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Serena Addis storia romana

Qualche notizia introduttiva

Datazione e cronologia

L'era cristiana o volgare fu introdotta da Dionigi Esiguo, detto il Piccolo, un monaco vissuto tra la fine del V e l'inizio del VI secolo d.C. Il suo sistema cronologico riportava alla nascita di Cristo soltanto gli avvenimenti accaduti dopo tale data; quelli che la precedevano erano computati a partire dalla creazione del mondo.

A Roma, a partire dall’età repubblicana, ciascun anno fu indicato mediante i magistrati eponimi (cioè 'che davano il nome all’anno'). L’uso di esprimere la data partendo dalla fondazione di Roma (ad urbe condita) prese piede negli ambienti dotti antichi soltanto tra la fine dell’età repubblicana e la prima età imperiale. La stessa datazione della fondazione della città (754-753 a.C.) venne fissata solamente in epoca cesariana da Marco Terenzio Varrone. In epoca imperiale, nei testi epigrafici prevalse l’uso di annotare il numero progressivo dei rinnovi dei poteri tribunizi di ciascun imperatore. Il calendario romano repubblicano, che rimase in vigore sino alla riforma di Cesare nel 46 a.C., era basato su un anno di 355 giorni, suddiviso in 12 mesi.

Avevano un’importanza notevole i giorni del mercato (nundinae), durante i quali la popolazione rurale confluiva in città per i propri commerci e poteva partecipare alla vita civica e sociale. I mercati avevano luogo regolarmente ogni 8 giorni (‘ogni nono giorno’, secondo il computo romano, da cui nundinae, per novemdinae, da novem dies). Sui calendari ciascun giorno di tali periodi era contrassegnato con una lettera dalla A alla H: con la lettera A si identificavano i giorni delle nundinae.

Onomastica romana

Il nome completo dei cittadini romani si componeva di tre elementi (tria nomina). Il primo era il prenome (prenomen), cioè l'originario nome personale. Il secondo era il gentilizio (nomen): designava il gruppo familiare (la gens) di appartenenza e veniva trasmesso di padre in figlio. Il terzo era il cognomen, spesso derivato da un soprannome individuale, tratto talora da caratteristiche fisiche; talora da cariche o attività di esponenti della famiglia; talora da precisazioni geografiche spesso legate alla propria appartenenza.

In caso di adozione, l'adottato assumeva i tria nomina del padre adottivo a cui faceva seguire un secondo cognomen, tratto dal gentilizio della sua famiglia d'origine. (Es. Caio Ottavio, adottato da Caio Giulio Cesare, divenne Caio Giulio Cesare Ottaviano).

Le cittadine romane di nascita libera ricevevano come nome il solo gentilizio paterno, al femminile, e continuavano a portarlo anche da sposate. (Es. Cornelia, Marcia, Clodia). Di regola non avevano prenome.

Gli schiavi erano abitualmente denominati con un unico nome personale. I liberti assumevano il prenome e il gentilizio dell'ex padrone (che con la manomissione, diveniva loro patrono) e portavano come cognome il loro antico nome di schiavo. (Es. Carpophorus, manomesso da M. Horatius Clemens, si sarebbe chiamato M. Horatius Carpophorus).

Il mondo di Roma

Il mondo di Roma è stato definito ad un tempo «uno, duplice, molteplice». «Uno» perché ne furono elementi unificanti l'amministrazione, la cittadinanza, l'esercito, il diritto. «Duplice» perché questo mondo fu romano, ma di certo non esclusivamente latino. Il greco rimase sempre il modo di espressione principale oltre che della Magna Grecia e della Sicilia, di tutta l'area orientale del bacino del Mediterraneo a partire dalla penisola Balcanica. «Molteplice» perché in questo mondo Roma lasciò convivere e sopravvivere un mosaico vario di cittadinanze, di particolarità locali, di condizioni politiche, sociali e personali.

L'Italia preromana

L'Italia dell'età del bronzo e l'età del ferro

Nella penisola italiana si assiste nell'arco di circa due millenni, dal III al I millennio a.C., a uno sviluppo di notevoli proporzioni. Tra l'età del bronzo medio e la prima età del ferro si passa dalla presenza di una miriade di gruppi umani a forme complesse di organizzazione protostatale (quello che in Egitto e nel Vicino Oriente si era realizzata già da tempo). È probabile che questo sviluppo abbia conosciuto una cesura notevole tra l'ultima età del bronzo (1200-900 a.C.) e la prima età del ferro (secoli IX-VIII a.C.).

