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Storia romana - Appunti Appunti scolastici Premium

Appunti di storia romana per l'esame del professor Michelotto presi in classe che vanno Dal periodo della monarchia all'inizio dell'Impero. Gli argomenti trattati sono i seguenti: l'aristocrazia romana, la storiografia, la storia di Alba Longa, gli Annales.

Esame di Storia romana dal corso del docente Prof. G. Michelotto

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ESTRATTO DOCUMENTO

I Romani utilizzavano un ulteriore modello di conquista: la colonia.

Noi non sappiamo come fossero organizzate le colonie prima del 338 a.C. Esse avevano la funzione di ... e di creare nuovi

centri di popolamento. I Romani anche qui cercarono sempre di imporre il loro modello istituzionale. Inoltre cercarono sempre

di imporre un’aristocrazia filo­romana. Cercarono di imporre anche la lingua e la cultura Latina processo di

omogeneizzazione delle comunità italiche (romanizzazione).

Come tutte le potenze egemoni, Roma tende a diventare un modello: con il tempo le grandi città tenderanno sempre più ad

avere un’urbanistica e un’architettura romana, una religione romana.

Non sempre erano imposizioni, ma anche processi spontanei: è imposta solo nel caso di nemici irriducibili (costa marchigiana

ed abruzzese, presso i Galli Senoni; in Emilia, presso i Galli Boi e Lingoni).

Ostili a Roma erano anche gli Insubri: quando Annibale arriva in Italia gli Insubri gli diedero soldati. Una volta andato via

Annibale, gli Insubri furono domati in 8 anni da Roma. E si innesca anche un processo di romanizzazione spontanea: gli

Insubri tendono a creare nuovi centri urbani simili a Roma, tendono a vivere come i Romani, l’aristocrazia insubre manda i

propri figli a studiare a Roma (per questo motivo nasce la poesia neoterica Catullo).

Tra i modelli di imperialismo romano si impone il modello coloniario, articolato in 3 forme: la colonia latina, la colonia

romana, la colonizzazione viritana (dall’avverbio viritim “colonizzazione uomo­uomo”.

La colonia latina e la colonia romana prevedono la fondazione di un centro urbano. Non necessariamente avveniva ex­novo,

poteva essere la ri­fondazione di una città già esistente. Quindi c’era la ristrutturazione del centro urbano, utilizzando il

modello ortogonale (cardine – decumano), il quale era però realizzabile solo su terreno pianeggiante.

Le fonti riportano alcune colonie con il nome di coloniae priscae Latinae (colonie latine antiche). Queste colonie

sarebbero state fondate prima del 338 a.C. (le ultime sono state fondate nel 382 a.C.) non erano colonie di Roma, ma colonie

della Lega Latina.

Queste colonie sono illustrate in Latino con il verbo deduco (condurre da – a). Innanzitutto dovevano essere collocate

strategicamente, in modo da dare fastidio a determinati nemici (es: in età monarchica Fidene avrebbe avuto lo scopo di

fronteggiare i Falisci e gli Etruschi; a sud Cora avrebbe dovuto fronteggiare i Volsci e gli Equi; Velitre, Norba, Vitellia, Setia

sono tutte anti­volsciche; Sinia, Labici erano contro gli Equi; Sutrium, Nepet erano anti­etrusche; Anzio e Ostia erano

anch’esse colonie latine).

Queste città avevano statuto latino, quindi avevano i tre diritti della Lega Latina.

Dopo il 338 le colonie romane diventano città alleate, con i tre diritti della Lega Latina.

La popolazione delle colonie è composita: ci sono sia Romani che appartenenti alle città della Lega Latina.

Per reclutare i coloni, venivano fatti bandi di concorso, di solito si cercava di convincere le persone perché nella colonia ci

sarebbero state nuove terre fertili da coltivare.

I Romani cercavano di fondare la colonia su un terreno leggermente inclinato: nella ripartizione in centurie, si faceva in modo

che tutte le strade avessero dei corsi d’acqua a fianco, tutti diretti verso l’area agricola.

Gli abitanti delle colonie diventavano uomini di diritto latino. I Romani che partivano verso le colonie perdevano la

cittadinanza romana e diventava latino.

La fondazione della colonia latina è un atto unilaterale di Roma, non chiedeva il permesso a nessuno. La fondazione

avveniva dietro provvedimento legislativo (una legge), chiamato lex coloniae (nome colonia) deducundae, cioè legge di

fondazione della colonia (nome): il magistrato si presentava con un testo con cui chiedeva ai comizi di approvare quella

determinata colonia. La legge doveva indicare i nomi dei tre magistrati incaricati di fondare la colonia. Poi era indicato lo

statuto della colonia, perché ogni colonia aveva i propri ordinamenti (la città era retta da quattro persone, chiamati duomviri.

Anche nella colonia contano di più i ricchi: i ricchi partivano con un contratto sul quale si sanciva quale lotto gli terra gli era

attribuito, di quali dimensioni e a quanto ammonta il budget per far partire l’azienda agricola. In caso di delitti gravi a

giudicare era il praetor peregrinus (in origine era itinerante, poi dopo il 338 stava stabilmente a Roma).

Dal II sec. a.C. nelle città latine coloro che rivestono le cariche della città latina acquisiscono la cittadinanza romana.

Siccome chi ricopriva le cariche, una volta esaurite tornava dai decurioni, succede che nel giro di pochi decenni queste

aristocrazie diventano di cittadinanza romana.

Le colonie dovevano anche fornire truppe ausiliarie. Nella legge coloniaria probabilmente era contenuta anche la formula

togatorium, in cui si indicava il numero di soldati che annualmente la colonia era tenuta a fornire. Questo numero dipendeva

dalla grandezza della colonia.

Il numero dei coloni andava da un minimo di 2000 a un massimo di 6000 capi­famiglia (3 o 4 persone per famiglia). Erano

numeri altissimi per l’antichità. Inoltre i coloni dovevano fare opera di disboscamento, dato che la pianura padana era tutta

una foresta.

Se la colonia veniva attaccata o distrutta durante la fondazione, Roma mandava un supplemento di coloni (succede a

Piacenza e Cremona, perché arriva Annibale).

La colonizzazione viritana è stata attuata nel territorio dei Senoni, tra Rimini e Senigallia. Mandano dei coloni senza

fondare città, nel territorio compreso tra Rimini e Senigallia (era ager gallicus). Qui ripartiscono il territorio in centurie,

attribuendo un lotto di terra ad ogni colono. Dal punto di vista giuridico questi coloni non appartengono inizialmente tutti

allo stesso tipo di diritto (ci sono Romani, Latini, Italici). Questa è stata la colonizzazione più funzionale, perché si

sceglievano i coloni in base alla prestanza fisica (dovevano fronteggiare i Senoni rimasti sul territorio).

Anche se non erano state fondate città, la colonizzazione prevedeva degli spazi che potessero servire come luogo di ritrovo e

mercato, in cui mettere un tempio. Questi spazi man mano si riempiono di strutture del mercato e prendono il nome di foro.

Nella zona adriatica sono molto diffusi questi fora in un contesto agrario. Il foro prendeva il nome dal personaggio che

accompagnava i coloni. E’ uno spazio destinato ad urbanizzarsi velocemente perché vicino al centro religioso e di mercato. Per

esempio Forlì era il Forum Livii, Forlimpopoli era Forum Pompilii. Lunedì 12 Novembre 2012 (Lez 19)

COLONIE ROMANE

Sono state fondate solo dopo il 338 a.C., che non sono più della Lega Latina. La colonia romana comporta l’invio di cittadini

romani. Oltre al fatto che è composta da cittadini romani, la colonia romana non è una colonia di popolamento: all’inizio non

ha un gran numero di coloni (come per la colonia latina). Inizialmente, anzi, le colonie romane sono molto piccole e sorgono in

punti strategici situati sulle coste (le prime prendono il nome di coloniae maritimae). Ostia e Anzio erano coloniae priscae

latinae, ma vengono poi rifondate (e quindi nuovamente centuriate) come colonie romane, con scopo difensivo.

Nella colonia romana l’organizzazione era militare.

La colonia romana viene sempre più ad assomigliare alla colonia latina: l’unica differenza sta nello status giuridico dei

cittadini.

Tutte le colonie verso Piacenza e Rimini nascono tutte prima della via Emilia, che è tutta dritta: vuol dire che la via Emilia

non era ancora stata costruita, ma era già stata progettata.

I Romani capiscono anche che in oriente non possono attuare la romanizzazione: qui impongono solo le leggi romane.

GUERRE SANNITICHE

Tutta questi fatti sono contemporanei alla prima guerra di Roma all’estero: le cosiddette guerre sannitiche , contro tutte

quelle popolazioni che abitavano gli Appennini dall’Umbria alla Lucania.

I sanniti molto spesso saccheggiavano le città greche (Capua). Erano anche attratti dalla pianura della Campania (sono terre

vulcaniche, quindi molto fertili).

Nel 348 Livio ci dice che Romani rinnovano il contratto di navigazione con Cartagine. Ad un certo punto, Teano è

continuamente infastidita dai Sanniti (Teano è una zona ricca). Allora gli abitanti di Teano si rivolgono alla Lega Campana

per fare fronte comune, però queste città campane non intervengono. Allora chiedono ai Romani, ma i Romani hanno

un’alleanza con i Sanniti. Vista la bellicosità dei Sanniti, i romani decidono di attaccarli perché l’alleanza non era più

sufficiente per tenerli buoni ( e inoltre le terre sannitiche fanno gola). Capua, la città più importante della Lega Campana, fa

una deditio (si arrende) a Roma è una finzione giuridica. Nei confronti delle città arrese Roma doveva assumere quella

comunità nella propria alleanza.

Nel frattempo però insorgono i Latini contro Roma (fine della Lega Latina).

Le guerre sannitiche sono divise in tre fasi: una prima fase che si conclude con la rivolta dei Latini, nella seconda si ha la

ripresa della guerra vera e propria e la terza è quella più violenta in cui ci sono i saccheggi di Roma (affiancata dalle altre

popolazioni del cento­Italia, senza i Latini), che si conclude nel 290 a.C.

Le violenze e i saccheggi durano per altri 5 anni.

Alla fine si arriva ad una tregua (non una pace!) proprio perché i Latini si ribellano.

I Latini si ribellano perché: sono stufi di pagare le tasse a Roma, che li esclude dalla sua politica; molte comunità latine sono

più vicine alla cultura sannita.

Roma scioglie la Lega Latina, per ò lascia lo status di citt à latina ad alcune citt à, le quali restano coi

dir itti latini solo nei confronti di Roma non sono pi ù alleate con le altre città, ma solo con Roma (rapporto

bilaterale). Queste città oltre ad avere i diritti latini, vengono private di una parte consistente del loro territorio: Roma prende

i terreni migliori. Inoltre i Romani “differenziavano per comandare meglio”: non trattavano tutte le città della ex­lega allo

stesso modo. Le città rimaste latine sono quelle che vengono trattate meglio perché generalmente pacifiche. Quelle ostili

vengono annesse a Roma, divenendo municipia. Quelle ancora più ostili vengono incorporate ma i cittadini sono sine

suffragio (es: Velletri, Privernum, Anzio, Terracina). I proprietari terrieri delle città sono tutti filoromani (romanizzazione

dell’Italia). Martedì 13 Novembre 2012 (Lez 13)

GUERRE SANNITICHE

Durano mezzo secolo, durante la seconda metà del IV sec. a.C.

Periodo importante perché Roma è costretta, dal tempo della battaglia del lago Regillo, a fronteggiare gli alleati Latini. La

battaglia del lago Regillo si era conclusa a favore dei romani e il trattato di Spurio Cassio aveva rivisto i rapporti tra Roma e

la Lega. Questo trattato rimane in vigore fino al 340, quando i Latini si ribellano.

Quando viene disciolta la Lega Latina, le colonie latine rimangono tali, ma vengono tolti i diritti. Poi successivamente

vengono trasformate in municipia.

