Problemi di metodo per la storia della Roma arcaica
La tradizione letteraria
Dobbiamo considerare che sebbene sulle origini di Roma ci siano pervenuti racconti dettagliati, non ci deve sembrare strano che tali siano impregnati di elementi leggendari. Lo stesso Livio ebbe a dire che all’antichità si concede di rendere più venerabili i primordi delle città, mescolando l’umano al divino. Tutte le vicende ci sono pervenute dall’annalistica: (tipo di storiografia basata sull’esposizione cronologica dei fatti), da fonti storico-letterarie. Gli storici romani e greci scrivono a partire dal II secolo a.C., praticamente 6 secoli dopo la fondazione di Roma. Probabilmente loro avevano delle opere che a noi non ci sono pervenute nella loro integrità, come per esempio l’opera di Ennio, poeta latino: (un poema epico Annales), il quale fu il primo nella metà del III secolo a parlare delle origini di Roma. Probabilmente Ennio utilizzò gli archivi delle grandi famiglie. Di Ennio abbiamo frammenti, non ci è pervenuta l’intera opera. Ma indubbiamente l’opera sua era conosciuta dagli storici le cui opere invece ci sono pervenute, parlo degli storici latini Tacito e Tito Livio, e degli storici greci: Dionigi d'Alicarnasso e Polibio, quest’ultimo scrive nel II secolo. Sebbene, storici contemporanei gli uni agli altri, malgrado abbiano adoperato lo stesso materiale offerto dall’annalistica romana come Dionigi d'Alicarnasso e Tito Livio, presentano narrazioni molto difformi dalle origini fino all’incendio gallico, per estensione ed organizzazione del contenuto. La narrazione di Dionigi è caratterizzata dal metodo retorico greco, ha l’intento di fornire ai lettori greci una ricostruzione etnografica del popolo romano e fornire degli accorti dettagli sull’effettivo divenire degli episodi storici, cercando una verosimiglianza.
Il sistema di scrittura comparve intorno alla fine del V secolo e quindi l’unica tradizione di cui si poteva servire era la tradizione orale. Lo storico ha un mezzo in più per poter falsificare anche senza volerlo; in mancanza di documenti, spesso si applicavano modelli interpretativi ricavati dalle vicende politiche contemporanee, ottenendo quindi una ricostruzione del passato sull’esperienza della realtà del presente, per una concezione che vede il ripetersi della storia per la costante coerenza della natura umana.
Storiografia e lingua latina
L’esigenza di avvicinamento al mondo greco andò crescendo anche a livello storiografico. Si può pensare che il periodo che parte dalle origini di Roma, e anche nell’età dei re, vi sia stato già l’interesse nella storiografia greca di richiamare nel proprio alveo quella romana alla fine del IV secolo. Forse un riflesso dei rapporti commerciali intercorsi tra l’area laziale e il mar Egeo e l’affacciarsi di Roma in Campania e in Magna Grecia. Il convergente interesse è testimoniato dall’accettazione in quel periodo del mito di Enea ed Ulisse. La connessione del mondo greco con quello romano fu accettata dai romani che sicuramente miravano a sganciarsi dagli etruschi. La presenza etrusca e greca non ha portato a condizioni di bilinguismo, né scalfito il carattere latino della città. C’è anche da dire che nessun’altra civiltà antica assorbì la storiografia greca e la fece propria come la civiltà romana.
All’origine di questo fenomeno c’è dunque Fabio Pittore (storico attivo tra la fine del III e gli inizi del II secolo). La sua storia era composta in greco, in funzione di propaganda verso quel mondo che i romani aspiravano e si apprestavano a conquistare. Fabio Pittore si dedicò anche alla pittura con soggetto storico e nel 304 affrescò un tempio con scene della II guerra sannitica, attestato da frammenti di affresco databili intorno al III secolo e provenienti da una tomba dell’Esquilino. Vi era quindi un altro modo di narrare la storia, (soprattutto la gloria dei vincitori), infatti durante i trionfi si usava portare delle tavole dipinte (Tabulae Pictae), con la rappresentazione dei fatti bellici salienti, così che il popolo potesse averli davanti agli occhi.
