma fu sanzionata dalla sconfitta subita presso Aricia nel 524 ad opera

dei Cumani uniti ai confederati Latini.

Iniziarono rapporti amichevoli tra Cartaginesi e Romani, la cui politica si svolgeva sotto

l'influenza etrusca. Roma aveva precise mire espansionistiche verso i popoli che

abitavano il Lazio, ma i Latini non erano pronti a riconoscerne la supremazia e la città

tornò ben presto attaccata dagli Etruschi, il cui re Tarquinio, spinto da Porsenna, re di

Chiusi, chiedeva di esser rimesso sul trono. Ne nacque una terribile guerra e Roma si

trovò sconfitta dagli Etruschi che gli imposero la rinuncia agli armamenti ed altre dure

imposizioni.

Intanto i Latini, che avevano, anche indirettamente, impedito che a Roma si istaurasse

nuovamente la dominazione etrusca, erano uniti in una lega che raccoglieva intorno al

Tuscolo alcune importanti città, situate per lo più sui Colli Albani. Essa rappresentava,

dopo la distruzione di Alba Longa e il declino della lega di Iuppiter Latiaris, uno dei più

importanti organismi del Lazio a cui Roma aveva cercato di contrapporre una lega da

essa diretta, quella con il centro nel tempio di Diana sull'Aventino. La guerra tra Roma e i

Latini si concluse a favore dei Romani intorno al 493 con un trattato detto "Foedus

Cassianum" da Spurio Cassio, il console che lo stipulò.

Il trattato stabiliva non soltanto accordi di pace e allenza, ma anche rapporti di

commercio tra i cittadini di Roma e quelli delle diverse città latine. Esso era stipulato a

parità di condizioni, ossia la potenza romana era riconosciuta uguale a quella di tutti i

Latini messi insieme. La sua supremazia Roma la conquistò a partire dalla fine del V

secolo, dopo aver difeso le città latine prima dagli attacchi, a nord, degli Etruschi e poi

contro Equi, Volsci e Sabini che premevano sul Lazio in cerca di terre fertili verso il

mare.

LOTTE CONTRO SABINI, EQUI, VOLSCI ED ETRUSCHI:

Tra i tre aggressori occorre dire innanzitutto che mancava una vera e propria intesa. Il

pericolo maggiore fu rappresentato dai Sabini che, dopo una serie di incursioni verso il

sud fino all'Aniene, riuscirono nel 460 a penetrare nella città e ad occupare la roccaforte

del Campidoglio e i Romani riuscirono ad allontanarli nel 449 a.C.

Per quanto riguarda gli Equi, essi, dopo aver occupato centri come Praeneste, l'odierna

Palestrina, e altri centri latini minori, si accamparono sul monte Algido, a pochi km da

Tuscolo. Furono proprio i Tuscolani, con l'aiuto dei Romani, a doverli cacciare nel 458,

con la vittoria riportata dal dittatore Cincinnato. Un aiuto fu dato anche dagli Ernici, un

popolo stanziato a sud degli Equi e pertanto ugualmente soggetto alla loro pressione, che

costituivano anch'essi una lega che si raccoglieva intorno ad Anagnia, e fin dal 486

furono accolti a parità di condizioni nell'alleanza che univa Romani e Latini e che si

trasformò in alleanza tra Romani, lega latina e lega ernica. Solo alla fine del secolo i tre

riuscirono a bloccare l'avanzata degli Equi costringendoli alla ritirata.

Più duro fu lo scontro con i Volsci che, aprendosi un varco fra Aurunci e Latini, all'inizio

del V secolo dilagarono nell'agro Pontino occupando la regione costiera fino oltre Anzio,

e spingendosi fino a Velletri. Per contenere la loro avanzata furono fondate le colonie di

Norba e Signia, dove furono combattute lotte asprissime. Qui Gneo Marcio Coriolano,

condottiero ribelle e costretto all'esilio si pose a capo dei Volsci e li guidò da Circei fino a

poche migliaia da Roma. La città di Ardea, che rischiò di esser presa, fu rinforzata con

l'invio di coloni diventando anch'essa colonia latina.

La presa di Anxur, l'odierna Terracina, nel 406 e il successivo trapianto di coloni prima a

Velletri nel 404 e a Circei nel 393, segnarono le ultime tappe della sottomissione dei

Volsci, anche se si verificarono ancora tentativi di ribellione.

Importante a nord fu la guerra contro gli Etruschi meridionali, soprattutto quelli di Veio,

una popolosa e ricca città che sorgeva a circa una ventina di km sulle rive di un piccolo

affluente del Tevere.

Verso l'inizio del V secolo i Veienti entrarono più volte nel territorio romano riportando

numerosi successi, come quello del 477. Alcuni decenni dopo, però, fu Roma ad avere la

meglio, prima nel 426 quando fu distrutta Fidene e nel 396 quando fu espugnata Veio

dopo un assedio durato dieci anni.

Delle città che avevano dato aiuto a Veio, le minori furono anch'esse conquistate, come

Capena, Sutri e Nepi, mentre con la città di Falerii, l'odierna Civita Castellana, fu

concordata una tregua. I paesi conquistati come Veio, Capena e Fidene entrarono a far

parte del territorio propriamente romano, mentre Sutri e Nepi divennero colonie latine.

COLONIE ROMANE E COLONIE LATINE. L'ORIGINE DEL "DIRITTO

LATINO":

Le colonie latine si distinguevano nettamente da quelle romane.

Le colonie romane nacquero con una funzione essenzialmente militare e furono

impiantate per lo più sulla costa a difesa degli attacchi provenienti dal mare. Esse erano

costituite da poche centinaia di cittadini romani che, pur restando tali, per la lontananza

da Roma non potevano più esercitare i loro diritti di cittadinanza.

Le colonie latine, invece, furono importanti per Roma non solo dal punto di vista

militare, per la posizione strategica in cui si trovavano, ma anche dal punto di vista

economico e sociale. Esse erano costituite con l'invio di coloni provenienti sia da Roma

che dalle città degli alleati. I Romani che lì venivano inviati cessavano di essere cives

Romani, e diventavano cittadini della nuova comunità latina.

Importante fu il cosidetto "Diritto Latino", nato per evitare che i coloni ex-Romani

perdessero completamente il legame con la città d'origine. Questo concedeva a questi dei

privilegi, come la facoltà di sposarsi a Roma (ius conubi) e di riacquistare la cittadinanza

romana con il semplice trasferimento del domicilio a Roma (ius migrandi). Questi

privilegi furono, poi, estesi anche a tutti i Latini.

Lo stato romano iniziò a svilupparsi secondo un modello federativo, ossia quando Roma

affermava la sua supremazia sui popoli vicini, solo in parte li assoggettò immediatamente

al suo diretto controllo incorporandoli nel territorio dello Stato, ma conservò la loro

autonomia legandoli a sè con un patto di alleanza (foedus), trasformandoli cioè in

foederati con particolari diritti e doveri.

Tra gli alleati furono i Latini ad avere una posizione di privilegio. L'affermarsi di Roma

quindi non fu dato dall'ampliarsi del suo territorio, che fu un processo piuttosto lento, ma

dall'allargarsi della cerchia dei suoi foederati.

PREDOMINIO POLITICO E RELIGIOSO DEI PATRIZI SOPRA AI PLEBEI E

GLI ORDINAMENTI DELLO STATO REPUBBLICANO:

Il patriziato, la classe che reggeva il potere, era riluttante verso il troppo rapido

espandersi dello Stato poichè un'eccessiva espansione territoriale avrebbe comportato un

moltiplicarsi dei problemi di governo. La plebe, la parte più numerosa del popolo, non

era più disposta a subire il predominio del patriziato e per tutto il V secolo si agitarono a

Roma aspri contrasti.

I plebei aspiravano a conquistare nel governo un peso maggiore di quello che avevano.

La plebe era costituita non solo dalla parte povera della popolazione, ma anche da

elementi importanti per ingegno e lavoro che erano, però, estranei alla cerchia delle

grandi famiglie nobiliari ed esclusi dalla vita politica. I patrizi con il tempo avevano,

infatti, monopolizzato l'esercizio del potere costituendo una vera e propria casta chiusa,

anche dal punto di vista religioso perchè afferamvano di essere i soli in grado di far sì che

l'azione del popolo corrispondesse al volere divino interpretato con l'aiuto degli àuguri.

Inoltre non erano permessi matrimoni tra patrizi e plebei.

Nell'età repubblicana il potere fu affidato nelle mani di due consoli, la più alta autorità

civile, giuridica e a capo dell'esercito.

I consoli si avvalsero presto dei consigli del senato, pur non avendo l'obbligo di sottostare

ai loro pareri e il senato stesso poteva riunirsi soltanto con convocazione dei consoli che

presiedevano le sedute. I consoli, però, prevalevano soltanto formalmente sui senatori,

perchè era il senato che attuava i disegni politici. I senatori, inoltre, difendevano con tutta

la loro autorità i proprio interessi, e mentre i consoli duravano in carica un solo anno, i

senatori restavano.

Il senato divenne sempre più vincolante per i due consoli e in caso di contrasto tra i

consoli stessi questo poteva esser risolto seguendo le indicazioni dei senatori. I consoli

avevano appunto una "collegialità uguale" e proprio questa, al pari dell'annualità della

carica, impediva che qualcuno prendesse stabilmente il potere. Il senato comandava, poi,

anche sulle assemblee popolari.