Le popolazioni di tutta l’Italia centrale si coalizzano contro Roma, nella cosiddetta “pr ima guerra italica”(o terza

guerra sannitica). Però i Latini non si mobilitano contro Roma: i Romani, quando avevano distrutto la Lega, avevano

imposto aristocrazie filo­romane (338 a.C.); inoltre Roma aveva perpetrato eccidi a danno dei Latini durante la guerra del

340­338 a.C. ed essi non avevano più la forza di reagire contro i Romani.

La prima guerra italica (o terza guerra sannitica) si conclude con la battaglia di Sentino in realt à fu solo la fine dell’ostilità

latina nei confronti di Roma. Dopo quella battaglia Roma mise a ferro e fuoco tutto l’Appennino.

Durante la guerra si forma un ceto nuovo, costituito da bancari e manifatturieri (non sono nobili!!): allo Stato servivano

armi, navi e spesso faceva appalti (gli appaltatori sono i pubblicani). I senatori avevano ricchezze ma era immobili (terre),

quindi si afferma una classe più dinamica economicamente. Questa nuova aristocrazia riusciva ad avere un grosso ricambio di

persone mancanza di gruppi dirigenti. Essi elargivano beni alle classi sociali inferiori, per farli mangiare non promuovono

l’evoluzione sociale e culturale delle classi inferiori, anzi.

Alla fine del IV sec. a.C. (tra seconda e terza guerra punica), Appio Claudio capisce che la nobiltà terriera non può

dominare (soprattutto in politica), lasciando da parte gli altri ricchi. Quindi egli favorisce l’entrata di questi nuovi ricchi nelle

cariche pubbliche. Questo è il momento in cui l’aristocrazia cerca di resistere contro i ceti in ascesa.

Intorno al 304 le leggi di Appio Claudio vengono abrogate, ma è inevitabile che si prosegua per quella strada e all’inizio del

III sec. la nuova aristocrazia partecipa alla vita politica insieme alla vecchia aristocrazia.

Appio Claudio fa costruire la via Appia, che va da Roma a Capua. Verrà poi proseguita da altri fino a Brindisi. È la prima

via consolare costruita dai Romani, per collegare Roma con le città greche del sud. Appio Claudio vuole facilitare i contatti

con il sud proprio per far commerciare la nuova aristocrazia in ascesa. I Greci avevano soprattutto ricchezze mercantili.

I Romani per la prima volta sono costretti a combattere su terreni scoscesi.

La legione era uno schieramento molto più elastico della falange macedone, ma era pur sempre uno schieramento su file.

L’inconveniente di combattere contro villaggi montagna stava:

­ nella pendenza del terreno

­ se la legione era attaccata su un terreno in salita succedeva la stessa cosa che succedeva alla falange: le prime file arretrano

­ sull’Appennino capitava di vedere due villaggi in linea d’aria a pochi km di distanza, quindi la legione andava divisa in

piccole parti, che prendono il nome di manipoli. Ogni manipolo era composto da due centurie e poteva staccarsi dalla legione

e renderla più elastica. I manipoli erano suddivisi in quinquox, cioè come il numero 5 sul dado. Inoltre si introduce lo scudo

quadrato (al posto di quello tondo), che tende ad arcuare la forma della disposizione dei soldati. Si usava la lancia, non

quella lunga della falange però. Si usa un nuovo tipo di lancia, il pilum. A partire dalle guerre sannitiche si diffonde l’uso

del gladio, una spada corta, con un’impugnatura e un’elsa fatte in modo semplice. Il vantaggio del gladio è che si può colpire

il nemico in vari modi: prima usavano la spada gannica, che era una spada molto lunga, con una punta e un solo filo (la

usavano solo per colpire di punta). La lama del gladio, invece, ha due fili.

Questo abbinamento di legione e armi rende la differenza tra i Romani e le altre popolazioni enorme: essi per contrastare i

Romani andavano in battaglia ubriachi e carichissimi (Livio diceva che facevano paura perché erano enormi, però non

avevano organizzazione e alla fine perdevano).

Tra gli alleati Romani c’erano anche i Lucani, che erano in perenne conflitto con le città greche (come anche i Sanniti contro

Napoli e Cuma). Ad un certo punto le città greche chiedono aiuto a Roma contro queste popolazioni. Esistevano dei trattati

tra Roma e le città greche (Napoli, Taranto), che in genere erano trattati di non­belligeranza. Il trattato con Taranto sanciva

che i Romani non potevano superare il promontorio che chiude il golfo di Taranto. Ad un certo punto, anche a causa della

colonia panellenica di ..., i Romani ammoniscono Taranto, mandando delle navi oltre quel promontorio. I tarantini si sentono

profondamente offesi ed umiliati da ciò e distruggono le navi romane casus belli della guerra contro Taranto.

Taranto prova a chiamare un principe da fuori per difendersi, chiamano Pirro, il re dell’Epiro (Albania odierna), che era molto

ambizioso. Sua moglie era figlia di Agatocle, personaggio importante tra i successori di Alessandro Magno perché aveva

costituito un regno in Sicilia, dividendo la Sicilia in due parti tra Cartaginesi e Greci. Pirro arriva in Italia e i Romani

mandano truppe: i Romani per la prima volta hanno a che fare con gli elefanti, che erano un’arma micidiale. Pirro si tira

addosso sia l’odio dei Cartaginesi che quello dei Greci. Giovedì 15 Novembre 2012 (Lez 14)

Roma ottiene il dominio sull'Italia centrale dopo le guerre sannitiche, in un momento in cui l'oriente è sotto il dominio di

alcune grandi potenze tutte derivate dallo smembramento dell'Impero di Alessandro Magno Macedoni, Seleucidi,

Tolomei.

I Macedoni dominano la penisola balcanica, i Seleucidi un territorio immenso che va dalla costa dell'Egeo, gli attuali Turchia,

Iraq, Iran fino al fiume Indo, i Tolomei dall'Egitto fino alla Nubia.

Poi c'erano territori come Pergamo, che occupava l'attuale Turchia nord­occidentale.

La Grecia, dopo aver sperimentato il fallimento delle polis greche, tende a trovare un minimo di coesione. Le città danno

luogo ad alcune leghe (lega Etolica, lega Achea), ma le leghe greche non arrivano mai ad una coesione come quella delle città

latine non c'era tra le citt à greche una forte compattezza cadono sotto l'egemonia di padroni esigenti come i Macedoni.

Sparta, rimaneva indipendente con il suo territorio, ma era una realtà arcaica.

La Grecia non era una potenza militare, ma era una grande produttrice di cultura la lingua greca era stata diffusa in tutto

l'oriente.

L'occidente aveva invece rapporti politici abbastanza semplificati: i Greci della Diaspora erano quelli della Magna Grecia e

della Sicilia. Quelli della Sicilia erano i sicelioti, quelli della Magna Grecia erano i magni greci.

C'era la potenza di Cartagine, nemica mortale dei Greci, che si era alleata con gli Etruschi per dividersi il dominio sul

Mediterraneo fino al 464 a.C., quando gli Etruschi in seguito alla battaglia di Cuma vengono battuti dai Greci e assimilati ai

Romani.

Quindi le potenze sono Roma in occidente e Cartagine in Oriente.

I Cartaginesi avevano tutta una serie di empori (fondaci) dispersi lungo tutte le coste del Mediterraneo.

Poi in occidente abbiamo il mondo ispanico con le sue tribù: Celtiber i, Lusitani.

Polibio (storico greco che scrisse verso la metà del 2° secolo) giunse a Roma come ostaggio in seguito alla battaglia di Pidna.

Roma volle degli ostaggi dai Greci per avere garanzie di fedeltà (i Greci non erano affidabili). I Romani non li vollero punire

severamente, ma chiesero degli ostaggi tra i più emeriti cittadini Greci, tra questi Polibio, che apparteneva ad una famiglia

della lega Achea (pare fosse il genero di un capo acheo).

Polibio rimane conquistato da Roma, entra nel circolo di Scipione L'Emiliano. Polibio si chiede il come e il perchè Roma nel

giro di 53 anni (dal 220 a.C. al 168 a.C.) diventa signora del mondo abitato.

Polibio, che era un osservatore greco, tra i rapporti di questi due città, dice che per qualche verso sono simili, perchè hanno una

costituzione mista.

I Greci, in particolare Aristotele, amavano teorizzare sulle forme di governo. La potenza di una comunità deriva dalle

forme di governo di questa città.

Aristotele aveva ripartito le forme di governo in:

MONAR CHIA (che può evolvere in tirannide o in un governo Illuminato)

- ARISTOCRAZIA (che può involvere in una Oligarchia)

- Aristos (= i migliori) i pi ù colti, i possidenti terrieri o i commercianti

DEMOCRAZIA (che deve avere un governo moderato temperato)

- La forma negativa può diventare occlocrazia (da ochlos = “massa”). Anche plethos significa massa, quindi si può

dire anche plethocrazia .

Nell’occlocrazia hanno la preminenza i demagoghi.

Si verificano sconvolgimenti sociali e politici e spesso alla fine abbiamo il potere di uno solo.

Con le guerre civili Roma arrivò a questa forma di governo.

Ci sono delle comunità in cui il governo non appartiene ad una sola costituzione ma ad una costituzione mista.

Gli stati che hanno una costituzione mista sono quelli più forti e Aristotele li elenca: Sparta e Cartagine. Polibio fin

dalla metà del 2° secolo vi aggiunge Roma. Egli, da greco razionalista, sulle orme dei ragionamenti di Aristotele trova la

causa: nel VI libro interrompe la narrazione (dopo la battaglia di Canne), che è il momento più nero per Roma, la quale arriva

a fare sacrifici umani. Eppure da lì Roma riparte alla conquista del mondo.

Fino alla fine del VI secolo veniva consultato il VI libro di Polibio perchè contiene le norme per scrivere una costituzione.

Anche un padre della costituzione americana come Benjamin Franklin era un esperto conoscitore di Polibio, che porta il suo

contributo anche sulla forma della costituzione americana.

SPARTA: ha due re, una assemblea di anziani (gherosia), che incarna il principio aristocratico. L’apella, che è

un’assemblea di tutti gli spartiati, è l'incarnazione del principio democratico.

CARTAGINE: ha due re, i Sufetyn (la lingua proviene dal fenicio, lingua semitica).

Poi c’è un’assemblea ristretta, che Polibio chiama Sinedr io, e una specie di senato (vi presiedono i più ricchi) e un’assemblea

del popolo che viene consultata.

Questa forma rende la costituzione mista fin troppo moderata.

ROMA: ci sono due consoli (rappresentano la monarchia), poi il Senato (che rappresenta l'aristocrazia) e i Comizi (che

rappresentano il popolo).

Polibio si chiede: quando si scontrano due potenze a costituzione mista chi vince? Vince quella che è in ascesa.

La costituzione mista di Cartagine sta declinando. A Cartagine le truppe sono mercenarie (ciò genera instabilità). Questa

instabilità è creata dalle divaricazioni interne che pone Cartagine al rischio di occlocrazia.

Roma, secondo Polibio, ha una società coesa.

Di Cartagine rimane poco perchè i romani l'hanno distrutta e hanno cosparso di sale la terra.

L'Africa settentrionale (odierne Mauritania, Tunisia e fino alla costa libica) era la regione più fertile del Mediterraneo.

Queste zone, una volta conquistate, divennero il granaio di Roma.

Nel Sinedrio a Cartagine esiste una profonda spaccatura tra i grandi proprietari terrieri (che producono olio, grano) e i

commercianti e gli armatori. I Cartaginesi erano Fenici, quindi erano mercanti.

L'attività commerciale aveva creato una grande quantità di capitale mobile.

Quindi, come a Roma, anche a Cartagine c'erano due linee politiche: i proprietari terrieri e i commercianti. (es: in Algeria c'era

una colonia romana, Tamugadi, che era al centro di un comprensorio agrario solido).

I Romani erano bravi nel creare sistemi di irrigazione e si facevano aiutare anche da esperti greci.

Gli armatori volevano l'espansione nel mare: la parte occidentale della Sicilia era sotto l'influenza di Cartagine, in particolare

la fortezza di Lilibeo.