Grecia e Roma
Quando di fronte all’avanzata dei romani in Italia e nel Mediterraneo, con le vittorie su Pirro e su Cartagine, il mondo greco cominciò seriamente (con lo stesso storico greco Timeo) a interessarsi a Roma, ma l’attenzione si rivolse più che alla storia arcaica della città, alle istituzioni politiche e militari, nelle quali presto si riconobbe una delle ragioni della superiorità romana. Questa attenzione si concluse con il IV libro delle storie di Polibio. Più avanti il movimento espansionistico della città fino a conquistare il dominio di un vasto territorio attorno al Mediterraneo e la vittoria sulle città greche equivalsero a grandi spoliazioni di opere d’arte spedite a Roma come trofei. Nasce l’amore per la cultura greca un tempo non capita e disprezzata dal mondo romano attento nella sua fase iniziale alla conquista e all’espansione del proprio potere. Il grecismo a Roma apporterà circoli colti ove si parlerà il greco. Ma la maggioranza del popolo usava il latino, e la stessa lingua latina si divideva in (Lingua colta Ufficiale) e (Lingua parlata Popolare).
Antiquaria
Verso la fine del IV secolo e gli inizi del III secolo, vi fu una selezione di molti materiali e dal filtraggio di questi che entrarono a far parte del corpo storico, sarebbero poi stati trasmessi alla prima annalistica. Molti materiali però vennero esclusi da questa selezione e non trasferiti a livello storiografico e lasciati da canto dall’annalistica e prima di essa dalla tradizione che ne fu alla base; ma ci sono pervenuti per il tramite dell’antiquaria: (come per esempio il De Legibus di Cicerone, che introduce la successione dei culti domestici e sul passaggio dal diritto pontificale al diritto civile laico). L’Antiquaria è la scienza che un tempo veniva identificata con l’archeologia. Le ragioni di questa trascuranza sono varie, fondamentalmente la loro marginalità o estraneità al quadro politico e militare. Possediamo oggi degli strumenti di ricerca, come ad esempio l’archeologia, che è portata spesso a confronto e a sostegno della narrazione letteraria e che ci colloca nei luoghi di scrittura, di testimonianza scritta, permettendoci di non accettare certe affermazioni che fanno gli storici antichi. Ad esempio, che Roma è stata fondata da Romolo e Remo e che non ha conosciuto una fase pre-urbana, quando invece l’archeologia ci dice che Roma ha conosciuto una fase pre-urbana: (una fase tribale; di villaggio; per poi arrivare ad essere una città). È nata attraverso fasi differenti e ne sono una dimostrazione i resti che sono stati trovati sui colli romani e diversi abitati lungo il corso del Tevere, nei pressi della costa laziale che risalgono ad epoche diverse. In una fase successiva i villaggi tendono a concentrarsi in zone strategicamente dominanti; e una di queste fu la riva sinistra del Tevere all’altezza dell’isola Tiberina, sulla direttrice che collega l’Etruria alla Campania. Qui nasce Roma. Del resto, questo nome, escludendo la leggendaria origine dal mitico Romolo, potrebbe derivare (ma è tutto molto discutibile) da un etimo etrusco: o da RUMA “rialzo/collina”, e in tal caso sarebbe accreditata l’ipotesi della fondazione sul Palatino; oppure da RUMUN “antico nome del Tevere” e in questo caso sarebbe accreditata l’ipotesi della fondazione sulle sponde del fiume, se non più probabilmente sull’isola Tiberina. Agli occhi dei posteri Roma doveva apparire come il progetto di un unico fondatore che vantasse tra l’altro delle origini divine e gli storici antichi hanno cercato di nobilitare le sue origini, ignorando certi momenti bui della storia come ad esempio la dominazione etrusca.
Guerre sannitiche
I guerra sannitica (343-341)
Durò 2 anni, davanti al tentativo dei sanniti di annettere il popolo dei sidicini che avevano chiesto soccorso ai campani e soprattutto a Capua, i romani colsero il pretesto per intervenire. Ma il breve conflitto si risolse in compromesso che concesse ai sanniti l’annessione dei sidicini e ai romani il consolidamento della loro egemonia sulla città della costa marina. Gli anni di tregua vennero utilizzati dai romani nel consolidare le proprie posizioni nel Lazio meridionale e in Campania.
II guerra sannitica (326-304)
Nel 328 scoppiò il II conflitto, preceduto da una serie di provocazioni reciproche, ma di fatto determinato dai romani che fondarono la colonia di Fregellae in territorio di egemonia sannitica. Dopo le prime vittorie sui sanniti e apuli, i romani furono poi circondati e costretti ad una resa umiliante nella gola delle Forche Caudine (tra Capua e Benevento). Per un quinquennio la guerra venne sospesa col predominio sannitico in quelle regioni. La guerra riprese e i sanniti, alleatisi con varie popolazioni, riuscirono a vincere nuovamente a Lautule nel Lazio. I romani si ripresero lentamente e riuscirono a sconfiggere gli alleati dei sanniti e poi questi ultimi (305) presso la loro capitale Boviano.
