Storia romana
Le fasi di governo di Roma
Roma ebbe tre fasi di governo: Monarchia, Repubblica e Impero. Le fonti storiografiche tendono a far iniziare la storia romana nel 753 a.C. con Romolo e a farla terminare nel 476 d.C. con Romolo Augustolo. Essa può essere ricostruita attraverso diversi filoni: storia agraria, storia dell’esercito o ancora la storia politica e istituzionale.
La nascita della storiografia romana
Roma ha una sua caratteristica: rispetto ai greci che fin dai tempi più remoti si sono occupati in maniera minuziosa della loro storia partendo dai miti e arrivando alla storia a loro contemporanea, Roma nei suoi primi secoli di vita non ha avuto una sua storiografia. Questa è nata durante le guerre annibaliche e il primo annalista fu Fabio Pittore della famiglia dei Fabii nel III secolo a.C., quindi cinquecento anni dopo la fondazione della città.
Tramandare il passato di Roma
In tempi arcaici esisteva la tradizione orale tramandata di padre in figlio nelle grandi famiglie aristocratiche. Tramandare il passato di Roma voleva dire tramandare la grandezza delle famiglie e proprio per questo esistevano diverse tradizioni, poiché ogni famiglia la raccontava a favore proprio. L'unica tradizione scritta dei tempi più antichi di Roma era quella dei pontefici. Essi non erano propriamente sacerdoti come lo si intende oggi, ma erano politici che si occupavano di questioni religiose.
Esistevano diversi collegi sacerdotali, ma quello dei pontefici aveva un compito particolare: ogni fine anno trascrivevano su delle tavole i fatti principali accaduti: guerre, nomi di personaggi illustri, fatti attinenti alla sfera del divino. Le tavole non si sa che fine facessero; secondo alcuni venivano imbiancate per essere riutilizzate e le notizie trascritte venivano riportate su tavole di cera e poste in un tempio. Secondo altri, invece, le tavole venivano portate direttamente al tempio e appese.
La periodizzazione della storia di Roma
Uno dei problemi della storia di Roma è la sua periodizzazione. Secondo le fonti antiche, Roma sarebbe stata fondata il 21 aprile 753 a.C. È ovvio che non si ha la certezza esatta della data di fondazione ma sicuramente si ha la certezza di un insediamento stabile intorno alla metà dell'VIII secolo a.C.
Congiuntamente alla data di fondazione, le fonti forniscono la data di fine dell’Impero Romano d’Occidente, nel 476 a.C. quando Odoacre depose il giovane imperatore Romolo Augustolo. Il problema è che le fonti attingono dalla filosofia della storia. Se si considera come data di crollo dell’impero romano il 476 d.C. si dà importanza alle invasioni barbariche, un barbaro che depone un imperatore romano.
Teorie sulla caduta dell'impero romano
André Piganiol, storico e archeologo francese, in uno dei suoi scritti sostenne che un barbaro uccise l’imperatore e che lo stato non versasse in stato di crisi. In questa ipotesi, la caduta dell’impero romano d’Occidente è dovuta a fattori esterni. È una teoria come un’altra: perché una civiltà inferiore è riuscita a distruggere una civiltà superiore?
Piganiol, nell’intento di scrivere il libro, pensava alla Germania del suo tempo (la Germania tra le due guerre), quindi è ovvio che il punto di vista moderno andò a influenzare l’ottica che si aveva sul passato.
Interpretazioni del crollo dell'Impero
Michail Ivanovič Rostovcev, storico russo, scrisse la storia sociale di Roma che fu di gran voga nei primi anni ’50 del ‘900. All’interno del libro c’era la tesi secondo cui la civiltà classica, scendendo nelle masse, produsse al suo interno nuovi barbari. La civiltà greco-romana era elitaria, studiavano solo i ricchi o almeno chi se lo poteva permettere. La cultura allora non era penetrata nelle masse (eccezione dell’Atene del V secolo a.C. governo di Pericle dopo le guerre persiane).
Quando una cultura diventa democratica, cioè filtra nel popolo, si abbassa di livello inevitabilmente. Questo è ciò che accade all’interno dell’impero romano da un punto di vista sociale, culturale ed economico. Lo si può notare a partire da Caio Mario nel II secolo a.C. con la riforma che riguardò l’esercito. Fino ad allora, l’esercito era composto da soldati che potevano armarsi da soli senza il sussidio dello stato.
La riforma dell'esercito di Caio Mario
Si aveva quindi un esercito cittadino, reclutato dallo stato e autofinanziato. La necessità di truppe porta Caio Mario ad aprire le file dell’esercito anche ai ceti più abbienti che non si potevano permettere la spesa di un’armatura. Lo stato recluta proletari, volontari, spesati dallo stato e anche non cittadini, facendo diventare l’esercito mercenario.