Il popolo, ossia l'insieme dei patrizi e dei plebei, poteva partecipare all'emanazione delle

leggi e alla nomina, ad esempio, dei magistrati e i patrizi, pur essendo numericamente

inferiori, riuscivano a far prevalere la loro ragione.

Il senato poteva, poi, far sentire la sua influenza anche quando, a causa di lotte interne o

pericoli dall'esterno, proponeva la nomina di un "dictator", che si trasformava da

magistrato ordinario e annuo in magistrato straordinario. Egli aveva poteri assoluti, ma la

sua carica poteva durare al massimo 6 mesi e veniva nominato da uno dei due consoli che

agiva di intesa con il senato.

LE RIVENDICAZIONI DELLA PLEBE E I SUOI PRIMI SUCCESSI:

I plebei, per rivendicare il potere tenuto in mano soltanto dai patrizi, ottennero grandi

risultati anche grazie all'istituzione delle tribù territoriali. Queste erano diverse dalle

antiche tribù gentilizie dei romani perchè, istituite intorno al V secolo, erano

circoscrizioni create con lo scopo di migliorare l'andamento delle operazioni di leva e di

riscossione del tributo.

Ogni cittadino doveva essere iscritto in uno di questi distretti e tutto il territorio dello

Stato quindi fu diviso in 4 tribù "urbane" e sedici "rustiche" che, con l'allargarsi del

territorio divennero 31. I plebei ne approfittarono per tenere delle adunanze (concilia

plebis tributa) e coordinare i loro attacchi ai privilegi nobiliari. Inizialmente essi usarono

l'arma della secessione e non adempirono più, così, ai loro obblighi di cittadini.

La prima secessione risale al 494 quando la plebe si ritirò sul Monte Sacro e qui ottenne

il primo successo, quello di darsi dei capi riconosciuti, inizialmente soltanto dei

capipopolo rivoluzionari, che presero il nome di tribuni della plebe. Una delle esigenze

maggiormente sentite dai plebei era quella di togliere al patriziato il pieno potere

nell'amministrazione della giustizia. Infatti gli unici depositari della legge erano i nobili,

che se la tramandavano oralmente ed essi soltanto avevano la facoltà di applicarla.

Nel 451 e nel 450 la plebe, però, ottenne che, invece dei consoli, a capo dello Stato

fossero nominati alcuni magistrati straordinari, i cosidetti decemviri, e questi

approntarono un codice scritto di leggi civili e penali. Si ebbero così le famose Dodici

Tavole, che prevedevano l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alle leggi civili e che

ponevano a fondamento dello stato la legge approvata dal popolo e nell'interesse del

popolo.

Nel 445 con la Lex Canuleia, legge emanata dal tribuno Canuleio, fu abolito il divieto di

matrimonio tra patrizi e plebei.

Ai plebei non restava che battersi per raggiungere il consolato e fu nel 444 a.C. che

arrivarono ad un compromesso che prevedeva che negli anni successivi venissero eletti i

soliti due consoli, provenienti dal patriziato, oppure un certo numero di cittadini che

avevano ricoperto, o ancora ricoprivano, le cariche di tribuni militari, ossia di ufficiali

superiori della legione.

Essi vennero chiamati Tribuni militum consulari potestate.

A causa del compromesso raggiunto, negli anni successivi al 444 non si susseguirono più

coppie di consoli, ma collegi di tribuni composti da un numero variabile di membri che

potevano essere tre, quattro, sei o otto. Solo nel secolo successivo fu restaurato il

consolato, quando si concordò che uno dei due posti di console spettava alla plebe.

I patrizi cercarono, naturalmente, di resistere come potettero e quando furono costretti ad

accettare l'eventualità di tornare a dividere con i plebei la più alta carica dello Stato, essi

la svuotarono di alcune attribuzioni assegnandole ad una nuova magistratura

esclusivamente patrizia, la censura.

I due censori, che si elessero ogni cinque anni, dovevano in primo luogo tenere

aggiornata sia la lista dei cittadini, ossia di quelli che godevano del diritto di cittadinanza,

sia la lista dei senatori, cosa questa che portò ad una maggiore sorveglianza sulla

condotta pubblica e privata di ognuno di essi.

A questo punto sembrava aprirsi un periodo di maggiore sicurezza e prosperità, quando

Roma fu invasa dai Galli. Cap. 3

DALL'INCENDIO GALLICO AL PRIMATO NELL'IT.

CENTRALE

Con il nome di Galli i Romani chiamarono quelle popolazioni di stirpe celtica che,

spostandosi dalla Germania meridionale, scesero nell'Europa occidentale. All'inizio del

IV secolo essi arrivarono nell'Italia settentrionale e strapparono ai Liguri e agli Etruschi

Melpum (che chiamarono Mediolanum, Milano) e Felsina (Bologna).

Alcuni, guidati da Brenno, si spinsero attraverso l'Etruria interna e nel 390 sconfissero

sull'Allia, un piccolo affluente del Tevere, uno schieramento di Romani e loro alleati.

Non vi era così nessun altro ostacolo tra questi e Roma che fu presa, distrutta ed

incendiata. I Romani riuscirono ad allontanare i barbari dalla città solo dopo alcuni mesi,

pagando una grande somma di riscatto.

Dopo ciò Volsci ed Equi ripresero i loro attacchi, mentre veniva meno l'aiuto dei Latini e

degli Ernici che ne avevano approfittato per sottrarsi agli obblighi del trattato che li

legava a Roma.

I Romani, però, strinsero una salda unione con la città etrusca di Cerre (oggi Cerveteri)

che, situata sulla costa tirrenica, non era stata presa dai Galli, ed offrirono alla città la

civica sine suffragio, una specie di cittadinanza onoraria che faceva gli uni ospite degli

altri. Roma potè, così, intraprendere le lotte che le ridiederono prestigio nel Lazio. Il

conflitto con i Volsci si protrasse con vicende alterne fino all'occupazione definitiva della

pianura pontina nel 358, che divenne territorio dello Stato. Nella lotta contro gli Equi

collegati con Preneste, Roma fu aiutata dai Tuscolani e riuscì a riformare la triplice

alleanza con gli Ernici e con le città della Lega Latina.

A quel punto la città intraprese una politica che portò alla fine dell'intesa coi Ceriti e, più

in generale, con gli Etruschi. La situazione sfociò in una lotta tra Roma e questi, in

particolare con i Tarquiniesi e i Falisci, con i quali si giunse alla pace nel 351.

Queste lotte potevano deteriorare le posizioni romane nel settore meridionale e questo è

dimostrato dal trattato che nel 348 Roma concluse con Cartagine, trattato con il quale si

rinnovava l'antica amicizia e si delimitavano le sfere di influenza nella navigazione e nel

commercio, ma rispetto al trattato precedente questo conteneva una clausola diversa,

quella che permetteva ai Cartaginesi di prendere nel Lazio città non soggette ai Romani,

città che dovevano essere consegnate a Roma, mentre i Cartaginesi stessi potevano tenere

per sè il bottino e i prigionieri.

Questo trattato fu sancito per un duplice motivo: poichè Roma prevedeva attacchi dei

Cartaginesi contro le città latine con lei alleate, ma anche per incoraggiare tali attacchi

stabilendo i vantaggi per l'aggressore. Ciò accadde perchè Roma, di nuovo in cattive

relazioni con i Latini, desiderava far pressione su questi ultimi. Allo stesso fine era stato

concluso, nel 354, un trattato di alleanza con i Sanniti.

LE GUERRE SANNITICHE:

-PRIMA GUERRA SANNITICA: I Sanniti erano una popolazione stanziata

sull'Appennino meridionale che, approfittando del declino della potenza etrusca,

occuparono la Campania dove si sovrapposero agli Ausoni. Essi si stabilirono saldamente

nelle nuove sedi e si organizzarono in tre leghe, con al centro rispettivamente Nuceria,

Nola e Capua.

Fu proprio Capua, lega dei Campani, la più importante sia per estensione che per potenza,

tanto che divenne una delle prime città d'Italia. Le differenze di grado tra le civiltà e gli

interessi contrastanti causarono la frattura fra gli Osci (così venivano chiamati i Sanniti

dai Latini) e le tribù sabelliche rimaste sui monti che i Romani chiamarono Samnites.

Intorno alla metà del IV secolo a.C. i Sanniti costituivano una compagine politica

organizzata su basi federali, con un capo per ogni tribù, federazione che si estendeva dal

versante adriatico a quello tirrenico.

Nel 354 Roma aveva stretto un accordo con i Sanniti ai quali permetteva una mira

espansionistica verso sud, nella Campania, ma quando i Sanniti tentarono di prendere il

territorio trovarono l'opposizione proprio dei Romani. Nel 343 scoppiò la prima guerra

sannitica, dopo che i Sanniti si erano rivolti in direzione di Teano, piccolo centro che

chiese aiuto a Capua che, entrando nella lega romano-latina, ottenne l'appoggio dei

Romani. Gli scontri principali della prima guerra furono una battaglia sul Monte Gauro e

una presso Suessula.

I Romani, dopo aver trionfato in queste battaglie, concessero la pace ai Sanniti e diedero

loro mano libera contro i Sidicini di Teano, mentre i Latini erano scesi in guerra aperta

contro Roma, decisi ad abbatterne la supremazia.

