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 Fregenae (Fregene), 245, Marittima.

Tutte nel Lazio tranne Sena Gallica sull’Adriatico. Se è vero che queste sono le prime colonie romane, è

evidente che nascono per finalità strategico-militare.

Le colonie maritime erano le colonie romane più antiche ed erano piccole. Vi venivano mandati 300 coloni

romani. Secondo alcuni inizialmente i coloni andavano senza famiglia, perché la colonia romana era un

centro militare. Rimase sempre un’impronta militare nella colonia romana, anche in seguito quando si

ingrandirono e i coloni partirono con le famiglie.

C’era l’obbligo di tornare a dormire entro la colonia, cioè entro il muro. Non si poteva dormire fuori perché

il colono doveva poter essere mobilitabile in qualunque momento. Nelle colonie latine il colono fa

principalmente il contadino e fa anche il soldato all’evenienza. Nella colonia romana il colono è invece

principalmente un soldato e fa il contadino solo per mantenere sé stesso e in caso la famiglia. È un soldato

mobilitabile in qualunque momento del giorno e della notte. C’è una disciplina militare ferrea: se un colono

dormiva fuori per tre giorni consecutivi veniva considerato disertore e rischiava o la pena capitale o la

riduzione in schiavitù.

Queste colonie maritime vengono fondate tutte nei 90 anni che vanno dal 338-245 a.C. Vuol dire che in

questo periodo (quello delle guerre sannitiche e poi della guerra contro Pirro) si riteneva assolutamente

indispensabile presidiare le coste per paura dell’arrivo di eventuali nemici dal mare. Si premunivano contro

eventuali ribellioni delle popolazioni locali, infatti le popolazioni greche, sannitiche ed etrusche erano state

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da poco assoggettate. Si premunivano anche contro i cartaginesi .

La colonia romana è parte integrante del territorio romano. È come un municipium. Non importa che ci sia

continuità territoriale. I cittadini sono già cittadini romani in partenza e ne hanno tutti i diritti e i doveri.

Dopo le colonie maritime, le colonie romane diventano più grandi, per dimensione assomigliano sempre di

più alle colonie latine. Anche la colonia romana può essere una colonia di popolamento: possono essere

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mandati 2000 coloni . Cioè circa un terzo delle colonie latine più grandi.

In certe zone vediamo che Roma ricorre contemporaneamente alla colonia romana e latina. Ex. All’inizio del

III sec i romani capiscono che è assolutamente necessario colonizzare la regione che va dalla Romagna

all’inizio dell’Abruzzo (dove c’è la città greca Ancona). In questa regione abita nella fascia costiera la

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popolazione dei galli sénones (galli sénoni). Pur capendo di trovarsi in una situazione di difficoltà, i romani

capirono che per la tranquillità dell’Italia (intesa come Roma e le nuove città alleati) bisognava risolvere il

problema dei galli e dei liguri. I liguri erano stanziali, i galli si spostavano, scendevano. I romani realizzavano

che il problema andava risolto in maniera definitiva.

L’ultima fase della guerra sannitica, agli inizi del III sec a.C. (detta la terza sannitica) è una guerra italica, in

cui partecipano tutti gli italici, coinvolge tutti gli appennini. I romani, continuano a sconfiggere il nemico,

vennero portati dalla forza di inezia fin alle odierne Marche, Abruzzo settentrionale. Arrivano in quella zona

a “dare una botta”.

Non stupisce che Manlio Curio Dentato, vincitore della guerra sannitica, convinca il senato a colonizzare

questa regione (290 a.C. circa). Colonizzare come? Il piano prevedeva la fondazione di una colonia, Sena

52 Anche se i cartaginesi erano alleati romani, non ci si fidava; infatti i romani parlavano di fides punica, come per dire

che non ce l’avevano. [Michelotto]

53 C’è un caso clamoroso: la colonia graccana di Iunonia, sul territorio di Cartagine, è una colonia di 6000 individui, ma

a parte questa, al massimo la colonia romana arriva a 2000 individui. [Michelotto]

54 Galli sénoni → tra i peggiori nemici romani, nel corso della storia repubblicana raramente hanno avito nemici

peggiori. Quelli che mettono a ferro e fuoco Roma quando i romani vengono salvati dalle oche del Campidoglio (390

a.C.). Sia nel corso del IV e nel V secolo partecipavano a tutte le incursioni dei galli nell’Italia centrale. [Michelotto]

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gallica → colonia romana. La datazione è controversa, siamo negli anni 80 del 200. Dopo neppure 20 anni e

i romani fondano più a nord Rimini → colonia latina.

Se la colonia di Sena gallica deve controllare da sud l’ager gallicus e Rimini controlla lo stesso ager, le

finalità strategiche sembrano uguali, eppure sono due colonie diverse. Non sempre capiamo le motivazioni

che portano a fondare un tipo di colonia o l’altra. Secondo Michelotto Sena gallica è una colonia di presidio,

mentre Rimini è colonia di presidium ma anche di popolamento. Le colonie venivano sempre fondate per

una funzione di presidio e per una romanizzazione forzata. La funzione di presidio poteva poi essere

minoritaria o maggioritaria.

La colonia di Rimini (Ariminum) è fondata nel 268 a.C., vicino a Benevento (battaglia dove Pirro era stato

sconfitto definitivamente), un’altra importante colonia. In senato si discute contemporaneamente della

fondazione di queste due colonie.

I tre modelli espansionistici di Roma:

1. Modello annessionistico

2. Modello federale

 Latino

 Italico

3. Modello coloniario

LA TERZA FORMA DI COLONIZZAZIONE LA COLONIZZAZIONE VIRITANA

In questo periodo noi non sappiamo che cosa sia successo alle popolazioni locali, cioè ai galli senoni che

abitavano in quelle zone.

Siccome i territori erano molto grossi i romani hanno attuato campagne di spopolamento forzato di queste

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regioni: massacri, deportazioni, fino a quando nel 232 a.C., il tribuno della plebe Gaio Flaminio propone la

colonizzazione viritana (< viritium → uomo per uomo, a ciascun uomo il suo pezzo di terra) dell’ager

gallicus. È una terza forma di colonizzazione, al contrario delle altre non nasce dalla formazione di un certo

urbano con un territorio intorno. Vengono mandati singoli coloni su un territorio, a colonizzarlo. I romani

programmavano tutto, al momento della partenza veniva il colono aveva già un lotto a lui destinato, veniva

dato un contributo in denaro ai coloni per le spese di avviamento e poi si costruivano delle case. Il colono

sapeva i nomi dei confinanti, c’erano già i cippi (le pietre di confini). Questa colonizzazione è micidiale

perché è capillare. Nella colonizzazione tramite fondazione di città con territorio attorno trovavano spazio

non soltanto i coloni: qualche gallo sarà andato dai coloni a fare il bracciante. Il colono diventava un piccolo

proprietario terriero che viveva con il lavoro dei locali. Era il mezzo più subdolo per estirpare una

popolazione dalla propria terra, i galli infatti fuggono. Furono sterminati nel giro di pochi anni. È un

esempio molto duro e articolato di romanizzazione forzata, la più crudele che ci possa essere. C’è

l’assegnazione diretta della terra. Il problema della colonizzazione viritana è che tutta la parte

viritaniamente stabilita non aveva un centro urbano, ma ovviamente i coloni avevano bisogno di uno spazio

comunitario per commerciare. Quindi all’interno della centuriazione viritana si creano degli spazi

comunitari come l’area del mercato (forum/fora) e i negozi, con i servizi utili alla comunità ed edifici sacri.

56 57

Nel tempo gli edifici pubblici importanti si monumentalizzano e lo spazio in cui si raccoglievano tende a

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diventare il centro urbano .

55 Che morirà 15 anni dopo nella battaglia del Trasimeno contro Annibale.

56 Ad esempio gli alberghi riservati agli stranieri. I romani imparano questi usi soprattutto dagli orientali, esisteva il

luogo chiamato camara, dove i viandanti andavano a dormire. [Michelotto]

57 Il tempio non sarà più di legno, ma diventa di marmo. [Michelotto]

58 Sono quei centri urbani che conservano ancora la nomenclatura romana, ad esempio Forlì (< fora). [Michelotto]

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Dopo la fondazione di Rimini i romani sanno che al sud del Po c’è la più pericolosa popolazione gallica: i

Galli Boi. C’è la partita decisiva. Il centro dei galli Boi è un’antica città etrusca diventata Bonomia (Bologna)

dal loro nome.

Nel 218 a.C. soffiano venti di guerra, è l’anno in cui comincia la 2° guerra punica. Sul Po i romani fondano

Piacenza, Cremona (a nord del Po, dove abitano gli insubres).

Il territorio a nord era tutto di foreste e paludi, quindi bisognava procedere alla bonifica e creare campi

coltivabili. Come al solito le colonie latine avevano diverse utilità. Piacenza controlla il territorio dei Boi dal

nord ovest, Cremona controlla gli insubri. C’è sempre un piano strategico.

Colonie fondate:

 218 a.C. Placentia (Piacenza) → colonia latina (6.000 coloni)

 189 a.C. Bonomia (Bologna) → colonia latina (3.000 coloni)

 183 a.C. Parma, Modena (Mutina) → colonie romane (2.000 coloni cad.)

Parma e Modena sono entrambe colonie romane. Il motivo è semplice: dato che Piacenza e Bologna sono

due colonie latine molto grandi, allora si fondano in mezzo due colonie romane da 2000 coloni. Non c’era lo

spazio per la fondazione di altre colonie così grosse.

La via Emilia è stata realizzata dai romani dopo la fondazione delle colonie, ma fu progettata insieme alle

colonie. È certo perché non è stata progettata per unire singolarmente una colonia all’altra, è tutta

rettilinea, senza interruzioni. Solo all’ingresso di Piacenza, per la morfologia del luogo, c’è una piccola

deviazione.

I Galli Boi non esistono più: uno dei popoli più ostili ai romani erano stati sgominati dal disboscamento e

dalla colonizzazione. I Boi hanno combattuto fino allo sterminio, i pochissimi rimasti sono tornati nella loro

base originaria, nell’attuale Repubblica Ceca. Questo è il caso di romanizzazione forzata più capillare,

impegnativo e radicale che l’Italia antica ha conosciuto.

Grazie a questa capillare romanizzazione vennero sconfitte tutte le grandi tribù galliche mentre si

procedeva allo sterminio valle per valle delle popolazioni liguri. Gli ultimi liguri a resistere (intorno al 150

a.C.) furono i Ligures Bebiani (sconfitti dal console Bebio), che abitavano grossomodo dove ci sono i Monti

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Apuani . Combatterono eroicamente e con ostinazione, per questo i romani li punirono duramente: ne

sterminarono la gran parte e trascinarono i pochi superstiti ad abitare nel territorio beneventano, in un

luogo collinare dove l’agricoltura era scarsa e non c’era da mangiare. Infatti tra le popolazioni italiche più

povere che usufruivano dell’istituto degli alimenta dell’imperatore Traiano, in età imperiale, sono compresi

anche i ligures bebiani.

Modello annessionistico, modello federale, modello coloniario → tutto questo significa romanizzazione, ma

dobbiamo immaginare che a partire dal momento in cui questi diversi istituti (la colonia, la città alleata, i

municipia) vengono creati, parte anche da parte della cultura egemone il processo di romanizzazione e di

omogeneizzazione. È per questo a metà I sec a.C. l’Italia fu tutta (in misura diversa) romanizzata. Mentre si

verifica questo tutto fenomeno che porta all’unione della diversità dell’Italia, Roma si trova di fronte a

nuove difficoltà: l’oriente ellenistico, quello che deriva dalla frantumazione dell’impero immenso di

Alessandro Magno. È chiaro che non si poteva né trattare né combattere con questi come si trattava con i

Galli Senoni. Si trovano davanti al problema di nuovi rapporti di politica estera. Per cui non basta più il

rapporto federale, annessionistico, etc. O meglio, questi rapporti continuano ad esserci ma bisogna

59 Adesso sono in Toscana, ma all’epoca era abitata da popolazioni liguri. Ad esempio a Carrara. [Michelotto]

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modellarli adattandoli a una scala più ampia. Non bisogna adattarli ad una città, ma a un regno molto

esteso (come quello di Macedonia, Siria ed Egitto). Non è la stessa cosa che avere come nemico una città.

MOD. A, LEZIONE 6, 26/02/2016 – DI MICHELE BELLOMO.

L’IMPERIALISMO ROMANO

Contenuti:

 Definizione di imperialismo romano.

 L’imperialismo moderno.

 La teoria dell’imperialismo difensivo.

 La teoria dell’imperialismo aggressivo.

 Neorealismo, relazioni internazionali e imperialismo romano.

 Nuovi indirizzi di ricerca sull’imperialismo romano.

Parliamo di alcuni aspetti dell’imperialismo romano, l’argomento è molto esteso. Diamo una definizione di

imperialismo romano. Non esiste una definizione univoca. Farà alcuni accenni all’imperialismo moderno,

quando si è formato, che interpretazioni ci sono. In particolare tre teorie elaborate negli ultimi 120 anni:

1. Imperialismo difensivo

2. Imperialismo aggressivo

3. Terza: neorealismo, relazioni internazionali.

E nuovi indirizzi di ricerca sull’imperialismo romano.

Perché studiare l’imperialismo romano? Risposta migliore data da Polibio, il primo autore che decide di

scrivere un’opera dedicata sistematicamente all’imperialismo romano.

«Chi è così stupido o indolente da non voler conoscere in quale modo e grazie a quale sistema politico i

Romani siano riusciti in meno di cinquantatré anni a sottomettere gran parte del mondo conosciuto – un

fatto che non conosce precedenti» Polibio, Storie, I.1.5

La prima risposta che Polibio dà è sostanzialmente che l’imperialismo romano è un fenomeno storico fino

ad allora senza alcun precedente. In meno di 53 anni Roma è passata ad essere da una città a un grande

impero. La prima domanda che si pone è come i romani siano riusciti a imporre questo dominio. Polibio è

stato in qualche modo profetico, dice che non solo hanno conquistato il mondo conosciuto, ma non si

profilava neppure nessuna potenza che potesse competere con lei. Bisogna studiarla per la sua

eccezionalità storica.

Uno storico moderno, Gruen, nel 1973 deve recensire due studi di diverse vedute sull’imperialismo

romano. Non si può giungere a una posizione definitiva sulla questione, ogni generazione arriverà a diverse

soluzioni. Usa anche una certa ironia sulla parzialità dei risultati ottenuti. Controindicazioni: «I motivi e le

cause che stettero alla base dell’espansione romana costituiscono una questione a lungo dibattuta.

Tuttavia l’argomento non ha perso il suo fascino, e si erge a conferma del noto luogo comune secondo cui i

problemi storici vengono esaminati di nuovo da ogni generazione alla luce delle sue esperienze e con l’aiuto

della sua fresca intuizione. Sebbene lo sforzo sia meritevole, ne consegue, altresì, che la soluzione trovata

non sarà mai pienamente soddisfacente.» Erich Gruen (1973)

DEFINIZIONE DI IMPERIALISMO ROMANO 26

Che cos’è l’imperialismo romano? Una definizione più ampia possibile: processo politico, militare,

economico, sociale e culturale che portò Roma a estendere la sua egemonia su tutto il Mediterraneo. È

l’insieme di tutti i cambiamenti che si verificarono a Roma e nel Mediterraneo con la conquista romana.

Il primo problema è di natura cronologica. Non ci sono dei limiti precisi. Convenzionalmente si fa partire col

264 a.C., lo scoppio della 1° guerra punica → prima guerra trasmarina e la prima in cui Roma abbandona la

sfera italica, e abbraccia quella mediterranea che non abbandonerà più. L’imperialismo è un’esperienza

propria a tutto il periodo romano, anche quello imperiale. L’imperialismo romano repubblicano o si chiude

con Augusto o si può chiudere con la metà del II secolo con la distruzione di Cartagine e di Corinto. Sembra

che gli stessi romani dell’epoca considerassero finita la loro esperienza imperialistica in quel momento.

Dobbiamo cercare di rispondere a due quesiti fondamentali:

1. Il primo di carattere metodologico: È legittimo definire il processo espansionistico romano con il

termine “imperialismo”?

a. Cioè è legittimo usare il termine imperialismo per il mondo romano? È un grosso problema,

i romani non hanno creato un termine preciso per questo. È un termine moderno che è

stato poi applicato al mondo romano.

2. Quali furono le motivazioni che spinsero Roma a intraprendere una politica di conquista e quali

cause determinarono il suo successo?

DEFINIZIONE DI IMPERIALISMO MODERNO

Imperialismo → indica la tendenza di uno stato a estendere il proprio dominio politico ed economico su

altri stati. Definizione data alla fine XIX sec dalle grandi potenze europee: Inghilterra vittoriana, Francia di

Napoleone III e la neonata nazione germanica. Alla fine del XIX sec questi stati si lanciano in un vasto

programma di conquista di zone del continente asiatico e Africano, in un modo senza precedenti.

Imperialismo:

 Termine che indica la tendenza da parte di uno Stato a estendere il proprio dominio politico ed

economico su altri paesi.

 Nato per indicare la nuova politica espansionistica condotta dalle grandi potenze europee alla fine

del XIX secolo.

Gli studiosi (soprattutto economisti) danno una definizione al fenomeno. Principali esponenti:

 John Hobson, Imperialism. A Study (1902)

 Lenin, Imperialismo fase suprema del capitalismo (1917)

 Joseph Schumpeter, Zur Soziologie der Imperialismen (1919)

PRINCIPALI ASSUNTI DELL’IMPERIALISMO MODERNO:

Quali sono i principali assunti dell’imperialismo moderno?

1. Esplicita volontà da parte di uno Stato di acquisire un dominio universale (conquistare più territori

possibili o impedire agli altri di farlo)

2. Politica di conquista determinata da ragioni economiche o da una patologica tendenza verso

l’espansione.

a. Schumpeter dice (per la 2° tendenza) che non è un processo proprio delle potenze

capitalistiche, dovrebbero favorire lo scambio. Le aristocrazie di questi stati vedono una

sorta di riscatto con il sistema di guerre continue, come era accaduto in passato.

3. Formazione di un impero territoriale mediante il controllo diretto sulle popolazioni sottomesse

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a. Per i teorici dell’imperialismo moderno l’unica forma di imperialismo è quella moderna.

Solo in questo modo si riesce a orientare l’economia di questi territori e a tener fuori le

altre potenze.

TEORIA DELL’IMPERIALISMO DIFENSIVO

Sulle basi di queste teorie gli storici di Roma antica andarono a elaborare una prima teoria sull’imperialismo

romano → teoria dell’imperialismo difensivo. Prendono l’imperialismo moderno e cercano di capire se

anche a Roma in età repubblicana si avevano queste caratteristiche. Principali esponenti, quattro studiosi:

 Theodor Mommsen: Römische Geschichte (1854-1856)

 Tenney Frank: Roman Imperialism (1914)

 Maurice Holleaux: Rome, la Greceet les monarchies hellénistiques au III siècle avant J.-C. (1921)

 Ernst Badian: Roman Imperialismin the Late Republic (1968)

PRINCIPI DELLA TEORIA DELL’IMPERIALISMO DIFENSIVO:

Quali sono i principi della teoria dell’imperialismo difensivo? 1° assunto = l’espansionismo romano non può

essere definito col termine imperialismo, è completamente diverso nelle sue modalità. Per diversi principi:

L’espansionismo romano NON può essere definito con il termine imperialismo.

1. Mancanza a Roma, fino al I sec a.C. di un ceto di affaristi paragonabile ai moderni capitalisti.

2. Mancanza a Roma di una chiara volontà, da parte dell’aristocrazia senatoria, di acquisire un

dominio universale.

3. Mancanza a Roma, almeno fino al I secolo a.C., di una recisa e costante politica di annessione

territoriale e quindi uguale mancanza di motivazioni economiche alla base delle conquiste.

a. Per gli studiosi moderni l’imperialismo esiste dove c’è un’acquisizione territoriale. Gli

studiosi romani constatano che le acquisizioni territoriali di Roma sono state esigue.

Tre principi negazionisti. Gli studiosi dicono che Roma non avesse ambizioni espansionistiche.

PARADOSSO: PERCHÉ SI È FORMATO UN IMPERO ROMANO?

C’è però un paradosso. Come riuscirono a creare un grande impero se non volevano farlo? Le spiegazioni:

1. Guerre scaturite dalla necessità di difendersi da nemici potenti o di proteggere gli alleati (parcere

subiectis, debellare superbos).

2. Mancanza nel mondo antico del concetto di “equilibrio di potere” tra i vari Stati e impossibilità

quindi di coesistenza con le altre grandi potenze.

a. Mommesen dice che all’epoca dominava la regola del più forte che sconfigge il più debole

→ i romani avrebbero sconfitto tutti e si sarebbero trovati a capo dell’impero.

3. Controllo diretto del territorio visto come unica soluzione per evitare ulteriori problemi, sia in

Occidente (impossibilità di dialogo con le tribù galliche e iberiche), sia in Oriente (instabilità del

mondo greco).

4. Dal I sec a.C. presenza delle caratteristiche proprie dell’imperialismo: publicani, populares, grandi

personalità dominanti.

a. I publicani avrebbero visto nell’espansione un modo per arricchirsi. Populares →

aristocratici che si facevano portavoce delle istanze popolari, tra cui la necessità di alcuni

strati della popolazione di avere sempre più terre.

Cita tre commenti che sembrano suffragare questa ipotesi di imperialismo difensivo.

 La 1° guerra punica: 28

Nasce per motivazioni legati ai mamertini, chiedono aiuto a Roma, e in senato si discute se

o è il caso o meno di portare aiuti in Sicilia. Alcuni senatori dicono che bisogna intervenire

prima che lo facciano i cartaginesi, che potrebbero conquistare la Sicilia per poi passare con

le loro armate in Italia. Quindi bisogna intervenire per difendere i loro territori.

«I Romani, osservando che i Cartaginesi avevano assoggettato non solo la Libia, ma anche

o molte parti dell’Iberia, ed erano inoltre padroni di tutte le isole nel mare di Sardegna e nel

Tirreno, erano in grande apprensione e temevano che se questi si fossero impadroniti della

Sicilia, sarebbero diventati dei vicini troppo forti e temibili, che li circondavano da tutti i lati

e minacciavano ogni parte dell’Italia. Che avrebbero rapidamente assoggettato la Sicilia, se

i Mamertini non avessero trovato un aiuto, era evidente. Una volta che si fossero

impadroniti di Messana, che si rimetteva nelle loro mani, infatti, in poco tempo avrebbero

tolto di mezzo Siracusa, poiché dominavano su quasi tutto il resto della Sicilia. I Romani,

prevedendo ciò, e ritenendo che fosse necessario per loro non abbandonare Messana, né

permettere ai Cartaginesi di prepararsi una sorte di ponte per il passaggio in Italia, per

molto tempo discussero». (Polibio I.10.6-9)

 La 2° guerra macedonica: Atene minacciata da Filippo V di Macedonia.

Le guerre sono inevitabili. Bisogna decidere come combatterle: sul territorio romano o

o quello nemico. Secondo il senato la guerra si farà in ogni caso perché Filippo aveva una

politica espansionistica.

«Mi sembra che ignoriate, o Quiriti, che voi non dovete decidere tra la pace e la guerra, ma

o solo se volete far passare le nostre legioni in Macedonia o aspettare che il nemico sbarchi

in Italia. Quanto sia grande la differenza lo avete imparato, se non in precedenza, di certo

almeno nell’ultima guerra. Chi può dubitare che se fossimo andati decisamente in soccorso

dei Saguntini assediati, i quali imploravano da noi il rispetto dei patti, così come fecero i

nostri padri con i Mamertini, avremmo limitato alla Spagna l’intera guerra, mentre per le

nostre esitazioni fummo costretti a subirla in Italia a prezzo di tanto sangue? [---] Ed

esitiamo a fare, ora che Annibale è stato scacciato dall’Italia e che i Cartaginesi sono stati

completamente sconfitti, ciò che facemmo quando avevamo in Italia un nemico come

Annibale? Lasciamo pure che il re abbia una prova della nostra inerzia dall’espugnazione di

Atene, come la ebbe Annibale dall’espugnazione di Sagunto: non dopo quattro mesi, come

Annibale dopo Sagunto, ma dopo quattro giorni, da che sarà salpato da Corinto, arriverà in

Italia» (Livio XXXI.7.2-7)

 3° guerra punica:

149 a.C., Cartagine è stata ridotta a una condizione di inferiorità. I romani decidono di

o dichiarare guerra. In tre anni Cartagine è conquistata e distrutta. All’epoca il

comportamento di Roma fu molto discusso: se avesse fatto bene a distruggere Cartagine.

«Vi erano coloro che approvavano il comportamento tenuto dai Romani, dicendo che essi

o avevano preso le dovute contromisure per assicurare la sopravvivenza del loro impero.

Distruggere questa sorgente di continue minacce, questa città che aveva sempre

combattuto con loro per il dominio - e che ancora lo avrebbe fatto se fosse ritornata in

possesso del suo antico impero - era un atto proprio di uomini saggi e lungimiranti» (Polibio

XXXVI.9.3-4)

Questa teoria rimase in voga fino alla fine degli anni ‘70 del XX sec. Poi sorgono dei dubbi, tra cui che si

erano applicati principi moderni a Roma antica. Andavano presi in esami alcuni fattori tipicamente romani.

LA TEORIA DELL’IMPERIALISMO AGGRESSIVO

 William Vernon Harris: War and Imperialism in Republican Rome (1979)

 Michael Crawford: Rome and the Greek World: Economic Relationships (1977)

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 Domenico Musti: Polibio e l’imperialismo romano (1978)

 Peter Derow: Polybius, Rome and the East (1979)

PRINCIPI DELLA TEORIA DELL’IMPERIALISMO AGGRESSIVO

Quali sono i principi della teoria dell’imperialismo aggressivo? Su che basi sostenevano che la teoria

precedente non fosse più accettabile?

1. Importanza “politico-sociale” della guerra per l’aristocrazia senatoria.

a. La guerra era un’esperienza quotidiana per gli aristocratici romani. Prima di intraprendere

l’esperienza politica dovevano intraprendere 10 campagne militari. Facevano un’esperienza

diretta e continuata della guerra. La carriera politica a Roma era appannaggio delle classi

più agiate, ma era anche costosa, perché non retribuita. Ma c’era possibilità di guadagno,

cioè la guerra. Portava grandissimi profitti dai bottini di guerra.

2. Importanza “economica” della guerra per il popolo.

a. Opportunità di beneficiare di nuove terre e quindi di migliorare le condizioni di vita. Inoltre

parte del bottino di guerra veniva dato ai soldati.

3. Il ruolo del “fattore economico”

4. Il principio della non-annessione territoriale

a. È un principio metodologico. Il principio dell’annessine territoriale implicava che i romani

vedessero l’espansione dell’impero solo dal punto di vista territoriale. Ma è un assunto

tipicamente moderno, avevano un’accezione di territorio molto diverso da quello moderno.

Enunciati questi principi vediamo se hanno un riscontro storico. Se gli autori hanno testimoniato

l’imperialismo di stampo aggressivo di Roma. Gli esempi riguardano gli stessi conflitti esaminati prima.

 1° guerra punica → Polibio

Popolo stremato dalle guerre ma vede motivo di arricchimento. Ruolo degli aristocratici → i

o consoli aizzano il popolo alla guerra, insistono su motivi pratici per motivazioni personali.

«…per questi motivi il senato non arrivò a sanzionare la proposta, ma il popolo, stremato

o dalle guerre recenti e alla ricerca di qualsiasi mezzo con cui risollevare la propria situazione,

prestando ascolto ai consoli, i quali, oltre a evidenziare i vantaggi generali della guerra,

mettevano in evidenza i sicuri guadagni in termini di bottino che ognuno avrebbe potuto

conquistare, decise di approvare l’invio di aiuti» (Polibio, I.11.1-2)

 2° guerra macedonica → Livio

Enuncia uno dei principi dell’imperialismo aggressivo. La storia dell’imperialismo romano

o sarebbe stata una storia di guerre che si sarebbero succedute l’una dopo l’altra. Qui ci fa

intendere che a scatenare la guerra non furono le richieste portate avanti dalle comunità

greche, i romani pensavano di entrare in guerra già prima che si presentasse un pericolo.

«Quando poi i Romani, già avversi a Filippo sia per il suo scarso rispetto del trattato di pace

o con gli Etoli, sia per gli aiuti e il denaro mandati poco prima ad Annibale e ai Cartaginesi,

ebbero piena libertà di agire essendo finita la guerra contro questi ultimi, le preghiere degli

Ateniesi, ai quali Filippo aveva completamente devastato le campagne, costringendoli a

rinchiudersi nella città, li spinsero a riprendere la guerra» (Livio, XXXI.1.9-10)

 3° guerra punica → Polibio (XXXVI.9.5-8)

Scoppia la guerra perché l’imperialismo di Roma è di stampo aggressivo.

o «…altri erano di opinione diversa e ripetevano che i Romani non si erano affatto procurati

o l’egemonia tenendo questa condotta e a poco a poco stavano deviando verso la brama di

potere degli Ateniesi e degli Spartani. In effetti in passato avevano fatto guerra a chiunque,

finché non avevano avuto la meglio e finché i loro avversari non avevano riconosciuto la

necessità di obbedire loro e di eseguire gli ordini. Ora invece avevano posto come prologo

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della propria politica l’azione contro Perseo, distruggendo alle radici il regno di Macedonia,

e l’avevano conclusa al momento con la decisione relativa ai Cartaginesi. Infatti, sebbene

questi ultimi non avessero commesso nulla di irreparabile, i Romani avevano preso su di

loro una decisione dura e implacabile, pur avendo i Cartaginesi accettato qualsiasi

condizione e nonostante si fossero sottomessi a eseguire qualsiasi ordine».

RINNOVO DEL DIBATTITO SULL’IMPERIALISMO ROMANO

Ci fu un rinnovo del dibattito sull’imperialismo romano, in cui Linderski nel 1982 scrive un commento

all’opera di Harris. Dice che sicuramente negli anni a venire sarebbero stati pubblicati lavori che criticavano

l’interpretazione dell’imperialismo aggressivo. Il più celebre fu il lavoro di Gruen (ripresentava la teoria

dell’imperialismo difensivo). Un altro studio molto importante di Sherwin-White. Gli anni 80-90 furono

caratterizzati dal rinnovo di questo dibattito.

 “William Harris has attempted to show, successfully, most of his readers will agree, that the real

outlook of the Romans was belligerent, not defensive. Yet I do not doubt for a moment that the

glove he has thrown at the feet of the defensive school of Roman expansion will soon be thrown

back at him.” (Jerzy Linderski, 1982)

 Erich Gruen: The Hellenistic World and the Coming of Rome (1984)

 Adrian Nicholas Sherwin-White: Roman Foreign Policy in the East (1984)

IMPERIALISMO E RELAZIONI INTERNAZIONALI

Dal 2000 si viene a creare una nuova corrente, difesa al momento solo da uno studioso americano, che

propone una lettura leggermente diversa dell’imperialismo romano. Interessante anche se discutibile dal

punto di vista metodologico. Cerca di applicare all’imperialismo romano il principio delle relazioni

internazionali moderne.

 Kenneth Waltz: Teoria della politica internazionale (1979)

Neorealismo → branca del realismo politico, branca delle relazioni internazionali che dice che sono

dominate da dinamiche precise. I principi del neorealismo politico sono tre:

1. Prevalenza dell’anarchia nelle relazioni interstatali (per la mancanza di una legge internazionale).

2. Il risultante regime di autarchia che ogni Stato promuove in questo ambiente (e che si fonda su una

condotta tesa ad aumentare la prioria potenza).

a. Paura di ogni stato di subire ritorsioni da altri stati, perché non controllati da un sistema

internazionale. Quindi cerca di rinforzare le proprie difese (il proprio arsenale bellico).

3. L’importanza della stabilità o instabilità dell’equilibrio tra potenze per la sopravvivenza del sistema.

Questi studi hanno come oggetto l’anarchia mediterranea e l’ascesa di Roma.

 Arthur Eckstein: Mediterranean Anarchy, Interstate War and the Rise of Rome (2006)

 Arthur Eckstein: Rome Enters the Greek East: from Anarchy to Hierarchy in the Hellenistic

Mediterranean, 230-170 B.C. (2008)

Eckstein è convinto che l’ascesa di Roma nel mondo Mediterraneo possa essere spiegata dai principi del

neorealismo. Il successo di Roma secondo Eckstein:

 Crollo del sistema «tripolare» in oriente a causa della crisi dell’Egitto tolemaico (207 a.C.).

I tre stati si auto-bilanciavano. I conflitti non erano mai di portata tale da farne cadere uno

o e quindi non cambiava l’equilibrio. Nel 207 a.C. c’è una grandissima crisi, per alcuni anni

l’Egitto è in grandissima difficoltà, percepita dagli altri due stati (Macedonia e Siria). Questi

31

due sovrani decidono di stipulare un patto con cui dividersi le conquiste dell’Egitto. Il

sistema tripolare che aveva garantito un equilibrio nel Mediterraneo viene meno.

 Paura degli Stati greci di una nuova e più feroce politica espansionistica da parte della Macedonia di

Filippo V e della Siria di Antioco III, e quindi invio di una richiesta di aiuto a Roma.

Roma fino a quel momento si era tenuta esterna a queste vicende. Secondo Eckstein era un

o fatto epocale, i greci non si rendono conto della potenza che rappresenta Roma. Prima era

stata capace di assimilare i popoli sconfitti e di acquisire un enorme bacino di

reclutamento. Quando Roma interviene in oriente lo fa col suo enorme potenziale bellico.

 Capacità di Roma di assimilare i popoli sconfitti e disponibilità di un enorme bacino di

reclutamento.

 Instaurazione di un dominio assolto e fine del sistema anarchico

Questo riguarda le varie teorie avanzate sull’interpretazione da dare sull’imperialismo romano. Queste

teorie vanno bene come spunti di riflessione, come criteri metodologici.

LA NATURA DELL’IMPERIUM ROMANUM

Ma noi dobbiamo cercare di capire cosa fu l’impero romano, l’imperium Romanum da parte dei romani.

 John Richardson: The Language of Empire (2008)

 In che modo i Romani definivano il loro impero nel III e II secolo a.C.?

 Stato frammentario della documentazione in nostro possesso, e soprattutto evidente lacunosità

delle fonti latine per il III e il II secolo a.C.

C’era Fabio Pittore, ma non c’è rimasto niente. Ci sono citazioni di questi autori da parte di

o autori più tardi.

Fonti:

 Polibio (146 a.C.)

È contemporaneo agli eventi che ci interessano. A Roma entra in contatto con la famiglia

o degli Scipioni, stringe amicizia con Scipione Emiliano. Qui inizia a scrivere la sua storia. La

questione che ci interessa è se disponeva di ottime fonti per scriverla. Si può dire di sì

perché aveva accesso a materiali molto importanti. Poteva avere accesso alle delibere

prese dal senato e interagire personalmente con i grandi protagonisti della conquista.

III.4.2-3: «Il periodo di tempo di cinquantatré anni finiva infatti con queste azioni, e la

o crescita e l’avanzata dell’impero dei Romani si erano compiuti; inoltre, sembrava indiscusso

e inevitabile per tutti che non ci fosse altro da fare se non dare ascolto ai Romani e

obbedire ai loro ordini».

Il modo in cui i romani hanno esercitato il loro dominio sul mondo. Polibio nel passo dice

o essenzialmente due cose:

1. L’imperialismo romano è finito nel 167 (se per imperialismo intendiamo quel

processo che porta alla conquista di un impero)

2. L’impero che è risultato da questo imperialismo → condizione in cui tutti i popoli

del Mediterraneo devono dare ascolto ai romani e obbedire ai loro ordini.

L’imperialismo romano ha poco a che fare con le annessioni territoriali, Roma in questo periodo governa

pochissime province, ha provincializzato solo: Sicilia, Sardegna, Corsica e la parte meridionale della Spagna.

Polibio dice che tutto il resto del Mediterraneo è sottomesso a Roma ma non c’è un dominio diretto.

 Catone il Censore (167 a.C.).

Quando scoppia la guerra tra Roma e Macedonia il mondo greco si spacca. Alcuni stati greci

o cercano di farsi mediatori, tra cui la repubblica di Rodi, alleata di Roma da diversi anni che

32

inizialmente prende una posizione abbastanza tiepida. L’ambasceria arriva a Roma dopo

che Roma ha vinto la guerra. Allora Roma vuole punire Rodi, Catone prende le sue difese.

Dicendo che non solo Rodi voleva la guerra, ma anche altri stati. Questo passo ha molto in

comune col passo di Polibio. Dice che Rodi aveva paura di un mondo dominato dai romani.

Pro Rhodiensibus (Frg. 164 = Aulo Gellio VI.3.16): «Ritengo che non furono solo i Rodii a

o volere ciò, ma che anche molte altre nazioni la pensarono allo stesso modo, e non so se ve

ne fossero che si facevano riguardo considerando l’onta che ne sarebbe derivata a noi:

ritenevano soltanto che se non vi era più nessuno che noi dovessimo temere, avremmo

potuto imporre a tutti la nostra volontà. Credo che nel loro modo di agire v’era non tanto il

timore di finire schiavi del nostro unico dominio (sub solo imperio ac in servitute nostra),

quanto il desiderio di difendere la propria indipendenza».

La conclusione a cui si vuole arrivare è porre come conclusione fondamentale quale era la concezione che i

romani avevano del loro impero e contestualizzarla storicamente nel momento in cui era espressa.

MOD. A, LEZIONE 7, 29/02/2016

60

Riconduciamo i modi dell’espansione romana in Italia a tre modelli : annessionistico, federale e coloniario.

Nel conseguimento dell’impero Mediterraneo (anche in Italia) Roma ha privilegiato il modello

annessionistico. Alla fine dell’età repubblicana quasi tutta l’Italia è praticamente romana; dal I sec a.C.

l’Italia diventa terra dei municipia e all’estero ci sono terre di sfruttamento.

Nel corso ci occuperemo delle annessioni che Roma ha fatto nell’oriente di lingua greca, e cioè delle

conquiste di Roma al di là dell’Adriatico e del canale d’Otranto. Polibio la definiva la conquista del mondo

abitato. Questi sono i secoli in cui Roma riesce a mettere in ginocchio la Macedonia e la Siria: tra la fine del

III sec e inizio del II Roma si presenta all’oriente come una presenza conquistatrice.

I RAPPORTI TRA I GRECI E I ROMANI

Momenti importanti di contatto tra greci e romani:

 XIII al XI sec a.C. → i mercanti micenei frequentavano le coste italiche, in particolare del Lazio

 VIII-VII sec → tempo della 2° colonizzazione, si diffondono due tradizioni di leggende

 IV-III sec → percezione del pericolo

Da tempo i greci conoscevano i romani, li frequentavano, in alcune epoche il rapporto tra il mondo greco

egeo e italico romano sono stati fitti, quasi continui.

Ad esempio il momento miceneo. Nel pieno sviluppo della società micenea fino al suo tramonto (XIII al XI

sec a.C.) i mercanti micenei frequentavano le coste italiche, in particolare del Lazio. Da qui l’incontro tra il

mondo greco e romano. I micenei viaggiavano molto. Il mondo miceneo e italico erano venuti in contatto in

vario modo. È un periodo in cui il mondo miceneo è molto più avanzato culturalmente rispetto a quello

romano. Iniziano a diffondersi tradizioni su rapporti mitici tra mondo greco e romano, che verranno riprese

e rielaborate. Per esempio il greco Evandro avrebbe abitato sul Palatino (era uno degli eroi dell’Eneide).

Al tempo della 2° colonizzazione (VIII-VII sec) si diffondono leggende tra l’incontro tra i greci e romani.

Sicuramente ci furono questi incontri, attestati sporadicamente dai reperti archeologici soprattutto sulle

coste. Nel momento in cui parte la colonizzazione greca verso l’Italia meridionale e l’oriente l’incontro fu

inevitabile. I greci a causa della povertà del loro suolo formano colonie nel sud dell’Italia (magna Grecia).

60 Ci sono altre forme, ma i modelli sono questi. [Michelotto]

33 61

Qui probabilmente i rapporti diventano più intensi grazie anche alla mediazione etrusca . Rapporti tra

Grecia e Italia, tra Grecia e Roma. Qui si impongono veramente le prime tradizioni sulla possibile origine

greca di Roma e accanto a questa tradizione, un’altra tradizione sulla possibile origine troiana di Roma. È

chiaro che si tratta di due tradizioni in conflitto tra loro. Queste due tradizioni si scontreranno a lungo nella

cultura romana finché, per varie ragioni, prevalse la tradizione delle origini troiane di Roma.

IV-III sec. → è il momento in cui la Grecia si accorge che in Italia c’è una grande potenza. Alcuni greci

acquisiscono questa consapevolezza già nel IV sec, ma il passaggio tra il IV e III sec è molto interessante,

perché si ha la percezione della crescita di una potenza estranea al mondo greco (Roma), attestata dai toni

62

di preoccupazione in storici come Timeo di Taormina , ma anche la poesia allude a una potenza al di là del

63

mare, Alessandra di Licofrone è un libretto che ha come protagonista Cassandra, figlia di Priamo, che

profetizza l’avvento di una grande potenza al di là del mare (Roma).

Il IV-III secolo è il periodo della fine delle guerre sannitiche (la 3° guerra sannitica, che è anche la 1° guerra

italica). Mezza Italia centrale si rivolta contro Roma: sanniti, etruschi e galli. Poi si arrendono tutti. La 3°

guerra sannitica si conclude con la grande vittoria dei romani e con il loro successivo arrivo sull’Adriatico.

64

Durante le guerre sannitiche per la prima volta un principe macedone, Alessandro il Molosso era arrivato

in Italia. Teoricamente a sostenere i sanniti, praticamente, da buon principe macedone era venuto per

vedere se c’erano le condizioni per crearsi un regno proprio. Alessandro il Molosso si muove e viene in Italia

con un esercito, non è uno qualsiasi, si sposta da uno stato importante e fiorente politicamente come la

65

Macedonia e viene in Italia per cercare di sfruttare la situazione di disunione che c’è nel centro Italia. Il

66

suo arrivo era stato sollecitato dalle città della magna Grecia .