I Romani ad un certo punto prendono tutte le città della Magna Grecia. Se non con la guerra, con l'imposizione di arrendersi,

prendono Reggio Calabria (qui inserisce la vicenda dei Mamertini).

I Romani sanno che in Sicilia ci sono le più importanti città greche: Siracusa, Agrigento, Taormina, Messina. Sono territori

fertili, con città rette da un singolo tiranno, chiamato basileus (era una carica ereditaria).

I Romani prendono tutta la Sicilia, ad esclusione della zona più occidentale, dove i Cartaginesi erano ben arroccati.

Le imbarcazioni romane, dopo la prima fase disastrosa, vengono costruite e supportate dai corvi, dei ponti mobili posti ai

fianchi delle navi, calati solo nel momento dell'attacco e agganciati saldamente all'imbarcazione nemica. I rostr i, invece,

sono sotto il livello dell'acqua e servono a provocare dei fori centrali o ad aprire tutto un fianco della nave. I rostri vengono

poi portati a Roma in Senato e i senatori parlano proprio nel punto dove i rostri conquistati sono infilzati nella parete come

trofeo.

Presa Roma, i Romani creano la Provincia, che è un modo di amministrare il territorio. All'inizio il nome significava incarico

che veniva dato al Senato. Quindi, inizialmente, provincia significava qualsiasi tipo di incarico.

La provincia assunse poi una connotazione territoriale perché, essendoci un vuoto di potere, venne mandato un pretore, un

magister, da cui dipende un qestore.

Quindi più avanti, per governare la provincia della Sicilia, vennero mandati i consoli uscenti, pro­consoli e pro­ pretori. Essi

avevano l'imperium, quindi potevano comandare un esercito. Inizialmente l’esercito viene mandato davvero.

La provincia è un territorio annesso che diventa parte del territorio ma, a differenza del municipio, gli abitanti della

provincia non diventano cittadini: sono peregrini.

Solo i cittadini dello strato più elevato delle città greche alleate (es: Siracusa) diventano cittadini romani.

Quindi la provincia, pur essendo un territorio annesso, è legato a Roma da vincoli totali.

Si inventa un nuovo sistema di pagamento dei tributi , adottando quello che aveva istituito Jerone di Siracusa,

ovvero, la lex jeronica , che sanciva che i provinciali dovevano pagare un decimo del loro prodotto.

All'inizio le tasse erano basse.

Il questore andava a raccogliere i tributi.

A Roma i magistrati davano in appalto la riscossione delle imposte ad una società di pubblicani.

Poi c'erano gli esattori più piccoli, quelli che andavano porta a porta.

Chi lucrava erano i capi.

A roma veniva fatto un bando: a chi si impegnava ad offrire di più, il governo stabiliva un limite di tasse che voleva

raccogliere, quindi scattava l'asta, e quello che offriva di più si aggiudicava l'asta. Anche il governatore della Provincia

lucrava. Martedì 20 Novembre 2012 (Lez 15)

DOPOGUERRA

Annessione della Sicilia. Le tribù vengono portate al numero di 35.

Alla fine della prima guerra punica, i trattati di pace obbligavano Cartagine a dover distruggere la propria flotta navale il

benessere di Cartagine dipendeva proprio dal mare.

A Cartagine, nel sinedrio si apre il solito dibattito sull’opportunità o meno di svolgere una politica di tipo mercantilistico

(sviluppo di economia commerciale o economia agricola?). Alcuni volevano (soprattutto la famiglia Barca, in particolare

Amilcare Barca) che si aprissero nuovi mercati, soprattutto vicino a zone di produzione agricola (es: Spagna meridionale).

I Romani vollero che nei trattati fosse scritto che i Cartaginesi dovevano per forza abbandonare la Sicilia e le isole circostanti

i Romani nel frattempo avevano conquistato la Sardegna e la Corsica e anche esse erano considerate isole circostanti la

Sicilia. Questo era solo un pretesto per eliminare del tutto i cartaginesi dal Mediterraneo.

Lentamente i Cartaginesi in Spagna penetrano a macchia di leopardo, finché ad un certo punto diventano la potenza

egemone della penisola iberica. Essi però non erano un pericolo diretta per Roma, proprio perché erano senza la flotta.

Roma si allea con Sagunto (sia perché sono praticamente obbligati da Roma, sia perché preoccupati dall’avanzata dei

cartaginesi). I Romani quindi propongono un trattato ai cartaginesi, il Trattato dell’Ebro. L’Ebro però non fa da linea di

demarcazione tra le due aree di influenza, ma solo che i cartaginesi non possono andare a nord del fiume è Polibio che ci

dice tutto ciò, e non dà grande importanza al ruolo di Roma in quest’area fa questo perch é i cartaginesi in Spagna sono il

casus belli della II guerra punica.

Il ruolo di Sagunto nel trattato dell’Ebro è lasciato volutamente in modo vago, perché è una città federata ai Romani, ma si

trova in un territorio che i Romani riconoscono come cartaginese.

I Gesati, i Boi e gli Insubr i scendono verso l’Etruria (i Galli attaccavano sempre le terre in cui si produceva il vino),

attaccando quella che probabilmente è l’odierna Talamona quindi erano molto vicini a Roma. Vengono bloccati e sconfitti

dai Romani. I Romani cominciano a capire che i Galli non possono più scendere con questa facilità fino in Etruria, quindi

progettano le colonie di Cremona e Piacenza , che vengono fondate nel 218 a.C. Poi creano un avamposto a Modena,

come retroguardia rispetto alle due nuove colonie.

Nell’intervallo tra le due guerre puniche il tribuno Gaio Flaminio propone il plebiscito che sancisce la colonizzazione viritana

della Gallia Cisalpina (ma poi in realtà fanno un altro tipo di colonia).

Durante la costruzione delle colonie arriva la notizia che l’esercito cartaginese aveva attraversato i Pirenei i Romani si

aspettavano un atteggiamento di rivalsa da parte dei Cartaginesi, ma pensavano ad un attacco via mare (con le poche navi

rimaste). Inoltre era inverno, quindi era molto difficoltoso il viaggio.

Annibale riesce ad arr ivare nella Pianura Padana con un piccolo esercito di mercenari. Lui pensava di ottenere

l’adesione delle popolazioni italiche che odiavano Roma.

Annibale sconfigge i Romani nelle battaglie del Ticino e del Trebbia (sul Ticino ferisce il padre di Scipione l’Africano).

Dopo il Ticino Annibale distrugge la colonia di Piacenza e Cremona (erano ancora in fase di fondazione) e qui si

alleano a lui i Galli Insubr i. Questi erano i Galli che storicamente si erano meno opposti a Roma. Essi sono l’unica

popolazione che volta le spalle a Roma gli Italici non si ribellano a Roma perch é non ci riescono, non hanno la forza di

mettere in campo eserciti contro Roma.

Arriva poi la notizia che Annibale riesce a passare in mezzo all’Italia, sugli Appennini, diretto verso Roma. Il console

Flaminio decide di corrergli dietro e sulle coste del lago Trasimeno Annibale nasconde le truppe dietro la vegetazione e

all’arrivo dei Romani fa l’imboscata, sconfiggendo i Romani. A Roma si nomina il dittatore Fabio Massimo “il

temporeggiatore” e si aspetta l’arrivo di Annibale. Annibale però cambia direzione inaspettatamente perché non aveva le

macchine d’assedio.

Annibale aveva capito che la cavalleria era il punto debole dell’esercito romano (ed era il punto forte dei Cartaginesi).

La strategia di battaglia di Annibale consiste nel far retrocedere la fanteria (parte centrale dello schieramento) e poi di far

attaccare la cavalleria, prendendo i Romani tra due fuochi.

I Romani decidono di mandare un corpo di spedizione in Spagna contro i Cartaginesi (che nel frattempo sono in Italia), per

riconquistare la Spagna (necessaria ad impedire rifornimenti spagnoli ai cartaginesi). Vengono mandati in Spagna i fratelli

Publio e Gneo Scipione. Erano stati bravi ad attrarre a se le tribù dei celti Iberi della Spagna Settentrionale. Nel 211 però i

due cadono in un’imboscata e viene mandato in Spagna il figlio e nipote dei due, Publio Cornelio Scipione (che era

giovanissimo, ma aveva già fatto una grande carriera politica). Questo procedimento era contro la legge romana: egli non

aveva occupato nessuna carica pubblica, ma gli viene dato lo stesso l’imperium consolare (era illegale!!!).

Asdrubale fece lo stesso percorso del fratello Annibale, ma fu intercettato e sconfitto sul Metauro. Viene ucciso, decapitato e

la sua testa viene gettata nell’accampamento di Annibale.

Dopo la battaglia di Canne Filippo V di Macedonia chiede l’alleanza ad Annibale, promettendo approvvigionamenti e

truppe, che non arrivarono mai. Dieci anni dopo Annibale ormai è disperato perché i romani avevano riconquistato la Spagna,

Asdrubale era stato bloccato e non aveva più approvvigionamenti. Allora Filippo V decide di allearsi con i Romani (pace di

Fenice).

Successivamente i Romani sono impegnati in Spagna, poi contro Filippo V, poi contro Antioco ... e infine contro i Galli in

Italia. I Romani non vogliono arrivare solo al crinale delle Alpi, ma conquistarle fino in Svizzera (era questo il loro concetto

di conquista). Inoltre i Romani odiavano tantissimo i Liguri, i quali erano ostili quanto i Galli ma molti più pericolosi, perché

(come i Baschi) erano montanari e quindi conoscevano benissimo il loro territorio in caso di battaglie (valli strettissime, corsi

d’acqua molto impetuosi). I Liguri vengono debellati in 50 anni, i cui più pericolosi per i romani stavano in Lunigiana e sulle

Alpi Apuane. Il console Bebbio riesce a stanare i Liguri superstiti delle Alpi Apuane, li fa scendere a valle e li deporta nella

zona più arida e montuosa del beneventano. Dopo due secoli e mezzo Traiano si interessa della sorte di questi Bebiani e

concederà alimenta (aiuti statali) per permettere a questa popolazione di sopravvivere.

GUERRA DI ORIENTE (CONTRO LA MACEDONIA)

In oriente esistevano i regni di Macedonia, Siria ed Egitto, che avevano ereditato la cultura greca ed ellenica.

La Macedonia possedeva tutta la penisola balcanica e la Grecia, però c’erano delle aree autonome (es: Sparta), unite tra loro

dalla Lega Achea, dalla Lega Etolica, ecc.

I Romani erano stupefatti dalle capacità oratorie di questi popoli . Giovedì 22 Novembre 2012 (Lez 16)

IN CONTRO TRA CULTURA GRECA E ROMANA

Per oltre un secolo e mezzo le due culture si confrontano e tendenzialmente si escludono l’un l’altra. Si arriva però poi a una

composizione, cioè un compromesso tra le due. Così si costituisce una cultura mista greco­romana, che è alla base della civiltà

occidentale.

Dopo la battaglia di Zama e la sconfitta di Cartagine, Annibale fugge presso Antioco III, re dei Seleucidi, il cui regno

andava fino al fiume Indo. I Romani nel frattempo danno la caccia ad Annibale e Antioco III lo consegna ai Romani. Allora

Annibale scappa di nuovo e al ripetersi della stessa situazione si dà ai Romani, che lo uccidono.

I Romani iniziano a guardare al di là del canale d’Otranto: verso il Regno Macedone, il Regno di Siria e il Regno d’Egitto.

Accanto a questi c’è il regno di Pergamo, l’Isola di Rodi (era una potenza commerciale).

Il primo regno a venire a contatto con i Romani è la Macedonia, con Filippo V. Durante la guerra punica si era alleato con i

Romani, ma i Romani erano diffidenti. I Romani non sanno se portare le truppe in Macedonia: in Senato alcuni non voglio

assolutamente avere a che fare con i Greci (per esempio Catone il Censore: era un uomo anti­ellenico perché i suoi acerrimi

nemici, gli Scipioni, erano filelleni. Era solo ostile alle correnti filosofiche greche: egli fu il primo a far costruire una basilica a

Roma).