A questo punto dalla parte dei Latini si schierarono i Campani e i Sanniti si schierarono

dalla parte di Roma. Un esercito guidato dai consoli Torquato e Mure, nel 340, arrivò in

Campania e dopo due anni i Latini, a cui si erano uniti anche i Volsci di Anzio, furono

definitivamente sconfitti. Anche se i Latini avevano violato il patto di alleanza non furono

sottoposti a dure imposizioni, ma essi formarono un blocco unico con Roma. Fu sciolta la

lega latina e si mantenne solo quella religiosa per la celebrazioni delle Feriae Latinae in

onore di Giove Laziale.

Le città ebbero una sorte diversa. I centri più importanti della lega ormai sciolta, come

Lanuvio e Aricia furono trasformati in comuni romani e così i loro cittadini, e il loro

territorio veniva unito a quello dello stato romano rendendolo più ampio e compatto. Le

città Latine come Tivoli, Preneste e tutte quelle che erano nate come colonie latine,

rimasero comuni latini, ma avevano il divieto di unirsi fra di loro in nuove leghe e fu

abolito il diritto di conubium, cioè contrarre matrimoni misti giuridicamente validi, e di

commercium, ossia di stipulare fra loro atti di compravendita giuridicamente validi.

Ciascuna città sottoscrisse con Roma un singolo trattato di alleanza che sanciva gli

obblighi, come quello di concorrere con un contingente militare nelle guerre di Roma, e i

vantaggi, come quello di poter acquistare la cittadinanza romana semplicemente

trasferendosi a Roma, fatto questo che permise l'affermarsi, attraverso la partecipazione

alla vita pubblica della città, nella classe di governo dei personaggi più importanti delle

città latine.

Roma intendeva così assicurarsi dei rapporti amichevoli anche con i Campani, quindi fu

trasferita a Capua, Cuma, Formiae e Fundi, così come era stato fatto per Anzio, la civitas

sine suffraggio. Velletri, città etrusca, non subi lo stesso trattamento poichè l'aristocrazia

ribelle fu espropriata delle terre che furono assegnate a cittadini romani. Quanto agli

Ernici, che non erano venuti meno al patto di alleanza, essi restarono nell'antica

condizione di foederati.

LA SECONDA GUERRA SANNITICA: L'intervento romano in Campania avrebbe

portato un nuovo conflitto contro i Sanniti e i Romani, consapevoli, si assicurarono con

nuove alleanze il controllo delle vie naturali di comunicazione. I Sanniti, intanto, avevano

stretto accordi con la lega osca di Nola e con la città greca di Napoli, dove però non

avevano l'appoggio degli aristocratici che, nel 327, quando i romani decisero di

intervenire militarmente, stipularono con questi ultimi un accordo.

I Romani inizialmente dovettero subire una serie di sconfitte ed un esempio si ha nel 321,

quando le legioni al comando dei due consoli dell'anno, caddero in un'imboscata nelle

gole presso Benevento e furono costrette ad arrendersi. I Sanniti non seppero approfittare

di questo successo e i Romani intrapresero un'abile politica per accerchiare il nemico

assicurandosi l'amicizia di popoli stanziati sull'Appennino a nord dei Sanniti, come i

Marsi e i Peligni, e strinsero alleanza con alcune città dell'Apulia che si sentivano

minacciate dalla pressione sannitica.

I Sanniti tentarono di spezzare l'accerchiamento anche minacciando da vicino Roma, che

però riuscì a contenere la loro offensiva e a presidiare con nuove colonie le vie d'accesso

al Sannio verso il Lazio e la Campania. I Romani riuscirono ad ottenere grandi successi

per terra, e in questo periodo nacque la Via Appia, nel 312, per opera di Appio Claudio il

Cieco che congiunse Roma con Capua, e grandi successi per mare sulle spiagge di

Pompei.

Nel 305 i Romani avanzarono fin dentro il territorio nemico e lo costrinsero ad una pace

stipulata nel 304 che vide il territorio romano ingrandirsi e inglobare quello degli Ernici

che si erano liberati. Città come Anagnia, Aletrium e Frusino divennero municipi romani

e i cittadini non potevano avere però, come punizione, diritti politici. La civitas sine

suffraggio non era più una forma di cittadinanza onoraria, ma una forma di inferiorità,

poichè essi dovevano adempiere agli obblighi ch incombevano sugli altri cittadini

romani, ma al contrario di questi non potevano godere dei diritti politici simboleggiati dal

suffragium, ossia il voto.

LA TERZA GUERRA SANNITICA: L'intervallo tra la seconda e la terza guerra

sannitica durò appena sei anni e più che una pace, quella del 304, sembrava esser una

tregua. I Romani ne avevano approfittato per colpire di nuovo gli Equi ed occupare il loro

territorio dove furono fondate le colonie di Alba Fucens e Carsioli.

Mentre Roma si trovò impegnata contro Sabini e Umbri, dovette affrontare di nuovo i

Sanniti, coalizzati con Etruschi e Galli Sènoni. All'inizio i Romani riuscirono a

controllare le mosse dei nemici che si trovavano separati, ma quando questi si unirono

Roma fu in pericolo. Lo scontro decisivo si ebbe nel 295 presso Sentinum, nella battaglia

detta "delle nazioni", poichè fu proprio da questa che si stabiliva se la penisola dovesse

restare divisa fra popolazioni di stirpe e civiltà diversa, o se dovesse avviarsi alla

completa unità nazionale e statale sotto l'impero di Roma.

Roma riuscì a strappare una grande vittoria, ma la battaglia durò altri cinque anni, al

termine dei quali, nel 290, la potenza romana risultava notevolmente cresciuta. Il Sannio

rimase indipendente ma vincolato da un foedus e controllato da nuove colonie come

Minturnae e Sinuessa, fondate sul versante tirrenico, e Venusia.

Parecchie città etrusche come Volsinii, Arezzo, Perugia e Chiusi dovettere entrare

nell'alleanza romana, e così alcune città degli Umbri come Spoleto e Foligno. Anche il

territorio dei Sabini e il Piceno entrarono in possesso dei Romani, e furono strappate ai

Galli le loro terre sull'Adriatico, dove furono fondate le colonie di Sena Gallica e

Ariminum (Rimini). Cap. 4

IL REGIME NOBILIARE PATRIZIO-PLEBEO

IL CONTROLLO DELL'ITALIA MERIDIONALE

Intanto a Roma si erano susseguite lotte che portarono i plebei a conquistare nella vita

pubblica quella parità rispetto ai patrizi che avevano avuto all'inizio della Repubblica.

Dopo l'invasione dei Galli vi era a Roma la prevalenza di una corrente politica di

tendenze democratiche che aveva portato, al termine di una serie di contrasti,

l'approvazione nel 367 di un gruppo di leggi, dette Liciniae Sextiae dal nome dei due

tribuni che fin dal 376 le avrebbero proposte e per 10 anni propugnate: Gaio Licinio

Stolone e Lucio Sestio Laterano.

Queste leggi permettevano ai plebei di liberarsi della loro inferiorità religiosa ottenendo

l'ammissione nel sacerdozio e quindi al consolato. I patrizi avevano, però, tolto alla carica

alcune sue funzioni giudiziarie e infatti, a partire dal 366, fu affidata l'amministrazione

della giustizia, che era stata di competenza dei due consoli, ad un nuovo magistrato, il

pretore, da eleggere esclusivamente fra i patrizi. La plebe accettò convinta di non dover

subire a lungo e nel 337 fu eletto il primo pretore plebeo, Quinto Publilio Filone.

Nel 366, poi, era stata istituità l'edilità curule, con l'incarico di curare la celebrazione dei

ludi e di sorvegliare le strade e i mercati. Tali funzioni avrebbero dovuto esser riservate a

due patrizi, ma ben presto si stabilì che un anno si ed uno no anche i plebei potevano

essere eletti edili curuli. Con la lex Licinia fu introdotta una nuova regolamentazione nel

godimento dell'ager pubblico, costituito dai territori che Roma aveva sottratto ai nemici

vinti, dei quali era proprietario lo Stato, il quale li cedeva in uso ai cittadini che volessero

sfruttarli. Lo Stato aveva, però, ammesso esclusivamente i patrizi e si costituì una nuova

forma di privilegio eliminata dalle leggi Liciniae Sextiae e i plebei ottennero il diritto di

essere ammessi al godimento dell'agro pubblico al pari dei patrizi.

In seguito, per alleviare la condizione dei plebei oppressi dai debiti, un grande passo si

fece con la legge Petelia che abolì definitivamente l'imprigionamento per debiti. I plebei

cercarono, poi, di aumentare l'importanza della propria assemblea e delle relative

deliberazioni, i plebiscita. Essi avevano bisogno di costringere i patrizi a riconoscerne la

piena validità visto che in principio non avevano nessun valore giuridico, e questo

avvenne nel 339 durante la dittatura del plebeo Publilio Filone e definitivamente nel 287

con la dittutura di Quinto Ortensio.

LA COSTITUZIONE SERVIANA:

L'assemblea della plebe divenne l'organo più importante per l'espressione della sovranità

popolare e per questo motivo, nel 360, il governo nobiliare trasformò i comizi centuriati

in assemblee generali dei cittadini.

La popolazione fu divisa in classi e centurie. Le classi erano cinque e a ciascuna di esse si

veniva assegnati in base all'entità delle sostanze di cui si era forniti e venivano lasciati

fuori i cittadini più ricchi ed i nullatenenti. Ogni classe era divisa a sua volta in Juniores

(cittadini dai 17 ai 45 anni) e Seniores (cittadini dai 46 ai 60 anni).

