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Riassunto esame Storia delle Relazioni Internazionali, prof. Merlati, libro consigliato Dagli Imperi Militari agli Imperi Tecnologici, Di Nolfo Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia delle Relazioni Internazionali, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Dagli Imperi Militari agli Imperi Tecnologici, Di Nolfo. Nello specifico vengono presi in esame i seguenti argomenti: la nascita e la morte precoce della nuova diplomazia, la Prima guerra mondiale e gli schieramenti delle grandi... Vedi di più

Esame di Storia delle relazioni internazionali docente Prof. M. Merlati

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ESTRATTO DOCUMENTO

Nonostante nel 1920 il Senato americano avesse deliberato di scindere il destino politico

degli USA da quello dell’Europa, la forza dei problemi finanziari li aveva ben presto

risucchiati nel vecchio continente. Il piano Dawes, infatti, aveva segnato l’imponente

accesso del capitale americano sui mercati europei e soprattutto su quello germanico. Gli

investimenti degli USA nelle grandi industrie tedesche ne erano l’espressione tangibile.

Così quando nel ‘29 si registrò un arresto del flusso dei crediti a lungo termine dagli USA

in Germania si verificò un’impennata inflazionistica e una crisi produttiva. Per fronteggiare

la situazione, Bruning avviò una politica di restrizioni finanziarie, che spinse i socialisti

all’opposizione. L’asse della politica tedesca si sposto verso destra, ma a trarne vantaggio

non fu il governo bensì l’opposizione più estremistica, rappresentata dal Partito

nazionalsocialista di Hitler. Questo partito, che in precedenza aveva avuto un peso politico

trascurabile, nelle elezioni del ‘30 ottenne più di 100 seggi. Bruning cercò di rimediare

adottando un atteggiamento di politica estera più risoluto, ma la sua azione ebbe risultati

controproducenti, poiché le banche estere e specialmente quelle americane ritirarono

frettolosamente i fondi investiti in Germania ed Austria. Queste ultime, nel ‘30,intanto,

avevano raggiunto un’intesa di massima per la stipulazione di un accordo che desse vita

ad una unione doganale fra i due paesi (Angleichung).Si trattava, in realtà, di un modo

circospetto ma tortuoso di aggirare la proibizione di Anschluss, imposta dal trattato di

Versailles. Nel ‘31, infatti, la Corte dell’Aja bocciò come illegittimo il progetto di unione

doganale. Intanto, la principale banca austriaca, la Creditanstalt, che controllava una serie

di banche minori, nel ‘31, si trovò a dover certificare il suo fallimento. Il credito venne allora

assunto dalla Società delle Nazioni che riuscì a mettere insieme una somma ingente di

scellini austriaci, versandoli nelle casse austriache con gradualità. Da allora l’Austria visse

sotto uno stretto controllo internazionale, contrassegnato dal prevalere ora dell’influenza

francese ora di quella italiana. La crisi che era stata soltanto americana e marginalmente

europea divenne la Grande Depressione mondiale. Nell’estete del 31, infatti, tutto il

meccanismo creato in collegamento con il problema delle riparazioni e dei debiti

interalleati venne rimesso in discussione. I pagamenti vennero sospesi, gli investimenti

paralizzati, le banche fallarono una dopo l’altra: in America,la crisi finanziaria divenne

economica e come tale raggiunse in pieno l’ Europa.

Quando, nel ‘33, per iniziativa anglo-francese si riunì a Londra una conferenza generale

per discutere i problemi posti dalla crisi ed i metodi per affrontarli, l’accordo risultò

impossibile: ciascuno si racchiuse nella visione più stretta dell’interesse nazionale. Il

mercato venne frantumato in tante entità ostili, nelle quali l’idea di autodifesa prevalse

sulla razionalità delle scelte che l’economia di mercato richiedeva. Milton Friedman,

grande economista di Chicago, attribuì responsabilità per l’acuirsi della crisi alla decisione

del governo inglese di svalutare la sterlina (Golden Standard), togliendo così stabilità alle

relazioni monetarie internazionali e mettendo a nudo le debolezze della finanza britannica.

Le conseguenze della decisione ricaddero anche sugli USA, dove ancora vigeva il Golden

Standard, costringendo il governo americano ad adottare la politica protezionistica,

cercando così di tutelare dalla concorrenza il mercato interno, per impedire un ulteriore

aumento dei prezzi ed un aumento della disoccupazione. Durante una conferenza

convocata a Ginevra nel ‘33 dalla Società delle Nazioni, Roosevelt invitò i paesi del mondo

a mettere ordine nel loro sistema economico, solo dopo di allora gli USA avrebbero ripreso

la collaborazione internazionale.

Lasciati a se stessi, i paesi europei affrontarono la crisi ciascuno secondo il proprio assetto

politico e finanziario. Alcuni paesi, come la Francia furono meno colpiti; altri, come la G.B.,

si rifugiarono nel protezionismo; in Italia, il governo Mussolini avviò la nazionalizzazione

delle industrie in crisi e i primi passi della politica autarchica. 14

La fortezza Europa.

1. Una proposta di lettura.

La pausa che la Grande Depressione provocò rispetto all’estendersi della globalizzazione

aprì la via ai particolarismi più forti,a quelli che si illudevano di poter contare ancora su di

un dominio imperiale non vacillante o a quelli che si basavano su un impianto produttivo

che in precedenza aveva registrato primati importanti.

- Particolarismo britannico: Durante il ventennio tra le due guerre e specialmente dopo

l’affermarsi del revisionismo tedesco,gli inglesi si tennero da parte,cercando di sviluppare

un loro ruolo,immaginando di poter essere ancora gli arbitri dell’equilibrio

continentale,senza valutare il fatto che la presenza americana costituisse un limite

imprescindibile per il futuro dell’impero britannico.

- Particolarismo francese: Dopo il ‘33 i francesi persero ogni illusioni sulla possibilità di

risolvere collettivamente il problema della sicurezza. Si volsero verso un doppio binario

politico tutto impregnato di una strategia difensiva bene illustrata:dalla decisione di

costruire la linea Maginot,sistema difensivo che doveva proteggere il confine francese da

un attacco tedesco, e da quella di uscire dal relativo isolamento diplomatico, stipulando

nuove alleanze per costruire una specie di” cordone sanitario” attorno alla Germania. Si

trattava di un particolarismo condannato alla sconfitta poiché tutte le potenziali vittime del

revisionismo tedesco (Polonia ed Italia) erano disposte a collaborare con la Germania a

condizione che le loro esigenze fossero prese in considerazione.

- Part. Giapponese: In Asia, il Giappone era in grado di dominare la Cina con la sua forza

militare ed economica e con la propaganda avversa al colonialismo dei “bianchi” poteva

catalizzare i nazionalisti del Pacifico.

- Part. Tedesco: La Germania, in Europa, poteva fare altrettanto con molti paesi minori;

poteva indicare alle classi agiate la necessità di combattere il comunismo; poteva anche

catalizzare le masse non militanti nel movimento operaio, proiettando le loro energie verso

l’esaltazione nazionalistica.

2. Il protagonismo giapponese in Asia.

La politica giapponese in Asia acquistò una valenza quasi liberatoria rispetto ai territorio

verso i quali si rivolse. Si contraddistinse anche per la propensione a continuare

nell’azione intrapresa nel XX secolo, perseguita con l’appoggio britannico in funzione

antirussa e sviluppata grazie all’abile sfruttamento degli spazi lasciati vacanti dalle potenze

europee.

L’oligarchia militare che aveva governato il Giappone sino alla Prima guerra mondiale

aveva ceduto il passo al governo civile, eletto nel ‘25 a suffragio universale maschile. Il

governo civile era caratterizzato dalla dialettica fra conservatori (favorevoli ad una .politica

imperialistica tradizionale) e liberali (politica di espansione commerciale) ma ciò non

equivaleva ad uno stato democratico. Il mondo del lavoro, infatti, era in Giappone

sottoposto alle dure regole della crescita della produzione.

La crisi economica influì pesantemente sull’economia giapponese, dove gran parte della

produzione era orientata verso beni per l’esportazione, con serie conseguenze interne.

Essa diede infatti ai gruppi nazionalistici una forza di reazione tale da soverchiare la

scorza democratica del governo civile ed i metodi concilianti della politica estera. Nel ‘31

gli effetti di questi cambiamenti divennero evidenti. Il tema di scontro più aspro riguardava i

rapporti con la Cina e con la Manciuria, dove erano stati investiti capitali giapponesi nella

15

costruzione della ferrovia transmanciuriana. La politica di investimenti giapponesi si

scontrava, però, con i progetti del governo cinese di restituire vitalità alla struttura statale

incapace di controllare i separatismi e condizionata dalla lotta politica fra l’ala

rivoluzionaria ed il nascente Partito comunista.

I tentativi cinesi di resistere all’iniziativa giapponese furono però vani. Il Giappone, infatti,

con un trattato del ‘15 con la Cina, acquistò tutti i privilegi ed i diritti connessi con la

ferrovia in Manciuria. A rendere più serrata la disputa venne la decisione giapponese di

invadere la Manciuria stessa, segnando così la fine della pace nel globo. Il Giappone

respinse gli inviti della Società delle Nazioni di ripristinare lo status quo. Nel ‘32 la

Manciuria venne dichiarata indipendente, sotto il protettorato giapponese. La commissione

d’inchiesta della Società, presieduta da Lord Lytton, indicò l’azione giapponese come un

“gesto arbitrario e artificioso”, così i giapponesi risposero ritirandosi dalla Società.

L’impunità favorì il Giappone sino al ‘41,quando intrapresero una lenta penetrazione in

Cina, senza incontrare reazioni del governo di Chang Kai Shek ,impegnato contro il Partito

comunista, guidato da Mao. Quando, nel ‘38, il governo cinese respinse proposte di pace

che lo avrebbero subordinato al Giappone, il governo di Tokyo riuscì a costruire in Cina un

governo antagonistico a quello di Chang, affidandolo a Wang Jingwei, riconosciuto anche

dalla Germania, dall’Italia, dalla Spagna e dalla Romania. Inoltre, la sconfitta francese in

Europa (1940) offrì nuove opportunità ai giapponesi che ottennero dal governo di Vichy di

poter inviare una missione militare in Indocina. Nel settembre ‘40, in piena guerra europea

venne stipulato il patto tripartito fra Giappone, Germania ed Italia. Questo riconosceva la

preminenza italo-tedesca in Europa e quella giapponese in Asia; impegnava i contraenti a

soccorrersi nel caso di attacco da parte di una potenza non ancora belligerante, ma

stabiliva che i rapporti tra i firmatari e l’Urss non fossero modificati. Ciò lasciava liberi i

tedeschi di continuare a collaborare con Stalin e i giapponesi di restare neutrali nei

confronti dei sovietici (trattato di neutralità 1941). L’unico rapporto ancora non chiaro era

quello che il Giappone aveva con gli USA, divisi da motivi di rivalità commerciale e di

influenza rispetto al mondo asiatico. Le implicazioni profonde di questa rivalità ed i

comportamenti che da essa dovevano seguire rimasero in Giappone maniera di dibattito.

Dibattito che si concluse con la scelta di combattere il “gigante addormentato”.

3. La Germania di Hitler e l’Europa.

L’avvento di Hitler al potere segnò il trionfo in Germania della volontà di rivincita e del

progetto di recupero di antichi disegni di dominazione.

Hitler era nato in Austria, in un ambiente intriso di antisemitismo e pangermanesimo. Le

sue idee divennero esplicite nel Mein Kampf; i 2 volumi furono dettati da Hitler durante

la detenzione in carcere alla quale fu sottoposto in seguito alla partecipazione ad un

fallito colpo di stato a Monaco. La lunga esposizione era concentrata su di una visione

del mondo come volontà di potenza perchè la Germania e l’Europa fossero guidate

verso la salvezza. Tale compito era assegnato alla classe dirigente tedesca, che

attraverso un processo di purificazione della razza ariana avrebbe salvato la civiltà

europea dal dominio della finanza ebraica e plutocratica. Hitler, con il suo folle

programma, riuscì ad attirare verso di sé i consensi di masse deliranti di nazisti ma

anche l’appoggio dei ceti imprenditoriali e di buona parte del mondo intellettuale

tedesco. La spiegazione di ciò sta nel fatto che il Fuhrer non era soltanto un esempio di

carisma individuale e di sapiente manipolazione delle masse, ma anche il frutto

esasperato di molte riflessioni europee sulla civiltà continentale. Il regime fascista fu

accolto, inoltre, con relativa calma anche in Europa poiché Hitler impersonava la 16

volontà di sopravvivenza della “fortezza Europa” che ogni nazione aveva. L’Europa,

infatti, prostrata dalla crisi economica e dall’isolamento nel quale ciascun paese si era

chiuso, non aveva però ancora esaurito la sua volontà di potenza. Hitler non fu, dunque,

solo l’espressione della Germania ma anche del tentativo di sottrarre l’Europa al suo

destino di decadenza.

È stato quindi troppo facile, dopo il ‘39, attribuire a un uomo la responsabilità della

catastrofe. Fino al ‘39, infatti, Hitler fu aiutato, tollerato, blandito, nel suo disegno, da

personalità che poi schierate contro di lui, sarebbero divenute esponenti della cultura

democratica.

Fra il ‘33 ed il ‘34, l’azione politica di Hitler si concentrò sul piano interno:

- nel marzo ‘33, fece approvare una legge che gli concedeva pieni poteri e che

esautorava le competenze del Parlamento;

- nel ‘34, morto il presidente Hindenburg, unificò nella sua persona i poteri di presidente

e cancelliere;

- nella vita interna al Partito, egli si liberò dei suoi rivali;

- altra mossa per consolidare il potere interno fu quella del risanamento economico,

attraverso investimenti pubblici nelle infrastrutture;

- dispose un piano quadriennale di riarmo con cui riuscì a riassorbire la

disoccupazione.

