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Roma è l’unica città che nel corso di pochi decenni riesce ad arricchire il proprio ceto

di governo; la differenziazione riguarda anche la qualità del potere. I consoli hanno

l’imperium e la giurisdizione criminale, fino a quando non passerà in parte ai pretori;

i consoli hanno l’obbligo di amministrare la città, hanno l’imperium come il pretore e

conducono l’esercito insieme a lui. I censori hanno invece un grandissimo potere (po-

testas) e possono radiare dal senato i senatori indegni, ma in compenso non hanno

l’imperium. I tribuni della plebe hanno potere solo all’interno di Roma, dentro il po-

moerium.

Più avanti verrano creati altri magistrati minori: i questori, erano una carica antichis-

sima a Roma e in età monarchica svolgevano per conto del re delle indagini su chi era

accusato di omicidio. Dagli antiquari sappiamo che esistevano dei quaestores parri-

cides e l’indagine spettava in epoca remota ai re, poi sarà toccata ai consoli e poi ai

pretori. Quando riemergono i questori non hanno più questo compito, assumono tut-

t’altra carica, di amministrazione del tesoro pubblico.

Roma aveva una cassa dello stato chiamata erario e i questori saranno quelli che

amministreranno tale cassa.

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Quando alle cariche pubbliche possono adire anche i plebei, a queste cariche deve es-

sere aggiunto anche il tribunato della plebe, gli edili della plebe. Inizialmente le cari-

che venivano date a seconda di come uno si presentava: se si presentava per il conso-

lato, allora diveniva console. Tutti quelli che erano eletti, slavo eccezioni, erano ric-

chi al punto di avere tanti clienti che li votassero e l’istituto della clientela continua

anche dopo lo sfaldamento dei grandi clan. Uno è cliente del capo di una grande fa-

miglia. La clientela serviva a tutelare ceti inferiori dall’arroganza di ceti superiori e la

giustizia a Roma non è mai stata giusta in senso proprio; c’era di fatto una giustizia

per i ricchi e una per i poveri.

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Quando le cariche vengono create, vi è una gerarchia di fatto: il console è più impor-

tante dell’edile curule o del questore, ma accadeva che uno volesse essere eletto per

una carica inferiore, pur avendo avuto una carica superiore.

Nel III e IV secolo non c’è una rigida carriera strutturata in modo che da una carica

piccola si possa salire ad una più grande. Nel 180 a.C. con la legge Vilia si arriverà a

stabilire il certus ordo magistratuum per evitare che delle persone si presentassero

tutti gli anni ad una carica diversa oppure alla stessa carica. Diventava senatore uno

che aveva ricoperto una qualsiasi delle cariche pubbliche e se uno veniva eletto preto-

re, finita la pretura diveniva senatore e rimaneva in Senato per tutta la vita. Anche la

questura dava adito all’entrata in Senato.

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Le cariche pubbliche erano elettive e per essere eletti serviva avere tanti clienti. La

clientela era composta dagli amici (comites, sodales) e il grosso era costituito da in-

dividui appartenenti allo strato inferiore della società, quelli che non avevano lavoro.

Roma, al suo interno, prevedeva meccanismi che permettevano di mantenere anche

quelli che non lavoravano e questi, con il passare del tempo, diventeranno sempre di

più (plebe urbana). Questi erano dei parassiti mantenuti dallo stato. Perchè lo stato li

manteneva? Perchè la classe dominante era quella dei ricchi proprietari terrieri che

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vivevano con una sola grande paura: quella della rivoluzione sociale. Solo la rivolu-

zione sociale poteva allontanare la classe dominante dai propri privilegi (questi si fa-

cevano le leggi su misura).

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Onestiores e umiliores: ceti superiori e ceti inferiori. Viene codificata una giustizia

diversa, a seconda che si trattasse di onestiores o umiliores. A Roma, in età repubbli-

cana, non c’è una grande separatezza tra ceto dominante e cariche presenti in città.

Evergetismo = azione del beneficare (εύεργετέω, io compio buone azioni).

Al mattino i clientes andavano a casa del patronus e lui, quando arrivava, si sedeva e

stilava i clienti ad uno ad uno, che poi ricevevano la sportula. Questa plebe era il ser-

batoio elettorale.

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A partire dal IV secolo la nobiltà non è più nobiltà di stirpe, ma è nobiltà del denaro.

Una famiglia nobile poteva decadere quando il pater familias moriva perchè l’eredità

veniva data ai figli (maschi), che a loro volta la davano ai propri figli e quindi i soldi

e le terre finivano. Frammentazione della proprietà terriera.

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Nel I secolo a.C. la classe dominante, in parte per non esporre i figli alle guerre civili

e per evitare la divisione delle proprietà, tende ad avere sempre meno figli. Il proble-

ma non era di rilevanza irrisoria; Augusto propose una riforma della vita privata del-

l’aristocrazia romana, riaffermò che quella era la base del grande impero romano che

era stato costruito. Occorre che l’aristocrazia si rimetta in moto e ricominci ad avere i

figli; Augusto punì i senatori senza figli tassandoli. Nel frattempo l’aristocrazia sena-

toria aveva elaborato un’ideologia volta a giustificare la scarsa procreazione e per la

prima volta, i senatori dei ceti più colti cominciano a condividere la concezione di

una famiglia senza figli e la necessità dell’astinenza. Quando i senatori cristiani sosti-

tuiranno quelli pagani, sposeranno gli ideali di astinenza già presenti nel mondo pa-

gano.

Le famiglie ricche, non ancora senatorie, premevano affinché questi meccanismi non

fossero attuati.

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Nel IV secolo, nel 339 a.C., una legge rende più facile il passaggi dal plebiscito alla

legge. Questa è la legge di Publilio Silone, la quale si colloca su un percorso che ar-

riverà nel 287 a.C. alla legge Ortensia. Questa stabilisce che i plebisciti hanno valore

di legge per tutto il popolo romano, quindi anche per i patrizi. Nel 300 a.C. i sacerdo-

zi vennero aperti ai plebi. Totale parificazione tra patriziato e plebe. Nasce così la no-

bilitas patrizio-plebea. Nel 326 a.C. venne abolito il nexum.

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Il Senato diventa così la vera guida di Roma, soprattutto in politica estera. Roma, dal-

la fine del IV secolo, rimette fuori la testa sotto la guida di senatori capaci che hanno

il polso della situazione. Il senato diventa così il vero timoniere della politica estera.

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Lezione 15, 23/10/2014

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La nobiltà patrizio – plebea detiene anche le cariche curuli quindi siede in Senato, il

garante della continuità della politica estera perchè carica vitalizia. Dopo la distru-

zione di Vejo, Vibene e Volsci nel quinto secolo, Roma riacquista l’egemonia del La-

zio persa a causa del conflitto tra patrizi e plebei, che era stata ottenuta con i Tarqui-

nii. Roma è dunque una città – stato importante e quindi necessita di imparare ad

amministrare la politica estera. I principi base restano tuttavia immutabili: la fides si

attua nei confronti dei soci= foederati, gli alleati che diventano tali attraverso il foe-

dus = trattato di alleanza. La rottura del foedus comporta la rottura della pax deorum.

L’alleanza è usualmente fatta dopo la guerra in cui la comunità rivale viene battuta da

Roma. Perdendo questa si arrende a discrezione ovvero senza condizioni, è una resa

totale. A questo punto i Romani accolgono i vinti nella fides = alleanza sempre reci-

proca. Nell’età antica la fides era già presente, tanto che c’era un sacerdozio specifico

per questo, c’erano infatti i fetiales che agivano in nome della fedes promessa da

Roma. Di conseguenza quando Roma deve combattere, deve farlo secondo il princi-

pio di bellum iustum, la guerra giusta. Ciò significa che Roma deve fare guerra solo

quando subisce l’attacco. Questa non può assolutamente intraprendere una guerra

verso una comunità nemica senza aver prima subito un torto e quindi senza un gesto

che giustifichi la dichiarazione di guerra. Spesso quindi Roma fa in modo di provoca-

re l’avversario per farsi attaccare. A questo punto i fetiali fanno la cerimonia di guerra

che consiste nell’andare sul confine con la terra nemica e lanciare nel suo territorio

una lancia in segno di dichiarazione di guerra. I federales diventano clienti di Roma.

Sostanziale è la differenza tra amicus e socius. Amicus è una comunità che instaura

un buon rapporto con Roma, senza nessuna ragione specifica e questa non diventa

foederatus. Il socius invece è legato a Roma da un’alleanza più forte, obbligata. Que-

ste distinzioni sono operate dal quarto secolo, dopo l’incontro con i greci che erano

già impossesso d questi concetti. Tuttavia li interpretano in maniera diversa. Per i

greci amicizia si dice filia, alleanza invece è senmachia. Quest’ultima però non è ob-

bligata come a Roma. I greci quindi la instaurano spesso con popoli che a loro volta

l’hanno instaurata con altri. Si arriva quindi a un insolvibile frammentazione della

Grecia, poiché ci sono comunità alleate tra loro che però possono essere alleate anche

con nemici dell’altra. Roma invece per l’instaurazione dell’alleanza, esige che con

l’altra comunità si abbiano gli stessi amici e gli stessi nemici, creando un rapporto

vincolante e di unità. I primi alleati di Roma sono i Latini, che si alleano dopo la

sconfitta nella guerra di Lago Regillo. Questi attraverso l’alleanza godono dei diritti

su militia, connibium, commercium e migratium. All’inizio l’alleanza appare fondata

sulla parità, quindi i rapporti della lega latina comprendono quelli di Roma. Fino al

338 una guerra di Roma, è una guerra della lega latina, così come ogni alleanza, ogni

colonia di Roma sono non di Roma , ma dell’intera lega. Questo dal punto di vista

giuridico e teorico. Nella pratica però Roma prende il sopravvento sulle altre città

della lega e gli impone al propria politica estera quindi le guerre sono decise da

Roma, che però per combattere chiede tributi in beni e uomini alle città della lega. Le

città latine non hanno dunque autonomia su piano internazionale, la politica estera

passa per Roma. I latini sono comunque più avvantaggiati degli altri alleati che non

godono come lor dei diritti di militia, commercium , connubio e migratium. Gli altri

alleati hanno soltanto obblighi, i tributi. Prima di stabilire il tributo , Roma elimina la

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fazione che è al potere al governo della comunità vinta (esiliando o uccidendo i

membri) e vi sostituiscono nobili locali filo-romani, Roma non cambia la forma di

governo, non cerca di democraticizzare una comunità. Tratta sempre con l’aristocr-

azia locale sostituendo il governo locale anti – romano con un governo filo – romano.

Con questo metodo si crea un complesso di alleati sparsi nell’Italia centrale. Quindi

gli alleati servono a Roma per ingrandirsi. I vantaggi degli alleati sono le parti dei

bottini di guerra. Se Roma assume un ager pubblico , che è un territorio di proprietà

romana nella sua totalità, questo può essere dato in concessione anche agli alleati così

che i contadini possano coltivarlo o utilizzarlo per usi civici. Roma quindi allarga la

sua egemonia attraverso il modello federale.

