Storia romana
Capitolo 1: La Roma delle origini
È difficile ricostruire la storia romana, perché le fonti costringono ad un complesso lavoro di comparazione e critica. Le narrazioni storiografiche dividono gli studiosi in due parti: fideisti e ipercritici. Tre scrivono riguardo le origini di Roma: Livio, Siculo, Dionigi di Alicarnasso. Prima di loro abbiamo già storici del III sec. e, come registrazioni scritte, abbiamo gli Annali Massimi di Scevola. Ogni anno il pontefice massimo aveva una tavola bianca dove scriveva tutti gli eventi, i fatti di vario argomento e le guerre.
L’origine di Roma venne narrata da autori che glorificavano la loro famiglia di appartenenza o che, come nel modo greco, raccontavano episodi di eroismo. Ruolo importante hanno gli scavi archeologici, che testimoniano le prime campagne sul Palatino, e gli studi antropologici, riguardo la società pre-statale romana e la sua organizzazione. Non mancano le leggende, che evidenziano come anche la tradizione e il tramandare creino unità nazionale.
Le prime tracce di insediamento sono tra X-IX secolo a.C. con micro-comunità sui colli Palatino ed Esquilino (etnia paleolatina). Erano piccolissimi insediamenti di 5-10 ettari, a distanza in altura, ma, per mancanza di controllo nella canalizzazione, erano esposti ad epidemie. Dagli scavi è possibile ipotizzare la struttura delle abitazioni: capanne in legno, fango e frasche, sorrette da sostegni verticali, tetto spiovente e ambiente aperto vicino la porta di accesso. La forma delle case veniva anche rappresentata in miniatura dalle urne sepolcrali dei capi clan.
L’economia era amministrata dai clan (20 componenti) ed era di tipo pastorale. L’ambiente era quello del bosco, chiamato in tre modi: silva, dal nome dei primi re albani; lucus, abitazioni degli dei a cui veniva fatto il culto; nemus, dal nome del dio del bosco. Pertanto, i protagonisti erano pastori e l’agricoltura si basava principalmente sulla coltura del farro. Non vi era ancora il concetto di proprietà privata, ma una società egualitaria: ager publicus, territorio acquistato grazie ai militari, e ager compascuus, la parte non divisa del terreno pubblico dove facevano pascolare gli animali.
Non esiste ancora una gerarchia politica, solo figura del re-sacerdote del bosco sacro a Diana. La fondazione di Roma viene collocata da molti in diversi periodi: VIII secolo; Timeo di Taormina, 814, scelta motivata dalla nascita di Cartagine, che per anni contende il Mediterraneo con Roma; Alimento, 728. Ma la data quasi definitiva è considerata quella dell’età imperiale: notte tra il 20 e 21 aprile 753, quando vi è stata la contesa tra Romolo e Remo.
Riguardo l’uccisione di Remo, mentre alcuni lo condannano, altri lo considerano necessario ad opporre alla figura di Remo, simbolo di uomo selvaggio e non pronto alla vita comunitaria, quella di Romolo, uomo dotato di disciplina e indispensabile per la civilizzazione. Quest’atto serviva anche a delimitare il limite della città, il “pomerium”. Prima di Roma, vi erano già insediamenti sui tre colli, ma, nell’VIII secolo, vi fu la fusione di comunità che prima erano indipendenti e si assiste ad un sinecismo. Tutto fu reso favorevole dalla morfologia del terreno: alture scoscese di facile difesa, ricchi pascoli, la vicinanza al fiume Tevere, luogo ideale per la costruzione dei ponti.
Molto importanti erano le strade su cui sorgeva Roma, come la Via Salaria, chiamata così per il trasporto di sale, utile alla conservazione e alla nutrizione del bestiame, ma anche le altre vie di comunicazione, utili per l’esportazione di merci. Le tecniche costruttive erano molto semplici con materiali deperibili. È evidente l’influenza di alcune culture, come quella greca del simposio e, come gli etruschi, anche nel Lazio Antico vi fu una “rivoluzione villanoviana”, poiché gli abitanti si mossero in altri luoghi, soprattutto per i cambiamenti indotti dalle nuove culture (es. coltura dell’ulivo).
Capitolo 2: La Roma dei re
L’età monarchica di Roma va dall’origine fino al 509 a.C. ed è testimoniata da calendari (il sacrificio compiuto dal re il 24 febbraio nella cerimonia del regifugium), ma anche da edifici, istituzioni (cippo del foro romano). Secondo la tradizione ci sono stati sette re a Roma, ma ancora si discute la storicità di tali figure reali. A favore della storicità vi è, a differenza della saga romulea, l’uso del patronimico, per testimoniare l’allargamento della comunità. A sfavore della storicità, vi è l’impossibilità che, in un periodo così lungo, vi siano stati solo sette re, poiché questo implicherebbe 35 anni di governo ciascuno. Pertanto, secondo alcuni, l’ipotesi migliore è che questi re sono ricordati perché erano le personalità più autorevoli.