A Roma arriva il culto della magna mater, probabilmente in origine questa era un betilo (un meteorite), in cui il dio, in seguito

a una passione per sua madre, si evira e dal suo sangue è nata la vegetazione. In questi culti veniva portato in processione un

grosso pino per simboleggiare il fallo.

Tutti questi culti vengono “moralizzati” dai romani: per esempio, si vieta l’evirazione, Adriano vieta la circoncisione agli

Ebrei, scatenando una rivolta nel 132­135.

Catone era avverso alla parte del Senato filellena. C’erano delle famiglie che già da tempo mandavano i propri figli in Grecia

per studiare e Catone avvertiva le differenze tra questi giovani e quelli romani: la cultura greca era nettamente superiore e

aveva paura che il mos maiorum (l’uomo doveva essere un gran lavoratore, un buon padre di famiglia) romano fosse intaccato

da queste idee. I Flamininii e gli Scipioni erano famiglie filellene.

Quindi la parte del senato non filellena non vuole andare in Grecia perché, anche se sconfitti, avrebbero “impestato” la loro

cultura.

Poi c’erano i filellena che volevano mandare l’esercito, dare una lezione a Filippo V e ridurlo alla condizione di alleato la

Macedonia avrebbe dovuto pagare una grande indennità di guerra.

I conservatori non volevano sia per il “contagio” della cultura greca, ma anche perché la guerra in Macedonia sarebbe stata

portata da eserciti romani sotto la guida degli uomini politici più in vista a Roma (Scipione l’Africano, Flaminino) quindi

la guerra avrebbe portato una gloria militare a tutti questi uomini filellena.

Questo prestigio militare avrebbe portato ai vincitori: clientela, l’atto di resa di Filippo V sarebbe stato fatto davanti a un

console romano (un re per grazia divina si inchina davanti a un funzionario eletto annualmente), per fare la guerra la carica

annuale del console avrebbe dovuto essere prorogata e avrebbe dato smalto al prestigio di questi filellena, i perdenti sarebbero

dovuti diventare clienti di chi li sconfigge, cioè un uomo solo. Questi sarebbero diventati personaggi molto dominanti nella

società romana (Cassio, dopo aver sconfitto il regno di Siria ha questi privilegi e sarà uno dei cesaricidi).

Scipione quando viene mandato in Spagna, acquisisce potere consolare, ma lui era giovanissimo e non aveva mai investito

nessuna carica pubblica i conservatori erano indignati da questo fatto.

Flaminino aveva ottenuto il comando consolare contro Filippo V avendo investito solo la carica della questura!!!

Flaminino, sbarcato in Macedonia, sconfigge Filippo V nella battaglia di Cinocefale nel 197 a.C. Flaminino è un grande

filelleno e sapeva che la Macedonia, fin dai tempi di Filippo II, aveva l’egemonia su tutta la Grecia. Flaminino voleva

liberare la Grecia dal giogo macedone. Un anno dopo la battaglia si celebravano i giochi istmici (sull’istmo di Corinto) e

Flaminino si presenta lì dicendo di aver liberato tutta la Grecia (eleutherìa, la libertà). Flaminino in seguito aveva fatto

coniare una sua moneta, in cui era raffigurato con la testa un po’ all’indietro e i capelli ricci sulla nuca, come usava farsi

rappresentare Alessandro Magno.

Dopo la sconfitta di Filippo V le truppe romane tornano in Italia. Vanno via anche perché Antioco III stava diventando

pericoloso, perché era discendente di Alessandro Magno e si pone come vero liberatore della Grecia. I Romani allora mandano

un corpo di spedizione, affidato ad Accidio Glabrione, a cui partecipa anche Catone. Antioco III viene sconfitto alle

Termopili. I il comando della guerra contro Antioco III viene affidato a Lucio Cornelio Scipione, il fratello di Publio, che va

con lui (Livio ci dice che al momento della votazione il popolo guardava in faccia Publio, come per dire che il fratello valeva

meno).

Gli Scipioni propongono ad Antioco III di farsi dare una parte del suo regno, così Antioco III porta le truppe contro gli

Scipioni presso Magnesia, dove Scipione vince. Però prima della battaglia c’è una continua trattativa tra Scipione ed Antioco

III, finché ad un certo punto il figlio di Scipione viene catturato e fatto prigioniero: Antioco però ad un certo punto lo

rilascia senza pretendere un compenso perché Scipione si era ammalato e in una lettera gli chiede di non attaccare battaglia

fino alla sua guarigione. Antioco non approfitta della malattia di Scipione perché se Scipione partecipa alla battaglia può

garantire la vita salva ad Antioco. Quindi c’è uno scambio di favori personali, come se anche Scipione fosse un re.

Dopo la battaglia Scipione come condizione di pace chiede un’indennità di guerra immane, chiede che Antioco rinunci a gran

parte dell’esercito, soprattutto agli elefanti, poi deve abbandonare l’Asia Minore e ritirarsi dietro il Tauro. Queste sono le

condizioni che aveva offerto al momento dello sbarco. Questo è un trattamento di favore nei confronti di Antioco: si scopre

che sono spariti 20 talenti (somma enorme)dal bottino di guerra e Catone su queste basi inizia la sua “caccia” contro gli

Scipioni, rovinandoli politicamente.

Mentre si svolge la campagna di Scipione in Asia Minore, i Romani attaccano anche nell’Illirico, sull’Adriatico. Viene

mandato Quinto Fulvio Nobiliore contro la città di Amaracia. Nobiliore fa parte della grande nobiltà filellena, però non si

comporta come Scipione e Flamininio: lui fa stermini e deportazioni, distruggendo le città vinte.

Da qui inizia il periodo dell’economia schiavistica in Italia: si portano tantissimi schiavi dai territori conquistati.

Lunedì 26 Novembre 2012 (Lez 17)

Al comando delle spedizioni contro l’oriente c’erano dei nobili, i quali avevano simpatia per il mondo greco. Volevano fare

dell’oriente dei regni amici di Roma bisognava sconfiggerli, ma non abbatterli del tutto.

La costituzione di città­stato di Roma, dopo le vittorie su Cartagine, la Macedonia e la Siria inizia a vacillare Roma sta

diventando un impero.

I comandi erano annuali Scipione quando va in Spagna o Flaminino va in Macedonia le loro cariche durano per tutta la

guerra.

Le cariche sono concentrate nelle mani di pochissime famiglie si infeudano le cariche pubbliche.

Queste persone ricevono cariche senza seguire il ben preciso cursus honorum della tradizione romana. Così arrivano al

consolato tante persone che non hanno nemmeno 40 anni la nobilitas non accetta questo cambiamento.

Allora viene promulgata la legge villia: stabilisce il certus ordo magistratuum, cioè il ben definito ordine delle magistrature.

Sul piano pratico però, si trova l’escamotage: si riducono i tempi delle cariche uno poteva avere una successione annuale di

tutte le cariche.

Il Senato, in generale, era ostile a questa nuova tendenza e alla diffusione della cultura greca.

Dopo la presa della Tracia da parte di Quinto Fulvio Nobiliore, vengono deportati in Italia centinaia di migliaia di schiavi

inizio del periodo schiavistico, in cui la forza lavoro è formata prevalentemente da schiavi. Fino alla fine del I sec. d.C.

Fulvio Nobiliore si comportò molto violentemente contro le città greche, nonostante il suo atteggiamento filelleno Catone lo

condanna.

Catone riesce a mandare in rovina tutti i filelleni della prima generazione (Scipioni, Flaminino, Fulvio Nobiliore).

Secondo i Romani, i Greci non erano dei grandi lavoratori, perché secondo loro passavano il tempo a parlare. I Romani, al

tempo stesso, avevano anche un complesso di idee molto scarso e molto rozzo. I Romani dicevano di diffidare dei medici greci

era l’opinione della parte bassa della societ à. Anche nella commedia erano rappresentati con questo cliché: Plauto li fa

apparire chini sotto il peso dei libri.

Però esisteva anche la grecità colta, che viveva nelle grandi case dei grandi signori romani (es: Scipione l’Emiliano attorno a

se ha artisti e letterati proveniente da varie terre: Polibio, Terenzio, Lucilio).

Continua da 35:49 Martedì 27 Novembre 2012 (Lez 18)

Ennio era originario di Rudiae, una città della Magna Grecia (quindi aveva formazione greca). Il suo mentore fu Catone

abbiamo l’esempio evidente che Catone non era anti­ellenico a priori, ma apprezzava le caratteristiche greche che non

avrebbero sciupato i costumi tradizionali Romani.

Ad un certo punto Catone si imparenta con Scipione l’Emiliano, che era il figlio di Lucio Emilio Paolo, colui che vinse la

guerra di Macedonia contro Perseo (vinse la battaglia di Pidna). Lucio Emilio Paolo per adozione passa nella famiglia degli

Scipioni, quindi diventa il nipote di Scipione l’Africano.

Ennio viene quindi portato a Roma da Catone e diventa il poeta più importante di Roma nel suo tempo. Scrive un poema

epico, gli Annales, in cui canta le glorie di Roma. Ma non fa come Catone nelle Origines: Catone sosteneva che è stata la

collettività del popolo romano a renderlo grande. Ennio, invece, sosteneva che sono stati i singoli e quindi cita tutti i nomi

delle personalità dominanti esalta le individualit à perché era pitagorico.

Al tempo di Ennio la poesia non era diffusa da moltissimo tempo a Roma. Prima di lui ci sono stati due grandi poeti: Livio

Andronìco e Nevio. Livio Andronico era di origine greca, quindi era un liberto. Egli traduce in Latino l’Odissea, nel metro

tipicamente latino del saturnio (un verso molto ritmato e blindato, forse derivato da ritmi tipici delle danze popolari, come il

tripudium). Livio Andronico fonda una sede di un circolo di poeti

Nevio scrive il Bellum Poenicum, in cui racconta della prima guerra punica, in saturni.

Livio Andronio, oltre ad introdurre un nuovo ritmo (l’esametro), introduce un nuovo rapporto tra gli intellettuali e i poeti.

Egli un liberto dei Livii: successivamente il poeta diventa un vero e proprio cliente di una famiglia romana. Per questo motivo

non è libero di dire ciò che vuole. Anche Nevio era un liberto: nel Castidium racconta i fatti della battaglia di Casteggio,

combattuta contro i Galli Insubri. Nevio celebra quindi il suo protettore Claudio Marcello. Inoltre lui nelle sue opere se la

prendeva sempre con i Metelli, nemici dei Marcelli. Dei Metelli diceva: “Fato Metelli Romae fiunt consules”, cioè che i

Metelli erano diventati consoli per la rovina di Roma.

Ennio, invece, parla sia di amici che di nemici e, in generale, la poesia ellenistica in Roma era molto disimpegnata (es: abbiamo

l’ ”elogio della mosca”). Ennio facendo ciò manifesta il suo intento di non voler essere un cliente.

Ennio traduce un’opera greca che era un ricettario. Era scritto in poesia, quindi Ennio vuole mantenere questa tradizione

poetica, che i Romani non capivano.

La tradizione greca prosegue poi con le poesie d’amore dei neoteroi.

Oltre al pitagorismo a Roma era stata diffusa la filosof ia per ipatetica (Ar istotele) e quella accademica (Platone) .

Gli accademici però si distaccano dagli insegnamenti di Platone, per volgersi allo Scetticismo, con Pirrone. Lo scetticismo

era basato su un relativismo totale e questa cosa faceva alterare molto i Romani.

Un’altra filosofia molto diffusa era lo Stoicismo. Nasce come filosofia egualitaria e Zenone pone tre principi alla base di

tutto: uguaglianza tra tutti gli uomini (al contrario del Pitagorismo), visto che gli uomini sono tutti uguali la proprietà

privata non deve esistere (crea differenze tra gli uomini), il filosofo deve partecipare alla vita pubblica proprio perché è saggio

e laddove c’è un regno il filosofo deve essere il consigliere del re, suggerendo misure a favore dei più poveri. Ad un certo punto

lo stoicismo si divide in due: una parte rimane fedele alle idee di Zenone, un’altra che tenta di essere conciliante con la

ricchezza (es: non aboliscono proprietà privata) e questa è la parte che viene protetta dalle grandi famiglie.