L'Italia nell'età del bronzo si contraddistingue per la sua uniformità. Anche se i siti risultano dislocati un po' ovunque nella penisola, in numero prevalente si trovano sulla dorsale montuosa che la percorre da nord a sud. Ecco perché tale cultura è stata denominata «appenninica». Importante in questo periodo è l'incremento demografico. Il numero degli insediamenti si riduce e quelli che sopravvivono si estendono. Questo fenomeno è particolarmente evidente nella cultura «terramaricola», che si sviluppò nella pianura emiliana tra il XVIII e il XII secolo a.C.

Tale cultura diede vita a insediamenti di capanne che poggiavano su una sorta di impalcature di legno, che aveva lo scopo di creare una sorta di difesa naturale dagli attacchi di animali selvatici e di isolarle dal terreno col quale si definiscono i grossi tumuli di terra grassa e scura formati dai depositi dei primitivi insediamenti. Avevano una forma per lo più trapezoidale, erano circondati da un argine e da un fossato ed erano attraversati da due strade perpendicolari tra loro.

I rinvenimenti di merci provenienti dall'area micenea, prodotte dunque da regioni tecnologicamente e culturalmente più evolute, sono attestati un po' ovunque lungo le coste dell'Italia meridionale e delle isole. Con l'inizio dell'età del ferro l'Italia presenta un quadro differenziato di culture locali.

Un primo criterio di differenziazione concerne le modalità di sepoltura: un gruppo, che abitava nell'Italia settentrionale, lungo le coste tirreniche sino alla Campania, praticava la cremazione; l'altro, che occupava le restanti regioni, praticava invece l'inumazione. Tra le culture che assumono caratteri distintivi si segnalano quella compresa tra i laghi del Piemonte e della Lombardia, nota con il nome di «Golasecca», e quella sviluppatasi nelle vicinanze di Padova, nota come «cultura di Este». In Etruria e in Emilia emerge poi una cultura nota con il nome «Villanoviana».

Quest'ultima, che prende il nome dalla necropoli sorta nei pressi di Bologna, presenta alcuni caratteri vicini a quelli di altre culture sviluppatesi nello stesso periodo in diverse parti d'Europa. Gli uomini Villanoviani erano capaci di fabbricare utensili e armi in ferro ed abitavano in insediamenti che avevano ormai assunto la forma di villaggi; le loro sepolture consistevano in urne destinate al raccoglimento di ceneri dei defunti e in tombe a pozzo. Si pensa che i Villanoviani siano i diretti antenati degli Etruschi (per via dell'area di diffusione).

La diversità delle culture presenti in Italia denotano la presenza di molti gruppi etnici di varia provenienza. Le molteplici lingue che si diffondono sono riconducibili alla famiglia delle indoeuropee e delle non indoeuropee. Indoeuropee sono in primo luogo il latino e il falisco (Lazio). La lingua italica era suddivisa in diversi dialetti: uno umbro-sabino, nel centro-nord; uno osco, nel centro-sud; e un terzo meno noto linguisticamente. Indoeuropei erano anche il celtico e il messapico. In Italia comunque, la principale lingua indoeuropea era l'Etrusco.

Non indoeuropee invece erano il ligure, il retico e il sardo. Importanti erano le colonie nella Magna Grecia, fondate dalla metà dell'VIII secolo a.C. Lungo la costa ionica, quella tirrenica e in Sicilia sorse una serie di città importanti. In Sicilia giocavano un ruolo importante anche le colonie fenice.

La civiltà dei sardi, che si sviluppò in Sardegna tra l’età del bronzo e quella del ferro, era una civiltà nuragica. Il «nuraghe» era una torre a forma di tronco di cono, (nuraghe in sardo designa un accumulo di ruderi di pietre), e fa la sua prima comparsa nella prima metà del II millennio a.C. e avevano una funzione difensiva. La civiltà nuragica fu fortemente influenzata, nella parte finale della sua evoluzione, dagli insediamenti fenici lungo le coste.