Il declino dell'esercito cittadino
Rostovcev affermava che Roma divenne grande grazie all’esercito cittadino, ma che poi per svariate cause col passare del tempo questo divenne mercenario. Una volta, il comandante dell’esercito era il console (la più alta carica dello stato) che veniva eletto ogni anno e che rimaneva in carica un anno. Questo faceva sì che non si creassero legami tra il comandante e l’esercito, ma nel momento in cui il condottiero non è più il console ma un uomo che rimane in carica più anni, porta alla creazione di un forte legame tra i soldati e il loro capo.
Ciò fa sì che l’esercito diventi una forza politica perché non risponde più allo stato ma al suo generale. Sarà proprio l’esercito quella forza che per tutta la durata dell’impero creerà e distruggerà imperatori. Le file erano composte da povera gente ignorante, semianalfabeta che vedeva nell’esercito un modo di riscatto dalla vita umile, i loro alleati provenivano dalla loro stessa classe; una vera e propria rivoluzione contro la civiltà classica. Rostovcev non aveva mai visto di buon occhio le masse, egli aveva provato sulla sua pelle la Rivoluzione d’ottobre del 1917, era ossessionato dall’idea che le masse avrebbero distrutto la civiltà russa prima e quella occidentale poi. Nella periodizzazione hanno sempre un peso le preoccupazioni del presente.
Teorie di Edward Gibbon
Edward Gibbon, storico inglese, secondo la sua interpretazione della storia romana ci sono due fattori di crisi:
- La vittoria del Cristianesimo che aveva snaturato la civiltà classica.
- I barbari.
Gibbon precorre Piganiol; la crisi dell’impero romano d’occidente è dovuta alla fusione di elementi interni ed esterni. Se a determinare la crisi del mondo romano è il Cristianesimo, la deposizione di Romolo Augustolo è solo un episodio della storia romana. Per alcuni, l’impero romano capitolò con l’Editto di Milano del 313 d.C. emanato da Costantino che prevedeva la libertà di culto o nel 312 d.C. quando ci fu la battaglia di ponte Milvio dove Massenzio si scontrò con Costantino; quest’ultimo fece incidere sugli scudi dei soldati il simbolo di Cristo.
Il punto è che se l’imperatore era cristiano dichiarato il popolo era davvero libero di professare un’altra fede? Gli anni intorno al 390 d.C. sono cruciali su piano politico e religioso; in questo periodo l’imperatore fu Teodosio che proclamò il Cristianesimo religione di stato come conseguenza gli altri culti vennero perseguiti. A Milano Teodosio si inginocchia davanti al vescovo di Milano ponendo il potere politico in soggezione del potere religioso; secondo altri la fine dell’impero romano è la notte di natale dell’800 d.C., momento in cui Carlo Magno si fa incoronare imperatore del Sacro Romano Impero Germanico.
La tradizione orale e scritta nella storia di Roma
Per la storia di Roma, la tradizione orale e quella scritta sono fondamentali. La storiografia romana nasce durante le guerre annibaliche; prima di allora si tramandavano esclusivamente fatti eccezionali il più delle volte legati alla sfera del divino. I romani erano molto attenti e rigorosi nelle cerimonie religiose per ottenere il consenso divino, tutte le sconfitte venivano spiegate affermando la rottura del rapporto tra Roma e le divinità; erano molto attenti ai segni divini, come il movimento degli astri.
Infatti, secondo i romani il cielo era la casa degli dei, un’idea di origine etrusca. Le tavole dei pontefici davano delle indicazioni sulla vita pubblica romana e la loro attenzione per il movimento degli astri porta al concepimento dei calendari; in questi manufatti veniva indicato quando si doveva svolgere la vita pubblica, quando dovevano essere celebrate le feste e quando non si doveva svolgere la vita pubblica.
Fasti e periodizzazione
In età repubblicana cominciò a emergere l’idea di tenere il conto degli anni della città, il tempo veniva tenuto conficcando un chiodo nel muro di un tempio; era utile indicare gli anni e per questo vennero creati i Fasti: erano liste che si occupavano degli imperatori, dei magistrati, delle festività. I più importanti erano i Fasti Consolari, delle liste in cui anno per anno era indicato il Console in carica: egli era la più alta carica dello stato, ve ne erano due e venivano eletti ogni anno. Oltre ai consoli si cominciò a redigere le liste dei Pretori, degli Edili e poi più in là quando venne creata la carica anche quella dei Censori.