Le centurie erano 193, delle quali 170 erano costituite dai cittadini delle cinque classi (80

dalla I°, 20 dalla II°, III° e IV° e 30 dalla V°). Le restanti centurie erano costituite da

coloro che erano rimasti fuori dalle classi: 18 dai più ricchi e 5 dai cittadini più poveri. Il

termine centurie sta ad indicare 100 combattenti, il cui reclutamento avveniva, di norma,

tra gli Juniores.

Le legioni erano due, ciascuna con 4200 combattenti per un totale di 8500 uomini, di cui

4000 fanti dalla prima classe, 1000 fanti dalla sconda, dalla terza e dalla quarta, e 1500

fanti dalla quinta classe. Ogni legione era composta da 3000 uomini in armatura pesante

appartenenti alle prime tre classi, e 1200 in armatura leggera appartenenti alle ultime due.

Le 18 centurie dei cittadini più ricchi dovevano offrire 600 uomini equipaggiati per

combattimenti a cavallo, le 5 centurie dei cittadini poveri davano, invece, uomini

sprovvisti di armi addetti poi a vari servizi.

Le 193 centurie, quando si riunivano nei comizi centuriati, che ora fungevano anche da

principale assemblea popolare per l'approvazione di leggi ed elezioni dei magistrati,

davano i loro voti che risultavano in totale 193 ed esprimevano la volontà di ciascuna. Se

gli 80 voti della prima classe e i 18 delle loro centurie erano concordi essi avevano la

maggioranza.

LA NUOVA NOBILITAS PATRIZIO-PLEBEA:

Questo ordinamento, seppure non ignorasse i cittadini più umili, era fatto apposta per

tutelare gli interessi della nobiltà che deteneva il potere. Dopo le leggi Licinie Sestie si

formò a Roma la cosiddetta nobilitas patrizio-plebea, una nuova classe di governo

formata insieme da patrizi e plebei.

Inizialmente non furono molti i plebei, definiti con disprezzo Homines Novi, poichè per

imporsi nella vita politica non occorreva solo il prestigio personale, ma anche una grande

ricchezza che continuò a restare accentrata in prevalenza nelle mani dei patrizi, grandi

proprietari di terre.

I plebei rimasero a lungo inferiori e furono in genere portati ad allinearsi con la posizione

consrvatrice del patriziato. Una svolta si ebbe nel 312 quando Appio Claudio il Cieco

nominò senatori anche cittadini di umili origini, tra cui anche figli di liberti, cioè di ex

schiavi.

Si ebbero a quel punto forti reazioni, più diversità di tendenze che contrasti, e fu proprio

con il governo patrizio-plebeo che Roma iniziò a primeggiare nel Mediterraneo. Un

primo esempio si ebbe nella guerra contro Taranto e Pirro, re dell'Epiro.

TARANTO E ROMA - PIRRO IN ITALIA

Taranto, fondata nell'VIII secolo da coloni spartani, stipulò con Roma un contratto nel

quale i Romani si impegnavano a non navigare nel golfo di Taranto, riconoscendo in

quella zona la supremazia dei Tarentini, ed avevano ottenuto il diritto di intervenire in

tutto il resto dell'Italia meridionale. Un intervento si ebbe nel 282 quando i Romani

aiutarono gli abitanti di Turi, colonia greca incalzata dai Lucani, che avevano chiesto

l'intervento di Roma e non della più vicina Taranto a causa di vecchie rivalità.

I Romani violarono il trattato entrando nel golfo e pochi mesi dopo i Tarentini

espugnarono e saccheggiarono la cittadina di Turi.

Fallirono le trattative che i Romani avevano intavolato per non estendere ulteriormente il

conflitto che era già in atto contro Sanniti, Lucani e Bruzi e fu dichiarata guerra nel 281.

Si tentò di stringere accordi, ma Taranto si assicurò l'intervento di Pirro, re dell'Epiro, in

passato espulso dal suo regno che aveva recuperato con l'aiuto del re d'Egitto.

Pirro accolse le sollecitazioni dei Tarentini convinto anche dall'opportunità di una

spedizione oltremare, e dalla paura che i Romani col tempo potessero occupare la sponda

dell'Adriatico di fronte ai suoi domini. L'azione principale da portare a termine era quella

di unire in un grande stato i Greci d'Italia e di Sicilia.

L'impresa, però, era destinata a fallire, sia perchè Roma fu considerata una potenza di

rango inferiore, sia perchè Pirro credeva che le città greche avrebbero accantonato

facilmente le secolari rivalità per entrare a far parte di uno stato unitario. Pirro sbarcò in

Italia nel 280 con circa 25.000 uomini e alcune decine di elefanti e si scontrò con i

Romani nell'odierna provincia di Matera. Roma non riportò un successo nella battaglia

anche perchè mai si ra trovata davanti degli elefanti in un combattimento. Pirro decise di

sfruttare questo successo e risalì in Campania e nel Lazio fino ad Anagni sperando di

provocare una sollevazione generale contro Roma, ma rimasto deluso tornò a Taranto.

Un nuovo scontro si ebbe nel 279 nell'odierna Ascoli Satriano, in provincia di Foggia,

dove Pirro riportò un altro successo grazie ai suoi elefanti. Il senato romano, a quel punto,

si mosse per trovare degli accordi, cosa questa che non fu molto gradita dai Cartaginesi

che inviarono a Roma una flotta con il generale Magone per offrire alleanza e aiuti,

offerta che fu rifiutata perchè in quel momento avevano la prevalenza a Roma i pacifisti

che rappresentavano gli interessi della nobilitas plebea, ricca per le imprese commerciali.

La pace con Pirro avrebbe comportato l'obbligo di rispettare l'indipendenza della Magna

Grecia, ed era questo che i pacifisti preferivano rispetto ad un trattato con Cartagine, che

aveva sempre cercato, nei trattati precedenti, di limitare lo sviluppo del commercio

romano nel Mediterraneo.

Pirro non accettò la pace offertagli da Roma perchè, anche se questa gli riconosceva la

figura del vincitore, non gli dava alcun vantaggio concreto perchè avrebbe dovuto

lasciare l'Italia e quindi tornare in Epiro o passare in Sicilia ma non come liberatore dei

Sicelioti dal dominio cartaginese.

Il suo appoggio era stato richiesto in Sicilia sia dagli Agrigentini che dai Siracusani, e

avrebbe dovuto scegliere se soccorrere gli uni o gli altri. In Sicilia, però, i Cartaginesi,

preoccupati che il re decidesse di passare nell'isola, presero l'iniziativa e attaccarono

Siracusa, ed era proprio questo che Pirro stava aspettando per poter scendere in campo. A

Roma nacque, così, la paura che egli potesse riprendere il duello con essa interrotta dopo

esser riuscito ad attirare verso di sè le città greche, e allora in senato prevalse il parere dei

bellicisti. Furono abbandonate le trattative con Pirro e si concluse un nuovo trattato con

Cartagine.

Pirro sbarcò in Sicilia nel 278 con la metà dell'esercito e riuscì a liberare Siracusa e nel

277 aveva liberato tutta l'isola tranne la fortezza di Lilibeo sulla punta occidentale. I

Cartaginesi gli offrirono di trattare la pace e quando egli sembrava voler accettare vi fu

una violenta reazione dei Sicelioti, che lo costrinse a riprendere le azioni. L'insuccesso

spinse Pirro a lasciare l'isola poichè l'amicizia dei greci si era trasformata in pura ostilità e

nel 276 tornò in Italia dove fu chiamato dai Sanniti, dai Lucani e dai Bruzi malridotti dai

Romani.

Nel 275 vi fu lo scontro decisivo che, seppur non rappresentò una vera e propria vittoria

per i Romani, spinse Pirro ad abbandonare l'Italia e tornarsene in Epiro, lasciando Taranto

in mano al figlio, in seguito richiamato in patria quando decise di porre fine alle azioni

nell'Italia meridionale.

L'IMPORTANZA DELL'ESPANSIONE NELL'IT. MERIDIONALE:

Nel 272 Taranto entrò a far parte della confederazione romano-italica e fu obbligata ad

ospitare una guarnigione; anche Bruzi e Lucani ottennero un trattato di alleanza, mentre i

Sanniti persero gran parte del loro territorio e Benevento divenne colonia latina.

L'anno successivo entrarono nella confederazione i Salentini, con il porto di Brindisi, e

così tutta l'Italia meridionale. Si era formato così uno stato composto dai cittadini delle

colonie romani e dei municipi, dagli alleati Latini ed Italici. Si trattava di genti di cultura,

lingua e costumi diversi. La conquista dell'Italia meridionale fu importante sì per il

commercio, ma soprattutto per il progresso della civiltà, poichè i Romani non cercarono

di sopprimere i costumi, la lingua e gli istituti civili e religiosi greci, ma permisero la loro

diffusione ed evoluzione. Cap. 5

ROMA E CARTAGINE

DALL'AMICIZIA AL CONFLITTO

Roma e Cartagine erano state legate da diversi trattati e l'assenza di un motivo qualsiasi

per un contrasto aveva fatto sì che l'intesa non fosse turbata.

La situazione cambiò quando i Romani, dopo aver conquistato l'Italia meridionale, si

affacciarono sullo stretto di Messina e la lotta secolare tra Cartaginesi e Sicelioti non

poteva lasciarli indifferenti ora che avevano stabilito il predominio nel meridione, tanto

che i Cartaginesi iniziarono ad esser visti come una grave minaccia per gli interessi

romani. Cartagine, grazie alle sue mire espansionistiche, aveva costruito un grande

impero che accentrava in qualità di alleati o sudditi gli abitanti delle colonie fenicie nel

Mediterraneo, le popolazioni del retroterra africano, della Spagna meridionale, della

Sicilia occidentale, della Sardegna e della Corsica.