I primi frequentatori dell’Italia meridionale

Le notizie che ci pervengono si devono soprattutto ai greci, che iniziano a scrivere dell’Italia (meridionale) solo nel V secolo a.C. Allo storico greco Dionigi di Alicarnasso, che scrive a Roma all’epoca dell’imperatore Augusto (fine I secolo a.C. dobbiamo la presentazione dei più antichi frequentatori dell’Italia meridionale:

Gli Arcadi, primi tra gli Elleni, attraversato l'Adriatico si stanziarono in Italia, condotti da Enotro, figlio di Licaone, nato 17 generazioni prima della guerra di Troia [ca. 1700 a.C.]. Enotro, portando con sé la maggior parte della spedizione, giunse all'altro mare, quello che bagna le regioni occidentali d'Italia [il Tirreno]. E trovare colà molte terre adatte sia al pascolo che alle colture agricole, ma per la maggior parte deserte, e poco popolose anche quelle che erano abitate, ne liberò alcune dai barbari, e fondò sulle alture piccoli centri abitati vicini gli uni agli altri, secondo la forma di insediamento consueta tra gli antichi. E la regione occupata, che era vasta [comprendeva tutta l’estremità meridionale della penisola italica], fu chiamata Enotria ed Enotrie tutte le genti su cui lui regnò.

Nonostante si creda che il racconto di Dionigi non sia del tutto basato su dati reali, gli archeologi affermano che comunque c’è una verità storica, perché è proprio in questo periodo che inizia la frequentazione commerciale delle coste del meridione italico da parte di genti di provenienza orientale. La forma di insediamento cui accenna Dionigi è invece sicuramente accertabile, anche perché spiega bene con le caratteristiche del paesaggio del golfo di Sibari con al centro la foce di Crati, il fiume principale. Nel frattempo la società indigena si è trasformata: gli insediamenti hanno conosciuto un processo di selezione che ha dato origine a comunità più popolose.

Le trasformazioni dell’Italia centrale

Tra l’VIII e il V secolo a.C. si assiste a un grande fenomeno espansivo delle popolazioni dell’Appennino centro-meridionale. I sabini si intromettono nella Roma dei latini e gli altri gruppi etnici di lingua non latina, come Equi, Volsci e Ernici, che occupano il Lazio. Questo movimento ha inizio tra il V e il IV secolo a.C. In Abruzzo si formano insediamenti di notevoli dimensioni e anche nell’area picena inizia a formarsi una cultura simile a quella che già caratterizzava il Lazio e l’Etruria.

Gli Etruschi

Origine ed espansione degli Etruschi

Gli Etruschi sono la più importante popolazione dell’Italia preromana. Noti ai Greci con il nome di «Tirreni». Per Erodoto, che scriveva nel V secolo a.C. si trattò di un gruppo di Lidi che, provenienti dalla regione dell’Asia minore che si affaccia sul mar Egeo e guidati da Tirreno, navigarono alla volta dell’Italia. Dionigi di Alicarnasso, nel I secolo a.C., li riteneva genti autoctone, indigene, della penisola italica, mentre altri li pensavano provenienti dal lontano Nord per via di terra.

La ricerca archeologica e storica moderna propende a spiegare l’origine etnica degli etruschi, che si colloca tra il VIII e il VII secolo a.C., come il punto d’incontro di due tipi di processi: da un lato si pensa a un’evoluzione della struttura interna della società e delle economie locali; dall’altro si riconosce l’importanza che su queste esercitarono influenze esterne.

L’origine della civiltà etrusca sembra dunque riconducibile ad uno sviluppo autonomo realizzatosi nella regione compresa tra i corsi dell’Arno e del Tevere (Toscana, Umbria e Lazio settentrionale). Nella fase della loro massima espansione gli etruschi controllavano gran parte dell’India centro-occidentale e competevano con i Greci e i Cartaginesi per il controllo delle principali rotte marittime, ma non diedero mai vita ad uno stato unitario. Gli etruschi si organizzarono in città indipendenti governate da sovrani, detti «lucumoni», che furono poi sostituiti da dei magistrati, gli «zilath». La società etrusca aveva un carattere profondamente aristocratico, dunque il governo delle città era nelle mani di un gruppo ristretto di proprietari terrieri e di ricchi commercianti.

Il processo di espansione degli etruschi si era sviluppato in varie direzioni e aveva portato alla fondazione di nuove città, ma intorno al 530 a.C. subì una prima battuta d’arresto a seguito di una battaglia navale ingaggiata con i Focei. Gli etruschi strinsero un’alleanza con i Cartaginesi, ma neanche questo fu sufficiente per sconfiggere i Focei, abili per mare. Nel 474 a.C. anche il processo espansionistico verso l’Italia meridionale fu arrestato dai Greci, presso la città di Cuma. I due eventi che però furono decisivi per la decadenza etrusca furono:

  • La presa di Veio, nel 396 a.C. ad opera dei Romani;
  • La presa dei possedimenti in val Padana, ad opera dei Celti.

