Storia romana: introduzione
Vi è una grande differenza tra favola e storia: la favola inizia con il “c’era una volta” mentre la storia racconta eventi realmente accaduti e li situa nel tempo e nello spazio, per capire il motivo per il quale è accaduto quel determinato evento. La storia viene studiata dagli storici, i quali si concentrano prettamente sui motivi che hanno spinto due popoli a combattersi sia per esigenze economiche, sia per esigenze politiche. Per capire il corso degli eventi storici, infatti, è importante conoscere dapprima i luoghi in cui accadono i fatti. Da qui si crea un legame molto stretto tra geografia e storia. Per esempio, non possiamo dire che Cesare sconfisse Pompeo a Farsalo senza sapere dove si trova Farsalo, in quanto quel particolare luogo geografico ha determinato l’inizio, lo svolgimento, e la conclusione di quella battaglia. Altro elemento importante da tener presente sono le date perché gli eventi devono essere situati nel tempo. Per esempio, la fondazione di Roma è da collocarsi convenzionalmente nel 753 a.C. fino al 476 d.C. (fine dell’Impero romano d’occidente). Inizialmente la storia dei romani inizia in un piccolo villaggio di 600 m abitato da allevatori e contadini, successivamente, invece, l’Impero romano di Augusto (700 anni dopo) fu un territorio vasto che abbracciava tutto il Mediterraneo. Da ciò possiamo ben capire che la storia di Roma è un organismo che muta, si sviluppa e poi si rivoluziona con l’entrata nel Medioevo.
Le tre grandi età
Esistono tre grandi periodi in cui si sviluppa la storia romana:
- Età monarchica: che va dalla fondazione di Roma che risale al 753 a.C. (data convenzionale) fino al 509 a.C. con la cacciata di Tarquinio il Superbo (ultimo re). Questa età si divide a sua volta in età dei Tarquini che va dal 616 a.C. fino al 509 a.C.
- Età repubblicana: va dal 509 a.C. fino al 30 a.C. a sua volta divisa in:
- Repubblica arcaica che va dal 509 a.C. al 264 a.C. (fino allo scoppio della prima guerra punica e la fase di conquista dell’Italia - pianura padana).
- Media repubblica 264 a.C-146 a.C (con la fine della terza guerra punica e la conquista della Tunisia, della Grecia e della Spagna).
- Tarda Repubblica che va dal 146 a.C. al 30 a.C. (fase della crisi della repubblica che sfocia nelle guerre civili).
- Età imperiale che va dal 30 a.C. fino al 476 d.C. (fine dell’Impero romano d’occidente).
Fondazione di Roma
Verso l’inizio del I millennio a.C., la nostra penisola era abitata da varie popolazioni di diverse origini, lingue e culture che praticavano maggiormente l’agricoltura. Tali popolazioni possono essere divise in due gruppi:
- Il gruppo latino-falisco stanziatisi nella pianura del Lazio: un gruppo molto numeroso e più sviluppato
- Il gruppo osco-umbro sparso nel resto della Penisola: un gruppo di pastori più arretrati rispetto ai primi.
Nell’attuale Puglia vivevano tribù come gli Iapigi e i Messapi di civiltà poco avanzate, mentre nell’attuale Veneto vi erano le tribù venete. I Liguri, invece, popolavano le sponde nord-occidentali della penisola. Intorno all'VIII secolo a.C. giunsero in Italia i Greci che attraverso la fondazione di numerose colonie occuparono tutta l’area della Magna Grecia. Ciò determinò che gli influssi della cultura greca furono assorbiti dai popoli italici.
Gli etruschi
Nello stesso periodo vi furono anche gli Etruschi, che si stanziarono nell’attuale Toscana e svilupparono una civiltà urbana originale fino a diventare grandi centri economici ed esercitando un’influenza sull’Italia centrale fino alla Campania. Gli Etruschi si estesero fino alla Pianura Padana e alle foci del Po dove dal V secolo a.C. penetrarono le tribù galliche che riuscirono a conquistare l’intera ragione. Essa sarà conosciuta con il nome di Gallia Cisalpina.
I latini
In Italia centrale un ruolo importante lo occuparono i Latini, stanziatisi intorno alla seconda metà del II millennio a.C. nel territorio compreso tra il Tevere e i Colli Albani dove fondarono molti villaggi indipendenti tra loro.