In politica estera:

- al primo posto della sua strategia stava il riarmo ;

- riunire alla Germania tutte le popolazione di stirpe tedesca;

- costruire una rete di alleanze per far accettare alle potenze europee che la Germania

divenisse la loro guida;

- attacco contro le popolazioni non ariane,al mondo slavo,così da distruggere l’Urss,da

strapparle l’Ucraina, bacino industriale ed agricolo necessario come riserva per uno

scontro mondiale;

- costringere la GB ad una scelta: collaborare con la Germania o mantenere il suo

isolamento;

- occupare l’ America Latina.

Tutto il primo biennio di politica estera fu caratterizzato da un cauto lavoro di

preparazione al piano per non accrescere l’allarme che già serpeggiava tra le varie

potenze. Da principio Hitler fece proprie le tematiche già proposte da Bruning alla

Conferenza di Ginevra, affinché fosse data attuazione del principio dell’uguaglianza dei

diritti circa il disarmo, già concesso in linea di principio nel ‘32. Hitler, infatti, il 14

ottobre ‘34, annunciò che se non fosse stato ridotto il livello degli armamenti delle altre

potenze a quello allora posseduto dalla Germania, quest’ultima si sarebbe ritirata dalla

Società delle Nazioni. E così fu.

La cautela di Hitler si manifestò, inoltre, nei due settori politicamente più delicati

dell’Europa centro-orientale: in Polonia ed in Austria. Con la prima, da sempre legata

alla Francia da trattati di amicizia e mutua garanzia che i trattati di Locarno avevano

confermato, il governo tedesco (nel gennaio 34) sottoscrisse un accordo di non

aggressione.

Quanto all’Austria, la moderazione di Hitler apparve in modo più tortuoso, ma

rappresentò un segnale forte per l’Italia. Dopo l’affermazione del regime nazista in

Germania, i cristiano-socialisti austriaci cercarono una via di uscita alla crisi economico-

politica che attanagliava il paese, credendo di trovarla nella stipulazione di un accordo

doganale con Italia e Ungheria. Il cancelliere austriaco Dolfuss doveva, però, 17

combattere sia contro l’opposizione socialdemocratica, che egli represse; sia con i

pangermanisti austriaci che, sostenuti dal Partito nazista tedesco, propagandavano

l’Anschluss. Momento culminante di tale campagna fu rappresentato dal tentativo di un

gruppo di nazisti di impadronirsi del potere.. La situazione poteva forse incanalarsi su

un piano pacifico dopo che Mussolini ed Hitler si erano incontrati a Stresa ed a Venezia

per discutere le possibilità di un’intesa sulla questione. Il colpo di mano del 25 luglio,

durante il quale Dolfuss venne assassinato ed il potere assunto dai nazisti, mise in

evidenza la doppiezza di Hitler e come l’indipendenza austriaca fosse un punto cruciale

delle relaziona tra Italia e Germania. Il Fuhrer, intanto, prese le distanze dai nazisti

austriaci per placare le reazioni del Duce e quelle francesi ed inglesi.

L’Europa cominciò a reagire con vigore politico al nascente pericolo tedesco solo fra il

gennaio ‘33 a l’aprile ‘35, periodo durante il quale le potenze si impegnarono a discutere

circa i modi per prevenire le conseguenze della politica tedesca. In tale direzione si

mossero prima gli italiani, poi i francesi e poi i russi, mentre gli inglesi rimasero

abbastanza defilati aprendo così la strada al trionfo del revisionismo hitleriano.

Riguardo l’Italia, dal momento dell’ascesa del Fuhrer al potere, la sua posizione politica

ebbe nel quadro europeo un ruolo determinante, poiché le sue scelte in politica estera

erano collegate a punti critici dell’assetto europeo (indipendenza austriaca). Mussolini

avvertì immediatamente il mutamento della situazione europea e mostrò tale

consapevolezza riprendendo nelle sue mani la direzione del Ministero degli Interni. Egli,

inoltre, per eludere la difficile scelta fra due potenziali schieramenti, scelse di assumere

il ruolo del mediatore, dell’arbitro, proponendo (marzo ‘33) un Patto a Quattro tra Italia,

GB, Francia e Germania, che prevedeva una sorta di “direttorio europeo”, analogo a

quello creato dagli accordi di Locarno, ma ispirato dal principio del revisionismo,

piuttosto che da quello della prevenzione. L’accordo avrebbe dovuto realizzare una

politica di pace e prevedeva che fosse rispettato il principio della parità dei diritti in

materia di armamenti. Il progetto fu siglato nel luglio ‘33 dai quattro ma non venne mai

ratificato.

La GB, invece, non sembrò preoccuparsi del revisionismo tedesco, anzi considerava da

sempre un errore la proibizione dell’Anschluss, nonché il modo in cui l’Europa era stata

riorganizzata.

I francesi ed i sovietici, al contrario, erano seriamente preoccupati dell’ascesa di Hitler,

come dimostrarono le loro iniziative diplomatiche.

In Francia, la crisi economica si fece sentire nel ‘32, anno in cui si susseguirono cinque

governi diversi. Il ‘33 fu per i francesi un anno denso di incertezze e preoccupazioni.

Una svolta importante si ebbe, però, nel ‘34, quando il Ministero degli Esteri fu occupato

da Barthou, che cosciente che il vero nemico della Francia era la Germania, intavolò un

sistema di alleanze continentali. Nel ‘34, fece adottare dal governo francese un

documento nel quale si dichiarava inutile negoziare con la Germania e diede avvio ad

una campagna diplomatica per discutere la proposta di un patto di mutua assistenza e

garanzia (Locarno Orientale), a cui avrebbe dovuto aderire anche la Germania, che non

giunse mai in porto. La soluzione del problema era legata alla posizione dell’Urss, alla

quale Bharthou propose una convenzione speciale contro l’ipotesi di un’aggressione

tedesca, e con la quale già dal ‘33 aveva stretto accordi economici. I russi, inoltre,

continuarono questa politica preventiva rispetto alla Germania, accordandosi con l’Italia

prima sul piano economico e poi, nel settembre ‘33, con la firma di un patto di amicizia,

non aggressione e neutralità. Coronarono la svolta entrando, nel ‘34, nella Società.

Il disegno di Barthou lasciava aperti due problemi: quello dell’Italia e quello della GB.

Quest’ultimi reagirono alle preoccupazioni francesi con allarmante leggerezza. Invece il

modo in cui Mussolini aveva reagito al colpo di stato di Vienna persuase Barthou che il

Duce non era equidistante rispetto ai tedeschi, e riteneva di poter trovare con lui un 18

compromesso riguardo la politica nei Balcani ed in Austria. Nell’ottobre ‘34, però,

mentre Barthou riceveva re Alessandro I di Jugoslavia a Marsiglia, un attentato di

nazionalisti croati provocò la morte dei due statisti. I suoi progetti, però, non vennero

lasciati cadere. Il suo successore, Pierre Laval, infatti, si recò in Italia, dove cuore della

discussione fu rappresentato dalla convergenza sul comune interesse per la difesa

dell’indipendenza austriaca e dalla manifestazione della disponibilità francese a lasciare

mano libera all’Italia in Etiopia, purché l’Italia si associasse al gruppo dei paesi

antirevisionisti (accordo di Roma). Il governo tedesco con tale accordo mostrava di

ritenere che, dinanzi al pericolo tedesco, fosse preferibile appoggiare il revisionismo

extraeuropeo dell’Italia.

Hitler , intanto, nel marzo ‘35, annunciò che in contraddizione con l’art. 173 del trattato

di pace, in Germania veniva reintrodotta la circoscrizione obbligatoria. Si trattava della

prima palese violazione dei trattati di Parigi. Nel marzo ‘35, Mussolini, Laval e

MacDonald si incontrarono a Stresa per esaminare le conseguenze della decisione

hitleriana e concordare per contrastare il revisionismo tedesco. Risultato dell’incontro fu

la creazione di ciò che allora venne definito un “fronte unito” come garanzia per la pace

in Europa. Affinché la formula avesse davvero un peso politico occorreva che la Francia

e la GB svolgessero un’azione convergente. I due paesi, invece, si mossero in modo da

rendere le loro posizioni ancora più lontane. La Francia, infatti, nel ‘35, stipulò un

accordo di reciproca assistenza con l’Urss, impegnandosi a soccorrersi “nel caso di un

attacco non provocato da parte di uno stato europeo”. Alla stipulazione di questo fece

seguito la firma di un altro accordo, quello tra l’Urss e la Cecoslovacchia per mutua

assistenza.

Gli inglesi, invece, giudicando più pericoloso il revisionismo italiano di quello tedesco,

stipularono con la Germania un accordo navale dalla portata inquietante. Questo

permetteva alla Germania di costruire una flotta sottomarina della dimensione

desiderata. Il trattato anglo-tedesco apriva una crepa nel “fronte unito”. Con la loro

scelta a favore di Hitler, gli inglesi svuotavano di contenuto gli accordi Mussolini-Laval

spingendo così i francesi ad abbandonare le promesse fatte all’Italia, prima che la

campagna d’Etiopia avesse inizio. Intanto, Hitler, traendo profitto dalle mutate

circostanze, aveva compiuto una seconda violazione del trattato di pace: rioccupò la

Renania e edificò una linea difensiva parallela alla linea Maginot.

4. Cartine di tornasole: la conquista italiana dell’Etiopia e la guerra civile di

Spagna.

L’aggressione italiana all’Etiopia, iniziata nell’ottobre ‘35, fu l’ultima guerra coloniale

scatenata da una potenza europea per conquistare un impero. L’azione di Mussolini non

procurava all’Italia vantaggi immediati, ma solo risultati d’immagine. Il mutamento del

quadro europeo, però, creò al Duce inattese difficoltà (mancato appoggio inglese e

ripensamento francese). Su ricorso dell’Etiopia, la Società delle Nazioni impose all’Italia

sanzioni economiche che fornirono a Mussolini lo spunto per una grande mobilitazione

nazionalistica. Intanto, i ministri degli Esteri francese, Laval, e britannico, Hoare

formularono un progetto di compromesso che avrebbe consegnato gran parte dell’Etiopia

nelle mani italiane, ma trapelato sulla stampa, venne considerato come un premio

scandaloso ad una aggressione. Hoare fu costretto a dimettersi e il progetto decadde. Il 9

maggio ‘36 le truppe italiane entrarono in Addis Abeba ed il Duce proclamò l’annessione

del paese all’Italia come dominio imperiale; Vittorio Emanuele II diventava così anche

imperatore d’Etiopia. Dopo l’insuccesso del piano Hoare-Laval, Mussolini avviò una prima

fase di mutamento di rotta,schierandosi palesemente a favore della Germania. 19

Dopo il maggio ‘36, la situazione nel Mediterraneo era mutata rapidamente. La

Convenzione di Montreux (luglio ‘36) restituiva alla Turchia la sovranità in materia di

navigazione negli stretti in tempo di pace ed in tempo di guerra. Contemporaneamente,

nel mandato britannico in Palestina, i tentativi di definire i modi mediante i quali attuare il

progetto di “national home” (dichiarazione di Balfoor) per gli ebre produssero solo un

aggravamento della contrapposizione fra arabi ed inglesi. Il cambiamento più vistoso

ebbe, però, luogo nel Mediterraneo occidentale, in Spagna. La Spagna si avvia ad

affrontare difficoltà simili a quelle vissute dall’Italia, e cioè la trasformazione da paese

agricolo a paese industrializzato. Durante la 1° guerra mondiale, questo processo si

sviluppò insieme ad aspri scontri politici. Sul trono sedeva Alfonso III di Borbone (regnò

sino al 30) il governo invece era retto dalla dittatura parafascista di Miguel Primo De

Rivera, espressione dei ceti conservatori e del mondo militare. Dal ‘31 al ‘36, le forze di

destra e di sinistra si alternarono al potere fin quando nelle elezioni del febbraio ‘36 salì al

governo Manuel Azana, esponente del Fronte Popolare, alla testa di una coalizione

eterogenea di sinistra. Contro questo governo esplose nel luglio ‘36 un pronunciamento

circoscritto ad alcuni reparti di stanza in Marocco, guidati dal generale Francisco Franco.

Ebbe inizio una delle guerre civili più dure e più crudeli mai combattute in Europa. Il

governo di Madrid chiese aiuto alla Francia, dove era al governo il Fronte popolare guidato

dal socialista Leon Blum. Quest’ultimo propose all’Italia e alla GB di adottare una politica

di “non intervento”. Nessuno respinse la proposta francese e venne costituito a Londra il

Comitato internazionale di controllo per vigilare sulla conformità dei comportamenti. Tutto

ciò fu inutile. L’Urss, infatti, inviò armamenti e appoggiò la formazione di “brigate

internazionali” di volontari che dovevano infiltrarsi in Spagna per combattere il comune

nemico fascista. Hitler, dal canto suo, giudicava la Spagna come un’importante riserva di

materie prime e la guerra civile come un’occasione per sperimentare l’efficienza dei nuovi

armamenti tedeschi, soprattutto aeri da combattimento. Ma furono gli italiani quelli che

lasciarono partire il maggior numero di volontari; il massiccio intervento si ricollega al

timore del Duce che i due regimi di Fronte popolare francese e spagnolo, con l’aiuto

sovietico, potessero paralizzare ulteriori ambizioni italiane nel Mediterraneo. Nel ‘39, dopo

tre anni di guerra civile, il generale Franco assunse il potere dando inizio alla sua dittatura.

La guerra spagnola fu assunta come simbolo e anticipazione dell’imminente guerra

mondiale nonché come “il vero spartiacque della storia interna del continente europeo”,

come cartina di tornasole, caratterizzata dall’invenzione della frattura dell’Europa in due

schieramenti antitetici:il fronte fascista e quello antifascista. In realtà, nel ‘36, non

esistevano due schieramenti opposti; l’unico elemento di compattezza era il profondo

anticomunismo che legava GB, Germania, Italia, Francia e la Polonia. I dati di fatto,

dunque, impediscono di dare alla guerra civile spagnola una portata che essa non ebbe.