In questa occasione la storiografia greca inizia a interessarsi dei rapporti tra greci e romani. Timeo (un

siceliota di Taormina) parla a lungo dei romani. Chi sono questi nuovi dominatori del centro Italia che

sconfiggono i popoli italici e chi viene loro in aiuto, qual è l’origine della loro potenza, sono pericolosi per il

mondo greco e siceliota, toccherà anche a noi? Timeo è il primo che si pone il problema della pericolosità 67

della potenza romana. Quando scrive Timeo è accaduta una cosa straordinaria nel mondo greco: la libertà

greca è finita. Dopo lo splendore del V sec, miseramente terminato con la sconfitta di Atene ad opera di

Sparta, il particolarismo greco aveva prodotto un lento e inesorabile declino del mondo greco, dal punto di

vista politico ed economico. La crisi economica si manifestava anche come crisi della produzione agricola,

come sovrappopolamento (non si produce abbastanza da mangiare → fenomeno del sovrappopolamento),

da qui la necessità di migrare. Nel frattempo, siamo nel IV sec, per la Grecia si profilano due mortali nemici:

 I persiani (il solito nemico orientale). Nel corso del V secolo i persiani avevano ripreso una forte

influenza non solo nell’Asia minore, che era di loro competenza, ma anche in Grecia si faceva

61 Tarquinio Prisco (di Tarquinia) sarebbe discendente di un greco (di Corinto). [Michelotto]

62 A noi è arrivato tramite Polibio, cioè conosciamo suoi brani attraverso le citazioni di Polibio. [Michelotto]

63 L'Alessandra di Licofrone, è un poema drammatico in trimetri giambici che narra le profezie della figlia di Priamo,

Alessandra (ovvero Cassandra), sulla distruzione di Troia e sulle sue conseguenze. [Wikipedia]

64 I molossi erano un popolo che abitava nell’odierna Albania. Sua sorella, Olimpiade, donna terribile, moglie del

terribile Filippo II di Macedonia e madre di Alessandro Magno. [Michelotto]

65 La sua idea non funziona e torna a casa deluso. [Michelotto]

66 È curioso e sembra inspiegabile. È ridicolo che città greche chiedano aiuto ai macedoni, perché i macedoni sono

storicamente nemici dei greci (lo vedremo). Le città della magna Grecia chiamarono altre volte un principe al di là del

mare, della regione dei molossi. Poco dopo la fine delle guerre sannitiche Taranto, attaccata dai romani, chiede aiuto a

Pirro il re dei Molossi (appartiene a un ramo collaterale della dinastia che regna in Macedonia). Il sogno di tutti questi

principotti era di diventare re di Macedonia. Alessandro il Molosso non ci riesce, Pirro sì. Pirro viene in Italia, vince

battaglie molto equilibrate, in cui perdeva molti soldati, cerca di creare un regno in Sicilia, non funziona, viene

sconfitto nella battaglia di Benevento e torna nel suo paese. [Michelotto]

67 I greci hanno sempre avuto il mito della libertà (anche oggi). Libertà è la parola chiave della loro civiltà. [Michelotto]

34

sentire la loro influenza. Al punto che alcune città parteggiavano per la Grecia. Le città greche

piuttosto che andare d’accordo tra loro andavano d’accordo con i persiani.

 La Macedonia. Unificata da Filippo II, dopo aver acquisito l’egemonia di tutta la Macedonia, preme

sul mondo delle libere città greche. La Grecia non sa dare una risposta univoca, non sa trovare un

momento di unità se non all’ultimo momento (un’unità molto relativa). I greci vengono messi in

ginocchio e costretti dai macedoni a creare la Lega di Corinto con a capo Filippo il Macedone.

Nella penisola balcanica si crea una grande potenza. Le città greche avevano la loro autonomia, ma

l’egemonia appartiene sempre a questo. Filippo medita la spedizione contro la Persia (la tradizionale

nemica) ed è molto abile a presentarsi ai greci come il campione della grecità, ma questo suo progetto

68

viene portato a termine dal figlio Alessandro Magno . Compie un’impresa che ha del prodigioso: riesce in

pochi anni a conquistare tutti i territori che vanno dal mar Egeo (dall’odierna Turchia) fino all’Indo. Non

solo: fino l’Egitto, fino alla Nubia, un territorio immane. Un impero del genere non poteva essere

mantenuto. L’impero finisce con Alessandro. E dal disfacimento dell’impero di Alessandro magno si

69

formano alcuni grandi stati: gli stati ellenistici . Gli stati ellenistici sono sostanzialmente tre:

 La penisola balcanica → il regno macedone, con le appendici delle città greche, che sono

formalmente libere, ma che sono sotto all’egemonia del sovrano macedone.

 70

L’Egitto → sotto la dinastia dei Làgidi (Tolomeo di Lago)

 71

Il Regno di Siria 72

Tre grandi imperi più altri stati come l’isola Rodi e Pergamo .

Gli stati ellenistici cominciano una lunga sequela di guerre tra loro. In particolare seleucidi contro tolemei,

indebolendosi a vicenda. A queste guerre interveniva sporadicamente la Macedonia, che era però già

impegnata a tenere a bada le città greche che ribollivano sotto il giogo macedone.

73

In Grecia si formano delle Leghe . Non nascono per una vocazione dei greci ad unirsi, ma per la paura di

un nemico forte (la Macedonia) di cui vogliono disfarsi.

Le Leghe greche:

 Lega Aetolica (Aetolia)

 Acarnania

 Lega Achea

La Lega Achea ha come nemico naturale Sparta, perché confina con lei, è a sud. La Lega Aetolica ha come

nemico naturale la Macedonia (a nord). La Lega Achea dovendo scegliere preferisce stare con la Macedonia

68 Anche gli stati dell’impero di Alessandro vanno conosciuti col loro nome antico e moderno. Ex. Dove aveva il suo

centro la Persia conquistata da Alessandro? Aveva due centri: uno nella Mesopotamia meridionale e uno

sull’altopiano iranico. A quali stati attuali corrispondono? L’Iraq e L’Iran. A est dell’Iran c’è l’Afghanistan. [Michelotto]

69 Età ellenistica → termine delle fonti antiche, ma riutilizzato da Droysen per indicare il periodo successivo alla morte

di Alessandro Magno (323 a.C.). [Michelotto]

70 Lagidi (lat. Lagos, padre di Tolomeo I) I membri della dinastia macedone in Egitto, sebbene tutti i sovrani abbiano

avuto fin dalla nascita, o assunto salendo al trono, il nome di Tolomeo. [Treccani]

71 Regno di Siria → lo chiamiamo così per comodità, perché va dal mar Egeo, quindi dalla costa occidentale

dell’odierna Turchia, all’Indo. A partire dal 303 a.C. questo immenso territorio cadrà sotto Seleuco I Nicator e diverrà il

regno dei seleucidi. Subirà decurtazioni: nel corso del III-II sec a.C. dall’altopiano iranico scenderanno i parti, che

spezzeranno l’unità dell’impero. Nel I sec a.C. il territorio di Siria si ridurrà territorialmente (lo vedremo). [Michelotto]

72 Pergamo → corrisponde alla Turchia nord occidentale, dove c’è la Troade.

73 In Grecia c’erano sempre state le Leghe, improntate a una forma di alleanza estremamente disinvolta. Il rapporto di

alleanza in Grecia non è vincolante come a Roma. Sono numerose, ma per facilità ne ricorda solo alcune. [Michelotto]

35

che non l’Etolia, perché la Macedonia è lontana. L’Etolia piuttosto che stare con la Macedonia preferisce

stare con Sparta.

Queste leghe non hanno una forte coesione. Non hanno una politica estera unica, ogni lega ha la sua

politica estera, cambia a seconda delle fazioni nelle singole comunità nella lega. Ex. Quando Roma

interverrà, nella lega achea si creano due fazioni opposte, che corrispondono agli atteggiamenti delle

singole città: filoromano o antiromano. I greci facevano così con i romani: in teoria davano tutto l’aiuto

necessario ai romani, ma quando servivano gli aiuti non arrivavano. Alla fine della guerra i romani chiedono

conto alla Lega Achea. Per questo vedremo trattata male la Lega Achea, nonostante fosse filoromana.

La Lega rappresenta greco una novità nel mondo, è la prima volta che in Grecia si trova un’unità sovra

politica, che va al di là del territorio della poleis. Le leghe ebbero atteggiamenti diversi, sempre determinati

dalla necessità di non bruciarsi la via di un’eventuale ritirata. I romani non la potevano né capire né

accettare l’ambiguità di fondo e la mancanza di trasparenza. Nel mondo greco prevale l’angoscia per

l’arrivo di questi conquistatori che minacciavano di passare al di qua del mare.

Michelotto ci porta alcuni casi, per dimostrare come si atteggia questo particolarismo.

74

227-226 a.C. → Cleomene III di Sparta . Attacca in questi anni la Lega Achea. Il capo della Lega Achea,

Arato di Sicione, chiede aiuto alla Macedonia. L’alleanza tra Lega Achea e Macedonia dura fino

all’intervento romano contro Filippo V di Macedonia. Ma la Lega Achea, formalmente alleata della

Macedonia, si allea anche con i nemici della Macedonia. La Macedonia subisce un colpo dopo la vittoria di

Flaminino a Cinocefale, quando sconfigge Filippo V di Macedonia (2° guerra macedonica). Anche la Lega

achea subisce delle ripercussioni, è costretta a diventare filoromana. Ma al suo interno rimangono le due

anime: filoromana e antiromana, più la terza di neutralità vagamente antiromana. Stringono un’alleanza

con i romani che nasconde profondi sentimenti antiromani. È un’alleanza forzata e recepita come tale. Il

75 76

personaggio che propugnò questa politica fu Filopemene, che aveva un amico, Licorta padre di Polibio .

In questo caso la Lega Achea paga l’atteggiamento avuto a favore della Macedonia.

Nella guerra contro Antioco III di Siria il problema è un altro. La Macedonia è già stata sconfitta e Antioco III

si pone come paladino della grecità. Gli etoli si schierano subito dalla sua parte, temono che la Macedonia

si riprenda. Questo costò carissimo all’Etolia, perché i romani quando sconfissero Filippo V si rivolsero

contro gli etoli e Antioco III. La guerra etolica procurò l’arrivo di 150000 schiavi. Attraverso queste guerre

Roma si procura un numero di schiavi tale da modificare le basi economiche della società romana, ormai in

77

ogni famiglia c’è almeno uno schiavo .

168 a.C., 3° guerra macedonica. Il figlio di Filippo V, Perseo di Macedonia si ribella ai romani. Formalmente

la Lega Achea si schiera con Roma, ma in maniera tiepida, col solito espediente. Perseo viene sconfitto nella

battaglia di Pidna nel 168 a.C. I romani puniscono la Macedonia ribelle, ma anche la Lega Achea, loro

tiepida alleata. I romani non volevano annettere la Grecia e la Macedonia. Furono costretti a farlo dalle

continue ribellioni che avvenivano in quei territori, ma a lungo hanno preferito non impegnarsi

direttamente. Nel 146 a.C. Corinto viene distrutta, e finalmente i romani, che in precedenza avevano

annesso la Macedonia, decidono di annettere tutta la Grecia che diventa provincia di Acaia. Solo allora,

praticamente costretti dalla disunione del mondo greco, i romani annettono.

74 È un re che tenta la via di una riforma agraria dopo aver rimesso i debiti. [Michelotto]

75 Stratega della Lega Achea. [Wikipedia]

76 Polibio appartiene alla più alta nobiltà peloponnesiaca. Scrive un elogio a Filopemene. Quindi non parte da posizioni

filoromane, solo dopo il suo forzato arrivo a Roma rimarrà abbagliato dalle ragioni della potenza romana. [Michelotto]

77 Ha fatto a lungo parlare del mutamento del modo di produzione. Marx diceva l’intero modo di produzione

dell’antichità era quello schiavistico. Non vale per Roma. Il modo di produzione schiavile è usato a Roma dal II sec alla

fine del I sec a.C. prima e dopo a Roma non c’è mai stata la prevalenza del lavoro schiavistico. [Michelotto]

36

La cultura greca come avvertiva il pericolo romano? Dipende dalle città e dalle culture.

Ad esempio la cultura ebraica non vede di mal occhio l’arrivo dei romani in oriente. Perché la Giudea

(provincia di Giudea, stato ebraico), ha come nemico mortale il regno seleucidico. Il regno ebraico è come

un’enclave all’interno del regno seleucidico, del regno di Siria. Il nemico naturale del regno ebraico sono i

seleucidi, non i romani. Quando i romani con i due Scipioni danneggiano Antioco III gli ebrei sono contenti.

A un certo punto succede una cosa molto importante. In una delle periodiche guerre tra Egitto e regno

seleucidico, Antioco IV di Siria scende in Egitto e sembra che il regno seleucidico debba acquisire l’Egitto.

Roma interviene: manda un’ambasceria a cui capo c’era un uomo di origine plebea, Popilio Lenate, che

incontra Antioco IV che sta entrando in Alessandria, nel villaggio egiziano di Eleusi. Quello che è solo un

ambasciatore romano dice a un grande re dell’oriente di andarsene. Popilio traccia un cerchio attorno ad

Antioco IV e lo obbliga a prendere una decisione → manifestazione della politica di forza dei romani.

Gli ebrei vedono favorevolmente i romani, che erano lontani, piuttosto che avere i seleucidi in patria. Nel

libro di Daniele, nella Bibbia, si trova enunciata la teoria della successione degli imperi, il commento del

libro di Daniele non è negativo verso l’arrivo di Roma. Nello stesso periodo c’è un testo, il 3° libro degli

78

Oracula Sibyllina . I romani vengono visti come i peggiori nemici potenziali che in oriente si può avere.

Queste fonti riflettono le due tendenze dell’oriente: quella filo e quella antiromana. Ma in entrambi i casi in

oriente già dal III sec a.C. c’è la consapevolezza della minaccia. C’è già quando in Italia c’è Annibale. Nel

217 a.C. gli etoli stabiliscono una pace con i macedoni (la fonte è Polibio), pace tra due potenze

tradizionalmente nemiche, la discordia poteva favorire l’arrivo di nemici esterni: o i cartaginesi o i romani.

Dopo la battaglia di Canne c’è un evento importante, Roma sembra sconfitta, ricorre addirittura ai sacrifici

umani per placare gli dei. Filippo V di Macedonia cerca di approfittarne: contrae un’alleanza con Annibale e

Filippo V si impegna a inviare aiuti ad Annibale. Non lo farà, ma diventa implicitamente nemico dei romani.

La 1° guerra macedonica è una guerra mai combattuta dalla Macedonia contro Roma, è solo formale. 10

79

anni dopo nella Pace di Fenice , romani e macedoni stipulano la pace di una guerra mai combattuta.

Gli Etòli cercano di sganciarsi dai macedoni, vorrebbero allargarsi verso ovest e prendere il territorio degli

Acarnani (Acarnania). La miopia dei greci li porta a scontrarsi tra loro. Gli etoli sono disposti ad allearsi con

Roma, perché Filippo V è nemico di Roma, in sostanza sperano che Roma li aiuti a acquisire l’Acarnania. Ai

romani interessava solo di cacciare Annibale dall’Italia, ma hanno promesso alla Grecia di occuparsene alla

fine della guerra, anche se non interessava loro.

Finché un acarnano si rivolge al consesso degli Etòli e dice di fare attenzione a contrarre delle alleanze con

Roma, perché potrebbero pentirsi tutti di trascinare una tale nuvola dall’occidente. Cioè pensava che

sarebbe stata una disgrazia per l’oriente far arrivare i romani in Grecia.

Lo stesso dicono i macedoni agli Etòli nel 211-210 a.C.: se i romani ci vincono assoggetteranno tutti i greci.

Ancora nel 207 a.C., un ambasciatore (forse di Rodi): dice agli etoli: voi combattere per la schiavitù e per la

rovina della Grecia alleandovi con i romani.

Ciò che conta è che tra il 220 e il 200 a.C. c’è la progressiva percezione del pericolo rappresentato da Roma,

fino a diventa la percezione dell’inevitabilità e terribilità del pericolo. Lo stato che si sta intromettendo nella

penisola balcanica, non lascerà scampo alla libertà greca, i greci ne erano convinti e avevano ragione.

Quando i romani interverranno contro Filippo V in Grecia si ebbe la sensazione che la fine della libertà era

arrivata, ed era davvero così. Questa è la storia della percezione del pericolo romano in Grecia prima che i

romani sbarcassero al di là del mare.

78 Testo molto complicato scritto in vari secoli.

79 La pace/trattato di Fenice fu pose fine alla 1° guerra macedonica, nel 205 a.C., nella città di Fenice.

37

IL SISTEMA DI RECLUTAMENTO ROMANO

Grazie a cosa riuscivano a fare la guerra contro Annibale, a dichiarare guerra a Filippo, a fare la guerra

contro i galli? Roma aveva un sistema di reclutamento cittadino che prevedeva l’arruolamento dei maschi

dai 17 ai 65 anni. Pirro rimase sconvolto dalla capacità di reclutamento dei romani.

Abbiamo qualche dato su cui ci possiamo basare. Beloch (maestro di Gaetano De Sanctis) ha scritto libri di

demografia antica. I suoi dati sono stati riveduti dall’allievo, e in tempi più recenti da Brunt, che ha scritto

Italian Manpower. Michelotto tira fuori alcuni dati per farci capire la capacità di mobilitazione romana.

 80

204-203 a.C. → può mobilitare 214000 uomini

 189-163 a.C. → 2690000

 168 a.C. → 312000

 146 a.C. → 322000

 202 a.C. → 394000

Da ricordare: la capacità di mobilitazione dei romani aumenta del 20% ogni 20 anni. Quanti erano gli

uomini mobilitabili rispetto a tutta la popolazione? Sono calcoli molto complicati. Secondo Brunt si poteva

mobilitare il 12/13% della popolazione, è tantissimo per il mondo antico. Le legioni che venivano reclutate

sono sempre 4, salvo circostanze di emergenza. Gli eserciti quindi erano relativamente piccoli, non bisogna

pensare che sui campi di battaglia ci fossero sequenze di scontri di moltissimi uomini. Erano al massimo

battaglie di 50000-60000 uomini. Ma era molto importante il concetto di mobilitabile. Una società

guerriera come quella di Roma aveva la possibilità di un ricambio continuo. Secondo gli storici militari è

impressionante la capacità tattica dei romani. È vero che imparano molto dal mondo greco dal punto di

vista di strategia, tattica, armamenti, ma è altrettanto vero che sono capaci di recepire innovazioni recenti

conseguite nel mondo greco. I progressi tecnologici di Roma si ebbero soprattutto nella sfera militare.

Avevano un armamento di avanguardia perché sapevano copiare dai popoli con cui entravano in contatto.

Forza dell’esercito romano:

 Armamento all’avanguardia

 Grande capacità di reclutamento

 Disciplina ferrea

Esercito nella repubblica:

 Nazionale

 Stagionale

 Censitario

Ferrea disciplina → c’erano decimazioni nell’esercito, cosa che creava paura, che creava coesione.

Era un esercito stagionale, fino alla riforma di Mario, era un esercito censitario. E cioè non tutti i soldati

erano armati allo stesso modo, perché il soldato romano doveva provvedere da solo alle armi che portava

in guerra. Doveva comprarsi le armi e tutto quello che occorreva. Ad esempio il necessario per farsi da

mangiare. Tutto questo era a sue spese. Il soldato romano era alla ricerca del bottino per sopravvivere e

per compensare alle spese ma anche per arricchirsi. Il bottino è fondamentale.

Dopo Gaio Mario l’esercito diventa:

 Mercenario

 Permanente

80 Non sono cose da sapere. [Michelotto] 38

 Proletario

Dopo Gaio Mario l’esercito nazionale divenne un esercito mercenario. Nel corso della storia dell’esercito

imperiale sempre meno romani e italici saranno soldati dell’esercito legionario → esercito mercenario. Con

Mario si avrà un esercito permanete. Sotto ad Augusto 20 anni di servizio, 25-26 sotto i Flavi. Dopo Gaio

Mario l’esercito non è più censitario ma diventa proletario.

LA QUESTIONE DEL LIVELLO CENSITARIO

Nel periodo di cui ci occupiamo noi (guerre in oriente) l’esercito è ancora nazionale, censitario e stagionale.

Perché diventò l’opposto? Proprio perché l’esercito era censitario. Il problema era reclutare i soldati della V

classe serviana, quelli che potevano armarsi con almeno un’arma (spada, lancia, etc.). C’erano dei requisiti

censitari al di sotto dei quali non si poteva scendere. Ma a partire dal II secolo a.C. la V classe serviana (dalla

riforma di Servio Tullio) censitaria a Roma tende a scomparire (perché indebitata, impoverita → i piccoli

contadini scompaiono). Non si riesce più a reclutare soldati della V classe. Nel corso della storia della

repubblica l’indebitamento degli uomini liberi appartenenti ai ceti inferiori produce la necessità di

abbassare il livello censitario della V classe, finché si arriva a un punto sotto cui non si può scendere

ulteriormente. Allora si tentò di ricostituire il ceto dei piccoli contadini mediante una o più riforme agrarie

(Gracchi). Anche questo frustrato, a causa dell’opposizione senatoria. Allora si decise di ricorrere alla

soluzione radicale: non più l’esercito censitario, ma un esercito proletario. Bisogna però pagare i soldati. È

la soluzione che seppe dare l’egoismo dell’aristocrazia senatoria. Per questo iniziano le guerre civili.

Nel periodo analizzato ci sono: quattro legioni, due per console. Sotto l’impero le legioni diventano

numerosissime: 28, occasionalmente 29, secondo alcuni addirittura 30. In genere durante l’impero sono 28.

Quanti uomini sono? Bisogna calcolare che la legione in età imperiale comprendeva circa 6000 uomini,

ipotizziamo in 30 legioni. 6000x30 = 180000 soldati legionari. Gli ausiliari erano più o meno lo stesso

numero. Si arriva circa a 350000 soldati, che dovevano tenere tutti i confini dell’impero romano: dalla

Britannia alla Germania, al Danubio, alla Siria, all’Egitto, all’Africa settentrionale, alla Spagna, le Gallie. Solo

con 350000 uomini.

Era fondamentale: l’alleanza che esisteva tra il governo romano e le aristocrazie locali di tutto l’impero;

altrimenti non si sarebbe potuto ottenere un impero così grande.

C’è poi il problema squisitamente militare. Quando in età imperiale Roma venne attaccata sul fronte

occidentale e orientale non seppe rispondere alla richieste militari, Roma passò momenti terribili. Galba e

Otone in occidente, Vitellio e Vespasiano in oriente. Roma collassa, guerra civile, vince Vespasiano. Stessa

situazione quando muore Pertinace: Pescennio Nigro in oriente, Settimio Severo sul Danubio, Clodio Albino

in occidente. Collasso, guerra civile, vince Vespasiano. Peggio ancora: 253-260 d.C. i barbari alamanni

sfondano sul fronte del Reno e invadono le Gallie, queste si difendono da sole (imperium gallianum). C’è

una secessione da Roma, non sono contro Roma, semplicemente le Gallie si difendono da sole. Gallia,

Britannia e Spagna danno luogo a un impero occidentale per difendersi dai barbari. Non contro Roma, ma

nell’occhio di Roma, in modo da restare indipendenti. E in oriente Valeriano viene fatto prigioniero dei

Persiani, Zenobia si proclama regina d’Egitto, e governa tutto l’oriente. L’oriente e l’occidente defezionano

da Roma. Quando Roma viene attaccata simultaneamente da oriente e occidente crolla, proprio perché

non può fare altro.

In età repubblicana Roma non ha rivali perché è fortissima nella fanteria. Nell’antichità gli eserciti di

fanteria prevalgono su quelli di cavalleria (fino a un certo punto). Quando però i romani arrivano a

conoscere le esperienze militari dei persiani inizieranno a dare importanza alla cavalleria → i combattimenti

dei romani diventano misti. Quando i romani hanno da affrontare popoli che fanno solo combattimenti di

cavalleria vincono, cioè la fanteria vince sulla cavalleria. Ma quando i romani iniziano a combattere anche a

39

cavallo e quando i nemici iniziano ad avere anche eserciti di fanteria, i romani iniziano a perdere, comincia

la decadenza dell’impero romano. La forza dell’impero romano era nella fanteria e non nella cavalleria.

MOD. A, LEZIONE 8, 03/03/2016

La volta scorsa abbiamo parlato dell’esercito romano come proiezione e come momento consequenziale

dell’organizzazione della società romana. Cioè la società romana produce questo tipo di esercito, che è

estremamente efficiente e recettivo. I romani non erano recettivi soltanto per fatti riguardanti l’esercito:

erano molto inclini ad accogliere novità in ogni settore. Nell’ambito militare, politico, amministrativo,

istituzionale. È stata spiegata in vario modo, anche dal punto di vista etnico. Forse c’è stata fin dalle origini

la tendenza di mischiarsi ad altri popoli (ex. il ratto delle sabine, i latini). I romani hanno sempre avuto la

predisposizione a prendere dagli altri il meglio. Era possibile perché l’organizzazione politica romana era

molto elastica: i romani riuscivano a cambiare senza snaturare il proprio patrimonio politico. Questa

elasticità verrà confermata nelle evoluzioni periodiche che la società ed esercito romano subiranno nel

corso dei secoli. A un certo punto questa capacità di recezione si troverà davanti a un ostacolo imprevisto:

la formazione di un impero mondiale (quello che dobbiamo analizzare noi). Lo stato romano (con le sue

forme politiche, istituzionali, militari) così come era non era capace di reggere uno stato mondiale. Allora si

avrà una trasformazione → organizzazione simile ai grandi stati ellenistici, stati potenzialmente universali.

ORGANIZZAZIONE MILITARE DI ROMA

Abbiamo visto la volta scorsa un’altra cosa interessante. Nel corso dell’età repubblicana e ancora nel

periodo delle guerre transmarine le legioni reclutate erano solo 4. Cioè dai 20.000-25.000 uomini nelle

truppe legionarie, poi ci sono anche le truppe ausiliarie. Tutti i greci che venivano in contatto con Roma

(anche Polibio) dicono che la capacità di reclutamento dei romani era altissima. Al punto che quest’idea

81

della inesauribilità del reclutamento passa anche alla storiografia romana. Fabio Pittore avrebbe scritto

che i romani potevano mobilitare 700.000 uomini. Pittore scrive al tempo della 2° guerra punica e tratta

della 1° guerra punica. Si tratta di un’iperbole, un’esagerazione. Quello che conta è che esistevano i

presupposti per costruire un’iperbole. Ma effettivamente la capacità di reclutamento dei romani era molto

alta. Spesso nel periodo di Fabio Pittore, cioè quello della 2° guerra punica si facevano reclutamenti

massicci e repentini per sopperire alle perdite avute durante le campagne militari fallimentari (Trasimeno,

Canne). Sicuramente uno dei motivi dei successi dei romani, prima in Italia e poi fuori, consiste proprio

nella loro capacità di reclutamento.

Vedremo che i limiti del reclutamento potevano essere di carattere sociale, dovute cioè situazioni di disagio

o lotta interna che potevano limitare la capacità di reclutamento. Accade durante le lotte tra patrizi e

plebei (lo vedremo).

Oltre alle legioni venivano reclutati gli auxilia: coorti e ali ausiliarie. Gli auxilia (di cui abbiamo parlato)

vengono forniti dagli alleati.

Gli auxilia possono essere di:

 Fanteria

 Cavalleria

 Misti cioè di fanteria equitata → in parte fanti, in parte cavalieri

81 Fabio Pittore → annalista, primo storico romano, anche se scrive in greco, appartenente alla grande famiglia dei

Fabii. [Michelotto] 40

Sono unità di 500 o 1000 uomini (in genere 1000). Attenzione, sono due numeri di riferimento, questo vale

82

anche per le legioni, vengono indicati in modo approssimativo .

L’uso delle truppe ausiliare richiedeva molta oculatezza: erano truppe alleate, spesso truppe di alleati che

Roma aveva sconfitto e poi aveva assunto come alleati. Appena dopo la sconfitta queste unità non

nutrivano sentimenti filoromani particolarmente sviluppati, ma non si hanno notizie di rivolte di unità

ausiliarie. Perché nelle unità ausiliarie i sottoufficiali e gli ufficiali erano romani e tenevano una disciplina

ferrea. Solo a partire dal III sec a.C. ci sono ufficiali anche cittadini romani di altre realtà politiche e

geografiche.

Il comandante delle truppe ausiliarie, è sempre un romano, che ha titolo di tribuno o prefetto. La lingua

ufficiale delle truppe ausiliarie era il latino. Il comandante impartisce gli ordini in latino e tutti gli acta

dell’unità ausiliaria vengono scritti in latino, poi fra tra di loro i soldati potevano usare le loro lingue.

Magistrati dotati di imperium che possono comandare le legioni:

 Consoli

 Pretori

 Dittatore

 Promagistrato

Proconsole

o Propretore

o

Le legioni erano comandate dai magistrati, cioè consoli o pretori, magistrati che avevano l’imperium

(capacità di comando). In questo periodo ogni console ha due legioni (2 consoli, 4 legioni). Al console può

subentrare per vari motivi il pretore (che è di rango inferiore al console); nei momenti di particolare

difficoltà entra in carica il dittatore (ha l’imperium ma resta in carica solo 6 mesi).

Spesso in territorio provinciale il comando dell’esercito è assunto dal governatore che è un promagistrato

→ è stato console/pretore e nel momento in cui termina il periodo della carica diventa passibile di essere

pro-magistrato. Cioè di agire al posto del magistrato: per questo in provincia i governatori si chiamano pro-

consoli/pro-pretori. Anche questi hanno l’imperium.

Solo con la riforma di Augusto il comando della legione verrà preso da un legatus legionis. Il legato della

legione sarà un ex pretore.

La legione in età imperiale sarà comandata da un legato ex pretore che ha alle sue dipendenze 6 tribuni:

 5 appartenenti all’ordine equestre (famiglie di equites)

 83

1 laticlavio che appartiene all’ordine senatorio

82 Ad esempio si sa che nella città sull’Eufrate di Dura Europos (dove i romani arriveranno nel 165 d.C.) ci sarà una

coorte di fanti in parte a cavallo che doveva essere di migliaia di uomini. Ogni giorno le condizioni della compagnia

vengono registrate su dei papiri. Noi siamo informati solo su Dura Europos, che ci dà un’immagine molto viva sulla vita

dell’unità ausiliaria. La coorte stanziata a Dura era teoricamente una truppa di 1000 uomini, ma in realtà consisteva di

860 uomini. [Michelotto]

83 Nella Roma antica, il laticlàvio era una striscia di porpora che veniva portata sulla spalla, fissata su una tunica

bianca, e che cadeva avanti e dietro in senso verticale per la lunghezza della tunica stessa. Il nome deriva dal latino

latus (largo) e clavium (letteralmente "chiodo", ma indicante anche i vari tipi di ornamento che venivano appuntati,

ovvero fissati sugli abiti). Quindi significa letteralmente ornamento largo. Il laticlavio (la striscia più larga) era riservata

inizialmente ai senatori. Invece, i personaggi di ordine inferiore (i cavalieri) avevano diritto a portare sulla tunica solo

una striscia di porpora più stretta, ovvero l'angusticlavio. [Wikipedia]

41

I tribuni aveva la tunica bianca bordata di rosso, i cavalieri con il bordo sottile color porpora, il tribuno di

origine senatoria è tribuno laticlavio, dal bordo di porpora largo. La carriera politica inizia dal servizio

militare.

La censura ha la massima potestas nell’ambito civile, superiore a quello del console, ma solo in ambito

civile. Pretura e consolato hanno l’imperium. La controprova è che i consoli e i pretori sono eletti dai comizi

centuriati. Il censore viene spesso eletto dai centuriati, spesso dai tributi, le fonti dicono anche spesso

dall’assemblea del popolo (non sappiamo cosa sia, sicuramente non il concilius plebis). Se non c’è l’obbligo

di nomina dai centuriati vuol dire che i censori non possono avere l’imperium.

L’unico comizio in grado di dare l’imperium è in età monarchica il comizio curiato. Sono le 30 curie sotto la

presidenza del re che danno il permesso di far la guerra e quando il re muore sono loro ad attribuire al

successore l’imperium. Cioè i romani raccolti nel comizio curiato.

In età repubblicana il comizio guerriero per eccellenza è il comizio centuriato. Quando viene creato il

comizio centuriato i romani non eliminano il comizio curiato, li lasciano coesistere.

Il vecchio comizio curiato di età monarchico, in età repubblicana viene relegato a due funzioni:

 Conferma le adozioni

Istituto molto importante a Roma. È il passaggio di un individuo da una gens a un’altra.

o Quindi ha anche dei risvolti religiosi: ogni gens ha i suoi riti.

 Conferisce l’imperium ai magistrati superiori (consoli e pretori)

Non li elegge, il comizio curiato non elegge nessuno. Una volta eletti i consoli e i pretori

o vanno davanti al comizio curiato che conferiscono l’imperium ai magistrati eletti.

Il comizio centuriato elegge questi magistrati superiori. Il comizio centuriato è il comizio che eredita dal

curiato la funzione di comizio di guerra. Per esempio in età molto antica è solo il comizio centuriato che

può formulare una legge de bello indicendo (che stabilisca una dichiarazione di guerra contro il nemico),

questo indica l’originale carattere guerresco di questa assemblea del popolo.

Un’altra cosa che conferma l’originario carattere guerresco del comizio centuriato: la convocazione del

comizio centuriato spetta ai magistrati superiori che hanno l’imperium, cioè ai consoli e pretori. Spetta cioè

ai magistrati che vengono eletti dal comizio centuriato; solo loro possono convocare i comizi centuriati.

L’espressione per indicare la convocazione dei comizi è imperare exercitum (impero usato transitivamente

invece che col dativo è una cosa molto arcaica). Il popolo raccolto nel comizio centuriato si chiama

84

exercitus .

Ogni anno venivano istituiti dei comizi centuriati elettivi che dovevano eleggere i consoli e i pretori

dell’anno dopo. Funzionava così: i consoli in carica convocavano i comizi centuriati per l’elezione dei consoli

per l’anno dopo. Si votava per centurie. I candidati venivano mostrati al popolo, che poi votava. Venivano

eletti i due nuovi consoli che entravano in carica l’anno dopo. La funzione dei consoli in carica era molto

importante nello stabilire le candidature per l’anno successivo. Perché probabilmente il console presentava

in un certo modo i vari candidati, in modo negativo o positivo.

Il gioco politico proprio in questo periodo si fa particolarmente complicato, mentre c’è un lungo periodo in

cui c’è in genere una continuità tra i consoli. Ad un certo punto nel II secolo a.C. questa continuità si

84 Non dicono ad esempio imperare populum, perché populus ha un significato guerresco. In età monarchica

sicuramente aveva fortissima questa accezione guerresca, perché populus ha la stessa radice di populari =

saccheggiare, che è il verbo tipico dell’esercito. Anche populus significa l’insieme dei cittadini in armi, in origine, ma

evidentemente nei primi secoli della repubblica populus ha perso questa accezione militare. Per cui addirittura

convocare il comizio centuriato si dice imperare exercitum. [Michelotto]

42

interrompe, è anche per questo che dal punto di vista politico questo è il secolo più importante nella storia

della repubblica.

Michelotto ha accennato ai difetti dell’esercito romano: debolezza della cavalleria e dei corpi specializzati,

etc.

Polibio diceva una cosa vera, oggettiva, cioè che una delle ragioni della grandezza romana, per cui il popolo

romano è diventato egemone nel Mediterraneo è la forza dell’esercito, l’organizzazione e la capacità di

cambiare sempre armamento, schieramento: creazione dei manipoli, della coorte, tutte cose che

rappresentano un netto superamento dell’antica struttura a falange che aveva anche la legione. Alla fine di

questa evoluzione la legione che all’inizio assomigliava alla falange diventerà la sua antitesi. Polibio lo

sottolineerà perché dice che i romani vincono perché combattono con lo schieramento legionario e i greci

con la falange. Superiorità della legione sulla falange. La vittoria romana avrebbe quindi anche una

motivazione militare. Polibio dice queste cose nel VI libro, il suo libro teorico. Polibio partiva da un assunto:

dover spiegare perché in 53 anni Roma era diventata padrona del Mediterraneo. Attribuisce questo

successo a due cause: superiorità militare e superiorità politica.

ORGANIZZAZIONE POLITICA DI ROMA

Abbiamo accennato due cose sulla superiorità militare. Ora parliamo dell’organizzazione politica di Roma,

molto brevemente. Mai per nessun uomo dell’antichità come per l’uomo romano la politica e l’attività di

cittadino, il privato e il pubblico sono due facce della stessa medaglia. Cioè, l’uomo romano non è né

prevalentemente un miles (soldato), ma non è neppure prevalentemente un cittadino. L’uomo romano è la

composizione di questi due elementi: un cittadino che combatte. È un combattente che partecipa alla vita

politica. Questa fusione dei due elementi nella maniera in cui si trova a Roma non c’è in nessun altro

popolo dell’antichità. Perché i romani erano convinti che la loro repubblica era meglio di tutti gli altri stati

proprio per questa compresenza dell’aspetto politico e militare.

Cosa che puntualmente Polibio riprende e sviluppa alla maniera greca. Polibio dice una cosa che nessun

romano del suo tempo avrebbe saputo dire. I romani avvertivano la potenza delle loro istituzioni e del loro

esercito, ma non teorizzavano. Il romano non ha una mentalità speculativa, la acquisisce grazie al mondo

greco, da loro imparano a teorizzare.

Polibio arriva e subito da buon greco teorizza: da cosa deriva la superiorità politica romana? Dalla loro

85

politeia (costituzione → ma è un termine improprio, perché il mondo romano non ce l’ha ). I greci usavano

il termine politeia per indicare la forma di governo. Polibio diceva che Roma è diventata la città più

importante del Mediterraneo grazie a quella che noi chiamiamo impropriamente costituzione (si può dire

costituzione romana, sapendo che stiamo usando un anacronismo).

Per costituzione romana intendiamo l’insieme delle leggi e degli istituti che compongono lo stato romano.

Non intendiamo con costituzione romana un insieme di principi generali. Questo non c’è.

85 Il fatto che i romani non abbiano costituzione non è un deficit romano, ma è un deficit di tutti i popoli antichi. Le

costituzioni sono tutte di epoca medievale o moderna. Che differenza c’è tra la legge e la costituzione? La costituzione

è un elenco di principi di carattere generale, ai quali devono attenersi le leggi che vengono emanate da uno stato. La

costituzione non è una legge, ma è la legge delle leggi → è la normativa generale. Una singola legge non dovrebbe

essere contraria alla costituzione. In generale le leggi devono conformarsi ai principi costituzionali. Nel mondo antico

non c’è una normativa di carattere generale. Il primo esempio di costituzione è la Magna Charta. Non è una vera

costituzione ma da lì parte tutto il processo. [MIchelotto] 43

La costituzione romana, in greco politeia. Il maggiore studioso antico di politeiai (costituzioni) fu Aristotele.

Non solo ha descritto la politica, ma anche ha descritto le costituzioni delle singole città delle Grecia. A noi

è arrivata per fortuna quella di Atene: Descrizione degli istituti di Atene.

Quando scrive Polibio Aristotele è morto da di 170 anni. Da qui si crea una lunga tradizione di studi di

politica. Ma gli studi di politica fanno bene o male tutti capo a Aristotele, il precursore è sempre lui. Polibio

dice che le costituzioni di solito sono forme di governo che possiamo definire semplici.

Per esempio molti stati sono retti da monarchie, da re ad es. lo stato persiano, Egitto → faraone.

Ci sono stati retti da aristocrazie come alcune città della Grecia → in alcuni momenti Tebe. Un governo

aristocratico. Di solito sono anche i ricchi, ma non è detto.

Infine alcune comunità da governi popolari → la democrazia.

Aristotele pensava che la democrazia fosse la forma di governo migliore. Aristotele diceva che le forme di

governo tendono a degenerare. Forme di governo primarie e le loro degenerazioni:

 La monarchia → tende a diventare tirannia

 L’aristocrazia → tende a diventare meno numerosa: sfocia nell’oligarchia

 La democrazia → tende a sfociare nel governo delle masse (di poveri): pletocrazia/oclocrazia

Polibio eredita questa tripartizione/esapartizione da Aristotele, ma aggiunge, come era stato teorizzato da

allievi di allievi di Aristotele, un’altra forma di governo, che non è nessuna delle tre primarie, ma è una

forma di governo ancora più importante delle tre primarie → una forma di governo mista. La costituzione

mista (miktè politeia) → è una forma di governo che assomma in sé il principio monarchico, il principio

aristocratico e il principio democratico. Cioè una forma di governo che comprende le tre forme di governo

primario. Per Polibio questa è la forma migliore perché è la più stabile. Anche questa forma di governo va

incontro al suo declino e alla sua distruzione, ma più lentamente delle altre.

Storicamente quando e come si è realizzata? Polibio dice che ci sono molti stati che hanno realizzato la

costituzione mista. Per esempio una costituzione mista è quella di Sparta. Detto da un uomo della lega

achea è un notevole riconoscimento nei confronti di Sparta. Sparta ha una costituzione mista perché a

Sparta ci sono due re → incarnano il principio monarchico, c’è un’assemblea di vecchi, la gherusia, di 28

membri → principio aristocratico e l’assemblea del popolo in armi. Tre livelli diversi. L’insieme di questi tre

elementi fa sì che si abbia un nucleo tendenzialmente stabile e una costituzione mista. In una costituzione

mista tutti gli elementi hanno le loro competenze. Proprio la differenziazione fa sì che nessuno di questi

abbia tutto il potere, ma viene diviso. È una giustapposizione, che se è armoniosa fa sì che la polis venga

governata bene. Questo è uno schema astratto, a nessuno sfugge l’artificiosità di questo schema.

