Capitolo 1 – L'età monarchica
Non vi sono dubbi sulla realtà storica della fase monarchica di Roma, che secondo la tradizione va dal 753 a.C. al 509 a.C., ma la scarsità di fonti non ci permette di tracciare un quadro chiaro sulle istituzioni arcaiche.
Un problema di fonti
La nostra conoscenza della Roma delle origini è ancora piuttosto esigua. Le fonti a nostra disposizione sono:
- Fonti letterarie
- Fonti archeologiche
Per quanto riguarda la tradizione annalistica, gli autori a cui possiamo affidarci sono Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso e in minor misura Diodoro Siculo: tutti autori della fine dell'età repubblicana. Il maggior problema sta nella loro attendibilità, scrivendo a molti secoli di distanza dalla fondazione di Roma. A questo si aggiunge la scarsità di testi a disposizione degli annalisti (l'incendio di Roma del 390 a.C. da parte dei Galli spazzò infatti via un gran numero di documenti letterari).
Alcune possibili fonti di informazione a cui gli annalisti attinsero sono rappresentate dagli Annali dei Pontefici, dagli archivi pubblici e privati, dalle opere di autori greci. Non bisogna inoltre dimenticare che la storia di Roma arcaica fu riletta dagli annalisti con occhi contemporanei, adattata così alle tensioni politiche e ai problemi economici del tempo. La produzione annalistica più antica è fondamentalmente di età graccana (metà II secolo a.C.) e sillana (inizio I secolo a.C.).
I fatti contenuti nelle opere letterarie possono essere accertati, con una certa cautela, con i dati archeologici, che rappresentano un'altra importante fonte in nostro possesso.
Le origini di Roma
Sulla fondazione di Roma la tradizione ha trasmesso due diverse leggende:
- La leggenda del ciclo troiano-latino, incentrata sul ruolo di Enea, capostipite del popolo romano;
- La leggenda del ciclo romuleo, incentrata sulla figura dei due gemelli e sulla fondazione di Roma ad opera di Romolo sul Palatino nel 753 a.C. (secondo Varrone).
Gli scavi archeologici ad opera di Giacomo Boni sul finire dell'Ottocento hanno tuttavia riportato alla luce testimonianze archeologiche di notevole portata, che hanno attestato il popolamento del Palatino e delle aree vicine fin dal X secolo a.C., smentendo così la tradizione annalistica.
Einar Gjerstad successivamente ha fissato la fondazione di Roma intorno al 575 a.C. In tempi recenti è stata formulata un'ipotesi largamente condivisa che pone la fondazione di Roma all'ultimo quarto dell'VIII secolo a.C. Tuttavia nuove scoperte archeologiche continuano ad alimentare il dibattito sulle origini di Roma.
Le istituzioni di Roma monarchica
Secondo la tradizione, sin dalle origini Roma era organizzata politicamente e socialmente. Romolo avrebbe dato le principali leggi alla nuova città, stabilendo un assetto costituzionale basato sul re, sul senato e sull'assemblea popolare (i comizi curiati) e fissando una netta distinzione tra patrizi e plebei. Il re sabino Numa Pompilio (fine VIII-inizio VII secolo a.C.) avrebbe invece creato le istituzioni religiose, stabilendo i culti e costituendo i corpi sacerdotali.
Di difficile analisi è l'origine dell'istituto monarchico. Sappiamo che il re possedeva poteri militari: egli guidava gli uomini in guerra, esercitava la giustizia sui reati militari, acquisiva il bottino. In questi compiti era coadiuvato da ausiliari nel comando dell'esercito (magister populi e magister equitum) e da collaboratori giudiziari (quaestores parricidii). È invece improbabile che il re possedesse anche una funzione legislativa: le leges regiae, tramandate dalla tradizione, molto probabilmente erano la raccolta di antiche consuetudini ed usi. Infine il re aveva certamente una funzione religiosa: il re fissava il calendario stabilendo i giorni fasti ed nefasti; era l'intermediario tra gli uomini e gli dei, che consultava attraverso gli auspici; era il garante della pax deorum, ossia della concordia tra gli Dei e i cives, che assicurava fortuna alla città.
La monarchia a Roma era personale, elettiva, aperta agli stranieri, a vita; non era dunque né ereditaria né riservata ai Romani.
Secondo la tradizione, a Romolo spetta la definizione delle strutture costituzionali e sociali di Roma. Egli avrebbe diviso l'intera popolazione romana in tre tribù, divise a loro volta in dieci curie, di cui ognuna era divisa ulteriormente in dieci decurie. Ogni tribù forniva una centuria di cavalieri e un gruppo di fanti.