Il governo era nelle mani dei ricchi proprietari terrieri e dei personaggi più importanti per

quanto riguardava gli affari. Roma era preoccupata proprio dal dinamismo della politica

cartaginese e la vecchia amicizia si trasformò in mortale rivalità. Il conflitto ebbe origini

modeste.

In Sicilia vi erano alcune migliaia di mercenari campani, i Mamertini, sotto il comando

del tiranno di Siracusa, alla cui morte avevano occupato la città di Messina. Sconfitti nel

265 dal duce siracusano Gerone, che divenne re, essi decisero di chiedere aiuto ai

Cartaginesi che inviarono un corpo a presidiare la rocca della città mentre Gerone si

ritirava.

I Mamertini, quando si resero conto che i Cartaginesi erano visti sempre più di

malocchio, decisero di invitare i Romani a prendere possesso della città. Il senato accettò

l'invito e Roma riuscì a far passare, nonostante la vigilanza della flotta cartaginese, al di

là dello stretto, un contingente del suo esercito e li costrinse a liberare la cittadella di

Messina. Gerone, preoccupato dall'intervento dei Romani, si unì ai Cartaginesi e i due

assediarono Messina. Il console Appio Claudio li costrinse a ritirarsi verso le loro basi e

l'anno dopo il console Marco Valerio Massimo obbligò Gerone a passare dalla parte dei

Romani.

LA PRIMA GUERRA PUNICA:

Con l'appoggio di Gerone, che rimase fedele alleato, i Romani avrebbero potuto

sconfiggere i Cartaginesi in poco tempo, ma ciò non accadde a causa del continuo

cambiare dei consoli, cosa che pregiudicò la continuità dell'azione e portò quindi il

conflitto a durare per oltre vent'anni.

Per bloccare i rifornimenti con cui Cartagine alimentava la guerra in Sicilia, fu costruita

una flotta con la quale nel 206 venne conseguita la vittoria, nonostante la poca esperienza

navale.

Nel 256 Roma tentò di attaccare direttamente Cartagine e, dopo aver sconfitto una flotta

nemica, i consoli Marco Attilio Regolo e Lucio Manlio Vulsone, sbarcarono in Africa

presso Clupea ed organizzarono delle basi. Vulsone tornò indietro con una parte

dell'esercito per continuare la lotta in Italia, mentre Regolo partì alla volta di Cartagine e,

dopo aver sconfitto un esercito nemico, si impossessò di Tunes (Tunisi); non attese, però,

rinforzi prima di attaccare e fu sconfitto cadendo egli stesso prigioniero. I Romani

abbandonarono quindi l'idea di un attacco diretto a Cartagine e ripresero la guerra in

Sicilia, dove si impadronirono di Panormo (Palermo) e strinsero d'assedio Lilibeo senza

però riuscire ad espugnarla. Quando nel 247 fallì un tentativo per raggiungere un

accordo, sbarcò in Sicilia un esercito con a capo Amilcare Barca che, dalla Sicilia

occidentale, riuscì a tenere a bada i romani per qualche anno e, quando nel 241, con la

vittoria navale romana alle isole Egadi fu tagliato l'afflusso dei rifornimenti si arrivò alla

pace, ottenuta a patto che Cartagine avesse sgomberato definitivamente la Sicilia, avesse

restituito i prigionieri e pagato per vent'anni una forte indennità.

CONSEGUENZE DELLA GUERRA A ROMA E A CARTAGINE:

I Romani, che erano sbarcati in Sicilia solo per evitare che Messina cadesse nelle mani

dei Cartaginesi, si erano ritrovati padroni di tutta l'isola, tranne il piccolo regno

siracusano dell'alleato Gerone.

Per la prima volta in Sicilia fu applicata una forma di dominio fino ad allora estranea al

processo di unificazione dell'Italia. In Sicilia i Romani fondarono una "provincia", ossia

un territorio assoggettato e sottoposto al governo di un pretore romano, i cui abitanti

dovevano corrispondere la decima sui prodotti del suolo. Successivamente anche

Sardegna e Corsica, che i Romani avevano strappato ai Cartaginesi, furono ridotte a

provincie romane.

Per Cartagine ciò significava soltanto la perdita di una parte del territorio dove poter

esercitare il monopolio del commercio marittimo. Furono proprio gli affaristi a risentire

di più della situazione e, dopo la predominanza del partito dei proprietari terrieri che

spingevano per la formazione di un vasto impero nell'Africa settentrionale, tornò a

prevalere il partito avversario e questo fu il preludio di una ripresa della guerra. A Roma,

invece, si era consolidato il potere dell'oligarchia patrizio-plebea, che non si mostrò

intenta ad accogliere le aspirazioni dei cittadini più poveri sui latifondi demaniali, che

avrebbero portato grosse porzioni di agro pubblico a trasformarsi in territorio dello Stato

e ad essere distribuite ai coloni che si sarebbero trasferiti. Il governo preferiva, invece,

l'emigrazione dei cittadini desiderosi di lavorare un terreno di proprietà verso la

costituzione di nuove colonie latine. Nel 232, però, il tribuno della plebe Gaio Flaminio

riuscì a far approvare una legge per la distribuzione in piccoli lotti dell'agro gallico e

piceno, e una decina di anni dopo congiunse a Roma questo territorio con la grande Via

Flaminia che arrivava fino a Rimini.

I ROMANI OLTRE L'ADRIATICO E NELL'IT. SETTENTRIONALE:

In questo periodo Roma dovette affrontare scontri con i Liguri, a cui fu tolto il porto di

Pisa, importante per le comunicazioni con la Corsica, e nel basso Adriatico con i pirati

illirici che danneggiavano i traffici delle città alleate con i paesi dell'Egeo. Nel 229 una

flotta approdò ad Apollonia e i Romani costrinsero gli Illiri a dure condizioni di pace, e si

legarono in alleanza con alcune città e con il popolo dei Partini e degli Antitani.

Nell'Italia settentrionale intanto, una minaccia fu rappresentata dai Galli divisi in Lingoni,

Boi, Taurisci e Insubri, che appoggiati da alcune tribù transalpine, valicarono l'Appennino

e scesero in Etruria. I Romani li affrontarono nell'odierna provincia di Grosseto e li

annientarono in una battaglia nella quale cadde il console Regolo, figlio di colui che

aveva guidato le legioni in Africa.

I Boi furono assoggettati nel 224 e l'anno dopo toccò agli Insubri, la cui capitale,

Mediolanum, fu presa nel 222. Sulle terre a loro confiscate furono fondate le colonie di

Piacenza e Cremona. Restavano da sconfiggere le tribù celtiche in Liguria, mentre furono

stretti rapporti di salda amicizia con i Veneti. Nel 219 fu necessario un nuovo intervento

navale contro la pirateria illirica nell'Adriatico, intervento che costrinse il dinasta alla

fuga.

LA SECONDA GUERRA PUNICA: DAL TICINO A CANNE, DA CANNE AL

METAURO:

Cartagine, per compensare le perdite della prima guerra, si prefisse la conquista della

Spagna, intrapresa nel 227 sotto il comando di Amilcare Barca. Dopo esser risalito da

Cadice ad Alicante, questo cadde in un'imboscata e fu sostituito dal genero Adrubale che

ampliò la conquista fino al fiume Ebro. Queste operazioni preoccuparono i Romani che

intervennero nel 226 costringendo Asdrubale a non spingersi oltre il fiume. Cartagine

accettò, ma le cose cambiarono quando a lui successe Annibale, figlio di Amilcare.

Fanatico di riscossa antiromana, nel 219 attaccò Sagunto, città alleata dei Romani. Pur

trovandosi a sud del fiume e quindi nel territorio dove era permesso ai Cartaginesi di

espandersi, i Romani vietarono comunque l'attacco trovando in risposta un rifiuto di

Annibale che espugnò la città provocando lo scoppio della seconda guerra punica.

Nel 218 fu inviato il console Longo in Sicilia per preparare uno sbarco in Africa, mentre

l'altro, Publio Cornelio Scipione nella Cisalpina per entrare in Spagna. Nessuna delle due

azioni fu realmente realizzata, ma fu lasciata l'iniziativa ad Annibale che indugiò alcuni

mesi nella Spagna settentrionale e nello stesso anno valicò i Pirenei. Alla notizia Scipione

imbarcò il suo esercito a Pisa e lo trasportò a Marsiglia, alleata, ma arrivò tardi e ritornò

in Cisalpina dove l'aspettavano altre due legioni. Intanto Annibale si accingeva a valicare

le Alpi e, in un paio di settimane, sboccò in Piemonte nel territorio dei Taurini.

Annibale sperava di portare dalla sua parte i Galli che i Romani avevano assoggettato da

qualche anno e marciò rapidamente contro Scipione, che stava aspettando l'arrivo

dell'altro console che risaliva dalla Sicilia, ma non potè evitare lo scontro che si concluse

in maniera sfavorevole.

Scipione, che rischiò la vita, ripassò il Pò e si attestò a difesa del fiume Trebbia.