Un altro popolo che aveva la costituzione mista era Cartagine (anche Creta), che ci interessa perché

combatte contro Roma. Cartagine ha una costituzione mista perché ha:

 Due monarchi i cosiddetti suffeti

 Un’assemblea dei nobili che costituisce il sinedrio (si trova presso tutti i popoli semitici)

 L’assemblea del popolo che ha pochi poteri e cioè approvare o respingere le decisioni degli altri

Polibio crede che Roma abbia una costituzione mista perché ci sono:

 A Roma c’è un elemento monarchico rappresentato dai supremi magistrati → i consoli. Sono i

padroni dello stato: sono capi dell’esercito, possono promulgare leggi, conducono le guerre. Sono

per un anno capi dello stato. Sono come i due re di Sparta

 Il senato è l’assemblea ristretta dei nobili, che a Roma ha in mano soprattutto la politica estera

 Le varie assemblee del popolo (comizi curiati, comizi centuriati, comizi tributi, concilia plebis). Tutte

assemblee del popolo. Quindi l’elemento popolare ha vari organi assembleari che lo rappresentano

44

Il termine monarchicos in greco vuol dire governo di uno solo, non è la parola rex. Per colui che governa da

solo i romani non avevano una preclusione. Tant’è vero che avevano il dictator e il suo antenato che era il

magister populi. Non avevano un’avversione nei confronti del magister (che come dice il nome era magis,

più degli altri). Avevano un’avversione per il nome di rex, perché era una tradizione nefasta. I romani

avevano del rex la stessa opinione che noi abbiamo del titolo tiranno. Il termine tiranno non è

etimologicamente negativo, in greco non lo è, ma per noi sì. Quando i romani volevano accusare qualcuno

dicevano che aspirava alla tirannide o al regno.

Questa tripartizione: consoli, senato e comizi. Il dire che Roma era una costruzione mista funziona fino a un

certo punto. Tanto più che i magistrati erano annuali e il loro potere era grandissimo (soprattutto quello dei

consoli), ma era transe unte. Non sfuggiva a Polibio, e gli faceva piacere, che l’elemento cardine dei tre

nella politeia romana era il senato. Si arrivava in senato dopo essere stato eletto alla prima carica curule, la

questura, per cui una poteva entrare in senato prima dei 30 anni. Una volta diventato senatori si rimaneva

senatori a vita.

Le cariche pubbliche non erano retribuite. I magistrati erano eletti, ma provenivano dai ceti superiori. È raro

trovare un homo novus e l’homo novus prima di poter ambire alle cariche pubbliche doveva prima

arricchirsi. Il sistema era fatto in modo da far arrivare in cima solo coloro che avevano abbastanza soldi.

Però si poteva con un lungo apprendistato, come quello di Catone, che diventa amico di Valerio Flacco, un

uomo molto importante, nobile e ricchissimo. Catone diventa suo assistente e lo supererà in importanza,

pur essendo un homo novus. Un altro homo novus di grandissima importanza per la storia repubblicana è

Gaio Mario.

Polibio afferma che anche la costituzione mista rappresenta insieme all’organizzazione dell’esercito un

elemento di forza per Roma. Per dire che anche l’esercito è comandato dai nobili.

Perché Polibio è così contento quando può parlare bene del senato romano? Non solo perché il suo

protettore Scipione Emiliano era un campione della politica senatoria, un tradizionalista, un reazionario. Ma

anche perché Polibio per nascita e cultura era un aristocratico, il padre era stato a capo della lega Achea.

Polibio apprezza quelle costituzioni miste in cui prevale l’elemento aristocratico. Per lui l’esperienza di

Roma è il massimo. Ci sono molti motivi per cui a Roma il senato tiene in mano il potere per secoli. Il motivo

principale era costituito dal fatto che le magistrature erano annuali, per cui a livello di magistrati non era

garantita una continuità di linea politica. L’annualità della magistratura è un limite del potere dei magistrati,

l’altro limite è la collegialità. Una linea politica non può essere garantita dalla magistratura. Il magistrato

deve essere l’esecutore di una linea politica continua che deve essere garantita da un altro organo stabile. E

l’altro organo stabile è soltanto il senato, per questo la politica estera è del senato.

La magistratura a Roma si sviluppa nei primi anni del periodo repubblicano con questi due grossissimi limiti

dell’annualità e della collegialità. Sono pochissime cariche che sfuggono a questi principi. Ad esempio

sfugge alla collegialità il dittatore → è uno solo, però resta in carica sei solo mesi. Altri sfuggono alla

annualità, come i censori → necessariamente, restano in carica 18 mesi, per fare il censimento avevano

bisogno di più tempo.

Tra il senato e i magistrati non c’è di solito ragione di grave contrasto, perché i magistrati vengono eletti tra

i senatori e c’è quindi una consonanza di interessi politici ed economici tra i magistrati e i senatori. Salvo i

casi di personaggi particolarmente ambiziosi che cercano di svolgere una politica personalistica, e che per

far questo sono disposti a porsi contro il senato → quello che succederà al grande Scipione l’africano

maggiore.

Come mai Roma arriva a questa organizzazione e come mai si arriva a un’organizzazione in cui l’elemento

aristocratico è cosi centrale? 45

Bisogna tornare alle origini. Età monarchica. Tutta la tradizione relativa alle istituzioni di età monarchica

non sappiamo che credibilità abbia.

In età monarchica c’era il re, che abitava nella Regia nel foro. Nel foro c’era anche il comizio, anche la curia.

In età monarchica c’erano già: il re, il tempio principale vicino alla dimora del re che era quello di Vesta,

c’era vicino alla regia la curia dove si riuniva l’assemblea dei nobili e il comizio dove si riuniva il popolo →

che in età monarchica non aveva nessun potere decisionale. Secondo alcuni forse aveva soltanto una

funzione: di approvare le adozioni e le dichiarazioni di guerra del re. A quanto pare il popolo

originariamente in armi acclamava la decisione del re.

Accanto al re c’è questa assemblea dei nobili, secondo Livio erano 100. Chiamati patres, i cui discendenti

sarebbero i patrizi. Sotto i re etruschi questo consesso di 100 uomini si allargherebbe a 300 → i re etruschi

tendono a democratizzare l’assemblea. Non si conosce la funzione del senato in età monarchica,

probabilmente veniva solo consultato dal re. Il senato sarà stato costituito soprattutto da nobili imparentati

col re. La successione di Tarquinio il superbo è garantita dai membri della sua famiglia, i primi consoli

appartengono alla sua famiglia.

A un certo punto questa organizzazione crolla → siamo alla repubblica, e si articola in maniera diversa.

Secondo la tradizione addirittura l’articolazione diversa sarebbe già iniziata in età monarchica. Infatti a

Servio Tullio, di possibile origine etrusca, vengono attribuite molte riforme, tra cui la creazione di un

comizio nuovo: il comizio centuriato → comizio in cui l’assemblea del popolo è ripartita in classi di censo.

Non si partecipa in maniera tumultuaria a questa assemblea, si partecipa ripartiti in cunei (settori) e i

settori sono determinati dalla ricchezza dei personaggi che compongono l’assemblea. Ci si colloca nei cunei

(settori) a secondo della ricchezza. Questi settori sono poi divisi in centurie. Questa assemblea ha una

connotazione timocratica (censitaria), mentre verosimilmente la nobiltà precedente era di tipo

genealogico. Cioè, la nobiltà in età monarchica sarà stata costituita da nobili che erano anche ricchi, adesso

pare che il criterio censitario prevalga su quello nobiliare. Naturalmente sono tutte supposizioni. In ogni

caso il comizio centuriato rappresenta un passo in avanti nel processo di democratizzazione di Roma. È un

allargamento dell’aristocrazia, che viene a comprendere in sé gli elementi più ricchi.

Questo allargamento di tipo timocratico si adatta molto bene alla società romana del tempo delle lotte tra

patrizi e plebei. Cioè del tempo in cui i plebei ricchi iniziano a richiedere fortemente la parità dei diritti con i

patrizi.

Servio Tullio avrebbe creato poi le tribù (cioè le unità territoriali) in cui era divisa la città e il territorio di

Roma e avrebbe creato forse un nuovo tipo di assemblea: il comizio tributo (che in realtà molto successivo).

Il comizio tributo differisce dal centuriato per molti aspetti, proprio per il funzionamento pratico. Ma

differisce soprattutto per il principio. Nel centuriato le sezioni di voto rappresentano personaggi che hanno

un ben preciso censo (ricchissimi, ricchi, meno ricchi ecc.) e votano in sezioni diverse. All’interno di ogni

sezione c’è omogeneità della ricchezza. Nel comizio tributo si dovrebbe votare secondo il principio della

residenza. Questo non garantisce votazioni democratiche, però garantisce votazioni che non sono più in

mano ad un’aristocrazia ristretta. La creazione del comizio tributo corrisponde a un momento di

allargamento dell’aristocrazia.

Da dove deriva questa aristocrazia che a Roma è così potente? Non si sa. Quando leggiamo gli autori antichi

(Livio e Dionigi di Alicarnasso) che ci parlano dell’età monarchica vediamo che si parla sempre di gentes.

L’unità politico clanica dei romani è la gens. La gens rappresenta un insieme di famiglie che hanno in

comune un antenato, l’appartenenza a una gens è indicata dal nomen.

I romani avevano tre nomi. Ad esempio: Marcus Licinius Crassus → prenomen, nomen e cognomen.

46

Alcune gentes non avevano il cognomen, originariamente non esisteva. Esisteva invece da sempre il

prenomen e il nomen. I prenomina sono pochi, una quindicina: Marco, Publio, Sesto, Mario, Lucio, Gaio.

Il secondo termine è il nomen, il gentilizio. Significa che un tale personaggio non appartiene alla famiglia dei

Licinii, ma a un gruppo dei Licinii, la gens è sovra famigliare, comprende tante famiglie. È un gruppo che

deriva dagli antichi clan che si vanno disgregando nella convivenza comune nella civitas (città). Man mano

che si andava avanti all’interno della stessa gens si formano gruppi famigliari che sono sempre di Licinii,

cioè riconoscono sempre lo stesso antenato in comune, si riconoscono sempre come membri della stessa

gens, ma non sono più nemmeno imparentati tra loro, dopo 3-4 generazioni.

A un certo punto viene introdotto il cognomen, il terzo elemento. Il cognomen nasce per vari motivi, il caso

più comune è quello dei cognomina che rappresentano caratteristiche fisiche: Crassus, Largus, Verrucosus.

Spessissimo da quando si crea il cognomen, vediamo che membri della stessa gens appartengono a famiglie

diverse tra loro perché hanno cognomina diversi. Ad esempio. Due personaggi storici che erano nemici: le

famiglie dei Corneli Lentuli e quella dei Corneli Scipioni si odiavano, però appartenevano alla stessa gens

Cornelia. La cosa si complicherà con un altro Cornelio: Silla → Lucio Cornelio Silla, che era nemico degli

Scipioni e dei Lentuli.

Questo vuol dire che si assiste nella storia repubblicana un lungo processo per cui si sfaldano i clan, in

singole famiglie, che all’inizio avevano più o meno la stessa linea politica, ma presto le linee politiche delle

singole famiglie divergono al punto che famiglie appartenenti alla stessa gens sono spesso ostilissime.

MOD. A, LEZIONE 9, 04/03/2016

L’uomo romano sia cives che miles: esiste una totale corrispondenza tra l’aspetto civico e militare. Gli

obblighi dell’individuo nei confronti della comunità (munus, munera) sono proporzionali agli onori.

LA GENS

La società romana in età repubblicana è strutturata in gentes (sono come comunità). La gens non è un

organismo monofamiliare, conteneva varie famiglie ma non si sa di quanti individui.

La gens è un insieme di famiglie che riconoscono un antenato comune, portatore del nomen, il segno

distintivo della gens. La nomenclatura dell’uomo romano, è formata da tre nomi: prenomen, nomen,

cognomen. Solo il primo si può abbreviare. Il nomen è il gentilizio.

I problemi da affrontare circa il concetto di gens:

1. Qual è l’origine della gens, perché è così compatta?

2. Gens e civitas per il cittadino romano

L’ORIGINE DELLA GENS

A Roma la gens appare come un organismo estremamente forte. C’è da chiedersi quale sia la sua origine.

Infatti esistevano gruppi gentilizi anche nelle società latine, in cui non c’era una coesione così potente. Si

sfalderanno storicamente nel giro di 3 secoli e mezzo, soprattutto in seguito alle lotte tra patrizi e plebei,

ma all’inizio il gruppo gentilizio era coesissimo.

GENS E CIVITAS PER IL CITTADINO ROMANO

Il secondo problema è di natura giuridica e politica. Il romano è membro di una gens ma anche della

civitas (l’insieme dei cittadini). Se la gens rappresenta un organismo unitario, dai vincoli obbliganti

47

fortissimi (anche di carattere religioso), qual è il rapporto che il cittadino romano da avere con la gens e con

la civitas? Se il rapporto con la gens è così solido può scontrarsi contro gli interessi della civitas?

Un esempio di dissidio tra gens e civitas è l’episodio del 497 a.C., durante la guerra di Roma con la città

etrusca Veio. Semplificando: sulla riva sinistra del Tevere c’erano i romani, a destra i veienti. I romani

arrivano ad avere delle terre (dell’ager romanus) anche sulla riva destra, che sono quindi molto esposte alle

scorrerie dei veienti. Tra coloro che le possedevano c’è la gens dei Fabii, che protesta inutilmente; un Fabio

86

arma tutti i Fabii e i loro clienti , e conducono una spedizione contro Veio. I Fabii vengono sterminati, ne

sopravvive solo uno, che continuerà la gens Fabia fino a Quinto Fabio Verrucosus, il cosiddetto

temporeggiatore.

L’episodio è fondamentale perché indica che vi era un margine di indipendenza tra la gens e la civitas. La

guerra è decisa e assunta da una singola gens: i Fabii combattono in quanto gens Fabia e non in quanto

romani. Ne desumiamo un principio: tra la gens e la civitas esiste a possibilità di contraddizione perché i

due organismi sono di diversa origine, sono due cose diverse.

Non si sa se sia nato prima l’organismo gentilizio o l’organismo politico della città.

Le nostre risposte però saranno sempre dettate da preoccupazioni del presente → gli intellettuali di quel

momento interpretano il problema secondo le loro categorie. Niebuhr (il primo ad avere la cattedra di

storia romana a Berlino) vive e respira le idee hegeliane, fa parte di un gruppo di filosofia che spera che si

consegua finalmente in Germania l’unità nazionale. E che la Prussia unifichi il mondo tedesco (nasce da loro

la statolatria tedesca). In un mondo alla ricerca della propria unità e identità nazionale il concetto di stato

diventa fondamentale. Per questo Niebuhr sostiene che sia nato prima lo stato, e che le gentes ne siano

solo una componente → è lo stato che preesiste a tutto. Un’interpretazione antropologica delle origini di

Roma direbbe esattamente il contrario. Queste due idee determinano anche le due teorie sulle origini di

Roma: la teoria dell’atto di fondazione e quella del sinecismo. In questo modo ci spieghiamo perché

un’ideologia clanica preesista e conviva con un’ideologia civica.

Michelotto osserva che tradizioni, leggende e storie relative all’antichissima fase di Roma suggeriscono la

presenza di clan in epoca molto antica. 87 88

Ad esempio, secondo la tradizione etrusca Servio Tullio non era originario di Roma . Gli ultimi re romani

venivano dal mondo etrusco, perché? Tarquinio Prisco non riesce a raggiungere le massime cariche a

89

Tarquinia, quindi si sposta col clan a Roma, dove viene accolto dai romani . Secondo la tradizione etrusca

Servio Tullio aveva in origine il nome etrusco Mastarna e sarebbe stato un sodalis (un compagno) di due

fratelli di Vulci: Aulio e Celio Vibenna. I due fratelli muoiono e si trasferiscono a Roma e Mastarna cambia il

nome in Servio Tullio. Servio Tullio non a caso è ritenuto il grande legislatore dell’età monarchica di Roma, è

il re più importante dopo Romolo. Questa storia è narrata dall’imperatore Claudio quando chiede al senato

che i galli (ormai diventati romani) possano accedere agli honores (cariche pubbliche). Per eludere la

chiusura del senato, col suo discorso Claudio vuole dimostrare che Roma è stata resa grande dagli

90

stranieri. Ha successo e il discorso è riportato da Tacito e da un’epigrafe ritrovata a Lione. La storia di 91

Mastarna/Servio Tullio sarebbe inoltre confermata da un affresco trovato nella Tomba François di Vulci . Il

86 Significa che la gens è una struttura parentale, ma ha anche dei clienti, che non sono parenti stretti dei capi della

gens. [Michelotto]

87 Le città dell’Etruria meridionale avevano tradizioni di vario genere tra i rapporti tra l’Etruria e Roma. [Michelotto]

88 La tradizione romana di cui era testimone Livio dice il contrario. [Michelotto]

89 Non potevano farne a meno, erano clan con molte migliaia di individui. [Michelotto]

90 I galli fanno incidere il discorso di Claudio → nell’uso antico quando un popolo otteneva un beneficio da un

imperatore lo fissa a imperitura memoria, come prova. [Michelotto]

91 Tomba François, a Vulci: un importante monumento etrusco (IV sec a.C.). Decorazione ad affresco → straordinaria

manifestazione di pittura etrusca. Scoperta nel 1857 dall'archeologo Alessandro François. [Wikipedia]

48

clan è talmente grande che nel VI secolo ha la forza di arrivare a Roma, insediarvisi e porre un loro membro

92

nel ruolo di re (grazie anche alla moglie di Tarquinio Prisco, una donna molto potente).

Nel periodo iniziale della repubblica (10 anni dalla caduta dei re) Roma è preoccupata per pressione dei

latini e per i dissidi interni. All’improvviso si presenta il pericolo di un nuovo clan che viene dall’esterno,

dalla Sabina, il capo si chiama Attaclausius (Appio Claudio). Viene ospitato, diventa patrizio e console.

Questi clan esistevano già dall’VIII secolo nell’Italia centrale: il VII secolo è l’epoca delle grandi aristocrazie,

etrusche e non. I clan si spostano dove ci sono possibilità di sopravvivenza e di affermazione. Roma non

offriva granché: era in una zona malsana e paludosa, ma si trovava sulla via del sale, quindi era una città

destinata a rifiorire, grazie alle attività mercantili. Il sale era un bene di primissima necessità ed era costoso.

40 anni dopo Appio Antonio arriva alle mura di Roma con 4000 clienti, cerca di farsi accogliere, ma senza

successo, segno che ormai Roma ha la potenza per respingere un clan straniero. Si può dire che dalla metà

del V sec la civitas inizia a prevalere sul clan.

I clan si esauriscono o si frazionano. Dal loro frazionamento derivano le gentes: probabilmente si

costituiscono nell’età monarchica e si consolidano nel corso dell’età repubblicana. Le gentes sono gruppi 93

molto coesi perché derivano dai clan, a loro volta molto coesi. C’erano dei riti comuni, ma anche dei tabù .

PATRIZI E PLEBEI

Nel V secolo domina l’organizzazione gentilizia ed emerge il conflitto tra patrizi e plebei.

La gens ha la caratteristica di essere molto coesa e ha una struttura piramidale (come tutte le strutture

clientelari). Il vantaggio di un cliente della gens era la protezione. La civitas ha dovuto senza dubbio avere

una fase in cui diventava mediatrice delle potenze, ma nei primi tempi si sbrigavano tutto da soli.

I capi delle gentes sono i senatori, coloro che ricoprono le cariche pubbliche. È chiaro che il gioco politico si

fa tra le varie gentes e soprattutto tra quelle che hanno interesse a mettere insieme le proprie clientele per

eleggere qualcuno. Chi mantiene il potere è una piccola élite, che vuole mantenerlo nel tempo. I capi delle

gentes rappresentano un’aristocrazia fondiaria e di sangue. Tendenzialmente i membri della gens si

sposavano tra loro o con personaggi importanti di altre gentes. I matrimoni a Roma ebbero sempre una

grande importanza di carattere politico ed economico. È un sistema che favorisce lo spostamento sociale

orizzontale, ma che tende a chiudere la mobilità sociale verticale, cioè l’ascesa di nuovi ricchi. Le cariche

pubbliche sono infeudate da poche famiglie. Le cariche pubbliche possono essere magistrature (cariche

pubbliche più importanti) o no. Le magistrature hanno in genere la caratteristica di essere:

 Annuali

 Collegiali

 Elettive

In età repubblicana avanzata i consoli e pretori (in genere i magistrati con l’imperium) vengono eletti dai

comizi centuriali, mentre i magistrati minori (edili curuli e questori) vengono eletti dai comizi tributi.

Le cariche pubbliche a Roma aumentano di numero nei primi secoli della repubblica, finché viene a

consolidarsi un certus ordo magistratuum, cioè una struttura abbastanza rigorosa nel ricoprire le cariche

pubbliche. Si stabilisce un certo percorso nelle magistrature: a partire dal basso si ricopre:

 Questura

92 Il numero dei Re di Roma è convenzionale, un’astrazione romana: è un calcolo medio di reggenza per generazione,

che poteva essere di 20-25-35 anni. Hanno scelto 35. [Michelotto]

93 Ex. La gens degli Aelii (da cui deriva l’imperatore Adriano) non potevano portare oggetti d’oro. [Michelotto]

49

 Edilità curule (o più avanti il tribunato della plebe)

 Pretura

 Consolato

Poi scatteranno i proconsolati → governo delle province. Questa è la scala che viene stabilita da una legge.

94

Lex Villia annalis , 180 a.C. → questa legge stabilisce gradini successivi ben definiti, serviva ad evitare che

un personaggio capo di un clan potentissimo con enormi clientele possa arrivare al consolato senza aver

95

mai conseguito nessuna magistratura . Nasce come tentativo di contenere l’emergere di personalità

dominanti perché in possesso di enormi clientele ed enorme prestigio. Stabilisce il cursus honorum.

In questo circolo ristretto era molto difficile entrare. Era rarissimo il caso che un homo novus accedesse alle

cariche pubbliche. I grandi homines novi non furono frequenti. L’aristocrazia terriera si evolve in forme

particolari durante lo scontro tra patrizi e plebei. L’aristocrazia romana è tendenzialmente oligarchica. Ogni

tanto i gruppi gentilizi allargano le proprie maglie, ma di poco. Soprattutto nella gestione del potere

raramente cooptano homines novi, ma soprattutto altri membri dell’aristocrazia. Il fenomeno a cui

assistiamo, soprattutto nel caso delle guerre transmarine. Roma si arricchisce moltissimo, penseremmo a

una condivisione della ricchezza, ma la ricchezza si concentra nelle mani di poche famiglie. Nei periodi di

maggiore ricchezza è minore la distribuzione della ricchezza e della mobilità sociale (mobilità verticale).

È sostanzialmente ignoto come si sia evoluta l’aristocrazia nel corso di V-IV secolo, ma non è possibile

ritenere che questa evoluzione dell’oligarchia non abbia avuto una delle sue cause nelle lotte tra patrizi e

plebei. All’inizio del periodo repubblicano non si sa in quali strutture politiche istituzionali convivessero

patrizi e plebei. Non si sa se i plebei partecipavano alla vita politica nelle piramidi delle gentes, se erano

inseriti nelle gentes o no. Una frase sibillina di Livio dice che la plebe non è organizzata in gentes, ma

sarebbe una massa di individui (anche se la frase di Livio vuol dire che non è rigidamente organizzata in

clan). Non si sa quale sia l’origine della plebe e non si sa se il rapporto conflittuale sia originario o acquisito.

Il dato di fatto di partenza è che le fonti antiche dicono che fu Romolo a chiamare patres i suoi 100 senatori,

i loro discendenti si chiamarono patrizi. Divennero 300 sotto Tarquinio Prisco e rimasero comunque patrizi.

Il problema non si è risolto, in tutta l’età monarchica non abbiamo testimonianze di scontri tra patrizi e

plebei, ci sono attestazioni solo all’inizio e dell’età repubblicana. Quando il conflitto scoppia sembra che le

cause fossero già sedimentate da tempo, ma non possiamo sapere da quando.

Nel 494 a.C. la plebe fa la secessione, si separa dal resto del corpo civico, e va sul monte sacro (forse

l’Aventino, perché fu sempre il colle delle successioni successive della plebe). I plebei non vogliono essere

arruolati nell’esercito perché non hanno gli stessi diritti dei patrizi. Ad esempio hanno delle interdizioni

(proibizioni) che risultano intollerabili in ambito civile, politico, economico. Il nome plebe è imparentata con

la parola greca pléthos (massa). La massa non è omogenea in genere, questo nome indicherebbe una massa

non omogenea al cui interno convivono ricchi e poveri, colti e ignoranti. È gente scontenta perché

probabilmente questa massa non ha gli ammortizzatori sociali, politici ed economici che hanno invece i

clienti dei patrizi, e quindi può essere vero che la plebe dell’inizio del V secolo non fosse organizzata in

gentes. Le rivendicazioni che la plebe porta avanti fin dall’inizio sono di vario genere.

94 Lex Villia annalis - Plebiscito fatto approvare nel 180 a.C. dal tribuno della plebe L. Villio. Regolava l'accessione alle

magistrature maggiori. I candidati dovevano avere una certa età: 40 anni → pretura, 43 → consolato. Fra l'esercizio di

due magistrature doveva intercedere un biennio e che la pretura dovesse essere sostenuta prima del consolato (certus

ordo magistratuum). Aveva lo scopo di frenare l'eccessiva ambizione degli aspiranti alle magistrature. [Treccani]

95 Il caso si era già presentato una trentina di anni prima dell’approvazione di questa legge. È il famoso caso di Scipione

l’Africano maggiore. Il grande nemico di Annibale era stato mandato in Spagna con un imperium (comando) consolare

senza aver mai ricoperto prima alcuna magistratura. [Michelotto]

50

Rivendicazioni della plebe:

 Di carattere economico → chiedono terre per i plebei più poveri

 Interdizioni di carattere civili. Ci fanno pensare a motivazioni religiose (ex. Matrimoni misti proibiti)

Interdizione del connubium → non era riconosciuto nei suoi aspetti proprietari. Il figlio di

o una coppia mista non poteva ereditare secondo le norme del diritto romano.

Originariamente il figlio ereditava la condizione giuridica dell’inferiore.

 Di carattere politico → vogliono accedere alle cariche pubbliche

C’era dunque una proibizione dei diritti civili che aveva origine in tabù religiosi. Per i plebei era intollerabile.

Sono rivendicazioni di natura diversa. Nel primo caso è di carattere puramente economico: i plebei

chiedono varie cose, dipende dalle loro condizioni. Fin dal V sec c’è uno strato di plebei che chiede

esclusivamente diritti politici. Esistevano dei plebei che sapevano parlare al resto della popolazione (tenere

concione), non erano analfabeti. Il plebei non sono poveri. Fin dall’inizio i plebei dimostrano di avere una

loro aristocrazia culturale che porta avanti rivendicazioni da loro elaborate.

96

La plebe fa la secessione. È noto il famoso apologo di Menenio Agrippa , che parla al popolo, fa il famoso

esempio in cui dice che i patrizi sono come un grosso ventre, mangiano tutto loro ma ridistribuiscono il

sangue a tutto l’organismo, quindi danno beneficio a tutta la società.

All’interno della plebe c’erano coloro che si occupavano dei negoziati. La struttura della plebe impressiona,

ha dei capi: i tribuni della plebe. Hanno tanti poteri, quello principale è di poter convocare l’assemblea

della plebe, si chiama concilium e riguarda solo la plebe → concilio della plebe (concilium plebis).

Propongono alla plebe i plebiscita. Non le leggi perché la legge è un provvedimento che deve essere

approvato dall’intero popolo romano. Loro fanno provvedimenti che hanno valore solo per la plebe, che si

chiamano plebis-scitum / plebis-scita. È un provvedimento che il tribuno chiede al concilium di approvare.

La plebe appare dal principio capace di un’organizzazione che quasi non ha l’intera comunità patrizio

plebea. Appare l’elemento più attivo e vivo della società romana all’inizio del V secolo. È un elemento che

continua a far richieste che creano conflitti che indeboliscono il potere assoluto delle gentes. La storia del

cambiamento della funzione politica delle gentes è parallela alla storia delle lotte tra patrizi e plebei.

MOD. A, LEZIONE 10, 07/03/2016

Le lotte tra patrizi e plebei sono importanti perché la classe dominante muta nelle sue strutture. Nasce il

problema della plebe.

Le fonti parlano di un conflitto originario tra patrizi e plebei che risalirebbe a Romolo. Non può essere così.

Tuttavia ci sono molte componenti diverse tra patrizi e plebei di carattere: giuridico, religioso, civile, etc.

questo fa pensare a una separatezza molto arcaica tra i due nomen, è impossibile che si sia verificata nel

corso del V secolo. 97

Patrizi e plebei sono due nomina (nomen, nominis). Il nomen è un’aggregazione compatta che ha una sua

autocoscienza identitaria, in cui è fondamentale l’aspetto religioso. Per questo tra i due nomina non c’è

possibilità di mescolanza: potrebbe avvenire soltanto se il nomen privilegiato (patrizi) rinunciasse a parte

della propria identità.

96 Menènio Agrippa - La sua fama è legata all'apologo col quale, secondo la leggenda, avrebbe convinto la plebe, che

oppressa dai debiti s'era ritirata per protesta sull'Aventino, a rientrare in città (494 a.C.). Apologo: le membra che

s'erano ribellate contro lo stomaco con danno di tutto il corpo = i plebei in lotta con i patrizî. Solo la concordia poteva

dare benessere. I plebei, prima di rientrare, avrebbero ottenuto l'istituzione dei tribuni della plebe. [Treccani]

97 Lo dice perché su qualche manuale per patrizi e plebei si parla di due ordines, sbagliatissimo. [Michelotto]

51

La storia del rapporto tra i due nomina dura più di due secoli e mezzo ed è la storia della progressiva

perequazione tra i due nomina, non della loro fusione. I plebei verranno acquisendo gli stessi diritti che

hanno i patrizi.

Tra patrizi e plebei ci sono sempre stati matrimoni (insiste su questo tema) ma non c’erano legami giuridici

tra i membri dei due nomina. 98

Alcuni hanno supposto che originariamente appartenessero a due gruppi etnici diversi .

La contrapposizione tra i due nomina avviene probabilmente in età monarchica. Il primo episodio noto è la

secessione plebea sul monte; ci fa supporre che ci fossero stati dei precedenti (perché è un’azione

organizzata). Probabilmente i re etruschi, figure “tiranniche”, ma favorevoli ai ceti inferiori (in particolare ai

plebei) sono stati arbitri tra i due nomina. Scomparsi questi re si doveva essere riacceso il conflitto.

Il termine plebe originariamente si contrapponeva al populus.

 Populus → partecipa ai comizi, va a combattere.

 Plebs → non va ai comizi, non combattono. Iniziano a combattere verso la fine dell’età monarchica.

Dopo dopo la 1° secessione la plebe avrà i propri rappresentanti: i tribuni della plebe e gli edili della plebe.

Concilium plebis → dagli anni ‘70 del V secolo. La plebe è organizzata ed è ripartita nella sua assemblea

99 100

secondo un ordine basato sulla residenza : è ripartito in tribù, in cui convivevano plebei ricchi e poveri.

Ci sfugge la motivazione profonda della 1° secessione della plebe: è verosimile che sia accaduto qualcosa

del genere negli ultimi anni della monarchia e nei primi della repubblica. Nel periodo immediatamente

successivo alla caduta dei re prendono il potere pochissime gentes, ed è possibile che ci siano state lotte tra

le gentes di origine etrusca e quelle di origine laziale. La cacciata del re non comporta la cacciata egli

etruschi, che rimangono. Le grandi gentes etrusche scompariranno entro 50 anni, entro la metà del V sec

non compariranno più nei posti di potere, il che vuol dire che l’aristocrazia romana butta fuori quella

etrusca.

Nel passaggio tra monarchia e repubblica il potere si è concentrato nelle mani di poche famiglie, che

avranno imposto le loro regole ai plebei e alle famiglie patrizie meno potenti. È il fenomeno che il grande

101

storico Gaetano De Sanctis ha definito la serrata del patriziato . La fine della monarchia apre verso una

concezione oligarchica del potere, cioè alla concentrazione del potere politico nelle mani di poche gentes.

La plebe si ribella difronte al prepotere assoluto di poche gentes probabilmente perché vengono già

102

chiamati alla leva militare . Questo è il momento in cui la plebe inizia ad avere una sua autocoscienza.

Colpisce che in questa fase iniziale del conflitto la plebe fa quattro richieste:

1. Uguaglianza politica → partecipazione alle cariche pubbliche

2. Richiesta di parità di diritti civili → ex. connubium

3. Uguaglianza economica → diritto ad avere le terre pubbliche

4. Uguaglianza giuridica → perché chi giudica è sempre patrizio?

98 Questa era l’idea anche del maestro di Michelotto. [Michelotto]

99 È organizzata in maniera diversa dalle assemblee del popolo. Dal tempo di Servio Tullio esisteva la riunione del

concilio ripartito in tribù. Invece nelle altre forme conciliari il popolo è ripartito per il censo. In una centuria del

comizio centuriato i votanti erano omogenei dal punto di vista censitario, tutti ricchi alla stessa maniera. [Michelotto]

100 In teoria è più democratico. Ma i plebei più ricchi tirano dietro gli altri, per un principio clientelare. [Michelotto]

101 Oggi non è più una teoria universalmente condivisa dagli storici. Ma questa idea, seppure errata nel modo radicale

con cui era affermata, a suo avviso entro certi limiti va mantenuta. [Michelotto]

102 Siamo nel V secolo, ci sono le guerre contro latini ed etruschi, da lì a poco con i volsci, con Veio. Era impossibile per

i clan patrizi armare eserciti per sconfiggere città nemiche. Dovevano per forza mobilitare la plebe. [Michelotto]

52

103

I plebei non vogliono leggi che li favoriscano . C’era l’istituto del nexum (schiavitù per debiti), che era

particolarmente gravoso. Il debitore insolvente veniva fatto schiavo dal creditore. I plebei hanno premuto

per la sua abolizione, i patrizi non l’hanno concesso.

I plebei chiedono dei diritti, delle leggi per loro per non lasciare ai patrizi discrezionalità assoluta di giudizio.

Le rivendicazioni della plebe sono di vario genere. La parte più retriva dell’aristocrazia non assecondava le

richieste plebee, ma ci sarà stata una parte disposta a trattare (come lo strato più elevato della plebe).

Nella metà del V sec si arriva alla formulazione di leggi. Tutte le cariche vengono sospese, è nominata

un’assemblea di 10 membri (decemviri → riunione di 10 uomini), hanno l’incarico di redigere un corpus di

leggi. Secondo la tradizione sono tutti patrizi. Scrivono 10 tavole di leggi tutte molto eque (la storiografia

romana era filo senatoria). L’anno dopo ci fu un’assemblea di decemviri che prevede anche plebei, che

inducono gli altri membri del decemvirato a scrivere due tavole di leggi che la tradizione dice inique. Per cui

il corpus di leggi vien fuori dopo due anni, composto da 12 tavole. Sono le famose Leggi delle XII tavole. Le

due tavole ritenute ingiuste ribadivano tra l’altro il divieto di connubium tra patrizi e plebei. I plebei con le

12 tavole ottenevano solo che le leggi fossero scritte e che non potessero essere più interpretare

soggettivamente dal magistrato patrizio. Dovevano attenersi al corpus di leggi per dare sentenze, non è da

poco. Le leggi scritte rappresentano sempre una limitazione allo strapotere di un re o di un’oligarchia.

Chiaramente i plebei sono furibondi, l’anno dopo furono promulgate singole leggi: le leggi valerio-orazie.

Sono famosissime ma di queste non si sa nulla.

I problemi vitali in quel momento per la plebe:

1. Inviolabilità del tribuno (sacrosanctitas tribunicia) → una delle grande conquiste della plebe

Il tribuno era una figura esposta. Intorno alla metà del V sec si afferma il principio della sacrosanctitas del

tribuno. Questa è una cosa da ricordare, è un concetto fondamentale (lo vedremo anche a proposito di

Augusto). Compaiono due concetti che attingono alla sfera religiosa. Sanctus < sancire → è il verbo delle

leggi. Tutte le leggi contengono la sanctio, è la volontà della divinità. La pena prevista per il trasgressore è la

sanzione. È l’aspetto punitivo della legge che ha giustificazione del divino. Più importante ancora è l’altro

aggettivo: sacer → è una vox media. Vuol dire sacro, ma anche il suo contrario: maledetto dagli dei.

104

Al tribuno viene concessa la sacrosanctitas → una specie di protezione religiosa . Il tribuno è sacro ed è

santo non in quanto individuo ma quanto tribuno. È inviolabile: non solo si può attentare alla sua vita

(tantomeno ucciderlo), non si può toccare. Perché questo gesto non solo sarebbe illegale, ma anche un

sacrilegio. Perché il tribuno è sacer nel senso di sacro. E chi attenta alla vita del tribuno è anche lui sacer,

ma in senso negativo: è maledetto dagli dei. Sarebbe sacrilego → chiunque può ucciderlo, privarlo dei suoi

beni e può perseguitarlo anche fuori Roma. Il sacer quando riesce a sopravvivere fa una vita grama.

2. Tutti i cittadini romani ottengono il diritto di provocatio → V sec

Provocatio ad populum → diritto di appello dopo la condanna a morte, prima dell’esecuzione. Avere un 2°

processo in appello davanti al popolo. Sarà sempre l’elemento di distinzione del cittadino dal peregrino.

3. Chiedono il connubium = premono per la parificazione nei diritti civili

Si sono susseguite secessioni dei plebei, anche durante le guerre, mettendo in forte pericolo Roma.

Esattamente un secolo prima, alla fine del VI sec Roma aveva sotto suo controllo il territorio laziale che

103 Sicuramente i plebei poveri chiedevano anche questo. [Michelotto]

104 Quando Augusto fonderà su basi giuridico religiose il suo principato assumerà la sacrosanctitas propria dei tribuni:

questo lo rendeva inviolabile per il diritto divino oltre a quello umano. E dava l’aggancio religioso che lui aveva già in

quanto vincitore delle guerre civili. Augusto è stato geniale ad avere questa intuizione. [MIchelotto]

53

arrivava fino a Terracina. Non a caso nel V sec c’è una contrazione del territorio romano, per le lotte

interne, che rendono Roma debole verso i nemici esterni.

Nei due nomina C’erano oltranzisti ma anche gente disposta a trattare→ si arriva a un compromesso che

Tacito cita all’inizio degli Annales. Occasionalmente il compito di guidare gli eserciti fu dato a tribuni

militum consulari potestate → tribuni militari, ufficiali dell’esercito che non erano consoli ma avevano un

potere consolare (la potestas). L’esercito viene guidato da questi ufficiali a cui è stato dato un potere

consolare perché di solito guidavano l’esercito consoli o il dittatore. I consoli erano tutti patrizi, sono solo

loro i magistrati con l’imperium. Solo loro potevano condurre in guerra l’esercito romano (poi ci saranno

anche i pretori). Se i plebei non potevano diventare consoli non potevano condurre l’esercito.

Si arriva a un compromesso: i tribuni militum consulari potestate. Cioè hanno lo stesso potere dei consoli

ma non la stessa carica sacrale. Quindi a questa carica possono essere chiamati anche i plebei.

Se i plebei sono esclusi dalle cariche con l’imperium, per avere il comando dell’esercito bisogna cambiare il

tipo di comando. Non si ha più un imperium, ma la potestas. Sono 4-5 nel corso di un anno e non più due

→ i tribuni militum restavano in carica meno di un anno e per la durata della campagna militare. La loro

funzione si esauriva in quella particolare campagna militare, nel collegio dei tribuni militum, che erano di

solito più di 3, vi erano anche dei plebei.

Imperium è un concetto gravido di implicazioni religiosi, potestas è invece il potere connesso a una carica,

è l’ambito di competenza. L’imperium è il diritto di condurre il popolo in guerra, col consenso degli dei.

I tribuni militum erano designati dai consoli che uscivano di carica. I tribuni militum plebei erano proposti

dai tribuni della plebe. Alla fine dell’anno o della campagna militare decadevano e ne subentravano altri.

Rimaneva sguarnito un aspetto di questo comando militare: l’aggancio divino. In realtà sussisteva, perché

erano eletti dai consoli, che avevano l’imperium, è come se delegassero dei loro funzionari a rappresentarli.

I consoli rimanevano in carica ma non facevano nulla, non si muovevano da Roma.

Soprattutto in quelle due frange disposte a trattare nei due nomina si smuovono delle cose. All’inizio del IV

libro di Tito Livio: nel 445 a.C. il tribuno Canuleio propone una legge (probabilmente era un plebiscito che

105

diventerà legge) che stabilisce il diritto di connubium → Lex Canuleia . Il tribuno chiede il diritto di

connubium e viene concesso dai patrizi (la legge passa).

Secondo la tradizione avrebbe presentato insieme a questa richiesta altre due misure (non si sa se abbia

proposto anche le altre due leggi): una sul consolato → avrebbe richiesto che uno dei due consoli potesse

essere plebeo (de consulatu). Terzo, sulla grandezza dei lotti (dei pezzi) di terra pubblica che erano concessi

ai cittadini romani. Anche i romani avevano il demanio, che era curatissimo dallo stato. I plebei erano

esclusi dall’uso delle terre pubbliche. In genere le prendevano i patrizi, e qualche volta non pagavano quello

che avrebbero dovuto pagare (ai tempi dei Gracchi diventerà epidemica: i nobili occuperanno immensi

territori pubblici senza pagare nulla, di lì le varie riforme agrarie che verranno proposte nel II sec a.C.).

Richieste di Canuleio:

1. Connubio → carattere civile

2. Consolato → carattere politico

3. Ager publicus → carattere economico

367 a.C. → 1° console plebeo. Deve passare quasi un secolo. Il problema grave non verrà mai risolto.

105 Legge Canuleia (Lex Canuleia de Conubio Patrum et Plebis) → legge proposta dal tribuno della plebe Gaio Canuleio

nel 445 a.C. con la quale venne abolito il divieto di nozze tra patrizi e plebei, risalente alle tradizioni dell'epoca arcaica

di Roma e codificato dalle Leggi delle XII tavole da pochi anni (450 a.C.) entrate in vigore. [Wikipedia]

54

Da notare: probabilmente nel corso del V sec diventa stabile il pagamento del tributum. Non c’è in nessuna

fonte, ma si può dedurre da un fatto: i plebei vanno a combattere, ma può farlo solo chi ha un diritto

censitario → i plebei poveri dovevano essere risarciti dallo stato perché perdevano un anno di lavoro, dato

che si allontanavano dal loro campo. Per risarcirli veniva chiesto un tributo e al soldato veniva dato un

soldo (stipendium). Il tributum pagato dal cittadino romano serve per pagare il tributum al soldato.

