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Riassunto esame Storia delle religioni, prof. Spineto, libro consigliato Manuale di storia delle religioni, Filoramo

Riassunto per l'esame di Storia delle religioni, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Manuale di storia delle religioni", Filoramo , edizione Laterza, 1998. Per una migliore comprensione del testo e degli argomenti trattati, sono inseriti schemi e voci da enciclopedie, in particolare al termine è inserita una breve panoramica sulle principali divinità... Vedi di più

Esame di Storia delle religioni docente Prof. N. Spineto

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ESTRATTO DOCUMENTO

Cesare riferisce che l’insegnamento dei druidi contemplava anche la dottrina

LA TRASMIGRAZIONE DELLE ANIME

della trasmigrazione delle anime da un corpo all’altro dopo la morte al fine di eliminarne la paura. Cesare adatta al più

noto modello pitagorico la metensomatosi gallica, rendendola più accettabile per l’uditorio romano. Si tratta più

verosimilmente di stati e gradi dell’essere, che l’interpretazione greca e romana ha ridotto e assimilato al pitagorismo.

Questa dottrina non ha cmq mai escluso o sostituito una visione dell’oltretomba, inteso per lo più come un luogo senza

una precisa ubicazione e di cui una ricostruzione è possibile esclusivamente attraverso i cicli degli imrama (viaggi),

racconti di viaggi e avventure, redatti tuttavia posteriormente al sec. IX, il cui protagonista, attraverso un lungo e

faticoso itinerario, raggiunge isole fantastiche, dominate dall’assenza del tempo e dove regna l’eterna giovinezza.

I Galli avevano elaborato un calendario. Dall’Irlanda però provengono le indicazioni più

LE FESTE DEI CELTI

complete. Il ciclo festivo celtico conosceva 40 feste, due dividevano l’anno in due parti:

Samain (“riunione”) 1° novembre, introduceva la “½ oscura” dell’anno. Era una sorta di Grande Festa o Festa di

Capodanno, in cui i morti facevano irruzione in questo mondo. Era posta sotto la giurisdizione dei druidi.

Beltaner (“fuoco di Bel”) 1° maggio,introduceva la “½ chiara” dell’anno. Era una festa del fuoco e dei druidi.

Altre due feste spartivano ulteriormente l’anno, definendo il ciclo stagionale:

Lugnasad (“assemblea di Lug”) 1° agosto, era una festa della regalità o del “capo”. Si celebrava la mietitura e la

fertilità della terra.

Imbloc 1° febbraio, era una festa delle purificazioni. In epoca cristiana era presieduta da Santa Brigitta.

’ I druidi, detentori di ogni forma di conoscenza, senza essere al servizio di una specifica

L EREDITÀ INDOEUROPEA

divinità, come i pontefici a Roma e i bramani in India, traducevano sul piano umano la sfera della sacralità, a cui era

compagna la regalità o, in questo caso, la chefferie (potere basato sul prestigio e sull’autorità, in Britannia e Irlanda la sua

sacralità viene rivelata dalla probabile pratica di una ierogamia, tradotta nella forma di un accoppiamento con una cavalla

poi sacrificata, che ne precedeva l’effettiva consacrazione).

Accanto ai druidi, al vertice della scala sociale, Cesare collocava i guerrieri, mentre relegava il popolo (plebes) al

gradino più basso, alla stregua dei servi, quasi nel rispetto dell’ideologia tripartita.

Miti/leggende : Nuadu, sovrano mitico della tradizione irlandese, incarnava la regalità ma era anche il guerriero. Portava

l’epiteto di aigetlàm (“dalla mano d’argento”) perché aveva perso una mano nella prima battaglia di Moytura e per questo

può essere apparentato al romano Muzio Scevola, il mancino che bruciò su un braciere la propria mano dx per non aver

ucciso il re etrusco Porsenna; o al dio germanico Týr, che perse la sua mano tra le fauci del lupo Fenrir. Anche l’irlandese

Dagda, il “dio buono”, sia etimologicamente sia per le sue funzioni può essere ricondotto al sostrato indoeuropeo. Allo

stesso sostrato appartiene l’irlandese Brigit, trasformata con un processo di cristianizzazione in santa Brigitta, invocata

persino come “Madre di Gesù”. Essa nasce all’alba, partorita sulla soglia della casa, tra l’oscurità interna e la luce solare,

per cui potrebbe essere identificata con l’“Aurora” (nel pantheon greco è Eos, in quello indiano Uşās e proprio nei testi

vedici l’Aurora porta l’epiteto di bŗhatī corrispondente etimologico dell’irlandese Brigit). Anche le Matronae possono

essere espressione del patrimonio indoeuropeo: un numero imprecisato di madri è conosciuto anche nell’India vedica

(“madre del focolare”, “madre della foresta”, “madre dei fiumi”) e anche in Grecia Gaia e Demetra sono “madri”.

Rimane cmq incerta l’organizzazione di un eventuale pantheon e così anche la possibilità di estendere alle altre etnie il

modello gallico fornito da Cesare.

► 3 – ( . )

GERMANI 94

P

Con il termine Germani viene designato un insieme di popolazioni di origine

indoeuropea, stanziate tra la Scandinavia meridionale, lo Jutland, la costa meridionale

del Baltico e l’Europa centrale, tra Reno, Alpi e Vistola. Pur conoscendo la scrittura, i

Germani non hanno lasciato resoconti diretti della loro storia e della loro civiltà. Le

informazioni sono fornite dagli autori greci e latini, ma anche da autori cristiani. Inoltre

la tradizione mitica ed eroica dei popoli germanici di area scandinava è conservata da

una raccolta del sec. XIII composta di 29 canti ma la cui redazione è forse attribuibile

ad un periodo situato tra il sec. VIII e il X (Edda poetica).

, , Forse i Germani non avevano un corpo

SACERDOTI IMMAGINI DI CULTO SPAZI SACRI

sacerdotale degno di rilievo, esistevano cmq degli “specialisti del sacro” la cui sfera di

competenza si estendeva sino ad abbracciare anche l’amministrazione della giustizia.

Tacito ricordava che solo il sacerdote per ordine della divinità titolare della battaglia

aveva il diritto di fustigare chi si fosse macchiato di qualche colpa in combattimento.

Essi imponevano il silenzio nelle assemblee, forse indossavano abiti particolari.

Non è improbabile che ogni tribù avesse il proprio “esperto del sacro” a cui competeva

la pratica della divinazione a carattere pubblico, la cleromanzia e l’auspicazione.