La nascita di Roma
Gli storici antichi hanno formulato diverse ipotesi sulla data di fondazione di Roma. Essa fu stabilita da un grande erudito romano di nome Varrone che collocò la data di fondazione di Roma nella notte tra il 20 e il 21 di Aprile del 753 a.C. Questa data fittizia venne legata alla leggenda di Romolo e Remo. Si narra, secondo lo storico Tito Livio, che la fondazione di Roma sia dovuta alla potenza degli dèi. Rea Silvia, essendo stata violata, ebbe due gemelli e attribuì a Marte la paternità dell'incerta prole. Ma né gli dèi né gli uomini bastavano a proteggere la sacerdotessa e la sua prole dalla crudeltà del re Amulio, il quale fece incatenare e imprigionare la sacerdotessa e diede ordine che i fanciulli fossero gettati nella corrente del fiume Tevere. Così, ritenendo di aver adempiuto agli ordini del re, essi deposero i fanciulli nello stagno più vicino, dove ora vi è il fico Ruminale. La culla galleggiava sull’acqua del fiume e ben presto una lupa assetata dai monti circostanti rivolse il passo verso il pianto dei due bambini e offrì le mammelle ai piccoli. In seguito, un pastore (dicono avesse nome Faustolo) li portò nella sua capanna e li diede da allevare alla moglie Larenzia. Romolo e Remo, divenuti grandi, vinsero i nemici e decisero di fondare un nuovo insediamento vicino al Tevere. I due decisero di “trarre gli auspici” (consultare la volontà degli dei), in quanto Romolo volle fondare la città sul Palatino, Remo, invece, volle fondarla sull’Aventino che rimase per secoli fuori dalla città. Si narra, inoltre, che Remo avvistò 6 avvoltoi, Romolo, invece, ne avvistò 12. I due litigarono e alla fine, secondo le regole, Romolo ebbe la meglio perché vide più uccelli. Così tracciò il confine della nuova città seguendo un rituale. Remo per ripicca varcò questi confini e Romolo lo uccise. Questa leggenda è importante perché ci fa capire che la storia di Roma inizia con un fratricidio, proprio perché erano stati varcati i confini, i quali erano un qualcosa di sacro. La prima fonte che noi leggiamo è quella di Varrone, importante per ricostruire i fatti narrati (lo storico si serve di fonti e bibliografia per ricostruire la storia).
Il rito e il confine (fonte di Varrone)
In questa fonte si evidenzia l’importanza del rito e del confine. Il termine su cui bisogna soffermarsi è “pomoerium” (confine dell’urbem). Colui che doveva tracciare il confine della città doveva essere vestito in modo non comune per sottolineare che stava compiendo qualcosa di anormale, e dunque tracciava un solco servendosi di un aratro trainato da due buoi, isolando uno spazio sacro (Pomoerium). Nel pomoerium non si poteva entrare con le armi e vigevano regole e leggi diverse. Non a caso la parola tempio deriva dal verbo greco “temno” che significava “tagliare”. Il tempio è, dunque, uno spazio ritagliato intorno ad uno spazio più grande (tempio: spazio sacro isolato dal resto).
Dal 1988 a seguito di scavi sul Palatino (guidata da Carandini) sono state trovate tracce di un luogo che sembra evocare l’atto di fondazione di una città nel punto in cui si pensa che Romolo l’abbia fatto. Un’altra teoria è la seguente: ci sarebbero state comunità piccole che avrebbero allargato i loro confini fino a fondersi. In questo caso parliamo di “sinecismo”: diverse comunità che si sono unite e che abitano insieme).
Nel IX secolo a.C., alcune comunità di latini si insediarono sui colli in prossimità del Tevere, nel punto in cui il fiume forma un’ansa e l’isola Tiberina ne rende più facile il passaggio. Questo luogo era quindi favorevole allo sviluppo di una comunità (gli antichi parlavano di “opportunitas loci”) per alcuni motivi:
- Roma era al centro dell’Italia (punto di intersezione di tutte le vie di comunicazione da nord a sud).
- I Colli non erano in una zona pianeggiante ed era un luogo facilmente difendibile dagli attacchi dei nemici e molto difficile da attaccare.
- La vicinanza al Tevere: il fiume è un luogo geografico grazie al quale si possono trasportare merci ed era anche facile da attraversare con le imbarcazioni.
- Roma si trovava prossima ad alcune vie di comunicazione, come quella della Via Salaria chiamata così perché vi erano le saline e il sale veniva commercializzato fino alle regioni appenniniche, utile per conservare gli alimenti, per cucinare, e per l’alimentazione del bestiame. Altra via di comunicazione importante fu la via Campana (poi sostituita dalla via Appia), che serviva a collegare l’Etruria con la Campania.