Tra 376-367 si arriva a un fatto importante: Gaio Licinio e Lucio Sestio Laterano → leggi licinie-seste. Prima

come tribuni e poi come consoli fanno passare queste leggi che prevede che uno dei due consoli potesse

essere plebeo. Potevano essere tutti e patrizi, ma non tutti e due plebei.

172 a.C.: 1° anno in cui ci sono due consoli plebei → tutte le magistrature curule sono in mano a plebei.

Perché tra il 376-367 a.C. i patrizi permettono che uno dei due consoli possa essere plebeo? Lo strato

superiore della plebe, per ricchezza e cultura e anche di rango cioè una specie di nobiltà plebea, anche

ricca, è pronta a unirsi alla nobiltà patrizia e dei patrizi sono rovinati per via dell’assenza di maggiorasco.

Spesso il matrimonio misto serve a sanare situazioni di sopravvenuta povertà. Ma servono anche a

contrarre alleanze politiche. Allora è inutile discriminare plebei: sono pronti a sposare l’ideologia senatoria,

conservativa. Da sempre i parvenu sono più conservatori dei conservatori. L’ideologia senatoria, oligarchica

riceve un impulso dall’arrivo dei plebei alle cariche pubbliche, dalla loro fusione. Non ci sono più poche

gentes patrizie, le gentes nel corso del IV e V sec si sono ramificate nelle varie famiglie (già visto). Non più la

gens, ma grandi famiglie. Queste spessissimo contraggono alleanze politiche con le nuove famiglie plebee.

Nel corso del III sec in particolare, ma a già a fine IV si crea una nuova nobilitas. Non è più quella dei grandi

clan (cioè del sangue), ma è un’aristocrazia del denaro, ed è composita. È un’aristocrazia patrizio-plebea.

Naturalmente rimanevano dei residui di carattere religioso e giuridico degli antichi conflitti tra patrizi e

plebei. Ex. di carattere religioso: le vecchie gentes nate dai clan avevano i loro: costumi, tabù, usanze, feste.

Quello che rimaneva delle gentes, divise in tante famiglie, che non avevano più neppure in comune gli

stessi parenti, ma avevano ancora gli stessi culti. Farci entrare i plebei era difficile. Infatti l’entrata dei

plebei all’interno dei collegi religiosi dei patrizi fu l’ultima loro conquista → Lex Ogulnia 300 a.C.: consente

ai plebei l’accesso ai collegi religiosi dei patrizi. Siamo su un piano di assoluta parità.

Per l’assoluta parità manca una sola cosa, abbastanza complicata. Abbiamo visto che c’erano due

assemblee importanti a Roma: i concili e il concilium plebis (assemblea della sola plebe). I patrizi

partecipavano solo ai comizi e i plebei partecipavano ai concilium plebis e ai comizi (vari).

Il concilium plebis su proposta del tribuno approvava dei plebisciti (decisione della plebe). Erano leggi fatte

da plebei che valevano solo per i plebei. Una volta passata la Lex Ogulnia i plebei vogliono fare in modo che

i plebisciti abbiano valore per tutta la società romana, come le leggi approvate dai comizi. Già nel IV sec i

plebisciti erano approvati ex autoritate patrium, dietro l’autorevole consenso dei senatori. Alcuni plebisciti

potevano diventare leggi per tutta la comunità col consenso dei patrizi (il senato).

Il processo di creazione di un plebiscito era questo: il concilium plebis decide e approva il plebiscito, veniva

dato in mano a un console che lo portava al comizio, se lo approvava diventava lex (legge). Ma volevano

che il plebiscito diventasse automaticamente legge. Le famiglie patrizie a quell’altezza cronologica erano

poche, le famiglie nobili erano quasi tutte plebee. E le famiglie plebee dal punto di vista economico e

culturale erano del tutto assimilabili a quelle patrizie. Non ci perdevano niente. Per cui far passare un

plebiscito dipendeva dalla nobiltà plebea, perché nel concilium plebis era la ricca nobiltà a dettare legge,

non il popolo. Non è per niente rivoluzionario che il plebiscito acquisisca valore di legge.

Si è visto il processo di allargamento della nobilitas. È un allargamento solo teorico, in pratica le famiglie al

comando sono poche. Giuridicamente c’è un allargamento, ma non in pratica. Diventano sempre meno.

55

Si introduce un fatto nuovo, un espediente interessante: i patrizi che richiedono di diventare plebei. I plebei

degli strati elevati appartengono alla nobiltà patrizia e plebea, una nobiltà di censo (del denaro) e del

prestigio (combattono e ottengono bottino). I patrizi per avere una base popolare chiedono di passare alla

plebe: transitio ad plebem. Consente loro di diventare tribuni della plebe e censori della plebe. Non

106

ottengono prestigio ma consenso popolare. Il primo a fare questa operazione è Clodio .

I Gracchi hanno una forza rivoluzionaria ai tribuni della plebe.

I tempi erano maturi per far sì che i plebisciti avessero valore per tutta la comunità romana. La Lex

107

Hortensia nel 287 a.C. stabilisce che i plebisciti approvati acquisiscano valore per l’intera comunità. Da

questo momento non esiste più il patriziato nella vecchia concezione, esiste solo come titolo di prestigio.

I tempi in cui si forma una nuova agraria nobiltà patrizio-plebea sono quelli in cui a causa dell’espansione in

Italia e delle guerre puniche viene a crearsi a Roma un ceto imprenditoriale, che non basa il proprio potere

e prestigio sulle proprietà agrarie ma sul denaro (usurai, imprenditori, grandi artigiani, armatori di navi).

Questo ceto sfocerà nella costruzione di un ordo → l’ordine equestre. MOD. B, LEZIONE 11, 10/03/2016

MODULO B

108

Il processo di perequazione tra patrizi e plebei si snoda lungo alcuni secoli.

LE FAMIGLIE

È accompagnato da una lenta trasformazione dell’organizzazione gentilizia, che derivava dai clan e che

sfocia nella creazione di grandi famiglie. Le famiglie sono suddivisioni delle gentes, così come le gentes

erano probabilmente suddivisione dei clan originari. Questo processo di articolazione e di ripartizione segna

l’esito inevitabile dello sfaldamento dei clan originari, ma anche la vittoria della struttura della civitas su

quella del clan. Un maggior numero di famiglie significa maggiore influenza della compagine statale. Lo

stato è in mano alle famiglie, e si crea una dialettica politica tra di esse, molto di più che nella ripartizione

clanica. I romani capiscono che è necessario dare a questa società ripartita in grandi famiglie (III sec a.C.)

un’organizzazione politica complessa, resa necessaria dalle conquiste. Lo stato assume una ripartizione

differenziata: le cariche pubbliche, che tra il IV e il II sec a.C. aumentano a dismisura.

I due processi (ordinamento gentilizio > civico e perequazione tra patrizi e plebei) sono legati, ma non si

sa come. Infatti anche il processo di perequazione risponde all’esigenza di una complessa organizzazione

politica romana (della città stato). Nella città stato non c’è più bisogno per tabù per la dialettica politica.

FINE DELLA PEREQUAZIONE TRA PATRIZI E PLEBEI

Il processo di perequazione può considerarsi concluso alla fine del 300 (circa).

Due atti chiudono la lotta dal punto di vista formale:

106 Clodio era un Claudio, si fece chiamare Clodio perché nella pronuncia popolare AU si chiude in o. Fu un personaggio

molto complesso. [Michelotto]

107 Lex Hortensia De Plebiscitis (287 a.C.) → legge promulgata a Roma ai tempi della Repubblica, dal dittatore Quinto

Ortensio a seguito di un ennesimo conflitto tra patrizi e plebei. Imponeva che le deliberazioni prese durante il

Concilium plebis dovessero vincolare tutto il popolo romano. La diretta conseguenza fu l'equiparazione dei cosiddetti

Plebiscita (decisioni dei concilia plebis tributa), alle leges rogatae → le deliberazioni dei comitia centuriata. [Wikipedia]

108 Perequazióne s. f. → Pareggiamento, distribuzione più equa. [Treccani]

56

1. Legge ogulnia → apre ai plebei i collegi religiosi

2. Legge Hortensia → conferisce ai plebisciti valore di legge per tutti i cittadini romani

109

In particolare la 2° legge fa venir meno la differenziazione tra concilia plebis e comizi tributi .

Tuttavia sussiste una differenziazione teorica:

 Nei comizi tributi tutto il popolo (patrizi + plebei) si incontra riunito in tribù

 Teoricamente nei concilia plebis si riuniscono solo i plebei

Ormai però i patrizi sono in minoranza, quindi viene meno la distinzione tra le due riunioni. Molti libri le

confondono, perché anche i due concili hanno in comune la ripartizione per tribù (in base a un criterio

territoriale). Nelle assemblee tribute (concilium plebis e comizi tributi) all’interno delle tribù non c’era

110

omogeneità di censo (comprendevano ricchi e poveri).

IL PROBLEMA DELLA RECEZIONE DEI PLEBISCITI DALLA COMUNITÀ

Un altro problema grossissimo (anche dopo la perequazione tra patrizi e plebei) è come potevano essere

recepiti dalla comunità i plebisciti. Anche se avevano valore di legge per tutti, c’era un meccanismo che

poteva bloccare la proposta di un plebiscito prima ancora che fosse presentato al concilium plebis.

Probabilmente contestualmente alla parificazione ottenuta con la Lex Hortensia si sarà imposto come

correttivo che per proporre la legge c’era bisogno del giudizio dell’auctoritas patrum (giudizio autorevole

dei senatori). In sostanza quindi il tribuno della plebe non era svincolato dal potere senatori. Il senato

poteva intervenire preventivamente o successivamente, bloccando la proposta del plebiscito o

l’attualizzazione del plebiscito approvato.

IL PLEBISCITO CLAUDIO RELATIVO AL COMMERCIO MARITTIMO DEI SENATORI

Nel 218 a.C. un plebiscito Claudio limitava il commercio marittimo ai senatori: lex claudia ex navis

senatoris. Questo plebiscito proibiva ai senatori di possedere navi capaci di caricare più di 300 anfore (7-9

tonnellate). In apparenza quindi i senatori non potevano praticare commercio marittimo. Il plebiscito fu

inizialmente bloccato ex auctoritate patrium, ma poi venne approvato. L’atteggiamento dei senatori è

contraddittorio, quindi non si capisce a cosa mirava il plebiscito. Apparentemente sembra che voglia

111

impedire ai senatori di divenire commercianti . Il senatore doveva fare solo il grande proprietario terriero,

112

ma potevano trovare degli escamotage .

109 I comizi tributi del popolo (Comitia Populi Tributa) assemblea comiziale affermatasi in epoca repubblicana →

quindi, successivamente agli altri organi comiziali (ex. comitia centuriàta, comitia curiàta), dalla particolare “agilità

operativa”. Assemblee del popolo intero (sia patrizi che plebei), diviso territorialmente in tribù (4 urbane → coloro

che non avevano proprietà terriera, e 31 rustiche, ciascuna esprimente un voto → voto indiretto), convocati dal

console o dal pretore per l’approvazione dei provvedimenti legislativi e per la nomina dei magistrati minori. Il voto era

pesantemente sbilanciato a favore delle 31 tribù rurali. Il criterio seguito per l’assegnazione dei cittadini alle tribù, era

tale da attenuare i privilegi attribuiti alle classi più ricche nei comizi curiati e centuriati e da riconoscere una posizione

di particolare forza al ceto medio dei possessori di terre. A seguito della convocazione, regolata da norme procedurali

identiche a quelle vigenti per i comitia centuriata, le tribù votavano contemporaneamente sul provvedimento di volta

in volta in esame. I Comizi Tributi si riunivano nel Foro Romano, ed eleggevano gli Edili (solo curulis), i Questori e i

Tribuni consolari (tribuni militum consulari potestate). Dopo la lex Hortènsia de plebiscitis, del 287 a.C., a seguito di

una secessione della plebe sul Gianicolo, si fusero con i concilia plebis. [Sapere.it]

110 Mentre nei comizi centuriati si era ripartiti in base al censo. [Michelotto]

111 Il retaggio di una cultura ancora legata alla terra fa vedere la mercatura come qualcosa di negativo. [Michelotto]

112 Non impediva loro di praticare il commercio e altre attività proibite → grazie ai prestanome

(schiavo/liberto/amico). I senatori non risultavano formalmente titolari delle attività imprenditoriale, ma potevano

lucrarci. [Michelotto] 57

Il plebiscito Claudio in realtà serviva a colpire i detentori di capitale mobile. Perché impedire formalmente

ai senatori di fare i commercianti implicava implicitamente a tutti i proprietari di capitali mobili di diventare

senatori. Vuole limitare il potere dei nuovi ceti che si stanno affermando a Roma (fine del III sec).

113

Questi comporranno un nuovo ordo (ordine): l’ordine dei cavalieri (equites). Il termine equites ha una

114

connotazione censitaria : indica i ricchi non proprietari terrieri.

115

Senatori e cavalieri sono due ordines . L’ordo indica una condizione economica, che si traduce poi in un

privilegio associato. L’ordo è più aperto, il nomen meno. 116

I cavalieri fino al I sec a.C. tendenzialmente non vogliono diventare proprietari terrieri .

L’atteggiamento senatorio (del grande proprietario terriero) nei confronti dei ceti emergenti

dell’aristocrazia del denaro era abbastanza ambiguo. Da un lato l’aristocrazia senatoria è sempre stata

portatrice di idee conservatrici → ostilità nei confronti della mercatura. Ma gli atteggiamenti non sono

sempre nitidi.

Ex.: Catone il censore (dell’aristocrazia senatoria) era apertamente contrario ai negotiatores (coloro che

praticano la mercatura) e agli appaltatori (che portavano beni di prima necessità nelle province). Durante il

suo governo in Sardegna ostacola gli appaltatori, sosteneva infatti che la guerra debba nutrirsi da sé con le

razzie. Ma nel De agricoltura parla della sua villa (unità produttiva di 25 ettari) produttrice di vino e olio,

che commerciava (probabilmente tramite prestanome). Avrebbe dovuto invece coltivare soltanto cereali e

cibo per il bestiame. La contraddizione è evidente. La mentalità senatoria in teoria non era favorevole allo

schiavismo. Ma nella sua villa Catone usa manodopera schiavile. Non è il numero ma il principio. Non c’è

manodopera libera ma schiavile, come suggerisce la mentalità degli imperatori dell’epoca.

L’atteggiamento dei senatori rispetto al commercio è schizofrenico: la loro mentalità tradizionale

impedirebbe loro di praticarla, ma si tratta di attività lucrose e quindi anche i senatori le praticano.

L’ALLEVAMENTO TRANSUMANTE

L’allevamento in questo periodo inizia ad essere su grandi scale: il grande allevamento transumante. La

coltivazione del grano e dell’orzo non era più necessaria perché dalle fine delle guerre puniche viene da

117

fuori , quasi gratuitamente. Diventa quindi necessario convertire l’uso dei campi in piccole produzioni

118

destinate all’autoconsumo o all’allevamento (che può essere solo transumante ).

Per praticare l’allevamento transumante era necessario avere dei corridoi attraverso i quali far passare gli

animali. I corridoi dovevano essere anche a foraggio (non può essere strada asfaltata) per farli nutrire

mentre viaggiano. Occorreva quindi che il proprietario terreno avesse una continuità di terre dalle

montagne al mare, il più delle volte non era così, quindi occupavano illecitamente i campi pubblici.

113 La lotta degli ultimi anni della repubblica è tra senatori e cavalieri. [Michelotto]

114 E non il significato militare che aveva anche nei comizi centuriati e nell’esercito. [Michelotto]

115 Non sono due classi, ma non sono nemmeno due nomina come lo erano patrizi e plebei. [Michelotto]

116 I cavalieri sono furbi, capiscono che la dilatazione dell’impero porterà a Roma ricchezze grandissime. Solo in età

imperiale iniziano a voler diventare proprietari terrieri. Quando si inizia ad avvertire la 1° spaccatura all’interno della

classe dominante romana: la dilatazione territoriale comporta possibilità di arricchimento che prima non c’erano.

Prima l’unica opportunità di arricchimento era la dilatazione terriera. [Michelotto]

117 1° guerra punica dalla Sicilia, poi 2° dall’Africa, successivamente dall’Egitto. I contadini e i proprietari terrieri non

potevano reggere alla concorrenza di questo grano che costava di meno ed era più buono. [Michelotto]

118 L’allevamento transumante è inevitabile nell’Italia appenninica per via delle condizioni climatiche: in inverno

bisogna portare gli armenti verso il caldo e d’estate in montagna, al fresco. [Michelotto]

58 119

In questo periodo si crea la premessa della grande questione agraria → l’occupazione illegale

120

dell’immensa estensione delle terre pubbliche .

LA GESTIONE DEL COMIZIO TRIBUNO

Questi fenomeni accadono tra il IV e III sec a.C. periodo che vede Roma conquistare i territori appenninici,

l’estensione del territorio di Roma e anche il formarsi di altre forme di ricchezza.

La formazione di altre forme di ricchezza avrebbe dovuto apportare cambiamenti politici, cioè:

l’accrescimento dell’importanza dei comizi tributi su quelli centuriati. Ma l’avversione alle novità della

mentalità senatoria si manifestò anche nella gestione del comizio tributo.

Il comizio tributo era un’assemblea divisa in 35 unità di voto. All’interno di questi 35 cunei vi erano ricchi e

poveri sulla base dell’appartenenza territoriale. Quindi teoricamente si prestava ad avere un aspetto

121

vagamente più democratico, anche se il prepotente effetto della clientela limitava la democrazia

all’interno delle singole comunità di voto.

Il comizio tributo aveva il seme di un principio democratico al proprio interno: la territorialità. Ma era

soffocato dalla clientela. I più potenti (i senatori) avevano sempre paura della sovversione. Le tribù erano

122

35 . Al termine della 1° guerra punica (241 a.C.), la città di Roma era ripartita in 4 zone = 4 tribù

territoriali.

Le quattro tribù urbane erano famosissime:

1. Collina (comprendeva il colle Quirinale)

2. Esquilina (comprendeva il colle Esquilino)

3. Palatina (comprendeva il colle Palatino)

4. Suburana (comprendeva il colle Celio)

La città intra murana ha 4 tribù urbane. I territori che diventano ager romanus (territori conquistati,

annessi, etc.) vengono di volta in volta ascritte a tribù rustiche. Nel 241 a.C. si raggiunge il numero

definitivo di 4 tribù urbane e 31 rustiche. Oltre questa data i nuovi territori annessi si ascrivevano alle tribù

rustiche già esistenti, non si andò oltre alle 31.

Erano iscritti alle tribù urbane tutti quelli che risiedevano a Roma.

 Nelle 4 tribù urbane → enorme addensamento dei ceti inferiori: la plebe urbana, ma c’erano alcuni

membri dei nuovi ceti urbani.

 Nelle 31 tribù rustiche → i proprietari terrieri, appartenevano alla tribù rustica in cui erano i loro

domini terreni. Non era per nulla uno svantaggio.

119 Che non è quella della grande proprietà privata. [Michelotto]

120 È importante. La riforma di Tiberio Gracco mirava al recupero statale della terra pubblica. Per non far lamentare i

senatori che vengono buttati fuori dalle terre pubbliche, bisogna ricompensarli. Questi pezzi di terra pubblica

passavano ai privati a titolo di proprietà privata. Lo stato si privava di queste terre destinate ai singoli proprietari

terrieri, che venivano cacciati dai terreni pubblici. Ma a loro questi iugeri non bastarono, allora spostavano i cippi posti

dai Gracchi estendendo i loro territori (fino a che non uccidono i Gracchi). [Michelotto]

121 L’organizzazione dell’esercito è modellato sull’organizzazione della civiltà, l’uno rispecchia l’altro e per questo

funziona. Quando smette di esserci questo si creano gli eserciti mercenari e inizia il declino di Roma. [Michelotto]

122 La loro distribuzione era in parte attribuita a Servio Tullio. È possibile che già in età monarchica ci sia stata una

ripartizione simile. [Michelotto] 59

Nei comizi tributi si votava per tribù. La maggioranza all’interno della singola tribù stabilisce il voto della

tribù. Le tribù urbane erano enorme e composte in gran parte di straccioni. Quindi nelle tribù meno

numerose il voto del singolo cittadino vale di più. Nelle tribù più grandi vale meno.

Il cittadino romano che non possiede terre e risiede fuori Roma in quale tipo di tribù rientra? Secondo

alcuni dovrebbe votare nella tribù urbana. In questo modo però i proprietari terrieri avrebbero a

disposizione 31 voti e i non proprietari 4 voti. I non proprietari sarebbero destinati sempre a perdere.

Alla fine del IV sec Appio Claudio cercò di ovviare a questo problema. Nel 310 sec a.C. Appio Claudio

123

Cieco dice che bisogna dividere la popolazione tra possidenti e non. Voleva favorire i nuovi ceti

imprenditoriali → voleva che fossero ammessi a votare nelle tribù rustiche, anche se non erano proprietari

terrieri. E comunque era per una nuova ripartizione della plebe sia nei comizi centuriati che tribuni.

Assistiamo al tentativo di rendere protagonisti anche gli appartenenti ai nuovi ceti territoriali.

IL MECCANISMO DEL VOTO

Il voto segreto fu introdotto soltanto nel 139 a.C., dopo la distruzione di Cartagine e Corinto, quando ormai

si era in piena decadenza della repubblica, 6 anni dopo scoppia il caso dei Gracchi. La nobilitas senatoria fu

sempre contraria al voto segreto, perché controllava i clientes.

Vi erano grandi irregolarità nelle votazioni: si votava uscendo dai saepta (i cunei) e dichiarando il proprio

voto. Spesso alla fine si rimettevano in fila per votare più volte. Ambitus, ambitus = broglio elettorale (nome

124

di IV decl, abl. in ambitu). Nel corso del II sec a.C. vengono emanate due leggi sul broglio . Nel I sec a.C.

viene istituito un tribunale speciale (quaestio), incaricato di giudicare i reati di ambitus (broglio elettorale).

Roma ha iniziato a decadere nel momento in cui le singole parti dello stato non hanno più seguito la

società. Ad esempio l’esercito a Roma è sempre stato lo specchio della società, ma quando ha smesso di

esserlo diventando professionale Roma ha iniziato a entrare nel tunnel delle guerre civili.

In genere un processo di mutazione dovrebbe comportare un allargamento del ceto di governo. Se si

allarga la classe dominante teoricamente dovrebbe allargarsi anche il ceto di governo. E cioè, se sono tante

le famiglie che appartengono al ceto degli imprenditori e dei proprietari terrieri, dovremmo pensare che a

tante famiglie vengano attribuite le cariche pubbliche, invece no. Le famiglie davvero ricche sono poche. Le

famiglie importanti politicamente sono pochissime e tendono a diventare sempre meno man mano che

Roma si arricchisce. La concentrazione della ricchezza in poche mani è direttamente proporzionale

all’allargamento del potere di Roma.

GLI HOMINES NOVI

A Roma l’aristocrazia tende a permanere al potere. Molto raramente si fanno strada famiglie che riescono a

mandare membri al senato, a volte arrivano fino al consolato. Vediamo il rapporto tra famiglie nobili e

cariche pubbliche.

 125

V sec → sono noti i nomi di 195 magistrati curuli , che provengono da 53 gentes. 79 (più di 1/3)

erano membri di solo 7 gentes.

123 Clàudio Cièco, Appio (Ap. Claudius Caecus) uomo politico romano (IV-III sec. a. C.): censore (312 a. C.), due volte

console (307 e 296 a. C.). Con ardita innovazione politica, distribuì fra tutte le tribù i cittadini che non avevano beni

fondiarî, permettendo loro d'iscriversi in tutte le classi dell'ordinamento centuriato, e introdusse nel senato uomini

nuovi e figli di liberti, sollevando viva reazione. Nel 280 ostacolò in senato le trattative di pace con Pirro. [Treccani]

124 Quando due leggi vengono emanate a così breve distanza significa che la prima non ha funzionato, e

probabilmente non lo farà neppure la seconda. [Michelotto]

125 Magistrati eletti dal popolo: questioni, pretori, consoli, dittatori. [Michelotto]

60

 Fine III sec a.C. – inizio del II → ancora minore la possibilità di ottenere queste cariche. Questa è la

crisi del ceto agrario, che colpisce i piccoli e i grandi proprietari terrieri.

284-254 a.C. giungono al consolato solo 9 famiglie nuove. Gli altri che vi giungono avevano

o già avuto dei membri al consolato in passato.

Dal 223- 195 a.C. → 5.

o 200-146 → 100 consoli.

o  Solo 16 di questi consoli di gentes che non avevano mai raggiunto il consolato.

 Solo 4 derivano da famiglie nuove. Solo 4 homines novi.

Nei secoli di maggior ricchezza di Roma la mobilità sociale si atrofizza. C’è una specie di discrasia tra

espansione territoriale e di ricchezze e la cristallizzazione sociale dall’altra. Momento di maggior

concentrazione oligarchica nella storia di Roma (proprio nell’età dell’imperialismo).

La linea di tendenza è di progressiva diminuzione di numero di homines novi. Ha un crollo verticale dal 168-

146 a.C., tra la battaglia di Pidna e la distruzione di Cartagine e Corinto. Significa che a Roma si ha una

grande mobilità sociale ma coinvolge solo pochi ceti, cioè: senatori e cavalieri, che si imparentano tra loro.

Troviamo un altro tipo di mobilità sociale: schiavi che particolarmente abili diventano consiglieri dei loro

padroni, i loro figli e nipoti acquisivano la cittadinanza e potevano ambire alle cariche pubbliche.

Questa cristallizzazione nei rapporti sociali faceva sì che si confermassero in modo sempre più rigide le

categorie mentali e morali dell’aristocrazia romana.

L’ASSENZA DEI PARTITI POLITICI A ROMA 126

Questo non c’entra nulla col fatto che a Roma non ci fossero i partiti politici . Non potevano esserci.

127

Quello che manca al mondo antico è la mancanza di programmi e di ideologie coerenti .

A Roma ci sono delle aggregazioni per le elezioni, ma bisogna parlare di gruppi politici. L’aggregazione di

questi gruppi può dar vita a una pars. Per questo nei testi c’è scritto che a volte le partes si autodefiniscono

optimates e populares. Gli ottimati difendono gli interessi degli aristocratici, i populares sono più vicini alla

plebe e ai mercanti. Tutti questi termini hanno sempre un’accezione piuttosto negativa. Nel corso del I sec

e alla fine già del II d.C. le partes sembrano vicine a diventare partiti, cioè abbiamo davvero una metà di

Roma che sta con gli agrari e l’altra metà che sta contro. Malgrado questo non si hanno partiti. Tant’è che la

lotta civile del I sec a.C. è lotta di conservatori contro innovatori, ma ad esempio come facciamo a collocare

il giovane Pompeo da una parte e dall’altra? E Cesare? Probabilmente era un innovatore pro bono sua. Il

gioco diventa molto simile a quello dei partiti politici ma sempre in funzione di una autorità dominante e

non di un gruppo.

Nella politica romana inoltre non c’è il concetto dell’esclusione del perdente, concetto tipico delle nostre

aristocrazie. Nel 195 a.C. nelle elezioni consolari vengono eletti Valerio Flacco e Catone, stravincono le

elezioni consolari, la loro vittoria non è espressione di un programma politico, tutti i magistrati sono nemici

di questi due. Non esistevano voti per partito, ma voti per la persona. Nel 195 a.C. si vede bene la

prevalenza di tre gruppi nelle elezioni, tra loro ci sono accordi temporanei sciolti subito dopo le elezioni.

L’assenza di una vera e propria ideologia, di un programma politico e quindi di un partito ci porta a un’altra

considerazione: ma i romani quando votavano e si facevano eleggere avevano anche motivazioni

economiche nella loro attività politica? No, anche se come vedremo non è vero che le motivazioni

126 Per facilità, in base a cosa si definisce un partito politico? Quando c’è un aggregazione politica che ha in comune

un’ideologia e un programma. Ciascuna rappresenta interessi, ideali, ideologie, programmi particolari. [Michelotto]

127 La stessa ideologia senatoria, la definiamo così per comodità. Questa ideologia non si trasforma mai in un

programma politico. Il programma è quello che distingue il partito. In latino mancano parole per definire il partito.

Sallustio e Cicerone usano il termine factio (fazione) con accezione negativa. [Michelotto]

61

economiche erano del tutto estranea alla vita politica. Esistevano, ma non divennero mai motivazioni

dominanti. Le motivazioni dominanti sono sempre state di carattere etico. Questo dimostra

l’imperturbabilità dei caratteri morali di Roma, la lentezza con cui riusciva ad evolvere la propria mentalità.

Fino a che nel II sec arriva l’arrivo dei greci farà cambiare tutta la storia culturale romana.

MOD. B, LEZIONE 12, 11/03/2016

Oggi vediamo altri aspetti legati all’imperialismo.

I FATTORI ECONOMICI A ROMA

Stiamo vedendo quale era l’atteggiamento dei romani nei confronti della guerra e della politica di guerra.

Non è facile districarsi nell’ambiguità che i romani avevano circa il concetto della guerra, delle opportunità

e della giustizia della guerra. Perché dimostrarono atteggiamenti contraddittori, sia pratici che teorici.

 Atteggiamenti pratici contraddittori

 Atteggiamenti pratici che sembrano andare contro la loro mentalità comune

 Atteggiamenti che sono anche dal punto di vista teorico del tutto incongruenti

I romani avevano un grande empirismo nei comportamenti. Ma questo complesso di idee e principi non

sempre portava a comportamenti identici in circostanze simili. I romani decidevano come comportarsi di

volta in volta. Per questo si dice che i romani nella politica estera così come in quella interna non hanno

delle vere e proprie ideologie → non c’erano dei veri e propri partiti diversi. Non c’erano ad esempio dei

pacifisti ad oltranza: i pacifisti in un dato momento potevano diventare guerrafondai in un altro momento.

Questo è molto importante anche per capire il sistema di alleanze politiche che si crea all’interno del centro

del potere, il senato. Nella varie fonti storiche all’interno del senato vediamo formarsi alleanze che legano

tra loro alcune famiglie. Ex. I Gracchi all’inizio del II sec a.C. sembrano molto vicini alla famiglia degli

Scipioni, ma non è così. A dettare le alleanze politiche sono in genere calcoli molto pragmatici, su come

vincere le elezioni politiche. Gruppi di famiglie desiderano mandare i loro candidati alle magistrature per

rafforzare il prestigio delle famiglie nobiliari vincenti. Roma era una società che ha un fondo di arcaismo

molto spesso, che porta a esaltare più di altre società antiche il tema del prestigio. Il prestigio per i romani

era soprattutto il prestigio militare. Il fondamento delle politica viene dato attraverso le vittorie militari.

Prestigiosa vittoria.

A partire dalla 1° guerra punica i romani tendevano sempre a esaltare il prestigio dei vincitori, anche come

popolo vincitore. Ma indubbiamente sia le famiglie che mantenevano le cariche che il popolo romano

vittorioso traevano enormi vantaggi economici dalle guerre, portavano prestigio e vantaggi economici. È

impossibile che i romani non capissero i vantaggi economici che traevano dalle vittorie. La domanda allora

è: i romani facevano le guerre anche per i vantaggi economici? È molto discusso. In generale si può dire che

a Roma la sfera del politico prevale sempre sulla sfera dell’economico. Perché la società romana ha come

obiettivo il raggiungimento del prestigio internazionale. Quella romana è una società di status, e lo si

conquista col prestigio militare. L’importanza dello status è il retaggio di una società guerriera, in cui l’uomo

affermato viene considerato non tanto per le sue vittorie ma per il suo eroismo. I romani ricordavano nelle

loro memorie che un certo personaggio aveva ucciso tanti nemici, non tanto tanto quante battaglie

avevano vinto. È chiaro che in una società di status l’aspetto economico passa in secondo piano rispetto a

quello politico. È impossibile che non si accorgessero dei vantaggi economici delle loro conquiste.

Tante volte i romani usano “politicamente” l’economia. È l’esempio più noto su cui torneremo, uno dei

punti cardine di questo corso. Nel 168 a.C. c’è la sconfitta di Pèrseo di Macedonia. Rodi si è dimostrata

alleata infida, per poco non ha tradito Roma (Rodi è stata difesa da Catone). I romani distruggono Rodi, ma

62

la puniscono indirettamente l’anno dopo, aprendo il porto franco di Delo. Rodi era una grande potenza

commerciale, in quel periodo nei suoi porti si concentrava metà dei traffici mediterranei. L’apertura a poca

distanza di un porto franco significava rovinare l’economia di Rodi. I romani usano una mossa economica

per colpire un potenziale avversario. Naturalmente questo ci fa capire due cose in filigrana:

1. Roma aveva fortissimi interessi economici e commerciali nell’Egeo (Mediterraneo centro orientale),

anche prima di demolire la Macedonia, quando esercitava una semplice egemonia sull’oriente.

2. Roma si arrogava il compito di intervenire per punire eventuali atteggiamenti antiromani, anche

presso potenze straniere per porsi come arbitra di situazioni internazionali di cui è solo una parte.

L’aspetto economico spesso traspare nelle fonti, anche se gli autori antichi ne parlano pochissimo, perché

parlarne non rientrava nella mentalità romana.

Nel periodo della fine della 1° guerra macedonica e della guerra siriaca i romani attaccano la Lega Etolica e

128

assediano la sua città principale: Ambracia . Dopo aver espugnato la città i romani proclamano la libertà

dei suoi abitanti → solo la minoranza filoromana che non aveva partecipato alla guerra, gli altri vengono

deportati in Italia come schiavi (circa 150˙000). La parte filoromana della città possono esercitare le loro

leggi e riscuotere tasse per terra e per mare. Molto importante: le navi romane e latine non devono

pagare i dazi ad Ambracia. In una faccenda prettamente politica subentra l’elemento economico.

Da questa storia tra l’altro è nata un’annosa discussione sulla natura del mercato marittimo ai tempi delle

guerre in oriente. I romani lasciano liberi gli abitanti di Ambracia, quindi sembrano propugnare una politica

di libero mercato. Però l’imposizione agli abitanti di Ambracia di escludere dai pagamenti romani e latini è

la protezione di una parte del mercato. È un’ambiguità che si protrarrà per un paio di secoli. I mercati nel

Mediterraneo saranno sempre formalmente liberi, ma Roma sarà sempre protetta. Uno studioso ha parlato

di mercati liberi e protetti, sembra una contraddizioni di termini ma non lo è nell’aspetto pratico.

Nel 180-170 a.C. in senato e presso i ceti superiori di Roma (anche gli equites), si discute se annettere

regioni (o addirittura stati interi) in oriente o se esercitare un’egemonia. Gli orientali dovevano accettare la

protezione offerta da Roma, per non entrare in guerra con lei. Roma voleva avere in cambio vantaggi per la

sua protezione. Egemonia e non annessione territoriale. In quel periodo prevale la tendenza a

egemonizzare invece che annettere. Praticamente:

1. I romani lasciavano l’economia locale ai regni ellenistici (o alle città ellenistiche, ex Efeso), si

autogestivano (ovviamente non potevano fare politica estera antiromana)

2. Dovevano mantenere la pace sociale al loro interno, altrimenti intervenivano i romani

I politici romani che avevano combattuto contro i grandi regni ellenistici esercitavano una sorta di rapporto

clientelare con le popolazioni locali sconfitta. La particolarità è che per la prima volta politici romani hanno

come clienti immense comunità locali (grandi come città o come un regno).

I capi politici con enormi clientele hanno un notevole ricavo economico dai bottini di guerra. Ma il

problema era il prestigio immenso che acquisiva presso il popolo romano. L’uomo politico ricordando al

popolo le proprie benevolenze riusciva a forzare le istituzioni (ex. Scipione l’Africano). Gli uomini soli al

comando erano un pericolo per le istituzioni. Gli uomini politici che hanno vinto le guerre all’inizio del II sec

non vogliono l’annessione ma costituire legami clientelari con i popoli vinti.

Non bisogna pensare che solo in senato ci fossero i falchi e le colombe.

 Colombe → coloro che volevano l’egemonia e il rapporto clientelare

 Falchi → vogliono l’annessione, in questo momento in minoranza.

128 Ambracia (oggi Arta) → antica città greca. Della Macedonia al tempo di Filippo, passò poi a Pirro, che l'abbellì; fu,

infine, conquistata dalla Lega Etolica e, poi, dai Romani nel 189 a.C., che le restituirono la libertà. [Wikipedia]

63

Il senato è disunito per via di questi due gruppi, anche i ceti imprenditoriali.

Non tutti puntavano a una politica di egemonia. Perché tra loro c’erano anche i pubblicani (organizzati in

compagnie finanziarie) che prestavano denaro a interessi molto elevati o usura. Questi erano anche

esattori delle tasse dalla fine della 1° guerra punica. Ex. In Sicilia (la prima provincia), in Sardegna, in Africa.

Lo stato romano non ha un sistema diretto di esazione delle tasse perché ha solo magistrati annuali, non è

organizzato come un regno ellenistico con una piramide di funzionari. Sono i funzionari che devono andare

a riscuotere le tasse, ma Roma non ne ha e deve ricorrere a compagnie specializzate; è nota la rapacità dei

pubblicani, nelle fonti letterarie viene ricordato il disprezzo del popolo, anche nei vangeli.

In età imperiale si crea una piramide di funzionari fino ad arrivare ai singoli esattori. Questi sostituiscono i

pubblicani, era necessario per le loro tremende ruberie. In età imperiale le tasse imposte dai romani alle

province erano moderate. Gli abitanti delle province pagavano già le tasse ai precedenti padroni.

La 1° guerra punica si combatte in Sicilia e per la Sicilia. La Sicilia era divisa in due parti:

 Parte orientale in mano ai greci

Nelle città siceliote: Agrigento, Siracusa, Catania, le grandi città della magna Grecia

o

 Quella occidentale da Cartagine.

Gli abitanti delle città greche pagavano già le tasse. Siracusa pagava le tasse al tiranno (sovrano) di Siracusa,

ad ex. Ierone, che aveva stabilito un principio di tassazione ragionevole basato sul sistema della decima →

nel territorio di Siracusa (tutti contadini, la Sicilia è un granaio) pagavano un’imposta in natura che

corrispondeva a un decimo della produzione agricola. Quando la Sicilia diventa provincia di Roma, i romani

affidano alle compagnie dei pubblicani la riscossione della decima → non cambiano il sistema di tassazione,

129

lasciano quello epicorico (locale). È un segno dell’intelligenza romana, i greci invece imponevano i loro

modi di riscossione. Ai romani non importa come, importa riscuotere. I pubblicani rubavano e lo facevano

anche i governatori. Tutti ricordano l’episodio di Verre.

I detentori del ceto di capitale mobile → avevano bisogno di libertà di mercato, quindi in genere non erano

favorevoli a una politica annessionistica, ma a una politica morbida, di egemonia. In questo erano vicini a

quella parte del senato degli Scipioni.

Ma c’erano i falchi anche nei detentori di capitale mobile. Come i pubblicani, che promuovevano

l’annessione territoriale. Più terre c’erano più i pubblicani potevano spostarsi in altre terre a riscuotere

pagamenti e lucrarci. I pubblicani spingono per una politica aggressiva e annessionistica.

L’idea dell’espansione non necessariamente comportava l’annessione. Espansione significa molto più

genericamente che i romani allargavano l’orbita della loro influenza che poteva essere di volta in volta o

egemonica o brutalmente annessionistica.

Per Roma era importante ampliare o la propria egemonia o il loro dominio diretto perché l’espansione in

qualsiasi forma (morbida o dura) in una società a basso livello tecnologico (come erano le società antiche) è

una forma di produzione. Per il popolo che espande la propria influenza è un modo per diventare più

florido e più ricco. Diventa un mezzo di produzione, si vede bene col caso di Ambracia → vengono in Italia

150000 schiavi. È un modo per procurare allo stato che si espande maggiore ricchezza.

I romani avevano coscienza del fenomeno ma non credevano che le loro azioni politiche fossero

determinate da motivazioni utilitaristiche. Capivano che espandendosi si arricchivano, ma non dicevano

mai di volersi espandersi per questo. Intuivano che potevano lucrare grazie all’oriente ma non muovevano

guerra per quello. Dicevano che dovevano dare la libertà ai greci, ma aggiungevano: i romani come tutti

129 Epicòrico agg. (pl. m. -ci). [dal gr., comp. di «sopra» e «paese»], letter. – Del luogo, indigeno. [Treccani]

64

sono attenti al loro benessere e ai vantaggi che possono trarre dalle loro azioni. L’utilitarismo non è mai un

principio che muove la politica estera, ma è sottesa. E alcuni storici, come Polibio, lo fanno notare.

Quando arrivano in Grecia le cose si complicano: le categorie morali dei romani entrano in contatto con

quelle dei greci. Ex. Il concetto di societas romano contro quello di filia e simmachia greci. Mentre i greci li

interpretavano in maniera elastica, i romani erano molto rigidi. I romani cambiano progressivamente i loro

atteggiamenti nei confronti del mondo greco man mano che i legami diventano più profondi e assidui.

Qualcuno sostiene che i concetti greci di filia e di simmachia, cioè di amicizia e alleanza erano interpretati

in maniera romana come amicitia e societas → i romani interpretavano questi rapporti secondo la loro

mentalità. Le cose non erano così, etimologicamente:

 Amicitia = filia

 Societas = simmachia.

Inizialmente i romani interpretano questi concetti cercando di avvicinarsi alla mentalità greca (in maniera

elastica). La cosa vien fuori alla fine del III sec. Dal 215-205 a.C. c’è tra Roma e Macedonia una guerra non

combattuta, conclusa con una pace per mezzo di trattative. Prima della pace le potenze che erano legate a

Roma da un patto di amicizia (filia) si staccano unilateralmente dall’alleanza con Roma (alla maniera greca).