5. L’espansione della Germania e la politica di “appeacement”.

• La guerra civile spagnolo mise in evidenza la fragilità della posizione

francese:il governo parigino non riusciva più ad elaborare proposte attive

rispetto alle sempre più gravi questioni della sua sicurezza;era ormai una

potenza isolata poiché né l’alleanza con l’Urss né quella con i paesi

danubiano-balcanici la rafforzarono nei confronti della Germania. Cambiato

era soprattutto il rapporto con la GB. Il governo inglese, infatti, invece di

appoggiare la Francia,seguiva imperterrito una politica di accordo con la

Germania e di riappacificazione con l’Italia. Nel gennaio ‘37, infatti, GB ed

Italia completarono uno “scambio di note” per un gentlemen’s agreement

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che, partendo dal presupposto della cessazione dell’intervento italiano in

Spagna, vincolava i due paesi a non modificare lo status quo nel

Mediterraneo. Restava in sospeso il riconoscimento dell’annessione italiana

dell’Etiopia, problema che si sarebbe trascinato fino all’aprile del ’38. Ancora

più netto fu l’avvicinamento della Gran Bretagna alla Germania.

Chamberlain, salito al governo nel ’37, fu il continuatore ed il protagonista

della politica di appeasement verso la Germania; una politica volta a

mantenere la pace accettando alcune richieste del revisionismo tedesco.

Nell’estate del 36, Von Ribbentrop venne nominato ambasciatore tedesco a

Londra, con il compito di negoziare un’alleanza con gli inglesi, nella quale gli

inglesi dovevano “lasciare mano libera alla Germania verso oriente”, mentre i

tedeschi avrebbero riconosciuto il predominio coloniale e navale della GB,

corretto però dalla restituzione alla Germania di alcune colonie che le erano

state tolte nel ’19. Ma il tentativo di Ribbentrop finì nel nulla poiché gli inglesi

erano troppo ostili all’assunzione di impegni precisi con qualsiasi potenza

europea. Intanto nel ’36 la Germania riconosceva la sovranità dell’Austria e

prometteva di non intervenire nella vita interna austriaca.

Contemporaneamente veniva tolto il bando all’esistenza in Austria del partito

nazista e, anzi, 2 suoi esponenti entravano nel governo, uno dei quali come

ministro degli esteri. Da satellite italiano l’Austria diventava satellite della

Germania. L’azione del governo di Berlino aveva due obiettivi:

• Tacitare la GB;

• Avviluppare l’Italia.

Mussolini, infatti, era sensibile alle idee del suo “allievo” ma percepiva al tempo

stesso i pericoli di un’intesa troppo stretta con la Germania. Nel settembre ‘37,

durante una visita in Germania, il Duce aderì al patto Anti-Cominter firmato dalla

Germania e dal Giappone nel novembre ’36. erano solo parole ma esse davano ad

Hitler l’impressione che ormai Mussolini fosse definitivamente acquisito ai suoi

progetti. Non aveva tutti i torti, infatti, Mussolini da allora non fu più in grado di

elaborare iniziative autonome per la politica estera italiana.

6. Dall’ <<Anschluss>> alla guerra.

Tra la fine del ’37 ed i primi mesi del ’38, Hitler spinse fuori dal governo ed espulse dalle

gerarchie militari tutti coloro che mostrarono esitazioni nei confronti dei suoi programmi,

circondandosi solo dei collaboratori che condividevano la sua determinazione militaristica.

Hitler dichiarò che i problemi tedeschi potevano essere risolti solo con la guerra, con la

sconfitta della Francia e della GB entro il ‘43-‘45, previa distruzione degli alleati europei

delle potenze occidentali: la Cecoslovacchia e l’Austria, poi la Polonia. Il primo risultato

della svolta fu l’Anschluss. Il contesto diplomatico e politico era favorevole al programma

tedesco (politica dell’appeasement inglese, l’incapacità politica-militare francese di reagire

alle iniziative tedesche e la posizione di stallo in cui versava l’Italia). Hitler con una serie di

mosse diplomatiche (inviò a Vienna come ambasciatore tedesco il suo predecessore von

Papen) ed attraverso un incontro con il cancelliere austriaco von Schuschnigg, ottenne

che il governo di Vienna fosse modificato con la nomina di un nazista, Seyss-Inquatr, a

ministro degli Interni e della Sicurezza. I nazisti divennero padroni dell’Austria. L’11 marzo

1938 fu inviato un ultimatum al cancelliere austriaco perché cedesse il potere a Inquart. Il

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rifiuto del presidente della repubblica, Miklas, di piegarsi all’imposizione venne seguito

dalla proclamazione di un governo provvisorio diretto dallo stesso Seyss-Inquart. La prima

decisione di tale governo fu quella di chiedere l’intervento di truppe tedesche che

attraversarono il confine austriaco quello stesso giorno. Mussolini a malincuore accettò

l’abile mossa del Fuhrer . L’Austria cessava così di essere uno stato indipendente;

segnando un profondo cambiamento nella politica delle potenze. Essa spezzava la

principale ragione della solidarietà italo-francese e avvicinava l’accordo tra Italia e

Germania; esprimeva l’indifferenza britannica dell’Europa centrale; apriva una controversia

italo-tedesca sullo status delle popolazioni tedesche nell’Alto Adige/Sud Tirolo. Nonostante

ciò a Londra si continuava a puntare sulla politica dell’appeasement come leva per

disinnescare i pericoli impliciti nell’azione di Hitler, cercando di risolvere i conflitti mediante

un compromesso, che facesse uscire la Germania dall’ermeneutica gabbia autarchica

nella quale si era chiusa e la rendesse disponibili a riaprirsi al mercato mondiale. Il primo

ministro Chamberlain, promotore di questa politica, conosceva i limiti della potenza

britannica ; la riluttanza dei Dominions a lasciarsi trascinare in un conflitto; il radicato

pacifismo dell’opinione pubblica; l’impreparazione militare del proprio paese. Gli inglesi

non percepivano, dunque, Hitler come un pericolo e non si rendevano conto che prima

vittima della nascita di una superpotenza europea sarebbe stato proprio l’impero

britannico.

Dopo l’Austria, venne per la Germania il momento di occuparsi della Cecoslovacchia,dove

nella regione dei Sudeti,abitata prevalentemente da tedeschi, forte era il movimento

autonomistico, impregnato di nazismo. Hitler ed il capo dei nazisti tedeschi nei Sudeti

posero dapprima la questione dell’autonomia regionale poi quella dell’annessione alla

Germania,accompagnata da un ridimensionamento della Cecoslovacchia. Subito il

ministro degli Esteri britannico chiarì che la GB non avrebbe aiutato la Francia se questa,

non direttamente attaccata, avesse appoggiato la Cecoslovacchia in una guerra contro i

tedeschi. Anche Mussolini espresse il suo appoggio ad Hitler x la causa germanica nei

Sudeti. Prima di agire militarmente, Hitler cercò di negoziare con la GB un accordo

generale a spese dei cecoslovacchi, da egli accusati di nefandezze e omicidi. L’accordo

prevedeva che il governo di Praga avrebbe dovuto accettare non solo la cessione

dell’intera regione dei Sudeti alla Germania ma anche di accogliere le rivendicazioni

territoriali polacche e ungheresi. Venne così convocata a Monaco una conferenza a cui

presero parte Chamberlain, Hitler e Mussolini (nel ruolo di mediatore) senza consultare né

il presidente ceco Benes né i sovietici, che sarebbero potuti intervenire in guerra qualora

anche la Francia fosse entrata in guerra(come sottoscritto nel trattato del ‘35). Tutte le

proposte del Fuhrer vennero accolte. Francesi ed inglesi si accontentarono di aggiungere

le loro garanzie per l’integrità territoriale di ciò che restava della Cecoslovacchia,che

dovette piegarsi ad accettare tutto. La pace era x il momento salva, ma Hitler non aveva

ancora ultimato il suo piano. Dopo l’annessione dei Sudeti, infatti,obiettivo tedesco era ciò

che restava della Cecoslovacchia,facendo leva sui diss3ensi che separavano i boemi dagli

slovacchi,favorendo la creazione di regioni autonome e di nuovi movimenti indipendentisti.

Poi manipolò gli esponenti dei governi di Praga e di Bratislava in modo da spingere i primi

a chiedere l’intervento tedesco e gli altri a trasformarsi in uno stato indipendente,da

sottoposto alla supremazia tedesca.

Frattanto Hitler aveva già preso la decisione che avrebbero davvero portato alla guerra

ovvero quella di eliminare la Polonia come fattore politico in Europa.,mediante un’altra

“operazione chirurgica”, premessa di una guerra contro Parigi. I polacchi erano stretti in

una morsa tra sovietici e tedeschi, che, dopo Monaco, iniziarono a premere per la

creazione di un fronte antisovietico comune. Nell’ottobre 1938, Ribbentrop chiese alla

Polonia la restituzione di Danzica e la costruzione di un’autostrada e di una linea

ferroviaria extraterritoriale, che collegasse la Pomerania alla Prussica orientale. La Polonia

22

mostrò di saper resistere alla pressione tedesca non cedendo alle loro richieste. Così, il 28

aprile, in uno dei suoi discorsi al Reichstag, Hitler affermò che tra i due paesi non

esistevano più contatti diplomatici. Se prima il Fuhrer aveva ottenuto tutto attraverso una

ricca azione di intimidazioni diplomatiche, ora l’esercito tedesco era pronto a condurre e

vincere una “guerra lampo” contro la Polonia.

In un discorso del 31 marzo del 1939 Chamberlain annunciò alla Camera dei Comuni che

se un attacco tedesco alla Polonia ne avesse minacciato l’indipendenza, la GB e la

Francia sarebbero accorse in suo aiuto. La GB, se da un lato voleva tutelare

l’indipendenza polacca in caso d’aggressione, dall’altra non le prometteva garanzie

d’integrità territoriale. Successivamente, Chamberlain promise alla Polonia un patto di

mutua assistenza a cui avrebbe partecipato anche la Francia. Quanto alla Francia il

25/08/39, stipulò un accordo con i polacchi secondo il quale l’esercito francese avrebbe

attaccato la Germania quindici giorni dopo l’offensiva tedesca alla Polonia. Mussolini, a

sua volta, scelse di allinearsi alla Germania illudendosi di formare un fronte unito con le

potenze occidentali, al quale la politica britannica toglieva ogni credibilità. Mussolini allora

decise di stipulare un’alleanza formale con i tedeschi per cercare di condividere con essa i

frutti della politica revisionista e per accrescere la propria statura nei confronti della

Germania. Operò in tale direzione in primo luogo con l’occupazione dell’Albania, al fine di

equilibrare le conseguenze balcaniche dell’Anschluss. In due giorni, il Duce riuscì ad

annettere l’Albania al regno d’Italia, operazione che venne giudicata da Chamberlain

un’inutile provocazione alle potenze occidentale. Il 22 maggio del 1939, a Berlino, l’Italia e

la Germania firmarono il cosiddetto ‘Patto d’acciaio’, trattato che sanciva l’impegno ad un

“continuo contatto” al fine di un’intesa su tutte le situazioni, e l’impegno in caso di guerra a

prestarsi assistenza con tutte le proprie forze di terra, mare ed aria, se una delle due parti

fosse stata coinvolta in un conflitto, indipendentemente dalla natura offensiva o difensiva.

Mussolini non tenne conto degli interessi specifici dell’Italia. Infatti, nel patto non si chiariva

che l’Italia sarebbe entrata in guerra non prima di tre anni né tanto meno si parlava

dell’Alto Adige e della Polonia.

Quanto alla Russia, stipulò con la Germania con la quale deteneva collaborazioni in

campo tecnologico dal ‘21 un patto di non aggressione, il cosiddetto Molotov-Ribbentrop.

Con tale patto, Hitler metteva in evidenza di voler prima demolire la Polonia, per poi

volgersi contro Francia e GB rinviando ad una fase successiva la conquista dello “spazio

vitale” sul territorio sovietico. L’accordo comprendeva un protocollo segreto che

rappresentava il prezzo pagato da Hitler a Stalin per ottenere il consenso a distruggere la

Polonia. Il protocollo esplicitava in 4 artt le sfere di influenza che le due potenze si

riconoscevano nell’Europa orientale. Il primo art riguardava gli Stati baltici, e stabiliva che il

confine della Lituania avrebbe rappresentato il confine tra le due zone d’influenza. Il

secondo riguardava la Polonia e stabiliva che il confine tra le due aree fosse fissato lungo i

fiumi Vistola e San; il terzo affermava l’interesse sovietico verso la Besarabia ed il

completo disinteresse tedesco verso la regione; il quarto confermava l’assoluta segretezza

del protocollo. Il patto capovolse la possibilità di un accordo tra GB, Francia ed URSS già

profondamente minato anche solo nelle intenzioni dalle reciproche diffidenze e dall’ostilità

polacca nei confronti dell’URSS.

7. Gli anni dell’ira: la fase europea della seconda guerra mondiale.

Il primo settembre le forze tedesche varcarono il confine polacco. Hitler definì l’azione

come “un operazione di polizia” che non rivolta contro le potenze occidentali. Il 2

settembre l’Italia dichiarò la sua non belligeranza. Il 3 la GB e la Francia, secondo gli

impegni assunti, dichiararono guerra alla Germania. Il 25 settembre,Varsavia era nelle

mani dei tedeschi. Intanto, anche i sovietici varcarono il confine e si assediarono sulla 23

linea stabilita dagli accordi del 23 agosto. Poco dopo gli stati baltici furono invitati a farsi

“proteggere” dall’Urss, primo passo verso la loro trasformazione in repubbliche socialiste

sovietiche. Hitler aveva, in questo modo, attirato l’Urss nel suo gioco pensando che questa

non fosse militarmente e tecnologicamente pronta ad affrontare una guerra contro la

Germania e che ci fosse ancora del tempo prima che Stalin riuscisse a trasformare la

potenza inerte del suo paese in un dato di fatto. Per un anno e mezzo i fatti gli diedero

ragione, poi la situazione cambiò bruscamente ed in pochi mesi l’attacco alla Polonia era

stato il primo errore che Hitler commise nella sua vita politica. Circa i limiti delle ambizioni

russe molto eloquente fu, invece, l’attacco contro la Finlandia, che si risolse in una

mediocre prova fornita dalle armate sovietiche.

