Cap. 1
IL LAZIO E ROMA - L'ETA' REGIA
L'Italia, prima della conquista romana, era abitata da popolazioni indoeuropee come
Latini, Siculi, Umbro-Osco-Sabelli e Illiri, a cui appartenevano da un lato i Veneti e
dall'altro gli Iapigi.
Si ebbe anche la colonizzazione greca della Magna Grecia e più tardi, all'inizio del IV
secolo a.C. l'immigrazione di tribu celtiche; ciò portò nella penisola un quadro
etnografico assai vario e i popoli erano così distribuiti: nell'Italia settentrionale a
occidente i Liguri e a oriente i Veneti, tra cui si inserirono i Galli che ridussero
progressivamente l'area occupata dagli Etruschi; nell'Italia centrale, oltre agli Etruschi, gli
Umbri, i Sabini, gli Equi e gli Ernici e nell'Italia meridionale i Campani, i Sanniti, i
Lucani, i Bruzi, gli Iapigi e i coloni greci.
Tra tutti questi popoli particolare importanza ebbero gli Etruschi, per la funzione che
svolsero nella storia e nella civiltà dell'Italia antica. In latino gli Etruschi prendevano il
nome di Etrusci, in greco di Tirreni (e il mare sul quale praticavano il commercio
mantiene ancora oggi il loro nome) ed essi stessi si denominavano Rasèna.
Dal punto di vista politico non riuscirono a realizzare una vera e propria unità nazionale.
Riuscirono a creare 12 città-stato e ad unirle in una lega che aveva il centro nel santuario
della dea Voltumna presso Bolsena. Si trattava probabilmente di una federazione di
carattere religioso e le città etrusche ebbero dapprima un regime monarchico, poi si
trasformarono in repubbliche nobiliari rette da magistrati annui.
Gli Etruschi, dopo aver esteso il loro domino da Mantova e Adria fino alla Campania,
compresa Roma, cominciarono a declinare sotto i Greci, i Latini, i Galli ed infine sotto i
Romani, che ad essi si imposero all'inizio del III° secolo a.C.
Il termine Latini nacque per indicare gli "abitanti della pianura", cioè del Latium. Questo
territorio pianeggiante, allargato poi con quello degli Equi, degli Ernici, dei Rutuli, dei
Volsci e con quello delle colonie latine, si estese dal Tevere a Fondi, confinando a est con
il territorio di Sabini e Marsi.
All'antico nome di Latium si aggiunse più tardi la qualifica di Vetus e dalla seconda metà
del IV sec a.C. la denominazione di Lazio fu estesa a sud fino al Garigliano e questo
territorio costituì il Latium Novum o Adiectum.
I Latini stabilirono presto dei profondi legami tra i popoli in cui erano organizzati e
sorsero diverse leghe religiose, fra cui la più importante fu quella che nel VII secolo riunì
intorno ad Albalonga una cinquantina di stati partecipanti ogni anno alle Feriae Latinae,
celebrate sul monte Albano in onore di Iuppiter Latiaris.
Con la distruzione, nel VII secolo, di Alba Longa ad opera di Tullio Ostilio, la lega passò
nelle mani dei Romani, alle cui mire espansionistiche i Latini risposero con delle alleanze
e molto importante fu la lega che aveva il suo centro sacrale nel santuario di Diana ad
Aricia.
LA ROMA PRIMITIVA E I SUOI ORDINAMENTI:
Roma fu fondata nel 753 a.C., secondo Varrone che calcolò approssimativamente la data
dal fatto che all'incirca ognuno dei 7 re avesse regnano intorno ai 35 anni, ma secondo
alcuni rinvenimenti di capanne del IX sec sul Palatino, zona in cui secondo la tradizione
Romolo fondò la città per la sua posizione predominante sul Tevere, affermano che la
zona fu stabilmente abitata almeno dal IX sec a.C.
Nella primitiva comunità romana gli ordinamenti politici erano tutti nelle mani di un rex,
che aveva autorità politica e religiosa.
Il populus era articolato in tribus e curiae, raggruppamenti a base familiare e gentilizia
nei quali si coordinava la vita della comunità. E' a Romolo ch viene attribuita la creazione
sia delle tribù gentilizie dei Ramnes, dei Tities e dei Luceres, sia delle trenta curie, dieci
per ogni tribù.
In origine l'ordinamento a base gentilizia esprimeva e tutelava gli interessi della classe
nobiliare che deteneva il potere; con lo sviluppo dell'organizzazione statale le curie si
trasformavano in organi di governo e le loro competenze passarono all'assemblea
generale delle trenta curie, i comitia curiata, che divennero la principale assemblea civile
del popolo romano, con il potere di eleggere il re.