III guerra sannitica (298-290)
Nel 299 i sanniti tentarono una nuova riscossa dopo aver creato nuove alleanze con varie popolazioni italiche. I romani nel mentre erano impegnati a nord contro i galli. I sanniti erano ormai tagliati fuori sia dall’Adriatico che dal Tirreno perché circondati dai presidi romani. Le popolazioni italiche alleate con i sanniti assalirono i lucani alleati dei romani. Ma gli alleati dei sanniti vennero sconfitti a Santino nelle Marche. Il territorio del Sannio divenne dei romani e distribuito fra il popolo, e nel 290 i sanniti furono costretti alla resa definitiva.
Pirro in Italia
Pochi anni dopo la vittoria sui sanniti, Roma dovette confrontarsi con una potenza straniera: quella della monarchia ellenistica dell’Epiro retta dal re Pirro imparentato con la potente dinastia dei Tolomei che governavano l’Egitto. I romani nel frattempo avevano avviato un’ambiziosa politica di penetrazione in Magna Grecia. Più a sud avevano installato dei presidi a Locri, Reggio, Turi e stringendo anche alleanze con le città greche di Crotone e Napoli. Pirro voleva contrastare il progetto egemonico dei romani per poi confrontarsi con i cartaginesi. I romani si presentavano ovunque come sostenitori delle aristocrazie al governo, contro le pretese dei movimenti democratici e per questo motivo entrò il conflitto con la città stato di Taranto che era governata dai democratici. Il pretesto di questo conflitto avvenne quando nel 282, 10 navi da guerra romane penetrarono nel golfo di Taranto (malgrado un precedente trattato tra le due città vietasse simili sconfinamenti). Le navi romane in parte furono distrutte e altre messe in fuga, inoltre l’esercito tarantino marciò verso Turi costringendo alla fuga sia gli aristocratici che le guarnigioni romane. Su richiesta dei tarantini, Pirro sbarcò in Italia con un esercito di 30,000 uomini e 20 elefanti indiani, animali del tutto sconosciuti ai romani i quali non trovando un vocabolo corrispondente nella loro lingua li definirono (buoi lucani).
I romani si scontrarono ad Eraclea (Puglia) con le forze inferiori di Pirro; dopo un inizio vittorioso, i romani terrorizzati dagli elefanti furono messi in fuga; lasciando sul campo 7,000 morti e 1,800 prigionieri. Pirro perse 4,000 uomini. Si racconta che Pirro dopo Eraclea abbia esclamato: “Ancora una vittoria come questa e sono perduto!”. Città della Magna Grecia e popoli italici centro meridionali si schierarono con Pirro fornendogli aiuti finanziari e militari, ma lui tentò di accordarsi con i romani e ciò non avvenne per il parere contrario di Appio Claudio. Un'altra battaglia si svolse ad Ausculum (Ascoli, Foggia, Satriano), ove Pirro ne è ancora il vincitore. Nello stesso anno giunse a Pirro la richiesta da parte di Siracusa di guidare la guerra contro i cartaginesi in Sicilia. Questa richiesta sedusse subito Pirro perché poteva costituire un regno ellenistico nella ricca Sicilia ed utilizzare quest’ultima come una pedana di lancio verso Cartagine. Tra romani e cartaginesi si stipulò un'alleanza anti-Pirro, che comunque in una prima fase non arrestò l’avanzata di Pirro in Sicilia. Pirro però fu costretto a ritornare in Italia per portare aiuto agli alleati sanniti e fu sconfitto definitivamente dai romani a Malaventum chiamata poi Beneventum (Benevento), le frecce incendiarie dei romani riuscirono a mettere in fuga gli elefanti, 8 dei quali furono portati in trionfo a Roma. Taranto e tutte le città poste sulla costa caddero in mano dei romani. Roma poté avere così il controllo di tutta l’Italia centro-meridionale, dal Rubicone allo stretto di Messina.
La frontiera settentrionale: i galli e le prime colonie
Quasi in contemporanea all’espansione meridionale, Roma dovette nuovamente far fronte alla minaccia dei Galli Cisalpini. La loro cultura era profondamente diversa da quella romana, il pastoralismo e la caccia avevano grande importanza, i loro sacerdoti i Druidi praticavano sacrifici umani per entrare in contatto con le divinità, tuttavia i contatti con Marsiglia, una colonia greca li aveva in un certo qual modo avvicinati al mondo greco-romano. Prevedendo il pericolo, Roma cercò di fondare delle colonie presidiate da contadini-soldati, fondando in momenti diversi 3 colonie: Senigallia, Rimini e Fermo.