130

Sono le comunità di Pergamo, Sparta, Segna , Levide. In pratica tutto il Peloponneso più Pergamo, si

stacca da Roma. Queste potenze quando Filippo aveva dichiarato guerra a Roma, si erano messe da parte

romana sperando che Roma potesse danneggiare Filippo in modo da poter ottenere vantaggi territoriali (i

soliti greci, che vanno col nemico pur di non farsi piacere tra loro). Visto il protrarsi inutile di questo

continuo stato di belligeranza in cui Roma non era mai coinvolta direttamente, si ritirano dall’alleanza.

Dopo la pace di Fenice ci aspetteremmo una punizione esemplare di queste città da parte di Roma. Invece i

romani non solo non le attaccano, ma addirittura quando firmano la pace con Filippo le accolgono come

cofirmatarie dalla loro parte. In fondo avevano defezionato, ma compaiono nel trattato di pace con Filippo,

come romani. I romani di fronte a idee greche di alleanza, per la prima volta considerano la possibilità di

accettare sistemi di alleanze morbide e non sicure. Lasciano alle città greche la possibilità di defezionare

senza essere unite. Questo idilliaco momento tra romani e greci dura poco. Tempo 20 anni e i romani

iniziano a essere spietati. Chi viene meno alla filia o simmachia viene sterminato. Si passa da un primo

momento di tolleranza a un secondo in cui diventano ostili. Questi legami diventano vincolanti.

I romani erano sempre così possibilisti? Abbastanza. In questo momento storico (tra la fine del III sec e i

primi 20 anni del II sec) avevano atteggiamenti cangianti nelle relazioni internazionali. I romani si

adattavano alle situazioni e prendevano decisioni anche diverse di volta in volta. La grande

omogeneizzazioni dei comportamenti si avrà solo dopo Pidna (168 a.C.), quando l’imperialismo romano

diventerà brutale e annessionistico. Ma c’era una grande varietà di atteggiamenti. Ad esempio in oriente

131

(intende dire penisola balcanica, Asia minore, etc.) alterna una politica di potenza e una politica di forza .

L’esempio più clamoroso della politica di potenza di Roma in oriente è quella che vede protagonista Popilio

Lenate (il famoso cerchio intorno ad Antioco IV). C’è una guerra tra due regni ellenistici: la Siria del re

Antioco IV Epifane e l’Egitto del Tolomeo VI, Filometore. L’Egitto e la Siria sono nemici storici dalla

130 Segna o Senia, città della Liburnia nell’Illirico, in Europa. [Google Books]

131 Capita di sentire questi termini in televisione perché spesso fatto parlare Luttwak → è suo il concetto di potenza e

di forza. Pur essendo di origini rumene è un conservare americano e applica nel suo studio sulla grande strategia

dell’impero romano le categorie proprie di uno studioso di storia militare americana. Ex. Gli americani hanno usato

nella loro storia una politica di potenza e una di forza. Di forza quando sono intervenuti direttamente (Kuwait, Iraq,

Vietnam); di potenza quando hanno affermato la loro supremazia semplicemente con la loro stessa importanza e

potenza nominale (crisi di Cuba). Kennedy usava la politica di Monroe (ex presidente americano): l’America agli

americani. Questi concetti (la dottrina di Monroe, la politica nei confronti della Russia in occasione della crisi di Cuba)

fanno parte della politica di potenza → non servono i fatti, basta la parola. Basta una minaccia e la potenza egemone

ottiene. Solo quando questa politica non ottiene gli effetti desiderati si passa alla forza. [Michelotto]

65

costituzione degli stati ellenistici. Continuano a farsi guerra tra loro perché l’Egitto mira alla conquista della

132

costa mediterranea della Siria e la Siria mira alla conquista del delta del Nilo. La Siria vince la guerra e

Antioco IV scende in Egitto approfondando della guerra dinastica. I fratelli Tolomeo VI Filometore e

Tolomeo VII Evergete Fiscone (= pancia grossa) litigavano per il trono. I siriaci di Antioco IV arrivano,

sconfiggono Tolomeo VI, ma poi si fanno paladini dello stesso Tolomeo VI contro il fratello Tolomeo VII.

I siriaci imprigionano Tolomeo VI, poi Antioco IV approfittando della situazione si proclama re dell’Egitto. È

una cosa pazzesca, è la prima volta dopo Alessandro. I due fratelli Tolomei, anche se nemici, si accordano e

chiedono l’arbitrato di Roma per mandare via Antioco IV, per poi poter continuare a fare la loro guerra

fratricida. Arriva l’ambasceria romana con Popilio Lenate, dà ragione ai Tolomei e impone a Antioco IV di

tornare in Siria, che lo fa. L’episodio è importante perché la manifestazione della politica di potenza non

viene direttamente dal senato, ma da un ambasciatore romano: Popilio Lenate. Un ambasciatore romano

riesce a ottenere da Antioco IV il ritiro delle truppe seleucidi. La politica di potenza è ancora più sfacciata

perché è un emissario di Roma (e non un protagonista della politica) che lo manifesta. L’Egitto fu salvato e

la Siria venne umiliata. Roma in questo periodo ricorre spesso a umiliazioni politiche/morali con chi non

accetta la sua politica egemonica. Questo intervento romano non è giustificato da motivi economici.

Uso dell’economia come strumento della politica. Dopo la battaglia di Zama i romani impongono ai

cartaginesi condizioni di pace, tra cui un’enorme indennità di guerra: 10˙000 talenti da pagare in 50 anni →

avrebbe finito di pagare nel 151 a.C., ma 10 anni dopo (191 a.C.) chiede a Roma di poter estinguere il

debito, la dice lunga sulla floridezza di Cartagine. Ai romani conveniva accettare subito i soldi, ma il senato

romano rifiuta → perché voleva tenere sotto il peso morale dell’indennità i cartaginesi ancora per 40 anni.

Una motivazione squisitamente politica e antieconomica prevaleva su motivazioni meramente economiche.

Quest’atteggiamento è tipico della mentalità romana. A Roma diventerà fondamentale il concetto di

interesse solo da metà secolo → da quando arriva a Roma Carneade. È lui che nelle discussioni ai giovani

romani metterà volontariamente in contrapposizione i due termini di: utile e il giusto.

 Díkaion = iustum

 Sympheron = utile

Naturalmente i greci che vissero più a lungo a contatto con i romani nella prima metà del secolo (ex.

Polibio) sembrano condividere gli ideali morali romani, mettendo la sordina sull’utile. Ex. Con l’avvento

della 2° guerra punica, Polibio pone il problema in termini romani, si chiede chi aveva ragione tra Cartagine

e Roma. Paradossalmente Polibio sembra voler dare ragione a Cartagine. Nella 2° guerra punica i romani

non fecero una guerra difensiva, a differenza della 1° guerra punica. Nella 2° I i romani attaccano per primi:

attaccano la Sardegna prima che Annibale tocchi la città di Sagunto → Annibale agisce contro Sagunto per

reazione all’attacco romano. La conclusione di Polibio è però che: le cose forse non andarono così perché i

romani combattono sempre e solo guerre giuste. O Polibio è un venduto ai romani, oppure conoscendo i

meccanismi dello stato romano è sinceramente convinto che anche laddove le apparenze sembrino

manifestare una colpevolezza romana, in realtà sono solo apparenze, perché sicuramente i romani avranno

agito secondo il principio della giustizia. Detto da un greco è sconfortante.

MOD. B, LEZIONE 13, 14/03/2016

MOTIVI DELLA GUERRA A ROMA

RAZZISMO/DISPREZZO

132 Per questo Cleopatra chiede a Marco Antonio la Siria. E sarà l’unica volta che lui le dirà di no. [Michelotto]

66

Stiamo analizzando l’atteggiamento dei romani nei confronti della guerra e del nemico. Il pensiero romano

verso la guerra è rimasto cristallizzato per secoli. Il primo grande mutamento fu costituito dall’impatto col

pensiero greco, che rende i romani consapevoli dell’utilità della guerra.

 Pensiero romano → guerra giusta

 Pensiero greco → guerra utile (anche l’aspetto economico della guerra)

Le categorie dell’utile e del giusto si scontreranno nella mentalità romana a partire da circa il 150 a.C. e da

allora convivranno. L’ideale dell’utilità della guerra entra abbastanza tardi nella mentalità romana, quando

l’ideale della guerra giusta era già consolidato. Per questo i romani continuano a far prevalere i valori

morali su quelli economici.

I romani consideravano sempre giuste le loro guerre, per questo nelle storiografie di rado vengono indicate

guerre intraprese per motivi economici. I motivi di guerra più diffusi sono politici/morali → aspetto proprio

di una civiltà guerriera e di status, i cui i valori fondamentali sono il prestigio personale e l’accordo con gli

dei → un patrimonio di tradizioni conservativo.

Questo ha delle conseguenze (dei corollari) di impronta “razzista”. Tra i vari motivi per cui si combatte

133

contro un certo nemico c’era anche quello della sua diversità, dell’inferiorità vera o presunta del nemico.

Nei confronti dello straniero ci sono pregiudizi che fanno sì che la guerra contro il barbaros sia

automaticamente giustificata.

C’erano pregiudizi di carattere culturale da parte greca e romana. I romani disprezzavano la mollezza,

l’inaffidabilità, la tendenza al tradimento, la faciloneria, le discussioni inutili dei greci. I greci li ritenevano

134

zoticoni, li chiamavano opikoi (gr. ᾿Οπικοί) , letteralmente significa osci → indica una serie di popolazioni

appenniniche particolarmente rozze. Il motivo razziale era un motivo in più per far guerra.

Nei romani il pregiudizio razziale-culturale, soprattutto nei confronti dell’oriente di lingua greca, si mescola

a un altro tema diffuso dal II sec: la missione civilizzatrice di Roma. I romani credevano che il loro impero

fosse determinato dalla superiorità sugli altri popoli. Nonostante la scetticità dei greci, i fatti della guerra

davano ragione ai romani. Lo stesso Polibio, convinto della superiorità greca, resta allibito di fronte alla

superiorità politica e militare dei romani.

Nell’aggressività romana, tipica nelle società guerriere, è insito anche un elemento di carattere politico-

morale. Molto potente nella mentalità romana, che si rivolge ostilmente all’esterno. È uno degli elementi

che contribuisce maggiormente a creare situazioni di guerra.

135

Intorno a metà del secolo il filosofo greco Panezio teorizza la superiorità romana e la bontà della

schiavitù, sostiene che sia giusto che i popoli superiori prevalgano e quelli inferiori siano schiavi.

L’idea che lo stato romano fosse superiore rispetto a tutti gli altri è attribuita a Panezio a metà del secolo.

In realtà non è così. Tito Quinzio Flaminino disse qualcosa di simile sull’inferiorità dei greci dell’Asia minore

(la Turchia era dello stato seleucidico → era di cultura greca). Già Flaminino diceva che i greci avrebbero

meritato di essere assoggettati. Libro 35, cap. 49, il discorso di Flaminino è nel libro di Livio. In risposta

all’arroganza degli Etoli, Flaminino cita i greci della penisola anatolica (odierna Turchia) e li definisce tutti

siri, una razza ben più adatta per l’indole servile a dare schiavi più che soldati. Cioè i greci orientali sono più

adatti a fare gli schiavi che i soldati. Ma il discorso più famoso è quello che nel 191 a.C. (l’anno dopo) venne

133 Sia grandi potenze che potenze militarmente risibili hanno atteggiamenti sprezzanti verso gli altri popoli. Ad

esempio le libere città greche erano sprezzanti verso tutte le società che non fossero greche. [Michelotto]

134 Catone dice che sa che i greci li chiamano opikoi con disprezzo. [Michelotto]

135 Panezio (esponente dello stoicismo) mal interpretato dagli studiosi nazisti. Per lui lo stato ha in sé un valore etico e

non tutti gli stati sono uguali. Affermazioni pericolosissime. L’affermazione dello stato etico ha avuto sempre

conseguenze storiche tragiche. [Michelotto] 67

136 137

fatto da Manio Acillio Glabrione . Un personaggio molto importante che gravita nella cerchia di

Scipione l’Africano maggiore. È uno dei suoi amici più influenti. Glabrione è console in quell’anno e guida le

operazioni contro gli eserciti di Antioco III che sono scappati in Grecia. Alle Termopili (191 a.C.) si scontrano

Glabrione e i siriaci. Ci interessa cosa dice all’esercito prima di combattere: «Soldati, vedo tra voi parecchi

di ogni grado che in questa provincia hanno militato sotto Flaminino». Alle Termopili parla dei nemici che

devono essere affrontati. È un pezzo di retorica: il comandante romano il giorno prima della battaglia “tira

su il morale dei propri soldati” mostrando la pericolosità oggettiva della situazione, ma la netta inferiorità

del nemico. Quelli che combatteremo domani sono nettamente inferiori a quelli che domani hanno

combattuto in un posto stretto e angusto. Le Termopili di Glabrione sono nell’Egeo, l’altro nell’illirico

(Albania). La somiglianza tra le due azioni è determinata dallo spazio ristretto in cui gli eserciti vengono a

combattere. Quindi non è vero che i romani non dovevano esorcizzare la paura della battaglia, erano

terrorizzati, per questo il comandante tendeva a svilire la forza del nemico. Preme dire che combatteranno

contro un popolo destinato alla schiavitù. Ci sono popoli destinati alla schiavitù. Queste parole riferite da

Livio in età augustea, chi ci dice che sia Glabrione? Potrebbe essere di Livio e risalire al I sec a.C., ma il

concetto dell’effeminatezza degli orientali risale alla fine del IV e nel III sec. Caratterizza le guerre

macedoniche e siriache.

L’IMPORTANZA DEL BOTTINO

I romani non erano ostili alla guerra. L’importanza data al bottino dimostra che la concezione

dell’importanza della guerra è arcaica e rimasta identica per secoli. Tutti gli autori che parlano di guerra

trattano il tema del bottino (ex. Polibio, Livio, Sallustio): sottolineano che oltre ai romani (arruolati

d’imperio) si iscrivevano alla leva anche dei volontari di ceti inferiori, attratti dalla speranza di bottino.

Il bottino in latino è praeda, che indica il bottino in generale, è compreso tutto: denari, schiavi, statue, etc.

c’è però un altro termine più tecnico, il pluralia tantum: manubiae → la praeda convertita in denaro.

Immaginiamo che la praeda sia un mucchio di oro e di armi. Ogni oggetto conquistato viene trascritto col

nome e il suo valore pecuniario, dopodiché si deve dividere. Le manubiae vanno divise in tre parti:

 Una parte viene divisa tra i soldati

 Una parte viene attribuita allo stato (senato, all’erario)

 Un’altra parte al comandante.

Il comandante è libero di gestire la sua parte di manubiae, ma in genere viene usata a scopi pubblici (ex.

costruire un tempio); da queste donazioni riceveva un’enorme prestigio. Per ottenere un guadagno dalla

battaglia il comandante portava via una parte del bottino prima della definizione del valore delle manubiae.

In questo modo si arricchivano, ma formalmente c’era una tripartizione.

La tripartizione è l’esito di una fase storicamente avanzata della concezione del bottino. In una società

primitiva tutti saltano addosso al bottino. Qui siamo in una fase in cui c’era una disciplina. Il comandante ha

il compito di tenere a bada i soldati e ha l’obbligo di essere giusto nei loro confronti → ai soldati va dato il

bottino a seconda dei meriti e del grado. Il bottino appartiene a una fase arcaica del pensiero romano, ma

la sua divisione è di una fase avanzata.

136 Per sciogliere le abbreviazioni dei prenomen: M con l’apex [M ͐ ] → Manio. M. → Marius. A. → Aulus. [Michelotto]

137 Acilio Glabrione, Manio (M'. Acilius Glabrio). Uomo politico della famiglia plebea degli Acili (homo novus). Tribuno

della plebe (201), edile, pretore e console (191). Condusse la guerra contro Antioco III re di Siria, e lo vinse alle

Termopili (191 a.C.). L’anno dopo celebrò il trionfo. Si candidò (190) alla censura, ma fu accusato di peculato da

Catone e fu costretto a ritirarsi, e fece fallire anche quella di Catone. [Treccani]

68

Il comandante si riservava di concedere ai soldati la populatio (devastazione) → libertà di saccheggio. Il

138

comandante dava degli ordini ben precisi , perché una volta tornati a Roma i comandanti potevano essere

condannati per un eccesso di crudelitas. Nella populatio non c’era libertà assoluta: il comandante doveva

rendere conto al senato e i soldati dovevano rendere conto al comandate.

Il bottino costituiva una fonte di arricchimento, ad esempio nel Heautontimorumenos (Il punitore di sé

stesso) di Terenzio c’è un padre che dice al figlio di essere un viziato e nullafacente, perché il padre alla sua

età andava in Asia a procurarsi bottini di guerra e così si è arricchito. Ci interessa perché a teatro (e cioè in

una rappresentazione in cui il pubblico teoricamente doveva capire quello che si diceva) si ribadiva il

concetto dell’utilità del saccheggio e del bottino di guerra. Serve per arricchirsi. È un uomo dei ceti inferiori

a dire che andava a prendere i bottini ed arricchirsi, e lo dice con vanto. Mentre uno dei ceti superiori lo

faceva ma non si vantava di essersi arricchito per i bottini, perché la mentalità romana non lo ammetteva.

IL METUS HOSTILIS

Nella concezione dell’idea della guerra che avevano in questo periodo entra nel II sec a.C. in maniera

esplicita un tema potente: il metus hostilis (paura del nemico).

Rientra nell’ideologia della guerra in questo modo. A Roma le dichiarazioni di guerra sono sempre oggetto

di dibattito all’interno dell’aristocrazia. L’argomento più forte della discussione è se la guerra sia giusta o

no. Spesso si discuteva per mesi sull’opportunità di intervenire in guerra (è il caso di Sagunto). Si

introducono altri elementi per risolvere il problema. Oltre al giusto e all’ingiusto si considera una

convenienza non economica, che riguarda la sopravvivenza di Roma stessa.

Si vede per la prima volta in Polibio: dopo un anno di relativa pace nel 157 a.C. il senato dichiarò guerra ai

dalmati. Tra i vari motivi lo fanno affinché il popolo romano non fosse snervato e rammollito da un troppo

lungo periodo di pace.

Se un popolo sta troppo tempo senza combattere si rammollisce e c’è il rischio che venga sopraffatto.

Allora è conveniente avere sempre un nemico ben vivo, pericoloso, la cui esistenza conferisce allo stato

romano una compattezza. E cioè la paura per il nemico esterno compatta la politica interna, come di fatto

succede. Il metus hostilis si trasforma in un valore per Roma: rende i romani forti e compatti. L’utilità del

metus hostilis diventa un topos, uno degli argomenti più ricorrenti nella storiografia romana.

Questo tema troverà nel nostro periodo un fortissimo esempio a proposito della dichiarazione della 3°

139

guerra punica . Il senato si spezza nettamente in due:

 Da un lato quelli che propugnano la guerra verso Cartagine (soluzione finale) → Scipione Emiliano

 Dall’altro quelli che non vogliono che Cartagine sia distrutta → Nasica Corculum

140

Scipione l’Emiliano è il nipote adottivo di Scipione l’Africano.

138 Ad esempio poteva dire (ma era raro), ex: Non uccidete i bambini, oppure di violentare ma non uccidere le donne

per poterle usare come schiave → se un soldato per raptus ne uccideva una poteva essere giustiziato. [Michelotto]

139 La 3° guerra punica si combatte 149-136 a.C., ma in realtà i fatti iniziano 2 anni prima. [Michelotto]

140 I romani avevano l’istituto dell’adozione, questo è il caso più famoso nella storia romana. L’adottato assumeva il

nome dell’adottante. Il personaggio di cui stiamo parlando si chiamava Lucius Aemilius Paulus, figlio di Lucio Emilio

Paolo (che aveva sconfitto Pèrseo a Pidna nel 168 a.C.). Viene adottato dal figlio del grande Scipione (ormai morto nel

183 a.C.): P. (Publius) Cornelius Scipio = Publio Cornelio Scipione adotta Lucio Emilio Paolo. L’adozione di un adulto si

chiama adrogatio. Si poteva adottare anche uno più vecchio. Il nome dell’adottato dopo l’adozione è P. Cornelius

Scipio → prende i tria nomina del padre adottivo. Entra nella gens Cornelia e vien via dalla gens Emilia. A tutti gli

effetti entra nella gens adottiva ed esce da quella nativa. In questo periodo, secondo un uso che viene poi

abbandonato, l’adottato poteva conservare un ricordo della propria famiglia d’origine, prendendone il gentilizio e

aggiungendolo ai tria nomina con la desinenza –anus. Quindi P. Cornelius Scipio Aemilianus. I due sono omonimi,

potrebbe creare confusione, soprattutto col nonno adottivo, anche se in seguito alla battaglia di Zama aveva assunto

69

La 3° guerra punica è preceduta da un dibattito furibondo in senato. Da una parte Catone con Scipione

Emiliano dalla sua parte. Scipione Emiliano è alleato e parente di Catone. Sono per una politica aggressiva e

quindi per un intervento aggressivo verso Cartagine. Invece propugna una politica soft nei confronti di

Cartagine un altro Scipione imparentato col vecchio Scipione maior: Publius Cornelius Scipio Nasica

141

Corculum (Corculum → cuoricino). La tradizione vuole che Catone abbia detto in senato Cartago delenda

est. Invece secondo Polibio: Nasica Corculum chiudeva il discorso dicendo «A me sembra opportuno che

Cartagine sopravviva».

Alla fine vincono i falchi. L’argomentazione principe di Nasica Corculum è il metus hostilis. Non conviene

distruggere Cartagine perché avere dei nemici stimola Roma a essere sempre pronta e a non rammollirsi. Il

tema del metus hostilis era già greco. Non era giusto eliminare il metus hostilis. Diventava

un’argomentazione soprattutto morale → un’altra connotazione morale si aggiunge al bellum iustum. Come

si faceva a stabilire se un bellum era iustum o no? Il merito della vittoria e della sconfitta appartengono

sempre al mondo romano e dipende dal loro rapporto con gli dei. Se i romani vincono la guerra è giusta

perché gli dei sono favorevoli. Se perdono è perché era una guerra ingiusta e gli dei erano sfavorevoli.

Tutto quello che abbiamo detto ci porta a una conclusione. Il mondo romano nei confronti della guerra ha

sempre un atteggiamento di tipo ritualistico. Perfino la “moderazione” della populatio assume un aspetto

rituale: il comandante può determinare vari livelli di populatio. È tutto rigorosamente programmato, come

un rito arcaico. Questo ritualismo è proprio di un’ideologia della guerra chiusa, profondamente

conservativa, di valori morali. Per questo l’ingresso della cultura greca nella prima metà del II sec ha un

effetto assolutamente dirompente. Il ritualismo romano sostanzialmente rimane compatto pur

modificandosi nel tempo e malgrado l’evoluzione politica, istituzionale, economica della società. La società

cambia in tante cose (ex. modo di gestire e acquisire la ricchezza) ma malgrado i progressi e i mutamenti i

valori di fondo rimanessero sempre gli stessi.

Ovviamente si arriva a una di tensione tra la spinta innovatrice del procurato impero e la resistenza di un

mondo morale arcaico che è ancora limitato ai confini del pomerio. Sono spinte divergenti. Nel giro di 50-60

anni, di 2/3 generazioni la cultura si mette al passo con le trasformazioni. Sarà una cultura greco-romana e

non soltanto più romana, malgrado le resistenze.

Tra le grandi novità che portano le guerre contro Cartagine, Macedonia e Siria, vi è anche un nuovo modo

di partecipare alle spese delle guerre. I romani fino al 157 a.C. hanno pagato un tributo che serviva per

retribuire i soldati dei ceti meno abbienti. Ma tra la fine del IV e l’inizio del II sec a.C. iniziano ad affacciarsi

nuovi ceti. Dopo le guerre transmarine lo stato romano è costretto a intrattenere con i cittadini romani un

nuovo rapporto. Prima era quello del reclutamento = l’esercito aveva bisogno di soldati e quindi reclutava.

Adesso il coinvolgimento non è più solo dei singoli individui: lo stato inizia a ragionare anche in termini di

risorse. Non fa i calcoli su quanto potrà guadagnare da una guerra: calcola quanto potrà spendere per una

guerra. Cioè la classe governante romana, soprattutto la classe di proprietari terrieri, si rende conto che le

guerre contro Cartagine, Siria, etc., non si possono risolvere in campagne stagionali (come quella contro

per merito il nome Africanus. Ma anche il nipote adottivo, perché nel 146 a.C. quando distrugge Cartagine prende il

nome Africanus. Dobbiamo distinguere tra maior e minus. Tra i due c’è una differenza grandissima: il maior non era un

distruttore di città, il minor distruggeva le città e poi piangeva. [Michelotto]

141 Publio Cornelio Scipione Nasica Corculo (Publius Cornelius Scipio Nasica Corculum) (... – 141 a.C.) = politico

romano. Partecipò alla battaglia di Pidna nel 168 a.C. Console nel 162 a.C. con Gaio Marcio Figulo. Censore nel 159

a.C., col collega Marco Popilio Lenate. Eletto console la 2° volta nel 155 a.C. con Marco Claudio Marcello. Nel corso del

2° consolato condusse una campagna militare contro i Dalmati, utilizzando Aquileia quale suo "quartier generale". Da

qui sembra si spinse fino a Delminium che conquistò, ed occupò l'intera area compresa tra i fiumi Arsia e Narenta,

meritandosi infine il Trionfo. In seguito a questi eventi potrebbe essere nata la provincia dell'Illirico. [Wikipedia]

70

Pirro), si protraevano per decenni, prevedevano (ex. 1° guerra punica) spese straordinarie per l’allestimento

di flotte. Lo stato romano non stava male ma l’erario era limitato.

Al tempo delle guerre trasmarine lo stato romano in caso di sconfitte si trovava in grosse difficoltà. La

dimostrazione è un episodio al tempo della 1° guerra punica (si combatte attorno alla Sicilia). Nel 249 a.C. i

cittadini benestanti prestano allo stato i soldi per ricostruire la flotta. Ne parla Polibio.

Il 249 a.C. è un anno clue nella 1° guerra punica: Roma subisce due grandissime iatture:

142

1. La flotta romana viene distrutta al largo di Trapani

2. Le navi superstiti vengono distrutte da una tempesta al largo di Camarina

Nel 249 a.C., dopo queste due sciagure, la flotta romana viene totalmente distrutta. La 1° guerra punica è

143

ricca di “tempeste” che distruggono le flotte. Si sospetta che in realtà vengano distrutte dal nemico .

Polibio dice che non si poteva fare affidamento al denaro pubblico per costruire nuove flotte, l’erario non

era sufficiente. Allora secondo Polibio «Si fa ricorso all’amore per il bene comune degli uomini più

importanti». Si impegnarono da soli o in gruppi di due o tre, a seconda del patrimonio che avevano a

disposizione. Il nobile Polibio attribuisce ai nobili romani la generosità di un prestito fatto allo stato.

Secondo alcuni non si trattò di generosità ma di un prestito forzoso imposto loro dallo stato. Anche se fosse

stato un prestito volontario, non prestavano soldi per niente. Polibio scrive “uomini più in vista” perché tra

questi non c’erano solo i grandi proprietari terrieri (i senatori), ma anche i grandi equites: armatori,

pubblicani, compagnie di pubblicani. Quindi i più importanti non significa i più nobili, ma i più ricchi. Il

nobile Polibio si fa portavoce della bontà di questi personaggi. Si capisce l’ideologia di Polibio dalle sue

parole. Abbiamo un caso in cui non si sa se forzosamente o meno l’iniziativa privata corre in aiuto allo stato.

Un altro caso è attestato da Tito Livio, passo relativo all’anno 215 a.C. (2° guerra punica) in cui c’è la prova

di quanto fossero ormai potenti e diffuse le compagnie dei pubblicani. I pubblicani che vengono chiamati in

aiuto dello stato. Da questo episodio si capisce come e perché gli uomini più in vista prestavano soldi.

MOD. B, LEZIONE 14, 17/03/2016

L’ECONOMIA A ROMA

La presa di coscienza dei romani verso il loro imperialismo è stata lenta e ispirata a categorie morali

conservatrici. Questa consapevolezza si è progressivamente arricchita di argomenti che spiegavano le

ragioni dell’imperialismo. Erano ragioni di carattere perlopiù utilitaristico, anche se il concetto di utile non è

mai entrato come valore eticamente valido. I romani non hanno mai spiegato le loro guerre sotto la

categoria dell’utile, anche se sapevano che avevano anche carattere utilitaristico.

Tra i molti temi introdotti a giustificare le cause dell’imperialismo c’è il metus hostilis → paura del nemico

144

che compatta la società (valore positivo), teorizzato da Posidonio . C’era la consapevolezza che

l’imperialismo aveva anche finalità (e non cause) economiche: i romani con la vittoria hanno sempre un

ritorno di carattere economico.

L’idea del vantaggio economico è frutto dell’epoca del III-II sec a.C., in cui Roma si allarga territorialmente e

le guerre procurano bottini e indennità ingenti. Agevola lo sviluppo del ceto imprenditoriale di Roma,

142 Siamo nella zona di Trapani e delle isole Egadi dove si concluderà la 1° guerra punica. [Michelotto]

143 I romani non sapevano combattere per mare. Anche se avevano inventato il sistema del corvo, che agganciava la

nave nemica e riduceva il combattimento marittimo a un combattimento via terra, corpo a corpo. [Michelotto]

144 Posidonio (135 a.C.– 50 a.C.) = filosofo, geografo e storico greco antico. Appartenente alla scuola stoica, fu

considerato il più grande filosofo della sua epoca. Non ci sono testi completi, viene riportato da Cicerone. [Wikipedia]

71

formato da coloro che lavorano con i soldi e non sono proprietari terrieri. La loro ascesa porta scompensi

nella società romana: prima era una società agraria divisa in piccoli medi e grandi proprietari terrieri.

Storicamente ci si rende conto dell’importanza della ricchezza quando, a partire dal III sec, nelle storiografie

si indicono appalti: in cui individui privati prestano soldi allo stato.

PRIMA FONTE: POLIBIO

145

Polibio racconta che durante la 1° guerra punica (249 a.C.) dei privati prestano soldi allo stato. I soldi

pubblici dell’erario non bastavano per la spesa dell’allestimento di una nuova flotta. Viene costruita grazie

agli uomini in vista che si impegnano da soli o in gruppi a fornire navi equipaggiate, devono però essere

risarciti in caso di successo. Con questa flotta Roma vinse la 1° guerra punica. Polibio parla di generosità dei

nobili. A causa della sua mentalità tipicamente aristocratica non dice che i nobili che prestano denaro sono

in realtà degli speculatori, ma che sono persone generose che aiutano lo stato a risollevarsi un periodo di

difficoltà. Spiega che in quest’epoca difficilmente potevano esserci compagnie di pubblicani in grado di far

costruire una quinqueremi (nave). Alcuni hanno interpretato l’episodio come un prestito forzoso: lo stato

avrebbe obbligato i ricchi possidenti a prestare denaro. Questa prima testimonianza non è chiarissima, non

sappiamo se si tratti davvero di un prestito forzoso o speculazione da parte dei pubblicani.

SECONDA FONTE: LIVIO

La 2° testimonianza è chiara. Durante la 2° guerra punica (215 a.C.) si ricorreva sicuramente a compagnie

di pubblicani. È il momento più nero della storia di Roma, si fanno addirittura sacrifici umani per gli dei.

I tradizionalisti romani vogliono concentrare gli sforzi in Italia, per l’arrivo di Annibale, atteso a Roma.

146

Grazie a un’idea geniale, fortemente voluta dai fratelli Scipioni , con una mossa di eccezionale audacia i

due riescono ad aprire un secondo fronte in Spagna. Alla fine dell’estate del 215 a.C. gli Scipioni inviano una

lettera al senato romano, per riferire le loro imprese e che non avevano soldi per i rifornimenti dei soldati.

La paga dei soldati invece si poteva ricavare tassando gli ispanici. Si batte per la loro causa il pretore Fulvio

147 148

Nobiliore . Nella contio espone al popolo i bisogni espressi dagli Scipioni ed esorta i pubblicani a non

pretendere subito i soldi che lo stato deve loro. In quel momento lo stato non può pagare i pubblicani,

devono aspettare per necessità, ma anche perché si sono sempre arricchiti attraverso lo stato. I pubblicani

dovrebbero sobbarcarsi dell’onere di fornire armi, vesti e cibo all’esercito spagnolo. Lo stato risarcirà per

primi i pubblicani che concederanno anche il secondo prestito.

149 150

Il giorno stabilito si presentano 3 compagnie di pubblicani di 19 persone .

151

Richiedono due garanzie aggiuntive, molto interessanti: 152

1. Devono essere esentati dal servizio militare fino alla fine della guerra

145 Abbiamo già visto questo passo la volta scorsa. [Michelotto]

146 Il padre e lo zio del futuro Scipione Africano. Invece di concentrarsi sulla resistenza in Italia, comandano l’impresa in

Spagna. 4 anni dopo muoiono in un agguato. Al loro posto viene mandato il 25enne futuro Africano. [Michelotto]

147 Fulvio Nobiliore in questo periodo della sua carriera sembra vicino agli Scipioni. [Michelotto]

148 Fulvio Nobiliore fa un discorso al popolo (e non al senato). Durante la 2° guerra punica i capi politici scelgono di

volta in volta a chi rivolgersi. Parlare al popolo = parlare ai comizi o tenere una contio, -onis (< concione). [Michelotto]

149 Generalmente si dava appuntamento ai pubblicani per una gara d’appalto. Qui no, ma si stabilisce. [Michelotto]

150 Non si sa se a compagnia o in tutto, è più probabile che fossero 3 compagnie di 19 persone ciascuna. [Michelotto]

151 Fermo restando che la prima sottaciuta è quella di essere i primi a essere pagati a fine guerra. [Michelotto]

152 Allora fare il servizio militare significava andare in Spagna o contro Annibale → alta possibilità di morte.

[Michelotto] 72

153

2. Un’assicurazione sul carico → lo stato è tenuto a pagare anche in caso di mancata consegna

Disperato, lo stato accetta le condizioni. I pubblicani però lo truffano: mandano alcune navi col carico

richiesto, che arrivano a destinazione, invece la maggioranza viene caricata di cianfrusaglie, e affondate. I

padroni delle navi denunciano carichi ricchi e queste navi cariche di niente vengono pagate a titolo

assicurativo dallo stato.

Nel 214 a.C. (l’anno dopo) lo stato annulla tutti gli appalti perché non è in grado di pagare. Allora i privati

offrono aiuto allo stato: gli concedono di pagare a fine guerra. Questo perché nel frattempo la situazione

era cambiata: gli Scipioni stanno vincendo in Spagna e i pubblicani vedono vicina la fine della guerra (invece

dura altri 10 anni).

Nel corso del III sec (il secolo delle guerre puniche) molto spesso lo stato non è in grado di pagare le

compagnie dei pubblicani. Tutto cambia dalla Guerra Macedonica: dal II sec a.C. iniziano ad arrivare

colossali indennità di guerra (la prima è quella pagata da Cartagine nel 201 a.C.). Quelle più ingenti vengono

dalla pace di Tempe, con l’indennità di guerra pagata da Filippo V ai romani dopo la sconfitta di Cinocefale:

 Filippo V nella pace di Tempe viene condannato a pagare un’indennità di guerra di 1000 talenti →

154 155

6 milioni di dracme (monete d’argento). 1000 talenti = 6 milioni di denari

 Poco dopo gli Etòli patteggiano per Antioco III di Siria, che sbarca in Grecia e si fa paladino della

libertà greca. Gli Etòli sconfitti devono pagare 500 talenti (200 subito e 300 in 6 anni)

 Dopo la sconfitta di Magnesia, in 12 anni Antioco III paga 15mila talenti (90 milioni di denari)

Uno studioso ha calcolato che nel periodo delle guerre in oriente (fino al 157 a.C.) le indennità di guerra

ammontarono a 562 milioni di denari. Malgrado questo l’attivo dello stato non era straordinario, perché

sosteneva altissime spese di guerra.

Plinio il Vecchio dice che nel 157 a.C. c’erano 25mila milioni di denari nelle casse dello stato. Una bella cifra

ma non altissima, perché nel dopo la battaglia di Pidna i romani avevano deciso di togliere il tributum ai

cittadini romani che risiedevano in Italia.

I soldi che arrivavano dall’estero affluivano nelle casse dello stato e poi si ramificavano nelle varie attività,

tra cui quelle imprenditoriali e affaristiche. È così che la società romana diventa sempre più sfaccettata.

Qualcuno ha detto che la società romana diventa una “società capitalistica”. Un termine improprio e

anacronistico ma che serve a capire che tipo di economia si instaura a Roma nel II sec a.C. Questo stato di

cose dura fino al I sec d.C. (3-4 sec).

La cosiddetta “fase capitalistica di Roma” coincide con la fase schiavistica: il denario serviva a comprare

manodopera. Forse un piccolo e sicuramente un medio contadino, quando poteva si comprava uno schiavo.

Invece quelli che non se lo potevano permettere tendevano a impoverirsi sempre di più (la maggioranza).

La diffusione di un capitalismo agrario e della manodopera servile nelle campagne comportò un ulteriore

impoverimento del piccolo contadiname libero.

153 Viene richiesta in modo oltraggioso: la merce caricata sulle navi viaggiava a rischio e pericolo dello stato, che

doveva pagare anche in caso di perdita del rifornimento, per via di danni procurati da nemici o da tempeste.

[Michelotto]

154 Convenzionalmente la dracma greca e il denario romano si equivalevano. [Michelotto]

155 Non bisogna fare discorsi anacronistici, attualizzando queste cifre al giorno d’oggi. Ci sono espressi in denari i valori

di alcune merci. Si può fare l’equivalenza con i prezzi di oggi, ma nell’antichità alcune merci avevano un’importanza e

un prezzo diverso. Costava meno la prestazione di una prostituta che un paio di bicchieri di vino. Bisogna tarare i

prezzi sulla base della richiesta dei beni nell’antichità. Ogni valutazione oggettiva lascia il tempo che trova. Un’intera

giornata di lavoro di un uomo (in campagna o come artigiano) poteva essere pagata un denario. L’indennità di guerra

di Filippo V equivale a 6 milioni di giornate di lavoro. È una cifra esorbitante. [Michelotto]

73

La società romana finalmente si stratifica in maniera molto raffinata: a ogni stato sociale corrispondono

precisi interessi economici, che determinano orientamenti diversi nella politica estera. Man mano che la

società diventa più stratificata la politica estera si allarga e il gioco politico diventa più raffinato e difficile.

Per rimanere nell’ambito contadino: i grandi proprietari terrieri e i piccoli contadini avevano interessi

contrastanti. I grandi proprietari occupavano illegalmente le terre pubbliche per far pascolare le loro

mandrie. A Roma i grandi proprietari praticavano un’economia capitalistica: investono capitali in enormi

quantità di beni, come le greggi. Anche in politica estera: i grandi proprietari hanno interesse a condurre

guerre che possono portar loro rapidi guadagni → guerre contro nemici in Italia e fuori.

I piccoli proprietari invece avranno necessità diverse: saranno per una politica estera orientata verso lo

sfruttamento di terre italiche ancora in mano ai popoli nemici (ex. Galli).

La categoria sociale più versatile era quella dei pubblicani: parte di loro prendeva in appalto dallo stato i

156

pascoli pubblici in cambio di garanzie di comportamento , che venivano regolarmente disattese. I

pubblicani quindi potevano investire anche nel lavoro agricolo, si servivano di manodopera servile. Però

erano anche favorevoli all’espansione al di là del mare: se Roma avesse conquistato territori al di là del

mare i pubblicani sarebbero andati là a riscuotere le tasse.

IL FENOMENO SCHIAVILE E L’IMPOVERIMENTO DEL PICCOLO CONTADINAME

Il fenomeno economico e demografico più appariscente nel II sec è il fenomeno schiavile. Non si sa quanti

157

schiavi c’erano in Italia nel II sec. Però ci sono dei dati dalle fonti antiche: per ogni schiavo si era tenuti a

pagare una tassa di 100 sesterzi (25 denari). In un anno del I sec lo stato incassò 200 milioni di sesterzi (50

milioni di denari) da queste tasse. Da questo dato si riesce a capire in maniera molto approssimativa quanti

schiavi ci fossero in Italia. Dobbiamo infatti immaginare un’evasione fiscale del 50% (o più). Ci dovevano

essere 2-3 milioni di schiavi nell’Italia del I sec. Per altri canali i demografi hanno stabilito che grossomodo

la popolazione totale schiavi doveva essere di circa 8 milioni. Ogni 3-4 abitanti c’era uno schiavo.

Gli schiavi contribuiscono all’ulteriore impoverimento dei piccoli contadini, processo in progressione, già in

atto all’inizio della Repubblica.

Una prova è dato dal caso delle cinque classi militari censitarie di Servio Tullio (classi di censo). Fino a Gaio

Mario il reclutamento avveniva in base censo. Gli appartenenti alla V classe dovevano avere un censo

minimo, teoricamente di 12500 assi. Il limite è continuato a scendere → si arriva fino a 1500 assi. Il livello

della V classe serviana si abbassa perché altrimenti non sarebbe stato più possibile reclutarla. Se si abbassa

il livello significa che non c’è più nessun piccolo contadino che ha i requisiti necessari.

Per questo nelle campagne c’è sempre un gran malcontento, e anche esponenti di grandi famiglie senatorie

(impoverite, ma non solo) si rendono portavoce dei bisogni dei piccoli contadini. E cioè i grandi proprietari

terrieri non sono tutti ciechi nei confronti della miseria del contadiname. I più lungimiranti capivano che la

fine del piccolo contadiname significava l’impossibilità di reclutare eserciti. Quindi si fecero promotori di

riforme agrarie. I Gracchi appartengono a questa stirpe.

156 Varie promesse, sempre disattese: non impadronirsene, gli animali non avrebbero brucato più di tre volte l’erba

sullo stesso terreno. [Michelotto]

157 Si conosce solo la cifra esorbitante degli schiavi condotti da Fulvio Nobiliore dopo la presa di Ambracia.

[Michelotto] 74 158

Tra IV-III sec i personaggi più impegnati a favore dei contadini sono: Fabio Rulliano , Manio Curio

159 160

Dentato (protagonista della 3° guerra sannitica). Nella 2° metà del III sec: Gaio Flaminio (propone la

distribuzione viritana dell’ager gallicus). Vogliono ricreare il ceto dei piccoli contadini redistribuendo terre.