La rapidità dell’aggressione in Polonia impedì qualsiasi iniziativa anglo-francese. Hitler

credette,allora, possibile riaprire la strada di un compromesso e inaugurò un’offensiva di

pace con un impudente discorso alle potenze occidentali nel quale ribadì il fatto che la

Germania aveva riparato ad un altro torto subito. Il Fuhrer era disposto, perciò, a trattare,

purché si tenesse conto della necessità di rivedere la situazione dell’Europa meridionale e

di quella centro-orientale, si costituisse una Polonia più piccola e remissiva ed una grande

coalizione antisovietica. Sia il governo francese che quello inglese ,però, respinsero la

proposta, dando così inizio ad una guerra a oltranza e tutti gli stati europei, meno la

Spagna, il Portogallo, la Svezia e la Svizzera, vennero travolti dal conflitto.

Il 9 aprile le truppe tedesche invasero la Danimarca e la Norvegia. Fu poi il turno di Olanda

e Belgio. Il 14 giugno le forze tedesche entrarono trionfalmente a Parigi. Il 22 giugno il

governo Pétain firmò l’armistizio (nella foresta di Compiègne sulla vettura ferroviaria di

Rethondes, dove era stato firmato l’armistizio del 18). La Francia settentrionale venne

occupata dai tedeschi,mentre quella meridionale ,retta dal governo collaborazionista del

maresciallo Petain,con sede a Vichy, rimase sotto il controllo dell’ esercito francese ridotto

a 120000 uomini. Nell’armistizio non conteneva nulla dell’avvenire della Francia e delle

sue colonie,secondo la logica hitleriana di non umiliare il nemico,nella speranza di averlo

inseguito come alleato.

La clamorosa vittoria tedesca in Francia,persuase Mussolini ad entrare in guerra accanto

alla Germania. Il 10 giugno 40,l’Italia dichiarava,così,guerra a Francia e GB. Con l’entrata

dell’Italia in guerra,il conflitto si estese alle colonie italiane,tutte circondate da eserciti

nemici;si estendeva alla penisola balcanica,dove l’Italia aveva poteri sovrani. Mussolini

invase il territorio francese,e a distanza di pochi giorni,il governo Petain dovette firmò a

Roma un armistizio in cui si dichiarava vinto in una guerra praticamente non

combattuta,salvo pochi scontri di frontiera.

La guerra cessava di essere combattuta nell’Europa occidentale,mentre ribollivano i

Balcani (polveriera d’Europa)e gli stati revisionisti,forti dell’appoggio tedesco,avanzavano

le loro proposte. La vittima principale fu la Romania che dovette cedere la Bassarabia

all’Urss, la Dobrugia alla Romania e metà Transilvania all’Ungheria.

Mussolini,intanto,(ottobre 40)volle aprire un nuovo fronte in Grecia,che mise subito in luce

la fragilità della preparazione militare italiana. I greci resistettero e

contrattaccarono,costringendo il Duce a chiedere aiuto alle truppe tedesche ed

ungheresi,che imposero il loro armistizio e occuparono l’isola di Creta.

Tutta l’Europa era in mani tedesche,fatta eccezione della GB di Churchill. Nel luglio

40,dinanzi alle reazioni americane dopo il crollo della Francia e rispetto al pericolo

incombente sulla GB,Hitler si persuase che il vero nemico da combattere erano gli

USA,ma che essi non sarebbero entrati in guerra prima del 42. L’atteggiamento

americano,a sua volta,dipendeva dalle mosse giapponesi. Obiettivo finale di Hitler era

quello di un sistema mondiale dominato dalla Germania,dal Giappone e ,magari in

subordine,dall’Italia. Fu questo l’obiettivo del Patto Tripartito stipulato dai 3 paesi il 27

settembre 40. 24

La guerra globale e la genesi del sistema occidentale

1. Una proposta di lettura

Nel 41 la Germania da prima motore della trasformazione,divenne oggetto della politica

altrui. Se il 33 è stato assunto come simbolo della frattura nel sistema economico globale

e come l’inizio del tentativo di creare una forza autarchica europea,il 41,invece,può essere

considerato come l’anno durante il quale il progetto mostrò la sua debolezza interna.

Infatti,solo s3e la Germania e la GB si fossero alleate,il progetto avrebbe avuto qualche

probabilità di successo. La GB,però,spinta a scegliere tra i legami con gli USA e quelli

politici con l’Europa dominata da Hitler, aveva scelto, infine, di lasciare il Fuhrer

combattere la sua battaglia da solo. La scelta del governo di Londra non era né in dolore

né facile, poiché gli inglesi erano ben consapevoli che alla fine vi sarebbe stata una resa

dei conti in relazione alla supremazia economica, fra la piazza di Londra e quella di New

York.

Dinanzi alle prime avvisaglie di crisi europea (nel ‘35), il Congresso americano approvò

degli “Atti di neutralità”, che proibivano agli USA di vendere armi ed effettuare prestiti ai

paesi belligeranti. La situazione, però, cominciò a mutare già nel ‘38, quando agli USA fu

ben chiaro che se le potenze occidentali avessero dovuto affrontare una guerra contro la

Germania , esse avrebbero avuto bisogno dei loro capitali e dei loro rifornimenti. Si inserì

in tal contesto la legge “Affitti e prestiti”, che segnò la ripresa di un ruolo attivo degli Stati

Uniti verso l’Europa. La legge prevedeva che il governo americano potesse “vendere,

affittare o prestare”, alle condizioni che avrebbe giudicato opportune, ”armi, munizioni,

generi alimentari a quei paesi la cui tutela fosse stata giudicata vitale per gli USA”.

L’ambasciatore tedesco a Washington affermò che la legge era un “tributo di vassallaggio”

che la GB pagava agli USA. Quando il 22 giugno 41, le truppe tedesche iniziarono

l’operazione Barbarossa, cioè l’attacco contro l’Urss, gli americani decisero di concedere

aiuti anche ai sovietici, perché la sopravvivenza della Russia venne considerato di

suprema importanza per la salvezza e la sicurezza degli Stati Uniti. Anche quando questi

ultimi furono trascinati in guerre dall’improvviso, ma non inatteso, attacco giapponese a

Pearl Harbor, tutta la strategia di guerra degli Alleati rimase immutata: il primo nemico da

sconfiggere restò la Germania. Solo quando fossero state disponibili risorse sufficienti, si

sarebbe potuto pensare ad una controffensiva rispetto all’avanzata giapponese. In quello

stesso periodo, fu istituito, su proposta del segretario di Stato Cordell Hull, un “Comitato

consultivo sulla politica estera post-bellica”, che si occupò di discutere tutti i problemi che

gli USA avrebbero dovuto affrontare quando, dopo la vittoria, sarebbe caduta sulle loro

spalle la responsabilità di riorganizzare la vita internazionale. Nacque in tal contesto l’idea

di creare un organizzazione che sostituisse la Società delle Nazioni, ovvero

l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il principio politico su cui si basava il progetto era la

“durevole intesa” tra gli Alleati, secondo la teoria dei “4 poliziotti” (GB,Cina,USA ed Urss).

Oltre alla riorganizzazione di un sistema di sicurezza, gli americani pensavano anche alla

creazione di un sistema monetario e commerciale internazionale, che rendesse

impossibile il ripetersi della crisi fra le 2 guerre. Da qui la creazione di una Organizzazione

internazionale sul commercio che avrebbe dovuto determinare i termini di scambio

all’interno di un solido sistema commerciale. Si trattava, però, di un progetto complicato,

che non sarebbe mai giunto in porto e che fu sostituito dalla proposta di dar vita ad una

organizzazione dagli scopi più limitati, il GATT, che entrò in piena attività negli anni

50,quando gli effetti della guerra fredda si fecero sentire e senza che l’Urss aderisse. Per

quanto riguarda la liquidità monetaria gli americani e gli inglesi diedero vita al Fondo

monetario internazionale, Fmi, che creasse un sistema di cambi fissi e governati. Il Fondo

25

doveva controllare le crisi monetarie, ma il fulcro del sistema era costituito dall’impegno

americano ad accettare una parità fissa per il dollaro, che diveniva la moneta di riferimento

capace di assicurare al Fondo risorse sufficienti per la sua funzione.

La creazione dell’Onu, del Fmi e del GATT esprimeva la vocazione di organizzare il

dopoguerra secondo formule basate sulla collaborazione tra le potenze della coalizione

antinazista, con evidente prevalenza degli USA.

Dopo aver determinato la scelta principale, la decisione di attaccare la Germania come

primo obiettivo di guerra, gli americani si rassegnarono quasi controvoglia a cogliere

l’occasione offerta dalla crisi monetaria e politica italiana. La crisi apparve in tutta la sua

evidenza nel ‘42 e spinse gli americani a superare le loro esitazioni e a collaborare con la

GB per una rapida diversione nel Mediterraneo. Quest’ultima si sviluppò lungo due linee:

la controffensiva britannica in Egitto per effetto della quale le forze italo-tedesche furono

costrette a ritirarsi sul territorio tunisino; e l’attuazione dell’operazione Torch, con lo sbarco

della truppe anglo-americane e di contingenti francesi ostili a Vichy (collegate al Comitato

France Libre di Charles de Gaulle) sul territorio nord-africano. La fine della presenza in

Africa dell’autorità del maresciallo Petain spinse Hitler ad occupare quella parte della

Francia lasciata libera dall’armistizio del ‘40. L’offensiva finale contro le truppe italo-

tedesche in Tunisia terminò nel maggio ‘43. Da quel momento, la via verso l’invasione dell’

Italia era aperta e le operazioni ebbero inizio il 10 luglio, con un rapido successo degli

Alleati. Il 25 luglio, con un colpo di stato, il governo Mussolini cadde e venne costituito un

governo militare, capeggiato da Badoglio. Il 3 settembre ‘43, il nuovo governo firmò un

armistizio con gli Alleati, che impegnava l’Italia a combattere contro i tedeschi.

Nel giugno 44,quasi un anno dopo la resa italiana, le forze alleate attuarono l’operazione

Overlord, ovvero lo sbarco in Normandia. La Francia venne liberata in poche settimane;

mentre le forze sovietiche, occupata la Polonia, avanzavano fino a Berlino.

A conclusione del conflitto, si poneva per il Vecchio Continente il problema della questione

tedesca. Alla Conferenza di Potsdam (luglio-agosto 45) venne deciso che la Germania

sarebbe stata occupata dalle quattro potenze (GB,USA,Francia ed Urss) che l’avrebbero

amministrata secondo due condizioni fondamentali: tener conto delle “necessità vitali” dei

tedeschi ed il criterio secondo il quale la Germania divisa sarebbe stata governata

economicamente come un tutto unico. L’altro aspetto, quello delle riparazioni, vide i

sovietici impegnati in una radicale opera di espianto dei complessi industriali che potevano

essere utilizzate nell’Urss. È evidente che si trattava di due modi contrapposti di concepire

il problema tedesco: mentre gli anglo-americani perseguivano la via di una vita politica

democratica; i sovietici attuarono una politica di trasformazione economica (riforma

agraria, la chiusura delle banche private, la nazionalizzazione delle industrie). L’idea che

la Germania potesse essere amministrata come un’entità politica unica rimase sulla carta.

Su questo piano, l’estremo tentativo venne fatto dal segretario di Stato (USA) Byrnes che

nel febbraio 46 diffuse una proposta di un rapido trattato di pace con la Germania

accompagnato da un patto di garanzia quadripartitici per impedire la rivincita di velleità

militaristiche. La risposta sovietica era condizionata dall’andamento dei negoziati per la

concessione, da parte degli USA, di un consistente prestito e dai limiti politici che i sovietici

volevano introdurre nel regime tedesco. Su tali temi si arenò il progetto Byrnes. Il clima

internazionale si deteriorò rapidamente e gli americani si persuasero dell’impossibilità di

un accordo durevole e della necessità di integrare le 3 zone di occupazione anglo-franco-

americana. Al posto del multilateralismo si affermò il bilateralismo Est-Ovest.

Il baricentro della potenza mondiale si spostava dall’Europa agli USA, che si presentavano

come la forza politico-economica capace di salvare l’Europa dai rischi che la

minacciavano. Il deficit dei pagamenti, infatti, non faceva che approfondirsi e ciò metteva

in luce il fatto che la sterlina non poteva più essere considerata come uno dei segni

monetari necessari per il commercio mondiale. Solo il dollaro poteva salvare il sistema dei

26

commerci internazionali da una paralizzante crisi di liquidità. Ebbe da qui origine il piano

Marshall. Il dollaro divenne, quindi, la moneta mondiale e gli USA ‘la banca centrale del

mondo’.

Le conferenze di pace.

Il 14/08/41 su di una nave da guerra al largo dell’isola di Terranova, Churcill e Roosvelt

firmarono la ‘Carta Atlantica’, un documento in otto punti in cui i due statisti sancivano:

la condanna ai regimi fascisti;

le linee di un nuovo ordine democratico;

il rispetto dei principi di sovranità popolare ed autodeterminazione dei popoli;

il rispetto della libertà di commercio e di quella dei mari;

la cooperazione internazionale;

la rinuncia dell’uso della forza nei rapporti tra stati.

Il 01/01/42, si tenne la Conferenza di Whashington, dove le 26 nazioni in guerra contro

l’Asse si riunivano per sottoscrivere la ‘Dichiarazione delle Nazioni Unite’, frutto di un

precedente incontro tra Roosvelt e Churchill. La dichiarazione si proponeva come una

sorta di manifesto della lotta contro l’Asse e contro il Giappone. I paesi aderenti si

impegnavano a tener fede ai principi espressi nella Carta Atlantica ma soprattutto a non

concludere armistizi o paci separate.

Dall’ottobre del 43 divenne prassi consolidata convocare conferenze per affrontare la

questione della riorganizzazione dell’Europa post-bellica, questione che divideva la

‘Grande Alleanza’.