Nel 555 a.C. Atene deve una multa a Roma e manda un’ambasceria a Roma, composta da Critòlao (aristotelico), Diogene

di Babilonia (stoico, della corrente più accomodante) e Carneade (scettico). Questi filosofi vengono mandati per far

togliere la multa a Roma. Le ambascerie però non venivano ricevute subito a Roma, quindi questi vanno in giro a parlare con

le persone in greco (quindi li capiscono solo i figli dei nobili). Parlano della giustizia, di ciò che è utile, del rapporto tra

giustizia ed utilità, di politica, si chiedono se l’Impero Romano è basato sulla giustizia. Carneade è quello che colpisce di più i

giovani romani: questi ragazzi erano cresciuti con un’educazione dotata di un procedimento etico tradizionalista (ciò che è

buono deve essere anche giusto). Carneade affronta la questione partendo dall’imperialismo romano: è giusto prevaricare gli

altri popoli, anche chi è culturalmente superiore? È giusto fondare il potere su un primato militare? Quindi questi giovani si

convincono dell’ingiustizia su cui è fondato l’Impero Romano. Il giorno successivo Carneade fa il discorso contrario a quello

del giorno precedente (fare due discorsi opposti era alla base della filosofia greca): l’Impero Romano non è giusto, però è utile

ai Romani. L’uomo agisce non solo in base a ciò che è buono e giusto, ma agisce soprattutto in base alla propria utilità.

Da qui si capisce che il relativismo greco non ha risvolti morali. Per i Romani è un atteggiamento inconcepibile. Catone

reagisce dicendo ai filosofi di tornare in Grecia ed insegnare queste cose ai loro figli e non ai giovani romani, i quali devono

crescere seguendo i principi tradizionali romani.

Ormai però Carneade aveva influenzato la società romana e il problema sarà la conciliazione tra la concezione romana e il

relativismo greco. La conciliazione sarà ottenuta da Scipione l’Emiliano e dalla sua cerchia. Attorno a sé aveva uomini colti

(Terenzio, Lucilio, Panezio da Rodi). Panezio da Rodi era stoico ed era discepolo di Diogene di Babilonia, perciò era uno

stoico accomodante. Aveva quindi rinunciato ai principi di Zenone. Si dimostra disponibile a fornire a Scipione l’Emiliano

una filosofia che giustificasse l’imperialismo romano. L’affermazione di base è contraria a quella di Zenone: Panezio dice che

gli uomini non sono tutti uguali e quindi solo colui che si distacca dagli altri per saggezza e valore ha il diritto di governare.

Lo stesso ragionamento Panezio lo fa con i popoli: ci sono dei popoli più saggi e valorosi, i quali hanno il diritto di governare

sugli altri. Dietro ciò c’è la concezione dello stato etico : lo stato è un valore, soprattutto se forte.

La conciliazione tra romani e greci avviene su questa base. Non a caso lo stoicismo diventa la filosofia romana per

antonomasia.

Contemporaneamente rimaneva in auge la filosofia di Zenone, con Antipatro di Tarso. Egli ebbe come discepolo Blossio di

Cuma, che fu il maestro di Tiberio e Gaio Gracco. Una volta morto Tiberio Gracco il suo maestro si rifugia a Pergamo, dove

era in corso una rivoluzione anti­romana. Qui egli predicò la cancellazione dei debiti, la ridistribuzione delle terre e la

liberazione degli schiavi nonostante la sua uccisione, il seme era ormai gettato.

Nel corso di 50 anni l’atteggiamento dei Romani verso il mondo ellenofono mutò profondamente: all’inizio c’erano dei nobili

che amavano questa cultura e avevano un atteggiamento liberale nei suoi confronti. Con il passare del tempo si ha

un’intolleranza nei confronti della cultura greca. Dopo la battaglia di Pidna Lucio Emilio Paolo è crudele contro gli sconfitti.

Sembra quasi che più si diventa filelleni e più ci si accanisce militarmente e politicamente contro i Greci.

Dopo l’ultima guerra macedonica e la distruzione di Corinto, la Grecia perde la propria dipendenza e viene ridotta a

provincia (provincia di Acaia).

Contemporaneamente la stessa sorte tocca anche a Cartagine, la quale si era riuscita a riprendere grazie alle proprie risorse

territoriali. I Romani temevano che Cartagine potesse risorgere anche politicamente, quindi i Romani istigavano Massinissa

contro Cartagine. Siccome Massinissa era alleato dei Romani i Cartaginesi non potevano combatterlo e quindi supplicavano

Roma per intervenire. Nel frattempo i Romani continuavano a istigare Massinissa. Cartagine manda un’ambasceria a Roma,

nella quale c’è anche Catone. Catone pensa che Cartagine debba essere distrutta e anche Scipione l’Emiliano condivide l’idea,

per avere maggiore gloria di suo nonno (??). A loro si opponeva Scipione Nasica Corculo, erede della politica di Scipione

l’Africano, che rispondeva a Catone che Cartagine dovesse continuare a vivere.

Alla fine abbiamo la terza guerra punica, con conseguente sterminio e deportazione dei Cartaginesi e distruzione totale

della città.

I ceti dirigenti probabilmente fanno questa guerra per distrarre l’opinione pubblica dai problemi interni: la classe dirigente era

spaccata in due proprio a causa della gestione delle conquiste. In provincia andavano i proconsoli e i propretori (senatori) che

rubavano. Ci andavano anche i pubblicani (cavalieri), che erano gli appaltatori designati a riscuotere le imposte e anche questi

rubavano e saccheggiavano. I cavalieri e i senatori a Roma quindi passavano il tempo a rinfacciarsi di essere dei ladri. Alla

fine si creano dei tribunali ufficiale destinati a giudicare i casi di concussione. Quindi devono giudicare chi, approfittando

della propria posizione altolocata (pubblicani e proconsoli), ruba in provincia. La legge calpurnia stabilisce che i giudici

dovevano essere tutti senatori quindi nessun governatore di provincia fu condannato (il primo fu Verre). Venivano invece

giudicati colpevoli molto spesso gli appaltatori. A Roma per questo motivo si crea un clima di guerra civile.

Nel frattempo c’è anche un clima di guerra tra i ceti bassi: iniziano le rivolte degli schiavi (rivolta di Euno).

Inoltre non si riesce più a reclutare la V classe, che si era proletarizzata, cioè sono diventati più poveri e non possono essere

reclutati. L’Impero ha permesso ai ricchi di accumulare ancora più ricchezze (potrebbero anche assoldare a loro spese degli

eserciti interi). Ad aggravare questa tendenza c’è anche un fenomeno tipicamente italico: la crisi della piccola agricoltura, che

ha varie origini. Nell’Italia centrale i piccoli proprietari sono sovrastati dall’arroganza dei grandi proprietari terrieri.

Oltretutto l’agricoltura italica si sta convertendo: sempre meno terreno è dedicato ai cereali (i cereali si importano dalle

province di Africa, Sicilia ed Egitto), per dare spazio a colture pregiato (olive, vino), ma queste costano e sono molto delicate,

quindi solo i grandi proprietari possono sostenerle. I grandi proprietari però dedicano poco terreno alle colture e si dedicano

all’allevamento. L’allevamento in Italia è tipicamente transumante: quindi spesso vengono occupate abusivamente terre

pubbliche per far passare gli animali crisi dell’agro pubblico. Lunedì 03 Dicembre 2012 (Lez 19)

GRACCHI

E’ la prima volta nella storia che una città­stato acquisisce un impero territoriale così grande.

C’erano anche innumerevoli contraddizioni all’interno di questo impero, destinate ad esplodere in maniera violenta durante le

guerre civili del I sec. Esse sono il risultato della mancata risoluzione di secolari problemi.

In primis il problema agrar io, che esisteva già nella Roma arcaica. Era stato risolto solo tramite palliativi, come la

conquista di nuovi territori. E’ un sistema simile al conio di nuova moneta in seguito ad una crisi economica. Questa

estensione territoriale però non portava benessere al ceto contadino, bensì portava alla concentrazione delle ricchezze agrarie

in poche mani (la grande proprietà rovina la piccola proprietà).

Questa crisi venne poi accentuata anche dal cambio di modalità di coltura: il grande proprietario non coltiva più graminacee,

ma destina gran parte dei terreni al pascolo, tenendo solo poche colture di pregio (vite e olivo). Il piccolo contadino, invece,

doveva praticare l’agricoltura di sussistenza, almeno per garantirsi l’autosufficienza. Le eccedenze, teoricamente, dovevano

andare sul mercato, ma queste non erano più concorrenti sul mercato morte economica del piccolo contadino.

I grandi proprietari praticavano l’allevamento di transumanza, quindi servivano appezzamenti ampi usavano anche le terre

dell’ager publicum. Però molto spesso abusavano del terreno pubblico, non pagando l’affitto o pagando cifre irrisorie. Inoltre

toglievano alle piccole comunità l’uso delle terre pubbliche. Per esempio le popolazioni appenniniche facevano uso delle terre

pubbliche per poter fare la legna, raccogliere e fare piccoli orti. Una volta arrivate le mandrie dei grandi proprietari tutte

queste piccole colture venivano spazzate via dalle bestie. Inoltre gli animali necessitavano di acqua per abbeverarsi.

Il Senato non interveniva proprio perché erano loro i grandi proprietari terrieri. L’unica voce di dissenso era quella dei tribuni

della plebe.

Prima di allora la proprietà privata era sempre stata considerata sacra ed intoccabile infatti, durante la rivoluzione

romana, i poveri reclamavano le terre pubbliche, non le terre private dei ricchi (non esiste concetto di espropriazione presso i

Romani).

La maggior parte dei piccoli contadini svendeva il proprio terreno e si inurbava, prendendo parte della plebe urbana, che

viveva di sussidi.

Il problema scatenante è stato quello dell’impossibilit à di ar ruolare la V classe , quella che conteneva i piccoli

proprietari. La V classe prevedeva che si avessero dei beni ammontanti a ??? assi. Il governo pian piano abbassava sempre di

più il limite dell’appartenenza, fino arrivare a 1200 assi. Nonostante ciò, non si riusciva più a reclutare. Nel frattempo

servivano assolutamente soldati da mandare oltremare.

I fratelli Gracchi tentarono di ristabilire il ceto dei piccoli contadini. Essi erano esponenti del ceto nobile (Cornelia, la loro

madre, era la figlia di Scipione l’Africano). Essi studiarono presso Blossio di Cuma (sostenitore dell’uguaglianza e della

redistribuzione delle terre).

Nel 133 a.C. Tiberio Gracco promulga la legge agraria, in cui viene limitato l’uso di agro pubblico da parte dei grandi

proprietari, permettendo la ridistribuzione delle terre eccedenti.

I Gracchi quindi erano degli illuminati conservatori. La loro cerchia è molto ristretta (c’è un nipote di Catone, un discendente

di Appio Claudio, il pontefice Publio Licinio Crasso e il console Publio Mucio Scevola).

Tutte le cerchie aristocratiche, però avevano proposte di disegni di riforma agraria, anche nell’ambiente di Scipione l’Emiliano

(Lelio ne fu il promotore). Però è Tiberio Gracco a proporre una vera e propria legge agraria. Le leggi proposte in precedenza

limitavano le porzioni di terre pubbliche che potevano essere affittate a membri dell’aristocrazia senatoria (gli unici in grado

di poterlo fare). Ma per i Gracchi il problema non era quello delle terre pubbliche affittate, bensì quello delle terre pubbliche

occupate illegalmente.

Si crea una commissione di 3 membri, i triumviri. Essi devono andare in giro per l’Italia per verificare quali sono le terre

pubbliche occupate illegalmente. La ricognizione consisteva nel mettere sul terreno dei cippi con il loro nome, che dovevano

indicare il limite territoriale delle terre pubbliche. Se i grandi proprietari avessero continuato ad usarle dopo la procedura dei

cippi, avrebbero potuto essere denunciati dagli altri. Per aggirare il problema, essi spostavano i cippi. Ciò portava all’insorgere

di gravi dissensi dovuti a casi controversi (per es: il grande proprietario sposta il cippo – le comunità si lamentano a Roma – il

senatore si discolpa intervento dei triumviri che avevano fatto la ricognizione di solito davano ragione ai piccoli

proprietari che avevano subito l’usurpazione i senatori erano furibondi contro i triumviri). I triumviri erano il fratello di

Tiberio, Catone e ... .