Secondo Tacito è tipico dei Germani “trarre responsi dai presagi e dagli ammonimenti dei cavalli” di cui il sacerdote, il re

o il capo della tribù osservano i nitriti e i fremiti. Profondamente attenti alla pratica divinatoria, i Germani l’hanno

conservata nella tradizione medievale, dove proliferano gli indovini e dove lo stesso Odino è connesso con la mantica.

G. FILORAMO, Manuale di storia delle religioni (percorso che comprende le religioni del mondo antico : pp. 5-139; 161-287) 15

Per Tacito non avevano immagini degli dei, ma forse generalizzava attribuendo a tutti i Germani una pratica di culto

aniconica tipica di alcune etnie, o basandosi su un pregiudizio diffuso, o ancora volendo indicare la mancanza di una

iconografia che rispondesse ai canoni classici. Analogo discorso vale per l’assenza di templi, sostenuta sempre da Tacito.

In ogni caso si servivano di spazi sacri, di boschi e di aree che fungevano come luoghi di culti.

Edda è un termine di significato oscuro e nei manoscritti designa la redazione in prosa della tradizione mitica

EDDA

ad opera di Snorri Sturluson. L’Edda in prosa è una sorta di vademecum per chi aspirava a diventare scaldo, una figura

complessa, tra il poeta, il chierico e l’intellettuale, tipica del Medioevo scandinavo.

In questi spazi si svolgevano le cerimonie di culto, il cui momento centrale era costituito dal sacrificio

IL SACRIFICIO

cruento. La vittima veniva uccisa secondo un preciso rituale codificato, che riservava ad ogni divinità l’animale di sua

competenza (il cavallo ad Odino, il montone a Thòrr, il porco a Freyr…). Le modalità e caratteristiche sono riconducibili

al modello greco: parte della vittima era destinata alle divinità, il resto veniva consumato da coloro che prendevano parte

al rito. Non occasionalmente praticavano il sacrificio umano, le cui vittime prevalenti erano i prigionieri di guerra o degli

schiavi, destinati nei giorni stabiliti a Mercurio.

es. nel culto della dea Nerthus gli schiavi incaricati di trasportare il simulacro della dea si lasciavano ingoiare dalle acque

di un lago segreto insieme alla statua.

’ Secondo Tacito i funerali dei Germani non avevano alcuno sfarzo. Il solo segno distintivo

LA MORTE E L ALDILÀ

consisteva in un particolare tipo di legna per cremare i corpi degli uomini illustri, a volte insieme al proprio cavallo. E’

però probabile che Tacito parlasse dei Germani occidentali: tra quelli dell’est e gli Scandinavi il morto era accompagnato

da vesti e oggetti preziosi. Tra gli Eruli persino la moglie in alcuni casi doveva immolarsi sul rogo del marito.

Nonostante ciò poco è noto delle concezioni germaniche attorno al destino ultimo dell’uomo. Solo la tradizione nordica

parla della sorte che attende gli eroi “prescelti”, caduti in battaglia e trasportati dalle Valchirie nella Valhalla dove

trascorrono il tempo combattendo tra di loro in attesa del ragnarök, il “destino degli dei”, che deve risolversi nella

battaglia finale in cui Odino, alla testa delle forze del “bene”, affronterà le forze del “male” guidate da Loki. Annientatesi

tutti i contendenti, sorgerà una nuova terra verde, ripopolata per mezzo di Lìf (“vita”) e Lìfthrasir (“pieno di vita”).

Tutta questa vicenda mitica pare dominata da una forza indefinita e incontenibile che guida le vite stesse degli dei, “il

grande Aso onnipotente”, forse apparentabile alla Moira a cui devono sottostare anche gli dei di Omero, ma della quale

non sembra avessero coscienza i Germani di Tacito.

La ricostruzione del pantheon germanico dipende prevalentemente dall’ampia mitologia nordica di epoca

IL PANTHEON

medievale. Un primo ordine di problemi sorge in relazione alle fonti classiche, che presentano i Germani come una civiltà

pre-urbana. Per Cesare il loro grado di civiltà (“primitivo”) era rimasto inalterato, mentre i costumi dei Galli si erano

corrotti per effetto della vicinanza con la provincia romana. Cesare affermava che essi veneravano come dei solo quelli

che riuscivano a vedere e dai quali ricevevano un evidente vantaggio, e cioè il Sole, Vulcano e la Luna. Relativamente ad

un contesto culturale pre-urbano il culto del sole potrebbe essere retaggio di un antico essere supremo celeste, mentre la

luna può avere qualche relazione con il fatto che il loro computo del tempo era fondato sui cicli lunari ed è attestato in

epoca medievale il culto del sole e della luna (ne è rimasta traccia nei nomi dei giorni della settimana). Vulcano però

potrebbe anche essere un’interpretazione romana di quel fuoco personificato che nell’India vedica è Agni.

Mercurio-Odino ; Ercole-Thòrr; Marte-Týr: questi gli abbinamenti propostici da Tacito.

La mitologia nordica divideva il mondo divino in due grandi gruppi, Asi e Vani.

Odino, Thòrr e Týr appartengono agli dei Asi, ma Odino (*Wōthanaz: “furore”) è la divinità principale, il “padre di tutti”.

Al suo fianco si incontra Týr (*Teiwaz) che è forse il più antico dei Vani, il garante del diritto e della giustizia. Quando

gli dei vollero legare con l’inganno il lupo Fenrir perché sapevano che nello scontro finale del ragnarök avrebbe ucciso

Odino, Týr si offrì come garante mettendo la propria mano in bocca a Fenrir. E in quanto garante, presiede l’assemblea

del popolo, il thing, da cui l’epiteto Thingus che lo accompagna come Marte in due iscrizioni latine. Tuttavia non è il dio

che combatte ma colui che garantisce l’ordine nella guerra, le regole del gioco e della forza.

Dio che combatte è invece Thòrr, l’Ercole di Tacito, al quale i Germani levano inni quando si avviano alla battaglia. E’ il

dio del tuono, della folgore e della guerra.

Tra i Vani spiccano Njördhr, con i figli Freyr e Freyja. Njördhr non è altro che la dea Nerthus di Tacito, anche se il sesso

non corrisponde. Più che una Terra madre è una divinità delle distese marine, che protegge e favorisce la pesca e i viaggi

sul mare. La tradizione nordica racconta il suo infelice matrimonio con la dea delle terre scandinave Skadhi, che amava i

monti. Freyr è una divinità protettrice della fertilità e prob. è da identificare con il Fricco rappresentato nel tempio di

Uppsala dotato di un grosso falco elargitore di pace e piacere. Il suo potere si estende anche su pioggia e fertilità dei

terreni. Freyja è strettamente connessa con la sfera della sessualità sfrenata e licenziosa. Povera la sua mitologia, dove

appare al più come oggetto del desiderio dei giganti contro i quali combattono gli dei. Sue caratteristiche il legame

incestuoso con il fratello, i continui spostamenti e la polinomia. Ha un doppione in Frigg, la sposa di Odino, e con

quest’ultimo si divide i morti in battaglia, coprendo in questo modo anche la sfera della morte.