Vi erano, poi, i comitia centuriata, l'assemblea dell'esercito diviso per centurie, composte
da 100 uomini, e in esse si articolava la legio formata da 3000 fanti e 300 cavalieri forniti
da ciascuna delle tre tribù.
Importante era, infine, il senatus, l'organo consultivo del re formato dagli elementi più
rappresentativi del patriziato, in posizione di superiorità rispetto alla massa dei plebei. Il
popolo era diviso in patrizi e plebei, divisione opera di Romolo. Essendo una società
prettamente agricola si formarono ben presto da una parte un certo numero di famiglie
più ricche e dall'altra la moltitudine dei meno ricchi.
I plebei si trovavano normalmente in rapporto di dipendenza verso i patrizi, come clientes
verso il patronus.
Dalla regalità primitiva si passò, poi, ad una nuova concezione del potere e a Roma si
passò dalla monarchia alla Repubblica e il passaggio avvenne attraverso una magistratura
ordinaria ed annuale, la dittatura. Cap. 2
LA REPUBBLICA SOTTO IL PREDOMINIO DEI PATRIZI
Uno dei primi atti politici del governo repubblicano fu la conclusione di un trattato di
amicizia e commercio con Cartagine, accordo stipulato dai consoli Giunio Bruto e Marco
Orazio nel 509 a.C., primo anno della Repubblica.
Cartagine, fondata alcuni secoli prima da coloni fenici provenienti da Tiro, aveva
conquistato sempre maggiore potenza fino a diventare il centro politico e commerciale di
un vasto impero.
Nella seconda metà del IV sec. i Cartaginesi avevano vittoriosamente conteso con
Marsiglia il predominio commerciale nel Mediterraneo occidentale e in questa lotta
avevano avuto l'appoggio degli Etruschi che erano stati cacciati da Roma. La fine della
dinastia etrusca a Roma fu sanzionata dalla sconfitta subita presso Aricia nel 524 ad opera
dei Cumani uniti ai confederati Latini.
Iniziarono rapporti amichevoli tra Cartaginesi e Romani, la cui politica si svolgeva sotto
l'influenza etrusca. Roma aveva precise mire espansionistiche verso i popoli che
abitavano il Lazio, ma i Latini non erano pronti a riconoscerne la supremazia e la città
tornò ben presto attaccata dagli Etruschi, il cui re Tarquinio, spinto da Porsenna, re di
Chiusi, chiedeva di esser rimesso sul trono. Ne nacque una terribile guerra e Roma si
trovò sconfitta dagli Etruschi che gli imposero la rinuncia agli armamenti ed altre dure
imposizioni.
Intanto i Latini, che avevano, anche indirettamente, impedito che a Roma si istaurasse
nuovamente la dominazione etrusca, erano uniti in una lega che raccoglieva intorno al
Tuscolo alcune importanti città, situate per lo più sui Colli Albani. Essa rappresentava,
dopo la distruzione di Alba Longa e il declino della lega di Iuppiter Latiaris, uno dei più
importanti organismi del Lazio a cui Roma aveva cercato di contrapporre una lega da
essa diretta, quella con il centro nel tempio di Diana sull'Aventino. La guerra tra Roma e i
Latini si concluse a favore dei Romani intorno al 493 con un trattato detto "Foedus
Cassianum" da Spurio Cassio, il console che lo stipulò.
Il trattato stabiliva non soltanto accordi di pace e allenza, ma anche rapporti di
commercio tra i cittadini di Roma e quelli delle diverse città latine. Esso era stipulato a
parità di condizioni, ossia la potenza romana era riconosciuta uguale a quella di tutti i
Latini messi insieme. La sua supremazia Roma la conquistò a partire dalla fine del V
secolo, dopo aver difeso le città latine prima dagli attacchi, a nord, degli Etruschi e poi
contro Equi, Volsci e Sabini che premevano sul Lazio in cerca di terre fertili verso il
mare.
LOTTE CONTRO SABINI, EQUI, VOLSCI ED ETRUSCHI:
Tra i tre aggressori occorre dire innanzitutto che mancava una vera e propria intesa. Il
pericolo maggiore fu rappresentato dai Sabini che, dopo una serie di incursioni verso il
sud fino all'Aniene, riuscirono nel 460 a penetrare nella città e ad occupare la roccaforte
del Campidoglio e i Romani riuscirono ad allontanarli nel 449 a.C.
Per quanto riguarda gli Equi, essi, dopo aver occupato centri come Praeneste, l'odierna
Palestrina, e altri centri latini minori, si accamparono sul monte Algido, a pochi km da
Tuscolo. Furono proprio i Tuscolani, con l'aiuto dei Romani, a doverli cacciare nel 458,
con la vittoria riportata dal dittatore Cincinnato. Un aiuto fu dato anche dagli Ernici, un
popolo stanziato a sud degli Equi e pertanto ugualmente soggetto alla loro pressione, che
costituivano anch'essi una lega che si raccoglieva intorno ad Anagnia, e fin dal 486
furono accolti a parità di condizioni nell'alleanza che univa Romani e Latini e che si
trasformò in alleanza tra Romani, lega latina e lega ernica. Solo alla fine del secolo i tre
riuscirono a bloccare l'avanzata degli Equi costringendoli alla ritirata.