L’odierna Giordania ospitava la città di Petra, capitale del popolo dei Nabatei. I Na-

batei avevano messo un pedaggio per le merci nella città di Egra, l’ultima stazione

dei Nabatei prima che iniziasse il deserto. Le merci , per lo più mirra e incenso, arri-

vavano dall’odierno Yemen,che allora era l’Arabia felix mentre perle e spezie veni-

vano dall’India. Nel 106 Traiano annette questo Petra che diventa provincia romana

nominata Arabia. Dopo l’annessione, Traiano mette a Egra una corte ausiliare per ri-

scuotere i dazi che riscuotevano prima i Nabatei. La corte ausiliare era costituita dai

mauri, che usavano i dromedari, eprchè in caso dovessero intervenire per un mancato

pagamento del dazio, questi erano gli animali più adatti per muoversi nel deserto. Il

capo dei mauri era un tribuno, vicino a lui vi era un centurione che aveva il nome

solo per metà latino. Questo esemplifica la regola di Roma: le truppe ausiliari con

armamento speciale sono guidate da un locale quindi la cavalleria maura è guidata da

un mauro. Gli ordini sono dati in latino, la lingua ufficiale dell’esercito. Il capo mau-

ro è anche referente dei suoi uomini presso i Romani. Quindi si tratta di capi con due

titoli: uno nella loro lingua madre e uno in latino. Ad esempio un princeps o un tribu-

no erano chiamati re dai loro uomini, mente avevano nomi di funzionari per lo stato

romano. Oltre al modello federale, ci sono come modelli coevi anche quello colonia-

rio e annessionistico. Annessione = incorporazione di un territorio e della sua popola-

zione. Fino alla metà del terzo secolo vengono annesse solo comunità piccole. Una

parte del territorio è incorporata sempre nell’ager pubblico, ma è concessa la coltiva-

zione anche alla comunità annessa, ovviamente però non la parte più fertile. Se non

viene distrutta la città annessa diventa centro di diritto romano, ovvero tutti gli abi-

tanti diventano romani; diventano quindi municipes. La città annessa e romanizzata è

infatti il municipium. Ovviamente questi hanno tutti gli obblighi dell’annessione: tri-

buti, servizio legionario. La comunità però ha la sua lingua, le sue tradizioni, i suoi

magistrati locali. Alle assemblee popolari ogni magistrato parla una lingua diversa,

inoltre a comunità non vuole perdere al propria identità. Cosa succede perciò? Si in-

staurano 4 magistrati di municipio; due hanno potere giuridico per occuparsi dei cri-

mini minori, due curano l’edilizia pubblica come gli edili. Quando questi escono di

carica, si uniscono al senato locale come decurioni che appartengono sempre all’eli-

tes, sono tutti nobili e filo – romani.

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Lezione 16, 27/10/2014

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Roma fa parte della lega latina già dall’inizio del V secolo e poco dopo la metà del IV

secolo vediamo che i latini si ribellano a Roma (350 a.C.).

Roma ha preso il comando sulla lega latina e tra la fine del V secolo e il IV, Roma usa

la lega, ma non si sente obbligata a fare l’interesse della lega, fa gli interessi suoi.

Dopo la rivolta dei latini, alcune città rimarranno comunque latine di statuto, comuni-

tà alleate che hanno con Roma i tre diritti. Roma intrattiene rapporti anche con altre

comunità che sono state sconfitte e assoggettate e rese da Roma partner in un rappor-

to federale.

Roma ha con sé gli alleati latini, assume altri alleati, quelli italici e si allea poi con

altre comunità al di fuori dell’Italia. Dopo la seconda guerra punica, Roma fa una

guerra contro la Macedonia di Filippo V che si conclude con la vittoria dei romani

che avrebbero potuto annettere il regno di Macedonia, facendolo diventare provincia.

La scelta avrebbe significato mandare là un’organizzazione romana e quindi venne

lasciato il re che doveva fare atto di deditio, di resa al popolo romano, diventando so-

cius. “Socii et amicii populi romani”. Si ha dunque la formazione dei regni clienti.

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In Italia esistevano come alleati il territorio dei latini e quello delle città federate,

sparse, ma molte di queste città che diventano alleate, prima di diventare tali devono

essere private di una forte porzione del loro territorio. Quella parte tolta diviene ager

publicus per il popolo romano.

Gli abitanti venivano buttati fuori dal territorio sequestrato.

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Esisteva il modello annessionistico: quando Roma voleva punire più violentemente

una comunità nemica, la riduceva allo stato di municipium. Il territorio diventava tut-

to romano, i cittadini diventavano romani e combattevano nelle legioni e dovevano il

tributo a Roma. Altre comunità erano ancora più penalizzate perchè, quando gli abi-

tanti diventavano cittadini romani, diventavano tali per quanto riguarda i doveri, ma

non i diritti. Non hanno i diritti politici e quindi non possono votare. I romani chia-

mano questi centri civitates. Le civitates sine suffragio durano pochi decenni, poi i

romani vanno diventare questi dei municipia.

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Un’altra forma di incorporazione riguarda entità territoriali più ampie, cioè senti il

loro territorio intorno. Subito dopo la prima guerra punica si parlerà di provincia, con

la prima che sarà quella di Sicilia. Gli abitanti di questo territorio sono peregrini, cioè

stranieri, perchè i romani temevano le grandi immissioni di individui nella cittadinan-

za romana. Il problema della concessione della cittadinanza era un’arma nelle mani

dei demagoghi conservatori. Modello federale e annessionistico sono complessi e si

integrano tra loro.

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Il terzo strumento utilizzato dai romani è quello della colonia. Il problema ha signifi-

cativi aspetti giuridici e pratici diversi; la fondazione delle colonie non è romana, ma

già la Grecia aveva le coste della Sicilia e della Magna Grecia (colonia = apoikia). Le

colonie venivano fondate dai Grecia a causa della povertà del mondo greco e la pro-

duzione di beni che potevano garantire la sopravvivenza non era abbastanza per con-

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sentire la vita a tutti i greci. Le colonie sono chiamate di popolamento e determinate

dall’esigenza di creare una valvola di sfogo per la tensione sociale.

Le colonie che si fondano in Italia sono diverse perchè vi era la tradizione della pri-

mavera sacra (ver sacrum): una cerimonia a sfondo religioso che avveniva quando si

aveva una crisi di sovrappopolamento, cioè una parte della popolazione partiva e an-

dava a cercare nuove sedi. Questo uso del ver sacrum non era soltanto nel mondo

romano, ma anche di quello gallico e sannitico. Questo aspetto di popolamento l’avrà

in parte anche la colonia …. che aveva spesso un altro scopo che si accostava all’esi-

genza di creare una valvola di scarico per la sovrappopolazione, ma era anche una co-

lonia di presidio, fondata per ragioni strategiche in punti chiave della penisola italia-

na. La differenza tra la colonia greca e quella italica è che la seconda continua ad in-

trattenere rapporti con Roma, mentre quella greca non ha più rapporti con la madre-

patria. I legami mantenuti erano solo quelli di carattere religioso.

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La tradizione sulle colonie è molto difficile da dipanare perchè non abbiamo la diretta

testimonianza di quelle che erano le colonie del V secolo. Le più antiche colonie non

erano romane, ma colonie della lega perchè Roma fa parte della lega latina a titolo

paritario; tutte le guerre sono guerre della lega latina. Satricum, Ardea, Sutri, Nepi.

Queste colonie sarebbero state fondate dalla lega latina tra l’età monarchica e il 382

a.C. e sono chiamate priscae latinae. Si ha dunque una prima fase i cui la colonia è

frutto della lega. Dopo il 338 la lega latina viene sciolta, ma Roma mantiene in vita i

diritti latini presso alcune comunità. Alcune comunità vengono lasciate comunità al-

leate di diritto latino.

Dopo il 338 Roma si arroga il diritto di fondare nuove città di diritto latino che na-

scono per un atto unilaterale di Roma, è solo Roma che decide e conferisce a queste

città il rango di alleata, socia latina. Le truppe fornite saranno ausiliarie, perchè la co-

lonia è uno stato alleato.

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Quando veniva fondata una colonia latina essa riceveva un territorio circostante ripar-

tito in un reticolo di rettangoli chiamato centuriazione e assegnato ai coloni che ne

diventavano proprietari. I coloni potevano essere delle più diverse provenienze e ve-

nivano scelti dai romani; in genere erano poveri e potevano arrivare dalle città latine

del Lazio, dalle città alleate e alcuni erano cittadini romani, altri dei latini. Tutti colo-

ro che partecipavano alla fondazione di una colonia latina perdevano il loro statuto

precedente e diventavano tutti dei latin dal punto di vista giuridico, alleati di Roma

che avevano i 3 diritti: connubium, commercium e nexum. Gli abitanti diventavano

tutti latini e andavano nelle colonie per volontà propria. Roma voleva sempre che nel-

le colonie si riproducesse la stratificazione sociale propria di Roma, perchè nelle co-

lonie doveva governare una ristretta cerchia di individui colti di provata fedeltà a

Roma e desiderosi di riprodurre nella colonia meccanismi sociali e politici di Roma.

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La colonia latina è in genere molto grande, il numero di coloni varia da 2000 a 6000 e

per avere la media degli individui effettivamente partiti bisogna moltiplicare per 3 o 4

(moglie e figli). Tutti i coloni avevano a disposizione una casa e un campo da coltiva-

re. In caso di attacco nemico era necessario difendersi e difendere Roma. La colonia

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era un potente veicolo di acculturazione, gli abitanti dovevano parlare latino e roma-

nizzazione.

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La colonia veniva fondata con atto unilaterale dal popolo romano, cioè è Roma che

divide la fondazione di una colonia; una colonia non potrebbe essere fondata in terri-

torio alleato e ostile, in realtà i romani la fondano dove vogliono. La deduzione della

colonia era decisa dal senato dopo lunghissime discussioni e lunghissimi rilievi fatti

sul territorio e dalla decisione di fondare una colonia, all’effettiva fondazione, passa-

vano sempre degli anni. In questi anni il senato mandava gli agrimensori a studiare il

terreno su cui la colonia doveva essere fondata; il terreno doveva essere pianeggiante

perchè il territorio assumeva dopo l’aspetto a scacchiera. C’era una gerarchia di vie di

comunicazione alle quali si accompagnavano i corsi d’acqua e l’ideale si aveva quan-

do il territorio era lievemente inclinato perchè tutti questi ruscelletti confluivano in

ruscelli più grandi che dovevano uscire dal territorio della città. Tendenza a creare

una rete idrica.

Gli agrimensori doveva o limitare i campi e il senato decideva la grandezza della co-

lonia, il numero delle famiglie che dovevano essere mandate e la grandezza degli ap-

pezzamenti di terra dati ai coloni. Poi si provvedeva al reclutamento e a capo di tutte

le operazioni c’erano i triumviri/tresviri coloniae deducundae.

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Ogni colonia aveva la sua legge istitutiva, sempre diversa di volta in volta e questa

legge istitutiva stabilisce (lex coloniaria):

1. Il nome della colonia.

2. Il nome dei tre incaricati di fondare la colonia.

3. Il numero dei coloni.

4. La grandezza dei lotti.

5. Le istituzioni che la colonia avrà (ogni colonia avrà un suo senato locale, dei

magistrati locali).

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Lezione 17, 28/10/2014

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L’Italia romana è un’identità incompiuta e ciò ha favorito le invasioni barbariche e la

persistenza di culture locali che erano anti-romane e ostili al processo verso l’unifica-

zione culturale della penisola.

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La tradizione attribuiva a Roma la fondazione di alcune antiche colonie latine ancora

prima del 338 a.C. La data epocale nel mutamento della politica è quella del 340-338

a.C. e la colonia era stato alleato che forniva un tributo e aveva funzione di popola-

mento o difesa. Le colonie latine non erano l’unico tipo di colonie esistente, perchè

c’erano anche quelle romane. Tutti quelli che partecipavano alla fondazione di una

colonia romana erano tutti romani e la colonia romana era fondata su suolo romano.

Colonia romana è parte integrante dello stato romano (abitanti e territorio romano) e

lo statuto personale è uguale a quello dei municipia. Anche la colonia romana richie-

de legge coloniaria, istituzione di triumviri e atto di fondazione; i magistrati erano i

duoviri e qui ogni cinque anni essi facevano anche il censimento della colonia. La co-

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lonia latina è invece uno stato alleato che non ha politica estera. Gli uomini della co-

lonia romana combattono nelle regioni e se non combattono lo fanno perchè la colo-

nia romana, a differenza di quella latina, nasce con uno scopo militare: è un avampo-

sto di tipo militare e la legge che governa la colonia è di tipo militare. Questi coloni

(romani) facevano i contadini, ma siccome la colonia era fondata in territorio nemico,

erano sempre pronti a correre alle armi. Vigeva il coprifuoco: le porte della colonia

venivano chiuse e i coloni dovevano tornare alle loro case la sera.