Un ruolo particolare spetta a Loki, incarnazione pura del male fine a se stesso, a cui è dedicato un intero carme dell’Edda

poetica. Intelligenza astuta il cui unico scopo è scardinare l’ordine cosmico, adombra forse un antico trickster. Pur

frequentando gli Asi, non è un dio in senso stretto, come difficilmente lo è Baldr, figlio di Odino fatto morire da Loki

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attraverso uno stratagemma. Baldr è perfetto, puro, innocente, ma anche ingenuo e facilmente aggredibile. Quando Frigg

gli rivelò la premonizione onirica sulla sua morte, ottenne da tutti gli elementi il giuramento di non ottenerne danno,

tranne che dal vischio a cui non si rivolse perché lo riteneva innocuo, e per questo morì aprendo la strada al ragnarok.

’ Il ruolo assolto dal capo tra i Germani, la sua posizione accanto al sacerdote e la sua

L EREDITÀ INDOEUROPEA

separazione dal condottiero militare possono essere elementi riconducibili all’ideologia tripartita degli indoeuropei. Ma è

soprattutto attraverso la sua mitologia che ha contribuito alla ricostruzione del patrimonio indoeuropeo.

Elementi sparsi riconducibili al sostrato europeo sono:

- la lettura degli dei Alci dei Naarvali come Castore e Polluce (Dioscuri) permette di leggere questa coppia alla stregua

dei Nāsatya dell’India vedica quali divinità della 3° funzione

- la pratica degli Eruli di cremare accanto ai defunti di rango le loro mogli è analoga alla sati indù

- la guerra mitica tra Asi e Vani incontra un parallelo nel conflitto tra Romani e Sabini, risoltosi in una composizione

politica delle due realtà culturali

La distinzione del mondo divino in Asi e Vani sembra sconosciuta ai Germani continentali. Nel culto

ASI E VANI

vengono frequentemente celebrati insieme, ripetizione rituale della pacificazione raggiunta alla fine della lunga guerra

mitica. La pace è tuttavia diseguale, perché con lo scambio degli ostaggi gli Asi inviano assieme a Mìmir, un uomo

molto saggio, Hoenir, il più bello e affascinante ma anche il meno intelligente subito eletto capo dai Vani; i quali

mandano i più importanti loro rappresentanti, Njördhr e i suoi figli Freyr e Freyja: un arricchimento del pantheon degli

Asi a svantaggio dei Vani.

Gli Asi, tra i quali si situano le divinità principali, individuano la sfera sacrale e guerriera, mentre i Vani esprimono la

ricchezza e la fecondità.

CAP. 7 - ROMA ANTICA

► 1 – ( . )

CENNI STORICI 107

P

Roma divenne tale solo nel VII sec. a.C. Il territorio aveva conosciuto degli insediamenti umani già dal sec. VIII a.C.,

epoca a cui risalgono le capanne portate alla luce sul Palatino. Altri reperti, alcuni di origine micenea, rinvenuti tra

l’Etruria meridionale, l’Umbria e il Lazio, risalgono alla II ½ del II millennio. Indoeuropei d’origine e di lingua, i futuri

romani penetrarono nella penisola italica dall’Europa centrale. Circondata da Latini, Sabini ed Etruschi e successivamente

entrata in contatto con Osci, Umbri, Sanniti, la civiltà romana, a differenza di quanto avvenne in Grecia, non convisse con

le altre città-stato presenti nel Lazio e nel resto d’Italia, né fu possibile alcuna forma di omogeneità religiosa, perché se la

lingua era latina, la religione era romana ed essere “cittadini” di Roma era la condizione per praticarla. La religione era in

questo modo il sigillo dell’identità. Prima di diventare dominatrice, la futura civiltà romana subisce l’influsso della

cultura etrusca (che tra VIII e VII sec. a.C. risente di un processo di ellenizzazione) e quello delle colonie greche

dell’Italia meridionale (con il loro pantheon e la loro mitologia).

Gli etruschi derivarono dall’universo latino umbro e sabino divinità quali Maris (Marte), Nethuns (Nettuno), Menerva

(Minerva), Satre (Saturno), Uni (Giunone). Successivamente le divinità etrusche subirono una interpretatio greca: Zeus

offre le proprie forme a Tinia, Era a Uni, Afrodite a Turan, Atena a Menerva, Poseidone a Nethuns, Demetra a Vei. Una

parte del pantheon etrusco mantenne però i suoi tratti originari. Tipicamente etrusca rimase l’elaborazione teorica

dell’auspicazione.

In questo scenario si inserisce Roma: la presenza degli Etruschi ellenizzati, le colonie magnogreche, i ritrovamenti di

vasellame greco, alcune tradizioni “mitiche” possono far pensare a Roma quale frangia estrema dell’espansione e della

diffusione della cultura greca. Ciò non toglie che Roma abbia elaborato una propria e tipica civiltà e un proprio sistema

religioso, secondo le proprie esigenze, successivamente estesi alle città conquistate. Roma però si appropriava anche degli

dei “stranieri” attraverso l’evocatio (evocazione), formula rituale di antichissima origine il comandante doveva

pronunciarla davanti alla città nemica per invitare gli dei ad abbandonarla e a recarsi, propizi, a Roma, dove avrebbero

ricevuto onori maggiori. Sacrificate le vittime e fatte le consultazioni dei visceri, dopo l’evocazione veniva pronunciata la

maledizione nei confronti della città nemica e dei suoi eserciti.

es. 146 a.C. Scipione Africano minore davanti alle mura di Cartagine (p. 109)

► 2 – : ( . )

LA TEOLOGIA ROMANA LE TRIADI E IL PANTHEON 109

P

Nonostante ciò, Roma presentava una religione estremamente conservatrice, espressa

dal costante e ossessivo appello al mos maiorum (la consuetudine degli antenati). Nel

pantheon romano accanto a figure divine con una complessa e articolata personalità

(Giove, Marte…) coesistono divinità confinate ad una semplice funzione (Vesta,

Cerere, Giunone…). Queste divinità conferivano una forma al mondo, ne stabilivano

i confini spaziali e temporali, lo ordinavano e rispondevano alle esigenze del popolo.