GAIO FLAMINIO

Gaio Flaminio è un personaggio complesso. Nel 232 a.C. è tribuno della plebe e propone la redistribuzione

del territorio dei Galli sénoni, l’ager gallicus, 15 anni dopo morirà nella battaglia del Trasimeno. Quando

Flaminio propone la distribuzione viritana (viriti < uomo per uomo), non fa solo una riforma agraria,

enuncia un principio: bisogna dare terre ai singoli poveri. Per primi gli vanno contro i grandi proprietari

terrieri. Questi e i pubblicani (con l’appalto dei pascoli pubblici), non contenti delle loro terre, occupavano

illecitamente le terre pubbliche, che invece dovevano servire ai piccoli proprietari in modo da completarne

la proprietà, ne avevano l’usufrutto. Contro Gaio Flaminio si schiera la nobiltà terriera e la nobiltà del

denaro. Praticamente tutta l’aristocrazia romana era ostile a Flaminio → veniva visto come un capo popolo.

Per questo la storiografia romana è ostile a Flaminio. A Roma la storiografia è sempre scritta da personaggi

appartenenti ai ceti abbienti. La storiografia è quasi sempre filo senatoria.

La storiografia greca in questo momento è rappresentata da Polibio, che però è un aristocratico, appartiene

all’élite nobiliare della Lega Achea, quando sta a Roma come ostaggio per quasi 20 anni è introdotto

nell’ambiente nobilissimo e ricchissimo degli Scipioni. È un nobile che frequenta nobili. Ha una cultura,

tradizioni e pregiudizi nobiliari. Per questo il giudizio di Polibio su Flaminio è stroncante. Per lui tutti coloro

che propugnavano riforme agrarie radicali erano un pericolo per lo stato. Polibio riuscì a vedere nel corso

della sua vita anche i primi movimenti che avrebbero portato alla riforma graccana e da buon nobile era

terrorizzato → vedeva le concessioni ai piccoli contadini come motivi di sovversione degli equilibri della

società romana, perché è retta da una costituzione mista il cui fulcro è il senato (l’aristocrazia). Nel

momento in cui ci sono questi capipopolo il senato perde la propria centralità, si perde l’equilibrio tra le

varie forze dello stato romano, e l’equilibrio pende pericolosamente verso i ceti meno ambienti. Si va verso

161

l’oclocrazia (o pletocrazia), il governo della plebe, diceva Polibio, che era ostilissimo a questa prospettiva.

Polibio dice, proposito della ripartizione dell’ager gallicus proposta da Flaminio: «Gaio Flaminio fu

l’iniziatore della politica demagogica che segnò per i romani l’inizio del pervertimento del popolo e fu causa

158 Fàbio Màssimo Rulliano, Quinto (Q. Fabius Maxĭmus Rullianus) = uomo politico (5 volte console) e generale dell'età

delle guerre sannitiche. Della gens patrizia dei Fabii. Nel 325 magister equitum del dittatore Lucio Papirio Cursore,

contro i suoi ordini ha attaccato e vinto i Sanniti → condannato a morte e poi perdonato. Nel 322 fu console e trionfò

sui Sanniti; dittatore nel 315, vinto dai Sanniti al passo di Lautule presso Terracina; console ancora nel 310, sconfisse

gli Etruschi presso Perugia; console nel 308, avrebbe combattuto in Etruria, nel Sannio e in Campania; censore nel 304,

avrebbe limitato la riforma con cui Appio Claudio Cieco aveva iscritto in tutte le tribù i cittadini senza proprietà

fondiaria; fu ancora console nel 297 e nel 295, anno in cui vinse, presso Sentino, Sanniti, Galli ed Etruschi. [Treccani]

159 Cùrio Dentato, Manio (M´ Curius Dentatus). Console nel 290 a. C., sbaragliò i Sanniti e poi i Sabini; pretore nel 284,

vinse i Galli Senoni, annettendo il loro territorio fin oltre Rimini; console nel 275, si scontrò vittoriosamente

con Pirro presso Benevento. Fu celebrato come prototipo dell'antico romano, invincibile e incorruttibile. [Treccani]

160 Flamìnio, Gaio (C. Flaminius) (265 a.C. – Battaglia del lago Trasimeno, 217 a.C.) = uomo politico e console nel III sec

a.C. e il più importante fra i politici popolari prima dell'avvento dei fratelli Gracchi un secolo dopo. Tribuno della plebe

nel 232 a. C., fece approvare una legge per l'assegnazione viritana dell'Agro Piceno e Gallico, nella quale la tradizione

aristocratica vide l'inizio della crisi politica interna romana e la causa del tumultus gallico del 225. Console nel 223,

riportò sugl'Insubri una vittoria di cui la tradizione ostile assegnò il merito ai suoi ufficiali, e trionfò contro il volere del

senato per desiderio del popolo. Censore nel 220, costruì il Circo Flaminio e la Via Flaminia. Console per la 2° volta nel

217, tentò di arrestare l'avanzata di Annibale, portandosi ad Arezzo con due legioni mentre il collega Servilio si

attestava con altre due a Rimini, ma non poté impedire la marcia di Annibale verso il sud; lo tallonò in attesa che

sopravvenisse il collega, ma, tratto da Annibale in una imboscata sul Trasimeno, perì con quasi tutto il suo esercito. La

tradizione patrizia lo ha perseguitato soprattutto per la sua coraggiosa opera politica in favore della plebe. [Treccani]

161 oclocrazìa s. f. [comp. di «folla, moltitudine, massa» e «-crazia»]= governo della plebe, predominio politico della

massa; termine greco attestato per la 1° volta in Polibio → indica una forma degenerata di democrazia. [Treccani]

75

della guerra, sorta più tardi contro le popolazioni suddette». Per lui Flaminio è motivo di disgregazione

interna. Secondo i nobili il popolo doveva soffrire in silenzio. Non solo: secondo Polibio Flaminio fu la causa

della guerra con i Galli Boi. In effetti negli anni 30 e 20 del III sec a.C. ci sono le discese galliche verso Roma,

di cui si rendono protagonisti i Galli Boi ma anche gli Insubri.

Flaminio viene ricordato da Polibio a proposito della battaglia del Trasimeno. Fu una delle più tragiche

battaglie combattute nella 2° guerra punica. L’esercito di Flaminio viene intercettato da Annibale sul lago

Trasimeno e subisce una sconfitta mortale.

Considerando i fatti immediatamente antecedenti alla battaglia, si nota che Flaminio non aveva possibilità

di ricorrere ad altri metodi. L’esercito nel 217 a.C. doveva discendere verso sud, nell’inverno tra il 217-216

a.C., i consoli dispongono le loro truppe nelle pianure costiere perché Annibale ha un esercito da guidare

nel sud Italia. Il ragionamento era corretto. Annibale con la spregiudicatezza e talento tattico a lui propri,

passa attraverso l’appennino. I consoli devono rincorrerlo. Flaminio lo fa, fino a che gli esploratori

cartaginesi non informano Annibale dell’arrivo dell’esercito di Flaminio. Annibale nasconde i soldati nel

bosco vicino al Trasimeno, in una zona di passaggio obbligato dei romani, che vennero attaccati.

Flaminio non fu avventato, fece quello che doveva. All’inizio dell’inseguimento di Annibale, Flaminio sapeva

già a cosa andava incontro. I romani sono sterminati, non c’è quasi stata una battaglia. La storiografia, ostile

a Flaminio, dice che la battaglia fu persa per la sua inadeguatezza e avventatezza.

Flaminio aveva costruito la via Flaminia che da Roma portava a Rimini (una delle colonie fondate nel 168

a.C. a nord e a sud del territorio dei senoni). La costruzione della via Flaminia crea una via di comunicazione

rapida tra Roma e Rimini. Il messaggio che comunica è che uno degli obiettivi della conquista romana è la

Pianura Padana. Flaminio, interprete dei bisogni dei piccoli contadini, capì che i piccoli contadini

miravano a un’espansione nella Pianura Padana. Questa espansione doveva essere accompagnata da

grandi bonifiche, ma la Pianura Padana prometteva grandissimi ritorni di terreni agrari.

Questo programma cozzava con quello di Appio Claudio Cieco, vissuto molto prima di Flaminio. Appio

Claudio Cieco alla fine del IV sec, con una serie di proposte, indicò ai romani un altra possibile orizzonte di

espansione: il sud d’Italia. Appio Claudio Cieco era nobilissimo → discendeva da Attus Clausus, venuto dai

Sabini. Era portavoce degli interessi dei ceti imprenditoriali, che avevano la necessità di allargare i propri

traffici verso il sud Italia perché era colmo di floride e bellissime città, soprattutto quelle della magna

Grecia. Lì c’erano tanti soldi, al nord non c’era niente: boschi di querce, ghiande e maiali (Polibio parla di

tutti i bellissimi maiali che c’erano in Cisalpina). Oltretutto dalle diverse regioni del sud c’erano territori che

si prestavano alla agricoltura capitalistica, come il famosissimo Agro Campano (oggi nel nord della

Campania), lì si coltivavano delle viti che davano vini di alta qualità, che avevano come unico corrispettivo i

vini dei greci. Tutti ambivano all’Agro Campano, era la zona più ricca d’Italia. Un semplicissimo dato della

politica di Appio Claudio ne svela gli obiettivi. Appio Claudio propone che anche i non proprietari terrieri

vengano ripartiti nelle tribù rustiche. Nelle tribù rustiche c’erano solo i proprietari terrieri. Proponendo di

ripartire lì anche i non proprietari terrieri fa gli interessi degli imprenditori.

Controprova. La guerra contro Pirro va avanti da 5 anni. In senato si inizia a parlare di pace. Si oppone

Appio Claudio, vuole che la guerra continui per non far arrestare la penetrazione nel sud Italia, dove c’è il

tipo di ricchezza che interessa ai negotiatores e ai pubblicani. Appio Claudio non un simpatizzante dei ceti

meno abbienti, anche se aveva atteggiamenti demagogici → nessuno era più ostile di lui alla plebe urbana.

Era ostile anche alla politica a favore dei piccoli contadini, propugnata da quelli che volevano la via del

nord, alla linea politica che sarebbe stata poi quella di Flaminio (di cui fa parte Dentato).

I piccoli contadini erano esasperati e a ragione chiedevano una nuova politica in loro favore, perché nella

seconda metà del II sec metà dei romani era stata sotto le armi per più di 7 anni. Sul piano sociale si

traduceva in questo: il contadino che mandava avanti da solo la sua fattoria era rovinato. Non potendosi

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permettere dei giornalieri o degli schiavi, i piccoli contadini sono i più rovinati. Quelli medi riuscivano a

sopravvivere, anche se impoveriti. Coloro che coltivavano direttamente la guerra erano o gli schiavi nelle

grandi proprietà o i medi contadini che tendevano a diventare piccoli contadini, impoverendosi. I piccoli

contadini scomparivano. Per vitalizzarli bisogna mandarli a Rimini, Bologna e Parma → romanizzazione

forzata della Pianura Padana. Il che comportava l’estromissione delle popolazioni galliche e la pacificazione

degli insubri. Gli insubri non sono stati estromessi perché erano Galli poco bellicosi.

Per la propria personale affermazione politica gli uomini politici romani avevano varie scacchiere:

 Cercare l’appoggio popolare (via del nord)

 Contare sugli appoggi dei banchieri (via del sud)

 Stare con la tradizionale aristocrazia senatoria

La vita politica romana nel III-II sec diventa molto articolata. Per questo vediamo che le linee politiche

delle stesse famiglie cambiano nel tempo. Tutti i politici romani per affermarsi hanno bisogno di avere oltre

a una linea di politica interna anche una linea di politica esterna.

Vi è addirittura qualcuno che non ha un seguito particolarmente numeroso. Si tratta spesso di nobilissime

famiglie parzialmente decadute, non più ricchissime, che non hanno più il denaro sufficiente per poter

mantenere enormi clientele. Allora diventano uomini di guerra → non battono le linee della politica

interna, ma promulgano la linea di andar fuori d’Italia, per cercare fortuna.

Come i fratelli Scipioni che durante la 2° guerra punica vanno a combattere in Spagna. Poteva essere la

nuova promessa: perché andare in Spagna poteva voler dire sconfiggere il nemico n°1: Cartagine. Inoltre la

Spagna era una regione ricchissima: aveva miniere d’argento, e dal punto di vista agricolo soprattutto in

Andalusia (olio, vino e sterminati armenti greci). La Spagna non costituiva un aggregato politico unico,

c’erano tante tribù. Si potevano ottenere prestigiose vittorie militari e bottini grandissimi e prestigiosi.

L’apertura del fronte in Spagna, durante la 2° guerra punica aveva avuto un precedente nell’intervallo della

1° guerra punica, quando cioè i cartaginesi iniziano la loro espansione nel sud della Spagna. Nel 241 a.C. si

ha la firma del trattato della 1° guerra punica. La Sicilia passa a Roma, Roma si impadronirà della Sardegna,

poi della Corsica, i cartaginesi hanno due possibilità. O colonizzare l’Africa interna, che allora era

feracissima, o portarsi al di là del mare e promulgare una politica mista in Spagna. Viene fatta questa

politica per il padre di Annibale. In pochi anni i cartaginesi occupano tutta la Spagna meridionale, fino al

fiume Baetis, e formano la città di Nova Carthago. I romani sono preoccupati, ma dicono ai cartaginesi solo

di non superare il limite del fiume Ebro. 227-26 a.C. trattato dell’Ebro: i cartaginesi si impegnano a non

espandersi al nord dell’Ebro. I romani non mettono ancora piede in Spagna, ma iniziano a farsi sentire. I

romani nel frattempo contraggono un foedus (trattato di alleanza) con la città Sagunto. Il Trattato dell’Ebro

e la posizione della città di Sagunto costituiranno il casus belli della 2° guerra punica. La Spagna oltre

all’Italia sarà il fronte principale della 2° guerra punica grazie agli Scipioni, e da lì inizia l’ascesa politica degli

Scipioni, che durerà più o meno una ventina d’anni. MOD. B, LEZIONE 15, 21/03/2016

L’aristocrazia romana, per la politica estera che riguardava L’Italia, era divisa in due linee: chi voleva andare

al nord e chi al sud.

SITUAZIONE POLITICA

Il quadro viene a complicarsi moltissimo al tempo delle guerre trasmarine: guerra punica, macedonica e

siriaca. Tra il 220-146 a.C. nasce un nuovo modo di fare politica a Roma, dal punto di vista pratico: cambia

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la prassi politica, il modo di agire delle classi politiche, il sistema di alleanze tra le varie classi politiche:

diventa ancora meno stabile rispetto a prima.

NUOVA PRASSI POLITICA: IL SISTEMA DEI “VETI INCROCIATI”

Cambia la prassi politica perché a partire dalla 2° guerra punica la lotta politica prevede la sconfitta totale

dell’avversario politico: non si cerca più l’accordo, si tende ad annichilirlo e a infangarlo, ad esempio. Si

tendeva soprattutto a fare due cose:

1. Tentativo di svalutare i nemici sul piano degli onori

2. Tentare di evitare che l’avversario politico porti a termine le condizioni di pace.

Per evitare che l’affermazione dell’avversario si tendeva a negargli gli onori di guerra. Per far sì che un

uomo politico ottenesse l’onore del trionfo, in questo periodo, occorreva ottenere la vittoria in una

battaglia importante e uccidere almeno 5000 nemici. Gli avversari politici cercavano di non farlo ottenere

sostenendo che non c’erano state abbastanza uccisioni, o che la battaglia combattuta non era abbastanza

importante.

Secondo modo: cercare di evitare che l’avversario politico porti a termine le condizioni di pace. Cioè si cerca

di togliere il dettato della pace al comandante vittorioso. Dettare le condizioni di pace era un grande onore.

Fa un esempio. Scipione infligge un duro colpo ai cartaginesi di Spagna, senza debellarli totalmente, chiede

quindi di avere un comando in Africa, dove nel frattempo è rientrato Annibale, per poter combattere

contro di lui. Gli avversari politici di Scipione non vogliono darglielo perché non volevano aumentare la

gloria ottenuta in Spagna col comando in Africa. Tuttavia Scipione in maniera non legale ottiene il comando,

sconfigge Annibale a Zama e detta le condizioni di pace ai cartaginesi.

Il dettato della pace → è un atto che spetta di diritto al comandante vittorioso, dopo aver sconfitto un

determinato popolo in battaglia. Dopodiché deve andare in senato a chiedere la ratifica dei suoi atti. Solo la

ratifica del senato rendeva ufficiali le decisioni ufficiose prese dal comandante nei confronti del nemico.

Spesso il senato non ratificava le condizioni e incaricava altri magistrati di recarsi presso il vinto e di dettare

nuove condizioni di pace. Al fine di evitare che lo stesso personaggio abbia l’onore della battaglia e l’onore

del dettato della pace. E anche perché questo atto è ancora più essenziale della vittoria: nel momento in cui

il sovrano vinto accettava le condizioni di pace, oltre a lui si arrendeva tutto il popolo vinto, che diventava

cliente del comandante vincitore. Tutti gli uomini politici romani volevano dettare le condizioni di pace per

avere come clienti enormi popolazioni.

Sul piano della prassi politica si diffonde quindi il sistema dei “veti incrociati”.

L’inasprimento della lotta politica interna è dovuto essenzialmente all’accresciuto numero di interessi che

162

militare comportava una vittoria . C’erano in gioco enormi interessi dal punto di vista del prestigio e della

ricchezza. E la politica inevitabilmente cambia, diventando una politica in cui è lo sfruttamento della vittoria

è motivo essenziale. Lo sfruttamento della vittoria poteva avere fini diversi. Per il frangente scipionico la

vittoria era motivo di prestigio che serviva ad avere cariche a Roma. Per altri gruppi la vittoria era essenziale

dal punto di vista economico: i vincitori diventavano ricchissimi e potevano fare politica (ex. Fulvi

Nobiliores).

Anche le clientele cambiano. Abbiamo alleanze tra grandi famiglie ma anche un ritorno di struttura

piramidale dei gruppi gentilizi. Persone come Scipione l’Africano, che già a 25 anni era a capo del suo

gruppo gentilizio, della sua clientela, con loro non si discuteva.

LA POLITICA ESTERA

162 Vincere contro una singola città, ex Fidene, era diverso dal vincere contro un grande regno ellenistico. [Michelotto]

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Cambia quindi la prassi politica, ma cambia anche la concezione della politica, soprattutto della politica

estera (cioè come comportarsi con i popoli vinti). I romani avevano un bagaglio di cultura politica estera

molto limitato fino al III sec. Abbiamo visto la fides, la deditio. Finché Roma si espande in Italia mantiene le

strutture politiche proprie di una città stato, qui non basta più. Perché si ha a che fare con sovrani

ellenistici, con regni giganteschi. Il regno di Antioco III era sterminato (andava dall’Egeo fino all’indo, era la

parte più grossa del regno di Alessandro Magno). Gli uomini politici romani devono trattare a tu per tu con i

capi di questi grossi regni.

I romani si pongono il problema di cosa fare di questi grossi regni. La domanda più frequente che si posero

in questo periodo fu: prendiamo la Macedonia, la sconfiggiamo, diventa cliente? Oppure deponiamo il re

macedone e annettiamo la Macedonia, facendola diventare una provincia romana? E come fare ad

amministrarla senza funzionari? Bisogna sempre ricorrere ai funzionari oppure bisogna lasciarla

indipendente?

C’è tutto un dibattito sull’opportunità dell’espansionismo. Roma è diventata imperialista, ma l’imperialismo

non è per forza un assorbimento territoriale, si può anche esercitare un’egemonia.

Naturalmente non esisteva solo lo scacchiere orientale. I tre scacchieri in cui in questo periodo giocava la

politica estera romana erano: Spagna, Italia e penisola balcanica. L’intervallo tra la 1° e la 2° guerra punica

hanno fatto rientrare negli interessi anche la Spagna. Varie gentes assumono atteggiamenti diversi a

proposito dell’espansione in Spagna, in Italia e nella penisola balcanica. A quale dare la precedenza? Come

comportarsi con queste popolazioni così diverse tra loro?

I romani si chiedono cosa fare circa l’avanzata cartaginese in Spagna (ne ha parlato la volta scorsa alla fine

della lezione). Lasciare fare? In fondo i cartaginesi erano molto lontani. Stanarli?

Prevale il principio di bloccarli a un certo punto fisico: l’Ebro. Il trattato dell’Ebro, di cui parla solo Polibio,

dovrebbe essere stato fatto nel 226-225 a.C., ma non conosciamo l’anno preciso, non ne conosciamo il

testo. Polibio dice di averlo visto e dice che i romani volevano fare un favore ai cartaginesi col trattato

dell’Ebro, dice che fu vantaggioso per i cartaginesi e riporta solo la clausola per cui i cartaginesi non

avrebbero potuto espandersi al nord del fiume Ebro. Naturalmente quando i romani stipulano questo

trattato con i cartaginesi sanno benissimo è implicito il casus belli di un futuro scontro tra le due potenze.

Roma aveva infatti contratto un foedus (un’alleanza) con la città di Sagunto città federata dai romani, ma in

zona cartaginese, a sud dell’Ebro. I cartaginesi potevano teoricamente conquistarla per la sua collocazione,

ma allo stesso tempo non potevano farlo perché era un’alleata di Roma. Tutti sanno che quando Annibale

volle iniziare la guerra contro Roma non fece altro che attaccare Sagunto → costituì il casus belli. I romani

intervengono dopo 8 mesi in favore della città, in senato c’è una spaccatura sulla possibilità di portare aiuto

o meno a Sagunto. Il che vuol dire che la discussione, che avviene secondo i piani tradizionali della guerra

giusta o meno, verte sull’opportunità politica e militare di aiutare Sagunto, e i valori etici romani vengono

messi in secondo piano.

Prevale la linea degli Scipioni, e anche i Semproni sono abbastanza vicini. Tiberio Sempronio Longo è un

collega del padre di Scipione nel consolato. Entrambi, Tiberio Sempronio Longo e Publio Cornelio Scipione

(padre dell’Africano), sono concordi nell’aprire il fronte spagnolo. La cosa è importante perché c’era un

fronte apertissimo in Italia, i Galli continuavano a scendere nell’Italia centrale. C’era una fazione politica,

quella dei Fabii e dei Marcelli, che lottava affinché non si andasse in Spagna a combattere ma si

concentrassero tutti gli sforzi contro i Galli in Italia. Questi due sono vicini a Gaio Flaminio, e sono tutti e tre

vicini ai proprietari terrieri, quelli che vogliono l’espansione verso il nord.

Fabio Massimo è il maggior sostenitore del fronte in Spagna. Era per una guerra difensiva, anche in Italia. E

tra l’altro i gruppi dei Fabii e dei Marcelli sono favorevoli alla guerra a oltranza verso i Galli dell’Italia

79

centrale, in vista di una possibile colonizzazione (era la linea politica di Gaio Flaminio). Non per niente lui

costruisce la via Flaminia che va a Rimini. Con i plebiscito di Gaio Flaminio viene distribuito il territorio dei

Galli Senoni, ma si aprono anche i territori dei Galli Boi e degli Insubri. In queste zone vogliono trasferirsi i

piccoli contadini.

Si comportano duramente nelle guerre contro i Galli, sono dei nemici. Ma quando i Galli si arrendono di

solito non vengono sterminati, diverso sarà il caso dei Liguri, che verranno debellati completamente solo

nel 151 a.C., resistono per mezzo secolo. Tra i Galli solo i Boi dell’Emilia opposero una resistenza forte.

Insieme con l’esercito arrivarono i gromatici, coloro che misuravano la terra, era già prevista nell’atto della

guerra, la successiva colonizzazione.

I Marcelli e i Fabii quando combattevano a nord davano prova di grande realismo politico. Ma quando

conquistavano una città greca i comandanti davano ai soldati la libertà di saccheggio. Esempi:

 Un’azione combinata tra Marcello e Gaio Fabio porta alla caduta di Taranto durante la 2° guerra

punica. Taranto era passata dalla parte di Annibale. Sono crudelissimi con Taranto.

 C’era stato un precedente: Gaio Marcello a Siracusa, in Sicilia (la famosa difesa di Archimede).

Marcello è crudelissimo verso Siracusa.

Vi era in questo atteggiamento anche un pregiudizio culturale da parte del gruppo dei Fabii e dei Marcelli. I

tradizionalisti romani temevano moltissimo la penetrazione della cultura greca in Italia. Soprattutto Fabio

Massimo, Marcello meno.

Fabio Massimo durante il saccheggio di Taranto si rifiutò di sottrarre come bottino le statue delle divinità.

Pur di non portare a Roma statue greche Fabio Massimo rinuncia all’evocatio, e ne capovolge il concetto,

dicendo: «Lasciamo ai tarantini i loro dei irati». Le definisce irate perché sono state sottratte con la forza al

loro popolo, quindi piuttosto che prendere divinità ostili conviene lasciarle dove sono.

Evocatio → la tradizione romana il sottrarre le statue delle divinità delle comunità nemiche, perché nella

loro rozza mentalità credevano che la divinità del nemico entro Roma li avrebbe protetti. Era prestigiosa e

importante a livello sacrale.

L’aspetto del disprezzo verso la cultura greca è fondamentale.

La cultura politica si intreccerà strettamente con a cultura tout court: atteggiamenti conservatori dal punto

di vista politico si tradurranno in atteggiamenti conservatori dal punto di vista letterario, artistico, culturale.

(Arriviamo alla seconda fase delle lezioni)

I GRUPPI POLITICI

Un esempio, per dare l’idea dell’esistenza di gruppi che premevano per una determinata meta.

Nel periodo immediatamente successivo al blocco della discesa gallica al tempo, quando i romani

riprendono la riconquista del nord a scapito dei Galli, arrivano nella Pianura Padana per combattere i Galli

80 163 164

che rifluiscono. I personaggi che troviamo impegnati sono: Marco Claudio Marcello , Fulvio Flacco (era

165 166

vicinissimo ai Claudi Marcelli), Publio Furio Filo e Lucio Emilio Papo .

Attorno a Marcello si crea un potente nexum di famiglie che hanno gli stessi interessi politici: i piccoli

contadini e la via del nord. Con loro c’è anche Gaio Flaminio.

Gaio Flaminio nel 223 a.C. ottiene una vittoria sugli Insubri. Tornato a Roma chiede il trionfo, che gli viene

bloccato da un Cornelio (uno della famiglia degli Scipioni). Dopo la vittoria di Flaminio si parla in senato di

un eventuale concessione di pace e un dettato delle condizioni di pace dei Galli. Si discute se accettare o no

la loro richiesta di pace. Gli Scipioni vogliono accettarla perché temono che il comando militare venga dato

ancora a Marcello. La politica estera viene strumentalizzata ai fini della politica interna.

IL METODO PROSOPOGRAFICO

Michelotto nel corso delle sue lezioni sta usando un particolare metodo di studio storico: il sistema

167

prosopografico < prosopon (facce) → ricostruzione di una sezione della storia di Roma fatta attraverso le

carriere di singoli personaggi o di singole famiglie. Partendo da questo si riesce a ricostruire la politica di un

dato periodo e il periodo storico. Il tentativo di ricostruzione è un’alternativa al silenzio. La ricostruzione

della storia antica si serve di congetture e la congettura prosopografica è la più attendibile. Schur → ha

scritto una monografia su Scipione l’Africano. Altri prosopografi: M. Gelzer, F. Münzer (i fondatori, nella

prima metà del 900), R. Syme, F. Càssola. Come possibili futuri insegnanti vuole offrire degli spunti di diversi

metodi per studiare la storia, il metodo prosopografico è uno di questi.

Quindi esiste un gruppo politico molto preciso: soprattutto Gaio Flaminio e Marco Claudio Marcello, ma

anche Flavio. Quando in senato si dibatte se concedere o no la pace ai Galli gli Scipioni sono disposti a darla.

Marcello no, perché vuole tornare a combattere e concludere lui la guerra, dato che l’aveva condotta fino a

quel momento.

Le strutture istituzionali iniziano a scricchiolare:

 I comizi, su richiesta del senato sostengono di voler concedere la pace ai Galli.

 Marcello vuole avere il comando dell’Italia settentrionale e continuare la guerra contro i Galli

Insubri → ricorre al popolo

Inizia il periodo dei capiparte → singoli individui che, forti delle loro clientele si impongono nelle assemblee

del popolo. E i capiparte iniziano a opporsi al volere del senato.

Marcello convoca i comizi tributi e furor di popolo ottiene il comando dell’Italia settentrionale. Marcello ha

presso il popolo un favore che non ha presso i comizi. Le due assemblee danno risposte diverse.

163 Marco Claudio Marcello (Marcus Claudius Marcellus) 268 – 208 a.C. Politico romano, console 5 volte, vincitore dei

Galli insubri (si dice abbia ucciso di sua mano Viridomaro), militò durante la 2° guerra punica, dirigendo la ripresa di

Roma dopo la disfatta di Canne. Soprannominato la "spada di Roma", conquistò di Siracusa (durante l'assalto morì

Archimede), e la Sicilia. Ucciso nel 208 a.C. durante uno scontro con reparti di cavalleria cartaginese di Annibale nei

pressi di Venosa; Polibio criticò fortemente l'imprudente comportamento in occasione della sua morte. [Wikipedia]

164 Quinto Fulvio Flacco (277 a.C. –209 a.C.) politico e console romano del III sec a.C., console nel 264 a.C. [Wikipedia]

165 Publio Furio Filo (Publius Furius Philus – 213 a.C.) politico romano, membro della gens Furia → nobile e antica

famiglia di Roma; del ramo dei Furii Fili, non aveva coperto alcuna carica pubblica prima di lui. [Wikipedia]

166 Lucio Emilio Papo (Lucius Aemilius Papus) è stato un politico romano. Nipote di Quinto Emilio Papo, fu eletto

console nel 225 a.C. con Gaio Atilio Regolo. Quello fu l'anno della massiccia guerra nella Gallia Cisalpina. [Treccani]

167 Prosopografìa → estens. Raccolta di notizie su personaggi di un’epoca (o di una città, ecc.). Anche lo studio delle

caratteristiche comuni a un gruppo di personaggi storici, circoscritto cronologicamente, condotto come ricerca

storiografica (spec. riguardo a istituzioni antiche, greche e romane) a partire da una raccolta di dati. [Treccani]

81 168

Marcello nell’Italia settentrionale sconfigge gli Insubri nella celebre Battaglia di Casteggio (sarà rievocata

nella tragedia praetexta di Nevio). È una vittoria importante perché è la terza volta che un comandante

romano ottiene gli spolia optima (l’atto di spogliazione delle armi dei capi nemici). I Galli e i romani si

affrontano, e fanno scontrare in duello i due capi: il romano Marcello e l’insubre Viridomarus. Il vincitore

Marcello ha il diritto di spogliare delle armi il nemico vinto.

In seguito alla vittoria Marcello nel 220 a.C. costruisce la strada che va verso Rimini → dopo la vittoria la

fazione del nord si attiva subito per la colonizzazione. Solo due anni più tardi infatti vengono fondate

Piacenza e Cremona.

Era in atto un dibattito che riguardava la conduzione delle guerre e l’eventuale sterminio del nemico. Un

problema che impegnava gli intellettuali romani e greci.

Polibio per esempio sembrava distinguere nettamente tra espansionismo e oppressione del nemico. Fu

sempre prudente attorno a questo tema. Giustificava l’espansionismo romano: i romani sono superiori ed è

giusto che vincano, ma vanno condannati quando opprimono i nemici.

Uno dei conquistatori più oppressivi della Roma della metà del II sec era Scipione Emiliano. Aveva una linea

politica completamente diversa dall’Africano (nonno adottivo). Infatti Scipione l’Africano maggiore (il

grande Publio) era per un imperialismo del bastone e della carota. Le tattiche dell’imperialismo moderato

di Scipione l’Africano erano: andare al di là del mare, battere il nemico, istituire un’egemonia nell’area del

Mediterraneo, non impegnarsi troppo nelle lotte interne degli stati orientali, trarre tutti i vantaggi possibili

ma essere clementi. Il nipote adottivo invece è stato spietato: sterminerà città e popolazioni intere.

Le due linee di comportamento (violento o meno) si vedono anche nella stipula dei contratti di pace. Ad

esempio Scipione vince a Zama la 2° guerra punica e riesce anche a condurre le trattative di pace. La pace

che propone è relativamente mite: devono pagare una grande indennità di guerra e dare a Roma le navi,

condizioni pensatissime, ma sopravvive, 10 anni dopo Cartagine fu in grado di estinguere l’immunità di

guerra. Segno che le condizioni poste da Scipione non erano proibitive. La linea scipionica è volta a mettere

in difficoltà il nemico, ma non a eliminarlo. Sarà l’ultima generazione, quello dell’Emiliano a essere rivolta

all’annessione territoriale e lo sterminio. L’Africano Maior era per l’egemonia, non per l’annessione.

Ha fatto pagine e pagine di esempi che servono a indicare la formazione di questi grandi gruppi politici che

potevano cose diverse, ma teme di ucciderci (XD) quindi riassume.

Durante il periodo che va dalla 2° guerra punica alla distruzione di Cartagine e Corinto si affermano le

personalità dominanti. I tempi sono maturi per la possibilità di un’affermazione così clamorosa.

SCIPIONE L’AFRICANO

Esempio. Durante la 2° guerra punica quando Annibale è in Italia, i romani aprono il fronte in Spagna. È una

mossa di un’audacia incredibile, di fatto si indebolisce il fronte militare in Italia per portare la guerra in

Spagna. I fautori di questa politica sono naturalmente gli Scipioni. In Spagna va Gneo Cornelio Scipione (lo

zio) e Publio Cornelio Scipione (il padre, sconfitto da Annibale nella battaglia del Ticino nel 218 a.C.). Con

una politica accorta riescono a staccare la popolazione spagnola dall’influenza cartaginese. Restano lì per 7-

8 anni fino alla morte in un imboscata del 211 a.C. In senato si tenta subito di liquidare la guerra in Spagna.

Ma c’è anche un altro Scipione: Publio ha 25 anni, è già un uomo politico maturo, è un grande trascinatore

sul campo di battaglia e un grande oratore. Fa sentire i suoi soldati compartecipi della guerra romana, e

soprattutto fa balenare il miraggio di grandi bottini. È la persona adatta, ma non ha l’età necessaria per

rivestire una magistratura con l’imperium, necessaria per comandare un esercito. Lo si manda come

comandante, come un privato cum imperium. È una posizione assolutamente folle per il diritto pubblico

168 La battaglia di Clastidium (oggi Casteggio, nell'Oltrepò Pavese) ebbe luogo nel 222 a.C., tra i Romani e Galli Insubri.

82

romano, se c’è qualcosa che non può avere l’imperium è il privatus. Escamotage: privatum cum imperium.

L’opposizione scipionica lo lascia andare perché lo sottovalutano. Scipione riesce a prendere Carthago Nova

(la capitale cartaginese della Spagna), vince in numerose battaglie.

Succede poi qualcosa di interessante: Scipione davanti ai soldati si atteggiava sempre come un prescelto

dalla divinità. Sapeva di essere bravo e speculava sulla sua bravura e lasciava che circolassero dicerie sul

fatto di essere un prescelto dagli dei. Naturalmente come vedremo c’era dietro una filosofia, non era un

atteggiamento da sbruffone. Era bravo e un seguace del pitagorismo. Gli spagnoli e i cartaginesi sconfitti si

rivolgono a lui chiamandolo re, lo racconta Polibio (non c’è titolo più brutto a Roma che quello di re).

Scipione non andrà mai contro il mos maiorum (la tradizione romana), non vuole essere chiamato re, ma

imperator (colui che ha l’imperium). Imperator significa “colui che è abituato a vincere”, è il vincitore per

definizione, non può che essere vincitore. 169

E dal suo esempio inizia una pratica che diverrà poi comune: l’ovatium, l’ovazione . Tutti si schierano,

tirano fuori il gladio tre volte verso il comandante che si trova sulla tribuna (zona rialzata) e gli urlano tre

volte imperator. Ha un valore sacrale, è un urlo potentissimo. Si crea il legame personale strettissimo,

bilaterale ed esclusivo tra il comandante e il suo esercito. Qui c’è il principio giuridico di quelle che saranno

le guerre civili: il legame personale del comandante col proprio esercito.

Il 209 a.C. registra due grandi successi:

 Scipione prende Carthago Nova nel 209 a.C.

 In Italia Flavio Massimo prende Taranto ad Annibale

Per Roma era più vicino il successo di Fabio a Taranto. Ma Livio dice una cosa molto interessante: a Roma la

fama di Scipione cresceva di giorno in giorno, per Fabio, il fatto di aver preso Taranto più con l’inganno con

la forza era tuttavia motivo di gloria. La fama di Flacco tramonta. Livio in una sola frase dice del tramonto

dei Fulvi Flacci (anche se continueranno con i Fulvi Nobiliores) ma la grande vittoria di Fabio Massimo non

lo porta in altissimo, al contrario del 27enne Scipione, è sua la posizione più prestigiosa all’interno dello

stato romano. Michelotto sottolinea l’età perché è impressionante vedere l’immenso potere che ha tra le

mani questo giovane. Non è un caso che dopo la battaglia di Ilipa del 206 a.C. Scipione si presenti alle

elezioni consolari. Si presenta nel 206 per il 205. Nel 205 viene eletto console. Suo collega (e nessuno toglie

dalla testa di Michelotto che l’ha scelto lui stesso) è Licinio Crasso (antenato di quello che morirà nel 53 a.C.

conto i parti). Se l’è scelto lui perché era un pontefice Massimo (a Roma i magistrati erano anche sacerdoti,

per questo non ci fu mai un vero conflitto tra stato e altare, non c’era una vera dicotomia). Nel 205 diventa

console con Licinio Crasso.

Il pontefice Massimo poteva essere eletti console ma non poteva uscire dall’Italia, era uno dei tabù dei

romani. Quindi quando un pontefice massimo diventava console non poteva partecipare al sorteggio delle

170

province , quindi non si faceva. Qui il problema non si pone perché l’unico fronte è quello contro i

cartaginesi e dato che Crasso non può muoversi, ci va Scipione.

Scipione manifesta subito la volontà di andare a far guerra in Africa, il fronte in Spagna è concluso, e

bisogna costringere Annibale a tornare in Africa. La candidatura di Scipione vien subito frustrata da Fabio

Massimo. Vuole evitare che conduca fino in fondo la guerra. Fabio si era già opposto al trionfo di Scipione

dopo la vittoria di Ilipa. Scipione aggira l’ostacolo: chiede come provincia la Sicilia e pone come clausola di

poter condurre la guerra in Africa, se necessaria. Fabio, messo in minoranza, cerca di vendicarsi accusando

un satellite di Scipione: un tal Quinto Pleminio. È un personaggio minore, ma è nella cerchia di Scipione.

Scipione ha come alleati due tribuni che faranno carriera: Minucio Termo e il famoso Acilio Glabrione. In

169 È un onore inferiore al trionfo. [Michelotto]

170 Di solito si estraeva a sorte in quale provincia i consoli dovessero andare a combattere. [Michelotto]

83

qualità di tribuni bocciano tutti i veti imposti a Scipione: può andare in Africa, vincere a Zama e condurre

fino infondo le trattative di pace. Fu l’ultima volta che Scipione riuscì a farlo.

Tutto questo per dire che se è vero che la politica estera si faceva fuori d’Italia, è anche vero che bisognava

avere tutto un appoggio da parte di chi stava in Italia.

I fatti del 202-201 a.C., sono interessantissimi perché si vede come si stia sfilacciando la legalità all’interno

di Roma. I procedimenti con cui vengono effettuati i veti incrociati non appartengono alla costituzione

romana, sono tutte cose illegali. Questo contribuisce all’indebolimento delle istituzioni → che comporta

l’ingigantimento delle personalità dominanti.

211-201 a.C. → gli anni della massima potenza scipionica. Ma anche del tramonto della stella di Fabio

Massimo: è vecchio e muore nel 203 a.C. era il princeps senatus e bisognava designare un successore. Sarà

Scipione l’Africano, nel 201, a soli 35 anni, fino a questo punto è il più giovane nella storia di Roma.

Princeps senatus → una carica onorifica ma non troppo. Il senatore più importante che dava per primo il

suo giudizio.

C’era un tratto popolare nella politica interna di Scipione. Non era amante della plebaglia, però la utilizzava.

Aveva un atteggiamento in qualche modo imperiale: sfruttava i desiderata dei ceti inferiori.

Ex. Dopo la battaglia di Zama propone una legge per far sì che ai suoi soldati vengano concessi due iugeri di

terreno. Erano solo due ettari, ma conta il fatto che inizia a concedere terre.

A differenza della linea di politica estera che è molto chiara, la linea di politica interna di Scipione l’Africano

non è per niente chiara e per niente forte. Soprattutto perché era disinteressato a un piano veramente

riformatore della società romana. Non gli interessa niente della riforma agraria. Livio dice che Scipione fu

uomo memorabile, da ricordarsi più per le sue arti guerresche che per le sue arti della pace.

Parlando di Scipione bisogna ricordare che fu uno dei personaggi più potenzialmente pericolosi per Roma

(sta particolarmente simpatico a Michelotto). MOD. B, LEZIONE 16, 31/03/2016

Rimanendo al metodo prosopografico, vediamo alcune linee della politica della repubblica romana a cavallo

tra il III e II sec a.C. È un’epoca cruciale perché il mondo romano entra in contatto col mondo greco. Il

contatto non è facile, da vari punti di vista: culturali, ideologici. E vedremo le contraddizioni che

nasceranno. L’aspetto più importante di questo impatto è la progressiva modificazione della prassi e della

cultura politica romana.

Esempio. Nell’antica Roma (come in generale nelle civiltà antiche) non esiste il principio politico

dell’emarginazione dell’avversario: spessissimo troviamo coppie consolari formate da due consoli di diverse

fazioni. Non c’è il principio della maggioranza vincitrice e dell’opposizione che le va contro. Il principio

dell’emarginazione dell’avversario non esiste per tutta la repubblica romana. Ci sono però dei momenti in

cui la lotta politica si fa molto dura, fino ad arrivare all’eliminazione fisica dell’avversario o almeno il suo

171

annullamento politico .