La tradizione dice che le prima colonie romane erano relativamente piccole (300 in-

dividui). Le prime 10 colonie romane ricordate dalle fonti sono definite coloniae ma-

ritimae perchè erano presidi sul mare e vengono fondate dopo il 338 a.C.

Queste sono:

1. Anzio, fondata come colonia della lega e poi come colonia romana

(leggenda).

2. Ostia, situata alle foci del Tevere e fondata da Anco Marcio. Già colonia lati-

na, divenne romana.

3. Tarracina.

4. Minturne.

5. Sinuessa (oggi Mondragone).

6. Senagallica (oggi Senigallia).

7. Castrum Novum (oggi Santa Marinella).

8. Pirgi, antico porto di Cere.

9. Alsium (oggi Ladispoli).

10. Fregene.

Il loro territorio è ristrutturato secondo le norme della cadastrazione e gli abitanti

precedenti vengono cacciati, servendo poi da braccianti ai nuovi padroni.

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Nel corso del IV secolo, iniziato con l’episodio delle oche del Campidoglio, i Romani

avevano esteso la loro egemonia sul Lazio, difficilmente tollerabile. I Sanniti vengo-

no in contatto con i Romani dopo che questi sconfissero Volsci ed Equi. Il cuore del

Sannio è l’Appennino laziale-abruzzese-campano e tutte le popolazioni formavano i

Sanniti. Si trattava di genti dedite ad agricoltura e pastorizia e si trattava di una con-

federazione di centro con intorno a loro un contado, pascoli.

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Ogni comunità aveva dei suoi magistrati locali chiamati medices e la loro assemblea

si chiamava touta.

Il tessuto dei villaggi era fondato su unità territoriali con al centro un insediamento

più ampio che parlava l’osco. La terra era poca rispetto alle esigenze e ai fabbisogni

della popolazione; bisognava cercare nuove sedi e i Sanniti adottano il costume del

ver sacrum, migrazione della popolazione verso sedi più fertili.Essi erano attratti dal-

le città greche della costa campana: Cuma e Neapolis e anche dai territori delle popo-

lazioni italiche, campane. I Campani erano italici aventi elementi greci ed etruschi

all’interno della cultura.

Da un punto di vista agricolo, la Campania sarà la regione più ricca e più fertile d’Ita-

lia.

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Romani e Sanniti decidono di fare un accordo 354 a.C., u trattato di alleanza che tute-

la entrambi e prevedeva la non belligeranza. Nel 348 a.C., secondo Livio, i Romani

farebbero un foedus con i Cartaginesi. Gli abitanti di Teano vivono in un territorio

molto fertile che fa gola ai Sanniti e questi continuano a provocarli; i Sidicini (abitan-

ti di Teano) sono costretti a chiedere aiuto a Capua che tergiversa perchè ha paura dei

Sanniti. Capua, minacciata, si rivolge a Roma, la quale vorrebbe davvero intervenire

per mettere le mani sulla Campania, però non può fare guerra ai Sanniti. Roma sug-

gerisce a Capua di arrendersi a Roma, come se avesse combattuto; i romani sono ob-

bligati a prendere nella loro amicizia coloro che fanno deditio e sono anche obbligati

a proteggere coloro che si arrendono. La finta deditio fa scoppiare la prima guerra

sannitica perchè, se i Sanniti attaccano Capua, allora attaccano anche Roma.

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Dopo due anni di guerra scoppia la rivolta dei latini, ai quali era stato chiesto uno

sforzo militare assurdo. I Latini sono sconfitti nella battaglia di Trifano, 338 a.C.

Roma scioglie la lega latina e tratta con differenza le città che si erano ribellate; le

città sconfitte assumono statuti diversi:

• Signa, Norba, Circei, Sutrium, rimangono città di diritto latino, ma i diritti vengo-

no esercitati solo dalle singole città e da Roma. I tre diritti ce li hanno solo con le

singole città, e con Roma: uno si Signa non si può sposare con una di Norba.

• Le città che oppongono più resistenza a Roma sono private dei 2/3 del territorio e

vengono incorporate, annesse e diventano dei municipia. Ariccia, Lavinium, No-

mentum e Petum.

• Altre comunità sono incorporate e gli abitanti diventano cives romani sine suffra-

gio. Velletri, Anzio, Terracina e su questi territorio vengono spesso fondate delle

colonie. L’incorporazione senza diritto di voto vide l’aggiunta di Fondi.

I Romani hanno battuto i Latini come protettori dei Campani e i territori di Capua,

Cuma e il territorio dell’agro Salerno sono incorporati. Queste incorporazioni si ac-

compagnano alla deduzione di colonie come Anzio, Ostia e Terracina, Cales Fregelle

(città martire che diventa colonia, si ribella e viene rasa al suolo).

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Dopo il 338, il territorio controllato da Roma si è triplicato rispetto a 10 anni prima;

Roma viene a contatto brutale con i territori della Magna Grecia e Taranto.

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Lezione 18, 30/10/2014

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Il conflitto tra romani e sanniti era partito dal malessere di città campane che avevano

chiesto aiuto ai romani che, con un espediente, aveva o dichiarato loro guerra. Al

termine della guerra vi fu la rivolta dei latini, stroncata nel giro di meno di tre anni e

l’esito è l’assetto che Roma dà alle città della lega latina, la quale viene sciolta, anche

se i diritti di alcune comunità sussistono. Altre città appartenute alla lega latina ven-

gono invece annesse. Si ingrandisce il territorio controllato da Roma e continua il si-

stema delle alleanze con i latini che sono in assoluta dipendenza da Roma.

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La politica utilizzata da Roma nei confronti delle città latina, fa sì che questa alter-

nanza di situazioni giuridiche delle comunità che vengono a contatto con Roma, di

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volta in volta scelga quale destino riservare a questa comunità. Proprio nel periodo

delle guerre sannitiche, Roma tratta in questo modo anche le città con cui viene in

contatto: Fondi, Formia e Acerre vengono incorporate come civitates sine suffragio,

come munivi senza diritto di voto. Interi territori vengon incorporati, ad esempio

l’agro campano, l’agro salerno, Capua e Cuma. Contemporaneamente vengono de-

dotte colonie latine e a partire dalla seconda sannitica, anche colonie marittime.

Ampliando la propria egemonia sull’Italia centrale, Roma produce reazioni nelle città

della Magna Grecia e i greci si lamentano.

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La prima e la seconda sannitica si combattono in tutta l’Italia centrale, 40anni di

guerra e con l’Appennino sono coinvolte anche quelle popolazioni al di là dell’Ap-

pennino. Serie preoccupazioni le hanno anche le comunità che vivono sull’Adriatico,

sia che si trattasse di colonie greche, sia che si trattasse di semplici città. Sull’Adriati-

co c’erano anche i Galli e tutta la regione che andava dalla Romagna meridionale fino

all’Abruzzo settentrionale, era nelle mani dei Galli senoni. Questi prendono spesso

accordi con i sanniti per eventuali attacchi da parte dei romani. Bononia (Bologna) =

capitale dei Galli Boi.

!

Roma, nel corso del IV secolo, diventa la maggiore potenza e il mondo italico i trova

sulla difensiva. Sulla difensiva sono anche le colonie come Taranto, la quale chiama

in aiuto Alessandro il Molosso, fratello di Olimpiade, mamma di Alessandro Magno.

Il Molosso, si disinteressa subito dei tarentini, perchè la sua idea era quella di co-

struirsi un regno nel meridione. La sua presenza suscita reazioni contrarie dei sanniti

e lui torna a casa.

!

I romani subirono una grandissima sconfitta presso le Forche Caudine (seconda guer-

ra sannitica, 321 a.C.), in cui subirono l’umiliazione di passare sotto il giogo; per pas-

sare dovevano infatti chinare il capo come per inchinarsi. La storiografia romana ha

spesso enfatizzato perchè l’episodio serviva per indicare come i romani, dalle loro

sconfitte, prendevano spunto per le successive vittorie. L’enfasi serviva anche per

giustificare il trattamento riservato ai sanniti. La seconda guerra si conclude con

l’occupazione Boviano alla fine del quarto secolo e sembra che i sanniti siano defini-

tivamente domani, anche se non sarà così.

Meno di dieci anni dopo l’ultima guerra (298-290 a.C.), ne scoppia un’altra, identifi-

cata anche come prima guerra italica, molto più cruenta delle altre due. Non sono in-

fatti solo le popolazioni del Sannio a ribellarsi, ma ci sono anche gli Umbri, gli Etru-

schi e i Galli Senoni e, in misura minore, i Boi. La reazione è violentissima e la guer-

ra viene decisa da una battaglia campale avvenuta a Sentino (295 a.C.), provincia di

Ancona. Qui il comandante romano si sarebbe immolato per dare la vittoria al suo

esercito. La vittoria viene ottenuta grazie al loro console Publio Decio Mure e anche i

suoi parenti si sarebbero immolati per Roma; questi si erano sacrificati con un voto

“devotio” e invocava l’aiuto degli dei inferi affinché lo portassero a casa loro, purché

l’esercito romano potesse vincere. La terra si sarebbe spalancata, il console sarebbe

finito dentro nella voragine e la terra si sarebbe richiusa permettendo ai romani di

vincere.

! ! 44 di 71

I Sanniti resistono e vengono sconfitti poi ad Aquilonia; Roma penetra in tutte le valli

appenniniche e conduce campagne di sterminio e deportazione. L’artefice di questa

politica è Manio Curio Dentato.

!

Occorre dunque procedere ad una romanizzazione forzata dei territori vinti:

- scopo immediato = controllare i popoli sconfitti

- a lunga gettata = la romanizzazione potrà permettere la concessione della cittadi-

nanza

Come si può procedere ad una romanizzazione forzata? Viene utilizzata la colonizza-

zione e dopo la terza guerra sannitica ha inizio nella fascia adriatica. Viene fondata la

colonia Senagallica; i Senoni erano però in contatto con i Boi e venne così fondata

una nuova colonia “Ariminum” (268 a.C.), che controlla da sud-est il territorio Boi-

co.

!

Dopo la prima guerra punica i romani decideranno di portare avanti il processo di

romanizzazione forzata delle Marche e della Romagna e un plebiscito proposto da

Gaio Flaminio voleva che i Galli venissero sterminati e questo successe. Roma, per

rendere più capillare l’occupazione della regione, non fonda singole colonie, ma ri-

duce il territorio a colonizzazione viritana (colonie romane, colonie latine e colonie

viritane). Viritim significa uomo a uomo: lo stato romano delimita un territorio molto

ampio che verrà assegnato a singoli coloni in lotti di terra previsti dalla legge colonia-

ria, ma questo territorio non ospiterà un centro egemone. Viene colonizzato i territo-

rio senza la costruzione della città e si tratta solo di distribuire i campi. La colonizza-

zione viritana è uno strumento potentissimo di romanizzazione, si parla solo latino e

la regione non poteva però rimanere senza un centro.

!

La parte pubblica si chiamava Foro anche nei territori colonizzati e da questa parte

pubblica si forma un centro urbano che si sviluppa spontaneamente e alcuni regioni

hanno nel loro nome quello di forum accompagnato al nome del personaggio che ha

dato il primo assetto urbanistico alla città (forum livii = Forlì).

Accanto ai fori troviamo i conciliabola.

!

Le guerre sannitiche convincono il senato romano di una colonizzazione forzata di

tutta la fascia adriatica. Tale politica presuppone un dibattito in senato su che cosa si

debba fare e decidere è difficile perchè l’aristocrazie romana intendeva come ovvio

trarre vantaggi dalle vittorie. Le terre oltre il Po avevano delle ricche maialine e fore-

ste, mentre il sud Italia è caratterizzato da centri urbani molto vicini tra loro. Al nord i

romani impianteranno dei centri urbani. Coloro che abitavano al nord rabbrividivano

nel momento in cui dovevano pensare di confrontarsi con la cultura greca. I romani

tradizionalisti temevano lo scardinamento delle categorie morali su cui si reggeva la

politica romana.