E’ un mondo che trova agli inizi Giano, il dio bifronte, che nella storificazione evemerizzante dei poeti augustei è il

“primo” dei re laziali che precedono la venuta di Enea in Italia. Dio dell’apertura e chiusura delle porte, con Giunone

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condivideva anche gli inizi di ogni mese, le calende. Divinità che dava origine al tempo e agli dei, Giano era il dio dei

prima, cioè di ogni forma di inizio.

Gli estrema spettavano a Vesta e le sue feste, i Vestalia, cadevano il 9 giugno poco prima che il sole entrasse nella sua

fase decrescente, dividendo l’anno a ½ e chiudendo un periodo di 6 mesi, come 6 erano le vestali. Omologa

etimologicamente della greca Estia, con la quale condivideva la tutela del focolare domestico e di quello pubblico dello

stato, domina lo spazio chiuso della casa e dello stato e conclude la funzione innovativa periodicamente avviata da Giano.

I summa (le supreme prerogative divine) spettavano invece a Giove, a cui erano riservate tutte le idi alla ½ di ogni mese,

quando la luna raggiunge il suo completo splendore, alla “sommità” dell’arco temporale mensile. Eredità del mondo

indoeuropeo, Giove incarnava il principio della regalità e della sacralità ed era divinità comune degli abitanti del Lazio. A

Roma con Marte, antica divinità italica preposta alla sfera militare, e con Quirino, divinità locale dei Romani, formava la

, perfettamente simmetrica alla triade divina dominante a Gubbio (triade iguvina) formata da Giove,

TRIADE ARCAICA

Marte e Vofionus (dio locale). Questa triade arcaica potrebbe rappresentare il persistere nella civiltà romana

dell’ideologia tripartita degli indoeuropei. In ragione del suo carattere uranico, Giove godeva di un sapere onnisciente che

lo rendeva garante dei patti e dei giuramenti ed in suo nome i feriali stringevano alleanze e dichiaravano guerra. Inviava i

suoi messaggi attraverso il volo degli uccelli, che gli auguri avevano il compito di interpretare.

Marte occupa gli spazi esterni della città, dai quali vigila su di essa.

Quirino, divinità locale romana, si configura come il dio dei Romani e cioè dei Quiriti, gli uomini organizzati in curia.

Alla fine, doveva essere la divinità tutelare dell’insieme degli uomini adulti. L’appartenenza ad una triade può indurre a

collocarlo a tutela della 3° funzione. In questa direzione potrebbe condurre la festa dei Quirinalia (17 febbraio) che

chiudeva il ciclo aperto dai Fornacalia (che prendevano nome dalla fornace utilizzata per la torrefazione del farro). Ogni

curia la celebrava autonomamente, sorta di festa del ringraziamento dopo la quale il grano terrefatto poteva entrare nei

circuiti del consumo. Con il tempo Quirino subì uno slittamento in senso politico e civico nelle sue funzioni e fu poi

assimilato a Romolo (Quirino era infatti Romolo divinizzato).

Successivamente la triade arcaica fu sostituita dalla formata da Giove, Giunone e Minerva: le due

TRIADE CAPITOLINA

dee godevano ciascuna di una cella nel tempio di Giove sul Campidoglio.

Giunone, sposa di Giove, è a lui complementare sul piano del controllo del tempo: a lei competono le calende, gli inizi di

ogni mese, quando le notti sono oscure in occasione della luna nuova, mentre Giove è il signore delle idi, le notti

luminose quando c’è la luna piena. Ma lo è anche a livello politico: venerata sul Campidoglio come Giunone Regina

esprime la ½ “femminile” dello stato. Connessa con gli inizi (“far nascere”), solidale con la fecondità femminile, è

invocata come Lucina nei parti e come Caprotina il 7 luglio alle Nonae Caprotine, una festa esclusivamente femminile

nella quale si celebrava un sacrificio propiziatorio della fertilità, Giunone si scindeva in una iuno individuale, da cui ogni

donna si sentiva rappresentata, e in una Iuno pubblica, che abbracciava collettivamente tutte le donne coniugate.

Minerva è quasi certamente divinità di origine etrusca, poco diffusa tra i popoli italici. “Evocata”, aveva trovato sede a

Roma in un tempietto ai piedi del Celio (Sacellum Minervae Captae: tempietto di Minerva prigioniera) in un tempio

sull’Aventino e in una cella nel tempio di Giove sul Campidoglio. Povera è anche la sua teologia: ha funzione tutelare

delle arti e dei mestieri e di chi la pratica. Essa però fornisce a Giove gli strumenti “culturali” che permettevano di

affidare provvisoriamente il potere sovrano (imperium) ai sommi magistrati romani dai quali i re erano stati sostituiti.

Al di sotto di queste divinità operavano 12 dei che contribuivano all’organizzazione del cosmo attraverso le rispettive

funzioni. Tra queste si stacca la figura di Cerere, divinità della crescita e della fertilità agraria, identificata sin

dall’antichità con la greca Demetra, che con il tempo si rivelerà la dea tutelare della plebe.

L , P M Accanto a questi dei personali, la religione romana possedeva delle collettività di esseri extra-

ARI ENATI E ANI

umani. I Mani, riconosciuti come “dei” già nel V sec. a.C. e invocati sempre e solo al plurale, erano una collettività

cultuale con la quale si individuava lo spirito dei defunti, una sorta di divinità della condizione di morte.

Anche i Lari erano di regola invocati al plurale, mentre con il singolare si designava esclusivamente il Lar familiaris, il

Lare che tutelava l’intera familia intesa come insieme di uomini liberi e di servi, ma anche come spazio fisico

territorialmente definito. Il loro carattere territoriale emergeva soprattutto in campagna, dove in qualità di agri custodes

(custodi dei campi coltivati) ricevevano un sacrificio purificatorio da ogni proprietario presso i compita, i crocevia sui

quali erano installate piccole costruzioni che delimitavano i confini tra le diverse proprietà. Erano celebrati nei Compitalia

(una festa mobile dei primi di gennaio, festa di rinnovamento sul tipo del Capodanno), ma anche durante i Larentalia

(l’ultima dell’anno, il 23 dicembre, esprimeva idealmente e concettualmente l’unità territoriale di Roma).

I Penati sono dei sovrani del cuore della casa, del centro teorico e ideologico dell’esistenza di ogni romano che

spazialmente si identificava con il focolare. Avevano la tutela dei gruppi familiari e rientravano nell’eredità trasmessa dal

pater familias; il loro possesso garantiva la discendenza e lo statuto sociale.

es. i Penates publici, la cui sede era nella parte più riposta del tempio di Vesta, garantivano la legittimità della

discendenza romana da Enea e per essi giuravano i magistrati romani al momento di assumere la carica.