Le curie invece erano certamente le strutture più importanti della Roma monarchica. Ogni curia aveva un proprio capo, un sacerdote, un littore e i propri culti. Esse avevano importanti funzioni politiche e militari: le curie erano infatti le sezioni elettorali dei comizi curiati, la più antica assemblea romana, ed inoltre fornivano contingenti all'esercito (ogni curia forniva una centuria di fanti e una decuria di cavalieri).
Nel governo della città il re era affiancato dal senato: il consiglio formato da cento senatori (patres), il cui compito in età arcaica era limitato alla cooperazione col re. Col passare del tempo i senatori perderanno il loro carattere di portatori di saggezza e di capacità politica, per assumere la funzione di garanti della parte aristocratica della società romana. Il senato aveva un'importante prerogativa, l'auctoritas patrum, ossia la facoltà del senato di ratificare le delibere comiziali.
Per quanto riguarda il sistema gentilizio romano, le genti si presentavano come un'unità, formata dalla familia, con una forte solidarietà interna tra gli appartenenti. Ogni gens si distingueva dalle altre per culti, costumi e nomi. A queste genti si univano dei clienti che ne accrescevano il prestigio e la forza. Il cliens era legato al patrono, un nobile ricco e potente, da un rapporto di fedeltà e obbedienza. I clienti aiutavano nella coltivazione delle terre e davano sostegno in guerra, mentre il patrono assicurava loro protezione e assistenza giudiziaria (i clienti infatti non avevano capacità giudiziaria, erano dei non-liberi). La clientela venne riconosciuta anche dalle legge: le leggi del XII Tavole (metà V secolo a.C.) sancirono l'obbligo di tutela del cliente da parte del patrono.
Secondo la tradizione, Romolo avrebbe diviso i patrizi dai plebei e avrebbe identificato questi ultimi come clienti dei patrizi. I plebei rivestivano una posizione inferiore rispetto ai patrizi perché non erano organizzati in genti ed erano estranei al sistema dei vincoli.
L'ordinamento centuriato e le tribù territoriali
Secondo la tradizione i sette re di Roma erano ben divisi in due gruppi: i primi quattro di origine latina-sabina (Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio e Anco Marzio) e gli ultimi tre di stirpe etrusca (Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo).
Le fonti ci presentano l'ultima fase della monarchia (fase etrusca) come un periodo di crescita economica, artistica, politica; un periodo di grandi opere pubbliche, di sviluppo urbano e di riforme costituzionali. La tradizione attribuisce proprio a Servio Tullio (inizio VI secolo a.C.) l'origine di un nuovo assetto della civitas romana.
Servio Tullio divise i cittadini romani in cinque classi di censo e distribuì privilegi e doveri in riferimento alle loro condizioni economiche. Dal punto di vista militare, ogni classe forniva un certo numero di centurie in proporzione al proprio patrimonio: di conseguenza i cittadini più ricchi (della prima classe) dovevano fronteggiare una spesa maggiore in termini di uomini ed armamenti, fornivano infatti 18 centurie di cavalieri e 80 centurie di fanti con armatura pesante. I membri delle altre classi fornivano uomini con armature sempre meno complete (i membri della quarta e quinta classe erano armati con fionda e giavellotto). Coloro che avevano un censo inferiore a quello della quinta classe (detti proletari perché avevano come unico bene la propria prole) erano dispensati dal servizio militare. Si andò così formando l'esercito centuriato, così chiamato perché si fondava sulla centuria di cento uomini, che utilizzava la tattica di combattimento oplitica (già presente in Grecia e diffusasi a Roma per mediazione etrusca alla metà del VI secolo a.C.).
Altra novità di questo periodo è l'assemblea del popolo in armi, i comizi centuriati (che andarono a sostituire, ma non ad eliminare, i comizi curiati), che deliberavano in materia di difesa del territorio e delle spedizioni militari. In questa assemblea i cittadini erano raggruppati per populus e non per gentes. Nei comizi ogni centuria rappresentava un'unità di voto: i più ricchi così dovevano impegnarsi maggiormente nella difesa della città inviando all'esercito un gran numero di uomini armati, ma in cambio ricevevano maggiori responsabilità politiche.
Sempre a Servio Tullio è attribuita la creazione di quattro nuove tribù e la trasformazione delle tribù da gentilizie a territoriali. Inoltre vennero create le tribù rustiche, le nuove circoscrizioni territoriali nelle campagne, che integrarono nell'urbs terre e persone. Ad ogni conquista venivano create nuove tribù, finché nel 241-240 a.C. il numero fu definitivamente fissato a 35 (31 rustiche e 4 urbane).