Nel corso del III secolo a.C. l’Etruria passò in mano romana.

Religione e cultura

La sfera religiosa etrusca comprende una ricchezza di culti e di scritti sacri ben codificati, accanto a tecniche specifiche con componenti magiche. Le divinità del pantheon etrusco sono in gran parte assimilabili a quelle greche. Alcune hanno nomi di origine ellenica, altri dei rivelano un’origine indigena. In un sistema simile a quello dell’Olimpo ellenico, dove al di sopra di Zeus dominava il Fato, anche presso gli Etruschi la divinità suprema, Tinia, appare subordinata al Fato.

Il famoso «libro di lino» di Zagabria, che consiste in un testo scritto su una pezza di stoffa riutilizzata per avvolgere una mummia, è il più lungo documento a noi noto scritto in lingua etrusca: esso riporta, nella forma di un calendario con giorni e mesi, le prescrizioni rituali dell’anno liturgico, le preghiere e i cerimoniali di offerta.

È importante la concezione dell’aldilà, poiché il defunto è immaginato continuare la propria esistenza nella tomba, che viene concepita come un prolungamento della dimora del vivo, nella quale devono trovar posto cibi e bevande, e i simboli del suo status sociale. A quest’immagine dell’aldilà in un secondo tempo se ne sostituì un’altra che concepiva l’oltretomba come una destinazione alla quale si perveniva dopo un lungo viaggio, che poteva essere effettuato a piedi o con un mezzo di locomozione come il carro o il cavallo.

Agli Etruschi premeva molto la corretta interpretazione dei segni della volontà divina visibili in terra. Chi interpretava tale volontà praticava l’arte dell’«aruspicina» e analizzava le viscere degli animali sacrificati per scopi religiosi. L’aruspicina si basa sulla concezione di una fondamentale unità cosmica, secondo cui negli organi si riprodurrebbe l’ordine dell’universo: l’analisi delle parti delle vittime serviva all’aruspice per le sue interpretazioni e per trovare risposte alle domane che venivano rivolte alle divinità. Un monumento famoso dell’aruspicina è il ‘Fegato di Piacenza’, un modello in bronzo che presenta sulle varie facce una serie di nomi divini.

Il problema della lingua

I testi etruschi possono essere letti con facilità poiché l’alfabeto, di 26 lettere, è un riadattamento di quello greco. Una grossa difficoltà per la conoscenza dell’etrusco deriva dal fatto che è una lingua non indoeuropea. Inoltre i testi che ci sono pervenuti sono per lo più composti da piccole formule. Quelli di una certa estensione sono, come già menzionato, il liber linteus di Zagabria, la tegola di Capua, che riporta un rituale funerario, e la tavola Cortonense, scoperta di recente che riproduce un documento legale con indicazione di confine.

Tecnica e arte

I siti delle città etrusche hanno lasciato una traccia archeologica relativamente modesta, ricordiamo Marzabotto, Volterra, Vetulonia, Tarquinia e le necropoli. Le costruzioni sono organizzate come vere e proprie abitazioni sotterranee, costruite in pietra o scavate nel tufo con varie strutture: nell’VIII secolo a.C. alle tombe a pozzo, costituite da semplici pozzetti rivestiti, si sostituirono quelle a fossa, destinate all’inumazione dei cadaveri. Le più evolute sepolture a camera (VII secolo a.C.) avevano una struttura architettonica complessa: erano dotate di celle, corridoi e nicchie.

Dell’arte etrusca ci sono rimasti molti reperti di statuaria, terracotte, pittura e oreficeria. Gli affreschi che decorano le tombe riproducono scene di vita quotidiana. Tra le tecniche più diffuse di produzione ceramica, tipica è quella del vasellame di bucchero, ottenuto mediante una particolare cottura dell’argilla fino al raggiungimento di un colore nero lucente.

Per quanto riguarda le attività economiche, gli Etruschi praticarono l’agricoltura, la metallurgia e l’artigianato artistico. Gli oggetti di bronzo e dell’oreficeria, insieme ai cereali e alle anfore vinarie, raggiunsero ampie arie del Mediterraneo. Il ritrovamento di una varia strumentazione agricola ha dimostrato al conoscenza di tecniche relative alla coltura dei cereali, alla arboricoltura, alla tenuta dei vigneti. Erano abili anche nell’estrazione dei minerali e nel trattamento dei metalli grezzi. La lavorazione dell’oro e dei metalli nobili, ci è testimoniata da corredi funebri con reperti d’arte.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher serenaadd1994 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Floris Piergiorgio.
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