I primi insediamenti
I primi insediamenti latini, costituiti da villaggi di capanne, abitati da pastori e agricoltori sorsero, dunque, sul Palatino e poi sui colli circostanti. Secondo gli archeologi vi furono anche gruppi di Sabini, che si erano insediati lungo le rive del Tevere. Questo possiamo capirlo dall’episodio del ratto delle Sabine, oppure dall’attestazione di alcuni re di origine sabina. I sabini erano un popolo italico dell’Italia centrale, stanziato nella fascia appenninica (odierna provincia di Rieti). Già a partire dal IX secolo a.C., le piccole comunità indipendenti di Latini, cominciarono a stanziarsi lungo il Palatino per poi dar vita, nel VIII secolo a.C. ad una vera e propria città: Roma. Questa città si espanse di tanto in tanto fino ad integrare tutti e sette i colli circostanti: il Palatino, l’Esquilino, il Celio, il Quirinale, il Viminale, il Campidoglio e l’Aventino (solo dopo il IV secolo a.C.). Risultato del sinecismo fu la creazione di una grande città di lingua latina.
La società romana
La società era strutturata gerarchicamente: vi erano più famiglie apparentate tra loro, che formavano la “gens”, le quali si ripartivano in trenta curie, a loro volta divise in tre tribù: Titienses, Ramnenses, Luceres. La gens era una sorta di clan: raggruppava più famiglie che discendevano da uno stesso antenato, condividevano la stessa casa, gli stessi pascoli e gli stessi appezzamenti di terreno. Le famiglie della gens, non godevano tutte dello stesso status, ma erano gerarchizzate in base alle loro ricchezze: ciascuna aveva il proprio pater, il capofamiglia; i propri culti; i propri riti. A guidare la società romana era quindi un’aristocrazia gentilizia. Al di fuori di ciò vi erano i plebei (da plebs, moltitudine); che a differenza dei patrizi (da patricii, capofamiglia della gentes), non godevano di alcun diritto civile e politico. Era un gruppo eterogeneo di persone e stranieri giunti a Roma, che si dedicavano al commercio e all’artigianato. Ai plebei non era garantito nemmeno il diritto di proprietà; non potevano partecipare ai culti pubblici, e nonostante vivessero nella stessa città e parlavano la lingua latina, non avevano nessuna patria e nessuna cittadinanza romana.
La religione
A Roma erano venerati gli stessi dei dei Latini, divinità antropomorfe. Le divinità romane poste a protezione dell’urbe, con un tempio in Campidoglio, erano: Giove, Giunone e Minerva (che costituivano la Triade Capitolina).
L'età regia
Come ben sappiamo la prima forma di governo a Roma fu la monarchia che durò dal 753 a.C., anno della fondazione sino al 509 a.C. con la cacciata di Tarquinio il Superbo (l’ultimo re di Roma). Secondo la leggenda governarono sette re, ma come si può notare è un numero minimo e vago per un periodo di tempo molto ampio (duecentoquarantaquattro anni che darebbero una media di trentacinque anni di regno per ciascuno). Si dice, inoltre, che i primi quattro re sono re leggendari, figure nitide mai esistite, mentre gli ultimi tre re sono realmente esistiti. Essi furono:
- Romolo (753-715 a.C.): al quale gli vennero attribuiti la fondazione e lo stesso nome di Roma, la fusione dei Romani e dei Sabini e il primo progetto di istituzioni politico-sociali (aspetto civile)
- Numa Pompilio (715 al 672 a.C.): al quale si devono le basi dell’ordinamento religioso e inventò i sacerdozi (aspetto religioso)
- Tullio Ostilio (672 al 640 a.C.): al quale si associa l’inizio dell’espansione romana con la sconfitta della città di Alba Longa e la conseguente egemonia romana nella Lega Latina (aspetto militare)
- Anco Marcio (640 al 616 a.C.): si riferiscono le lotte contro le vicine popolazioni dei Latini, la fondazione della prima colonia romana (Ostia) e l’avvio dei commerci sul mar Tirreno (racchiude tutte e tre le caratteristiche dei suoi predecessori quindi aspetto civile, religioso e militare).