Raggiunto dall'esercito del collega, affrontarono una battaglia dura che li costrinse a

rinchiudersi a Piacenza, che insieme a Cremona seppe resistere per tutta la durata della

guerra. Annibale aspettò la primavera per valicare l'Appennino, e questo permise ai

Romani di riorganizzare le loro forze, affidando il comando ai nuovi consoli Gneo

Servilio e Gaio Flaminio. Il primo si dislocò a Rimini e il secondo ad Arezzo, per meglio

controllare le mosse del nemico, ma la divisione delle forze portò un risultato disastroso

perchè nel 217 Annibale si mise in marcia da Bologna fino a Fiesole e appena informato

Flaminio avvertì il collega che partì da Rimini e mentre aspettava il suo arrivo si mosse

alle calcagna del nemico lungo la sponda settentrionale del lago Trasimeno.

Qui Annibale aveva preparato un'imboscata e l'esercito di Flaminio si trovò tra i monti e

il lago senza possibilità di avanzare o retrocedere. Nonostante il successo riportato

Annibale non s'illuse di poter puntare direttamente sul Lazio e il suo piano era quello di

isolare Roma allontanandola dagli alleati italici. Fu per questo che i prigionieri furono

rimessi in libertà ed egli raggiunse il Piceno scendendo nel territorio degli alleati, lungo

la costa adriatica, sino all'Apulia.

I Romani reagirono accentrando innanzitutto il potere nelle mani di un dittatore, Quinto

Fabio Massimo, convinto che con Annibale, visti i successi da lui ottenuti, andava usata

soprattutto tanta prudenza ed inaugurò una strategia temporeggiatrice che consisteva

nell'attaccare il nemico con piccole azioni, senza mai arrivare ad uno scontro decisivo.

Annibale però riuscì a distruggere, oltre all'Apulia, anche il Sannio e la Campania.

La strategia militare inizialmente fu disprezzata e alla scadenza dei sei mesi Roma era

decisa ad attaccare Annibale, così nel 216, il console Varrone portò l'esercito in Apulia e

lo scontro decisivo si ebbe il 2 agosto nei pressi di Canne, a pochi km da Barletta, dove i

Romani furono di nuovo sconfitti.

A Roma tutto sembrava perduto e il senato prese in mano la situazione e decise di

attenersi alla strategia, prima tanto discussa, di Fabio Massimo, ossia quella di sottoporre

l'avversario ad una serie di azioni di logoramento che ne esaurissero le forze e mantenere

il dominio del mare in modo che egli non potesse ricevere aiuti dalla Spagna o

dall'Africa. Nel sud della Penisola alcune città passarono dalla parte di Annibale, come

Capua, a cui poco dopo si aggiunse quella di Siracusa dove, alla morte del re Gerone,

prese il sopravvento il partito antiromano. Intanto Filippo V re dei Macedoni, indispettito

dai Romani che avevano messo piede sull'altra sponda dell'Adriatico, firmò un trattato di

alleanza con Annibale. Nel 212 anche Taranto passò dalla parte dei Cartaginesi. I

provvedimenti presi dal senato però iniziarono a mostrare i primi risultati quando nel 211

fu riconquistata, dopo mesi di assedio, la città di Capua, mentre Annibale aveva marciato

alla volta di Roma, ma arrivato si rese conto di non poter espugnare le città con un colpo

di mano e tornò nel meridione. Nello stesso anno cadde Siracusa che fu saccheggiata e

ridotta a provincia come il resto dell'isola.

Le cose erano andate diversamente in Spagna, dove i due Scipioni erano morti nel 211.

La situazione fu ristabilita dal giovane Publio Cornelio Scipione, figlio nipote dei due

caduti. Intanto in Italia Annibale aveva perso anche la città di Taranto, riconquistata dai

Romani, e l'unico modo ormai era quello di ottenere dei rinforzi dalla Spagna. L'impresa

riuscì quando Asdrubale valicò le Alpi ed Annibale si spostò nell'Apulia per

ricongiungersi col fratello. Il console Tiberio Claudio Nerone, dopo aver lasciato una

parte dell'esercito a sorvegliare Annibale, risalì lungo l'Adriatico e dopo essersi

ricongiunto con il collega sconfisse Asdrubale sul fiume Mtauro, dove lo stesso

Asdrubale cadde, e tornò in Apulia.

ANNIBALE E SCIPIONE:

Annibale, dopo la sconfitta del fratello, si ritirò nel Bruzio dove riuscì a tenere il campo

per 4 anni. Nessun vantaggio gli era venuto dall'alleanza con Filippo V di Macedonia

perchè i Romani avevano appoggiato i nemici del sovrano in Grecia nel 212, che

combatterono contro Filippo, e tra questi i più importanti erano i confederati della lega

etolica.

Il conflitto si concluse nel 205 con la pace di Fenice e i Romani avevano conservato

intatte le loro posizioni oltre l'Adriatico.

A questo punto si decise di combattere Cartagine in Africa e il comando fu affidato a

Cornelio Scipione che, eletto console, si trasferì in Sicilia e nel 206 sbarcò a Capo Farina

e assediò Utica. La città resistette anche grazie all'aiuto di un esercito nemico, e Scipione

fu costretto in una situazione difficile da cui uscì grazie alle trattative di pace intavolate

con lui dal re dei Numidi, Siface. L'anno dopo le trattative fallirono e Scipione attaccò

trionfando l'accampamento dei Cartaginesi e dei Numidi.

Dopo aver attaccato Tunisi, si preparò ad attaccare Cartagine. Lo scontro decisivo si ebbe

nel 202 a Naraggara e nello scontro ebbero la meglio i Romani. L'anno successivo i

Cartaginesi accettarono la pace che prevedeva il pagamento di una forte indennità e,

soprattutto, il divieto di far guerra senza il permesso dei Romani.

Cap. 6

MILITARISMO E IMPERIALISMO:

La vittoria di Scipione, che assunse il soprannome di Africanus, indirizzò su un nuovo

binario gli sviluppi della politica di Roma e la Repubblica imboccò la via

dell'espansionismo militaristico. Roma rivolse la sua attenzione in particolare ai paesi

ellenistici, quelli che si erano formati dallo smembramento dell'impero di Alessandro

Magno, come la Siria, l'Egitto, la Macedonia e il Regno di Pergamo e la Grecia, dove vi

erano due importanti organismi politici, la lega etolica e la lega achea, formatesi per

preservare l'indipendenza minacciata dalle mire egemoniche della Macedonia.

IL CONFLITTO CON LA MACEDONIA E IL PROTETTORATO SULLA

GRECIA:

Nel 204 era salito al trono d'Egitto il minorenne Tolomeo V Epifane e i dignitari che se ne

contendevano la tutela provocarono una serie di lotte e quindi il declino del regno.

Antioco III di Siria e Filippo V di Macedonia ne approfittarono e si accordarono per

impadronirsi della Celesiria, il territorio egiziano sull'Ellesponto e sulle coste della

Tracia. A questo punto Attalo I re di Pergamo e la Repubblica marinara di Rodi si

sentirono minacciate e chiesero l'aiuto a Roma.

Roma, nella pace di Fenice, aveva stipulato un trattato con il quale proteggeva alcune

città della Grecia, come Atene, e quando Filippo V invase la Grecia i Romani si sentirono

"obbligati" ad intervenire per proteggere gli ateniesi. A Filippo fu mandato un ultimatum

le cui condizioni erano inaccettabili e scoppiò la guerra.

Un esercito romano sbarcò in Epiro e si diresse, attraverso l'Illiria, verso la Macedonia. I

Romani inizialmente furono bloccati da Filippo, ma successivamente nel 197, anche

grazie all'aiuto della lega achea, riuscirono a sconfiggerlo con al comando Flaminino che

annunciò che Roma concedeva e garantiva, con questa vittoria, la libertà a tutti i Greci.

Roma, però, nell'atto di dichiarare liberi i Greci, li sottometteva alla propria tutela che si

trasformò ben presto in predominio.

ROMA E L'IMPERO SIRIACO, ROMA ASSOGGETTA LA MACEDONIA E LA

GRECIA:

Mentre Filippo veniva sconfitto, Antioco III di Siria si era impadronito della costa

occidentale dell'Asia minore assoggettando anche numerose colonie greche. Anche nei

suoi confronti i Romani si dichiararono difensori dell'indipendenza dei Greci. I Romani

furono spinti ad un'azione risoluta anche dal fatto che Annibale era fuggito da Cartagine e

si era rifugiato alla corte del re siriaco che intanto stava occupando la Tessaglia. Egli non

desiderava battere Roma, ma soltanto fargli riconoscere la sua supremazia sull'Egeo.

Quando nel 191 l'esercito siriaco cercò di attaccare i Romani alle Termopili, fu attaccato

alle spalle e sterminato. Intanto i Romani organizzavano l'invasione dell'Asia e il

comando fu affidato non a Scipione l'Africano, ma a suo fratello, Lucio Cornelio

Scipione che, rinnovato l'armistizio con gli Etoli, attraversò la Macedonia e la Tracia. Nel

190 Antioco decise per la battaglia e fu sconfitto, ed ottenne la pace a durissimi patti tra

cui il pagamento di una indennità e la rinuncia di tutti i possedimenti in Asia Minore.

Questi territori, che il senato non volle trasformare in provincia per evitare i complessi

problemi di una nuova dominazione, furono ceduti agli alleati di Pergamo e di Rodi.