Il numen è sempre personale, e designa la volontà espressa da una divinità ovvero da una realtà istituzionale o

NUMEN

sociale. Al plurale, numina, designa genericamente e collettivamente gli dei ma sempre come espressione di volontà. Solo

a partire dall’età augustea e per effetto dell’azione dei poeti numen diventa sinonimo di “dio”, “divinità”.

In quanto espressione della volontà di una determinata divinità, rientrava necessariamente negli indigitamenta, liste di dei

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invocati sulla base delle loro funzioni, per lo più subordinati ad una divinità maggiore e che dovevano esprimere la

specializzazione delle sfere di competenza e dei numina, delle volontà, su cui il dio esercitava la sua tutela.

, Con gli indigitamenta pare avessero una qualche parentela i di indigetes (gli dei

DI INDIGETES DI NOVENSIDES

“indigeti”): per i romani erano dei nazionali, i di patri indigetes. Assieme ai di novensides o novensiles e da questi

preceduti comparivano nella formula tradizionale della devotio, un atto di consacrazione con cui il comandante romano,

nel caso in cui il suo esercito versasse in gravi difficoltà durante uno scontro armato, votava se stesso e i nemici agli dei

inferi: se moriva durante la battaglia, il voto era assolto; se sopravviveva, in quanto consacrato agli dei e quindi escluso

dal consorzio umano, non poteva compiere nessun tipo di azione cultuale. Indigeti e novènsidi appartenevano al sostrato

arcaico di Roma e degli altri popoli latini.

► 3 – ( . )

DEMITIZZAZIONE E STORIFICAZIONE 116

P

Roma non sembra conoscere una mitologia, né cosmogonia, né teogonia né antropogonia. Non aveva poeti che fungessero

da “teologi” e da poli di orientamento cosmologico, né indovini o profeti. Il vates, termine d’origine celtica, almeno fino

al III sec. a.C. aveva connotati spregiativi. Quando appaiono, i racconti mitici dedicati a dei ed eroi sono il frutto del

processo di ellenizzazione e riguardano divinità riconosciute come affini a quelle greche. Tuttavia nel patrimonio

tradizionale romano si incontrano narrazioni più o meno “fantastiche”, i cui personaggi sono però ritenuti “storici” dalla

tradizione romana (Romolo e Numa, Muzio Scevola e Orazio Coclite).

Nelle storie che riguardano i primi re si possono riconoscere tratti e tipologie riconducibili a modelli mitologici: cfr. il

legame di Romolo con il mondo divino quale figlio di Marte e re di Roma per volontà di Giove; il rapporto di Numa con

lo stesso Giove. L’applicazione del modello dell’ideologia tripartita degli indoeuropei a questi primi re di Roma potrebbe

permettere di riconoscere in essi l’espressione del doppio aspetto della sovranità (giuridica e sacrale). Il re Tullio Ostilio

potrebbe tradurre la 2° funzione; il re Anco Marzio la 3°.

Cmq. Roma non si è espressa né realizzata attraverso miti, ma si è orientata nel senso dell’attualità storica. A ciò deve

aver contribuito l’attività annalistica dei pontefici, memoria vivente della città, che tra i sec. IV e III a.C. diedero

sistemazione e definizione al patrimonio di Roma il passato mitico, “demitizzato”, veniva “storificato” e consegnato al

presente , mentre l’orientamento etico-comportamentale che poteva discendere da quel passato confluiva nel modello

etico del mos maiorum, la consuetudine degli antenati.

► 4 – ( . )

LA SOPRAVVALUTAZIONE DEL RITO 117

P

A questa mancanza di mitologia corrisponde all’opposto una centralità e una sopravvalutazione del rito. Se mito è termine

d’origine greca, rito è d’origine latina. I latino ritus è l’esatto e corretto operare secondo un modello tradizionale

rigorosamente fissato. Si definisce in relazione ai suoi opposti, l’aggettivo in-ritus (non fissato, vano, senza efficacia) e

l’avverbio in-rite (inutilmente, senza efficacia) per cui il rito è l’azione efficace.

Come Vesta chiudeva la prima parte dell’anno, 6 vestali addette al culto della dea chiudevano il collegio

VESTALI

pontificale. Esse dovevano mantenere acceso il fuoco sacro che non doveva mai spegnersi se non nei tempi

rigorosamente previsti dal calendario per rinnovarlo, pena la fustigazione; preparavano anche la mola salsa con la quale

si si cospargevano le vittime prima del sacrificio. Era comminata loro la pena di morte se perdevano la verginità,

obbligatoria per i 30 anni di servizio. Si entrava nel collegio tra i 6 e i 10 anni di età, per scelta del Pontefice Massimo

dopo un sorteggio tra una ventina di ragazze. Il Pontefice allora “catturava” la fanciulla prendendola per mano e

sottraendola al padre, che doveva essere un cittadino romano sposato per confarreatio [

da una focaccia di farro offerta dalla sposa,

]

era il nome dato al matrimonio solenne, che non ammetteva divorzio, celebrato dal Pontefice Massimo davanti a 6 testimoni

A Roma era stato creato un sistema rituale controllato da un complesso e articolato corpo sacerdotale

IL SACERDOZIO

pubblico, al cui vertice si collocava il collegio dei pontefici, di cui facevano parte anche il re sacrale o re sacrificalo, i 15

flamini e le 6 vestali. Ma il collegio pontificale forniva esclusivamente le coordinate dell’azione rituale, altri corpi

avevano il compito di attuarla.

I pontefici (prima 5, poi 9, 15 e infine 16) erano tali per cooptazione e non per elezione pubblica. A capo del

I PONTEFICI

collegio era il Pontefice Massimo, la cui carica era vitalizia. Subordinato al re sacrale e al flamine diale (di Giove) dal

punto di vista religioso, era loro superiore da quello delle prerogative giuridiche e giurisdizionali. Era scortato dai littori,

eleggeva il re sacrale, i flamini e le vestali. Ai pontefici competeva la conservazione della tradizione, erano la memoria

vivente di Roma e ai loro registri attinsero tutti gli storici posteriori. Supremi controllori di ogni azione rituale, la loro

sfera di competenza si chiudeva attorno allo ius divinum, il diritto divino. Da loro era attesa la definizione di “che cosa

fosse sacro, che cosa profano, che cosa santo, che cosa religioso”.