Capitolo 2 – L'età repubblicana
Con la cacciata di Tarquinio il Superbo, a Roma venne istituita la repubblica, la cui vicenda istituzionale si snoda dal 509 a.C. alla fine del I secolo a.C. Alcuni passaggi chiave sono la fase del conflitto tra patrizi e plebei alla fine del IV secolo a.C., la creazione delle magistrature e la definizione dei poteri del senato e delle varie assemblee nel III secolo a.C., le lotte interne che travagliarono a lungo la repubblica a partire dal II secolo a.C.
La nascita della repubblica
Secondo la tradizione la nascita della libera res pubblica è identificata con l'istituzione della magistratura consolare, che assunse i poteri del re, subito dopo la fine della monarchia. La repubblica si configurava come un'istituzione aristocratica, segnata dal conflitto tra patrizi e plebei. Il re continuò a vivere in una certa misura nella carica di rex sacrorum, ridotta a sole funzione religiose.
Il passaggio dalla monarchia alla repubblica sarebbe stato, secondo la tradizione annalistica, un avvenimento non traumatico (il mutamento sarebbe avvenuto nel quadro delle istituzioni precedenti) con l'istituzione della forma di governo consolare. Benché alcuni indizi facciano supporre che il cambiamento di regime non sia stato affatto semplice (le fonti infatti parlano di un pretore massimo, identificato da alcuni storici con un dittatore e da altri come un terzo membro del consolato), allo stato attuale delle nostre conoscenze dobbiamo accettare la validità della tradizione annalistica.
La repubblica divisa: gli organismi plebei
I primi decenni dell'età repubblicana vedono l'affermarsi della plebe come organismo sociale e politico. Questi anni sono caratterizzati dal problema economico dei debiti (che determinò la secessione plebea del 495-494 a.C.), dalle rivendicazioni agrarie (che iniziarono a farsi sentire dal 486 a.C. con la proposta del console Spurio Cassio di includere nella divisione dell'agro pubblico anche Latini ed Ernici), dal rifiuto di leva e dalla richiesta di equiparazione politica col patriziato. Alla fine si vedrà l'affermarsi di organismi propri della plebe.
Il quadro sociale plebeo è alquanto complesso: plebs infatti non identifica tutta la massa dei piccoli proprietari, dei commercianti e degli artigiani in crisi; non tutti i plebei infatti vivevano in uno stato di totale miseria economica, questo lo si evince proprio dalle loro richieste di accesso al consolato e ai sacerdozi. Tra le famiglie plebee vi erano dunque gruppi economicamente forti, in grado di porsi alla pari col patriziato.
I plebei partecipavano ai comizi curiati e militavano nei ranghi della fanteria, ma non avevano alcun peso politico (il sistema di voto privilegiava infatti le prime classi di censo) e non potevano imporre le loro richieste ai patrizi. Per scuotere la situazione decisero di ricorrere a misure rivoluzionarie: nel 494 a.C. avvenne la prima secessione della plebe, i plebei infatti uscirono fuori Roma e si accamparono sul Colle Aventino, privando i patrizi della difesa della fanteria.
L'atto di forza ebbe i risultati sperati: l'accordo previde che i plebei avessero propri magistrati (i tribuni della plebe e gli edili plebei), propri organismi di assemblea (i concili plebei) in cui prendere provvedimenti legislativi (i plebisciti), un proprio centro religioso (il tempio di Cerere, Libero e Libera sull'Aventino).
I tribuni della plebe non erano magistrati e non avevano imperium, ma godevano del diritto di veto (intercessio) su ogni atto dei magistrati e degli altri tribuni, avevano il potere di coercizione (coercitio) che li permettevano di arrestare ogni cittadino e di portarlo in giudizio dinanzi alla plebe. Il loro compito principale era di difendere gli interessi della plebe contro le decisioni dei magistrati patrizi. Il loro raggio d'azione era limitato all'urbs (all'interno del pomerio), fuori di esso vigeva l'imperium del comandante dell'esercito. Il tribunato restò sempre una prerogativa dei plebei. Assistenti dei tribuni erano gli edili plebei, il cui compito era amministrare il tesoro depositato presso il tempio di Ceree sull'Aventino e di provvedere alle necessità del centro religioso plebeo.
Gli organi assembleari plebei erano i concilia plebis (da cui erano esclusi i patrizi), che eleggevano tribuni ed edili della plebe e votavano i plebisciti (gli atti legislativi). Le assemblee della plebe avvenivano secondo la ripartizione in tribù (sulla base della residenza) e non in centurie (sulla base del censo).