Ognuno di essi, infatti, ha avuto un ruolo importante. Secondo gli antropologi queste figure non sono altro che la trasposizione mitica della nascita della monarchia come aggregazione dei tre poteri: legislativo, religioso, militare. Tra le competenze del sovrano vi era sicuramente la capacità di essere un intermediario tra gli uomini e la divinità, tramite auspici e calendari, che aveva il compito di mantenere in equilibrio la pax deorum, ovvero la concordia tra il mondo terreno e il dio. Gli dei romani richiedevano sacrifici, culti, preghiere, feste ecc. questo riconoscimento creava anche uno dei valori condivisi dalla civiltà romana, il cui insieme prende il nome di “mos maiorum”.
Tra tutti questi valori spiccava la pietas, il rispetto per gli dei, i parenti e gli antenati, che doveva essere sempre rinegoziata. Il re aveva anche il comando dell’esercito e il potere militare da esercitare in guerra, l’imperium, ma si occupava anche della politica interna ed esterna e la giustizia. Nelle cause pubbliche e criminali il re decideva la vita o la morte degli imputati, con la possibilità di essere salvato dalla grazia del popolo. La carica di re era vitalizia e non ereditaria, una volta morto il potere tornava al senato e al popolo. La struttura politica romana prevedeva un’assemblea ristretta, il senato, che aveva 100 membri, scelti per anzianità e autorevolezza. Il senato partecipa alle decisioni del re e interviene in occasione della sua morte, per scegliere un monarca temporaneo che governi per cinque giorni.
Il re aveva, però, anche delle limitazioni: non poteva cambiare le leggi. Il compito di deliberare le leggi o le dichiarazioni di guerra o pace era dell’assemblea dei cittadini (populus) e dei capi (senatus), solo dopo essersi consultati con loro il re dava l’ufficialità. Il popolo era diviso in tre tribù gentilizie, dove il figlio apparteneva alla tribù del padre ed era base di reclutamento per il combattimento. Nessuno sa secondo che principio si appartenesse ad una tribù, si sanno solo i nomi di origine etrusca: Tities, Ramnes, Luceres. Ogni tribù era divisa in 10 curie e i loro membri, i Quiriti, costituivano il corpo civico dei Romani. In caso di guerra ogni tribù aveva 100 cavalieri, i celeres, e 1000 fanti, per un totale di 300 e 3000. La somma delle curie costituiva i comizi curiati, che provvedeva alle decisioni di ambito familiare.
I comizi avevano anche dei poteri in ambito religioso e potevano approvare o dissentire con le proposte del re, anche se non avevano autonomia di proposta. Il loro compito principale era quello di emanare la legge che ogni anno assegnavano al re il comando dell’esercito. Roma nasce principalmente multietnica e con una vocazione espansiva, tant’è che Romolo, per popolare la città, concesse il diritto d’asilo, permettendo a coloro che venissero dal resto dell’Italia di inserirsi nella nascente città e avere i diritti politici e i bottini di guerra.
Anche il ratto delle sabine indicava come dalla guerra, attraverso matrimoni misti, si passava alla fusione tra Sabini e Latini (tra Romolo e Tito Tazio) e, pian piano, alla creazione di una “città aperta”. Tutto questo generò, intorno al VII secolo, lo spostamento di interi clan che cercavano un’ottima posizione di dominio e tutto questo è testimoniato dai nomi stranieri rinvenuti nei corredi funerari.
Dal 616 ebbe inizio la dominazione etrusca a Roma. I primi quattro re si alternano tra latini e sabini per l’accordo dopo il ratto. Tre furono i re di questa dinastia: Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo. Viene introdotto il principio ereditario poiché il popolo e il senato non potevano più scegliere il nuovo sovrano. Con Prisco ha inizio a Roma un periodo di bilinguismo e bigrafismo, tra latino e etrusco, e vi sono alcuni cambiamenti: canalizzazione delle acque (bonifica delle aree); alla base dell’economia vi era l’agricoltura; meno capanne e più case (domus); rete fognaria (Cloaca Massima); la piazza del mercato lascia lo spazio al foro, dove vi erano le sedi pubbliche del potere (comitium e curiae) e negozi (tabernae). Tra il Palatino e l’Aventino il Circo Massimo, che ospitava i giochi e, sul Campidoglio, i primi templi, con la nascita della seconda triade capitolina: Giove, Giunone, Minerva.