I Gracchi sono talmente prudenti che quando chiedono ai grandi proprietari di ridare indietro le terre occupate, una parte di

queste viene trasformata in terra privata e data a loro gratuitamente. Questi appezzamenti erano grandi 500 iugeri (1 iugero

= ¼ di ettaro 1 ettaro = 4 iugeri 500 iugeri = 150 ettari). Inoltre, Tiberio Gracco ai 500 iugeri aggiunge 250 iugeri per

figlio, fino ai 1000 iugeri.

I proprietari non sono soddisfatti di questa ridistribuzione perché hanno bisogno di un terreno variabile, che vada dalla

montagna al mare, proprio per praticare la transumanza.

Parte della terra pubblica, invece, era ridistribuita ai piccoli proprietari rovinati o ad esponenti nullatenenti della plebe

urbana. Si creavano piccoli appezzamenti di 30 iugeri (7,5 ettari), che erano sufficienti per poter ristabilirsi economicamente.

Questa operazione comportava grosse spese per lo Stato.

In questo modo veniva sfoltita la plebe urbana e i senatori ne erano scontenti perché essi rappresentavano una clientela da

assoldare per infastidire i nemici politici.

Nel frattempo muore Attalo III, re di Pergamo. Era uno dei regni più fiorenti dell’età ellenistica e alla sua morte

lascia il suo regno a Roma, perché dovette lottare per l’indipendenza contro i regni circostanti ed era stato aiutato dai Romani

lascia le sue terre a Roma come ricompensa. C’era quindi anche il tesoro del regno di Pergamo, che viene portato a

Roma e messo nell’erario. L’erario è amministrato dal senato. Tiberio Gracco propone un plebiscito che prevede che il tesoro di

Attalo venga usato per finanziare la legge agraria.

Ovviamente il senato si irrita Tiberio Gracco si intromette nell’amministrazione dell’erario, che non gli spettava (gesto

illegale).

Inoltre Tiberio Gracco, quando creò i piccoli lotti per i nullatenenti , fu molto chiaro nel definirli inalienabili (che era

il problema più minaccioso per i piccoli contadini).

La nobiltà allora interviene con il tribuno Ottavio (suo nipote sarà Augusto), il quale pone il veto sulla riforma.

Tiberio Gracco allora compie un’altra illegalità: depone il suo collega Augusto. Da qui inizia ad ordirsi la congiura contro

Tiberio Gracco. Tiberio Gracco per portare in porto la riforma necessità di tempo e di altri plebisciti ha bisogno quindi di

rimanere tribuno si fa rieleggere tribuno, ma la legge Villia vietava la rielezione per due anni consecutivi. Tiberio Gracco

compie una terza illegalità: si fare rieleggere dal concilio della plebe. Gli aristocratici armano i propri clienti (e anche schiavi),

creano lotta nelle strade di Roma. Tiberio riunisce il concilio della Plebe sul Campidoglio sperando di essere al sicuro, ma

invece le bande armate lo raggiungono e lui e i suoi seguaci vengono uccisi (131 a.C.). Molti seguaci di Tiberio Gracco

vengono portati in carcere ed uccisi senza la provocatio (diritto di appello) cosa inaudita!!

Nonostante ciò, il gruppo graccano rimane forte perché continua ad avere consensi all’interno del piccolo contadiname, sia in

Roma, che nel resto d’Italia.

Non erano solo i senatori a occupare l’agro pubblico, ma anche le aristocrazie italiche alleate. C’era un legame tra i grandi

proprietari terrieri romani e quelli italici, proprio per comunanza di intenti. Molto spesso erano anche imparentati tra loro.

Quindi anche l’aristocrazia era contro i Gracchi e i piccoli proprietari alleati erano a favore dei Gracchi, per gli stessi motivi

delle comunità romane si crea la stessa lacerazione che c’era in Roma. Per questo gli Italici cominciano a spingere

per avere la cittadinanza romana .

La fine di Tiberio Gracco non comporta la fine dei triumviri graccani: rimangono in carica per parecchi anni dopo la morte di

Tiberio Gracco. La legge va avanti ancora per inerzia per almeno 3 anni (si è solo persa la grande guida). Le popolazioni

appenniniche quindi sono d’accordo con la legge e proteggono l’attività dei triumviri. Continuavano anche i casi controversi.

Nel 129 a.C., Scipione l’Emiliano (esponente dell’aristocrazia conservatrice) propone che i casi controversi passino in giudizio

al Senato (li risolvevano i triumviri). Per fare ciò, l’Emiliano avrebbe potuto chiedere ad un suo amico tribuno della plebe di

proporre questo davanti al concilio della plebe invece fa un senatus consultum, imponendo alla plebe il suo volere fa un

atto di forza!!

Scipione l’Emiliano aveva sposato Sempronia, che era la sorella dei Gracchi. Sempronia, tra i due fuochi, non si sa bene a chi

desse ragione. Scipione l’Emiliano avrebbe dovuto recarsi in Senato per pronunciare il discorso per poter affossare la legge

agraria, ma durante la notte muore che sia colpa di Sempronia???

Alle elezioni per il tribunato del 123 a.C. si presenta Gaio Gracco , il fratello di Tiberio. Egli è meno calcolatore del

fratello ed è dotato di eloquenza tribunizia, sa parlare al popolo. Ha anche maggiore intelligenza politica di Tiberio. Tra i

suoi sostenitori c’è Fulvio Flacco: egli prima che Gaio diventasse tribuno aveva fatto la proposta di concedere l’alleanza

agli alleati. Quindi questa proposta viene fatta mentre gli alleati chiedevano la cittadinanza. La cosa però non passa e si crea

malcontento Fregelle, citt à latina, insorge contro Roma. Roma rade al suolo la città e stermina tutti gli abitanti.

Visto ciò, si propone una legge che permette l’iterazione dei tribuni della plebe (possono essere rieletti anche in anni

successivi). Viene quindi riportata in auge la richiesta di Tiberio Gracco, che alla sua morte era stata cassata. Questo

permetterebbe piani di riforme più complessi e a distanza. Gaio Gracco allora capisce che per far passare la legge agraria

occorre avere con sé le varie componenti della società agraria: i piccoli contadini non bastano. Per es.: la plebe urbana che

pensava di trasferirsi nei lotti dei Gracchi era d’accordo, mentre il resto della plebe urbana non era d’accordo, perché i soldi

spesi per la riforma sarebbero potuti servire per ottenere più sussidi in città. Il Senato sfruttava questo malcontento in

proprio favore.

Allora Gaio Gracco, per ottenere il favore di tutta la plebe urbana, propone una legge frumentaria: distribuzione di grano

a prezzo politico.

Anche altre componenti della società andavano conquistate: per esempio i nemici per antonomasia dei senatori, i cavalieri. Si

propone che il tribunale che giudica i casi di concussione venga tolto dalle mani dei senatori e dato ai cavalieri (legge

iudiciar ia).

Il terzo problema era che le guerre trans­marine avevano creato un ceto di soldati che alla fine delle guerre rimanevano un po’

allo sbando. Gaio Gracco pensa alla fondazione di colonie , a cui potevano partecipare sia questi soldati, sia coloro che

non potevano essere messi a posto dalla riforma agraria (sarebbe stato un complemento della riforma agraria). Gaio Gracco

propone la colonia sul territorio di Cartagine, con il nome di colonia Iunonia.

Per avere il consenso degli alleati, deve escogitare qualcosa di diverso da quella di Fulvio Flacco. Allora pensa di concedere la

cittadinanza agli alleati per gradi : propone che ai Latini venga concessa la cittadinanza romana e che agli Italici

vengano concessi i diritti Latini. Il Senato teme moltissimo l’estensione della cittadinanza perché teme che numericamente

essi diventino la maggioranza nelle tribù dei comizi tributi e dei comizi centuriati. I senatori quindi sono ostili alla proposta.

Il tribuno Livio Drusio (antenato di Livia, moglie di Augusto) propone la deduzione di colonie, in parte in Italia, in parte

fuori dall’Italia. Chiede la fondazione di 12 colonie in Italia (cosa che non accadeva da anni). Forse era un provvedimento

demagogico.

Nel 121 a.C. Gaio Gracco non viene rieletto e allora si reca a Iunonia per partecipare alla fondazione della colonia. Al suo

ritorno un tribuno chiede l’abolizione della legge agraria, ma soprattutto, l’abolizione della colonia di Iunonia, che era il

simbolo dell’azione di Gaio Gracco il suo lavoro viene spazzato via.

Gaio Gracco si oppone e si ricreano gli stessi sconti di 10 anni prima, ai tempi di Tiberio. Il Senato però è più compatto e

richiede subito il senatus consultum ultimum : il console può entrare armato in Roma per ristabilire l’ordine pubblico:

Fulvio Flacco viene ucciso e Gaio Gracco si uccide.

La legge agraria viene smantellata del tutto. Però non si potevano togliere direttamente i terreni ai beneficiari della legge, ma

c’era un altro sistema per farlo: i lotti graccani vengono resi alienabili .

Vengono anche abolite le commissioni graccane. Viene concesso ai grandi proprietari di occupare il suolo pubblico dietro

pagamento di un tributo (affitto). Dopo poco anche il canone di affitto viene abolito.

Si torna allo status quo.

Guerra contro Giugurta : il problema è rimanere durante l’inverno per il clima, che rende il terreno impraticabile. Si

fanno quindi campagne stagionali e quindi ogni anno c’è un comandante diverso.

Giugurta tiene in scacco i Romani fino all’arrivo di Metello e Gaio Mario. Martedì 04 Dicembre 2012 (Lez 20)

GUERRA GIUGURTINA E GUERRA SOCIALE

Fu condotta dall’esercito cittadino, quello incapace di reclutare la V classe.

Fu una guerra lunga e stressante per i Romani perché i comandanti non potevano condurre la campagna dall’inizio alla fine

(avevano carica annuale).

Bisognava risolvere quindi sia il problema del reclutamento, a prescindere dalla riforma agraria, e quello dei comandanti

annuali.

Il problema fu risolto da Gaio Mario: la grande riforma mariana consiste nel reclutamento di volontari che perlopiù sono

nullatenenti. Questi però pretendono di essere pagati l’esercito cambia totalmente composizione.

Scompare l’esercito cittadino e compare l’esercito proletario, in cui soldati si arruolano volontariamente fare il soldato

diventa un mestiere vero e proprio (non più un compito annuale).

Quindi i soldati venivano spesso dalle campagne, con situazioni tragiche l’esercito nasce dalla povert à.

Tutto l’esercito ambiva alla ricchezza: la ferma durava più di 20 anni.

Il passaggio dell’esercito era costosissimo per le province: sia per nutrirli, che per farli dormire l’esercito poteva requisire sia

il cibo che i posti per dormire.

Diventa una casta vera e propria, con tanto di privilegi.

Si torna al sistema dei lunghi comandi militari non si pu ò cambiare il comandante ogni anno perché è sfavorevole alla

strategia di guerra.

Gaio Mario è una dei pochissimi homines novi di quel periodo ascende sulla scia di Quinto Cecilio Metello.

C’erano due grandi tendenze politiche: una conservatrice e una innovatrice. In entrambi c’erano un’autocoscienza politica,

cioè erano consapevoli degli ideali a cui aderivano.

La cosa particolare è che gli innovatori appartenevano alla stessa classe sociale dei conservatori. I conservatori si definivano

optimates, ma non scrissero mai un programma politico, non esisteva nella concezione romana. Quindi non era un partito

vero e proprio, ma una fazione.

La fazione innovatrice era quella dei populares. Questi, per poter fare l’interesse del popolo, volevano diventare tribuni

della plebe, ma loro erano del ceto aristocratico chiedono di diventare plebei!!!