!

Lezione 19, 3/11/2014

!

Conseguenze delle guerre sannitiche:

! ! 45 di 71

• Introduzione nell’esercito della tecnica manipolare, la legione è divisa in manipoli

che sono delle unità che, messe insieme, formano le file delle legioni. Questa tec-

nica serviva a rendere elastiche le file della legione; all’interno di una grande fila

vi fossero unità di 60/120 uomini, ma originariamente doveva essere composto da

200 persone. Quando gli uomini sono schierati nella formazione di battaglia, i

manipoli sono schierati secondo il sistema della quincum per evitare quello che

era il rischio maggiore del combattimento a falange. Qui gli uomini erano tutti

schierati vicini, se il nemico attacca e la prima linea cede, la seconda fila si gira,

ma si trova faccia a faccia con quelli dietro. Bisognava trovare un sistema che

consentisse alla prima fila di rientrare nella seconda. La legione manipolare era

elastica anche da altri punti di vista: il comandante può di volta in volta distaccare

uno o più manipoli in guerra e questi distaccamenti permettono di costituire delle

unità distaccate. Si ha anche un mutamento nell’armamento e viene introdotto lo

scudo rettangolare e bombato, mostra la faccia convessa al nemico e ripara me-

glio la persona; ha però lo svantaggio di essere più pesante. Cambia anche la lan-

cia, non c’è più la lunga lancia che serviva a trafiggere, ma c’è un’arma da lancio

chiamata pilum. Si ha anche l’introduzione di una spada nuova: il gladium, spada

corta (60 cm) a doppio filo, cioè taglia da tutte e due le parti. Il gladium pare esse-

re di origine spagnola e i romani erano molto bravi a prendere spunto dalle armi

di altri popoli.

• La sottomissione di altri popoli, portò Roma ad essere una città molto ricca; la

guerra favorisce lo sviluppo di attività manifatturiere, la guerra favorisce lo svi-

luppo di attività bancarie, lo sviluppo di attività commerciali che arricchiscono

gente che si dedica al commercio. Quando Roma diventa una grande potenza ap-

penninica, vi è ormai in essa un centro che dal punto di vista censitario non ha

niente da invidiare ai proprietari terrieri, cioè alcuni sono diventati ricchi senza

essere proprietari terrieri. A Roma affluiscono le monete d’oro e d’argento prove-

nienti da altre città. Un vero e proprio tabù culturale impedisce che i ricchi non

proprietari terrieri partecipino alla vita politica sullo stesso piano dei ricchi pro-

prietari terrieri (senatori). Si differenzia così un nuovo ordo, una nuova classe so-

ciale: l’ordine equestre, i cavalieri che non hanno altro a che vedere con i cavalie-

ri delle centurie. La lotta politica a partire dalla fine del quarto secolo, comincia a

! ! 46 di 71

essere quella per la presa del potere tra cavalieri e senatori e il problema era il fat-

to che a Roma vi fosse un tabù di carattere culturale e politico. Per adire alle cari-

che pubbliche e per essere senatori, bisognava essere proprietari terrieri e questi

erano iscritti in tutte le classi di censo dei comizi centuriati. I proprietari terrieri

sono iscritti nelle tribù rustiche. Le tribù urbane sono invece costituite dai nulla-

tenenti, sia che vivano in città, sia che vivano nelle campagne; coloro che hanno

ricchezze mobili appartengono alle tribù urbane. Si chiede perciò che anche gli

equites abbiano dei diritti politici.

!

Appio Claudio, personaggio appartenente all’ordine senatorio, capisce che è necessa-

rio aprirsi nei confronti della classe degli equites e propone di distribuire anche i de-

tentori di beni immobili in tutte le centurie e in tutte le 35 tribù.I suoi provvedimenti

vengono accolti anche perchè si crea a Roma un periodo di disarmonia e l’aristocr-

azia sta attenta a non creare altri problemi all’interno della città.

La proposta viene accettata e questo tale Appio costruirà la via Appia che porterà ver-

so sud, verso Capua; egli è anche un uomo che prevede un boom demografico della

città che ha appena sconfitto i Sanniti e propone che venga costruito un grande ac-

quedotto che porti l’acqua a Roma.

Nel 304 a.C. i provvedimenti di Appio vennero abrogati, ma la via era ormai aperta e

nel III secolo il conflitto tra gli equites e i senatori comincia ad esser al centro della

politica. Si ha la grande guerra degli etruschi, galli e umbri contro Roma + distruzio-

ne dei sanniti. Poi ci si dirige verso il trimetallismo, monete d’oro, argento e bronzo.

!

La classe senatoria comincia ad emanare leggi sumptuarie, di lusso. Di tanto in tanto

veniva emanata questa legge perchè i senatori avevano anche loro dei padroni: le loro

! ! 47 di 71

donne! Queste amavano farsi portare su delle portantine e venivano emanate ogni

tanto queste leggi. L’esibizione della ricchezza faceva male ai ceti abbienti.

Il III secolo è poi caratterizzato dalle grandi colonizzazioni; c’è un momento in cui

Roma si accontenta di romanizzare. Dall’Italia fino alla Spagna c’erano i Greci e i

Cartaginesi che commerciavano e i primi a venire in contatto con Roma erano i Gre-

ci. Taranto, di fronte all’imminente pericolo romano, cerca di prendere delle contro-

misure e chiama in aiuto Pirro re dell’Epiro. Egli aveva come idea fissa quella di di-

ventare re di Macedonia. Il mediterraneo orientale, all’inizio del III secolo, è diviso in

tre grandi regni, quelli di Alessandro Magno.

1. Regno di Macedonia che comprende anche la Grecia, 338 a.C, battaglia di

Cheronea in cui il re di Macedonia Filippo II, padre di Alessandro Magno,

sconfigge i Greci e toglie alle città la loro libertà. Viene così costituita una

lega e contro Filippo si batte Demostene.

2. Regno d’Egitto, affidato a Tolemeo figlio di Lago

3. Regno Persiano in mano alla dinastia dei Seleucidi.

!

Pirro voleva anche impossessarsi del regno di Sicilia e accetta l’invito di Taranto, at-

taccata dai romani. I Tarentini distruggono le navi romane che erano state messe lì

apposta per subire l’attacco e la novità che porta Pirro in Italia sono gli elefanti, sor-

presa mostruosa per i romani e questi elefanti si rivelano una sorpresa anche nel

combattimento. Nella battaglia di Eraclea gli elefanti determinano lo scompiglio del-

l’esercito romano e Pirro vince. Dopo il 279 non punta su Roma e riesce a conquista-

re quasi tutta la Sicilia, tranne l’estrema fortezza a ovest; Pirro suscita una solleva-

zione e torna così in Italia, marciando verso nord, verso Roma. A Maleventum, 275

a.C., viene intercettato e i romani lo sconfiggono. Torna così in Grecia e diventa re di

Macedonia.

I romani fondano a Maleventum una colonia e dopo la presa di Taranto le città della

Magna Grecia cadono.

Guerra con Cartagine, ma i romani non hanno una flotta. I Mamertini, situati a Mes-

sina, chiamano in aiuto Roma perchè c’era lì un presidio Cartaginese e decidono di

dichiarare guerra a Messina, sbarcando in Sicilia. Combattere contro i Cartaginesi è

molto difficile.

!

Lezione 20, 4/11/2014

!

Roma e Cartagine sono le due principali potenze del Mediterraneo. Accordi tra Roma

e Cartagine erano stati ribaditi nel IV secolo e adesso che siamo nel III, le due poten-

ze vengono allo scontro. Cartagine era una potenza essenzialmente mercantile, men-

tre Roma fondava la propria ricchezza sulle terre.

Nel IV secolo a.C. i commercianti premevano perchè si facesse guerra a Cartagine, la

quale era una grande potenza mercantile, ma era una grande potenza terriera, aveva

un retroterra fertilissimo. Somiglianza tra la situazione sociale di Roma e quella di

Cartagine. Polibio si pone il rapporti tra Roma e Cartagine e quando lui scrive ci sono

già state le prime due guerre puniche; Polibio non si limita a raccontare la storia, ma

teorizza sulla guerra punica, chiedendosi perchè sono venute allo scontro e perchè

! ! 48 di 71

sono rimaste ad un certo punto le due sole potenze marittime (per la bontà della loro

costituzione). Eziologia è lo studio delle cause e i grandi storici greci procedono

sempre allo studio delle cause.

!

Il primo grande teorizzatore delle costituzioni fu Aristotele, il quale aveva scritto una

serie di storie delle singole costituzioni delle singole città greche, anche se a noi è ri-

masta solo la descrizione di quella di Atene.

Egli aveva teorizzato tre forme di governo:

• monarchia, µόνος.

• aristocrazia = governo dei migliori, άριστος.

• democrazia

Queste forme di governo tendono però ad avere un aspetto negativo, perchè se il re è

cattivo, allora non va bene; l’aristocrazia deve essere intelligente e nella democrazia

il popolo deve esercitare giustamente il potere.

Tutte e tre le forme di governo tendono a degenerare:

• tirannide, τυραννίς.

• oligarchia = governo dei pochi, ὀλίγοι.

• oclocrazia = governo della piazza, ὀχλοκρατία da ὅχλος che significa massa.

!

A Roma la monarchia degenera nella tirannide dei Tarquinii contro cui si batte l’ari-

stocrazia, ma anche questa tende a difendere i propri privilegi e tende a diventare

un’oligarchia, pessima forma di governo. Contro le forme oligarchiche insorge il po-

polo, fino a quando al suo interno prevalgono le frange estremiste e si arriva all’oclo-

crazia. Quando un popolo è totalmente ingovernabile, spesso avviene un colpo di sta-

to che consegna il potere a uno solo; accade che dall’oclocrazia si ha come un ritorno

al governo monarchico.

Sempre dalla scuola di Aristotele esce un’altra idea: in genere gli stati retti da una

forma di governo primaria, fiorisce per poco tempo, proprio perchè la forma di go-

verno è instabile. Resistono molto di più le comunità che hanno una forma di governo

(πολιτεία) mista; alcune comunità sono rette da governi che, nella loro costituzione,

racchiudono tutti e tre gli elementi primari. Ci sono degli stati che in un certo senso

sono monarchie o aristocrazie.

Sparta aveva una forma di governo che comprendeva le tre forme primarie:

• era governata da due re che appartenevano a due famiglie.

• il governo era di fatto detenuto da un’aristocrazia che si serviva di due organi per

governare: l’assemblea dei saggi (γερουσία) e gli efori (Ἔφορος), i quali servono

a diluire il potere dei due re.

• l’assemblea degli spartiati, degli armati (Απέλλα), la quale costituisce l’elemento

democratico.

!

A Cartagine ci sono due personaggi che di fatto regnano: Sufeti o Shaphet. Inoltre c’è

anche l’assemblea di nobili chiamata Sinedrio e una comunità retta da una costituzio-

ne mista ha una fioritura più duratura nel tempo. Questo significa che le comunità ret-

te da costituzione mista raggiungono maggiore potenza delle altre e per più tempo.

Polibio riconosce che questa costituzione mista a Cartagine, caratterizza anche Roma:

! ! 49 di 71

• il principio monarchico di Roma è incarnato dai consoli (due).

• il governo è di tipo aristocratico perchè c’è il Senato.

• le assemblee del popolo.

Il sinedrio cartaginese è diviso (commercianti e proprietari terrieri), mentre il senato

romano è unito. Quando vengono allo scontro due potenze a costituzione mista, vince

quella che è in ascesa.

!

Roma non ha una flotta e i Cartaginesi sono i più abili navigatori del Mediterraneo.