Tutto il potere era incentrato nelle mani del re, agghindato con una veste purpurea su un trono d’avorio e lo scettro. In campo religioso si diffonde l’aruspicina, la scienza attraverso la quale i sacerdoti interpretavano il volere degli dei. Mentre, in campo militare, per i vincitori vi era la cerimonia del trionfo. Ma, una grande innovazione fu il calendario, i Fastii (da fas=diritto divino). Quello etrusco aveva 355 giorni e quello pre-giuliano aveva 12 mesi con 29 o 31 giorni, con una differenza tra anno lunare e solare di 10 giorni. Ogni giorno veniva rappresentata da una lettera e venivano annotate le feste religiose e dei raccolti. Cesare, poi, rinnoverà il calendario con 28-30-31 giorni.
Servio Tullio succedette al suocero e fece riforme, atte ad allargare il numero di chi si occupava del potere: il senato fu portato a 300; le tribù erano quattro territoriali, Suburana, Esquilina, Collina, Palatina, a cui cittadini appartenevano a seconda del loro domicilio; diritto di cittadinanza solo a chi aveva residenza urbana, permettendo questa anche a chi non era stato immesso nelle curie; utilizzo della fanteria oplitica, combattimento in linea con scudo che proteggeva il vicino, per imparare la coalizione e la coordinazione. Potevano combattere solo coloro che possedevano un patrimonio e avere un bottino molto alto. I cittadini furono divisi in 193 centurie: 170 fanti, 18 cavalieri, 5 non combattenti. Vi erano 5 classi: 1°=80 centurie (oplitico e corpo a corpo), 2°-3°-4°=20 (scudo ma non corazza ed elmo), 5°=30 (a distanza con i giavellotti); riforma censitaria per valutare il patrimonio di ognuno; comizi centuriati con sistema politico timocratico. Questi ultimi decidevano chi doveva amministrare l’imperium e della guerra.
L’ultimo re di Roma fu Tarquinio il Superbo, la cui immagine è incarnazione del concetto di tiranno. Cambiamenti: avanzamento del controllo militare; successo bellico con i Volsci fino ad arrivare a Cartagine; tempio di Giove sul Campidoglio. La fine del regno e dell’età monarchica si ha nel 509 con la violenza del re su Lucrezia che si uccise. Tarquinio è allontanato dal marito della donna e da Giunio Bruto, esattamente come verrà raccontata secoli dopo la morte del tiranno Cesare. Dopo la rinuncia di Porsenna il figlio Arrunte cerca un’alleanza anti-etrusca con Aristodemo di Cuma, che però lo sconfigge e nel 507 Roma è di nuovo del tutto dei latini.
Capitolo 3: Tra monarchia e repubblica
La fine dei Tarquini segnò anche la fine della Monarchia e la nascita di una costituzione detta “repubblicana”, dove il potere era affidato ai due consoli Bruto e Orazio (poi Publicola), eletti dai comizi curati. Questo periodo di transizione è molto lungo e, grazie alle fonti, possiamo notare lo scenario internazionale intorno a Roma: lotta per il controllo commerciale del Tirreno; patto tra Cere e Cartagine per bloccare le flotte militari greche; trattato del Superbo con Cartagine di cui scrive Polibio (fu permesso a Roma il controllo sul Lazio Antico, dove i Cartaginesi non potevano pernottare e creare trappole, ma dovevano lasciare il Tirreno e tutte le zone affidate alla potenza).
Poi a Roma giunsero clan di etnie diverse, 5000 guidati da Appio Claudio, ma la cacciata dei Tarquini aveva portato Roma a riconquistare l’identità latina e a subire un processo di de-etruschizzazione. Pertanto, come testimoniato anche da Livio, dopo che le famiglie aristocratiche (Valeri, Fabi, Postumi, Semproni) si ribellano alla monarchia etrusca per aver dato appoggio ai ceti che non lo meritavano, i romani giurarono di non farsi mai più governare da un re. Nasce così la res publica, basata sul concetto di libertà e sulla nascita di nuove magistrature. Il re aveva solo compiti religiosi e perse potere anche il kalator. Nuova carica è quella del pretore, al quale era affidato il potere militare e aveva una posizione di eccellenza.
Altra figura importante era il console, carica affidata ad una coppia di magistrati, che avevano il comando civile e sia fuori che dentro il pomerio e avevano diversi compiti: convocavano il senato; riunire i comizi centuriati che li votavano; parlavano nelle assemblee (concioni) 24 giorni prima della votazione delle leggi. A testimonianza di questo vi sono i fasti consolari, un elenco di consoli che ottennero il trionfo.