Conferenza di Mosca (ottobre ‘43): i tre ministri degli Esteri (Molotov, Eden, Hull) si

incontrarono a Mosca per regolamentare ciò che era accaduto in Italia, ma anche per

affrontare temi più generali. I tre ministri dovevano rimettere ordine riguardo i temi posti

dalla resa italiana. Infatti, il modo secondo il quale gli anglo-americani avevano condotto il

negoziato era stato approvato a malincuore dai sovietici. Venne, perciò, discussa a lungo

la questione delle commissioni di controllo, e cioè del modo secondo il quale gli armistizi

militari sarebbero stati seguiti da un controllo politico trilaterale. Nacque da qui la

Commissione Consultiva Europea, che avrebbe dovuto predisporre i termini di una politica

come nell’Europa liberata, ciò appariva coerente con il ‘Grand design’ roosveltiano,

secondo il quale il dopoguerra sarebbe stato costruito sulle grandi istituzioni globali;

mentre Molotov ed Eden erano più praticamente interessati dalla questione polacca e da

quella jugoslava.

Conferenza del Cairo (novembre ‘43): Stalin, Churchill e Roosvelt si incontrarono dopo

che i due leader occidentali ebbero discusso con il presidente cinese Chang Kai-Shek la

situazione dell’area estremo orientale. Con la conferenza Roosvelt voleva legittimare la

tesi secondo la quale esistevano quattro potenze e tra queste vi era la Cina e non la

Francia. Il presidente americano promise alla Cina il suo appoggio nel recupero di ciò che

il Giappone le aveva sottratto e riconobbe il primato cinese nell’Asia orientale. Le sole

richieste che Roosvelt non accettò furono quelle che avrebbero indebolito la posizione

americana rispetto alla Russia, sulla base dell’idea che la Mongolia ed altri territori, che la

Cina intendeva occupare, potessero diventare l’oggetto di un negoziato per impegnare i

sovietici ad entrare in guerra contro il Giappone.

Conferenza di Teheran (dicembre ‘43): la conferenza fu l’occasione durante la quale

vennero prese le decisioni più importanti per il futuro della storia del mondo. Sul piano

militare, Stalin, Churchill e Roosvelt assunsero l’impegno che l’apertura del “secondo 27

fronte” in Francia,x alleggerire la pressione tedesca sul fronte orientale,richiesto da Stalin

sarebbe stata effettuata entro il 1 maggio 44.

Comandante supremo alleato della missione fu Eisenhower, noto per l’abilità dimostrata

nell’esercizio del comando sulle forze in campo. Dal canto suo, l’URSS si impegnava a

dichiarare guerra al Giappone entro tre mesi dalla fine della guerra in Europa, condizioni

da determinare. Sul piano giuridico-politico, invece, Roosvelt riprese le sue idee in ordine

alla creazione dell’ONU, nella quale si sarebbe potuto discutere sulla pace; sulla questione

coloniale e sulle Nazioni Unite, punti sui quali Stalin e Roosvelt non ebbero difficoltà ad

accordarsi. Le discussioni di Teheran affrontarono altri temi scottanti, tra cui la questione

polacca. Churchill acconsentì che i sovietici si tenessero i territori polacchi occupati nel 39,

mentre la Polonia poteva espandersi, a titolo di riparazione per la porzione di territorio

perduta a danno della Germania, sino al fiume Oder. In tal modo, il principio

dell’indipendenza era mantenuto, quello dell’integrità molto meno. Roosvelt non

acconsentì subito a quanto proposto da Churchill per questioni di politica nazionale

(elezioni presidenziali), per cui fu concordato con Stalin che la formalizzazione dell’intesa

sarebbe stata rimandata alla Conferenza di Yalta. Altra grande questione era quella della

Germania che mantenne la sua integrità territoriale, fatta eccezione per il confine con la

Polonia e per alcune richieste sovietiche di concessioni territoriali. La Finlandia, che aveva

preso parte alla guerra affiancandosi alla Germania, invece, sarebbe dovuta ritornare ai

confini del 40 (dopo la guerra d’inverno, attacco sovietico). Un facile accordo, inoltre,

venne raggiunto sulla necessità di aiutare economicamente l’Iraq, prostrata dalla guerra;

su quella di dare un massiccio appoggio ai partigiani di Tito in Iugoslavia; infine, gli inglesi

preannunciarono la loro intenzione di occuparsi della liberazione della Grecia.

Conferenza di Casablanca (gennaio ‘49): Roosevelt e Churchill concordarono che,chiuso il

fronte africano,lo sbarco sarebbe avvenuto in Italia. Nella stessa,Roosevelt annunciò alla

stampa che gli Alleati avrebbero accettato dalle potenze avversarie solo una “resa

incondizionata”,x rassicurare i sovietici sulla serietà dell’impegno degli alleati.

Conferenza di Mosca (ottobre ‘44): Al vertice presero parte Churchill e Stalin,senza

Roosevelt impegnato nella sua quarta campagna elettorale. Da poche settimane gli Alleati

erano sbarcati in Normandia mentre i sovietici si dirigevano dalla Romania verso la

Bulgaria e l’Ungheria. Churchill giunse così alla conclusione che fosse indispensabile

porre un freno all’avanzata sovietica.

Churchill si mosse,quindi,in tale direzione esponendo con spregiudicatezza le percentuali

di influenza delle quali avrebbero goduto nei Balcani a guerra finita:in Romania l'influenza

sovietica sarebbe stata del 90%,quella occidentale del 10%;viceversa in Grecia le

proporzioni si sarebbero capovolte a favore della GB;in Bulgaria l'Urss avrebbe disposto

del 75% di influenza,gli occidentali del 25%;in Ungheria ed in Jugoslavia la partizione

sarebbe avvenuta sulla base del 50% ciascuno. In tal modo,gli inglesi si proponevano di

evitare la sovietizzazione dei Balcani e dell'Europa.

Conferenza di Yalta (11 febbraio ‘45): Gli Alleati dilagavano verso il territorio tedesco e

l'Armata Rossa occupava quasi tutti i Balcani e la Polonia,dove dai primi del 45,si costituì

un governo provvisorio,il Comitato di Lublino,formato da simpatizzanti e componenti del

Partito comunista polacco,il quale avrebbe dovuto sostituire il governo legittimo in esilio.

Yalta rappresentò una pausa di moderazione e un'occasione di inattesi compromessi tra i

3 statisti (Stalin,Churchill e Roosevelt). A Yalta,infatti, vennero prese le decisioni

conclusive x la convocazione della conferenza che avrebbe varato l'Onu. Vi

erano,però,alcuni temi cruciali che esigevano una soluzione politica. Il primo di questi temi

28

riguardava il numero dei rappresentanti che l'Urss avrebbe avuto all'Assemblea generale

dell'Onu. I sovietici avevano richiesto che tutte le Repubbliche dell'Urss fossero ammesse

singolarmente all'Organizzazione. Si trattava di una richiesta priva di fondamento giuridico,

poiché nessuna delle repubbliche aveva personalità internazionale riconosciuta. Il

compromesso di Yalta, dato dalla decisione di far partecipare come stati fondatori anche la

Bielorussia e l'Ucraina, fu, quindi, una prova di buona volontà degli Alleati.

Il secondo tema, anch'esso politicamente importante, riguardava l'esigenza di escogitare

un meccanismo che impedisse al Consiglio di sicurezza, organo esecutivo dell'Onu, di

assumere deliberazioni contrarie ad una delle cinque potenze permanenti (Cina, URSS,

USA, GB, Francia). Il nodo venne attribuendo loro il diritto di veto, cioè il potere di

paralizzare le Nazioni Unite se queste si fossero rivolte contro i loro interessi.

L'ultimo tema relativo allo statuto dell'Onu riguardava la questione coloniale. Venne

stabilito che i paesi non ancora divenuti indipendenti e le colonie appartenenti a stati ex

nemici sarebbero stati sottoposti ad Amministrazione fiduciaria sotto tutela delle Nazioni

Unite.

Il più importante tema discusso a Yalta era quello della Germania. Venne adottata l'idea di

creare quattro zone di occupazione (quella francese all'interno delle zone americana e

britannica). Inoltre, venne stabilito che la Germania avrebbe dovuto versare, a titolo di

riparazioni, 20 milioni di dollari agli Alleati.

Sulla questione polacca, dopo la conferenza di Teheran ed i fatti compiuti dai sovietici, vi

era poco da deliberare dal punto di vista politico. Restava il problema politico. Infatti la

trasformazione del Comitato di Lublino in governo provvisorio era stato un colpo di mano

difficile da digerire per gli occidentali, per i quali la difesa del governo in esilio era una

questione “d'onore”. La definizione di un compromesso non fu facile. La formula infine

escogitata prevedeva che, a guerra finita, sarebbe stato costituito a Varsavia un governo

provvisorio di unità nazionale, che avrebbe dovuto indire elezioni libere, entro il più breve

possibile.

L'altro tema caldo di Yalta fu la “Dichiarazione sull'Europa liberata”, un documento

programmatico che definiva i caratteri della politica che i tre vincitori avrebbero osservato

ovunque fossero giunti i loro eserciti. Erano impegni alla reciproca consultazione, alla

denazificazione, ma soprattutto impegni a operare perchè in ogni stato europeo fosse

possibile la creazione di “istituzioni democratiche”, scelte mediante libere elezioni.

7. La mancata integrazione globale e la nascita dei blocchi

Il ritorno degli Usa in Europa nel 41 era dettato dalla speranza di ricomporre,sulle rovine

del disordine protezionistico e su quelle,meno metaforiche,provocate da bombardamenti e

combattimenti che avevano raso al suolo intere città europee,un sistema economico

aperto in cui vigessero le regole del diritto internazionale. Gli USA,del resto,erano il solo

paese che usciva intatto e rafforzato dal conflitto.

Durante tutto il periodo staliniano,prima della guerra e dopo il 41,il filo di una robusta

collaborazione tecnologica e commerciale fra l'Urss ed i paesi occidentali nn si era mai

spezzato. Lo sfondo di questa collaborazione fu rappresentato dagli aiuti basati sulla legge

“Affitti e prestiti”,ma sopratutto dall'ipotesi che gli USA fossero disposti nel dopoguerra a

sovvenzionare la ricostruzione sovietica. Il prestito sarebbe stato un elemento di forte

convergenza fra le 2 grandi potenze che avevano vinto la guerra.

Prima della Conferenza di Yalta, il 3 gennaio 45, Molotov illustrò ad Harriman, nuovo

ambasciatore degli USA (protagonista di molte fasi della relazione fra i due paesi), la

richiesta sovietica: un prestito di 6 miliardi di dollari, grazie al quale i sovietici avrebbero

potuto effettuare ordinazioni importanti sul mercato americano. Di questo si discusse per 29

mesi, senza grandi risultati. Nel ‘46, infatti, le tensioni politiche tra i USA ed URSS

avevano già raggiunto un livello tale da rendere impossibile qualsiasi accordo. I sovietici

divennero sempre più reticenti e sempre più ostili rispetto ad ogni ipotesi americana di

collaborazione. Il distacco tra Urss ed USA era, inoltre, approfondito dal modo in cui si era

conclusa la guerra contro il Giappone. Il 26 luglio, infatti, GB, USA e Cina (non era

presente il governo dell'Unione sovietica poiché non si trovava in stato di guerra contro il

Giappone) inviarono un pesante ultimatum a Tokyo, nel quale si faceva riferimento ai

rischi impliciti alla prosecuzione delle ostilità. Il 6 ed 9 agosto vennero sganciati su

Hiroshima e Nagasaki due ordigni nucleari, che rasero al suolo le città e provocarono

migliaia di vittime. Ogni speranza giapponese di compromesso venne a cadere l'8 agosto,

quando il governo sovietico le dichiarò guerra. L'imperatore Hiroito, suprema autorità

morale e religiosa del paese, annunciò al Supremo Consiglio imperiale la decisione di

accettare la proposta di pace degli Alleati. Le operazioni militari vennero sospese ed il 2

settembre venne firmato l'armistizio che, lungi dall'essere una resa senza condizioni,

conteneva garanzie per la tutela dell'Imperatore.

La vittoria americana sul Giappone influì sulla posizione sovietica per vari motivi. Stalin

non venne privato di ciò che gli era stato promesso a Yalta, ma l'importanza del successo

americano stava altrove: nel fatto che le forze statunitensi avrebbero occupato da sole il

Giappone e la Corea del Sud e nel fatto che esse dimostravano di poter dominare non

solo l'Atlantico e l'Europa, ma anche l'Asia.

L'altra novità di fondo rispetto ai rapporti sovietico-americani fu l'affiorare della questione

nucleare. Da anni alcune delle maggiori potenze (Germania, GB, USA, URSS) avevano

ingaggiato una gara serrata per la conquista del primato nucleare e gli americani giunsero

per primi sul traguardo.

In tal senso le Nazioni Unite nascevano sotto una cattiva stella. Nella Conferenza di San

Francisco (aprile/giugno ‘45) fu approvata la Carta dell'ONU da 51 Stati. L'Organizzazione

alla quale dava vita era analoga alla Società delle Nazioni, ma per molti aspetti più

complessa. Compito primario dell'Onu era mantenere la pace e la sicurezza

internazionale. Era fatto obbligo agli stati membri di tenere permanentemente a

disposizione contingenti speciali che sarebbero stati posti sotto il controllo di un Comitato

di Stato Maggiore, che avrebbe operato secondo le deliberazioni del Consiglio di

sicurezza. Altre parti della Carta affrontavano il tema coloniale, assumendo la definizione

di “territori non autonomi” per tutti quei paesi che si trovavano in un regime coloniale

diverso dall'amministrazione fiduciaria.

L'Assemblea dell'Onu tenne la sua prima riunione a Londra nel gennaio ‘46 e da allora

divenne teatro più che della collaborazione internazionale, di tensioni latenti. Fra le prime

risoluzioni adottate a Londra vi fu l'istituzione della Commissione per l'energia atomica che

avrebbe dovuto avere il compito di definire le regole per l'uso sicuro e pacifico dell'energia

nucleare. A causa, però, di reciproche diffidenze, l'ipotesi di un organismo preposto al

controllo dell'uso di energia nucleare cadde miseramente. Furono necessari una ventina

d'anni perchè le superpotenze trovassero un primo accordo.

In pochi mesi dalla fine del conflitto, dunque, si era creato un profondo senso di diffidenza

reciproca tra i vincitori.