Il più famoso di questi è il tribuno Clodio, che era nobile (discendeva da Appio Claudio) e volutamente ha trasformato il

proprio nome in Clodio, tipico del ceto basso.

Quindi questi populares non rappresentano una rivoluzione sociale perché sono rampolli di famiglie nobili.

I veterani dell’esercito, terminata la carriera, volevano delle terre fertili lo Stato romano doveva espropriare le terre per

poterle dare al veterano. Il proprietario espropriato rimaneva in zona, in attesa di poter riprendersi le terre crea un

meccanismo perverso alla lunga, che renderà ancora più sanguinose le guerre civili.

Mario sconfigge Giugurta, dopo aver preso il potere estromettendo il suo patronus Metello.

Le ultime fasi della guerra contro Giugurta vengono condotte da Lucio Cornelio Silla, reazionario e schierato totalmente

dalla parte degli optimates.

Mario ben presto dovette ripartire verso la Gallia Meridionale. Era un pericolo misto composto da Galli e Germani mischiati

tra loro. La componente Germanica era la più temibile (soprattutto Cimbri e Teutoni). I Teutoni si spinsero fino ad Orange.

Mario riesce a sconfiggere i Teutoni, poi anche i Cimbri ai campi Raudii (che erano penetrati nell’Italia settentrionale fino a

scendere nella Pianura Padana).

Mario diventa un salvatore della patria i Galli sembravano debellati dal almeno due secoli, ma invece erano ancora una

minaccia.

La politica romana si svolge all’ombra del vincitore: dopo le vittorie contro i Galli, Mario continua a ricoprire la carica di

console per molti anni consecutivi (non era legale, in teoria). Quindi molti uomini politici cercarono di sfruttare la sua scia per

ascendere politicamente. In questo periodo si ripropone, da parte di alcuni tribuni della plebe, tutta una serie di riforme filo­

popolari. I principali esponenti di questa stagione politica sono Glaucia e Saturnino, entrambi tribuni della plebe.

Saturnino proponeva delle riforme simile a quelle graccane e propone di chiedere le terre da dare ai veterani agli alleati. In

cambio bisogna dare qualcosa agli alleati propone di dargli la cittadinanza.

Inoltre propone un secondo plebiscito, con cui, di fatto, regalava il grano al popolo.

Saturnino non fa nemmeno in tempo a proporre il plebiscito, che a Roma si scatena il finimondo: il Senato arma i propri

clienti. Saturnino capisce che l’unico modo per far passare i propri plebisciti è obbligare il Senato ad obbedire. Allora inventa

due strumenti (che saranno anche la sua tomba):

­ isituisce una nuova quaestio (accanto a quella de pecunis repetundis), la quaestio de maiestate .

Essa giudica i diritti di lesa maestà, che per i romani è la maestà del popolo romano, non di un singolo individuo se un

tribuno propone un provvedimento in favore del popolo, chi si oppone compie un atto di lesa maestà. Questo provvedimento è

l’arma su cui faranno leva tutti i demagoghi.

­ impone che i senatori rimangano fedeli ai plebisciti proposti tramite un giuramento.

Dopo questo fatto Metello va in esilio perché si rifiuta di obbedire ad un tale provvedimento. L’aristocrazia intera è

indignata e si oppone.

Tutta l’aristocrazia sa che dietro Saturnino e Glaucia c’è Gaio Mario è praticamente impossibile poterlo uccidere. Però Gaio

Mario è console e la città è in una situazione molto tesa quindi i senatori proclamano il senatus consultum ultimum .

Mario è quindi messo in croce, perché è costretto dalla sua popolazione di console a entrare in città e combattere i suoi amici

Saturni e Glaucia. Abbiamo Mario contro i mariani.

Quindi Mario ora ha due possibilità: fare una rivoluzione e non obbedire oppure obbedire. Egli obbedisce, in quanto uomo

politico. La sua posizione è fortemente indebolita ora.

Livio Druso nel 91 a.C. (figlio del Druso che si era opposto a gaio Gracco) è tribuno della plebe. È un conservatore

illuminato. Capisce che è giunta l’ora di creare un organismo politico relativamente unitario, ma solo a patto che venga

concessa la cittadinanza a tutti gli alleati, sia Latini che Italici.

Sa benissimo che non può fare questa proposta apertamente e decide quindi di inserirla la proposta insieme ad un panchetto di

altre riforme:

(1) entrambe le quaestiones devono tornare sotto i senatori

(2) per fare contenti i cavalieri, propone che ne vengano inseriti 300 nel Senato

Entrambe le proposte, in realtà, non accontentarono i senatori e i cavalieri.

(3) Propone anche la fondazione di nuove colonie, sui terreni degli alleati, dandogli anche la cittadinanza.

E’ la stessa proposta che fece Fulvio Flacco nel 125 a.C., ma adesso l’atteggiamento dei nobili non cambia l’aristocrazia

rimane ancorata alle sue posizioni conservatrici e scatena la sua clientela contro Druso, che viene ucciso . In seguito a ciò,

l’Italia insorge Guerra Sociale (91­88 a.C.) .

Avrebbe potuto essere una guerra mortale per Roma, perché, molte popolazioni italiche volevano indipendenza, ma la

maggioranza voleva la cittadinanza è una guerra contro Roma , ma per diventare Romani . Due secoli e mezzo

prima era stata fatta per rimanere Latini ed Italici.

Gli Italici combattono con la stessa strategia di Roma: si riuniscono in una capitale, Corvinium (l’odierna Sulmona). Qui si

raduna un Senato (uguale e contrario a quello di Roma), composto dalle aristocrazie italiche. Eleggono magistrati simili ai

consoli romani, che hanno la funzione di condurre l’esercito prevalentemente. Corvinium viene battezzata Italica, perché è

la città­centro morale di tutti gli alleati. Battono moneta, su cui incidono soldati con spade sguainate e simboli propiziatori.

Sulle monetine c’è la parole Vitellio, che vuol dire sia vitello che Italia si identificano nel toro come Roma di identifica nella

lupa (spesso raffigurano un toro che incorna una lupa).

Non c’è un sentimento nazionale, ma un sentimento di unit à etnica.

Roma si sente in difficoltà perché sono numerosi e molto vicini. In Senato i più illuminati sono disposti a concedere la

cittadinanza, ma la maggioranza è contraria, per paura che nei giorni di comizio gli alleati (ormai cittadini), arrivando a

Roma a votare, rappresenteranno la maggioranza sia nei comizi tributi che in quello centuriati (erano tantissimi, più dei

Romani).

Quindi Roma muove sul piano militare: è impossibile tenere testa ad un esercito italico compatto, quindi bisogna dividere

isolare le varie parti. Per abilità militare, in queste azioni di guerra spicca Lucio Cornelio Silla.

Roma muove anche sul piano diplomatico: non tutti gli Italici sono insorti contro Roma. Inizia a circolare l’idea che forse si

può concedere la cittadinanza a coloro che non hanno preso le armi contro Roma. Questo è anche un incentivo, perché se si

concede la cittadinanza ai “pacifici”, magari chi aveva preso le armi decide di deporle, pur di ottenere la cittadinanza.

La lex Iulia del 90 a.C. (fatta dal padre di Giulio Cesare) concede la cittadinanza a chi non aveva preso le armi contro

Roma e chi e aveva deposte maturius, cioè che le avevano deposte in tempo.

Questa legge frantuma la compattezza del fronte nemico

Nell’89 a.C. la legge Plautia Papir ia propone la cittadinanza a chi avesse domanda al pretore: i beneficiari sono quelli

che al tempo della legge Iulia aveva le armi, ma che aveva deciso di deporle.

Gallia Cisalpina : non si sa se avessero partecipato alla Guerra Sociale. I Romani li premiano concedendo loro i diritti

latini (ma non la cittadinanza), tranne le colonie latine (che già c’erano: Rimini, Mantova, Piacenza, Cremona, Aquileia), che

diventano municipia, cioè città di diritto romano.

Era stato Pompeo Strabone ad aver concesso questi privilegi ai Galli (suo figlio è Pompeo Magno).

La concessione della cittadinanza comportava però l’iscrizione nelle tribù, con il rischio che gli alleati diventassero la

maggioranza dentro le tribù.

Ormai i comizi legislativi erano i comizi tributi, quelli centuriati servivano solo per eleggere i pretori e i consoli. Allora

vengono create nuove tribù. Bisogna anche tener conto che vanno a votare solo gli aristocratici, la grande massa non si reca a

Roma a votare.

La Guerra Civile viene chiusa da Roma con una vittoria rapida ed insperata. È una vittoria dell’aristocrazia.

La vittoria sarebbe potuta essere maggiormente sfruttata se non fosse incorso un nuovo pericolo esterno: Mitridate, il re del

Ponto.

Mitridate era di stirpe iranica e regnava sul Ponto, una regione dell’odierna Turchia. Lì vicino i Romani avevano la provincia

d’Asia, cioè i territori ottenuti dal Regno di Pergamo. A fianco c’era anche la Bitinia

Mitridate, essendo iranico, sentiva veramente estraneo il mondo romano. Suo genero era armeno

PROV. ASIA BITINIA PONTO ARMENIA

GALATIA CAPPADOCIA

I Romani aizzano Niccomede, re di Bitinia, contro Mitridate e ha una reazione spropositata contro i Romani.

Invade la provincia di Asia e passa per le città greche, facendo propaganda contro i Romani.

La conduzione della guerra contro Mitridate spetta a Silla, il quale si reca a Nola dove c’è l’esercito. Arrivato a Nola, Silla

viene a sapere che in seguito ad un plebiscito fatto da Sulpicio Rufo, gli era stato tolto il comando della guerra e viene dato a

Gaio Mario. Silla allora prende l’esercito, lo fa marciare su Roma (ILLEGALISSIMOOOO!!!) e stermina tutti i mariani.

Allora parte contro Mitridate. Giovedì 06 Dicembre 2012 (Lez 21)

Problema interno: sistemazione dei nuovi cittadini italici all’interno delle tribù.

L’aristocrazia non li vuole e vengono quindi create 10 nuove tribù la loro incidenza politica è quindi ridotta.

Problema esterno: si affaccia la minaccia di Mitridate.

Il Ponto si estendeva sul Mar Nero, ma aveva dei possedimenti anche nella penisola di Crimea, al di là del Mar Nero. La

Crimea è sempre stata molto produttiva dal punto di vista agricolo.

All’inizio degli anni 80 emerge Sulpicio Rufo, un tribuno delle plebe. Fa delle proposte che evidenziano come i tribuni della

plebe facessero l’interesse della plebe. Egli propone l’abolizione delle nuove tribù e che gli alleati vengano inseriti nelle 35

tribù originarie. Il plebiscito non passa, soprattutto a causa di Silla. Mario, invece, si schiera con Sulpicio Rufo.

L’altra proposta di Sulpicio Rufo è che il comando della guerra contro Mitridate venga tolto a Silla e dato a Mario è una

proposta illegale, proprio perché Silla era il magistrato e il compito era suo.

Silla, invece di proseguire verso Brindisi per imbarcarsi, torna verso Roma ed entra in città con l’esercito.

Una volta fatta la strage di tutti i mariani Silla torna sulla sua via per Brindisi.

Mario sopravvive ma muore successivamente. A lui subentra Cornelio Cinna, che diventa il dominatore di Roma, visto che

Silla è via da Roma. Essendo nemico di Silla, noi ci aspettiamo che lui sia filo­popolare, invece non prende nessun

provvedimento in questa direzione. Tacito dice che la posizione di Cinna è una dominatio, una sorta di tirannide.

Pace di Dardano : tra Silla e Mitridate. Doveva consentire ai Romani di tornare in Italia per combattere tutti i cinniani.

Con Silla si schierano le grandi famiglie nobiliari, soprattutto quelle anti­mariane, come i Metelli, ma anche alcuni giovani,

come Publio Licinio Crasso . Crasso discendeva per ¾ da una famiglia nobile e per ¼ da una famiglia di equites. Crasso si

schiera contro Mario perché aveva avuto il padre e i fratelli uccisi nelle stragi compiute dai mariani.

