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Storia romana: appunti in classe

Lunedì 24 settembre 2012 (Lez 1)

Nel I secolo a.C. l’aristocrazia di Roma era composta da proprietari terrieri. Un altro problema era quello delle terre pubbliche. I Romani avevano due concezioni della proprietà:

  • La proprietà privata (faccio quello che voglio con la mia terra)
  • Le terre pubbliche (di proprietà dello Stato)

I piccoli contadini entrano in crisi e i grandi proprietari usurpano le loro terre, anche le terre pubbliche. Questo rappresenta un grosso problema agrario nella storia romana, che parla della rovina dei piccoli contadini, dell’ambizione dei grandi e dell’incapacità dello Stato di mettere un freno a tutto. Roma era extra-fornita di grano e si producevano beni di lusso quali vino e olio: i grandi proprietari nelle loro grandi terre diventarono grandi produttori e migliorarono la produzione agricola.

Lo Stato permetteva l’uso gratuito delle sue terre: tutti potevano andare a prendere legna o far pascolare gli animali. I Romani con i popoli colonizzati hanno sempre avuto un’enorme capacità politica di adattamento: non furono mai esclusivisti (non razzisti). Roma era prima nel centro di una lega latina (serie di città che fra loro hanno un'alleanza) ma, a poco a poco, Roma cresce e prende il comando: non sarà più una città alla pari con le altre e utilizzerà la lega come strumento federale per espandersi nel Lazio e poi nell’Italia periferale, ma questo modello periferale sarà insufficiente e si afferma un altro modello, sempre usando il modello coloniale.

Per difendersi dai Galli creano due colonie: quella di Piacenza, che controlla il nord-ovest (168 a.C.) e a nord quella di Cremona; dunque i Romani creano le colonie anche con un concetto militare, ma ci vivono comunque tante persone dentro. Alla fine delle guerre puniche i Romani si trovano ad amministrare una terra al di là del mare. La Sicilia serviva per la produzione agricola e Roma ha bisogno di grano, quindi la Sicilia viene annessa ma gli abitanti restano siciliani; quindi la terra passa ai Romani, ma gli abitanti non diventano cittadini romani e pagano le tasse. Per governare queste terre, da Roma vengono mandati un governatore e dei funzionari per riscuotere le tasse, dunque abbiamo un modello politico annessionistico.

Martedì 25 settembre 2012 (Lez 2)

La storiografia

La storia romana è ricostruita attraverso varie fonti: archeologiche, epigrafiche (testi incisi su pietre e tavolette), numismatiche, papiracee, letterarie (non solo storici antichi, ma anche poeti, oratori, e chiunque comunicasse per iscritto). La fonte principale dovrebbe essere quella letteraria di carattere storico (storiografia), ma per la storia romana ci sono delle difficoltà. Per esempio, c’è una grossa differenza storiografica tra Greci e Romani: i Greci hanno iniziato prima a sviluppare la loro cultura e quindi a metterla per iscritto; i Greci tendevano a scrivere la storia della propria città, basandosi su documenti esistenti (avevano la mania di scrivere qualsiasi cosa) e sulla grande tradizione orale (vedi: poemi omerici).

Gli autori storiografici si rifacevano soprattutto alle fonti orali per parlare della nascita della propria città. Queste fonti orali erano una sorta di genealogia, fondata sempre da un eroe o un dio. Gli autori Greci quindi partivano dalla nascita per poter parlare coerentemente del presente. Il valore di queste storie era giudicato in base alla bravura del singolo autore: ad un certo punto spicca Erodoto, che vive in un periodo cruciale per la Grecia, soprattutto per Atene: il periodo delle guerre persiane. Le guerre persiane sono l’acme dell’epopea dell’eroismo greco; qui i Greci sono orgogliosi di essere hellenes, non solo cittadini di una singola polis.

Erodoto (V sec. a.C.) impara dagli orientali che non si deve partire dalla storia locale alla storia dell’intero paese; la storia locale deve essere il punto finale della storia. Tucidide scrive una breve introduzione sulla storia passata fino a quella contemporanea; è breve perché lui è interessato a quella dei suoi giorni. Tucidide porta allo stremo l’interesse dello storico greco per la storia contemporanea.

La storia romana, invece, non ha niente a che vedere con questo modo di fare storia: tende a non parlare mai dei fatti del presente. C’è interesse da parte degli storici, ma evitano di parlare della storia contemporanea perché un argomento pericoloso. I Romani poi, iniziano a parlare della loro storia mezzo millennio dopo la nascita della loro civiltà: prima non ne avevano avuto il bisogno.