In politica interna la costruzione di una carriera politica si è sempre fondata sull’appoggio elettorale di

massimi clienti. L’autorevolezza del capo della gens presso i clienti derivava dal prestigio militare e dalle

vittorie da lui conseguite. Al prestigio militare corrispondeva il prestigio politico. Il prestigio politico di un

personaggio si esplica nei fatti tramite il cursus honorum (cioè le cariche curuli: quelle elettive, le

171 Questo si vede bene nei fatti in cui è coinvolto Scipione l’Africano (lo vedremo tra poco). [Michelotto]

84

magistrature ricoperte). Naturalmente per parlare alla massa dei clienti l’uomo romano doveva essere non

solo un buon militare ma anche un buon oratore. Nella lotta politica entravano in gioco molti fattori, ad

esempio i matrimoni e i funerali. Il massimo per un nobile della terza/quarta generazione era quella di

imparentarsi con la famiglia dei Fabii e degli Scipioni. I funerali erano un’occasione di esaltazione della

tradizione gentilizia: tutti i membri della gens (compresi i clienti) partecipavano ai funerali, dove c’erano

172

anche le imagines maiorum . Quindi il funerale diventava una sorta di grande sfilata dei personaggi

importanti della gens. Queste erano le cose e i valori che contavano.

Quando ci si sfidava sul piano politico ci si sfidava anche dal punto di vista personale e famigliare. Questo

c’è ancora, ma subentrano nuovi valori. Ad esempio lo stesso mos maiorum (cioè la tradizione politico-

culturale degli antenati) rimane un valore indiscusso, ma si riempie di nuovi significati.

Tra le epigrafi più arcaiche della Roma repubblicana c’è il cosiddetto sarcofago degli Scipioni, costruito per

Scipione Barbato (aveva combattuto nelle guerre sannitiche), di un’epoca anteriore a quella di Scipione

l’Africano. Il suo sarcofago reca un’iscrizione interessantissima: si rivolge al viandante (immaginato come

romano) che osserva la tomba. C’è il nome del defunto, il cursus honorum e le res gestae (le sue imprese).

Scipione Barbato viene definito vir fortis, valido come comandante, la dote cardinale del vir romanus è il

valore militare, la virtus. Ma di quest’uomo si dice anche che la sua bellezza (forma) è del tutto pari alla sua

virtus. Siamo nel III secolo, soltanto 30 anni prima (cioè alla fine del IV secolo) nessuno avrebbe mai detto

una cosa del genere. Questo significa e testimonia che sta arrivando dal mondo greco (anche per

mediazione etrusca ma non solo) un nuovo complesso di valori. Nella fattispecie il valore/ideale greco della

173

kalòs kai agathòs (della kalokagathìa ). Se questo valore passa nella mentalità romana, motivi di prestigio

di un uomo aumentano.

A Roma si faceva così la politica: si colpiva l’avversario laddove manifestava delle falle rispetto ai valori

174

tradizionali, tra cui iniziano a rientrare i valori greci . Mentre si diffondono questi nuovi ideali cambia il

modo di fare politica, cioè di colpire l’avversario.

Ad esempio i romani, fin dalla fondazione della repubblica avevano il terrore che il singolo personaggio

potesse porsi come uomo solo al comando, allora presero varie precauzioni: ex. Magistrature collegiali, non

lo è solo la dittatura, che è una magistratura straordinaria, ma ne limitarono il vigore a soli sei mesi.

Avevano il terrore che qualcuno potesse imporsi come rex, come unico signore al potere nello stato. Per

questo si preferiva non dare mai la stessa carica (fin dalle epoche più antiche) al medesimo personaggio in

più anni di fila.

Per questo si tendeva a non ricorrere al sistema delle proroghe. Ma le proroghe si resero necessarie da

quando, nel 241 a.C. iniziano ad esistere le province. Perché teoricamente la provincia è governata dal

magistrato in carica, ma siccome iniziano ad essere tante, vengono governate da un proconsole o da un

propretore. Il principio della proroga inizialmente serve per governare le province, ma viene poi applicato

ad altre situazioni, in particolare ai comandi militari. Finché le guerre erano combattute in Italia avevano un

carattere stagionale. La guerra iniziava in primavera e finiva in autunno. Ma quando le guerre iniziano a

diventare transmarine e a richiedere quindi lunghi spostamenti, e soprattutto quando iniziano a diventare

172 Imagines maiorum → immagini di cera prese sul calco del viso dei defunti. Venivano deposte nei loculi dell’atrium

delle case nobiliari. Questi calchi simboleggiavano la partecipazione di tutta la gens presente e passata al funerale di

un membro della gens. Recavano il nome della persona del calco, e la sua carriera politica. [Michelotto]

173 Kalokagathìa → ideale di perfezione umana secondo i Greci antichi. Sostantivizzazione di una coppia d'aggettivi

indicanti l'armonioso sviluppo della persona: kalòs kai agathòs "bello e buono"→ valoroso in guerra, e in possesso di

tutte le virtù. Unità di bellezza e valore morale, principio che coinvolge la sfera estetica ed etica (ciò che è bello deve

necessariamente essere buono e viceversa; e ciò che è interiormente cattivo sarà anche brutto fuori). Ha influenzato

la produzione artistica. Il concetto fu poi importato a Roma. Achille ne è l’incarnazione ideale; Tersite il contrario (un

soldato semplice nell'Iliade, esorta ad abbandonare la guerra). 1° elaborazione filosofica di Platone. [Wikipedia]

174 Nella seconda parte delle lezioni vediamo quanto entrano questi valori greci. [Michelotto]

85

guerre contro i grandi stati ellenistici, l’esercito romano è impegnato per anni al di là del mare; e saggezza

vuole che il comando militare venga prorogato, e cioè che vada un console che al termine del suo mandato

consolare rimanga a combattere, per dare continuità al comando. La guerra contro grandi potenze richiede

un’unità e continuità di comando, e si può ottenere solo prorogando l’imperium.

Ovviamente queste proroghe davano ai magistrati un enorme potere militare. Durante queste lunghe

guerre si creava un legame personale tra i soldati e il loro comandante.

È stato eclatante il caso di Scipione in Spagna. Nel 201 a.C. ci fu un momento in cui Scipione avrebbe potuto

marciare su Roma e tentare il colpo di stato. Non lo fece perché fu sempre fedele al mos maiorum, e la

175

tradizione degli antenati prevedeva il rifiuto della figura del re. Dopo la battaglia di Baecula in Spagna

riceve l’omaggio dei capi indigeni e delle popolazioni ispaniche e, stando a quello che dice Livio (la

tradizione però è scipionica), questi sfilarono davanti a lui e dicendo una parola che Scipione non afferrava,

fino a quando non capisce che lo stanno chiamando re. Scipione si oppone e si fa chiamare imperator, cioè

“comandante in campo vittorioso per volontà divina”, quindi vittorioso per un hic et nunc, in un dato

momento, non in maniera continuata.

Quando un personaggio arrivava a questi successi (come Scipione l’Africano e Flaminino) suscitava molte

invidie a Roma, dove i personaggi più influenti cercavano di limitarne la potenza. Questi piani si attuavano

creando alleanze politiche tra gentes che avevano come unico punto di contatto l’odio contro la gens

predominante (come sempre non c’è programma politico). e

Facciamo l’esempio di Flaminino che va a combattere nel 197 a.C. la 2° guerra macedonica, a Cinocefale

stipula con Filippo V la pace di Tempe. Oppure il caso di Scipione che nel 202 a.C. sconfigge Annibale a

176

Zama. Lo stesso Scipione sarà l’artefice della vittoria romana contro Antioco III: battaglia di Magnesia nel

177

190 a.C., seguita dalla pace di Apamea .

Questi grandi generali (erano magistrati), dopo aver sconfitto i nemici, piccoli o grandi che fossero,

dettavano le condizioni di pace. Qualche volta le condizioni di pace venivano ritenute troppo dure dai

nemici, e si riprendeva la guerra. In questo caso il comandante richiedeva una proroga dell’imperium per

poter portare a termine la guerra (è quello che fa Scipione in Africa). I nemici politici della personalità

dominante a questo punto cercano di togliergli l’imperium per non fargli concludere le operazioni militari e

non fargli avere tutti i diritti della vittoria. Si tende cioè a impedire la proroga del comando della personalità

dominante.

Oppure una volta sconfitti i nemici si cerca di impedire il dettato della pace. La pace non seguiva

immediatamente l’ultima campagna campale, spesso passava un anno e il console vincitore doveva tornare

a casa, e l’opposizione cercavano di mandare altri a concludere la pace. Questo perché l’accettazione da

parte del senato delle condizioni di pace dettate dal generale vittorioso era un grandissimo onore. I modi

con cui si può togliere l’onore del dettato della pace sono molti. Ad esempio sminuire la battaglia

combattuta: si diceva che non era il caso di concedere il trionfo. Il trionfo non era solo un grandissimo

onore politico-militare: nella cerimonia del trionfo il generale vittorioso era perequato a una divinità.

Durante la sfilata del trionfo l’esercito in armi poteva entrare nel pomerium di Roma fino al Campidoglio, e

vedeva come momento principale il passaggio attraverso le vie di Roma del comandante vittorioso vestito

175 La battaglia di Baecula segnò la 1° vittoria in battaglia campale di Scipione l'Africano, che dopo la morte dello zio

Gneo e del padre Publio nelle battaglie del Baetis superiore, aveva preso il comando in Spagna durante la 2° guerra

punica. Dopo aver sconfitto Magone con la presa di Carthago Nova, Scipione sconfisse pesantemente Asdrubale, e lo

costrinse a uscire dalla Spagna e a cercare di portare le sue truppe in Italia in aiuto del fratello Annibale. [Wikipedia]

176 Battaglia di Magnesia → 190 a.C., segnò la decisiva vittoria nella guerra contro Antioco III re di Siria. Condotta da

Scipione l'Africano, legato del fratello, il console Lucio. Alleato di Roma, il re Eumene di Pergamo. [Sapere.it]

177 La pace di Apamea → trattato di pace del 188 a.C., in Frigia, tra la Roma e Antioco III, sovrano seleucide.

[Wikipedia] 86

con la toga di porpora (la toga picta → interamente di porpora. Prerogativa della divinità), e con la corona

d’alloro in testa. Secondo la tradizione nel cocchio vicino a lui c’era uno schiavo che gli sussurrava:

«Ricordati di essere mortale», si usava questo espediente per evitare che si montassero la testa. Arrivato al

Campidoglio, al tempio di Giove Capitolino deponeva questi simboli, che in qualche modo accomunavano

l’uomo alla divinità: cioè deponeva la toga picta e l’alloro e tornava ad essere un uomo normale (privatus).

Esistevano degli elenchi: come esistevano i fasti consolari (gli elenchi dei consoli) esistevano i fasti

triunfales (elenchi dei trionfatori). Un trionfo voleva dire essere ricordati per sempre nella storia di Roma.

Nella lotta politica giocava anche la consapevolezza che le vittorie militari ottenute dai generali erano

ottenuti contro grandi re (e non comandati militari con cariche magistratuali). Re quali: Filippo V (aveva il

controllo della penisola balcanica), Antioco III (il cui regno andava dall’Egeo al fiume Indo). Il magistrato

romano si trovava nella situazione particolare (e abbastanza paradossale) di aver sconfitto un re così

potente con un potere limitato nel tempo. Di fatto aveva un potere immenso, ma nominalmente limitato.

Questo è il paradosso che caratterizza il potere delle personalità dominanti. Un potere di fatto immenso,

rispetto al potere di principio che aveva (che non era illimitato nel tempo e nello spazio). Questi personaggi

tornavano dalle guerre in oriente carichi di bottini. Le ricchezze che arrivavano a Roma e bene o male

venivano redistribuite al popolo (anche sotto forma di costruzioni pubbliche come le terme, o teatri).

Questo creava un fortissimo ascendente della personalità dominante sulle masse della plebe urbana. Le

masse della plebe urbana si schieravano dalle parti di questi grandi signori della guerra che bene o male

arricchivano tutta la comunità.

Cambiamenti vi erano anche sul piano più generale dei rapporti tra Roma e le popolazioni straniere.

All’inizio abbiamo visto in un breve excursus che Roma aveva un sistema federale con cui creò e tenne

insieme la sua potenza, ricorrendo al sistema delle Leghe (ex. Lega Latina). Infatti fino al 338 a.C. tutta la

politica estera era regolata sul sistema della Lega, un sistema federale. Questo sistema poi, soprattutto

178

dopo la battaglia di Trifano e dopo la 1° guerra punica viene sostituita da un sistema annessionistico. I

territori vengono annessi e diventano province.

Anche nei confronti delle grandi potenze (a partire cioè dall’inizio del III sec d.C.) Roma inizialmente ricorre

a un sistema simile a quello federale: sconfigge il re di una grande potenza e, se questo accetta le

condizioni di pace romane, lo lascia continuare a governare all’interno del suo regno. Condizioni di pace,

cioè: disarmarsi, indennità di guerra, fides.

Questa politica che possiamo assimilare alla politica federale è quella che a Roma prevale fino al primo

quarto del II sec a.C. In seguito Roma preferirà il sistema dell’annessione della provincia, anche nei

confronti dei grandi regni orientali.

È come se dal sistema federale a quello annessionistico ci fosse un passaggio inevitabile, prima su piccola

scala e poi su grande scala. Su scala italica prima di Pirro, dopo Pirro prevale in Italia una politica

annessionistica. Così adesso nel III-II sec prima c’è la politica federale nei confronti dei grandi stati

dell’oriente ellenistico, poi c’è una maggiore incidenza del modello annessionistico.

Queste cose sono importanti perché venivano discusse in senato. Naturalmente c’era anche una tendenza

favorevole ai rapporti clientelari (potremmo definirli rapporti federali), incarnata ad esempio da: Tito

Quinzio Flaminino con la Macedonia, da Scipione l’Africano con l’Africa. E con la Siria di Antioco III.

178 Battaglia di Trifàno (339 a.C.), alla fine della 1° guerra sannitica. Combattuta dai romani (il console Tito Manlio

Torquato) contro i popoli latini della Lega Latina. Dopo la loro vittoria, Roma dichiarò decaduto il foedus Cassianum e

sciolse la Lega latina. In questo modo vennero risistemati i rapporti con le città latine sconfitte. [Wikipedia]

87

Più tardi prevarrà tendenza annessionistica, quando a metà del II secolo la Cartagine si ribellerà

all’egemonia romana, i romani interverranno in modo spietato: distruggendo e annettendo. Si passerà al

modello annessionistico. Il principale artefice del modello annessionistico è Scipione l’Emiliano.

Prima di andare avanti a raccontare più dettagliatamente le vicende della politica interna romana,

Michelotto vorrebbe dire ancora due cose per indicare come i tempi stiano modificando gli istituti romani.

Tutta questa situazione che ci sta raccontando è interessantissima perché vediamo come stanno mutando

le istituzioni romane.

Per esempio l’assegnazione delle province. La prassi politica romana prevede l’applicazione del principio

del sorteggio nell’assegnazione delle province. Facciamo un esempio banale. Roma è impegnata nell’Italia

settentrionale contro gli Insubri (198-197 a.C.) ed è impegnata in Macedonia contro Filippo V. Due fronti:

Italia e Macedonia. E vengono create le due province (in senso etimologico, incarico) di far guerra contro i

Galli e i macedoni. Si estrae a sorte il nome del console che andrà a combattere. Questo sistema era

sicuramente più democratico ma presentava degli svantaggi. Ad esempio quando scoppia la 2° guerra

macedonica (fortemente voluta dai filelleni), per fortuna viene estratto il nome di Flaminino, perché era il

sostenitore di una guerra molto oculata contro uno stato potente come la Macedonia. Il sorteggio non

andava sempre bene e a volte venivano frustrate delle ambizioni. Entrambi i consoli volevano il fronte più

vantaggioso per avere la possibilità del trionfo. Ma a partire dalla fine del III secolo a.C. sempre più

frequentemente si afferma il principio dell’assegnazione di una provincia extra sortem. Succede quando

viene affidato agli Scipioni il comando della guerra in oriente. In sostanza i romani volevano mandare

l’Africano a combattere contro Antioco III.

Anche lui voleva avere questo incarico, ma non poteva esprimersi in prima persona, poteva esprimere solo

una preferenza. Allora qual è il sistema giuridico (ammesso che di giuridico c’era ben poco nella rinuncia al

sorteggio) attraverso cui arrivare a questo fine? Il grande capo gentilizio agisce attraverso i tribuni della

plebe. Il ruolo dei tribuni della plebe è fondamentale nella gestione della politica interna a partire dalla fine

179 180 181

del III sec. I due tribuni Minùcio Tèrmo e Acilio Glabrione , appartenenti al gruppo scipionico,

riescono ad ottenere che Scipione conduca a termine sia la 2° guerra punica che le trattative di pace,

facendogli avere anche il trionfo: Scipione ottiene il massimo.

Bisogna inquadrare il momento politico romano, Michelotto usa il sistema prosopografico. Come abbiamo

visto nella volta scorsa, nel 203 a.C., alla morte di Fabio Massimo, il giovanissimo Scipione l’Africano diventa

princeps senatus.

A partire da questa data si nota un sempre maggiore avvicinamento tra i gruppi dell’opposizione anti

scipionica. I due gruppi principali contrari agli Scipioni che si alleano sono quelli dei Servilii e Claudii, che

riescono a vincere le elezioni consolari per l’anno dopo. È notevole che questi vincano mentre Scipione sta

sconfiggendo definitivamente Cartagine, da lì a poco occuperà la città di Cirta (cuore dell’Africa

cartaginese). Scipione, dopo aver sconfitto Annibale nella battaglia dei Campi Magni, chiede di poter

discutere i termini della pace. Scipione manda a Roma le condizioni di pace da lui proposte ai cartaginesi,

affinché il senato le ratifichi. Le condizioni di pace di Scipione sono molto miti.

179 Il nome dei tribuni è interessante: Minucio Termo e Acilio Glabrione. 10 anni dopo saranno consoli. Termo

combatterà contro i liguri, Glabrione in Grecia contro Antioco III (battaglia delle Termopili, 191 a.C.). [Michelotto]

180 Minùcio Tèrmo, Quinto (Q. Minucius Thermus). Pretore nel 196 a. C. → vinse in Spagna e ottenne il trionfo; console

nel 193 → soffocò una ribellione dei Liguri, ma gli fu negato il trionfo (per Catone). Morì nel 188 fronteggiando i Traci.

181 Acilio Glabrione, Manio (M'. Acilius Glabrio). Uomo politico della famiglia plebea degli Acili (homo novus). Tribuno

della plebe (201), edile, pretore e console (191). Condusse la guerra contro Antioco III re di Siria, e lo vinse alle

Termopili. L’anno dopo celebrò il trionfo. Si candidò (190) alla censura, ma fu accusato di peculato da Catone e fu

costretto a ritirarsi, e fece fallire anche quella di Catone. [Treccani]

88

I nemici di Scipione cercano di avere il comando della guerra, per poterla condurre a termine. I Servilii

chiedono di poter continuare la guerra perché l’anno dopo sono loro ad avere il consolato. Quindi chiedono

di poter andare in Africa a condurre la guerra. Scipione non lascia l’Africa, anche se sa che sta per arrivare il

nuovo console, un Servilio. Il console Servilio si dirige in Sicilia pronto a sbarcare in Africa. C’è quindi il

rischio che si scontrino i due fronti amici in terreno nemico. Dalla situazione non si può uscire se non con

una battaglia fratricida o con una mediazione. Per la fortuna di Roma viene scelta la seconda soluzione.

Il senato nomina un dittatore, per fargli mettere d’accordo le due parti. È un uomo di Scipione: Quinto

Cecilio Metello (di una grande famiglia nemica dei Marcelli). Con un procedimento completamente illegale,

fa sì che i tribuni della plebe convochino il concilium plebis e che gli chiedano al concilio, e quindi al popolo

di Roma, chi debba concludere l’ultima fase della guerra in Africa. Il magistrato in carica, che è un Servilio e

vuole andare in Africa, non può farlo, perché i tribuni della plebe si rivolgono direttamente al popolo. Il

popolo risponde Scipione.

Il più grande magistrato in carica è stato delegittimato da un’assemblea popolare in cui non c’è discussione.

Grazie alla decisione popolare Scipione rimane in Africa, vince la battaglia di Zama e detta le condizioni di

pace. In sostanza, grazie a una serie di illegalità Scipione riesce ad avere la carica fino al completamento

della campagna in Africa.

Da notare che nel 201 a.C. c’è un tentativo in senato di togliere almeno le condizioni di pace a Scipione: il

senato rimanda l’approvazione finale del dettato della pace di Scipione. Ne approfitta Cornelio Lentulo (un

nemico e un suo parente), che chiede di far tornare in Italia Scipione l’Africano. I tribuni della plebe ancora

una volta intervengono e mettono a tacere la richiesta di Cornelio Lentulo, anche se era legittima. Scipione,

dal punto di vista legale non aveva più il ragione di rimanere in Africa, questa continua proroga del suo

comando militare era assolutamente illegale. 182

In questo modo si è quindi risolto il problema della guerra in Africa, con il trionfo di Scipione . Tuttavia è

un trionfo che segna una crepa profonda nella legalità repubblicana.

Il problema grosso che si pone ora è quello della Macedonia. I 5 anni (201-196 a.C.) sono dominati da due

problemi di politica estera: i Galli dell’Italia settentrionale (Galli Boi e Insubri) e dai rapporti con Filippo V di

Macedonia.

Scipione l’Africano, dopo essere diventato princeps senatus (quello che aveva il diritto a parlare per primo

183

in senato), ottiene anche la censura. Era un potere enorme, una potestas immensa . La censura di

Scipione fu molto blanda, non ne approfittò, anche se avrebbe potuto farlo. Ad esempio i censori (in questo

periodo soprattutto) avevano il potere di escludere dal senato coloro che si rendevano indegni. Scipione si

guardò bene dall’usare la censura come strumento politico. C’è una frase di Livio che è profondamente

vera: «Scipione fu un uomo degno di memoria però più nelle imprese di guerra che in quelle di pace». Cioè

era un uomo da politica estera e non interna. Ed è per questo che non fu mai artefice di un programma

autenticamente riformatore, distribuisce un po’ di terra ai suoi soldati (due iugeri di terra, cioè mezzo

ettaro). Scipione voleva ricreare lo spirito dell’antico contadino romano. Non è mai a capo di iniziative per i

piccoli o grandi proprietari, è come se non avesse una politica interna. Anche nei confronti della plebe

urbana aveva un atteggiamento molto particolare. Era un vero leader, un dominatore, ma non aveva a

182 In questo momento Scipione ha abbastanza potenza militare e politica da potersi impadronire del potere, ma non

sa uscire dal mos maiorum. La storia repubblicana è piena di questi esempi. Un uomo che poteva ottenere il potere

personale assoluto a Roma nel I sec a.C. e non lo volle/seppe ottenere fu Pompeo; Cesare lo fece. [Michelotto]

183 Come vedremo tra poco, di questo potere Catone approfitterà per indebolire i propri nemici politici. [Michelotto]

89

cuore i bisogni della plebe urbana, il suo atteggiamento è di tipo cesaristico (paternalistico), non è di tipo

184

davvero clientelare nei confronti della plebe urbana .

Personaggio nuovo alla svolta del secolo è Tito Quinzio Flaminino (della famiglia dei Quinzi). Flaminino ha

un fratello meno intelligente, Lucio (che gli procurerà dei guai). Entrambi fecero una carriera brillante

politica e miravano al consolato. Dal punto di vista della carriera Tito Quinzio Flaminino ha una cosa in

185

comune con l’Africano . Flaminino aveva rivestito solo la questura, non aveva mai avuto la pretura. Anche

qui abbiamo un grande salto nella carriera, che rappresenta uno strappo alla legalità repubblicana. Ha

un’altra cosa in comune con Scipione l’Africano: è profondamente rispettoso e innamorato (Scipione era

moderato, Flaminino era entusiasta) del mondo greco. Dopo aver sconfitto Filippo V di Macedonia gli

chiede di liberare la Grecia dal giogo di quella che formalmente era un’alleanza ma di fatto era

un’egemonia (dai tempi della battaglia di Apamea, di Filippo II).

Sia Flaminino che Scipione credevano dell’opportunità che Roma intervenisse in oriente, ma senza

impegnarsi in occupazioni territoriali. Flaminino ad esempio pensava che si dovesse portare guerra a Filippo

V per farlo diventare cliente di Roma (cioè cliente dello stesso Flaminino). Scipione andava un po’ più in là,

non molto. Era per interventi che consentissero sì a Roma di acquisire dei clienti in oriente, ma vedeva

nell’intervento in oriente anche la possibilità di accrescere l’egemonia imperiale di Roma, senza annettere

gli stati dell’oriente ellenistico. Però questi re diventavano clienti e Roma estendeva la propria egemonia.

Così che, ad esempio in caso di necessità Roma avrebbe potuto usare i territori di questi regni clienti come

basi per le operazioni militari. L’interventismo di Scipione era più concreto, ma era pur sempre un

intervento che aveva come principio supremo quello di lasciare liberi gli stati che venivano sconfitti.

Questo modo di concepire la politica estera lasciava molto perplessi i veri tradizionalisti, contrari agli

interventi in oriente. Questi ritenevano che tutti i guai venissero dalla cultura greca. Questo anti ellenismo

186

è sempre stato condensato nella figura di Catone il Censore .

L’inizio del II secolo è caratterizzato dalla vittoria di Flaminino contro Filippo V e dal grandioso evento della

liberazione formale dei greci (che da sottoposti ai macedoni riacquistano la libertà). I greci erano

organizzati politicamente in Leghe (sempre in contrasto tra loro) che subivano pesantemente il cappello

della Macedonia. Quando i romani chiedono a Filippo V di non intervenire più nella politica della greche, le

Leghe greche si ringalluzziscono, specialmente la Lega Etolica, che era geograficamente la più vicina al

regno di Macedonia, era quindi la Lega che aveva ottenuto i maggiori privilegi dalla sconfitta di Filippo V.

Per tutta la Grecia non si fa altro che parlare di libertà. E siccome i romani sono ancora l’esercito occupante,

184 In questo senso aveva molta più incidenza la politica catoniana nei confronti della plebe urbana che quella

scipioniana. Il retrivo Catone riusciva a rispondere ai bisogni della plebe urbana molto più dell’Africano. [Michelotto]

185 L’Africano diventa console e prima ancora riesce ad avere l’imperium senza aver ricoperto nessuna magistratura,

mentre la prassi prevedeva che si cominciasse la carriera politica ricoprendo le magistrature inferiori (questura, edilità

curule, pretura, consolato). Lui invece passò da zero all’imperium in Spagna e al consolato. [Michelotto]

186 In realtà Catone era un uomo coltissimo. In Grecia parla in latino agli ateniesi (conoscono solo il greco e non

vogliono imparare altre lingue) → atteggiamento di grande forza politica. Entro certi limiti Catone apprezzava la

cultura greca. Era un uomo di umili origini, era di Tusculum, come il suo protettore Valerio Flacco. Aveva attraversato

tutte le lunghe tappe di una faticosa carriera politica, come tutti gli homines novi. E come tutti coloro che

desideravano affermarsi per primi nella loro famiglia, doveva rendersi visibile → assumeva atteggiamenti

volontariamente eccessivi. Era abilissimo a cogliere le situazioni di disagio, frequentissime all’interno della società

romana, come ad esempio il rapporto tra i ceti meno abbiente e i pubblicani. Aveva bisogno di ingraziarsi i senatori ma

anche di un consenso popolare. Si presenta come un feroce antifemminista, in parte autentico e in parte costruito.

Così come era davvero antiellenico su certe cose, su altre come atteggiamento. Le sue campagne contro l’usura gli

diedero un grande favore popolare. Non va dimenticato che Catone nel 198-99 andò come pretore in Sardegna e da lì

tornò con un uomo impregnato di cultura italica, greca e latina: il poeta Ennio. Questo si vantava di avere tria corda

(tre cuori): latino → sapeva parlarne la lingua, greco → veniva dalla magna Grecia e osco/italico/sannitico. Era

vicinissimo al pitagorismo → una filosofia squisitamente greca. Se fosse stato così fortemente misellenico non avrebbe

mai portato a Roma un uomo come Ennio, che fu la fortuna della cultura romana del secolo. [Michelotto]

90

si forma uno strato di sentimento antiromano nella popolazione greca (i romani ci hanno dato la libertà, ma

quando se ne vanno?). Flaminino in realtà voleva affrettare l’evacuazione dell’esercito dalla Grecia, ma i

romani dovettero stare lì più del previsto, perché si era profilato il pericolo Antioco III. La parte occidentale

del suo regno (cioè la penisola anatolica) confinava con la Grecia. Antioco III cerca di stimolare sentimenti

antiromani nelle Leghe greche (in particolare nella Lega Etolica). Si presenta volutamente come liberatore

dei greci, dicendo questo: guardate che i romani vi hanno concesso la libertà parole, ma di fatto siete

soggetti alla loro egemonia (e non era vero), se volete un vero liberatore prendete me, sono un

discendente di Seleuco I, erede di Alessandro Magno, e quindi greco. Come greco posso darvi la libertà, i

roani sono stranieri che non hanno nessun interesse e voglia di darvi la libertà.

Si crea questo sentimento antiromano. I romani sono molto perplessi, non sanno se andarsene o no dalla

Grecia. Alla fine prevale Flaminino, con lui c’è la parte più reazionaria del senato che vuole disimpegnarsi in

oriente. Non è paradossale se ci facciamo caso. In senato le due fazioni, la più filellenica e la più antiellenica

si trovano d’accordo nell’evacuazione dei romani dall’oriente. Gli uni perché credevano di aver compiuto

una gran missione, avevano liberato la Grecia e dovevano lasciarla libera; gli altri perché temevano che la

presenza dei romani in Grecia finisse per debosciare gli eserciti e contaminare la cultura romana.

Infatti Catone fa un discorso, di cui è conservata solo una frase: i romani devono andarsene dalla

Macedonia perché la non poteva essere occupata (e aveva ragione).

Mentre avviene l’evacuazione ella Grecia, Scipione l’Africano ottiene il consolato, 11 anni dopo il suo primo

consolato (questo è il suo secondo consolato). Quindi Scipione l’Africano rimane perfettamente nella

legalità, passano 11 anni tra i due consolati. Nel lasso di tempo tra i due consolati lascia che l’altro console e

suo cugino vadano a combattere. Nel frattempo Scipione lui fonda colonie nell’Italia meridionale invia

coloni nei centri già esistenti (probabilmente suoi soldati) a Salerno, Crotone, Voluturum, Liternum (dove

morirà). Questa attività coloniaria sembra indicare che Scipione l’Africano tentasse uno sbarco nell’Italia

meridionale.

Per ironia della sorte durante il consolato di Scipione ottengano il trionfo sia Flaminino che Catone. Catone

che era stato a combattere in Spagna, non aveva ottenuto grandi successi però era stato abilissimo a

procurarsi del bottino da distribuire alla plebe urbana. MOD. B, LEZIONE 17, 01/04/2016

Ieri Michelotto ha parlato della figura di Catone e della sua ascesa politica, legata inizialmente alla

personalità importantissima e alla politica di Valerio Flacco, all’interno di quella fazione conservatrice che

era fortemente ostile a qualsiasi apporto culturale proveniente dall’esterno, non soltanto dal mondo greco.

Uno dei rimproveri che Catone faceva a Scipione l’Africano era quello di essere incline ad accettare la

cultura greca, lo accusava di vivere alla greca.

Nel 205 a.C. Scipione l’Africano venne eletto console e gli fu affidata la Sicilia, con la possibilità di recarsi in

Africa per concludere la guerra contro Annibale. Nel 204 a.C. Catone fu questore di Scipione in Africa, in

quella occasione osservò con preoccupazione l’inclinazione di Scipione.

L’atteggiamento ultra-conservatore di Catone non gli impedì di scoprire il talento del poeta Ennio, che era

nato in magna Grecia e quindi era apertissimo alla cultura greca.

La lotta di Catone contro Scipione fu per la conservazione di ideali propri della tradizione culturale romana.

Catone incarnava la tradizione romana che non doveva mutare; Scipione si mostrava possibilista.

Sul piano politico: 91

 Scipione l’Africano era da politica estera, da battaglia

 Catone era da politica interna

Sul piano politico tra i due c’era una sorta di incoerenza (lo vedremo): Scipione l’Africano era un uomo da

politica estera, in particolare da battaglia. Catone era attentissimo alla politica interna e fu sempre un

mediocre governatore. Quando andò come propretore in provincia non fece nulla di memorabile se non

perseguire pubblicani e usurai, in nome della conservazione. Incide profondamente nella vita politica

interna. Quando l’abbraccio della cultura greca fu mortale per la cultura romana (lo vedremo), Catone riuscì

a mediare tra la nuova cultura e la tradizione romana. Cioè fece nella vita politica interna, quello che fece

Scipione nella gestione delle cariche. Anche Scipione non uscì mai dalla tradizione → era consapevole della

propria funzione provvidenziale nella vita dello stato, ma non osò mai varcare il limite della legalità. Catone

era totalmente immerso nella legalità repubblicana, che secondo lui doveva essere un valore inalienabile.

Nel primo decennio del II sec, è fondamentale la guerra contro Filippo V di Macedonia: battaglia di

Cinocefale e pace di Tebe. Dopodiché ci fu un lungo dibattito sul restare o andarsene dalla Grecia. Prevarrà

la linea di Flaminino, stranamente sposata anche dai conservatori come Catone. Non voleva che gli eserciti

romani stazionassero stabilmente in Grecia. Flaminino e Catone uniti prevalsero ed ottennero l’evacuazione

e gli eserciti romani, che ritornarono in Italia.

Nel frattempo si ripresenta il problema di Cartagine. Cartagine era stata vinta da Scipione ed era stata

provata da una forte indennità di guerra, senza però esserne prostrata. Lo stesso Annibale poté tornare a

partecipare alla vita politica, divenne uno dei due magistrati più importanti di Cartagine nel 146 a.C., l’anno

della pace di Tebe in Macedonia. Annibale è ambizioso e antiromano, vuole il riscatto di Cartagine.

Annibale si sente vicino ad Antioco III, quando si proclama nuovo liberatore della Grecia. Scipione capisce

che si sta creando un asse tra Cartagine e il regno di Siria (Annibale e il Antioco III). È un pericolo potenziale.

Ci si chiede spesso perché Scipione abbia ottenuto il secondo consolato nel 194 a.C. Perché in questi anni la

notizia che venti di guerra soffiano dal regno di Siria e forse anche da Cartagine, ripropone in primo piano la

figura di Scipione. Scipione è ritenuto l’unico che può battere nemici come Annibale, Cartagine, Antioco III.

Viene eletto console con Sempronio Longo, figlio del Sempronio Longo collega del padre di Scipione nel 218

a.C. durante la battaglia del Ticino e del Trebbia. Questi accoppiamenti che ritornano stanno ad indicare

alleanze politiche. Evidentemente i Semproni Longi e gli Scipioni erano politicamente vicini.

Come ha detto ieri, Scipione nel corso del suo consolato fondò delle colonie nell’Italia meridionale: è un 187

segnale, forse si aspettavano un attacco dal mare, da Cartagine. Di fronte al profilarsi del pericolo siriaco

(Antioco III) i romani mandano degli ambasciatori a sentire l’aria che tira. Tirano venti di guerra, le fonti

danno una notizia che fa meditare: nel 193 a.C. perfino Scipione l’Africano fece un breve viaggio in Asia.

188 189 190

Notizia riportata dall’autore bizantino Zonara , un epitomatore di Cassio Dione . Potrebbe essere una

fonte non attendibile, ma è confermata da un’iscrizione. Quindi pare davvero che Scipione sia andato in

Asia verso la fine degli anni 90 del II secolo, per vedere lui stesso che aria tira.

187 Dice Siria, ma parla del Regno dei Seleucidi. Era un regno estesissimo, dall’Egeo all’Indo. Comprendeva l’odierna

Tunisia, Asia minore, Siria, Iraq, Iran (a est dell’Iran c’è l’odierno Afghanistan). L’estensione territoriale in questo

impero è impressionante. Sotto Antioco III la parte orientale dell’impero era già stata isolata dalla discesa dei parti

nell’altopiano iranico, ma è sempre un regno gigantesco che andava dall’Egeo fino all’odierno Iran. Si chiama Siriaco

perché uno dei centri di questo regno era Antiochia, che si trovava in Siria (oggi invece è in Turchia). [Michelotto]

188 Giovanni Zonara → cronista bizantino e teologo, Costantinopoli nel XII sec. Opera più importante: il compendio

Epitome delle storie. Compilata utilizzando diversi autori greci, con il testo originale. Per la storia romana seguì Cassio

Dione. È importante perché permette di conoscere una parte della storiografia di Roma altrimenti ignota. [Wikipedia]

189 Epìtome (dal greco: composto dalla prep. epì, "sopra", e dal sostantivo tomè, "taglio") → compendio, ciò che resta

di un'opera estesa, una volta eliminate le parti ritenute di minore importanza. La necessità di un'epitome si sviluppò

nel mondo antico in presenza di opere importanti, ma particolarmente lunghe. [Wikipedia]

190 Cassio Dione (Nicea, 155 – 235 d.C.) è stato uno storico e senatore romano di lingua greca. [Wikipedia]

92 191

Nel 192 a.C., dopo il ritorno a Roma delle ambascerie, vengono eletti consoli: Lucio Quinzio Flaminino

192 193

(fratello del grande Tito , che aveva sconfitto Filippo V) e Gneo Domizio Enobarbo .

Lucio Quinzio Flaminino era un personaggio noto universalmente per il suo squallore. Un esempio su tutti:

quando combatteva nel nord Italia riceve la visita di un principe (probamente insubre), per le leggi romane

deve essere accolto come un capo. Lucio Quinzio Flaminino viaggiava col suo amasio, secondo le fonti gli

chiede se aveva mai visto morire un gallo, al suo no avrebbe ucciso il principe gallico mentre si stava

allontanando. Per questo durante la sua censura Catone radierà Lucio Quinzio Flaminino dal senato,

pronunciando una bellissima orazione in cui distingue la filia dall’eros. Tito Quinzio Flaminino cercherà di

colpire Catone: lo mette sotto inchiesta per l’operato in Sardegna, ma Catone riuscì a eludere il processo.

Quindi Lucio Quinzio Flaminino era il personaggio meno adatto a trattare con l’oriente. Ma viene scelto

come console a Roma mentre si parla di guerra contro l’oriente perché i Flaminini danno ai romani l’idea

della non violenza. Tito aveva colpito Filippo V e poi si era allontanato, non amava far guerra contro i greci.

A Roma c’era una forte componente contraria alla guerra in oriente, e questa avversione veniva

incarnata dai Flaminini, per questo viene scelto Lucio, secondo Michelotto.

In questo momento si profila un nuovo pericolo per Rom: il pericolo della Lega Etolica, entusiasta di essere

libera dall’oppressione macedone. Le leghe vivevano un clima euforico. Addirittura gli etoli dopo aver

aderito ai proclami di Antioco III, che diceva di essere il vero liberatore dalla Grecia (è di ascendenza

macedone), fanno da mediatori tra due immensi colossi della politica internazionale, come Roma e la Siria

di Antioco III. Non solo, si fanno promotori di un’alleanza che in qualche modo deve coinvolgere tutti i

greci, di cui doveva far parte anche Filippo V, sconfitto dai romani. I greci sono effervescenti, ma Filippo V è

un macedone: non si muoverà più contro i romani. Gli etoli vengono delusi dal comportamento di Filippo V.

194

A Roma succedono altre cose, alla fine si viene alla guerra. Nel 191 a.C. erano consoli Acilio Glabrione e

195

Scipione Nasica . Sono della cerchia scipionica. Anche questo è un segno evidente → la maggioranza della

repubblica romana, a differenza di qualche tempo prima, è disposta ad accogliere l’intervento contro

Antioco III, ma deve essere di portata limitata. Questo intervento deve costituire solo un’egemonia

191 Lucio Quinzio Flaminino → politico romano. Fratello di Tito Quinzio Flaminino, augure nel 213 a.C., edile curule nel

200 a.C. e pretore urbano nel 199 a.C. Comandante della flotta in Grecia (198-194), console (192). Catone lo fece

espellere dal senato (184) per la sua riprovevole condotta in Gallia. [Wikipedia]

192 Flaminino, Tito Quinzio (T. Quinctius Flamininus). Generale romano (229-174 a.C.), combatté nella guerra

annibalica sotto Marcello; nel 198 console, comanda la guerra contro Filippo V di Macedonia, trae abilmente a sé gli

antichi alleati di Filippo, e lo batte a Cinocefale (197). Conclusa la pace, proclama alle Istmie del 196 l'autonomia della

Grecia. Vince Nabide di Sparta in favore degli Achei; nel 194 lascia la Grecia e a Roma ebbe il trionfo. Negli anni

successivi, non mancò di far sentire il peso della sua azione nelle questioni politiche della Grecia, mirando non solo ad

assicurarne la fedeltà a Roma, ma anche l'autonomia e la libertà. Per questo fu considerato il maggior campione del

filellenismo in Roma. Censore nel 189; nel 183 inviato presso Prusia, re di Bitinia, per ottenere la consegna di Annibale.

[Treccani]

193 Gneo Domizio Enobarbo è stato un politico romano; antenato di Nerone. [Michelotto]

194 Acilio Glabrione, Manio (M'. Acilius Glabrio). Uomo politico della famiglia plebea degli Acili (homo novus). Tribuno

della plebe (201), edile, pretore e console (191). Condusse la guerra contro Antioco III re di Siria, e lo vinse alle

Termopili. L’anno dopo celebrò il trionfo. Si candidò (190) alla censura, ma fu accusato di peculato da Catone e fu

costretto a ritirarsi, e fece fallire anche quella di Catone. [Treccani]

195 Scipióne Nasica, Publio Cornelio (detto Corcŭlum). Uomo politico, generale e giurista romano (sec. 2º a. C.). Legato

di Paolo Emilio nel 168 a.C., aggirò l'esercito di Perseo prima della battaglia di Pidna ed ebbe parte attiva nella

battaglia; eletto console per il 162, dovette dimettersi perché il cognato Tiberio Gracco, che aveva presieduto

l'elezione dichiarò di avere inavvertitamente trasgredito una legge rituale → dissidio tra le due famiglie. Censore

(159); console (155), distrusse Delminio, capitale dei Dalmati, e celebrò il trionfo. Difese, contro Catone, Cartagine,

sostenendo che Roma dalla presenza e dal timore della città rivale (metus hostilis) sarebbe stata costretta a una

politica più saggia e a mantener viva la concordia interna. [Treccani]

93

sull’oriente, non un’occupazione. È qualcosa di più rispetto alla politica di disimpegno dei Flaminini e

qualcosa di meno rispetto al progetto dei falchi, che proponevano di occupare le terre d’Asia.