Nel 450 a.C. la plebe ottenne che i Decemviri (un collegio di dieci uomini presieduto da Appio Claudio ed eletto dai comini centuriati) assumessero in via eccezionale i poteri consolari e redigessero un codice di leggi: le leggi delle XII Tavole. Con esse si affermava la laicizzazione del diritto, non più ispirato a principi religiosi. Le leggi delle XII Tavole fissarono per iscritto quella parte del diritto consuetudinario relativo ai rapporti di vicinato, i crimini, i danni, i tassi di interesse, le procedure per i processi e le condanne. Esse inoltre rappresentavano un'importante conquista delle plebe, poiché posero anche i plebei sotto la protezione della legge. Tuttavia le leggi delle XII Tavole confermavano la possibilità di farsi giustizia da soli contro i debitori insolventi e stabiliva il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei. Nel 445 a.C., con una nuova secessione delle plebe, venne abolito il divieto di matrimoni misti.
La civitas patrizio-plebea
Solo nel IV secolo a.C. i plebei ottennero l'accesso ai sacerdozi e alle magistrature, inoltre i plebisciti vennero equiparati alle leggi (287 a.C.) e perciò obbligatori per tutto il popolo romano. Iniziò a formarsi una nobilitas mista composta da famiglie patrizie e da importanti famiglie plebee. Ma a partire dal III a.C., all'interno della nobilitas, la gestione della res publica si concentrò sempre più nelle mani di poche famiglie.
Fino al IV secolo i plebei non potevano accedere al consolato. Nel 367 a.C. vennero approvate le leggi Licinie-Sestie (tribuni che le proposero: Gaio Licinio Stolone e Lucio Sestio Laterano), una delle quali prevedeva che uno dei due consoli fosse plebeo. Il primo console plebeo si ebbe nel 366 a.C. (Lucio Sestio Laterano) e solo nel 172 a.C. ci furono due consoli plebei. Per compensare l'ingresso dei plebei nel consolato, i patrizi istituirono due nuove magistrature a loro riservate: la pretura urbana (amministrava la giustizia nei conflitti tra i cittadini) e l'edilità curule (il corrispettivo dell'edilità plebea).
Nella seconda metà del IV secolo a.C. i plebei ottennero anche l'accesso alla dittatura (356 a.C.), alla censura (350 a.C.), alla pretura (336 a.C.), ai sacerdozi (pontefici, flamini, auguri). Contemporaneamente perdevano la loro identità rivoluzione il tribunato e i concili plebei, diventando delle magistrature ordinarie (riscoprirono il loro ruolo eversivo nella metà del II secolo a.C., nell'età dei Gracchi).
Le assemblee popolari
Roma ebbe diverse assemblee popolari:
- Comizi curiati Di origine monarchica, i comizi curiati continuarono a persistere in età repubblicana pur avendo perso ogni ruolo politico. Essi attribuivano l'imperium ai magistrati eletti dai comizi centuriati (tranne i censori), senza questo atto i consoli non potevano esercitare il comando militare.
- Comizi centuriati Istituiti da Servio Tullio, i comizi centuriati avevano competenze elettorali (eleggevano i magistrati superiori titolari di imperium, come consoli e pretori), legislative (votavano le leggi, pur non avendo diritto di iniziativa e di emendamento; prendevano decisioni in materia di guerra e pace, in concorrenza col senato) e giudiziarie (intervenivano nei casi di provocatio ad populum). L'appello al popolo (provocatio ad populum) era un'importante garanzia costituzione di cui godevano tutti i cittadini romani. Con la provocatio ogni cittadino minacciato da condanne capitali o corporali aveva il diritto di appellarsi al popolo e di essere sottoposto al giudizio dei comizi centuriati. È dunque una tutela offerta ai cittadini contro l'esercizio arbitrario dell'imperium dei magistrati. La provocatio non va confusa con il diritto dei tribuni di intervenire a tutela della plebe: il potere dei tribuni poteva essere esercitato solo dentro il pomerio e solo se un tribuno avesse assistito ai fatti; la provocatio invece offriva tutela a tutti i cittadini (patrizi e plebei) sia dentro che fuori l'urbs.
Il sistema di voto nei comizi centuriati favorivano i più ricchi: non si votava per testa ma per centuria e in ordine gerarchico, iniziando dalle centurie degli equites, poi le centurie della prima classe e così via. Dato che le operazioni di voto si interrompe
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