Giovedì 27 settembre 2012 (Lez 3)

Tra i fatti mitici più importanti della storia greca c’era la guerra di Troia: i Greci avevano un ricordo confuso di quei fatti, infatti erano tramandati attraverso poemi. Questi poemi riflettevano una realtà storica, cioè che città appartenenti alla Grecia, alla fine dell’età del Bronzo, effettuarono una spedizione sulle coste dell’Asia Minore (odierna Turchia), dove si trovava la città di Ilio (o Troia). C’è un’origine mitica al conflitto: Paride (figlio di Priamo) rapisce Elena, la moglie di Menelao. Accanto alla tradizione dell’Odissea vi erano altre tradizioni che raccontavano la dispersione dei vari eroi durante il ritorno a casa.

La verità storica in tutto ciò sta nella scoperta della città di Troia da parte di Schliemann. Sono esistiti anche i Micenei (o Achei), i quali abitavano varie città, quali Tebe, Corinto, ecc. Poco dopo la spedizione contro Troia il mondo miceneo entra in crisi e decadenza finché viene sommerso forse anche a causa dell’arrivo di nuove popolazioni greche, quali i Dori. L’arrivo di queste popolazioni imbarbarisce la Grecia, la quale entra in un periodo di crisi culturale, che lo studioso Edward Mayer chiamò “medioevo ellenico”. La Grecia sarebbe ritornata a rifiorire nell’VIII secolo, con un boom demografico che, insufficiente alle risorse della madrepatria, fa migrare parte della popolazione verso le colonie della Magna Grecia: dapprima a Ischia e poi a Cuma (la prima colonia greca). Questi non erano i primi greci arrivati in Italia: i Micenei erano già arrivati in quei territori e avevano creato tutta una serie di f òndaci, piccoli centri sulle coste. Essi danno una forte impronta greca alle città dell’Italia meridionale: i Greci portano nell’Italia peninsulare le loro esperienze artistiche, per esempio. Il popolo più ricettivo è quello etrusco.

In Italia vengono recepiti tutta una serie di miti: per esempio c’era quello di un eroe greco, Diomede, che dopo la guerra di Troia era venuto in Italia per fondare delle nuove città. Questa saga era conosciuta sia nel Salento che in Veneto. Anche la saga di Ulisse era nota, ma era più legata alla zona tirrenica. Accanto alle storie greche di Greci arrivati in Italia, sono state tramandate anche storie di troiani arrivati in Italia: la più famosa di queste è quella di Enea. Tutte queste storie entravano a far parte nel patrimonio della cultura italica: si raccontavano queste storie e si cercava un aggancio tra le città dell’Etruria e questi eroi arrivati da lontano.

Dal punto di vista cronologico c’era un problema: i Greci sapevano oscuramente quando più o meno si era verificata la guerra di Troia. Essi ne divennero consapevoli solo in età ellenistica grazie ad Eratostene di Cirene, il quale riuscì a calcolare che la guerra di Troia era avvenuta circa un millennio prima di lui (1180 a.C. circa). Nel mondo italico, quando si cominciano ad elaborare tutte queste storie di fondazione, il primo impulso è quello di far derivare i fondatori delle città dagli eroi greci, nella fattispecie dagli eroi di ritorno da Troia. I Romani avevano il ricordo della fondazione di Roma da parte di Romolo. Nella prima invenzione della fondazione di Roma, Romolo era interpretato come figlio di Enea, profugo dalla città di Troia. Anche a Roma poi successivamente si accorsero che i conti non tornavano cronologicamente: si sa che l’età monarchica finisce nel 509-508 a.C., che era durata circa 150 anni e, quindi, si sa che Roma è stata fondata intorno al 760-750 a.C..

Se Enea è profugo di Troia, sarebbe arrivato un millennio prima, quindi non Romolo non può essere suo figlio. Si sono inventati perciò che Enea, ai tempi, avrebbe sposato la figlia di un re locale, Lavinia, e avrebbe fondato la città di Lavinium. Però Enea era giunto a Roma con il figlio Ascanio (o Iulo). La tradizione elabora la storia che Ascanio fondò un’altra città, Alba Longa. Gli eredi di Ascanio si sarebbero succeduti per 3 secoli e mezzo finché ci sarebbe stata una lotta interna per il potere, con Amulio e Numitore protagonisti. ... avrebbe avuto un incontro con il dio Marte e avrebbe partorito due gemelli, Romolo e Remo, i quali sarebbero stati abbandonati presso il Tevere, allevati dapprima dalla lupa e poi da Clerenzia. Successivamente avrebbero vendicato (???) la madre e avrebbero fondato la città di Roma. I due gemelli vennero a lotta per il potere e Romolo uccide Remo, perché Remo disobbedisce a Romolo quando gli avvoltoi volando designano ??? come re. Controllare. La storia di Alba Longa serviva solo a riempire il gap temporale tra Enea e Romolo.