Davanti all’avanzata e agli attacchi dei galli, Roma tentò di dividerli creando delle alleanze a suo favore e in altri casi, utilizzando una prassi militare di estrema violenza. I galli ancora una volta furono sedati e sconfitti a Telamone, ritentarono una seconda battaglia ma ancora una volta vennero disfatti a Casteggio (Lombardia, attuale Pavia) e la loro capitale Mediolanum venne occupata. Per il Senato l’unica soluzione per evitare nuove incursioni era la conquista di tutta la Cisalpina. L’Italia settentrionale era ormai aperta alla colonizzazione romana, i territori conquistati venivano divisi in modo geometrico secondo assi ortogonali, ottenendo così una serie di rettangoli, ogni rettangolo era facilmente individuabile su una mappa catastale e classificato da un numero. Nel 187 si cominciò a costruire la via Emilia che congiungeva Rimini e Piacenza e che attraversava le nuove colonie di Modena e Parma, poi si costruì la via Postumia, che collegava Genova con Aquileia.
L’età dell’imperialismo: Cartagine
Cartagine era una colonia fenicia fondata secondo la tradizione nel IX secolo presso l’attuale Tunisi, che in fenicio ha il significato di “Città nuova”. Al governo vi erano i Suffeti, comparabili ai consoli romani, a differenza che questi ultimi erano leader politici e militari, i Suffeti detenevano solo il potere politico ed il loro operato era controllato da un’assemblea di anziani costituita da ricchi. Nelle assemblee del popolo tutti i cittadini avevano diritto di espressione. Il potere militare era affidato a dei generali di nomina pluriennale (Strategoi); ma dovevano sottostare al potere politico dei Suffeti. La sua economia si basava sul commercio ed aveva il controllo dei mari, aveva possedimenti nell’Africa settentrionale, Spagna meridionale, isole Baleari, Sardegna, Sicilia occidentale e Corsica. I cartaginesi miravano allo sfruttamento dei sudditi a vantaggio dell’oligarchia mercantile che deteneva il potere, l’esercito cartaginese era costituito da mercenari, ed inoltre vi erano tensioni fra il governo e i generali.
I romani: sotto l’aspetto politico i romani avevano saputo conciliare la plebe e il patriziato, seppero tener ben salde le conquiste stendendo una fitta rete di alleanze e colonie e concedendo la cittadinanza a molte popolazioni, e integrando le aristocrazie locali nella propria compagine dirigente. I soldati romani erano cittadini con motivazioni ed ideali nei confronti del loro stato e a difesa delle loro terre. Secondo Polibio la costituzione romana era la migliore perché grazie ad essa Roma aveva raggiunto il giusto equilibrio. Roma appariva come un regime aristocratico-democratico-monarchico ed i 3 organi principali “Senato – Magistrati - Popolo”, si controllavano a vicenda. Ma ciò che scrive è valido solo prima delle guerre puniche.
Trattati politico-commerciali tra Roma e Cartagine
- Nel 509 il I trattato romano-cartaginese che stipulava accordi di tipo commerciale-militare. Il ruolo di Cartagine in questo periodo appare superiore, ove a Roma è stata da poco spazzata la monarchia e l’espansione territoriale è appena agli inizi.
- Trattato anti-Pirro, nemico comune: in questo periodo vi è una maggiore parità fra le due potenze.
- Nel 226 si stipulò il trattato dell’Ebro, secondo il quale i cartaginesi non avrebbero potuto estendere al di là del fiume Ebro (cioè a Nord) le loro azioni di conquista. Tale accordo si stipulò in relazione alla continua espansione cartaginese in Spagna.
Le guerre puniche
I guerra punica (264-242)
Messina venne occupata da truppe di mercenari campani detti Mamertini, seguaci del dio della guerra Marte. Sconfitti nel 270 dal re di Siracusa Gerone II, i Mamertini chiesero aiuto ai cartaginesi i quali assunsero però nei confronti di Messina un atteggiamento da conquistatori. Quest’ultimi costatando di aver sbagliato, chiesero aiuto ai romani. Quest’ultimi, anche se interessati profondamente alla Sicilia perché terra ricca e fertile, erano legati ai cartaginesi da trattati precedentemente stipulati. Ma l’interesse espansionistico era più forte. I romani, risolsero il problema facendo la Deditio, (escogitata dai feziali segretamente, che erano dei sacerdoti che vigilavano sul rispetto dei trattati e sulle norme di diritto internazionale). I romani in relazione all’avvicinarsi della guerra cominciarono a costruire all’incirca 100 quinqueremi e 20 triremi, servendosi come modello di un trireme cartaginese naufragato sulle coste della Calabria. A ciascuna nave fu poi aggiunto un ponte mobile di legno munito di uncini di ferro, detti Corvi, per mezzo dei quali si potevano agganciare le navi nemiche e combattere su questi.
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