Si schiera dalla parte di Silla anche Gneo Pompeo. È il figlio di Pompeo Strabone, che aveva concesso i diritti latini alla

Gallia Cisalpina.

Silla torna a Roma, si scatena il panico tra i mariani e Cinna. Essi danno il comando a Sertorio, un abile condottiero, ma a

causa di gelosie interne ai populares, Sertorio viene mandato in Spagna come governatore. Silla arriva a Roma con l’esercito e

fa una strage, dopo aver sconfitto i mariani sulla porta Collina.

Silla crea le liste di proscr izione: se si era proscritti si poteva essere perseguitati da Silla (esproprio di terre, morte).

Furono uccisi almeno 80 senatori, 1500 equites.

Silla ha in mente riforme di stampo oligarchico, volte a colpire i mariani. Però lui non poteva prendere la carica di console,

proprio perché aveva commesso illegalità marciando su Roma. Decide allora di fare una dittatura, ma diversa da quella

“classica”: lui ha pieni poteri, probabilmente a tempo indeterminato. È una dittatura legibus scr ibundis et rei

publicae costituendi, cioè per fare delle nuove leggi e dare una nuova struttura allo Stato. Roma era ormai un impero e

doveva adattare il proprio assetto politico: si doveva passare ad una monarchia. Ma questo a Roma non era possibile. Cesare

fu molto vicino ad arrivarci, ma venne ucciso. Augusto riesce a sistemare l’assetto politico: è un monarca, ma mantiene tutte

le istituzioni repubblicane.

Silla vuole tornare alla situazione precedente ai Gracchi, vuole fare fuori i populares e i tribuni della plebe.

Silla, che si sentiva un uomo della provvidenza, ancora tutto il suo potere nel divino: sente di essere protetto dal volere degli

dei.

Riforme di Silla :

­ Vengono sfruttate le confische di terre fatte ai mariani tramite le liste di proscrizione: si riescono a sistemare 120mila

veterani.

­ I senatori vengono portati da 300 a 600 (era stato proposto anche da Livio Druso, che era un tribuno moderato).

­ Le quaestiones vengono restituite ai senatori (come proposto da Livio Druso).

­ Data la vastità dell’esercito romano, esso non poteva rimanere su suolo romano, per paura di insurrezioni.

Silla decide allora di allargare il pomoerium, comprendendo tutta l’Italia peninsulare. Quindi quando l’esercito tornava in

Italia, una volta sbarcato a Brindisi doveva obbligatoriamente congedare l’esercito.

­ Silla era convinto che tutti i mali di Roma erano causati dai tribuni della plebe, soprattutto per i provvedimenti presi dai

populares. I tribuni avevano il diritto di veto e di intercessione (divieto): Silla elimina il diritto di intercessione.

­ Il tribuno, di norma, doveva presentarsi davanti al concilio della plebe e proporre un plebiscito (dopo la legge Hortensia

erano poi estesi a tutta la popolazione romana). La libertà del tribuno nel proporre i plebisciti per Silla era un pericolo: Silla

decide di tornare alla vecchia maniera, quando i plebisciti dovevano poi essere approvati dal Senato. Ora Silla impone che i

plebisciti vengano prima valutati dal Senato e poi portati al concilio della plebe.

­ Silla impone che chi abbia ricoperto la carica del tribuno della plebe non possa più ricoprire cariche superiori. Era un

provvedimento contro quei nobili che ricoprivano la carica di tribuno solo per acquisire clientele (demagoghi).

­ Chi aveva una carica di console o pretore doveva rimanere in Italia per tutta la durata della carica.

­ Aumenta il numero dei questori a 20.

­ Parte della tradizione attribuisce a Silla la cessazione della distribuzione di grano a prezzi popolari.

­ Silla sapeva che l’eliminazione delle 10 tribù per gli alleati, quindi abolisce l’elezione dei censori (che erano coloro i quali

avrebbero dovuto smistare gli alleati nelle 35 tribù)

Fatti tutti questi provvedimenti Silla abdica e si ritira a vita privata e muore l’anno successivo (78 a.C.).

Nel Senato prevale una corrente di conservatori moderati (come la palude della rivoluzione francese) e si fanno dei

provvedimenti per eliminare le correnti estremiste sillane.

Oltre ai problemi interni, c’erano dei problemi al di fuori di Roma. C’erano ancora dei mariani vivi, come Sertorio in Spagna.

Riuscì a costituire una sorta di enclave separata all’estremo occidente dell’impero, perché era riuscito ad ottenere il consenso

della popolazione. Sertorio forse cercò anche di accordarsi con Mitridate contro i Romani: è la prima volta che un romano è

disposto a diventare un nemico di Roma.

In tutta questa situazione, alcuni uomini tentano di emergere. Sono consoli Quinto Lutazio Catulo (sillano) e Marco

Emilio Lepido (è il padre del futuro triumviro).

Marco Emilio Lepido era un personaggio enigmatico e aveva cominciato come sillano, ma si era staccato presto da Silla,

appartiene ad una famiglia nobilissima e venne candidato al consolato da una coalizione di famiglie tra le quali c’erano anche

i Metelli e Pompeo.

Pompeo aveva dei risentimenti contro Silla, perché Pompeo aveva eliminato i mariani in Africa, ma Silla non gli aveva

permesso di fare il trionfo.

Lepido appena arriva al consolato propone delle leggi che immediatamente i suoi alleati politici (Metelli e Pompeo) non

accettano. Sono leggi demagogiche (legge frumentaria), leggi in favore dei proscritti (che erano quasi tutti mariani). Richiama

consensi presso gli Etruschi, si pone a capo di un movimento insurrezionale (quindi contro lo Stato, nonostante lui ne sia un

rappresentante) e marcia su Roma.

Un suo legato, Giulio Bruto, inizia ad arruolare i Galli Cisalpini. Viene bloccato alle porte di Roma da Lutazio Catulo.

Lepido fugge in Sardegna, ma passerà alla storia come il console sovversivo. La sua marcia su Roma fu quella di un uomo

ambizioso di potere (non come Silla, che aveva un programma politico), che sfrutta il malcontento.

Pompeo va in Spagna e sconfigge Sertorio. Tornato a Roma deve fare i conti sulla rivolta degli schiavi guerra servile.

Sulla vittoria sugli schiavi nasce un contenzioso tra Pompeo e Crasso.

A Roma intanto si procede allo smantellamento delle leggi sillane, a più riprese. Vengono smantellate in particolare tutte le

leggi che limitavano il tribunato della plebe, che viene reintegrato nelle sue antiche funzioni. Vengono abolite le tribù

aggiunte. Nel 70 a.C. viene fatto il censimento, è una volta smantellate le tribù aggiunte, ci sono il doppio degli abitanti

rispetto a 15 anni prima si era capito che gli alleati che partecipavano alla vita politica erano solo le aristocrazie, le quali

erano filo­romane, quindi non erano pericolosi. Vengono poi radiati dal Senato più di 60 senatori (sillani). Tra il 69 e il 56

a.C. i fasti consolari dimostrano che ci furono solo 4 homines novi l’aristocrazia è potente.

Tra questi 4 homines novi c’è Marco Tullio Cicerone.

Un altro problema che viene momentaneamente risolto è quello delle quaestiones: si fanno delle commissioni miste (non più

solo senatori o solo cavalieri), per avere una maggiore stabilità. I senatori accettano questo compromesso perché si erano

verificati casi di assoluzione clamorosi nei confronti di governatori corrotti nell’opinione pubblica (anche in quella

senatoria) voleva una maggiore moralizzazione. In questo periodo scoppia anche il caso Verre, che si trova ad affrontare

Cicerone in tribunale.

C’erano dei problemi nell’approvvigionamento di grano a Roma perché i mari erano infestati dai pirati, soprattutto in Cilicia

(zona della Turchia odierna). Questi pirati erano i maggiori procuratori di schiavi, ma poi colpivano qualsiasi nave.

Martedì 11 Dicembre 2012 (Lez 22)

I pirati erano “imprendibili” perché passano la maggior parte del tempo imbarcati sulle loro navi. Mitridate era amico dei

romani e li usava in funzione anti­romana. Silla voleva fare da tempo la spedizione contro i pirati, ma sapeva che avrebbe

messo in gioco anche Mitridate. Silla dopo la pace di Dardano è soddisfatto dai risultati e Mitridate se ne stava tranquillo

nel suo regno è una sorta di tacito accordo di non­belligeranza.

Alla morte di Silla le forze politiche romane sono libere nella decisione di una guerra contro Mitridate.

Il comando è affidato a Lucullo, si reca in Asia e sconfigge più volte Mitridate, costringendolo a fuggire in Armenia, presso

il genero Tigrane IV.

Lucullo in provincia aveva come nemici i pubblicani (non sopportava le loro ruberie). C’erano anche dei senatori ostili a

Lucullo, cioè quei senatori che temevano che una sua vittoria definitiva su Mitridate lo avrebbe elevato a personaggio

prestigioso. Uno dei principali nemici di Lucullo era Gneo Pompeo. Altri nemici di Lucullo erano i soldati.

Gneo Pompeo, prima di mettersi in politica, manda avanti il tribuno Aulo Gabinio. Gabinio propose la guerra ai pirati, ma

senza pronunciare il nome di chi avrebbe dovuto condurre la guerra. Sarebbe dovuto essere un comandante con comando

straordinario, di 3 anni. Inoltre sarebbe dovuto essere un comando provinciale, nel senso letterale del termine (provincia =

“compito”) la provincia sarebbe stata, quindi, il mare. Ma questa guerra su mare avrebbe implicato anche degli sbarchi su

terra, quindi in province in cui c’erano già dei governatori il comandante avrebbe dovuto fare sbarchi in territori gi à

provvisti di governatori.

Quindi per evitare incomprensioni questo comandante avrebbe dovuto avere un imperium superiore a quello dei suoi colleghi.

Gli sarebbero state attribuite 500 navi, il potere di reclutare fino a 20 legioni (più di 100mila uomini), avrebbe potuto

scegliere 24 legati (uomini di fiducia da far diventare ufficiali dell’esercito).

Solo dopo l’approvazione del plebiscito si decise chi avrebbe dovuto prendere questi poteri, ma era ovvio che sarebbe dovuto

essere Pompeo.

Pompeo parte e dimostra un’abilità militare e diplomatica straordinaria: sconfigge più volte i pirati e poi li insedia in Asia

Minore li deporta per farli diventare contadini (soprattutto in Cilicia).

I pirati probabilmente volevano diventare contadini, infatti mostrano gratitudine nei confronti di Pompeo: successivamente

diventeranno clienti di Pompeo. Pompeo si monta talmente la testa che fonda una città dandole il nome di Pomepeiopolis in

Oriente.

Gaio Manilio propone che a Pompeo venga attribuito il comando contro Mitridate, per sconfiggerlo definitivamente. Pompeo

ottiene il comando e riesce a sconfiggerlo e Mitridate fugge nei territori trans­marini del Ponto (Crimea). Sarà poi il figlio

Farnace a riprendere i conflitti con Roma (verrà poi sconfitto da Cesare).

Quando muore Tigrane, si crea un vuoto di potere in Siria. È una terra ricchissima, ma è anche pericolosa perché molto varia

nella composizione etnica. Pompeo decide allora di scendere in Siria (si trovava già in Armenia). Pompeo nel 66­64 a.C. la

annette e le dà un ordine (ormai era lacerata in piccoli regni clienti del regno di Gerusalemme, che a sua volta stava dentro al

regno di Siria). Pompeo torna a Roma. Nel frattempo Publio Licinio Crasso (era rivale di Pompeo dai tempi della guerra

di Sparta) e Gaio Giulio Cesare (aveva speso tutti i soldi della famiglia per entrare in politica ed apparteneva alla gens

Iulia) erano diventati una minaccia per Pompeo.

Pompeo creò un gran numero di province in Oriente (Ponto, Bitinia, Siria) ed erano diventate suoi clienti questo fatto

faceva paura a Roma.


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Enrico91

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DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Enrico91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Michelotto Giuseppe.

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Storia romana, appunti
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