- Tarquinio Prisco (616 al 578 a.C.): re etrusco
- Servio Tullio (578-534 a.C.): re etrusco
- Tarquinio il Superbo (534-509 a.C.): re etrusco
Fonte storica: il Lapis Niger
Gli ultimi tre re sono realmente esistiti e ciò è persino attestato da un’iscrizione proveniente da una tomba toscana che menziona il nome etrusco di Servio Tullio, ovvero, Mastarna. Che vi furono i re lo sappiamo anche da altre tracce che la monarchia arcaica ha lasciato: lo traiamo anche dalla parola “Regia” che vuol dire “reggia” (grande palazzo sede del pontefice massimo, il più grande sacerdote della storia di Roma). Il fatto che l’edificio del sommo sacerdote abbia questo nome che si lega alla regalità ci suggerisce che al tempo la regalità vi fu per certo. Altra testimonianza archeologica che attesta la presenza di regalità è il Lapis Niger: una delle prime iscrizioni che ci sono rimaste di Roma antica. La parola “lapis niger” vuol dire pietra nera. In realtà, però, la pietra non è nera ma l’avevano chiamata così per un motivo ben preciso. Essa è stata scoperta nel 1899 durante gli scavi condotti da un archeologo (Giacomo Boni) in un’area del foro romano. “Niger” perché questi scavi hanno portato alla luce un pavimento di marmo che presentava un’area di colore nero. Il colore nero era un’area diversa dalle altre, un templum nel senso originale della parola. Gli archeologi sono giunti a capire che si trattava realmente di un’area sacra consacrata al dio Vulcano, fabbro degli dèi. Questa iscrizione contiene un testo difficilissimo per due motivi: il primo è per l’alfabeto latino arcaico, perché l’iscrizione risale al 575-550 a. C. (età dei re), il secondo è per il tipo di scrittura che va da destra a sinistra poi da sinistra a destra, chiamata scrittura bustrofedica da bus (buoi), è la stessa direzione che prendono i buoi quando viene arato un terreno. Sull’iscrizione c’è scritto “Chi violerà (oltrepasserà) questo luogo sia consacrato alla divinità (maledetto)”. Questo è un documento storico e la leggenda di Romolo e Remo riprende qualcosa realmente esistito, in questo caso un confine sacro di una zona delimitata che non poteva essere oltrepassato e chi lo oltrepassava veniva consacrato agli dèi. [QUI HUNC [...] SACER SIT [...] REGI CALATOREM [...] IUMENTA CAPIAT IUSTO]
I poteri del re
I re romani avevano diversi poteri:
- Funzione religiosa: Il re era il mediatore tra la sfera dell’umano e del divino, non a caso il “pontifex” costruiva un ponte tra gli umani e le entità divine. Questa era una funzione esercitata dal re in occasioni pubbliche. La dimensione rituale della religione è importante e si esprimeva nei riti collettivi a cui il popolo partecipava di fronte al re (questo continuerà nella Roma repubblicana). Tali riti esercitati dal pontifex dovevano svolgersi secondo regole molto rigide che dovevano essere per forza rispettate. Il re era il garante e se qualcosa fosse stata fatta male sarebbe stato pericoloso perché veniva interrotta l’armonia tra gli uomini e la divinità. Questa armonia è la pax deorum (ovvero il rispetto delle regole del culto degli uomini che garantisce benevolenza agli dèi). Il complesso di regole faceva parte del MOS MAIORUM ovvero gli usi, i costumi e i valori degli antenati. Il legame con gli dèi, dunque, fa parte dei valori presenti nel mos maiorum.
- Funzione militare: Al re spettava l’imperium. L’imperium oltre ad essere l’impero (chiamato così successivamente) è il potere del re di comandare un esercito.
- Funzione giuridica: Il re amministra la giustizia. Nell'età arcaica la giustizia venne resa all’interno delle singole famiglie, che erano dei nuclei della società molto forti e chiusi al loro interno. A Roma non vi erano i tribunali e normalmente le dispute venivano gestite dai patres familias.
La monarchia romana non era una monarchia ereditaria in quanto il potere non passa di padre in figlio. Il re era eletto con una carica vitalizia ma elettiva. Quando il re moriva, dunque, si apriva un periodo di interregnum (passaggio dal regno all’altro) e il potere tornava al senato e al popolo che designavano un nuovo re.
Il senato
La tradizione afferma che Romolo creò un assemblea di senes (anziani) che chiamò “senato”, la quale deteneva una funzione consultiva (consiglio del re). La funzione del senato è dunque quella di consigliare prima al re e poi ai magistrati nei vari campi della sfera politica. Il senato, tuttavia, non ha potere decisionale. Esso non fu mai eletto dal popolo ma fu il re a nominare i senatori, i quali si auto-nominavano. Nel senato si riunivano, in numero di trecento (cento per ciascuna tribù) i patres vale a dire i capi delle famiglie gentilizie che formavano la gentes. Il compito dei senatori era quello di affiancare i re nelle varie funzioni di governo.
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