Essi erano subordinati al Pontefice Massimo. Il re sacrale è forse un relitto della regalità, la cui

RE SACRALE E FLAMINI

crisi era simbolicamente e ritualmente rinnovata nel regifugium o fuga del re del 24 febbraio, alla fine del calendario

arcaico. La sua carica era vitalizia ed era subordinata al fatto che fosse sposato per confarreatio. I compiti suoi e della

G. FILORAMO, Manuale di storia delle religioni (percorso che comprende le religioni del mondo antico : pp. 5-139; 161-287) 19

moglie (regina) erano esclusivamente religiosi: all’inizio del mese la regina sacrificava a Giunone e il re a Giano.

Il flamine diale è il frutto di una intenzionale rinuncia del re a parte delle sue funzioni. Carica vitalizia, subordinata al

matrimonio per confarreatio, l’investitura non poteva essere rifiutata e questa passività caratterizza tutta la vita del

flamine, condizionata da un gran numero di interdizioni che configurano il suo agire come un “non-fare”. Egli incarna la

personalità divina del re. Con i flamini di Marte e di Quirino il flamine di Giove riproduceva a livello di azione cultuale e

rituale la triade pre-capitolina. Essi davano vita ai tre flamini maggiori, a cui seguivano in posizione subalterna i 12

flamini minori, ciascuno esplicitamente addetto al culto di una divinità.

Roma aveva escluso dal suo orizzonte ogni previsione del futuro, ma aveva lasciato grande spazio alla necessità

AUGURI

di sondare la volontà divina ed in particolare di Giove. Era stato creato un collegio di auguri, svincolati dall’autorità del

pontefice, che avevano elaborato una tecnica divinatoria, la disciplina augurale, condivisa con le altre popolazioni

italiche. Ma non era una predizione del futuro, quanto un’autorizzazione a procedere per un’azione già programmata

ovvero ne era il suo diniego. L’auspicazione si traduceva in una “scrittura” rappresentata dai segni degli uccelli e dai

segni con cui l’augure delimitava il suo campo visivo entro il quale egli doveva leggere il volo degli uccelli.

► 5 – ( . )

IL CALENDARIO E IL CULTO 121

P

Sempre di competenza del collegio pontificale era la minuziosa compilazione del calendario. Un pontefice aveva il

compito di osservare la luna e ne annunciava la comparsa della prima falce al re sacrale, che convocava a raccolta il

popolo e proclamava le calendae (l’inizio del mese), indicando la data in cui sarebbero cadute le nonae (al primo quarto

di luna) e le idi (la luna piena). A Roma come altrove, la non perfetta coincidenza del ciclo lunare e del ciclo solare aveva

imposto l’intercalazione di alcuni giorni per colmare artificialmente l’arco templare così che, fino alla riforma di Cesare

(introduzione dell’anno bisestile) il numero dei giorni dell’anno dipese dall’arbitrio dei pontefici, con non poche

conseguenze politiche, in quanto incideva sulla durata delle magistrature.

L’anno appariva articolato in 12 mesi, ciascuno diviso i 3 parti, ma conosceva anche una partizione in cicli di 8 giorni

(nundinae) contrassegnati dalle prime 8 lettere dell’alfabeto, di cui la prima indicava il giorno di mercato. Era anche

scandito da giorni fasti, nei quali era consentito amministrare la giustizia e si potevano tenere le assemblee pubbliche, e

nefasti in cui queste attività erano interdette. Il calendario quindi scandiva meticolosamente tutte le attività dell’anno e

rappresentava il controllo esercitato da Roma sul tempo, simbolicamente “inchiodato” attraverso chiodi infissi sulla parete

del tempio di Giove Capitolino a partire dal 509 a.C. Il calendario diventava anche uno strumento per canalizzare e

controllare le periodiche sospensioni del tempo rappresentate dalle occasioni festive.

CAP. 8 - L’ETÀ ELLENISTICO-ROMANA

► 1 – ( . )

CENNI STORICI 124

P

Per età ellenistico-romana si intende il periodo che comincia quando Roma incontra la civiltà ellenistica (fine del III sec.

a.C.), in particolare alessandrina, ne adotta le forme culturali per poi entrare in concorrenza con essa. Il greco si trasforma

in lingua veicolare parlata in tutto il Mediterraneo; il mondo chiuso delle città greche in seguito all’affermarsi dell’impero

universale si dissolve introducendo una visione cosmopolita del mondo ma anche un senso di isolamento e di

smarrimento. L’uomo non è più artefice del proprio destino ma è in balia della Tyche (la Sorte) o dell’Ananke (la

Necessità) o dell’Heimarmene (il Destino). Il senso di smarrimento conduce verso forme di pensiero che sotto un

apparente razionalismo nascondono forti tendenze dogmatiche. Nel contempo le religioni tradizionali subiscono spinte

universalistiche, mentre si reclama una maggiore vicinanza degli dei che garantisca agli uomini la “salvezza”. Un dio

deve essere prima di tutto sotér, salvatore, come Asclepio (eroe figlio di Apollo, folgorato da Zeus perché aveva sottratto

gli uomini alla morte con la sua arte medica e trasformato poi in dio) che godeva in età classica di un culto iatromantica.

Nel mondo ellenistico-romano si diffondono,oltre ai culti iatrici, quelli misterici insieme all’astrologia ed alle pratiche

magiche, in grado di intervenire sulla realtà e di controllarla.

In Egitto Tolomeo e i suoi discendenti perseguono una politica di ellenizzazione dei popoli

IL SINCRETISMO TOLEMAICO

loro soggetti. Il processo di ellenizzazione passa attraverso un fenomeno etichettato convenzionalmente come sincretismo,

tanto religioso quanto culturale. Sul piano religioso e teologico il sincretismo è in certo senso l’erede delle antiche

teocrasie egiziane, dove più figure divine venivano assimilate sino a produrre una nuova divinità. Nell’Egitto tolemaico

produce un dio come Sarapide, che assomma su di sé i caratteri di divinità greche ed egizie quali Ade, Zeus, Elio, Osiride.

Dal punto di vista della pratica cultuale esso ha come esito una ellenizzazione dei culti stessi, che vengono per così dire

addomesticati, ala stregua degli dei egizi, antropomorfizzati e depurati del loro zoomorfismo, elemento che più di ogni

altro poteva incontrare la resistenza dei Greci; ma anche i culti greci subiscono profonde trasformazioni e si mescolano ai

culti stranieri. Sul piano culturale il sincretismo si traduce in movimenti di pensiero che vanno progressivamente

omologandosi tra di loro nella comune aspirazione a superare la condizione umana. Nella realtà storica tuttavia il

sincretismo è un vasto e poderoso fenomeno di trasculturazione che conduce a una integrazione delle diverse civiltà

riunite prima da Alessandro e poi da Roma, da cui scaturiscono dei prodotti culturali completamente rinnovati e originali,

frutto della riplasmazione e della reinterpretazione delle diverse tradizioni.