Più duro fu lo scontro con i Volsci che, aprendosi un varco fra Aurunci e Latini, all'inizio
del V secolo dilagarono nell'agro Pontino occupando la regione costiera fino oltre Anzio,
e spingendosi fino a Velletri. Per contenere la loro avanzata furono fondate le colonie di
Norba e Signia, dove furono combattute lotte asprissime. Qui Gneo Marcio Coriolano,
condottiero ribelle e costretto all'esilio si pose a capo dei Volsci e li guidò da Circei fino a
poche migliaia da Roma. La città di Ardea, che rischiò di esser presa, fu rinforzata con
l'invio di coloni diventando anch'essa colonia latina.
La presa di Anxur, l'odierna Terracina, nel 406 e il successivo trapianto di coloni prima a
Velletri nel 404 e a Circei nel 393, segnarono le ultime tappe della sottomissione dei
Volsci, anche se si verificarono ancora tentativi di ribellione.
Importante a nord fu la guerra contro gli Etruschi meridionali, soprattutto quelli di Veio,
una popolosa e ricca città che sorgeva a circa una ventina di km sulle rive di un piccolo
affluente del Tevere.
Verso l'inizio del V secolo i Veienti entrarono più volte nel territorio romano riportando
numerosi successi, come quello del 477. Alcuni decenni dopo, però, fu Roma ad avere la
meglio, prima nel 426 quando fu distrutta Fidene e nel 396 quando fu espugnata Veio
dopo un assedio durato dieci anni.
Delle città che avevano dato aiuto a Veio, le minori furono anch'esse conquistate, come
Capena, Sutri e Nepi, mentre con la città di Falerii, l'odierna Civita Castellana, fu
concordata una tregua. I paesi conquistati come Veio, Capena e Fidene entrarono a far
parte del territorio propriamente romano, mentre Sutri e Nepi divennero colonie latine.
COLONIE ROMANE E COLONIE LATINE. L'ORIGINE DEL "DIRITTO
LATINO":
Le colonie latine si distinguevano nettamente da quelle romane.
Le colonie romane nacquero con una funzione essenzialmente militare e furono
impiantate per lo più sulla costa a difesa degli attacchi provenienti dal mare. Esse erano
costituite da poche centinaia di cittadini romani che, pur restando tali, per la lontananza
da Roma non potevano più esercitare i loro diritti di cittadinanza.
Le colonie latine, invece, furono importanti per Roma non solo dal punto di vista
militare, per la posizione strategica in cui si trovavano, ma anche dal punto di vista
economico e sociale. Esse erano costituite con l'invio di coloni provenienti sia da Roma
che dalle città degli alleati. I Romani che lì venivano inviati cessavano di essere cives
Romani, e diventavano cittadini della nuova comunità latina.
Importante fu il cosidetto "Diritto Latino", nato per evitare che i coloni ex-Romani
perdessero completamente il legame con la città d'origine. Questo concedeva a questi dei
privilegi, come la facoltà di sposarsi a Roma (ius conubi) e di riacquistare la cittadinanza
romana con il semplice trasferimento del domicilio a Roma (ius migrandi). Questi
privilegi furono, poi, estesi anche a tutti i Latini.
Lo stato romano iniziò a svilupparsi secondo un modello federativo, ossia quando Roma
affermava la sua supremazia sui popoli vicini, solo in parte li assoggettò immediatamente
al suo diretto controllo incorporandoli nel territorio dello Stato, ma conservò la loro
autonomia legandoli a sè con un patto di alleanza (foedus), trasformandoli cioè in
foederati con particolari diritti e doveri.
Tra gli alleati furono i Latini ad avere una posizione di privilegio. L'affermarsi di Roma
quindi non fu dato dall'ampliarsi del suo territorio, che fu un processo piuttosto lento, ma
dall'allargarsi della cerchia dei suoi foederati.
PREDOMINIO POLITICO E RELIGIOSO DEI PATRIZI SOPRA AI PLEBEI E
GLI ORDINAMENTI DELLO STATO REPUBBLICANO:
Il patriziato, la classe che reggeva il potere, era riluttante verso il troppo rapido
espandersi dello Stato poichè un'eccessiva espansione territoriale avrebbe comportato un
moltiplicarsi dei problemi di governo. La plebe, la parte più numerosa del popolo, non
era più disposta a subire il predominio del patriziato e per tutto il V secolo si agitarono a
Roma aspri contrasti.