I nomi dei “magistrati” romani appartengono tutti alle Gentes di Roma (la storia di Roma è la storia delle grandi famiglie aristocratiche). Nel periodo più arcaico di Roma subentrarono in città i Clan, gruppi di persone composte da 4000/5000 individui; la struttura clanica ha come nucleo vincoli di sangue e di clientela.
Il rapporto tra Roma e i clan
Quando un individuo del clan era in difficoltà, il capo clan interveniva sia che questi fosse una persona ricca sia che questi fosse povero; il clan è un gruppo compatto. Com’è il rapporto tra Roma e i clan che vengono annessi ad essa? Il clan è originariamente estraneo alla vita cittadina, un esempio è l’episodio che riguardò il clan dei Fabii: nel 477 a.C. (età repubblicana) Roma è già proprietaria di possedimenti sulla riva destra del Tevere, questi sono di proprietà del clan dei Fabii. Veio, in conflitto con Roma, attacca e brucia alcuni dei terreni dei Fabii. Questo è un vero atto di guerra, il clan appartiene alla civitas romana, ma la città prende tempo e i Fabii scendono così in guerra contro Veio; questo episodio serve per affermare che la struttura clanica e quella civica non sono sempre in accordo.
Da clan a gens
Da dove arrivavano i clan? I clan generalmente provenivano dalla dorsale appenninica, e da qui si spingevano a valle in cerca di terre fertili e vicino al mare, ma che non fossero paludose; i gruppi clanici erano composti da centinaia di unità, il più famoso fu quello dei Claudi il cui capo era Atta Clausus (romanizzato Appio Claudio) sabino per nascita come altri due re di Roma (Tito Tazio e Numa Pompilio).
Appio Claudio portò il suo clan sotto le mura di Roma, già età repubblicana, e chiese di poter entrare in Roma con il suo gruppo e avere delle terre a disposizione; i romani un po’ per paura un po’ per prudenza decisero di concedere ad Appio Claudio e alla sua famiglia di vivere entro le mura della città, mentre i 5000 componenti del clan avrebbero ricevuto terre, al di fuori le mura, da coltivare con la clausola che tutti divenissero romani.
Un episodio analogo e precedente ad Atta Clausus fu Servio Tullio. In età monarchica quando sul trono di Roma sedeva il re etrusco Tarquinio Prisco un clan comandato dai fratelli Celio e Aulo Vibenna arrivò a Roma e si stabilì su uno dei sette colli romani, che avrebbe preso nome di Celio, appunto da uno dei due fratelli; essi avevano un luogo tenente chiamato Mastarna. Questo Mastarna altri non è, probabilmente, Servio Tullio, che succederà sul trono a Tarquinio Prisco.
Il potere del re e la trasformazione dei clan
Un altro clan che si presentò sotto le mura romane fu quello di Appio Erdonio che arrivò con un gruppo di 4000 uomini; questa volta però il clan non fu ammesso in Roma perché questa accresciuta in grandezza e forza poteva ora tenere testa ad un gruppo consistente. La convivenza tra gruppo clanico e gruppo civico resiste ma quest’ultimo diventa via via il più forte in quanto il clan comincia a perdere le sue prerogative come ad esempio la legge del taglione. In questa situazione serviva una personalità abbastanza forte (il Re) che amministrasse la giustizia; ciò provoca lo sgretolamento del corpo clanico in unità più piccole le gentes (singolare è gens). La gens è un gruppo considerevole di persone che hanno in comune la caratteristica di ritenersi discendenti da uno stesso antenato.
Tutti i membri della stessa gens hanno lo stesso nomen (nome di famiglia), e la gens si regge sul rapporto clientelare.
L'evoluzione del nome romano
Quello di cui si sta parlando è il modo in cui veniva tramandato il tempo più arcaico di Roma; le memorie gentilizie sono le memorie di ogni singola gens formata da varie famiglie che riconoscono un antenato comune. All'inizio del III secolo a.C. si usava dare al cittadino romano 3 nomi:
- Lucius Cornelius Sulla (Lucio Cornelio Silla),
- Publius Cornelius Scipiones (Publio Cornelio Scipione),
- Caius Cornelius Lentulus.
Tutti quelli che hanno come secondo nome Cornelius fanno parte della gens Cornelia; la gens con il passare del tempo perderà la sua unità politica, ma non quella religiosa, ogni gens ha le sue tradizioni, i suoi culti, le sue divinità. Mano a mano che si sviluppa la vita cittadina i clan e le gentes perderanno di valore e tenderanno a diminuire.
Il superamento della fase clanica
Si supera la fase clanica a favore della civitas, l’organizzazione gentilizia non è frutto della civitas, essa preesiste a quest’ultima che nasce dal compromesso e dall’accostamento delle varie gentes. La gens a sua volta arriva dalla frammentazione dei clan più grandi diffusi in Italia Settentrionale esistenti già nel VI secolo a.C.; è la parte più importante del clan che va a formare la gens.