G. FILORAMO, Manuale di storia delle religioni (percorso che comprende le religioni del mondo antico : pp. 5-139; 161-287) 20

► 2 – ( . )

I CULTI ORIENTALI E ROMA 128

P

Nel suo progressivo espandersi Roma dovette affrontare il problema delle religioni straniere, l’externa superstitio nei

riguardi della quale la città fu sempre sospettosa. L’interpretatio romana, nel momento in cui traduceva in termini di

cultura romana le divinità straniere temperava l’etnocentrismo tipico del popolo romano. Ma non sempre si inserivano e si

integravano nel tessuto tradizionale della città.

es. culto della Grande Madre frigia Cibale, accolto a Roma per suggerimento degli Oracoli Sibillini nel 204 a.C. subì

successivamente delle restrizioni all’interno dello Stato e ai cittadini romani era interdetta l’assunzione del

sacerdozio. Con sospetto e sarcasmo fu accolto anche il culto della dea Syria coinvolto in una rivolta servile nel

134 a.C., e forti restrizioni subì il culto di Dioniso-Bacco, in cui nel 186 a.C. era stato ravvisato un attentato

all’integrità dello stato. Furono in particolare i culti greco-egizi a scontrarsi con l’ostilità dei governanti di Roma:

il senato repubblicano fece più volte rovesciare gli altari di questi dei stranieri, Augusto fece interdire la

celebrazione dei rituali isiaci all’interno del pomoerium e Tiberio fece demolire il santuario della dea e gettare la

statua nel Tevere.

Lo stato romano temeva prob. che la segretezza dei cerimoniali delle divinità straniere potesse occultare pericolose

rivendicazioni delle masse popolari che in gran numero vi aderivano. Analogo fu l’atteggiamento nei confronti

dell’astrologia e della magia: la prima perché sottraeva l’individuo alla sua responsabilità personale e civile, la seconda

perché si proponeva come detentrice di un potere incontrollabile per lo stato e per quest’ultimo pericoloso ma anche

sollevava l’uomo dalla sua responsabilità giuridica poiché erano l’incantesimo stesso o il veleno ad agire. Infine erano

entrambe “sapienze straniere” dei Caldei la prima, dei Magi persiani la seconda. Nondimeno la marcia verso Roma dei

culti stranieri fu inarrestabile e lo stesso principato, dalla fine del I d.C. vi si adeguò.

Costituiscono un precedente significativo dell’atteggiamento di Roma nei confronti dei culti stranieri.

BACCANALI

Come altri culti anche quello di Dioniso subisce un’evoluzione in senso decisamente misterico e si organizza in una

forma caratteristica dell’età ellenistica, l’associazione religiosa esoterica, per accedere alla quale era indispensabile un

rito di ammissione, l’iniziazione. Tolomeo IV (221-203 a.C.) ne era un fervido seguace, ma emanò un editto con il quale

si propose di regolamentare il culto del dio, di unificarne i rituali e la dottrina, frammentati nelle svariate associazioni

private, e soprattutto di sottometterlo al controllo ufficiale dello stato. A Roma ciò che preoccupa è l’aspetto “oscuro”

del culto, con la sua potenziale spinta disgregatrice cfr. l’affaire dei Baccanali, condannati nel 186 a.C. da un

senatoconsulto. I governanti temevano infatti che la prava religio di Bacco, da cui gli uomini uscivano effeminati,

producesse un “secondo popolo” all’interno della città e che da esso scaturisse una spinta all’eversione.

Sono un fenomeno tipico di quest’epoca tormentata e angosciata. Gli antichi misteri delle città greche

I CULTI MISTERICI

evolvono in senso universalistico e sviluppano una prospettiva escatologica e soteriologia, a volte già implicita nella

forma tradizionale del culto, orientandosi ora in senso ultramondano. Il rito iniziatico si trasforma in filtro che eccita le

attese dei non-iniziati, che vedono nel segreto la possibilità di un contatto diretto con la divinità. Il segreto condiviso dagli

iniziati diviene così un discrimine tra chi lo possiede e può aspirare ad un destino ultramondano e chi ne è escluso.

Il culto di Demetra e Core a Eleusi conserva le sue peculiari caratteristiche, ma contemporaneamente accresce

progressivamente la propria autonomia e accentua il proprio universalismo: anche personalità della Roma Repubblicana,

come Cicerone e alcuni imperatori vi si fecero iniziare.

A loro volta i misteri di Samotracia conobbero un grande sviluppo Roma ne fu molto interessata. Dedicati a divinità

misteriose come i Cabri o come i Grandi Dei, interpretati pure come Dioscuri, associati alle dee di Eleusi, i misteri di

Samotracia, attraverso la celebrazione di riti segreti offrivano una via di salvezza concreta per quanti dovevano affrontare

i rischi del mare. Vennero interpretati in senso misterico ed essi stessi vi si adattarono raggiungendo una diffusione che

I CULTI ORIENTALI

superò i misteri greci. Sono per lo più caratterizzati da un tema mitico e da un plesso rituale centrato sulla morte e

rinascita di una divinità, come nel caso del fenicio Adone o dell’egiziano Osiride.

I rituali in onore di Osiride in età ellenistica evolvettero in senso misterico e iniziatico, per probabile effetto

dell’interpretatio graeca e del processo di ellenizzazione. Ad essi si sovrappose poi il culto di Iside, sorella-sposa di

Osiride (già interpretata dai greci come Demetra, la sua ricerca del marito fu interpretata come la ricerca della figlia

Core). Questo culto ebbe una diffusione senza uguali in tutto il bacino del Mediterraneo e si orientò in senso

spiccatamente egoista, dove Iside divenne panthea, divinità unica, dai molti nomi, venerata ovunque, mentre il seguace,

assimilato ad Osiride durante il rito iniziatico, trovava proprio nella vicenda del dio egizio una prospettiva di speranza e di

salvezza. D’origine orientale è il culto di Cibele, la Grande Madre frigia introdotta a Roma nel 204 a.C. Secondo la

tradizione era stata una delle prime divinità orientali penetrate a Roma. Il mondo greco sembra tacere sui suoi caratteri.