Bisogna costruire una flotta e cominciano i prestiti di privati allo stato; l’altro pro-

blema legato alla flotta era chi le avrebbe guidate. Le navi erano anche poco maneg-

gevoli e si rivolsero a nocchieri greci, gli unici che stavano al livello dei Cartaginesi.

La prima punica è contrassegnata da una serie di flotte distrutte da tempeste e, nono-

stante questo, continuano a vincere (così dicono i romani). La prima grande vittoria

avviene a Milazzo grazie a Gaio Duilio e da lì i romani cominciano a fare a meno dei

comandanti greci. I romani non sapevano ricorrere alla tecnica dell’arrembaggio e

impararono in fretta i due modi principali di attaccare le navi nemiche:

- attacco parallelo per distruggere i remi.

- attacco perpendicolare per mezzo del rostro.

- il corvo era una piattaforma montata sul fianco della nave romana e quando que-

sta accostava alla nave nemica, la piattaforma veniva abbassata di colpo e gli un-

cini agganciavano la nave nemica. I soldati potevano passare a piedi sopra la

piattaforma.

!

La guerra si protrae fino alla battaglia nelle

isole Egadi in cui i romani vincono. Se

fossero stati sconfitti i romani, sarebbe sta-

to sconfitto il popolo romano; i cartaginesi

hanno invece pochissimi soldati cartaginesi

perchè la città ricorreva al mercenariato, il

quale voleva poi dei soldi. I mercenari si

ribellano perchè non ricevono ciò che gli

spetta, ma insurrezione viene domata.

I commercianti cartaginesi non vogliono

! ! 50 di 71

rinunciare alla loro vocazione mercantile e i proprietari terrieri promettono di rimane-

re in Africa fino a quando non avranno forze per ottenere la rivincita. La proposta di

Amilcare Barca è quella di andare in Spagna e di colonizzare la costa meridionale;

fonderanno la colonia marittima di Cartago Nova (oggi Cartagena). Lentamente

l’egemonia cartaginese in Spagna si diffonde verso nord, al punto che i romani ini-

ziano a preoccuparsi e 15 anni dopo la fine della guerra impongono un stop ai carta-

ginesi. Si arriva al trattato dell’Ebro, con il quale i cartaginesi non potevano superare

il confine segnato dal fiume.

A sud dell’Ebro vi era la città di Sagunto, federata a Roma e la sua posizione era deli-

cata: giuridicamente era legata a Roma, ma geograficamente era legata ai cartaginesi.

!

Gli abitanti della Sicilia rimangono stranieri, peregrini, ma l’isola diventa ager roma-

nus. I romani applicano a questa nuova realtà il nome di provincia, prima provincia

del popolo romano; nel significato etimologico originario non indica una regione, ma

un incarico. Per la prima volta i romani danno al termine provincia il significato terri-

toriale, è l’ambito in cui si esercita il governo di un governatore romano. Quelli che

vengono mandati in Sicilia per governarla possono essere o un console o un pretore;

più tardi, quando le province aumenteranno, si ricorre alla proroga dell’imperium =

quando finisce il mandato di un console o di un pretore, questi possono essere man-

dati a governare la provincia, propretore o proconsole.

Occorre poi qualcuno che controlli quanto si ricava dalla provincia, un personaggio

vicino alle due cariche principali e questo sarà il questore.

!

Nel territorio di Siracusa vigeva un sistema di raccolta del tributo che era stato voluto

da Ierone e questo era quello della decima: i contadini non pagavano in denaro, ma in

natura, davano un decimo del loro prodotto e i Romani lasciano le tasse esattamente

come prima, ma la riscuotono loro!

!

! ! 51 di 71

Lezione 21, 6/11/2014

! • Roma si era ormai lanciata nel Mediterraneo ed era diventata anche la potenza

egemone.

• La crisi tremenda all’interno di Cartagine

• Crisi politica determinata dalla rivolta dei mercenari

• Decisione di espandersi verso la Spagna, fino a quando non verranno bloccati dai

romani con il trattato dell’Ebro.

Dal punto di vista istituzionale, la più importante conseguenza della guerra punica è

l’istituzione di una provincia territoriale che costituisce un territorio annesso, ma non

vede i propri abitanti diventare cittadini romani perchè rimangono stranieri. I romani

concederanno la cittadinanza romana alle élites cittadine, a quelle filoromane che

chiedono di poter diventare cittadini romani.

!

Per dare un assetto istituzionale alla provincia, i romani creano un nuovo istituto giu-

ridico modellandolo su uno precedente. Creano le pro magistrature, in provincia van-

no dei governatori che sono proconsoli e propretori (agiscono al posto del console o

del pretore). Questi hanno alle dipendenze un questore che si occupa dell’aspetto fi-

nanziario della provincia. Rimanevano però dei problemi: che tipo di tassazione pro-

porre alla provincia (lex Ieronica). Esisteva una burocrazia di funzionari che faceva

capo al re: c’erano i censori che si addicevano bene ad una realtà territoriale piccola,

ma quando il territorio si allargava, era difficile procedere ai censimenti con i funzio-

nari che c’erano. I romani allora, non avendo un funzionariato, devono ricorrere ad

un altro sistema e la burocrazia venne creata in età imperiale, a partire da Augusto,

sotto Claudio, sotto i Flavii e sotto Traiano e Adriano.

La strutta piramidale diventerà sempre più pesante per lo stato.

!

Si ricorre così al sistema dell’appalto: esistevano delle compagnie mercantili che fa-

cevano una gara per avere dallo stato l’incarico di riscuotere le imposte. Il risultato è

che il prezzo dell’asta è già gonfiato rispetto a quello proposto dallo stato e spesso gli

appaltatori gravano con le loro richieste sui provinciali. quanto richiesto dagli appal-

tatori romani è metà in più e le popolazioni non ce la fanno. Il governatore ha il suo

staff da mantenere e i governatori impareranno che nella province ci si potrà arricchi-

re grazie alla concussione (reato per cui un uomo potente approfitta della propria po-

sizione per indurre un altro a regalare qualcosa a quest’uomo). I provinciali comin-

ciano a mandare a Roma delle lamentele e degli ambasciatori, ma il Senato non face-

va nulla.

!

Dal 149 a.C. viene creato un tribunale speciale incaricato di giudicare i reati di con-

cussione (legge Calpurnia). Tale legge prevede che la giuria sia composta da soli se-

natori e la conseguenza era che le lamentele dei provinciali nei confronti dei pubbli-

cani, qualche volta venivano accolte perchè i senatori amavano fare i dispetti ai cava-

lieri. Il sistema di furto nelle province vede interessi contrastanti tra senatori e cava-

lieri perchè tutti e due rubavano; i cavalieri non vogliono che i senatori vengano sem-

pre assolti, perchè questo dà loro un’arma per diventare sempre più ladri. Allora, sia i

! ! 52 di 71

senatori che i cavalieri, pretendono di avere sempre e comunque il comando di queste

giurie e da parte dei cavalieri c’è il tentativo di sostituire i senatori. La lotta tra i due

ordines verte principalmente sulle questiones, su questi tribunali.

!

Il trattato di pace prevedeva l’abbandono della Sicilia e delle isole circostanti da parte

dei Cartaginesi. Quando i romani vedono che c’è ancora un’assidua presenza cartagi-

nese in Sardegna, decidono di comprendere tra le isole anche questa; i Cartaginesi

non reagiscono e Roma s’impossessa di Sardegna e Corsica.

!

Nel corso dell’intervallo tra la prima e la seconda punica, avvengono continui movi-

menti dei Galli: nel 235 a.C. si forma una coalizione di Insubri, Boi e Gesati che

scendono verso il centro Italia e si dirigono verso Roma per trovare terre fertili in To-

scana, ma vengono bloccati a Talamone dove viene combattuta una battaglia. I Galli

erano scesi verso l’Appennino occidentale, vennero sconfitti e i romani fondarono

Piacenza e Cremona.

Nella politica di Roma vediamo compresenti le due tendenze espansionistiche che si

erano affacciate nel IV secolo e Roma poteva affermarsi sia per terra che per mare; le

cose sembrano filare lisce fino a quando viene la notizia che Annibale, dopo aver

espugnato Sagunto, marcia verso l’Italia e porta con sé un esercito di mercenari e gli

elefanti. Annibale era anche un abile uomo politico e viene con un piccolo esercito

perchè sa che in Italia settentrionale troverà degli alleati (Insubri). Annibale sbagliò i

suoi conti perchè non ci fu l’insurrezione di tutta l’Italia del nord: i Liguri aderirono

solo in parte alla causa di Annibale e il suo esercito non fu mai un enorme esercito di

massa. 218 a.C. = battaglia del Ticino contro Scipione (vince Annibale). 218 a.C. =

vittoria del Trebbia. Il console Gaio Flaminio, presso il lago Trasimeno, subì una

grande sconfitta in quanto l’esercito di Annibale si era nascosto nella foresta. L’eser-

cito nemico si trovò sotto Roma, ma il primo errore di Annibale fu quello di non at-

taccare subito, anche se nella battaglia di Canne vinse. La battaglia finale si ebbe nel

202 a.C. e Annibale venne sconfitto.

Annibale resta in Italia tanti anni (15 anni) e in questi anni non combatterà più grandi

battaglie dopo Canne. Mise il suo esercito in Campania e negli ozii di Capua il suo

esercito si sarebbe snervato (inchiesta Jacini, cerca).

! ! 53 di 71

Dalla consapevolezza della crisi delle campagne del sud, verranno molte proposte di

riforme agrarie e nacque la consapevolezza che l’esperienza di Roma aveva creato le

premesse per l’impoverimento della campagna a sud del Po. Necessità di una grande

riforma agraria.

In Italia, in quel periodo, non ci sono molti schiavi e il boom dello schiavismo si avrà

a partire dalla metà del secondo secolo, anche se gli schiavi già c’erano dopo la con-

quista della Magna Grecia.

!

La guerra tra Cartagine e Roma vede opposte le due grandi potenze e non è un caso

che il re di Macedonia Filippo V offra ad Annibale la propria alleanza. Filippo pro-

mette di sbarcare in Italia, anche se non lo farà mai. Fin quando Annibale fu in Italia,

solo una volta un grande esercito riuscì ad essere bloccato presso il fiume Metauro:

era l’esercito del fratello Asdrubale, il quale venne però ucciso. Quando, dopo Canne,

sembrava necessario per i romani chiudersi in se stessi, aprirono il secondo fronte in

Spagna; le ragioni per cui i romani vanno in Spagna sono differenti:

- per bloccare le partenze di altri eserciti.

- per tenere sotto scacco gli eserciti spagnoli. I due fratelli Scipioni si recarono nel

nord della Spagna, dove ora stanno i Baschi, e vennero uccisi; qui avviene il fatto

fondamentale della guerra punica. Publio Cornelio Scipione (211 a.C.) ottiene un

comando militare in Spagna, dovrà condurre gli eserciti romani in Spagna. Que-

sto ragazzo non aveva mai rivestito una carica pubblica e, non avendola, non po-

trebbe avere l’imperium. La costituzione romana cambia a seconda delle necessi-

tà per rispondere ai singoli problemi, ma si arriverà ad un punto in cui questa ela-

sticità non basterà più (guerre civili del primo secolo e riforma totale da parte di

Augusto).

!

Il ragazzo, dotato di un’abilità politica straordinaria, conquista quasi tutta la Spagna,

prende Cartago Nova e fa capire di essere il prescelto dagli dei, di avere un carisma

che affonda le origini in una prelazione divina. Prima ancora di nascere sarebbe stato

un preferito dagli dei.

Di fronte a tutte queste notizie, i senatori cominciano ad impaurirsi perchè solo

l’uomo sapiente e quello virtuoso possono avere il comando.

Ad Italica vennero lasciati i soldati di Scipione che erano rimasti feriti e da due uo-

mini discesero i due imperatori Traiano ed Adriano. Questi soldati feriti si fondono

con l’elemento locale e, per una concessione straordinaria dell’autorità romana, i figli

di questi soldati avranno cittadinanza romana, pur avendo madri spagnole.