L'Urss era una potenza dalle enormi dimensioni geografiche e dalle immense riserve di

materie prime, ma doveva affrontare giganteschi problemi di ricostruzione materiale, e sul

piano internazionale, doveva definire i suoi obiettivi globali. Mentre per gli Usa il problema

della globalità non esisteva, per i sovietici doveva essere risolto attraverso alcune

questioni di non facile soluzione quali: la questione tedesca, il problema dei Balcani, quello

degli Stretti e dell'accesso al Mediterraneo, la possibilità di ampliare l'influenza in Asia.

Stalin guidò le operazioni per raggiungere tali obiettivi con mano pesante. Così, mentre

l'egemonia statunitense veniva esercitata in modo poco visibile e la sua occupazione 30

militare dei paesi ex nemici avveniva tra la gratitudine della popolazione; l'egemonia

sovietica si manifestava in maniera oppressiva (espropriazione di industrie e beni di

consumo nei paesi occupati, elezioni non corrette). In Polonia, in Romania, in Bulgaria ed

in Ungheria furono istituiti governi di coalizione, composti in maggioranza da comunisti. In

Jugoslavia, dove gli accordi di Yalta avevano previsto un governo di unità nazionale, il

maresciallo Tito, eroe della resistenza, presentò alle elezioni una lista di Fronte popolare

che acquistò oltre il 90% dei voti espressi. Da un mondo che prima della guerra era stato

dominato dal latifondismo agrario e dalla piccola proprietà contadina uscivano ora

votazioni contraddittorie rispetto ai presupposti sociali sui quali esse avrebbero dovuto

essere basate. Questo non era altro che frutto dell'opera di stalinizzazione che i sovietici

erano riusciti ad imporre.

Quanto alla questione tedesca, il segretario di Stato americano Byrnes, nel febbraio ‘46,

fece circolare l'idea di un patto venticinquennale di garanzia contro la rinascita del

militarismo tedesco, ma Molotov respinse la proposta, affermando in seguito che i sovietici

non accettavano alcuna forma di garanzia poiché rifiutavano la presenza americana in

Europa. Stalin aveva da sempre considerato le forze borghesie occidentali come avversari

da combattere o con i quali collaborare temporaneamente (Come nel ‘39-‘41 aveva

collaborato con i tedeschi, dal ‘41-‘51 con le potenze occidentali). Nel ‘46, vista

l'impossibilità di accrescere ulteriormente le conquiste ottenute in guerra, cadevano le

ragioni di una convergenza con l'Occidente e Stalin riprese il concetto dell'inevitabilità

della guerra fra il sistema comunista e quello capitalista.

L'incubazione della svolta americana, invece, richiese alcuni mesi e si espresse attraverso

la dichiarazione Truman ed il piano Marshall.

Il 21 febbraio ‘47, il governo di Londra rese nota la decisione rese nota la decisione di

sospendere la convertibilità della sterlina e quella di ritirare le truppe inglesi dalla Grecia,

dove esse appoggiavano il governo di Atene contro la guerriglia comunista. La crisi

britannica mise in evidenza le difficoltà che riguardavano tutta l'Europa occidentale. Infatti,

ovunque il tentativo di ricostruzione era stato finanziato dalla esportazione e dagli aiuti

americani. Si apriva, quindi, un deficit finanziario che in breve si sarebbe trasformato in

una voragine. Il 12 marzo ‘47, inoltre, il presidente Truman annunciò al Congresso la

decisione di difendere la Grecia e la Turchia, entrambe sotto le pressioni sovietiche,

concedendo loro un aiuto di 400 milioni di dollari ed altri aiuti in beni di consumo, per

proteggere questa parte del mondo dai rischi che la minacciavano (il discorso divenne

noto come “Dottrina Truman”). Il 5 giugno ‘47, il segretario di Stato Marshall, in un discorso

ad Harvard, rese pubblico nelle sue linee generali il programma di aiuti all'Europa,

compresa l'Urss ed i paesi ad essa vicini. Dapprima sovietici, cecoslovacchi, polacchi ed

ungheresi parvero accettarlo, solo in un secondo momento Stalin, percepito il significato

politico che esso avrebbe assunto, rifiutò la proposta. Nel settembre ‘47, infatti, si tenne in

Polonia una riunione dei rappresentanti dei partiti dell'Europa orientale, più quello italiano

e francese. Nel comunicato finale della conferenza, da cui nasceva la nuova

Internazionale Comunista, il Cominform, con sede a Belgrado, venne ribadita la divisione

del mondo in due “campi” avversi. Intanto, tutti i paesi occidentali, anche quelli neutrali in

guerra, comprese le zone occidentali della Germania, prendevano parte alla prima

organizzazione europea del dopoguerra, l'Oece (organizzazione europea di cooperazione

economica). 31

DALLA GUERRA FREDDA ALLA COESISTENZA COMPETITIVA (1947-

1964)

1. Una proposta di lettura.

La nascita di due “campi” contrapposti provocò il cambiamento delle regole delle relazioni

internazionali. Dopo il ’47 queste cambiarono nel senso della semplificazione e

dell’estensione.

La semplificazione era determinata dal fatto che da allora nella vita internazionale gli

interlocutori effettivi si ridussero a due: gli USA e l’URSS. Gli altri potevano fare solo da

coro sullo sfondo.

Per qualche anno la Francia credete di poter operare ancora in modo autonomo, ma nel

’54, con la sconfitta nel Vietnam e durante la conflagrazione anticoloniale dell’Africa del

nord, tale illusione perse di senso.

Per qualche anno, anche la Gran Bretagna, forte dei suoi ancora vasti domini coloniali,

credette di poter affiancare il suo primato a quello americano, ma l’umiliazione subita con il

fiasco della spedizione di Suez (1956) fu la dimostrazione dell’impossibilità per i britannici

di azioni non concordate con gli USA.

Nessuno nel “campo” sovietico osò contrapporsi alla direttive della potenza guida. Solo la

Cina fino al ‘58-’59. Del resto chi osava dissentire veniva escluso, come accade alla

Jugoslavia del Maresciallo Tito .

Esisteva un sistema tendenzialmente bipolare. Le due grandi potenze soltanto avevano la

forza necessaria per condurre sino in fondo uno scontro militare; avevano il potere politico

per interferire praticamente nell’ambito dei rispettivi sistemi; guidavano blocchi economici

sostanzialmente omogenei. Guidavano due imperi di genere nuovo legati da una potente

affinità ideologica.

Il secondo aspetto è quello dell’estensione. Le relazioni internazionali divennero

elaborazioni ispirate ad una visione inevitabilmente complessiva del panorama mondiale. I

rapporti tra i due “blocchi” erano condizionati dal modo secondo il quale si era giunti alla

nuova situazione. Infatti, ciò era il frutto di contrapposte visioni del mondo. Le concezioni

sociali, la natura dei rispettivi sistemi economici, la diversità delle ambizioni politiche e dei

progetti di controllo internazionale erano altrettanti elementi che gettavano combustibile

nell’antagonismo tra le due superpotenze.

Si attribuì alla contesa la definizione di “Guerra Fredda”, per definire lo stato delle relazioni

tra USA e URSS, che viveva una lotta combattuta con mezzi pacifici ma con una

virulenza, anche propagandistica, tale da suscitare l’impressione che il conflitto potesse

definirsi come una “guerra”.

Ma definire il periodo storico che va dal secondo dopoguerra alla caduta del muro di

Berlino (1989) è semplicistico e ingannevole. Le relazioni tra le due superpotenze non

furono un continuum conflittuale ma rapporti complessi caratterizzati da fasi diverse.

Il governo degli USA aveva rinunciato ai grandi progetti Roosveltiani con la politica del

containment. Accettava il mancato adempimento degli impegni assunti da Stalin a

Teheran, Yalta e Potsdam e subiva la sovietizzazione della zona di occupazione orientale

della Germania, della Polonia e dell’Europa balcanica. La questione era di impedire,

mediante una politica di contenimento, cioè di efficace risposta politica a ogni iniziativa

staliniana, che i sovietici ampliassero ulteriormente il loro dominio e di aspettare che le

contraddizioni insiste nella natura del sistema sovietico prevalessero. Contenere

significava organizzare quegli stati che erano sotto l’influenza statunitense per dare vita ad

32

un insieme di relazioni vitali e durevoli. In tal senso, più che dalla “dottrina Truman”, il ruolo

fondamentale sarebbe stato svolto dal Piano Marshall, l’attuazione del quale avrebbe reso

possibile un completo risanamento dell’Europa e la creazione di un rapporto “virtuoso” tra

l’economia americana e quella europea.

Europa Occidentale e Stati Uniti avrebbero costituito, sotto l’egida americana il soggetto

capace di catalizzare l’economia mondiale, sottraendola a tentazioni collettivistiche.

Il punto politicamente più delicato consisteva nell’acquisizione del consenso da parte dei

governi interessati, senza esercitare coercizioni visibili. L’operazione risultò abbastanza

semplice tranne che per pochi casi in cui gli USA provocarono l’estromissione dei partiti

comunisti dalle coalizioni di governo e, solo in Italia ciò ebbe un vasto eco poiché le

sinistre erano in quel momento giuridicamente maggioritarie nel paese.

Tra il 1945 e il 1953 l’Europa Occidentale ricevette dagli USA aiuti per un ammontare di

26.365 milioni di dollari accompagnati da un progetto di evoluzione economiche che

accelerò il processo di integrazione europea.

Il “campo sovietico”. Non vi fu da parte sovietica una politica di aiuti per la ricostruzione,

poiché la politica dell’URSS doveva, in quella fase, sopportare oneri ben più pesanti di

quelli americani. Vi fu piuttosto una politica di sfruttamento delle risorse dei paesi occupati

e in particolare della zona orientale della Germania. La nascita del Cominform aveva posto

come primo problema la questione ideologica. Questa riguardava la distinzione tra

“Internazionalismo Proletario” e “Vie Nazionali al Socialismo”. Dirigenti del comunismo

polacco (Gomulka), di quello bulgaro (Kostov), di quello rumeno (Patrasçan), di quello

ungherese (Rajk) e di quello jugoslavo (Maresciallo Tito) propendevano verso una

concezione “nazionalistica” del comunismo.

Il chiarimento tra le due concezioni ebbe luogo a partire dalla conferenza costitutiva del

Cominform e dopo di allora fu chiaro che le “Vie nazionali” erano un’eresia.

Nel ’48 ebbero luogo l’espulsione della Jugoslavia dal Cominform per deviazionismo

ideologico e il “Blocco di Berlino”.

Posta al centro della zona sovietica, Berlino era amministrata da un’assemblea cittadina

nella quale i partiti filoccidentali avevano l’80% dei voti e i socialisti prosovietici il 20%.

Negli accordi tecnici raggiunti dopo Potsdam erano stati definiti corridoi ferroviari,

autostradali ed aerei lungo i quali americani, francesi e britannici potessero comunicare

con le rispettive zone di occupazione. Queste intese richiedevano la volontà sovietica di

collaborare e la rinuncia di ogni tentativo di annullare l’internazionalizzazione di Berlino.

Invece dalle proposte emerse dalla prima guerra del ’48 quando nelle tre zone occidentali

si iniziò a parlare di riforma monetaria, preludio all’unificazione delle stesse zone di

occupazione. I sovietici accusarono gli occidentali di aver violato gli accordi di Potsdam

sull’unita economica della Germania e alla fine del ’48 bloccarono le comunicazioni tra

Berlino e le zone occidentali della Germania. Il blocco venne tolto nel ’49 subito dopo la

firma del Patto Atlantico quando la nascita di due stati separati in Germania era sul punto

di essere completata. Da allora Berlino divenne una città simbolo della fase acuta della

Guerra Fredda, della divisione dell’Europa e del modo diverso con cui i regimi occidentali

e quelli dell’Europa Orientale organizzavano la loro vita pubblica e privata.

Le crescenti difficoltà nei governi dei paesi satelliti dell’Europa Orientale erano la spia

dell’impossibilità del governo di Mosca di mantenere la coesione in un mondo così

profondamente solcato dalle diversità e dalle rivalità; il tentativo di costringere con mezzi

repressivi l’economia dell’Europa Orientale a collegarsi con l’Unione Sovietica e

trasformarsi secondo le esigenze indicate da Mosca si scontrava contro l’obiettiva difficoltà

di modificare modi di vita che avevano radici secolari. Durante tutta la sua storia, il blocco

sovietico conobbe un solo momento di convergenza, nel 1955, quando venne firmato il 33

Patto di Varsavia, in risposta alla creazione della Nato e al riarmo della Germania. Era

comunque una convergenza imposta con la forza. Dopo lo scisma jugoslavo del 1948, nel

?53 lo sciopero generale proclamato nella Germania Est e le sollevazioni operaie vennero

represse; nel ’56 la crisi della destalinizzazione attraversò tutta l’Europa centro-orientale,

suscitando la ribellione dei polacchi, placata con mezzi pacifici, e la rivolta ungherese,

risolta con una repressione sanguinosa; nel ’61, il governo della Germania orientale, per

porre un argine alla fuga verso ovest di centinaia di migliaia di persone, fu spinto verso la

decisione di costruire il famigerato “muro di Berlino”; nel ’68, le truppe sovietiche e quelle

del Patto di Varsavia dovevano ricondurre all’ordine voluto da Mosca la Cecoslovacchia,

dopo il vano tentativo di instaurare nel paese un “socialismo dal volto umano”.

Le superpotenze erano dunque presenti in Europa secondo modelli molto diseguali.

Nella prima fase della guerra fredda, pressappoco fino 1955, esse operarono per il

consolidamento dei blocchi rispettivi. Frattanto l’Unione Sovietica conobbe il travaglio della

destalinizzazione (Stalin morì il 5 marzo 1953) e l’Europa occidentale cominciò ad

avvertire in maniera sempre più pesante gli effetti della decolonizzazione. Furono, quelli,

gli ani in cui il conflitto tra le due superpotenze acquistò rapidamente una divisione

globale. Nessun continente venne risparmiato. La campagna antifrancese in Asia; quella

antibritannica nel Medio Oriente; quella antiamericana nell’emisfero occidentale non

furono che le prime scintille di un grande incendio.