I Romani non erano interessati ad esaltare l’opera di individui (fondatori di città, grandi guerrieri). Nella mentalità romana la città di Roma era vista come il frutto della fatica da una collettività, quella del popolo romano, che era capace di trovare sempre la concordia, grazie ai suoi ordinamenti politici e all’onestà di coloro che ricoprivano le cariche pubbliche. I romani, che avevano uno spirito pratico, non sentirono l’esigenza di scrivere una loro storia. Sappiamo però che esisteva una grandissima tradizione orale. La popolazione romana da subito appare strutturata in gruppi gentilizi: il nucleo più antico dell’organizzazione politica romana è la gens (pl. gentes). La gens non è la famiglia, è un gruppo più allargato, che potremmo definire un clan. Questo istituto si ritrova in varie civiltà e tempi (in Russia, in Scozia, in Irlanda).

La gens di auto-riconoscere non solo da legami di parentela, ma anche da un unico antenato mitico. La gens ha un’origine molto lontana e una caratteristica iniziale di tipo militare; è un istituto che rimane vivo nel tempo anche quando non sarebbe stato più funzionale alla società: esso è funzionale solo a una società arcaica e guerriera (struttura piramidale, quindi non democratica). Il capo è della strutturale piramidale è accompagnato da dei sodales. C’è un legame clientelare tra i vari strati della piramide: in caso di necessità il debole va dal capo a riferire i propri problemi e il capo della gens protegge i ranghi inferiori. Il vincolo di clientela è fortissimo perché basato sul concetto di fides, cioè di lealtà assoluta: chi disobbedisce viene ucciso ed è maledetto dagli dei.

La tradizione gentilizia era rafforzata dalle images maiorum. Nelle case nobiliari romane c’erano delle teche con le immagini degli antenati, cioè le impronte di cera del viso dell’antenato. Queste maschere erano portate in processione durante i funerali. Sotto le maschere si iniziano a scrivere le imprese compiute da ogni singolo antenato esse diventano uno strumento per tramandare la storia.

Col passare del tempo i romani non si interessano a scrivere la loro storia; i primi a farlo sono i Greci. Per i Greci i Romani sono inferiori ad altre popolazioni, quali Etruschi e Cartaginesi. Si accorgono dei Romani quando questi iniziano a diventare potenti nel Lazio, quando iniziano a minacciare la Campania e le città etrusche. I Greci iniziano a scrivere dei romani grazie a Timeo nel V sec. I Romani iniziano a scrivere la loro storia con Fabio Pittore, che non era un letterato, ma un pittore, appartenente alla gens dei Fabi. Egli scrive gli Annales, un resoconto di eventi narrati anno per anno. Prima esisteva già una tradizione di scrittura di annales, a opera dei pontefici (sacerdoti). Fabio Pittore scrive in greco, quindi la sua opera è destinata ai Greci e non ai Romani, con l’intenzione di dimostrare la grandezza di Roma. Li scrive al tempo della II guerra punica, quando Roma è già padrona di tutta l’Italia e delle isole.

Gli epigoni di Fabio Pittore sono tutti annalisti e prendono gli annales raccontandoli dal punto di vista della propria gens. Essi scrivono dal 205 a.C. circa. Fabio Pittore è costretto a parlare di un periodo di circa 500 anni, per il quale esistevano solo racconti orali, ovviamente inficiati da falsità, deformazioni da parte delle varie gens, da tendenziosità. A lui non interessava la correttezza dei fatti, ma celebrare la grandezza di Roma deformazione storica.

In età illuministica, con Louis de Beafort ci si accorse che era impossibile scrivere una Storia di Roma anteriore al 500 a.C. perché nessuna fonte era affidabile e di questo mezzo millennio si possono isolare solo 4 o 5 fatti credibili (pirronismo storico). Tutto ciò ci insegna a non accettare acriticamente la Storia, ma bisogna sempre verificare tutto con senso critico. Questa visione venne cambiata non tanto dal Romanticismo, quanto dalle scoperte archeologiche, le quali permettono di dire qualcosa di certo sul periodo di Roma arcaica e monarchica. Ai tempi di Pittore vennero anche trovati degli archivi nei templi, ma erano talmente antichi che erano incomprensibili. Vennero trovati calendari, da cui deduciamo i giorni in cui non si poteva lavorare.