!

Con le vittorie ottenute dal Scipione, Annibale verrà richiamato in Spagna e in Africa,

a metà strada, si avrà l’ultima battaglia della seconda guerra punica. Roma è padrona

del Mediterraneo occidentale e a Scipione venne dato il soprannome di Africanus.

Roma volle poi punire le popolazioni italiche che avevano tradito: Galli, Liguri. I Boi

vennero sterminati, gli Insubri resistono 6 anni e furono i Liguri a resistere per mezzo

secolo. Nel 151 a.C. vennero debellati e deportati dopo stermini ed eccidi villaggio

per villaggio; i Liguri Apuani furono deportati in territorio campano e messi sulle col-

! ! 54 di 71

line che circondavano Beneventum, in cui non cresceva nulla. Vennero messi lì a mo-

rire di fame o a costituire la manodopera della colonia di Beneventum.

!

Filippo V non aveva fatto la guerra, ma si era messo con Annibale; quindi in senato

sorge il dubbio se attaccare o no il regno ellenistico.

!

Lezione 23, 11/11/2014

!

Ennio porta a Roma l’impegno civile, ma anche il disimpegno. Una poesia che non

sia politica, impegnata, a Roma non c’era mai stata, anche se Livio Andronico aveva

tradotto l’Odissea, scatola piena di esempi da raccontare ai bambini. Ennio, come

Scipione l’Africano, è intriso non tanto di letteratura greca, quanto di filosofia greca.

Era diffusa una scuola filosofica in Italia meridionale: il Pitagorismo. Le caratteristi-

che sono molte:

• Il pitagorismo è una filosofia elitaria, gli uomini non sono tutti uguali tra loro per-

chè ci sono uomini grandi o piccoli di intelletto.

• Solo gli uomini che si distinguono per cultura e per alta moralità, hanno diritto di

guidare gli altri uomini. Devono essere esempio di moralità e frugalità. L’esame

di coscienza dell’uomo pitagorico è molto importante.

• L’uomo pitagorico è attento a non fare del male agli altri uomini, ma il pitagori-

smo non era solo una semplice filosofia perchè aveva anche un aspetto religioso.

Prevedeva per l’uomo un destino ultraterreno.

• Il destino è di premio o di castigo: se si comporta male è costretto ad un ciclo di

reincarnazione, compie un viaggio nell’Ade e si reincarna fino al momento in cui

non si purificherà. L’uomo comune ha di solito come destino l’Ade. L’eroe pita-

gorico per eccellenza vive una sola vita e alla sua morte diventa una stella, viene

assunto in cielo. Questo è il destino riservato a Scipione. L’idea del premio o del

castigo non è soltanto del Pitagorismo, ma si ha anche in credenze dionisiache,

l’orfismo.Orfeo è colui che scende nell’Ade e poi ritorna sulla terra, salvo che si

tratti dell’eroe pitagorico che diventa subito una stella del cielo. Scipione era un

adepto convinto del pitagorismo e da qui derivava la consapevolezza della propria

superiorità sugli altri romani e la consapevolezza della propria funzione provvi-

denziale a favore della comunità.

!

Quando un magistrato romano sconfiggeva un’altra popolazione, aveva la possibilità

di dettare le condizioni di pace, anche se quello che decideva non era per sempre. Il

senato poteva rifiutare di accettare l’assetto dato dal comandante vittorioso.

Flaminino, dopo aver dettato la pace a Filippo V, condona una parte dell’indennità di

guerra al re macedone, per una sua scelta.

!

Quando la Macedonia viene sconfitta, le singole città e le leghe chiedono la libertà e

qui avviene l’episodio della spedizione di Flaminino in Grecia. Ai giochi istmici, alla

presenza di una folla delirante, egli proclama la libertà (Ελευθέριa) della Grecia.

Flaminino fa coniare una moneta in cui è mostrato di profilo con i capelli mossi al

vento e questa non è una tipica rappresentazione romana, ma una figurazione di tipo

! ! 55 di 71

greco. Inoltre egli ordina l’evacuazione dalla Grecia di tutto l’esercito romano (Filip-

po continuerà ad essere fedele alleato).

!

Scipione l’Africano, quando Annibale era tornato in Africa, si era fatto dare il co-

mando della Sicilia e aveva attaccato l’Africa, anche se questa era una violazione del-

la costituzione romana. Tutto nella sua politica è sul crinale che divide legalità da il-

legalità. Non si parla più di Roma del Senato, ma di Roma delle personalità, via che

porterà alla monarchia. La stessa proroga dell’imperium nelle province era una viola-

zione della costituzione.

In Oriente c’è il nuovo pericolo del regno di Siria, un regno immenso che andava dal-

la costa dell’Egeo dell’Anatolia (Asia Minore = odierna Turchia) fino all’Indo e

l’impero venne spezzato in due dalla discesa dei Parti, scesi fino al golfo Persico. I

parti arrivano nel 248-247 a.C e dal 224 vengono sconfitti.

L’immenso impero Seleucidico aveva profondi motivi di crisi e in esso vi è uno strato

di eredi che governano il regno e quando Filippo viene sconfitto, Antioco III di Siria

decide di attaccare i romani. A Roma si cerca qualcuno a cui affidare il comando del-

la spedizione in Siria; tradizionalmente gli imperi asiatici che avevano una tradizione

centrifuga di satrapie, erano molto lenti ad organizzarsi.

Annibale si era rifugiato presso Antioco III, ma il comando della spedizione non ven-

ne dato a Scipione perchè era stato console anche l’anno precedente. Scipione aveva

un fratello, Lucio, quindi si pensò di eleggere console Lucio, attribuendogli il co-

mando in Oriente, ma sarebbe stato affiancato da fratello Publio! Il popolo votò per

Lucio, guardando però Publio, nel quale tutti speravano.

!

Publio sbarca in Turchia, prende in mano le redini dell’impresa e fa avere ad Antioco

l’intimazione di abbandonare tutta la penisola anatolica e di ritirarsi ad est del Tauro.

Mentre Scipione arrivava in Turchia, l’esercito siriano rapiva il figlio di Scipione; in

questi casi, colui che catturava il figlio del capo, chiedeva un riscatto. Scipione cade

malato e fa avere uno strano messaggio ad Antioco: “Antioco, non attaccare battaglia

adesso e aspetta che sia guarito, in quanto voglio essere sul campo”. Con questo mes-

saggio Scipione si fa garante della vita di Antioco in caso di sconfitta e gli dice che

! ! 56 di 71

non dovrà temere per il regno. Antioco non attacca, ma restituisce a Scipione il figlio

catturato, senza riscatto.

Nella battaglia di Magnesia Scipione vince e prepara le condizioni di pace che ver-

ranno ribadite nel trattato di Apamea (Siria). Il comandante doveva sempre tenere un

resoconto delle ricchezze nel bottino di guerra, ma dal bottino scompaiono 500 talen-

ti, la Siria diventa clientela del popolo romano. Catone, dopo aver chiesto a Scipione

perchè Antioco gli avesse restituito il figlio senza riscatto e avesse perso i 500 talenti,

Scipione non rispose. Alla domanda di mostrare i resoconti, Scipione prende tutti i

libri e li strappa, ma non viene condannato a morte. Così se ne va in esilio, nella villa

di Literno.

!

Il periodo in cui succede questo fatto è durante le feste Baccanali, dedicate al dio

Dioniso; il dio, in Tracia veniva venerato con il nome di Ζαγρεύς. Egli è un dio bene-

fattore che viene smembrato dai Titani che lo avevano anche mangiato; era intervenu-

to Zeus, che prima ha obbligato i Titani a visitare quello che avevano mangiato e con

i pezzi Zeus ricompone Zagreus, poi fulmina i Titani, dai quali ha origine la stirpe

umana. Come discendenti dei Titani sono cattivi, ma siccome questi avevano mangia-

to un dio, erano anche buoni; l’uomo deve cercare di sopprimere il male e cercare di

fare il bene.

La vicenda di Dioniso diventa anche una prefigurazione del destino dell’uomo desti-

nato a morire, ma con l’aiuto della divinità è destinato anche a rinascere. Il messaggio

è soteriologico (σωτήρ): dalla morte, dal male, l’uomo rinasce al bene. La fine del pi-

tagorismo e la fine dell’orfismo sono contemporanee, perchè ai romani non piaceva il

potere elitario del pitagorismo o l’egualitarismo del dionisismo perchè aveva cerimo-

nie segrete. I romani credevano che succedesse di tutto nelle cerimonie segrete, che a

volte culminavano in uccisioni.

!

Secoli dopo lo stesso problema vi fu per i cristiani perchè i romani credevano che

avessero rapporti incestuosi, chinandosi tra di loro fratelli o sorelle. Li accusavano

anche di essere antropofagi perchè mangiavano gli uomini (comunione) e tutto questo

accadeva a causa della mancanza di informazioni. Il Senato propose un senatus con-

sultum che impone agli orfici di smettere con le loro cerimonie; i romani avevano an-

che una concezione morale della loro religione. La tradizione vuole che Catone sia

stato un tradizionalista, ma è lui che introduce a Roma la prima basilica, la basilica

Porcia. Catone importa anche il culto della Maja Mater, la quale era originariamente

una roccia, ma venne interpretata come una madre che piangeva in continuazione.

Della madre si sarebbe innamorato il figlio, disperato perchè innamorato, decide di

evirarsi. Dal suo sangue rinasce la vegetazione e anche durante i culti i sacerdoti e gli

animali si eviravano.

!

Nell’enciclopedia che catone regala al figlio, egli elimina tutte le materie che non gli

piacciono, come ad esempio la matematica. Quello che doveva imparare il figlio era

l’agricoltura; non gli insegna la retorica, ma dice al figlio di pensare al nucleo del di-

scorso perchè le parole verranno da sole.

!

! ! 57 di 71

Lezione 24, 13/11/2014

!

A Roma i conservatori avevano delle clientele non tutte di livello eccelso, perchè era-

no costituite anche dal popolo ignorante. Gente come Catone era perfettamente

d’accordo nel condannare Scipione e sradicare la cattiva erba dei Baccanali. Perfino

la commedia antica mostra come degli atteggiamenti anti ellenici e filo ellenici, per-

vadessero la vita quotidiana. Plauto rappresenta i Greci prendendoli in giro in manie-

ra feroce perchè li considera come ladri: pergraecari = gozzovigliare, rubare. Il verbo

è un neologismo avente come radice il termine graecus. Da Plauto vengono derisi an-

che i greci migliori e sono rappresentati come sepolti dai loro libri, il che suscitava

un’enorme ilarità.

L’opposizione all’ellenismo era volta a suscitare approvazione, mentre il concorrente

di Plauto Terenzio, appartenente al circolo di Scipione l’Emiliano, rappresenta il cor-

rispettivo romano della commedia nuova in Grecia (Menandro). Tale commedia è

senza parolacce ed ha un linguaggio elevato con dei personaggi considerati pensosi.

Plauto rappresenta spesso uomini e donne sguaiati, la prostituta è sempre oggetto di

riso, mentre Terenzio vede la prostituta come una donna pensosa.

!

Si diffonde così un ideale di humanitas, la consapevolezza di essere uomini e quest’i-

deale non ha nessuna presa sulla plebe urbana che vuole divertirsi e basta. Le com-

medie di Terenzio vennero sempre fischiate e in questo clima di riflessione sulla natu-

ra umana, fiorirà la grande cultura romana del secolo successivo. Tra l’uomo vige un

principio: homo homini lupo.