I plebei aspiravano a conquistare nel governo un peso maggiore di quello che avevano.
La plebe era costituita non solo dalla parte povera della popolazione, ma anche da
elementi importanti per ingegno e lavoro che erano, però, estranei alla cerchia delle
grandi famiglie nobiliari ed esclusi dalla vita politica. I patrizi con il tempo avevano,
infatti, monopolizzato l'esercizio del potere costituendo una vera e propria casta chiusa,
anche dal punto di vista religioso perchè afferamvano di essere i soli in grado di far sì che
l'azione del popolo corrispondesse al volere divino interpretato con l'aiuto degli àuguri.
Inoltre non erano permessi matrimoni tra patrizi e plebei.
Nell'età repubblicana il potere fu affidato nelle mani di due consoli, la più alta autorità
civile, giuridica e a capo dell'esercito.
I consoli si avvalsero presto dei consigli del senato, pur non avendo l'obbligo di sottostare
ai loro pareri e il senato stesso poteva riunirsi soltanto con convocazione dei consoli che
presiedevano le sedute. I consoli, però, prevalevano soltanto formalmente sui senatori,
perchè era il senato che attuava i disegni politici. I senatori, inoltre, difendevano con tutta
la loro autorità i proprio interessi, e mentre i consoli duravano in carica un solo anno, i
senatori restavano.
Il senato divenne sempre più vincolante per i due consoli e in caso di contrasto tra i
consoli stessi questo poteva esser risolto seguendo le indicazioni dei senatori. I consoli
avevano appunto una "collegialità uguale" e proprio questa, al pari dell'annualità della
carica, impediva che qualcuno prendesse stabilmente il potere. Il senato comandava, poi,
anche sulle assemblee popolari.
Il popolo, ossia l'insieme dei patrizi e dei plebei, poteva partecipare all'emanazione delle
leggi e alla nomina, ad esempio, dei magistrati e i patrizi, pur essendo numericamente
inferiori, riuscivano a far prevalere la loro ragione.
Il senato poteva, poi, far sentire la sua influenza anche quando, a causa di lotte interne o
pericoli dall'esterno, proponeva la nomina di un "dictator", che si trasformava da
magistrato ordinario e annuo in magistrato straordinario. Egli aveva poteri assoluti, ma la
sua carica poteva durare al massimo 6 mesi e veniva nominato da uno dei due consoli che
agiva di intesa con il senato.
LE RIVENDICAZIONI DELLA PLEBE E I SUOI PRIMI SUCCESSI:
I plebei, per rivendicare il potere tenuto in mano soltanto dai patrizi, ottennero grandi
risultati anche grazie all'istituzione delle tribù territoriali. Queste erano diverse dalle
antiche tribù gentilizie dei romani perchè, istituite intorno al V secolo, erano
circoscrizioni create con lo scopo di migliorare l'andamento delle operazioni di leva e di
riscossione del tributo.
Ogni cittadino doveva essere iscritto in uno di questi distretti e tutto il territorio dello
Stato quindi fu diviso in 4 tribù "urbane" e sedici "rustiche" che, con l'allargarsi del
territorio divennero 31. I plebei ne approfittarono per tenere delle adunanze (concilia
plebis tributa) e coordinare i loro attacchi ai privilegi nobiliari. Inizialmente essi usarono
l'arma della secessione e non adempirono più, così, ai loro obblighi di cittadini.
La prima secessione risale al 494 quando la plebe si ritirò sul Monte Sacro e qui ottenne
il primo successo, quello di darsi dei capi riconosciuti, inizialmente soltanto dei
capipopolo rivoluzionari, che presero il nome di tribuni della plebe. Una delle esigenze
maggiormente sentite dai plebei era quella di togliere al patriziato il pieno potere
nell'amministrazione della giustizia. Infatti gli unici depositari della legge erano i nobili,
che se la tramandavano oralmente ed essi soltanto avevano la facoltà di applicarla.
Nel 451 e nel 450 la plebe, però, ottenne che, invece dei consoli, a capo dello Stato
fossero nominati alcuni magistrati straordinari, i cosidetti decemviri, e questi
approntarono un codice scritto di leggi civili e penali. Si ebbero così le famose Dodici
Tavole, che prevedevano l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alle leggi civili e che
ponevano a fondamento dello stato la legge approvata dal popolo e nell'interesse del
popolo.
Nel 445 con la Lex Canuleia, legge emanata dal tribuno Canuleio, fu abolito il divieto di
matrimonio tra patrizi e plebei.
Ai plebei non restava che battersi per raggiungere il consolato e fu nel 444 a.C. che
arrivarono ad un compromesso che prevedeva che negli anni successivi venissero eletti i
soliti due consoli, provenienti dal patriziato, oppure un certo numero di cittadini che
ave
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