Il re Perseo, figlio di Filippo V, svolgeva intanto un'attività politica di riscossa nazionale e

dopo un'azione diplomatica che isolò la Macedonia, si arrivò al conflitto nel 168 con al

comando Lucio Emilio Paolo, appartenente al circolo degli Scipioni. Egli, dopo aver

costretto Perseo a lasciare la sua posizione difensiva, lo sconfisse a Pidna, vittoria che

segnò l'inizio di una svolta decisiva nelle relazioni tra Roma e i paesi dell'Oriente

ellenistico. In Macedonia fu abolita la monarchia e il territorio fu smembrato in quattro

repubbliche. Stessa sorte toccò alla Grecia. Nel 149 fu inviato Quinto Cecilio Metello,

detto il Macedonico, che trasformò la Macedonia in provincia. In Grecia una nuova

intromissione di Roma nei dissidi tra Sparta e la lega achea provocò in quest'ultima uno

scoppio di bellicismo.

Ma Cecilio Metello inflisse alla coalizione avversaria una prima sconfitta che fu ribadita

dalla vittoria del 146 riportata dal console Lucio Mummio. Saccheggiata e distrutta

Corinto ed ordinato lo scioglimento delle leghe antiromane, anche la Grecia nel 145

venne assoggettata al diretto dominio di Roma e collegata con la provincia di Macedonia,

salvo Atene e Sparta che rimasero libere.

Vi erano state, intanto, numerose resistenze a Roma nei paesi del Mediterraneo

occidentale. Roma riconquistò i paesi e i territori nell'italia settentrionale presi da

Annibale; 197 furono sconfitti, tra cui i Lusubri e i Cenomani, mentre 191 furono

conquistati, tra cui i Galli e i Boi e vennero fondate le colonie di Bononia (Bologna),

Parma e Mutina (Modena.).

Nel 181, ad oriente venne fondata la colonia di Aquilieia, mentre ad occidente venne

riconquistata la Liguria.

L'arrivo di numerosi coloni diede inizio ad un rapido processo di romanizzazione

dell'Italia settntrionale, favorito anche dall'apertura di grandi strade come la via Emilia

(che proseguiva lungo la Flaminia e collegava Rimini e Bologna a Piacenza), la via

Cassia (che collegava Roma a Firenze e Lucca) e la via Aurelia ( che collegava Roma a

Pisa e Genova).

Ci furono poi aspre lotte che portarono all'assoggettamento della Spagna. Nel 197 furono

costituite le province di Hispania citerior a nord e Hispania ultrior a sud. Nello stesso

anno vi fu l'insurrezione domata da Catone, poi lotte con Lusitani e Celtiberi, contro i

quali si distinse Tiberio Sempronio Gracco. La guerra contro i Celtiberi si concluse con

l'espugnazione della città di Numanzia ad opera di Scipione Emiliano.

TERZA GUERRA PUNICA :

Le relazioni Romano-Cartaginesi erano state buone per un lungo periodo, ma ebbero un

improvviso decadere. Una clausola del trattato prevedeva che Cartagine non prendesse le

armi senza il permesso di Roma, che la esponeva così agli attacchi del re di Numidia,

Massinissa, finchè nel 150 si ebbe da parte di Cartagine un violento contraccolpo.

A Roma il senato deliberò di distruggere la città rivale. La decisione di Roma fu dettata

soparattutto da ragioni economiche, per la concorrenza dei prodotti agricoli di Cartaginesi

e per le fertili terre Africane.

I Romani vedevano in Cartagine un pericolo crescente, sia per la floridezza economica

che la città aveva riconquistato, sia per motivi di sicurezza.

Nel 149 l'esercito Romano sbarcò in Africa dopo essersi fatto consegnare le armi dai

Cartaginesi obbligandoli a lasciare la città, ma essi col pretesto delle trattative

guadagnarono tempo per la difesa. Nel 147 il comando fu affidato a Scipione Emiliano,

eletto console, entrato nella famiglia degli Scipioni per adozione.

Cartagine fu espugnata del tutto e fu distrutta. Il nuovo centro amministrativo della

provincia africana fu stabilito a Utica, e Scipione Emiliano dopo il trionfo assunse il

titolo di Africanus.

IL TRIONFO DEL CONSERVATORISMO: CATONE E SCIPIONE

Gli eventi che portarono la Repubblica a primeggiare fra i paesi del Mediterraneo

influirono sul corso della politica interna di Roma. Il senato era contrario ad ampliare la

sfera dei domini diretti con la costituzione delle province poichè per governarle era

necessario accrescere il numero dei magistrati, ma a ciò contrastava lo spirito

conservatore della nobiltà al potere che lasciò invariato il numero di sei raggiunto dai

pretori nel 197, quando furono create le province della Spagna. Si fece ricorso alla

Prorogatio Imperii, mediante la quale ad un console o a un pretore, terminato l'anno di

carica, si conservava ancora per uno o più anni l'imperium in qualità di promagistrato. Il

Senato, però, non voleva moltiplicare i territori nei quali questi avrebbero esercitato

illimitati poteri civili e militari lontani dal controllo del Senato stesso.

Per ostacolare l'ascesa degli homines novi verso il principio del II secolo fu emanata una

legge che fissò norme precise per lo sviluppo del cursus honorum, ossia vennero stabiliti

l'ordine progressivo delle magistrature, l'età minima per accedervi, e per il consolato fu

stabilito che nessuno poteva ricoprire un'altra volta la carica se non a dieci anni di

distanza dalla precedente.

Vi furono dei contrasti tra una tendenza più conservatrice e una innovatrice. Esponente

della prima tendenza fu Catone il Censorio, della seconda Scipione Africano. Attaccato

quest'ultimo in una serie di processi ispirati da Catone fu accusato di essersi approfittato

della somma riscossa dal re Antioco come anticipo dell'indennità di guerra, e riuscì ad

evitare una vera e propria condanna, subendo però una perdita di prestigio che lo

costrinse ad allontanarsi da Roma.

SQUILIBRIO ECONOMICO E SOCIETA' IN FERMENTO:

Il prevalere della tendenza conservatrice suggellò la definitiva trasformazione

dell'aristocrazia in oligarchia, ma ostacolò ogni benefica evoluzione nel campo

economico-sociale, dove sarebbe stato opportuno intervenire per le classi meno abbienti

per arrestare, in particolar modo, la rovina dei cittadini piccoli proprietari. I foederati

latini ed italici, poi, avevano da rivendicare il fatto che, pur avendo collaborato ad

affermare il primato romano e a preservarlo anche a costo della vita, avevano visto il

bottino di guerra andare tutto nelle mani dello stato romano, il quale si intrometteva in

modo sempre più pesante negli affari interni delle città alleate.

Così stava per nascere l'ispirazione dei foederati a diventare anch'essi cives romani. In

fermento vi erano anche i cavalieri, ossia i cittadini che, dal III sec, vennero distinti

perchè in possesso di un determinato censo. Vi apparteneva soprattutto la borghesia degli

imprenditori e dei trafficanti che operando nei vari paesi conquistati avevano accumulato

fortune, e rivolsero la loro azione politica alla difesa dei propri interessi preoccupando il

governo nobiliare.

Alla base dell'ordinamento statale continuò ad essere la sovranità popolare, ma le

assemblee in cui questa si manifestava restarono in balia dell'organizzazione delle grandi

casate, anche perchè a radunarsi per dare il loro voto erano per lo più i cives residenti a

Roma.

CULTURA GRECA E HUMANITAS ROMANA:

Catone combattè come pericoloso il diffondersi della cultura greca. Sotto l'influsso più

diretto dei modelli greci si costituiva una tradizione letteraria che racchiudeva i nuovi

ideali civili e morali sviluppatisi nel circolo degli Scipioni per l'innesto della cultura

greca nella concezione romana. Sorgeva a Roma l'idea di una humanitas intesa come

coscienza della condizione umana e capace di ispirare sentimenti di giustizia e di

comprensione verso gli altri. Cap. 7

LA CRISI DEL REGIME NOBILIARE. DAI GRACCHI

ALLA GUERRA SOCIALE.

La profonda crisi di ordine economico e sociale aveva colpito i ceti inferiori e soprattutto

i contadini piccoli proprietari. Costretti a cedere le loro terre diventavano braccianti o

disoccupati a causa della concorrenza della mano d'opera servile, degli schiavi prigionieri

di guerra.

Ciò portò crisi anche a livello militare poichè i cittadini piccoli proprietari che prestavano

servizio nelle legioni costituivano ancora il punto di forza dell'esercito romano, e il loro

continuo scadimento a nullatenenti, che non potevano prestare servizio militare,

rappresentò un fenomeno grave. Provvedimenti furono presi dall'idealista Tiberio

Sempronio Gracco.

IL TRIBUNATO DI TIBERIO GRACCO:

Nato nel 162 da padre console e da Cornelia, figlia dell'Africano, egli apparteneva alla

nobilitas. Egli propose di procedere, dopo esser stato eletto tribuno nel 133, ad una

ricognizione dell'agro pubblico per eliminare abusi e, inoltre, le terre possedute

abusivamente dovevano esser riprese dallo Stato che ne avrebbe curato la distribuzione a

cittadini nullatenenti.

I comizi approvarono questo progetto. Si trattava di un grande successo contro la nobiltà.

Approvata la legge e affidatane l'esecuzione ad un collegio di triumviri composto da

Tiberio, il fratello Gaio e l'ex console Appio Claudio, questi si trovarono di fronte una

mole enorme di lavoro.