Stazio poi disse che “un uomo può essere per un altro uomo un dio” solo se conosce

bene il suo dovere. Tutto quello che appartiene agli altri uomini allora appartiene an-

che a me e l’umanità è un consorzio civile di generosità, di collaborazione. I romani,

per loro conto, non ci sarebbero mai arrivati; questo concetto sarà alla base della filo-

sofia del primo secolo e poi del cristianesimo. Questa è un’età in cui il costituirsi di

una cultura che sia insieme greca e romana, presenta diversi aspetti e può dar luogo

ad atteggiamenti di imperialismo moderato, più impegnato o crudelissimo (Scipione

Emiliano che distrugge Cartagine e poi Numanzia). Scipione ebbe un’educazione bi-

fronte perchè suo padre Emilio Paolo era un tradizionalista che porta a casa i libri

della biblioteca di Pella e quindi l’educazione del figlio è assolutamente bifronte.

L’Emiliano sarà grande in quest’opera di composizione dei due mondi, anche se cia-

scuno dei due perde qualcosa e la sintesi non è mai uguale alla somma dei due ad-

dendi. I due mondi devono compenetrarsi e formare un nuovo mondo.

!

L’incontro con il mondo greco ebbe un’altra conseguenza: i romani, sino a questo

punto, quasi mai si erano interrogati sulla concezione della guerra, sulla bontà o

meno dell’imperialismo. I romani avevano sempre agito secondo criteri pratici, o

meglio vi era un principio teorico: la guerra deve essere giusta, quindi doveva sempre

essere subita. I romani però, quando non ricevevano la dichiarazione di guerra, face-

vano in modo di procurarsela. Per i romani era normale che alcuni individui si dedi-

cassero alla vita politica e alcuni buoni si dedicassero alla vita contemplativa, quella

dello studio (otium). Differenza tra otium e negotium, qualsiasi forma di attività prati-

! ! 58 di 71

ca, anche la politica. Lentamente anche a Roma penetra l’idea che l’uomo possa de-

dicarsi all’otium, anche se per i romani la priorità sarà sempre conferita alla vita pra-

tica, alla vita delle armi, alla retorica.

Quando arrivano a Roma tre filosofi greci, comincia da parte di alcuni ambienti ari-

stocratici il ritornello per cui Cartagine deve essere distrutta (Cartago delenda est);

tutta le teorizzazione sulla vita politica attiva a contemplativa si intrecciava con la

teorizzazione sulla guerra e molti romani cominciano a stufarsi di questa concezione

della guerra e si dedicarono agli studi. I filosofi non erano molto graditi a Roma e

precedentemente gli Epicurei erano stati espulsi. Nel 155 a.C. arrivano questi tre filo-

sofi come ambasciatori, in quanto questi erano anche dei bravissimi oratori; Atene era

stata condannata a pagare una multa perchè erano successi dei disordini. I filosofi

vollero chiedere o una riduzione della multa o la totale cancellazione:

- un filosofo è uno stoico = Diogene di Babilonia

- un altro è un peripatetico (allievo della scuola di Socrate) = Critolao

- l’altro apparteneva alla scuola accademica di Platone = Carneade

!

Pirronismo = scetticismo portato all’estremo. I tre filosofi non vengono subito accolti

in Senato e nel frattempo parlano ai figli dei nobili romani che sanno il greco. Car-

neade intrattiene i ragazzi con il tema della concezione della guerra: “quando la guer-

ra è giusta? Esiste una giustizia naturale?” I romani rispondono affermativamente, ma

i romani non si comportano sempre giustamente, perchè cercano un pretesto, ricorro-

no ad espedienti. Catone capisce che la concezione dell’utile alla base dell’imperiali-

smo rappresenta la rovina del mos maiorum, del mondo etico su cui si fonda la poten-

za di Roma e dove entra in crisi un sistema morale, entra in crisi anche quello politi-

co. Il semplice concetto di utile sta tirando addosso ai romani una montagna e si reca

quindi in Senato suggerendo che questi tre filosofi partano immediatamente e tornino

in Grecia. A Roma c’erano però molti greci come Polibio. I tre filosofi vengono dun-

que allontanati.

Catone era sostenitore della guerra preventiva.

!

nel 168 Lucio Emilio Paolo vince la terza macedonia nella battaglia di Pidna e in

!

! ! 59 di 71

questa guerra e i romani avevano come alleati la lega achea. nella guerra gli Achei si

erano dimostrati alleati dei romani, ma alleati un po’ mosci; alla fine della guerra,

Roma punisce gli Achei imponendo agli alleati di mandare a Roma gli ostaggi più

nobili delle famiglie delle città achee. Però tra questi alleati c’era stata anche Rodi,

centro commerciale incredibile, la quale si era dimostrata tiepida. In Senato si pensò

di punire gli abitanti di Rodi, ma Catone fece un discorso in loro favore. Dopo meno

di vent’anni si volle chiudere la partita contro Cartagine, la quale militarmente poteva

fare ben poco, ma il trattato di pace del 201 a.C l’aveva privata dell’esercito e della

flotta. I romani avevano anche dato il loro territorio a Massinissa, alleato di Roma

contro Cartagine e lui sfruttava a proprio vantaggio le condizioni che Roma aveva

posto a Cartagine. Nel trattato di pace Cartago si impegnava a non fare guerra a

Roma e agli alleati, quindi Massinissa pensò di fare qualche incursione nel territorio,

tanto Cartagine non poteva reagire. La città continuò a mandare ambascerie a Roma e

non si ribellò per 50 anni e i romani non risposero mai; essi temevano la rifioritura

mercantile di Cartagine. Scipione l’Emiliano venne mandato a combattere la terza

guerra punica e la rase completamente al suolo (fra il 149 a.C. e il 146 a.C.); egli

aveva molti tratti in comune con il padre (Lucio Emilio Paolo Macedonico) e il non-

no e dopo aver distrutto Cartagine prese il nome di Africano.

• Egli era convinto di avere una funzione provvidenziale nella vita dello stato.

• Anche l’Emiliano è capo assoluto del suo clan, composto in gran parte da uomini

di cultura (Lucilio, Terenzio). Sembra incarnare il cosmopolitismo, una società

che accoglie una serie di persone diverse per etnia.

• Come l’Africano, era amante della cultura greca, ma l’Emiliano non fu un soste-

nitore di politiche di alleanze, fu un conquistatore spietato. Trovava un perfetto

equilibrio tra la tradizione greca e quella romana, Roma deve sconfiggere i nemici

che le si oppongono.

• L’Emiliano era imperialista, l’Africano no.

!

Polibio spiega perchè Roma conquista il mondo abitato nel giro di 50 anni, ma rima-

neva una giustificazione teorica dell’imperialismo romano. Era rimasta aperta la frat-

tura tra il giusto (tradizione romana) e l’utile (pensiero greco).

• Lo stoicismo è destinata a diventare la filosofia dell’impero romano; aveva varie

anime e in origine rappresentava una filosofia di opposizione, era una filosofia

rigorosa.

• Il primo ideale proposto era quello dell’uguaglianza tra gli uomini e la scuola

contraria allo stoicismo era il pitagorismo.

• Dunque lo stoicismo negava il principio della proprietà privata.

• Per lo stoicismo, il saggio deve essere governante o legislatore, deve collaborare

nell’azione di governo.

!

Lezione 25, 17/11/2014

!

Tra i personaggi della cerchia dell’Emiliano, tutti erano schiavi o ex dirigenti nel

mondo greco, che poi erano stati costretti a venire a Roma come ostaggi. Erano tutti

uomini di sentimenti aristocratici. La filosofia greca va bene solo se si adatta alla tra-

! ! 60 di 71

dizione morale romana e in questo era perfettamente in linea con l’amico Catone;

questa non doveva turbare i mores e nella tradizione romana vi era un filone che vo-

leva un imperialismo forte, che conosceva anche momenti di forza e violenza. La

guerra con Cartagine termine con la totale distruzione della città.

Al termine delle guerre in Spagna, l’Emiliano andrà ad espugnare con la forza la città

di Numanzia e gli abitanti di questa furono tutti sterminati e deportati.

!

Uno storico diventa consigliere del re di Spagna Cleomene, il quale propone la ridi-

stribuzione delle terre, tutti devono riuscire a mangiare con i prodotti delle terre. In-

torno alla metà del II secolo, lo Stoicismo come scuola si spacca in due tronconi e

trova un continuatore in Antipatro di Tarso, il quale continua gli ideali zenoniani: non

proprietà privata, cancellazione dei debiti, ridistribuzione delle terre.

Solo colui che ha la sapienza che deriva dalla cultura e la virtus, può governare e co-

lui che le ha al massimo grado può prendere il potere. Questo giustifica una società

classista; il sapiente virtuoso ha tutti i diritti di essere ricco, è un grande proprietario

terriero ed è giusto che abbia terre sterminate. La giustificazione della divisione in

classi è un puntello alla proprietà privata. Questo è agli antipodi rispetto al verbo ze-

noniano. Il sapiente virtuoso, comandando gli eserciti del proprio stato, deve portare

in patria degli schiavi. La società schiavistica deve essere una società “giusta”, nel

senso che il virtuoso è un uomo moralmente molto equilibrato. L’azione del sapiente

virtuoso si traduce in un beneficio anche per quelli che sono governati; buono e giu-

sto che in una società ci siano i ricchi e i poveri ed è giusto che ci sia chi governa e

chi è governato. Anche il popolo sapiente e virtuoso ha il diritto di dominare sugli al-

tri popoli e questo dominio si tradurrà in un beneficio per i popoli soggetti.

Panezio può dunque giustificare così l’imperialismo romano. Idea dello stato etico,

valore morale in sè che è tanto più alto quanto più questo stato è capace di imporsi

sugli altri.

!

Blossio di Cuma fu il maestro dei Gracchi e quando questi falliranno, lui non rinun-

cerà alla sua predicazione, ma andrà a Pergamo, città in cui era scoppiata una rivolta

guidata da Aristonico, una rivolta contro le classi dominanti e i rivoltosi chiedono

pane. Lì predica i soliti ideali zenoniani: ridistribuzione delle terre, cancellazione dei

debiti e la liberazione degli schiavi. Anche qui fallirà e il filone zenoniano, dopo

Blossio, si estingue.

!

Il programma dei Gracchi non è un programma rivoluzionario; essi erano aristocratici

abbastanza conservatori, ma aperti e illuminati nei confronti dei bisogni delle classi

povere e dello stato. L’espansione produceva spesso l’emergere di consoli che per

anni conducono una guerra e la clientela di questi uomini diventa enorme. Quando

Catone perseguita Scipione, c’è la paura che quest’ultimo potesse chiamare in aiuto i

veterani, ma l’Africano non andò mai al di là di certi limiti. C’era però il rischio che

le iterazioni delle cariche portassero all’affermazione di alcuni individui. Si rese ne-

cessaria una nuova disciplina delle cariche pubbliche e si decide di stabilire una pre-

cisa carriera nel ricoprire le cariche pubbliche. Un giovane, erede di una famiglia se-

natoria o uno meno giovane, favorito da un senatore, doveva rivestire come prima ca-

! ! 61 di 71

rica la questura; l’anno dopo entrava in senato e aveva un anno in cui non poteva ri-

coprire cariche. Il secondo gradino permetteva che egli potesse diventare edile o tri-

buno della plebe e in seguito poteva venir eletto pretore; in seguito a questa, poteva

governare una provincia, comandare una legione. Lasciato passare poi un altro anno,

diventava console. Con questo sistema si evitavano carriere rapidissime e si arrivava

al consolato intorno ai 42 anni; la successione di cariche si chiama “certus ordo ma-

gistratuum”. Legge del 180 a.C. = lex Villia annalis, frutto di un’elaborazione con-

servatrice. L’inganno della legge consisterà nel fatto che, andando avanti negli anni,

verrà tolto l’intervallo tra una carica e l’altra e nel I secolo d.C. si tornerà all’inizio.

!

Manca la lezione del 18 novembre 2014

!

Lezione 27, 20/11/2014

!

I Gracchi hanno due aspetti:

• Il loro programma è moderatamente conservatore.

• I metodi con cui hanno perseguito il loro programma sono rivoluzionari.

!