La figura del sacerdote romano (che compilava gli annales) era diversa da quella dei sacerdoti odierni: era un uomo romano normale, con una famiglia, che può ricoprire cariche pubbliche (es: Giulio Cesare); è un sacerdozio laico e non è esclusivo. Le cariche pubbliche si chiamano magistratus. I magistrati non sono quelli che amministrano la giustizia, ma quelli che ricoprano una qualsiasi carica pubblica.

Annales

Gli Annales dei pontefici erano delle lunghe cronologie di tutti i fatti avvenuti di anno in anno. Venivano scritti su grandi tavole chiamate tabulae dealbatae. Ci sono varie ipotesi sulla traduzione: “tavole sbianchettate”, “tavole a cui è tolto il supporto”, nel senso che era stato tolta la cera sulla quale di norma si scriveva. Il fatto importante è che queste tavole venivano o riutilizzate oppure sostituite da altre tavole, ogni anno. Ogni anno i contenuti delle tavole era ricopiato in piccolo su supporti di cera erano scritti in grosso nelle tavole per poterli esporre al pubblico. Col passare dei secoli negli archivi dei templi (in particolare in quello di Giove capitolino) si sono accumulate centinaia di tavole, che vennero ricopiate in via definitiva tra il II e il I se. a.C.

Lunedì 01 ottobre 2012 (Lez 4)

I primi storiografi romani del III sec. sono quindi gli annalisti, i quali si rifacevano allo stile degli annales dei pontefici e raccoglievano la tradizione orale. Facevano parte della tradizione orale anche storie, nomi e luoghi curiosi, accanto alla narrazione dei fatti storici. Quindi nasce l’abitudine di trascrivere anche tutti questi fatti curiosi, creando la tradizione dell’antiquaria. L’antiquaria è diversa dalla storiografia, ma è parallela ad essa. Varrone sarà il più famoso antiquario.

Uno dei fatti raccontati dagli antiquari, per esempio, è la spiegazione di che cos’è il “tigillum sororium”: tigillum è un diminutivo che indica l’architrave della porta, sororium = “della sorella”. Apparentemente dovrebbe essere “l’architrave della sorella”, ma non si sa perché; allora ci si inventa una storia per dare una motivazione a questo nome: al tempo di Albalonga c’è la sfida tra gli Orazi e i Curiazi: dapprima cadono 2 orazi (romani), dopodiché l’ultimo orazio riesce a battere i curiazi. Spoglia i nemici e si avvia verso Roma. Per arrivare al Palatino deve passare una porta, sotto la quale si trova sua sorella in lacrime. Lei dice che era segretamente fidanzata di uno dei curiazi. Allora l’orazio uccide la sorella. Da qui deriverebbe la definizione di tigillum sororium.

L’antiquaria serve a spiegare quello che i greci chiamavano aition, la causa. Molto spesso le storie locali sono fatte da antiquari e non da storiografi. Nel II sec. Catone il censore scrive le Origines, interessante perché attribuisce la grandezza di Roma non alle grande personalità romane, ma ai grandi valori quali virtus, fides, prodigas, che caratterizzano il popolo romano nella propria collettività è il popolo romano a fare Roma, non i singoli individui. Non citava i personaggi per nome, ma usava la loro carica.

Polibio (è greco!) scrive un pezzo di storia di Roma, studia l’espansionismo romano. Dice che Roma conquista il Mediterraneo perché ha la costituzione e quindi è la città meglio governata in tutto il Mediterraneo. La politica estera è fiorente perché anche la politica interna funziona.

Alla fine delle guerre civili Augusto pacifica Roma e restituisce al popolo romano la sua grandezza. In età augustea vivono due storici: Dionisio di Alicarnasso (è greco e scrive in greco), che scrive una storia arcaica di Roma e Tito Livio. Livio scrive sotto Augusto; Augusto oltre a essere pacificatore, raccoglie tutte le eredità della Repubblica (quindi anche il dominio sul Mediterraneo). Livio dice anche che l’Impero, oltre alla ricchezza, ha portato a Roma anche corruzione, ecc. (i tipici vizi di un impero); allora Augusto diventa il rimedio contro la decadenza morale in cui il popolo romano era caduto, il rimedio contro le guerre civili, è un soter (greco), un uomo della provvidenza (come ci dice la poesia di Virgilio). Ciò è una cosa straordinaria se consideriamo cos’era Roma nelle origini: un villaggio di pastori che progressivamente si costruisce un impero. Livio scrive alla fine di questo processo.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Enrico91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Michelotto Giuseppe.
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