Tuttavia incominciava a cambiare anche il campo della contesa. Si affacciavano temi

nuovi: in primo luogo la gare per la supremazia nucleare. Dopo che, nel ’49 l’Unione

Sovietica aveva rivelato di possedere anch’essa l’arma atomica e di avere già iniziato la

costruzione della bomba H, gli USA si misero subito sulla stessa scia. Intanto era iniziata

anche la competizione per la supremazia nella costruzione di vettori missilistici, specie di

missili balistici intercontinentali e di missili capaci di lanciare missili nello spazio. Nel 1957

l’Unione Sovietica tagliava per prima il traguardo con lo Sputnik , mentre gli americani nel

1969 fecero sbarcare un uomo sulla superficie lunare.

Per quanto riguarda il processo di decolonizzazione americani e sovietici fecero a gara,

per qualche anno, nel fornire aiuti, nell’inviare tecnici, nel proporre modelli di sviluppo.

Questa gara, questo periodo venne definito della “coesistenza competitiva”.

L’ampliarsi della contrapposizione costituiva, insieme alle tensioni precedenti, costituiva

una miscela esplosiva. La competizione militare e missilistica esponeva l’umanità ai rischi

dall’autodistruzione. L’”equilibrio del terrore” offriva molte certezze offensive ma anche una

sorta di insicurezza esistenziale collettiva. Si affacciava il problema di allentare il conflitto,

avviando qualche forma di distensione. Possono essere esemplari alcuni eventi: la

conferenza di Ginevra (1955);la visita di Chruscev negli USA (1959); un tentato vertice di

Parigi (1960); parve toccare il punto più basso nel corso della crisi dei missili a Cuba

(1962), ma dopo tale data si modificò rapidamente, così da consentire che si giungesse al

Test Ban Treaty, il trattato di sospensione degli esperimenti nucleari nell’atmosfera (1963),

che per la prima volta segnò il reciproco impegno degli stati Uniti e dell’Unione Sovietica di

“governare insieme” il più esplosivo dei conflitti che dividevano le superpotenze, avviando

l’inizio di una stagione di negoziati durante la quale il ricordo delle esperienze del passato

perse le sue specifiche connotazioni per dare luogo a grandi speranze di distensione

internazionale.

2. L’evoluzione del sistema dei blocchi.

Fra il 1947 e il 1955 entrambi i blocchi vennero strutturati in maniera organizzativa molto

precisa. Il Piano Marshall non era una strutturazione. L’Eca (European Cooperation

Administration)non era un’organizzazione ma solo l’organismo mediante il quale gli Stati

Uniti coordinavano gli aiuti all’Europa. Nemmeno l’Oece era, ai suoi inizi, 34

un’organizzazione perchè essa era stata costituita per la formulazione dele richieste

europee di aiuto agli USA. Solo l’Unione Europea dei pagamenti era un’organizzazione,

ma dal carattere tecnico.

L’evolvere del sistema occidentale verso una più rigorosa disciplina politica e, in seguito,

militare, ebbe inizio nel 1948. Nel 1947 si svolse a Londra un’inutile sessione del Council

of Foreign Ministers, per iniziare la discussione sul trattato di pace con la Germania. In

questa occasione si pervenne alla conclusione che il pericolo di una rinascita tedesca era

assai meno grave della minaccia sovietica. Lo stesso anno il ministro degli Esteri laburista

inglese. Bavin, pronunciò alla Camera dei Comuni un forte discorso nel quale denunciò

con eloquenza il carattere aggressivo della politica estera sovietica e chiamò con energia i

paesi europei a dare una risposta appropriata allo stalinismo (egli parlava di “Unione

occidentale”).

Come avevano gia fatto con il Piano Marshall, gli americani si dichiararono disposti a

partecipare alla difesa purché questa non fosse dettata da interessi nazionali ma da una

visione generale. Dagli Usa partiva un forte impulso verso la trasformazione degli ideali

europeistici.

Il discorso di Bavin mise in moto un rapido negoziato e un più lungo processo politico. Nel

1948 venne firmato il Patto di Bruxelles, il primo trattato multilaterale diretto formalmente a

tutelare i cinque firmatari (Gran Bretagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo)

dalla minaccia di una ripresa aggressiva della Germania o da “qualsiasi situazione che

potesse rappresentare una minaccia contro la pace, dovunque essa si fosse presentata”. Il

patto era solo il primo passo di un processo più vasto. Parallelamente gli esponenti del

movimento europeo, cioè di una consociazione di organizzazioni europeiste, tennero nel

1948 all’Aja un congresso europeo che contribuì ad assimilare il trattato di Bruxelles e i

successivi negoziati per l’Alleanza Atlantica con il movimento europeistico. Il congresso

portò alla nascita del Consiglio d’Europa, il negoziato alla stipulazione del Patto atlantico.

A marzo il presidente Truman assicurò che l’appoggio americano non sarebbe mancato.

Negli Stati Uniti prevaleva la convinzione che il Piano Marshall fosse più che sufficiente a

favorire la rinascita dell’Europa occidentale e, di conseguenza, il contenimento delle

pressioni sovietiche. Era anche diffusa la persuasione che Stalin, una volta assimilata la

Cecoslovacchia al “campo” sovietico, non nutrisse intenzioni militarmente aggressive

verso il resto d’Europa. L’esito, trionfale per i partiti filoamericani, delle elezioni politiche

italiane (’48) rassicurava anche circa le sorti del paese più esposto a eventuali colpi di

mano provenienti dalla Jugoslavia. Questo insieme di elementi rendeva difficile per gli

americani comprendere le ragioni vere delle paure europee e le conseguenti insistenze.

Gli europei premevano a tal punto da avviare una serie di incontri con i capi militari

americani e canadesi (noti come Pentagon Talks) per studiare la natura vera della

minaccia sovietica e i mezzi tecnici per respingerla.

Al Senato, Truman poteva puntare sulla presenza del senatore Vandemberg, il

collaboratore più adatto per superare quelle obiezioni che avevano la loro radice nella

tradizione originaria degli USA di non sottoscrivere entangling alliances (alleanze

vincolanti) all’esterno dell’emisfero occidentale.

Le discussioni su questo temo ebbero luogo mentre a Berlino i sovietici protestavano con

crescente energia e ferme minacce di ritorsione verso i progetti occidentali di cambio del

marco. La risoluzione Vandemberg venne approvata lo stesso giorno nel quale i sovietici

ponevano in essere le prime misure relative al “blocco di Berlino”. Ciò che accadde poi

nella ex capitale tedesca non fece poi che consolidare la determinazione che doveva

portare al Patto atlantico. La risoluzione infatti concedeva la potestà al presidente

americano di stipulare accordi regionali o accordi collettivi concernenti la sicurezza

nazionale degli Stati Uniti. 35

Per gli Usa fu una svolta storica che ampliava verso l’ambito politico-militare l’impegno che

essi stavano assumendo come potenza guida del “campo” occidentale.

Il 4 aprile 1949 a Washington fu firmato il trattato del Patto atlantico. Ma c’erano tre

questioni aperte riguardanti il Patto. La più importante riguardava la natura dell’impegno

che i contraenti avrebbero assunto mediante l’alleanza, poiché da essa sarebbe derivata

la natura delle azioni che ciascuno avrebbe dovuto compiere qualora si fosse verificato il

casus foederis (l’evento che avrebbe provocato l’entrata in funzione delle garanzie

negoziate).

Il cuore politico dell’Alleanza era rappresentato da una garanzia difensiva contro l’attacco

di terzi. Ma l’articolo del trattato riguardante ciò non era molto esplicito. Infatti la natura

delle azioni da intraprendere era lasciata ai singoli membri dell’Alleanza; queste non

sarebbero state necessariamente di natura militare. Questa era una garanzia indiretta per

il Senato degli Usa che in questo modo non sarebbe stato espropriato del diritto

costituzionale di dichiarare lo stato di guerra.

L’altro aspetto cruciale del negoziato fu la definizione dei limiti geografici ai quali esso

sarebbe stato esteso. Nel trattato si parlava di “area dell’Atlantico settentrionale”: questa

definizione poteva essere definito in modo diverso. La questione si pose per la Spagna e

per l’Italia. Contro l’estensione alla Spagna esisteva l’ostacolo decretato dalle Nazioni

Unite, che avevano posto l’ostracismo diplomatico alla dittatura di Franco. L’Italia dal

punto di vista geografico non si può collocare nell’area settentrionale. Poi c’era il problema

politico del rischio militare riguardante Grecia e Turchia. Se l’Italia entrò a far parte del

Patto atlantico fu grazie alle insistenze francesi. La Francia, infatti, si sarebbe sentita

isolata dal punto di vista del retroterra politico, senza la partecipazione dell’Italia, in quanto

il Patto sarebbe stato letteralmente un trattato “marittimo”. La partecipazione dell’Italia

avrebbe poi dato all’Alleanza un carattere più centro-europeo. Così il governo italiano fu

invitato ad aderire ad un’alleanza, il testo della quale esso non aveva contribuito a definire.

Dal 1949 gli Stati Uniti diventarono il arate dello status quo nell’Europa Occidentale. Ciò

portò ad un vincolo politico permanente tra gli USA e l’Europa occidentale. Nel 1950 ci fu

l’attacco della corea del Nord (filosovietica) alla Corea del Sud (filoamericana).

Intanto nel ’49 fu costituita la Repubblica Federale Tedesca e Adenauer fu eletto

cancelliere. Sempre nello stesso anno nasceva la Repubblica Democratica tedesca sotto

la guida di Ulbricht, capo del Partito Socialista (Sed). La Germania divisa era lo specchio

europeo della situazione coreana. Quest’ultima era, secondo Truman, l’assaggio

circoscritto delle reazioni che la violazione delle regole tacite della guerra fredda poteva

provocare.

Tra la fine del ’49 e gli inizi del ’50 iniziò la competizione nucleare tra le due superpotenze.

Nel 1950 il National Security Council aveva adottato una nuova ipotesi strategica: la Nsc-

68 (l’impegno finanziario americano per spese militari passava al 20% del bilancio statale)

che aggiornava le teorie prevalentemente difensive del cointainment.

L’intersezione tra la revisione strategica americana e le ripercussioni della guerra di Corea

rimise in discussione il problema della difesa europea. La formazione della Repubblica

federale tedesca era collegata a tale revisione. La Francia aveva accettato la sua

formazione solo dopo la firma del Patto Atlantico. Qualsiasi mutamento dello status

giuridico e militare della Germania doveva fare i conti con l’opposizione francese che

voleva la garanzia che tale riarmo sarebbe servito solo alla difesa europea e non anche

alla rinascita del militarismo tedesco. Sul piano economico il progetto venne elaborato da

Jean Monnet e da Robert Schuman. Il piano teneva conto della robusta iniziativa

europeistica lanciata dalla conferenza dell’Aja, secondo la quale le risorse carbo-

siderurgiche di Francia e Germania divenissero l’occasione per una convergenza. Nel

1952 venne istituita la Ceca, nel quale confluirono Francia, Germania, Italia e i tre stati del

Benelux. Veniva così affidata all’Alta autorità comunitaria un compito effettivamente 36

soprannazionale. Pochi valutarono sino in fondo l’importanza dell’appoggio americano al

progetto.

Se prima del Patto Atlantico gli americani erano stati molto prudenti ad accreditare l’ipotesi

che esistesse davvero una minaccia militare sovietica verso l’Europa, nel 1950 essi

avevano mutato idea. La nuova strategia di difesa atlantica era basata sulla

partecipazione della Germania ad un esercito europeo.

Nel 1959 gli Usa proposero la creazione, nell’ambito del Patto Atlantico di una struttura

militare integrata, posta sotto il comando statunitense, ma della quale avrebbero dovuto

far parte anche dieci divisioni tedesche. Così il problema europeo diventava soprattutto un

problema francese. Il governo di Parigi elaborò dapprima il piano Pleven che prevedeva la

creazione di un ministero europeo della Difesa come premessa della nascita di un esercito

integrato. La proposta venne recepita tiepidamente e Parigi trovo nella formula della Ceca

un modello che poteva essere ripreso con gli opportuni adattamenti, all’interno del quale il

riarmo della Germania sarebbe stato diluito in modo tale da non apparire allarmante.

Venne creato l’esercito atlantico integrato, con sede a Parigi, posto sotto il comando del

generale Eisenhower e appoggiato su una solida struttura organizzativa che in pratica

divenne, dunque, l’organizzazione del Patto atlantico: la Nato.

Il secondo passo i questa direzione fu la creazione dell’esercito europeo integrato: La

Comunità europea di difesa (Ced) venne istituita nel 1952. Ma il processo di ratifica da

parte dei sei Parlamenti interessati incontrò qualche scoglio, specie in Francia. Nel 1954

l’Assemblea Nazionale bocciò il trattato della Ced e ciò fu una sconfitta cocente per gli

europeisti

Sempre nel ’54 venne messo a punto un nuovo trattato, che istituiva l’Unione europea

occidentale (Ueo); questa sarebbe stata l’ambito organizzativo entro il quale collocare

l’esercito europeo con la partecipazione tedesca. Essa sarebbe stata governata da un

Consiglio rappresentato dai rappresentanti dei governi. Nel 1955 il processo di ratifica era

concluso.

Con gli accordi di Parigi il “campo” occidentale aveva completato la sua organizzazione,

estendendosi anche al fronte militare. Si restituì piena sovranità alla Repubblica federale

tedesca e ciò rendeva possibile la sua partecipazione al Patto atlantico. La sola Germania

esistente fu quella governata da Adenauer e avviata ad un’impressionante rinascita non

soltanto politica ma anche economica, senza che ciò suscitasse allarme nel mondo.

Ciò che ebbe luogo nell’Europa occidentale accadde specularmene anche nel “campo”

sovietico. Dopo l’assimilazione della Cecoslovacchia e l’espulsione della Jugoslavia dal

Cominform , i governi dell’Europa orientale erano allineati all’idea di internazionalismo

proletario. Non era stato stipulato nessun accordo difensivo generale. L’unico accordo

generale esistente era il Comecon (Consiglio di reciproca assistenza economica) che in un

certo senso rispecchiava l’Oece.