Tiberio si accorse che l'anno del suo tribunato non sarebbe stato sufficiente e pose la

candidatura per essere rieletto l'anno successivo. Il senato si oppose violentemente e in

una rissa Tiberio stesso fu ucciso. Egli era stato visto come un rivoluzionario anche se in

realtà la sua politica era intesa alla conservazione degli istituti politici tradizionali, con la

ricostituzione della classe dei contadini-soldati che avevano fatto grande Roma.

La commissione triumvirale potè continuare i suoi lavori. Incontrò però difficoltà per le

proteste degli alleati italici, poichè i più ricchi erano stati colpiti dalle limitazioni imposte

dalla legge, mentre i più bisognosi non potevano partecipare alla distribuzione dei nuovi

lotti, riservata ai cittadini romani. Nel 125 il console Flacco propose di estendere ad essi

la cittadinanza romana, ma il suo progetto non fu attuato e il malcontento dilagò. In

quest'atmosfera di rivolta fu eletto nel 123 Gaio Sempronio Gracco al tribunato della

plebe, ed egli continuò subito il programma del fratello e mirava a trasformare l'assetto

costituzionale.

L'AZIONE POLITICA DI GAIO GRACCO:

Gaio fece approvare una lex frumentaria per una periodica distribuzione ai cittadini più

bisognosi di una certa quantità di grano, una lex militaris per migliorare le condizioni del

servizio ed una lex agraria. Si preoccupò, poi, di trovare il denaro necessario

all'applicazione delle leggi, sia di assicurarsi l'appoggio dei cavalieri, intento che

conseguì con la lex de provincia Asia. Nel 133 era morto l'ultimo re di Pergamo, Attilo

III, lasciando in eredità al popolo romano il suo regno denominato poi Provincia d'Asia.

Con la sua legge Gaio stabilì che essa fosse assoggettata al pagamento di una serie di

imposte e che la loro riscossione fosse concessa all'ordine equestre.

I cavalieri inoltre furono blanditi con la lex iudiciaria che ne accresceva l'importanza sul

piano politico. I giudici incaricati di emanare le sentenze nei processi a carico di

governatori di provincia accusati di concussione, erano stati scelti fino ad allora

nell'ordine senatorio. La legge di Gaio stabilì invece che tali giudici dovevano essere

cavalieri.

All'inizio del 122 Gaio si decise ad avanzare un'altra proposta, quella di estendere il

diritto di cittadinanza romana agli alleati latini e il "diritto latino" agli alleati italici,

proposta che suscitò l'opposizione dei cives Romani e con il veto di Livio Druso fu

bloccata. Gaio intanto si era recato in Africa per la fondazione nel territorio cartaginese

della colonia Iunonia, che egli stesso aveva voluto far sorgere e a Roma il senato fece

avanzare da Druso alcune proposte ultrademagogiche.

Quando pochi mesi dopo rientrò dall'Africa, Gaio dovè constatare che il suo prestigio era

irrimediabilmente scosso al punto di non riuscire a farsi eleggere tribuno per l'anno

appresso. Era questo il trionfo dei suoi avversari che promossero l'abrogazione della

legge che aveva autorizzato la fondazione della colonia a Cartagine e si verificarono

scontri tra i graccani e i loro oppositori. Lucio Opimio non indugiò a dare il via alla

repressione e Gaio, che invano tentò di fuggire dopo essersi rifugiato sull'Aventino,

preferì farsi uccidere da un servo.

REGIME NOBILIARE E SOPRAVVIVENZA DELLE ISTANZE GRACCANE:

L'eliminazione di Gaio Gracco assicurò per molti decenni all'oligarchia senatoria il

predominio nel governo della repubblica, ma il grosso dell'attività riformatrice del

tribuno era destinato a sopravvivere alla sua morte. La potenza non più esclusivamente

economica, ma anche politica, raggiunta dai cavalieri e la consapevolezza del proletariato

cittadino di poter sostenere al potere con il suo voto chi gli avesse procurato benefici,

erano elementi tali da compromettere la solidità delle basi su cui da secoli poggiava la

repubblica nobiliare.

Intanto l'oligarchia nobiliare potè provvedere all'allargamento e al consolidamento delle

conquiste esterne. Mentre in Spagna continuava la lotta per piegare i Lusitani e i

Celtiberi, nel 154 si era dovuto intervenire anche nella Gallia meridionale per difendere

l'alleata Marsiglia dalle incursioni degli Arverni. Le incursioni si rinnovarono circa 30

anni dopo e, per stabilire la continuità territoriale tra Italia e Spagna, la regione venne

ordinata in una nuova provincia che fu detta Gallia Narbonese dal nome della colonia di

Narbo, oggi Narbonne.

GIUGURTA E L'ASCESA DI MARIO:

Rilevanti furono, poi, le operazioni in Africa, dove il regno di Numidia era in crisi. Il re

Micipsa, figlio e successore di Massinissa, alla sua morte, aveva lasciato in eredità i

propri domini ai due figli Aderbale e Iempsale e al nipote Giugurta, avido di potenza, che

fece assassinare Iempsale e si impadronì con le armi della parte di Aderbale. Questi

chiese l'intervento del senato che delimitò i domini dei due contendenti.

Successivamente però Giugurta, nonostante gli avvertimenti del senato, espugnò Cirta,

capitale del regno di Aderbale. I cavalieri a Roma spinsero quindi per dichiarare guerra a

Giugurta, campagna intrapresa con leggerezza che portò una sconfitta che spinse il senato

a dare più impulso alle operazioni affidando il comando al console Quinto Cecilio

Metello che nel 108 riportò una vittoria, ma non prese il nemico e allora il favore dei

cavalieri e dei populares si spostò su Mario, eletto console per il 107 e incaricato con

apposita legge del comando in Africa.

Egli si preoccupò soprattutto delle operazioni di arruolamento. Quando gli sviluppi della

politica sfociavano nella guerra colui al quale veniva affidato il comando delle operazioni

doveva in primo luogo preoccuparsi di gestire l'esercito, e questo o creandolo ex novo o

potenziandolo nel caso in cui avesse assunto il comando di un esercito già costituito. Egli

fece reclutare volontariamente i capitecensi facendo in modo che allora e poi in seguito le

legioni risultarono formate da nullatenenti per i quali il servizio militare divenne un vero

e proprio lavoro.

Questo portò ad una completa trasformazione dell'esercito che divenne uno strumento

non più al servizio dello stato, ma del comandante che meglio sapesse costituirlo.

Assicuratosi un buon esercito Mario tornò in Africa nel 107 e, tramite le trattative di

Silla, suo legato, riuscì a farsi consegnare Giugurta dal re Bocco di Mauretania, alleato e

suocero di Giugurta stesso, in cambio di un ingrandimento del suo regno e di un trattato

di alleanza e amicizia. La Mauretania divenne così uno stato vassallo di Roma e Giugurta

fu trascinato a Roma in catene nel 104.

I CIMBRI E I TEUTONI: LA GLORIA DI MARIO

Terminate le operazioni in terra africana toccò alla Gallia, dove i Cimbri e i Teutoni si

erano spinti in cerca di nuovi territori minacciando la provincia romana. Dopo

l'insuccesso ottenuto da due consoli fu scelto Mario, rieletto console nel 104, nonostante

il fatto che la legge permettesse una nuova candidatura solo dopo 10 anni. Mario arruolò

un nuovo esercito e ne perfezionò l'armamento.

Fu proprio Mario, poi, a fare dell'aquila la bandiera di ogni legione e quindi a stimolare

l'ardore combattivo. L'esercito era pronto ad affrontare i barbari che erano però divisi, i

Teutoni nella Gallia meridionale e i Cimbri presso le Alpi centrali. Mario affrontò prima i

Teutoni nel 102 presso Aquae Sextiae e l'anno dopo i Cimbri annientandoli nella battaglia

dei Campi Raudii. Dopo queste vittorie Mario fu eletto console per la sesta volta.

DALL'ECLISSI DI MARIO ALLA GUERRA SOCIALE:

Il prestigio di Mario stava per tramontare e nell'anno del suo sesto consolato era cresciuta

la tensione tra governo nobiliare e populares guidati da Saturnino e Glaucia. Sfruttando

l'autorità di Mario Saturnino si fece promotore di un programma di leggi a favore del

proletariato cittadino e degli alleati italici. Saturnino si fece eleggere tribuno nel 99

mentre Glaucia, nell'intento di assicurarsi l'elezione al consolato, fece assassinare il

competitore. Così il senato decretò che la Repubblica era in pericolo e incaricò il console

Mario di provvedere.

Mentre Saturnino e Glaucia cadevano sotto i colpi della reazione senatoria egli dovette

allontanarsi da Roma per svolgere una missione diplomatica presso Mitridate, re del

Ponto.

Senatori e cavalieri si erano uniti per soffocare il moto sollevato da Saturnino, ma erano

profondamente divisi dalla legge di Gaio Gracco. Il senato, per trovare l'appoggio delle

forze popolari, sperava in Marco Livio Druso che nel 91 propose l'abolizione del

monopolio giudiziario dei cavalieri, proposte che blandivano i ceti più bassi della

cittadinanza con un insieme di concessioni rese preoccupanti dalle promesse agli Italici di

accogliere la loro aspirazione a diventare cittadini romani.

A Roma senato, cavalieri e populares erano contrari a dare la cittadinanza romana agli

alleati. Vi fu una guerra sociale prima contro i Marsi e le popolazioni sannitiche, poi si


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DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher violet881 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Malavolta Mariano.

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