Vengono estratte le province (compiti) e Glabrione ottiene la Siria di Antioco III. Il console deve recarsi in

Grecia. Inizialmente il campo di battaglia è lì perché è dove Antioco III è sbarcato. Infatti Glabrione

sconfiggerà Antioco III nella battaglia delle Termopili (191 a.C.). 196

Insieme al console Glabrione va in Grecia il pretore Lucio Emilio Paolo (della gens Emilia → dopo un

periodo di allontanamento si riavvicina agli Scipioni). Purtroppo (per gli Scipioni) ci vanno anche Catone e

Flacco, in qualità di tribuni (generali dell’esercito), a vigilare sul comportamento di Glabrione, console

scipionico. Quando vince alle Termopili (191 a.C.) Catone anticipa tutti i suoi messi e arriva per primo a

Roma con la notizia della vittoria romana. È importantissimo arrivare per primi ad annunciare una vittoria.

Antioco III lascia la Grecia e torna in Asia minore. Ci si pone il problema se portare in Asia minore la guerra

contro Antioco III. Problema della scelta dei consoli per l’anno dopo: uno dei due avrebbe condotto la

guerra contro Antioco III e sarebbe sbarcato in Asia minore. La guerra dipendeva da questo. Per il tipo di

guerra che si profilava era auspicabile che il generale fosse Scipione l’Africano, ma dato essendo stato

console tre anni prima, non poteva presentarsi alle elezioni consolari.

Allora si “designa lo stupido pensando che poi l’intelligente sia quello che governa davvero”. Scipione

l’Africano non poteva essere eletto ma suo fratello Lucio sì. Alle elezioni consolari tutti misero nell’urna il

197

nome di Lucio Cornelio Scipione , ma mentre lo fanno tutti guardano in faccia l’Africano.

Vengono eletti consoli Lucio e Lelio (amico dell’Africano). Bisogna però evitare che nel sorteggio esca il

nome di Lelio. Si compie un’illegalità → si assegna la provincia extra sortem (non si sorteggia, si decide). Si

affida a Lucio Cornelio Scipione il comando della guerra in Asia. Publio, non potendo avere un incarico

ufficiale, accompagna il fratello come legatus → è un termine estremamente vago, può voler dire tante

cose ma è essenzialmente un delegato, ha una delega per fare qualcosa.

In realtà la guerra siriaca è tutta controllata da Scipione l’Africano, anche se ha solo un titolo formale, che

non gli dà un comando militare. Appena arrivato in Grecia Scipione ottiene una tregua dagli etoli,

spaventati dalla presenza dell’esercito romano. Scipione dà un segnale forte a Filippo V, fedele fino ad ora:

gli restituisce il figlio Demetrio, che 5 anni prima, dopo la battaglia di Cinocefale, era stato portato a Roma

come ostaggio. È interessante notare che l’intermediario in queste trattative tra Filippo V e Scipione

198

l’Africano è Tiberio Sempronio Gracco

196 Pàolo, Lucio Emilio (228-160 a.C.) Figlio dell’omonimo. Pretore (190), governo Spagna Ulteriore, subì una grave

sconfitta dai Lusitani, importante vittoria l'anno dopo. Console (182), sottomise i Liguri Ingauni ed ebbe il trionfo.

Console la 2° volta (168), diresse la guerra contro Perseo; lo indusse ad abbandonare la sua fortissima posizione

presso il f. Elpeo, lo inseguì e sconfisse a Pidna. In pochi giorni la Macedonia si sottomise e Perseo si arrese. La

Macedonia fu ordinata in quattro repubbliche, gli antichi partigiani resi inermi, la lega etolica smembrata, l'Epiro

punito; dai Molossi ridotti 150.000 in schiavitù. Celebrò il trionfo (167), con davanti al cocchio Perseo. Fama di

guerriero valoroso e sagace, e onestissimo amministratore del denaro pubblico. Severo con i suoi soldati e con i popoli

vinti, ma amato per la probità della condotta. Romano d'antico stampo, non ignaro della cultura greca. I due figli,

adottati da Fabî e Scipioni: Quinto Fabio Massimo Emiliano e Publio Cornelio Scipione Emiliano. [Treccani]

197 Scipióne Asiàtico, Lucio Cornelio (L. Cornelius Scipio Asiatĭcus). Uomo politico romano (m. post 184 a.C.). Console

(218), (205) partecipò alla spedizione condotta dal fratello Publio in Africa. Vittoria di Zama (202), fine della 2° guerra

punica. Pretore (193), governatore della Sicilia. Console (190), comandò la spedizione contro Antioco III, re di Siria, che

sconfisse a Magnesia. Nel 189 trionfò con grande pompa a Roma, anche se il merito di Magnesia non era stato suo

personale, ma del fratello Publio che lo aveva accompagnato. Non se ne hanno più notizie dopo il 184 a.C. [Sapere.it]

198 Tiberio Sempronio Gracco entra presto nell’ambiente degli Scipioni, sposerà una figlia dell’Africano, Cornelia, che

sarà la famosa madre dei Gracchi, i due tribuni della plebe più famosi della storia di Roma. [Michelotto]

94

Fino ad ora non si è ancora combattuto, ma Scipione arriva e dispone; Antioco III chiede di trattare. Si

istituisce una tregua di non belligeranza. Antioco III è disposto a:

 Pagare metà delle spese di guerra

 Rinunciare a qualsiasi pretesa sui territori sulla costa occidentale (Grecia, Macedonia, Tracia)

 Rinuncia a ingrandirsi in Asia minore sugli alleati di Roma (Rodi, Pergamo)

È tanto, non ha ancora perso definitivamente. Evidentemente Antioco III teme una sconfitta definitiva.

Scipione allora gioca sul pesante. Prima ancora di combattere dice che concederà la pace ad Antioco III se:

 Si ritirerà al di là del Tauro → cioè praticamente uscire dall’Asia minore

 Pagherà tutte le spese di guerra sostenute dai romani

Il pagamento andava bene, ma l’uscita dall’Asia minore no.

In pochi mesi accadono cose davvero strane. Antioco III aveva catturato il figlio di Scipione in

un’imboscata, ma è disposto a rilasciarlo sine pretio (senza riscatto), e aggiungendo immense ricchezze, a

patto che Scipione non gli faccia lasciare tutta l’Asia minore. Scipione rifiuta, ma poco dopo Antioco III lo

rilascia ugualmente senza riscatto.

Scipione si ammala e manda a dire ad Antioco di non scendere in aperta battaglia (battaglia campale) fino

alla sua guarigione, voleva essere presente sul campo di battaglia. La cosa era strana, 20 anni prima

avrebbero attaccato subito. Invece Scipione dice che vuole essere presente e Antioco capisce. Scipione si

fece garante della vita di Antioco in caso di vittoria romana. Scipione avrebbe risparmiato la vita ad Antioco

in caso di vittoria romana e avrebbe dettato le condizioni di pace. Antioco III capisce che Scipione voleva la

sconfitta ma non la disfatta della Siria. Dato che Scipione prevedeva di andarsene dall’Asia, non voleva

indebolirne eccessivamente lo scacchiere. Altrimenti l’Egitto, l’unica potenza ellenistica rimasta, avrebbe

assunto un’importanza enorme in oriente. Invece era interesse dei romani mantenere il bilanciamento

delle potenze. Già i romani avevano infranto un po’ questo principio rioccupando la Grecia e determinando

il declino della Macedonia. Ma occorreva un bilanciamento alla potenza egiziana. Fin dalla fine del IV secolo

le guerre (per il possesso della costa: odierno Libano, Israele, etc.) tra Egitto e il regno di Siria erano annuali.

Erano trattative che ai romani tradizionalisti sembravano inaccettabili. Catone farà pagare pesantemente a

Scipione questo atteggiamento. Il capo di accusa più grave è di proditio (alto tradimento): secondo Catone

Scipione aveva tradito. Falso, ma c’erano state trattative strane per la mentalità romana, e normalissime

per la mentalità ellenistica.

Battaglia di Magnesia nel 190 a.C. → Scipione detta le 1° condizioni di pace (sull’ultimo campo di battaglia):

 Indennità di guerra

 Dal punto di vista territoriale → Antioco III deve ritirarsi al di là del Tauro

Dov’è l’anomalia? È un dato importantissimo. Scipione aveva imposto di ritirarsi al di là del Tauro prima

della battaglia di Magnesia, cioè quando la situazione era ancora incerta. Infatti Antioco III aveva rifiutato. E

come mai Scipione dopo aver vinto impone le stesse condizioni proposte prima della battaglia? Era come

non voler sfruttare la vittoria. È questo che venne addebitato a Scipione come momento di tradimento

della causa romana. In realtà Scipione voleva imporre condizioni miti in modo da fare di Antioco III un

fedele alleato, in modo da poter estendere l’egemonia sulla Siria come era avvenuto per la Macedonia.

Queste condizioni di pace estremamente miti vennero bocciate dal senato → non vennero ratificate.

95 199

E per l’anno dopo (189 a.C.) vennero eletti consoli: Manlio Vulsone e il grande Fulvio Nobiliore. Il senato

richiamò in patria gli Scipioni, per non far loro ridettare altre condizioni di pace.

Ma occorreva screditare l’ambiente scipionico, allora ecco l’opportunità politica. Catone mette sotto

200

accusa Minucio Termo , che era stato un tribuno della plebe insieme a Glabrione. Negli anni 202-201 a.C.

Minucio Termo come tribuno aveva permesso a Scipione l’Africano di ottenere il trionfo. Catone,

personaggio intelligentissimo, colpisce l’ambiente scipionico a cominciare dai personaggi più periferici.

Prima Minucio Termo, poi Glabrione, poi Lucio Scipione, poi Publio Scipione. Questa è la tattica politica di

Catone, nel colpire l’ambiente Scipionico, è geniale.

Minucio Termo aveva sconfitto i Liguri e voleva avere il trionfo. Catone non vuole concederglielo perché

dice che è stata una vittoria ininfluente e non ha ucciso abbastanza nemici → gli viene negato il trionfo. È

una grave sconfitta politica il fatto che un personaggio dell’ambiente scipionico non abbia il trionfo. Il clima

politico è surriscaldato, infatti quando vengono eletti Manlio Vulsone e Fulvio Nobiliore, nel 190 per il 189

a.C., le elezioni avvengono, dice Livio, in magna contentiones, cioè in un clima riscaldato.

Manlio e Nobiliore appena entrano in carica propongono una legge che riproponga i comandi annuali. In

pratica non si possono più fare proroghe. Non vogliono che nel 189 a.C. venga prolungato l’incarico agli

Scipioni per non far fare a loro il dettato definitivo della pace.

Le province da sorteggiare erano: Asia ed Etolia. Manlio fu il più fortunato, ebbe l’Asia. Nobiliore l’Etolia,

dove ebbe successo espugnando Ambracia, da cui esportò ricchezze e numerosissimi schiavi.

Manlio in Asia detta durissime condizioni di pace ad Antioco III, soprattutto dal punto di vista economico:

 Deve consegnare tutta la flotta (salvo forse 10 armi da guerra)

 Tutto il parco elefanti (simbolo) → considerati il reparto più importante dell’esercito siriaco

 Antioco III venne obbligato ad abbandonare tutti i possedimenti dell’Asia minore

Tutti i territori dell’Asia minore finirono per cadere sotto l’egemonia di Pergamo

o (corrisponde più o meno alla Troade), che era stata alleata di Roma

Eventi del 189 a.C. Le città che nella guerra siriaca hanno combattuto contro Roma, divennero stipendiarie

(pagavano un tributo). Ovviamente a fruire di questa pace fu soprattutto Eumene, re di Pergamo.

Passa del tempo. E Manlio dov’è? Non era tornato a Roma nel 189 a.C.? I comandi non erano tornati

annuali? Manlio e Fulvio avevano stabilito che i comandi romani dovevano tornare annuali solo nel 189

a.C., in modo da togliere a Scipione le trattative di pace. Loro rimangono rispettivamente in Etolia e in Asia

ancora tre anni, comportandosi ut reges (come dei re).

Durante la guerra siriaca a Roma, Catone mette sotto processo Acilio Glabrione, il vincitore delle Termopili

(191 a.C.). Catone accusa Glabrione di avere imboscato una ventina di vasi d’oro e d’argento che lui stesso

diceva di aver visto nel bottino di Antioco III. Il comandante doveva compilare un libro in cui scriveva tutto

quello che aveva ottenuto come bottino di guerra. Glabrione non può accettare un’accusa così infamante. È

condannato a una multa di 10mila denari. Poteva pagarla, ma il suo avvenire politico è minato.

Catone mette sotto accusa Lucio, che era legalmente il comandante dell’esercito romano. Lo accusa di

essersi impadronito di 500 talenti del bottino di guerra, Lucio nega. Catone gli chiede di portare i registri,

ma Publio interviene e li straccia → è un reato punibile con la morte. Publio Scipione dice che in quell’anno

199 Mànlio Vulsóne, Gneo (Cn. Manlius Vulso). Console romano (189 a.C.); inviato dal senato a succedere a Lucio

Scipione, dopo la fine alla guerra di Siria, con la battaglia di Magnesia. Intraprese una spedizione contro i Galati: rapide

e fortunate campagne gli dettero una praeda copiosissima, dopo aver sistemate le cose d'Asia, ottenne il trionfo (187).

Gli annalisti datano da lì l'inizio del lusso e del rilassamento dei costumi romani. [Treccani]

200 Minùcio Tèrmo, Quinto (Q. Minucius Thermus). Pretore nel 196 a. C. → vinse in Spagna e ottenne il trionfo; console

nel 193 → soffocò una ribellione dei Liguri, ma gli fu negato il trionfo (per Catone). Morì nel 188 fronteggiando i Traci.

96

ricorreva l’anniversario della sua vittoria a Zama e che il popolo romano avrebbe dovuto fare il giro dei

templi per ringraziarlo, si offende per il fatto che gli è stato reso conto di 500 talenti. Publio per questo si

salva, lasciando in difficoltà Lucio, che viene imprigionato, e rischia la condanna capitale. Lo salva dal

carcere Tiberio Sempronio Gracco, un uomo politico emergente.

Mentre si svolge il processo agli Scipioni, che non è ancora finito, scoppia l’affare dei baccanali → coinvolge

una larga fetta della società romana. In sostanza si scopre che a Roma esistevano gruppi dionisiaci segreti in

cui si praticavano cerimonie orgiastiche a sfondo crudamente sessuale, che qualche volta terminavano con

l’uccisione di chi vi partecipava. Lo scandalo dilaga molto presto, perché si scopre che non c’erano solo a

Roma, ma c’erano e provenivano dall’Italia meridionale. Questi culti si praticavano in piccoli gruppi segreti.

201

Ciò che si diceva dei baccanali è falso → erano accuse ricorrenti verso i culti misterici: infanticidio,

antropofagia, incesto. La disinformazione creava questi mostri. La montatura dei baccanali risale a un

ambiente ostile alla spiritualità di origine greca → vicino a Catone. Dietro ai baccanali c’erano credenze

religiose estremamente affascinanti.

Non a caso in questo periodo di caccia alle streghe e di plumbeo clima politico, si svolgono le elezioni

censorie in cui vengono eletti Catone e Flacco → una delle censure più aspre della storia di Roma. Il

periodo era difficile: ci sono ammutinamenti di eserciti, rivolte di schiavi, scontri tra le varie clientele. C’è a

Roma un’autentica volontà di moralizzazione. Varate misure moralizzatrici della vita privata e pubblica:

 Vita pubblica

Legge Baebia-Cornelia, 181 a.C. → contro il reato di ambitus (broglio elettorale)

o Lex Villia Annalis, 180 a.C. → definizione delle regole d'accesso al cursus honorum

o

 Vita privata

Legge Orchia del 181 a.C. → per limitare l’ostentazione nei banchetti

o

Legge Orchia del 181 a.C. si vuole limitare i banchetti in cui si ostenta eccessivamente. Bisogna stabilire un

limite di invitati, di quantità del cibo e bevande acquistabili. Il principale promotore fu Catone il Censore.

Bisognava però almeno dare l’impressione di moralizzare la vita pubblica.

Ad esempio le elezioni consolari e censorie molto spesso erano determinate già in partenza dallo scontro di

due/tre fazioni che impedivano un leale confronto di posizioni dal punto di vista elettorale. La cosa era

aggravata non solo dal ristretto numero di personaggi che potevano ambire a queste cariche, ma dal

metodo attraverso cui si votava: si passava dal sistema dei cunei. Chi aveva appena finito di votare poteva

fare il giro e rivotare (illegalmente). Nel 181 a.C. la legge Baebia-Cornelia colpisce il reato di ambitus

(broglio elettorale). La legge (come tutte le leggi che riguardano il broglio elettorale) fu approvata

entusiasticamente ma rimase praticamente lettera morta, perché 80 anni dopo ci sarà l’istituzione di un

tribunale speciale che giudicherà i reati di ambitus.

La legge più importante è del 180 a.C., la famosissima Lex Villia Annalis. Stabiliva un certus ordo

magistratuum, cioè dei gradini fissi nella carriera curule, per cui si doveva diventare: questori → edili →

pretori → consoli. Fatta per evitare che si ripresentassero casi come quelli di Flaminino e dell’Africano, per

impedire che dei 30enni arrivassero al consolato. Tra una carica e l’altra la Lex Villia stabilisce un intervallo

di 4 anni. In realtà poi gli intervalli previsti dalla Lex Villia vennero compressi. Ma quando venne promulgata

era una legge buona. Stabiliva una successione lenta nell’esercizio delle magistrature.

Della censura catoniana va ricordato l’enorme numero di senatori estromessi dal senato, e anche un’azione

molto forte di Catone contro i banchieri e gli usurai. In provincia riuscì a recuperare ricchezze tali da poter

edificare insieme al collega Valerio Flacco la prima basilica di Roma, che da lui prende il nome di Basilica

Porcia (ne parleremo). Anche questo dimostra che Catone non era così tanto anti-ellenico. La basilica è un

201 Rivolte anche ai cristiani → mangiavano il corpo di Cristo e si chiamavano fratello e sorella (di Cristo). [Michelotto]

97

edificio pubblico, porticato, che poteva avere varie funzioni, la principale è quella del passeggio e

dell’incontro. Le varie sezioni della basilica possono essere tribunali, etc. La struttura della basilica è in

qualche modo imparentata con la forma del porticus greco (la stoà). La basilica romana ha alla sua base

un’ipoteca greca. Catone costruisce per la collettività → voleva dare visivamente ai romani la prova della

differenza che esisteva tra lui e gli altri personaggi pubblici che si arricchivano come Fulvio Nobiliore.

Catone pronunciò un’orazione: De lustro suo felicitate (sulla felicità del suo periodo censorio). Qualcuno

deve averlo accusato per qualcosa compiuto durante la censura, non quale fosse l’accusa e né il verdetto.

Sempre più spesso si parla della redistribuzione dei ceti imprenditoriali in tutte le tribù, anche in quelle

rustiche. Sembra che i ceti emergenti premessero per questo. Catone naturalmente non era d’accordo. Tra

175-160 a.C. si ha l’ascesa di nuove famiglie: i Postunii, i Popilii (Popilio Lenate aveva fatto il cerchio attorno

ad Antioco IV). Questi homines novi sono dei nuovi nobili, sono rapaci, quando vanno in provincia sono

202

crudelissimi. Ad esempio Popilio Lenate quando combatte contro i Liguri Statielli , li fa prigionieri con

l’inganno e li vende come schiavi (come fece Sulpicio Galba). Viene incriminato ma lo salva un pretore, che

appartiene alla famiglia dei Licinii Crassi, che rinvia all’infinito processo, fino a farlo andare in

“prescrizione”. Al pretore viene in tasca parecchio, due anni dopo diventa console e poi va in provincia.

Si ha l’impressione che con la fine del periodo scipionico e l’invecchiamento di Catone si abbia un nuovo

tipo di imbarbarimento, non tanto in politica interna, ma nel rapporto tra Roma e le potenze straniere.

A proposito di potenze straniere, mentre si affermano questi personaggi (Popilii, Postuni, etc.), un nuovo

pericolo si profila per Roma. La Macedonia, che fin qui si era attenuta alla fides con i romani, si ribella con

Pérseo, figlio di Filippo V. MOD. B, LEZIONE 18, 04/04/2016

Abbiamo visto come la figura politica di Scipione l’Africano termini il periodo iniziale del confronto tra

mondo romano e greco e la prima fase della politica romana in oriente. Questa fase ha il culmine nella

rovina politica di dell’Africano, nel 184 a.C. con l’accusa di tradimento, e si può estendere fino alla sua

morte nel 183, nella sua villa.

Tutti gli eventi che riguardano la politica estera hanno il sopravvento su problemi di politica interna. Al

tempo della 2° guerra punica la politica estera la fa da padrona. Ma non vuol dire che non ci fossero

problemi di politica interna.

Il problema più grosso di politica interna derivava dall’enorme afflusso di schiavi arrivato in Italia. Gli

schiavi potevano essere liberati, diventando in questo modo liberti. Il liberto è una persona libera che ha

verso il suo antico patronus determinati vincoli. Potevano anche comprare la libertà dai propri patroni. I

liberti venivano iscritti nelle tribù come cittadini romani. Allora sorge il grande problema: in quali tribù

devono essere iscritti i liberti? Il problema non è di poco conto. La massa della plebe urbana (i ceti meno

abbienti) erano concentrati nelle 4 tribù urbane → la loro volontà politica si esprimeva in 4 voti. Mentre

nelle tribù rustiche i ceti possidenti ne avevano 31.

Nel III-II sec ci sono continue alternanze di provvedimenti che prevedono di distribuire i liberti in tutte 35 le

tribù e per reazione provvedimenti che limitano la presenza dei liberti nelle 4 tribù urbane.

 Reazionari → volevano che i liberti fossero iscritti in tutte 35 le tribù

I più attenti alle esigenze dei capitalisti romani (equites, pubblicani)

o

202 Gli Statielli (o Liguri Statielli o anche Liguri Stazielli) erano una antica popolazione appartenente al gruppo più

ampio dei Liguri. [Wikipedia] 98

 Conservatori → volevano che i liberti votassero solo nelle 4 tribù urbane

In testa ai conservatori c’è Catone

o

Il caso si ripresenta ed è ancora più evidente dopo l’88 a.C., alla fine della guerra sociale, quando

praticamente tutta l’Italia ottiene la cittadinanza romana (tranne la Cisalpina che ottiene i diritti latini).

Tutti i neocittadini devono essere inseriti in una tribù; ma i conservatori (il capo dei conservatori in quel

momento è Silla) vogliono impedire l’iscrizione dei nuovi cittadini in tutte 35 le tribù, perché temono che

costituiscano la maggioranza all’interno di ogni tribù. C’era il rischio che i nuovi cittadini governassero la

vita politica. Il rischio era solo teorico, perché i nuovi cittadini meno abbienti non potevano andare a Roma

a votare, ma questo i conservatori non vollero capirlo.

Dopo l’88 a.C. alle 35 tribù già esistenti ne vennero aggiunte altre nuove. Non si sa quante: delle fonti

dicono 2, altre 8/10. Ipotizziamo 10. Se tutti i neocittadini sono inseriti nelle 10 tribù il loro voto

complessivo è 10, nelle altre 35 votano i vecchi cittadini. Metodo per limitare il potere dei neocittadini.

La stessa cosa accadde un secolo prima per i liberti. Ci fu una lunga stagione di concessioni all’apertura a

tutte le tribù ai liberti, seguita da periodi di restrizioni alle solo 4 tribù urbane. Non si decideva mai.

Un altro carattere distintivo di questo periodo in cui si ricomincia a guardare alla politica interna è la

politica estremamente rapace di alcuni gruppi politici, ex: Popilii Lenates e Postumii (in particolare i

Postumii Albinii). Personaggi in gran parte di recente nobiltà, non esitano a ricorrere a ogni mezzo pur di

arrivare. Sono rapaci nel bisogno di gloria militare, sola cosa di cui possono vantarsi. Non avevano un

grande seguito → per la poca autorevolezza e spesso per la poco brillante oratoria. Provano a ottenere

pretura/consolato e a combattere per riportare vittorie importanti, magari foriere di bottini. Spesso

personaggi appartenenti alla piccola borghesia. Non a caso nel 172 a.C. c’è la prima coppia consolare

203 204

costituita da due consoli plebei. Livio dice ambo primi de plebe: Popilio Lenate e Publius Aelius Ligus .

Michelotto cita questi personaggi perché Popilio Lenate aveva un fratello, che aveva combattuto contro i

Liguri Statielli. I Liguri stavano combattendo una guerra disperata contro i romani (201-151 a.C.). Il

territorio ligure era molto più ampio di oggi, comprendeva anche una parte della Toscana (quella dei ligures

bebiani). Alcune tribù erano invincibili. Era difficilissimo stanare i Liguri dalle loro aree ristrette. Non c’erano

problemi sulla costa, ma quando i Liguri si inoltravano nelle valli: erano maestri nella guerriglia. Quando i

romani combattevano contro i Liguri, cercavano il più possibile di sterminarli.

A volte i Liguri si arrendevano e il console aveva l’obbligo di accoglierli nella fides romana, nel momento in

cui accordava la pace i Liguri diventavano alleati ed era sacrilego offenderli o ucciderli. Anche in Italia in

questi decenni si assiste spesso a stermini, deportazioni, imprigionamento e vendita in schiavitù di molti di

questi Liguri che si erano arresi. Era un comportamento inconcepibile. Nella generazione di Fabio Massimo

e di Scipione l’Africano questo comportamento non sarebbe mai stato tenuto da un generale romano. Ora

si arriva a questi livelli di vergogna senza vergogna, perché non c’era più ritegno.

Quando un console si rendeva indegno in genere c’era un censore o un tribuno che lo attaccava, ma non

sempre la condanna dipendeva dall’effettiva colpevolezza, non sempre l’assoluzione derivava dall’effettiva

203 Gaio Popilio Lenate (Gaius Popillius Laenas), politico romano, 2 volte console (172 e 158 a.C.). Della gens Popilia, di

origine etrusca. Nel 169 fece parte dell'ambasciata inviata da Roma in Egitto per fermare l'invasione di Antioco IV

Epifane, re di Siria. Alla richiesta romana di desistere dall'attaccare Alessandria, il sovrano seleucide prese tempo, ma

Popilio gli impose di fermarsi e i Siriani si ritirarono. Censore (159) insieme al collega Scipione Nasica. Console una 2°

volta (158) con Marco Emilio Lepido. [Wikipedia]

204 Publio Elio Ligure (Publius Aelius Ligus), politico romano. Figlio di un omonimo Publio Elio, fu pretore nel 175 a.C. e

console nel 172 a.C., anno nel quale esercitò il suo potere sulla Liguria, da cui trasse il cognomen. Con Gaio Popilio

Lenate, suo collega nel consolato, prese parte alla prima coppia consolare interamente di origine plebea. Nel 167 a.C.

fece parte, con il pretore Lucio Anicio Gallo, di una commissione di cinque uomini incaricati di occuparsi dell'Illirico. Un

suo successore fu Aelio Ligure tribuno nel 58 a.C. che con Publio Clodio Pulcro agì contro Cicerone. [Wikipedia]

99 Storia romana | Micaela Carbone

innocenza del magistrato; dipendeva dagli accordi politici. Una cosa che accade in questi anni è

estremamente interessante. Publius Aelius Ligus, uno dei consoli del 172 a.C., conduce dei Liguri fuori dal

loro territorio e distribuisce per conto del senato delle terre in questo misterioso ager ligustinus (territorio

ligustino) a nord del Po. È interessantissimo, perché è l’unica colonizzazione viritana al nord del Po, a nord

del Po ci sono popolazioni di colonie (ex. Cremona), ma mai colonizzazioni viritane, come era avvenuto

nell’ager gallicus. Qui invece c’è questo ager ligustinus di cui non conosciamo l’ampiezza, ma che era a nord

del Po e serviva a sistemare i Liguri che erano stati maltrattati ingiustamente dai comandanti romani.

Ha già detto che nel processo intentato a Popilio per la condotta contro i Liguri, era intervenuto il pretore

Licinio Crasso, che fece cadere il reato in prescrizione. In pratica Licinio Crasso salvò Popilio da una

condanna certa. Due anni dopo troviamo Licinio Crasso console. L’atteggiamento favorevole a Popilio gli

comportò l’ottenimento del consolato. Grossomodo eravamo arrivati qua venerdì.

180-170 a.C. periodo in cui si ripropone il pericolo della Macedonia, che non era più esistito da 20 anni a

questa parte (cioè dopo la battaglia di Cinocefale) perché Filippo V aveva sempre onorato il suo patto con i

romani, fu sempre fedele. Suo figlio Pèrseo aveva un profondo odio nei confronti dei romani e il desiderio

di ristabilire la dinastia macedone, che aveva una storia gloriosissima, risaliva ad Alessandro Magno.

Quando Pèrseo sale al trono manifesta subito una grandissima mobilità politica, cerca alleanze in Siria e in

Asia Minore. Questo spaventa i romani, ma come sempre quando si tratta di intervento in Asia, l’opinione

pubblica è divisa, in genere contraria. Di solito vengono mandate delle missioni per controllare la

situazione, avevano lo scopo di andare in Asia a intimidire i sovrani locali. Però verso il 172 a.C. a Roma

arriva Eumene re di Pergamo → grande diplomatico, signore del doppiogioco. Capisce che l’atteggiamento

di Pèrseo, antiromano, potrebbe essergli di vantaggio. Perché, pensa Eumene, se i romani sconfiggono la

Macedonia e la smembrano, un pezzo di Macedonia potrebbe finire al regno di Pergamo. Catone capisce

205

bene il gioco di Eumene e avrebbe pronunciato una delle sue famose frasi : l’animale conosciuto col nome

di re è per sua natura carnivoro. Voleva dire che Eumene non vedeva l’ora di saltare addosso alla preda, la

Macedonia, per mangiarne un pezzo. Eumene riuscì comunque ad avere la fiducia del senato romano, che

però non si sbilanciò. Pèrseo mandò a Roma degli ambasciatori per neutralizzare la missione di Eumene, ma

i romani come spesso fecero nel II sec, non li ricevettero per 4 mesi.

A Roma si parlava spesso di Pèrseo, ma come si poteva intraprendere una guerra che non poteva essere

confusa con una guerra difensiva? I romani sono impegnati in altri scacchieri, per questo non vogliono

attaccare subito: i Liguri e in Spagna. In Spagna i romani sono presenti dai tempi dell’Africano, ma solo con

gli ultimi rapaci governatori la Spagna è particolarmente saccheggiata → la Spagna ha tante ricchezze. Gli

spagnoli sono così tanto esasperati che periodicamente si ribellano all’autorità romana.

Questi consoli sono spesso crudelissimi con i loro stessi soldati, non erano comandanti alla Scipione o alla

Giulio Cesare che combattevano con i loro soldati. Facevano combattere solo i propri soldati, e poi

distribuivano una piccola parte del bottino. I soldati erano arrabbiatissimi perché disciplina durissima e

poco bottino erano le due condizioni che facevano sì che scoppiassero le rivolte militari.

E le rivolte militari andavano a sommarsi col malcontento degli spagnoli.

Gli spagnoli erano stufi di essere vessati, erano continuamente chiamati a versare contribuzioni

straordinarie. Al punto che nel 171 a.C. si arrivò ad istituire una commissione che doveva giudicare i reati di

206

concussione. Il delitto in latino si chiama crimen repetundàrum o de pecuniis repetundis . I provinciali sono

concussi. C’era un clima di impressionante sfruttamento di questi territori. È la prima volta che viene

205 Che non sappiamo bene perché ci sono riferite dalla tradizione successiva, bisogna cercare di ricostruire il pensiero

di Catone sulla base di singole frasi. [Michelotto]

206 La locuzione de repetundis è un termine legale latino = (accusato) di concussione. Giudicava questo reato la

Quaestio perpetua de repetundis → commissione statale per l'esame degli abusi dei magistrati romani. [Wikipedia]

100

istituita questa commissione. È istituita da senatori. Davanti alla commissione si presentano i provinciali che

sono stati sfruttati e manifestano alla commissione il loro sdegno nei confronti dei governatori e dei

funzionari romani che si sono resi colpevoli di crimini gravissimi.

Le violenze potevano venire da due parti: dal governatore e dal suo entourage → questore, comites, ogni

governatore andava col suo seguito. Il pericolo veniva anche dalle compagnie degli equites (pubblicani), che

in teoria dovevano riscuotere tasse concordate in precedenza, in pratica chiedevano sempre di più. In

genere il governatore romano lasciava fare, per cui il carico che avevano i provinciali era davvero

onerosissimo. Ma davanti a questa commissione composta di senatori, il governatore veniva regolarmente

assolto, perché era lui stesso un senatore. Quindi assolvevano regolarmente i governatori, mentre qualche

volta condannavano le compagnie di pubblicani. Il risultato era che queste commissioni non sapevano

risolvere il problema dei provinciali, che erano sempre più arrabbiati verso il governo romano.

Questo spiega perché dopo un primo tentativo di istituzione di una commissione di indagine/di inchiesta, a

Roma si preferì per 20 anni non istituire nuovi processi. Quando i provinciali si andavano a lamentare a

Roma, in senato si faceva in modo di non riceverli. Qualche volta si compravano gli ambasciatori. Verso

metà del secolo la cosa divenne insostenibile.

Nel 149 a.C. il tribuno Calpurnio promulgò un plebiscito che ebbe valore di legge: lex Calpurnia de pecuniis

207

repetundis , cioè la Legge Calpurnia contro i delitti di concussione. Questa legge istituì un tribunale

stabile. C’era una commissione specifica, incaricata di giudicare solo questo reato. Di questa commissione

facevano parte i senatori, che all’occorrenza si radunavano per formare la giuria. Nel 149 a.C. la giuria fu

proposta ai senatori. Ma ben presto cominciò un dissidio tra senatori e cavalieri. I cavalieri dicevano che i

senatori assolvevano i loro ma condannavano i cavalieri → vogliono avere loro la conduzione delle giurie. La

storia delle quaestiones vede il continuo passaggio dei tribunali speciali dai senatori ai cavalieri e viceversa.

Nei periodi in cui si ha tensione politica e spinta riformistica si verificano queste cose.

Ad esempio all’epoca dei Gracchi, Gaio Gracco propone la quaestio, cioè che il tribunale passi nelle mani dei

cavalieri. Ucciso lui passa ancora ai senatori. Nelle epoche di conservazione torna nelle mani dei senatori.

Finché si arrivò all’affermazione dei grandi capi parte come Pompeo, Cesare e poi il triunvirato di Antonio,

Ottaviano e Lepido → le commissioni persero molta della loro importanza. Alle elezioni per il 168 a.C.

risultarono vincitori come consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Licinio Crasso (aveva salvato Popilio).

Emilio Paolo, personaggio complesso, figlio di Lucio Emilio Paolo caduto nella battaglia di Canne. Il padre

era abbastanza vicino all’ambiente degli Scipioni. Anche Emilio Paolo figlio è vicino a questo ambiente: la

sorella Emilia aveva infatti sposato Scipione l’Africano (non era stato un gran matrimonio). Malgrado questa

vicinanza aveva avuto una carriera molto lenta. Aveva 8 anni in meno dell’Africano, era più o meno della

sua generazione, percorse tutto il cursus honorum, ma ebbe il comando a 60 anni. Nel sorteggio delle

province tra lui e Licinio Crasso, Emilio Paolo ebbe la Macedonia, infatti era stata dichiarata guerra contro

Pèrseo. Questo ebbe buon gioco prima dell’arrivo di Emilio Paolo a sconfiggere eserciti romani mal

comandati, perché gli homines novi che arrivavano al consolato non avevano esperienza militare. Il primo

che aveva esperienza militare era Emilio Paolo e non è un caso che l’unica vera grande battaglia campale

della 3° guerra macedonica venne combattuta a Pidna (nel 168 a.C.) ed è stravinta da Emilio Paolo.

Nella battaglia si distinsero altri personaggi interessanti:

 Publio Scipione Nasica Corculum

207 Lex Calpurnia de repetundis 149 a.C. → le accuse di concussione contro i governatori provinciali dovevano essere

giudicate da un tribunale permanente (quaestio perpetua de repetundis), presieduto dal praetor peregrinus e formato

da giurati dell'ordine senatorio. Primo caso di tribunale permanente. Era solo la condanna al risarcimento. [Wikipedia]

101

 Quinto Fabio Massimo Emiliano

 Publio Cornelio Scipione Emiliano

Uno era Publio Scipione Nasica Corculum, figlio del Nasica console nel 191 a.C. Era un personaggio vicino

all’Africano padre. Nasica Corculum (come vedremo) diventerà un personaggio fondamentale al tempo

della 3° punica. Al momento è sul campo di battaglia di Pidna, dove si comporta bene. Malgrado il

nomignolo strano, che non si sa perché gli sia stato attribuito → corculum significava cuoricino.

Nella battaglia di Pidna si distinsero altri due personaggi famosissimi, i due figli di Emilio Paolo: Quinto

Fabio Massimo Emiliano → il maggiore. Si chiamava così perché era stato adottato da un nipote del grande

Fabio Massimo il temporeggiatore. L’altro figlio si chiamava Publio Cornelio Scipione Emiliano perché era

stato adottato da un figlio di Scipione l’Africano.

Anche la storia famigliare di Emilio Paolo è interessantissima. Detestava la moglie Papiria → divorzio. I due

figli si sono sistemati in due grandissime famiglie nobiliari: Fabii Massimi e Cornelii Scipioni. Due famiglie

che soltanto 30 anni prima erano ostilissime tra loro → Fabio Massimo e Publio Scipione erano nemici.

In particolare il figlio minore, Scipione Emiliano, al tempo della battaglia di Pidna ha soltanto 17 anni.

L’Africano più o meno alla stessa età aveva combattuto alla battaglia del Ticino, la prima contro Annibale. I

figli di Emilio Paolo non hanno l’imperium (comando militare), nessuno degli uomini che ha nominato ce

l’aveva. Facevano tutti parti della cerchia di amici del magistrato maggiore che aveva l’imperium.

La battaglia di Pidna segnò un grande ritorno del gruppo degli Scipioni.

Dopo Pidna si apre il problema di cosa fare con la Macedonia. Il gruppo politicamente vincente degli

Scipioni non è mai stato fino a questo momento incline all’annessione dei territori orientali e anche in

questa occasione non si mostra favorevole all’annessione. La Macedonia viene lasciata libera, ma è divisa

in 4 distretti, in 4 repubbliche. Il regno di Macedonia si esaurisce, il re viene portato a Roma, dove sfilerà

nel trionfo di Emilio Paolo. Le 4 repubbliche pagano a Roma un tributo che era la metà di quello che

pagavano al re di Macedonia (a parte le ruberie dei romani). I 4 distretti erano obbligati a non aver alcun

rapporto economico e politico tra loro, sono distretti separati. I romani fanno sempre così quando vogliono

indebolire in nemico, succede così anche dopo la battaglia di Trifano per la Lega Latina.

Probabilmente la divisione in distretti viene scelta dai romani come soluzione transe unte. C’era in gioco la

Macedonia, ma anche: le città greche, l’Epiro (l’odierna Albania), il centro della Grecia con la lega etolica, la

lega acarnana, il Peloponneso con la lega achea e Sparta. C’era tutto questo territorio da amministrare,

cosa si doveva fare? Si creano 4 distretti in Macedonia, 3 in Epiro.

Le città epirote sono le più recalcitranti ad accettare il giogo romano, anche perché hanno avuto anni prima

l’esperienza del saccheggio di Ambracia da parte di Fulvio Nobiliore. Sapevano cosa significava l’arrivo dei

romani in città, si preparavano a sostenere l’assedio. 70 comunità locali vengono rase al suolo → questo è il

nuovo modo di fare dei romani. L’imperialismo da Pèrseo inizia ad assumere il suo aspetto brutale. Dopo la

208 209

battaglia di Pidna la lega etolica e la lega acarnana (degli Acarnani), vengono costrette a pagare una

pena fortissima e i capi antiromani di queste leghe vengono mandati a Roma per essere giudicati e

giustiziati. Questo era il volto nuovo della pax romana. Ma c’è di più: durante la guerra contro Pèrseo i

romani avevano avuto un alleato e mezzo in questo scacchiere: la lega achea.

208 Lega etolica → una confederazione delle città della regione greca dell'Etolia, nata nel IV sec a.C. per opporsi alla

Macedonia. Comandata da uno stratego, eletto annualmente dall'assemblea federale (= cittadini liberi con più di 30

anni), si riuniva in primavera e in autunno. Assistito da un collegio di 30 membri e da magistrati minori. [Wikipedia]

209 Lega acarnana → un’alleanza tra più città dell'Acarnania fondata nel V sec a.C., durante la guerra del Peloponneso;

nel IV sec a.C. divenne uno stato federale. [Wikipedia] 102


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti precisi e ordinati delle lezioni di Storia Romana tenute dal professor Michelotto presso l'università statale di Milano nell'anno accademico 2015-2016. Indispensabili, contengono contenuti non presenti nei manuali. Possibile usare gli appunti se non si è potuto frequentare il corso. Presenti tutti e tre i moduli delle lezioni ( Quindi per 9 cfu. Se Per 6cfu, lo studio dei 3 moduli consente di eliminare dal programma il manuale sulle province.)


DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in lettere moderne (letteratura, linguistica, filologia italiana e romanza)
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher stefaniacalandrino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Michelotto Giuseppe.

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