Una volta firmati gli accordi di Parigi sull’Ueo (1954), venne convocata a Mosca una

conferenza alla quale parteciparono, accanto ai rappresentanti sovietici, quelli dell’Albania,

della Bulgaria, della Cecoslovacchia, della Polonia, della Repubblica democratica tedesca,

della Romania, dell’Ungheria, oltre a quelli dell’URSS stessa. All’indomani della ratifica dei

trattati dell’Ueo, il governo sovietico denunciava i trattati difensivi stipulati. I rappresentanti

degli otto paesi convocati precedentemente a Mosca ci tornarono per stipulare un trattato

“di amicizia, cooperazione e mutua assistenza”, meglio noto come il Patto di Varsavia.

Anche questo indicava il casus foederis. Non esisteva, invece, separazione tra accordo

politico e accordo militare. Il trattato prevedeva che sarebbe stato creato subito un

comando militare unificato.

Nel 1955, si può dire che la fase europea della guerra fredda e del confronto bipolare

fosse terminata. 37

3. Dal confronto alla prima distensione.

Alle elezioni presidenziali americane del 1952 vinse il repubblicano Eisenhower. La sua

vittoria portò al potere un gruppo dirigente nuovo nel quale spiccava la figura di Dulls,

grande esperto di problemi internazionali, nominato segretario di Stato. Pochi giorni dopo

l’insediamento del nuovo presidente morì Stalin (5 marzo 1953).

Dulls era preceduto dalla fama delle sue critiche contro la timidezza della politica estera di

Truman: Altro che contenimento! Verso la politica sovietica occorreva una “politica di

ardimento”, un’azione dinamica che portasse alla ritirata sovietica, anche a costo di

giungere sull’orlo del conflitto. Nel 1954 Dulls preannunciò un New Look cioè una nuova

concezione della strategia militare degli Stati Uniti. Egli esplicitò la sua dottrina come

massive retaliation, cioè della rappresaglia massiccia, basata sul concetto che “il modo

migliore per prevenire l’aggressione” era quello di “basarsi in primo luogo su una capacità

di risposta immediata” e massiccia contro ogni gesto ostile compiuto dai sovietici.

Queste enunciazioni venivano preannunciate proprio quando dal mondo sovietico

venivano segnali di crisi e di apertura alla coesistenza. La dottrina della rappresaglia

massiccia prevedeva che ogni aggressione sovietica fosse contrastata da una risposta

tale da annientare la potenza dell’avversario. Ma vi era stata, dal ’45 in poi, una reale

minaccia militare sovietica tale da legittimare una rappresaglia massiccia? Perciò il New

Look non aveva una portata diretta , relativa a ipotesi realistiche. Era più che altro un

messaggio lanciato agli europei e ai sovietici. Il messaggio di Dulls era diretto a prevenire

temuti e possibili colpi di mano o, forse, a stabilire nuove condizioni di convivenza militare.

In quegli anni l’Europa divenne, in un certo senso, un partner secondario degli USA. Si

comprese che la svolta sanzionava la retrocessione dell’Europa da soggetto delle relazioni

internazionali a oggetto della politica delle superpotenze. Jean Monnet, che nel 1952 era

stato nominato presidente dell’Alta Autorità della Ceca, nel 1954 annunciava la volontà di

riprendere la propria libertà d’azione in ambito europeo. Egli suggeriva la formula

dell’integrazione europea per settori: trasporti, energia tradizionale, sfruttamento comune

dell’energia nucleare, agricoltura. I governi si mossero in una direzione meno pratica e più

politica, discutendo l’idea di una integrazione economica dell’Europa in senso generale, da

costruire in due fasi: prima mediante la formazione di un’unione doganale poi con l’unione

economica. Nel 1955 con la conferenza dei ministri degli Esteri della Ceca si ideò il

cosiddetto rilancio europeo. Nel 1957 nacquero i trattati di Roma relativi alla costituzione

del Mercato unico europeo e dell’Euratom. I due trattati furono accolti con scetticismo da

alcuni paesi, guidati dalla Gran Bretagna, che, nel 1959, crearono una European Free

Trade Association (Efta), intesa come contraltare del Mercato comune.

Frattanto Dulls aveva dispiegato con molta energia i nuovi orizzonti della sue politica e i

sovietici avevano manifestato la varietà di interessi che li animava: in senso difensivo o

repressivo ma anche in senso distensivo rispetto ali Stati Uniti. Nel 1953 gli Stati Uniti

ripristinarono regolari relazioni diplomatiche con la Spagna, in cambio di basi militari e

portuali. Nello stesso arco di tempo operarono per un riavvicinamento della Jugoslavia,

diplomaticamente isolata, la Grecia e la Turchia. Nel 1954 i tre paesi firmarono un trattato

di alleanza che indirettamente e provvisoriamente collegò la Jugoslavia al sistema

atlantico e direttamente costrinse l’Italia a rinunciare alle speranze di annettere tutto il

Territorio libero di Trieste. Nell’ottobre ’54 l’Italia accettò una situazione di compromesso

grazie alla quale Trieste era restituita all’amministrazione italiana mentre la parte orientale

del previsto Territorio libero restava alla Jugoslavia.

Nel ’53 Dulls effettuò un lungo viaggio nelle capitali del Medio Oriente per la costituzione di

una fascia protettiva a sud del Caucaso in funzione antisovietica. Il primo risultato indiretto

di tale missione fu la fine della crisi anglo-iraniana, aperta nel ’51 dalla decisione del 38

governo di Teheran di nazionalizzare la Anglo-Iranian Oil Company. Era l’inizio delle

grandi contese petrolifere dei decenni successivi. Nell’agosto ’54 la crisi fu risolta con

l’estromissione di Mossadegh ma anche con la nascita di un consorzio di compagnie

petrolifere il 40% delle quali americane.

Dulls si occupò anche dell’Asia orientale con la firma del South Eastern Asia Treaty

Organization (Seato), un trattato di mutua difesa analogo al Patto Atlantico e sottoscritto

da USA, GB, FR, Australia, Nuova Zelanda, Filippine, Thailandia e Pakistan. Eisenhower

prometteva, poi, al presidente del Vietnam del Sud il diretto aiuto americano.

Questa “pattomania” di Dulls potrebbe essere interpretata come un’estensione a tutto il

mondo della dottrina del containment: anziché contenere, accerchiare l’Unione Sovietica.

La successione a Stalin fu tortuosa e tormentata. Nel 1953 la “Pravda”, organo del partito

comunista dell’Unione Sovietica (Pcus), annunciò la scoperta di un complotto che portò

all’arresto di un certo numero di persone.

Stalin lasciava dietro di sé un’eredità imponente: Egli era riuscito a trasformare la vita

sociale sovietica e a dare all’Urss il ruolo di superpotenza globale. Aveva trasformato le

forze armate del paese in una poderosa macchina da guerra. Tuttavia aveva creato un

sistema economico pieno di contraddizioni. Le scelte di politica economica erano affidate

all’insindacabile giudizio dei dirigenti del Pcus. Una burocrazia gigantesca sovrintendeva

all’attività di questo sistema sulla base di criteri che mettevano in primo piano la crescita

dell’industria pesante e del complesso militare a danno della produzione di beni di

consumo. In questa impresa venivano sperperati immensi capitali e immense risorse

materiali senza il calcolo del rapporto costi/benefici. Perciò il problema dei costi di Si

affrontò produzione era subordinato all’esigenza di raggiungere obiettivi determinati

quantitativamente e non qualitativamente. Il monopolio dell’industria statale completava i

caratteri del sistema: isolato dal mondo, autosufficiente, autoreferenziale già condizionato

da varie contraddizioni. Dinanzi ad una politica di investimenti voluta prima politicamente

che economicamente, veniva meno in esso la spinta all’accumulazione, all’innovazione, al

potenziamento delle risorse umane, poiché era assente un adeguato incremento di

produttività.

Un paio di settimane dopo la morte di Stalin si costituì una sorta di direzione collegiale:

Malenkov divenne Primo ministro, Molotov ministro degli Esteri, Barija ministro degli

Interni, Bulganin ministro della Difesa, Kaganovic ministro per le Questioni economiche. Il

maresciallo Vorosilov fu nominato capo dello stato. Chruscev assunse la guida del Pcus.

Buona parte dei successori di Stalin ambiva ad assumerne l’eredità. Lo scontro durò sino

al 1954 e terminò con la sconfitta di Malekov e il successo di Cruscev. Malenkov aveva

una visone più aperta. Nel ’53 egli, oltre a promettere un cambiamento delle priorità

economiche, a favore di una maggiore produzione di beni di consumo, disse

esplicitamente di essere favorevole a un miglioramento dei rapporti con l’Occidente; disse

di considerare una guerra nucleare come un disastro per tutta l’umanità (mentre altri

esponenti sovietici si dicevano sicuri che una guerra nucleare avrebbe anzitutto distrutto il

sistema capitalistico). Sia Malenkov che Chruscev considerarono il dialogo con l’Occidente

uno dei due capisaldi della loro politica internazionale. L’altro era l’allargamento del campo

d’azione rispetto alla tradizione staliniana. L’avvio della decolonizzazione e il l’inizio del

movimento dei non allineati creavano opportunità del tutto nuove.

L’incontro tra le prime tendenze verso l’allentamento delle tensioni si ebbe già nel 1953.

Trattative portarono alla firma di un armistizio che stabiliva in Corea una linea di

demarcazione dei due eserciti abbastanza vicina al 38° parallelo, dove la guerra era

cominciata. L’armistizio definì una suddivisione provvisoria ma durevole. 39

La seconda occasione di convergenza fu rappresentata dalla conferenza dei ministri degli

Esteri delle quattro grandi potenze riunita a Ginevra nel 1954 per discutere della

situazione europea.

Si affrontò la discussione della situazione nel Vietnam e di un trattato di pace con la

Corea, alla presenza di un rappresentante della Repubblica popolare cinese e di

rappresentanti di entrambi i governi coreani. Nulla venne concluso sulla questione coreana

mentre un accordo venne raggiunto in relazione al Vietnam, al Laos e alla Cambogia.

Gli accordi di Ginevra rispecchiavano anche le nuove condizioni del sistema

internazionale. Dopo i trattati del 1947 fu la prima volta che tra le superpotenze si

raggiungeva un compromesso su un tema di rilievo. Dopo anni di tensioni, le maggiori

potenze del mondo e in particolare le superpotenze, sostituivano al primato del conflitto

quello del compromesso.

Si colloca esattamente nella medesima direzione la conferenza di Ginevra del 1955, A

favorire la tendenza dell’apertura al dialogo ci fu l’esito positivo del negoziato per il trattato

di pace con l’Austria. Questa era ancora sotto un regime d’occupazione quadripartita

analogo a quello della Germania poiché i sovietici condizionavano la stipulazione del

trattato alla soluzione del problema tedesco. Venne firmato il “trattato di stato” grazie al

quale la repubblica recuperava piena indipendenza , con una sola restrizione: l’obbligo di

inserire nella costituzione una clausola di permanente neutralità. I quattro grandi (Usa,

Urss, Fr, GB) si incontrarono per discutere di quattro temi: la riunificazione della

Germania; la sicurezza europea; il disarmi; lo sviluppo delle relazioni Est-Ovest.

Mancarono in quella occasione risultati pratici. Dominava piuttosto la diffidenza verso i

segreti progetti dell’antagonista: sia l’Unione Sovietica, che gli Stati Uniti mentre

intessevano il dialogo, tendevano ad allargare e consolidare le loro zone di influenza.

Da Ginevra iniziava la fine di tutta la guerra fredda e non solo la chiusura del confronto

bipolare. Ogni crisi acuta venne seguita dal recupero delle ragioni del dialogo.

In questo clima trovarono spazio due ulteriori novità: la visita di Adenauer a Mosca e il

superamento della paralisi delle Nazioni Unite Per quanto riguarda la visita del cancelliere

tedesco a Mosca, i sovietici intendevano spingerlo verso un dialogo pangermanico che di

fatto svuotasse la recente integrazione alla Repubblica federale tedesca nel sistema

atlantico; Adenauer, invece, voleva con determinazione affermare il contrario. La visita

permise che tra i due paesi si stabilissero regolari relazioni diplomatiche.

Per quanto riguarda invece la questione delle Nazioni Unite, nel 1955 il Consiglio di

sicurezza raggiunse un accordo per l’ammissione di 16 nuovi membri (poiché gli Stati Uniti

facevano problemi per paura che gli equilibri numerici in senso all’Assemblea potessero

modificarsi in favore dell’Urss), con i quali la consistenza numerica dell’Organizzazione

saliva da 58 a 74 paesi. Anche in seno all’Onu iniziava una fase di cambiamenti.

Dopo Stalin il governo di Mosca si affacciò o riaffacciò con crescente determinazione nel

Mediterraneo, in Africa, nell’America Latina, nell’Asia meridionale e sud-orientale, in Cina

e nel Pacifico. Si trattava dell’aspirazione a mostrare che davvero l’Urss era una

superpotenza globale capace di fare presente ovunque il suo peso. I successori di Stalin

inaugurarono con fervore e giovanile entusiasmo la prassi dei lunghi viaggi fuori

dall’Unione Sovietica. Alla fine del 1954 si recarono in Cina, Nel 1955 Chruscev si recò a

Belgrado, per una grande pacificazione con il Maresciallo Tito. Tuttavia Crhuscev colse un

vero successo poiché la sua visita frantumava l’Alleanza balcanica e spingeva Tito lontano

dall’integrazione atlantica, verso il neutralismo.

Sempre nel ’55 Chruscev e Bulaganin visitarono in sequenza la Birmania, l’Aghanistan e

l’India. Il viaggio fu un vero successo poiché rafforzò le propensioni neutralistiche del

governo indiano e mise le basi per una collaborazione economica che avrebbe provocato

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia delle Relazioni Internazionali, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Dagli Imperi Militari agli Imperi Tecnologici, Di Nolfo. Nello specifico vengono presi in esame i seguenti argomenti: la nascita e la morte precoce della nuova diplomazia, la Prima guerra mondiale e gli schieramenti delle grandi potenze mondiali, il "Consiglio dei Quattro".


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze internazionali e istituzioni europee
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Merlati Mariele.

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