Ex: il clan dei Claudi è il gruppo da cui discenderà la gens Claudia. I principati etruschi erano clan, i principi si impadroniscono dei governi delle loro città: i Vibenna prendono il controllo di Veio. Si installano in luoghi già abitati. L’unico esempio di clan che si è installato in un luogo dove non c’era già un’unità abitativa fu quello che si stanziò a Murlo; qui ci sono le tracce di un palazzo polifunzionale, come quello di stampo minoico a Creta e di stampo miceneo a Corinto, Micene o Argo.
Il palazzo come centro multifunzionale
Il palazzo non è solo la residenza del principe, in esso sono presenti locali per i nobili, i clienti e per la distribuzione delle attività e dei beni. Quindi il palazzo è un luogo dove imperversano politica, religione ed economia. Tipici di Murlo sono gli acroteri in terracotta con indosso un copricapo simile a quello dei butteri e dei cowboy. Gli acroteri sono delle statue che si trovano in cima e ai lati del frontone di un edificio, in genere un tempio.
È l’insediamento stesso che va ad interagire con la città e comporta come conseguenza il frammentarsi stesso del gruppo. Il potere a Roma ha carattere politico, religioso ed economico.
Identità del cittadino romano
Il cittadino romano ha due caratteri distintivi:
- Appartenenza ad una tribù territoriale (distretto).
- Trianomina, cioè tre nomi. Originariamente i nomi erano due: il nome proprio della persona e il nome della gens di appartenenza e sono detti prenomen e nomen; i prenomen erano pochi (Aulus, Decimus, Lucius, Publius, Cneous, Marcus, Magnus, Sestus, Septimus, Quintous, Tiberius, Titus), i nomi gentilizi invece erano molti, tra i più famosi si ricordano Cornelius, Fabius, Valerius. Più tardi, per distinguere le varie famiglie all’interno della gens, venne aggiunto il cognomen; era una specie di soprannome in genere legato a caratteristiche fisiche del soggetto, con l’andar del tempo divennero ereditari divenendo una sorta di cognome; il cognomen non è mai stato obbligatorio però in quel caso se un cittadino aveva solo prenomen e nomen per essere sicuri che fosse cittadino di Roma si andava a vedere se apparteneva ad una delle tribù territoriali.
Il nome delle donne romane
Per quel che concerne le donne, esse avevano obbligatoriamente un nome derivante da quello della gens, ma al femminile; se le figlie erano più di una le veniva dato un numero; Ex. Cornelia Prima, Cornelia Seconda Cornelia Terza ecc. Oppure le veniva dato un nome derivato da quello della madre; Ex. Se la madre si chiamava Claudia: Cornelia Claudia, Cornelia Claudilla. In età imperiale si è riscontrato che alcune persone avessero 3 o 4 cognomen; l’ingigantimento della nomenclatura era una conseguenza dell’adozione.
L'adozione romana
L’adozione poteva essere di due tipi:
- Adozione di un minore: adoptio.
- Adozione di un maggiorenne: adrogatio.
In genere questa procedura serviva sia per fini politici sia per fini economici; le famiglie senatorie nel giro di poche generazioni si ritrovavano impoverite questo perché tutti i figli erano eredi del padre, comprese le donne, non esisteva la legge secondo cui il primogenito era erede universale, quindi un patrizio divideva i suoi appezzamenti tra i suoi figli, da grande proprietà si passava a sempre più piccole proprietà; per ovviare a questo graduale impoverimento si ricorreva o ad alleanze matrimoniali o alla pratica dell’adozione.
Esempi di adozione
Ex. Publio Cornelio Scipione (figlio di Scipione l’Africano) adotta Lucio Emilio Paolo (figlio dell’omonimo che sconfisse Perseo a Pidna). Dopo l’adozione si chiamerà Publio Cornelio Scipione, perdendo nomen e prenomen di origine; capita molte volte che gli adottati vogliano tenere parte del nome della famiglia di origine arrivando anche ad avere nomenclature smisurate; nel caso sopra diventerà Publio Cornelio Scipione Emiliano (distruttore di Cartagine).
Il processo di adozione
L’atto dell’adozione è un affare di stato infatti l’adottante sia che adotti un bambino sia che adotti un adulto deve presentare tutta la documentazione della pratica di adozione al Comizio Curiato, l’assemblea del popolo, perché ad esso doveva essere nota l’intenzione dell’adottante e perché solo il popolo nella sua interezza poteva approvare, perché egli sempre nella sua interezza può avere il consenso degli dei.
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