I tentativi di riforma da parte dell’aristocrazia illuminata, vengono sempre visti male

dall’aristocratico reazionario. L’aristocrazia ottiene la vittoria usando il senatus con-

sultum ultimum, decreto dello stato di assedio che può essere decretato dal capo di

uno stato in condizioni di particolari pericoli per la vita dello stato. Si mette in moto

così la macchina dell’esercito, il quale serve a stroncare tentativi rivoluzionari, di

sommosse di grande portata. Lo stato d’assedio è molto pericoloso perchè, se utiliz-

zato come strumento di lotta politica, può essere utilizzato con sempre maggiore fre-

quenza. Le proposte di Gaio Gracco avevano dimostrato che i problemi aperti non

erano solo quello agrario e del reclutamento della quinta classe; c’erano anche altri

problemi, perchè c’era una plebe che si ingrossava a dismisura e che richiedeva sem-

pre più distribuzione di grano gratuita. Gaio aveva fatto una legge in cui proponeva la

distribuzione del pane a prezzi ridotti, ma non certo gratuiti. Si doveva poi decidere a

chi veniva distribuito il grano e questi erano quelli che possedevano una tessera. C’e-

ra poi il malessere degli equites che volevano la presidenza del tribunale per i diritti

di concussione; c’era il problema degli alleati con la rivolta di Fregelle e tutti i pro-

blemi finivano con l’intrecciarsi. Un programma riformatore doveva prendere in

esame tutte le componenti di crisi, altrimenti si sarebbero offerte soluzioni parziali e

non durature. L’aristocrazia senatoria, dopo aver fatto fuori i Gracchi, procede alla

liquidazione totale della legge agraria, viene introdotto il principio dell’alienabilità

dei fondi, rioccupa le terre dell’agro pubblico e fa passare queste terre dal regime di

terre occupate al regime di terre di possesso. I proprietari terrieri diventano sempre

più grandi.

!

La vittoria dell’aristocrazia conservatrice è nettissima, ma è destinata a durare poco.

Si arriva alla guerra contro Giugurta:

! ! 62 di 71

• Tre anni dopo l’uccisione di Gaio Gracco, nel 118 a.C., muore Massinissa, il re

dei Numidi. Alla morte lascia il trono ai due figli, ma anche ad un nipote; Giugur-

ta.

• Alla fine di una guerra dinastica, il trono di Numidia viene preso da Giugurta, il

quel tiene aggregate le tribù della Numidia, è uno stratega valido e rifiuta sempre

la battaglia campale.

• Vi è una guerra di espugnazione di città dell’Africa settentrionale nelle quali vi

erano commercianti italici e quando Giugurta conquista una città, non esita a eli-

minare tutti gli italici presenti, battaglia di Cirta.

• A Roma si ha il terrore di ripetere gli errori commessi all’inizio del secolo, quan-

do vi erano comandi prorogati. Annualmente vengono cambiati i consoli. Il terre-

no in Africa era molto accidentato e la legione si muoveva goffamente su questo

terreno e oltre alle condizioni climatiche pessime, i comandanti romani dimostra-

vano la loro insipienza tattica.

• Tra i comandanti abbiamo Lucio Pinio, assolutamente incapace e poi abbiamo

Calpurnio Bestia, il quale, quando tornò a casa, fu incriminato.

• Alla fine venne dato il comando a Cecinio Metello, l’unico che riesce a sconfig-

gere più volte Giugurta, ma il suo limite era il fatto che avesse con sé come suo

giovane collaboratore un homo novus “Mariooooooo”! Homo novus era colui che

cominciava la sua carriera grazie ad un senatore che lo faceva entrare all’interno

del senato.

• Gaio Mario si imparenta con la famiglia dei Giulii Cesarii, perchè una zia di Giu-

lio Cesare aveva sposato Mario. Egli era un uomo con attitudini al comando mili-

tare, pur non essendo un grande politico; egli è più aperto poeticamente rispetto a

Metello. Mario è filopopolare e da quanto ci sono questi comandi provinciali, nel-

la politica romana si radicalizza la posizione dei nobili conservatori e dei nobili

che vogliono le novità, che vogliono appoggiare le rivendicazioni dei ceti inferiori

in maniera strumentale. Molti nobili, per fare carriera, proclamano programmi po-

litici filopopolari.

Coloro che sposano una politica popolare, cominciano ad essere definiti populares,

mentre quelli più conservatori si definiscono optimates.

• Mario, durante le campagne d’Africa, si accorge di poter giocare la propria carta e

di poter impossessarsi di un’autorità prestigiosa presso il popolo romano e si al-

lontana dai Metelli e si mette in proprio riuscendo ad avere il comando in Africa e

a sconfiggere in poco tempo Giugurta.

• Ha un programma pratico per risolvere il problema dell’esercito ed è un pro-

gramma che sfruttava elementi già preesistenti. Mario ripensa all’esperienza

Graccana e cerca il punto in cui hanno sbagliato, ossia quello di ricostituire la

quinta classe creando i proprietari terrieri; volevano passare dalla riforma agraria.

I proletari che decidono di entrare nell’esercito, deve essere riforniti di armi e

deve anche essere addestrati e Mario comprende che il nuovo esercito deve avere

permanentemente queste caratteristiche:

- professionale

- volontario

- proletario

! ! 63 di 71

Non c’è più il problema di stabilire un breve periodo di leva e, se l’esercito è profes-

sionale, più i soldati combattono, più sono forti. La durata della leva è lunghissima e

con Augusto si avranno soldati che faranno una leva di 26 anni e l’esercito è merce-

nario, come quello di Cartagine. I pregi stanno in un addestramento continuo e per-

manente, ma ci sono anche i difetti = i soldati tendono ad affezionarsi ad un capo che

li guida per molto tempo e li porta alla vittoria, al bottino. Le proroghe dei comandi,

alle quali l’aristocrazia cercava di dire di no, erano un fenomeno irreversibile.

!

I soldati cominciano a pensare anche alla pensione. Oltre ai proventi dei bottini biso-

gnava avere anche qualcosa di concreto e i veterani cominciano a chiedere delle terre

al momento del congedo o dopo una clamorosa vittoria. Il loro comandante può dare

le terre e comincia il fenomeno del veteranesimo che si trascinerà fino ad Augusto e

rappresentò uno dei fenomeni fondamentali dei disastri avvenuti in Italia. Mario torna

in Italia e comincia a venire eletto tutti gli anni, al contrario di quello che diceva la

legge Vilia. A Mario veniva rinnovato il consolato perchè a nord cominciava l’invasi-

one dei Galli e dei Germani in Francia e il comandante più affidabile era Mario. Si

era comunque segnalato un luogotenente di Mario che era emerso: Lucio Cornelio

Silla. Le popolazioni renane erano miste e un’enorme ondata di queste popolazioni si

presenta nel sud della Francia e nella distruzione di Orange (Provenza). Qui si con-

suma un dramma per i romani e l’invasione produce l’uccisione di 80mila romani.

Il comando viene così affidato a Mario, il quale sconfigge Cimbri (ai campi Raudii)

Teutoni (ad Aix-en-Provence).

!

I romani acquisiscono una nuova provincia: la Gallia Transalpina e in seguito anche

la Gallia Cisalpina e l’Italia settentrionale costituisce provincia. La prima provincia

viene chiamata La Provincia, tanto è bella e ricca e da provincia deriva il vocabolo

Provenza.

Mario è al culmine della sua gloria, non fa una politica che piace all’aristocrazia se-

natoria e continua ad ottenere il consolato e gli altri senatori erano timorosi che Mario

potesse tentare il colpo di mano. Mario è molto vicino agli equites, i quali erano stati

estromessi dal tribunale speciale e lui non osa mostrare un atteggiamento deciso ri-

guardo questo problema, ma alcuni politici ambiziosi sono convinti del favore di Ma-

rio nel momento in cui propongono di ridare agli equites la direzione della Quaestio.

Servilio, contando sull’appoggio di Mario, propone di passare la quaestio ai cavalieri.

!

Lucio Appuleio Saturnino era un tribuno della plebe che ricercava il favore delle

masse e propose di assegnare terre in Africa ai veterani di Mario e viene rieletto tri-

buno nel 100 a.C. e chiede la distribuzione di terre e fondazione di colonie nella Gal-

lia Transalpina. Le terre dovevano però essere date anche agli alleati che cominciano

ad essere iscritti nelle legioni al momento della leva. La plebe urbana è preoccupata e

Saturnino si affretta a proporre una legge frumentaria in cui è contenuto il provvedi-

mento di distribuzioni di grano a prezzo ridottissimo. Ci furono opposizioni e allora

Saturnino introdusse un reato che assume un nuovo significato e una nuova portata: il

reato di maiestas, cioè di lesa maestà. Il delitto di maiestas è così vago che si poteva

volutamente equivocare e il crimen diventava uno strumento politico ed i senatori

! ! 64 di 71

vengono anche fatti giurare; solo Metello si oppone e va in esilio. Nelle vie di Roma

si assiste ad una vera e propria guerriglia contro coloro che parteggiano per Saturni-

no; la situazione diventa insostenibile e viene proclamato il senatus consultum ulti-

mum. Saturnino e Glaucia vengono così linciati dalla folla.

!

Marco Livio Druso è un nobile illuminato e continua la politica del padre, chiedendo

delle colonie. Propose che le quaestiones ritornino ancora ai senatori e volle che 300

tra i più ricchi cavalieri entrassero nel senato; propose una legge agraria conseguente

alla fondazione di colonie. Druso vuole anche delle colonie in Italia e si possono

chiedere le terre agli alleati latini e italici, ma bisogna dare il contentino agli alleati,

che chiedono la cittadinanza. Druso accetta e viene concessa la cittadinanza ai latini.

!

C’era una situazione di grande malcontento che degenera in violenze e Druso, per

sentirsi più sicuro, chiede una coniuratio, un giuramento agli alleati. Druso viene pu-

gnalato e gli alleati insorgono.

!

Lezione 28, 24/11/2014

!

Il problema della terra: la necessità di dare terre ai meno abbienti è rimasta, ma nel-

l’epoca di Druso si configura in maniera diversa. Oltre ai secolari problemi di prole-

tarizzazione del contadiname italicum, si presenta un nuovo problema agraria, quello

della concessione di terre ai veterani. I soldati vogliono le terre e il problema agrario

si complica quando il fenomeno del veteranesimo farà sì che nelle campagne si cree-

ranno situazioni di malcontento che spesso esploderanno in maniera fragorosa. Tenta-

tivo di colpo di mano di Marco Emilio Lepido e poi con Catilina.

!

Druso partiva da due presupposti conservatori:

• i tribunali dovevano tornare ai conservatori

• veniva proposta la fondazione di colonie

Druso propone che 300 cavalieri entrino in Senato e aggancia per la prima volta il

problema agrario a quello degli alleati. Gracco non aveva concesso la cittadinanza a

tutti, ma aveva dato i diritti latini agli italici; Druso affronta anche lui il problema del-

la cittadinanza che viene richiesta da tutti. Connettendo il problema agrario con quel-

lo della cittadinanza. propone che gli alleati forniscano terre per i veterani e abbiano

in compenso la cittadinanza italiana.

Queste proposte scontentarono sia i senatori che non volevano 300 cavalieri nei tri-

bunali, sia i cavalieri che non volevano perdere le quaestiones, sia gli strati meno ab-

bienti che non volevano cedere le loro terre. Alla fine prevarrà l’opinione delle aristo-

crazie.

Dalla parte di Druso si schierano i Metelli e lui era ostile a Mario e ai tribuni della

plebe che a Mario si erano ispirati. Druso ottiene il consenso degli italici e sentendo il

loro consenso, temendo per la propria vita, chiede agli italici un giuramento: “quando

avrò bisogno di aiuto, voi giurerete di venirmi incontro”. Livio Druso verrà pugnalato

e l’Italia si ribellerà.

!


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DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Dreamandhope4 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Michelotto Giuseppe.

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