Pertanto, la separazione dei poteri aveva creato magistrature indipendenti, la durata temporanea delle cariche vedeva una turnazione nell’amministrazione del governo, la scelta elettiva coinvolse anche il popolo. Contro questi principi vi era solo la carica di dittatore, adottata solo in caso di emergenza insieme ad un capo della cavalleria, ma avevano potere solo per sei mesi. Ciò che non era variato in questo periodo di transizione era il corpo del senato. Molti furono anche i cambiamenti di ordine militare, soprattutto di battaglie contro i Volsci e i Sabini, situati sull’Appennino. I primi crearono un ostacolo per gli scambi tra Roma e il Sud, i secondi interruppero la percorribilità della via Salaria.
Vi fu anche un periodo di epidemie e carestie, testimoniate dall’uccisione di Melio (vd libro), dai corpi che si gettavano nel Tevere per disperazione, e dai numerosi templi costruiti a seconda delle esigenze della città (es. Saturnio per le epidemie, Cerere per il grano, Libero per il vino ecc). Roma dovette inoltre affrontare una coalizione di città latine e Veio. I Latini furono sconfitti nel Lago Regillo, dopo che il comandate Albino chiese l’intercessione della divinità nemica promettendo il suo culto nell’Urbe.
Dopo la battaglia ci fu il “trattato di Cassio” di pace, così chiamato perché Cassio era console. Anche se il trattato era equo da entrambi i lati per la spartizione i poteri, Roma acquista un ruolo egemonico all’interno della Lega Latina, ma, passato Marcio dalla parte dei nemici Volsci, Roma viene attaccata ed è costretta a creare mura difensive e ad allearsi con il popolo degli Ernici. Roma riesce a vincere soprattutto grazie a Cincinnato, soldato-contadino esempio della vita sobria. A porsi contro Roma anche la città di Veio che, avendo i Volsci impedito i loro rapporti con la Magna Grecia, volevano sfruttare le saline del Tevere.
Principalmente volevano il controllo dello smercio di prodotti dalla città di Fidene e la guerra contro l’Urbe si articola in tre fasi, con una prima sconfitta dei romani e una loro ultima vittoria grazie a Camillo, che, con una galleria, entra nelle mura e assale la città, sfilando poi su un carro come vincitore. Successivamente Veio fu rasa al suolo e divenne agro pubblico, i cui abitanti crearono un’altra tribù territoriale. Dopo il V secolo Roma si era ripresa dal crollo militare dopo la monarchia e aveva: riconquistato il controllo della Lega Latina; sconfitto Sabini e Volsci; espugnato Veio.
Capitolo 4: Conflitti interni della prima Repubblica
Intorno al V secolo si ha a Roma una guerra intestina tra i patrizi e plebei, che modifica la struttura sociale e statale romana. Nella Roma arcaica la famiglia ha un ruolo centrale, dove tutto il potere sta nelle mani del Pater familias, che addirittura sceglie delle vita, della morte e della schiavitù di tutti i componenti (patria potestas). Tante famiglie costituivano un clan e, in particolare, una gens, dove i componenti avevano lo stesso gentilizio (nomen) e sottostavano o al volere del capofamiglia dei clan importanti o a quello dei clan associati.
Poco dice la tradizione riguardo a le donne, utili alla procreazione e ad occuparsi della casa. Un ruolo di spicco avevano le matrone, che, per assicurare la paternità dei figli, dovevano essere moderate e trattenersi nel vestire o nel gesticolare. Le donne avevano il femminile del gentilizio paterno, che diventava quello del suocero una volta sposate e, compito principale, dovevano mettersi a disposizione, ad esempio con i monili, per il corpo civico. La loro partecipazione alla vita politica e ai loro diritti sarà poi rivendicata in età imperiale.
Le famiglie erano divise in: liberi, schiavi, liberti. Gli schiavi non avevano diritti ed erano considerati oggetti nelle mani del padrone e tra questi vi erano: figli venduti; schiavi per debito (nexi), quando non pagavano in tempo; schiavi nati in casa da altri servi (vernae). Gli schiavi potevano essere liberati con la manomissione, spostarsi dallo schiaffo, e quindi dal potere, del padrone, diventando liberti. Una nuova figura fu quella del cliente, colui che, tramite un rapporto di fides con il libero patrono, riceveva assistenza giudiziaria ed economica in cambio di obbedienza.
Ma, tutto questo porta all’inasprimento della situazione interna di Roma e, nel 494 a.C. scoppia lo scontro tra patrizi e plebei. I primi potevano avere più diritti poiché potevano prendere parte attiva alla politica e detenevano il controllo delle risorse economiche e amministrative.
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