Orientale è pure il culto del dio iranico Mithra, che nell’impero fu associato a Sol e venerato come Sol Mithra. Il suo

culto si diffuse prevalentemente tra le legioni romane, senza una dimensione propriamente pubblica; era circoscritto

esclusivamente agli uomini, organizzati in una sorta di confraternita, ed era celebrato all’interno di grotte o cmq luoghi

sotterranei. Anche quando assunse connotati templari il mitreo conservava l’aspetto di una grotta naturale. Subì uno

slittamento in senso misterico, e l’iniziazione prevedeva una gerarchia di 7 gradi ciascuno protetto da un astro: il Corvo

G. FILORAMO, Manuale di storia delle religioni (percorso che comprende le religioni del mondo antico : pp. 5-139; 161-287) 21

da Mercurio, lo Sposo da Venere, il soldato da Marte, il Leone da Giove, il Persiano dalla Luna, l’Eliodromo o corriere

del Sole dal Sole, il Padre da Saturno.

’ Scienza dei Caldei di derivazione orientale, pretendeva di prevedere il destino degli uomini attraverso

L ASTROLOGIA

l’osservazione delle posizioni e delle congiunzioni astrali al momento della nascita. Pur ostacolata da Roma, si diffuse

ampliamente nel corso dell’età ellenistico-romana penetrando nei diversi strati sociali. La meccanicità che la

contraddistingue la porta a distaccarsi dalla sfera religiosa e permise a Claudio Tolomeo nel II sec. d.C. di confinarla

entro i canoni di una scienza, per evitarle l’accusa di ciarlataneria e di mercato delle illusioni.

► 3 – “ ” ’ ( . )

I RE DIVINI DOPO ALESSANDRO E IL CULTO DELL IMPERATORE A ROMA 133

P

Un altro elemento caratteristico di quest’epoca è la divinizzazione dei sovrani. Tuttavia la prima generazione dei

successori di Alessandro non godette di una vera divinizzazione nel corso della vita. Alcune comunità tributarono loro

solo occasionalmente degli onori a carattere divino. Con la seconda generazione dei diadochi il processo di divinizzazione

del sovrano diventa istituzionale, quale trasparente tentativo di legittimazione del potere regale senza per questo rompere

con la tradizione.

In Egitto si assiste ad un progressivo slittamento verso un culto del re, nella forma di culto dinastico, che diventa

istituzionale e stabile con Tolomeo IV Filopatore e che con Tolomeo V Epifanie sembra ricollegarsi in maniera esplicita

al costume egiziano che riconosceva la divinità nel sovrano. Sotto la dinastia dei Tolomei il culto è devoluto al re morto e

la divinizzazione del sovrano si presenta come un compromesso tra la visione greca, che non ammetteva la possibilità di

diventare dio per un uomo ma solo una qualche forma di eroizzazione, e il sistema religioso egiziano, che guardava al

faraone come a un dio.

Neppure la Roma repubblicana ammetteva la possibilità per un uomo di un destino divino, che era stato riservato

esclusivamente al suo fondatore, Romolo, dopo la sua morte. Ma la Roma imperiale era differente. Un primo segnale si

ebbe con l’assimilazione di Antonio a Dioniso-Osiride accanto a Cleopatra assimilata ad Afrodite-Iside, cui fece seguito

l’apoteosi di Cesare dopo la morte. Tale processo porterà il principe di Roma a diventare divus, divino, destinatario di un

culto, come Roma a diventare la dea Roma. Tutto ciò si intreccia con l’idea dell’aeternitas, l’eternità dell’impero e di

Roma stessa, che si era andata affermando in età augustea.

Il processo di divinizzazione dei sovrani fu forse una risposta al modello sapienzale del théios anér, l’uomo divino,

saggio, il cui prototipo eccellente era Pitagora, ma da quel modello fu forse anche influenzato. Ma la sacralità e l’eternità

del potere non erano una risposta alla crisi di valori e di certezze in cui versava la società dell’epoca. Il potere concreto

dei signori di Roma produceva una distanza che non garantiva l’essere nel mondo ed apriva la strada a fughe verso

l’esoterismo dei culti misterici e dei culti orientali, verso l’occultismo e la magia, ovvero verso forme di pensiero

filosofico-religioso che in un certo senso promettevano una qualche salvezza dal presente.

- L’età ellenistica è dominata da 4 correnti filosofiche che conducono una critica

CORRENTI FILOSOFICO RELIGIOSE

serrata contro la religione tradizionale:

elaborano una teoria materialistica dell’universo e assumono uno spiccato atteggiamento antireligioso, senza

epicurei negare gli dei

scettici rifiutano ogni divinità del mondo e negano la Provvidenza, contro gli stoici

cinici pragmatici e ostili ad ogni speculazione, facevano coincidere l’ideale di saggezza con una vita secondo natura,

sino a rifiutare le cerimonie religiose e a negare gli dei

stoici assumono il platonismo per rinnovarsi ed elaborare una dottrina che indicasse all’uomo come guadagnare il

“bene”. Propongono una concezione monastica e materialistica della divinità che aveva nel Logos, la Ragione,

il principio concreto, di natura ignea, ordinatore dell’universo. Non negano gli dei del politeismo ma li

riducono a demoni che contribuiscono a realizzare il determinismo universale.

Nei primi due sec. dell’era volgare si assiste ad una ripresa del platonismo, che sfocerà nel III sec. d.C. nel

neoplatonismo di Plotino e dei suoi discepoli che contribuì in maniera decisiva alla trasformazione dei principi

ideologici e religiosi su cui era fondato il mondo antico, il quale a sua volta ne fece il proprio baluardo contro il

cristianesimo e le sue sette. Per Plotino, che affermava la bontà del cosmo, il saggio grazie all’ascesi poteva guadagnare

la beatitudine attraverso l’unione con l’Uno, ma i suoi discepoli non rifuggirono dalle pratiche magiche e teurgiche per

realizzarla.

“Indiarsi”, entrare in dio ma anche diventare dio era invece il fine dell’ermetismo, un movimento esoterico che invitava

l’uomo a liberarsi del corpo e ad attraversare le sfere celesti per guadagnare la salvezza da questo mondo. Presentava

influenze stoiche, neoplatoniche e gnostiche. Dapprima guardato con ammirazione da alcuni cristiani, divenne poi

oggetto di dura condanna da parte di Agostino. Oltre alla possibilità di guadagnare la divinità proponeva “strumenti” di

natura magico-teurgica per esercitare un controllo sugli dei, non negati, ma subordinati ad una divinità suprema, il Nous,

l’Intelletto, da cui discendeva il Logos ordinatore del mondo.

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Riassunto per l'esame di Storia delle religioni, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Manuale di storia delle religioni", Filoramo , edizione Laterza, 1998. Per una migliore comprensione del testo e degli argomenti trattati, sono inseriti schemi e voci da enciclopedie, in particolare al termine è inserita una breve panoramica sulle principali divinità delle religioni antiche.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in antropologia culturale ed etnologia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher moondrop di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle religioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Spineto Natale.

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