Storia della psicologia sociale
Nel XIX secolo in Europa si sviluppano le radici della psicologia sociale: la psicologia delle folle in Francia e la Volkerpsichologie in Germania. La psicologia delle folle nasce con l'omonimo testo di Gustave Le Bon del 1885, in cui serpeggia una vena antidemocratica e autoritaria. Le Bon è negativo nei confronti delle folle, che egli considera irrazionali, perché nelle folle le persone si annullano e si forma un gruppo che non rappresenta le idee di ogni singolo individuo.
Alla base di questo fenomeno ci sono tre meccanismi: il contagio mentale, che inquina l'anima collettiva; il senso di potenza, che riduce il senso di responsabilità e di realtà; e la suggestionabilità (il più importante), che annulla la volontà personale. In seguito, Gabriel Tarde si opporrà a Le Bon sostenendo che le identità non si annullano nella folla e che il vero motore di essa è l'imitazione: le persone, come se sotto ipnosi, imitano i comportamenti dei leader.
La Volkerpsichologie
La Volkerpsichologie è la psicologia comparata e storica che si occupa dei prodotti culturali derivanti dall'interazione sociale e delle trasformazioni del pensiero nelle società. Il massimo esponente di questo approccio è Wilhelm Wundt, che distinse la psicologia sperimentale da quella sociale, che non è sperimentale. La tradizione europea subì un drastico declino all'inizio del XX secolo. Solo dopo il '45, grazie alla collaborazione con gli Stati Uniti, iniziò una lenta ripresa. Dagli anni '60 in poi la psicologia sociale europea può ritenersi indipendente da quella americana, considerata troppo individualista.
Due sono i teorici maggiori in questa fase: Hanri Tajfel e Serge Moscovici. Tajfel è il teorico dell'identità sociale e Moscovici assumerà come oggetto di studio il conflitto tra persona e società e i fenomeni simbolici di cognizione e comunicazione. Moscovici parla di "sguardo psicosociale" agli oggetti: osservazione dei rapporti tra persone e gruppi in uno specifico contesto sociale. Ne consegue la visione ternaria delle relazioni: cioè la relazione tra soggetto e oggetto è sempre mediata dall'altro attraverso le rappresentazioni e le credenze in base al quale il soggetto reagisce. L'altro può essere alter ego, cioè qualcuno simile a sé in cui ci riconosciamo, o un semplice alter, ossia qualcuno differente da sé con cui noi ci confrontiamo.
Sviluppo negli Stati Uniti
Negli Stati Uniti, Norman Triplett è considerato il primo ricercatore di psicologia sociale. Lui si poneva la domanda: "Come cambia la performance di una persona quando sono presenti altre persone?" Per rispondere, nel 1897, ideò il primo studio in cui il metodo sperimentale è stato applicato alle scienze umane: chiese a dei bambini di avvolgere la lenza da pesca da soli e in presenza di altri e, come da lui previsto, i bambini erano più veloci in gruppo che da soli (facilitazione sociale). Lo stesso fenomeno era già stato studiato da Max Ringelmann, che in uno studio del 1913 dimostrò che i singoli erano più veloci (inerzia sociale).
La nascita della psicologia sociale come disciplina autonoma è dovuta alla pubblicazione di due testi nel 1908: "Introduction to Social Psychology" di William McDougall e "Social Psychology" di Eduard Ross. Nei primi anni la psicologia sociale era molto legata alla sociologia. Il primo a proporre una concezione individualista della psicologia sociale fu Gordon Allport. L'ascesa del nazismo in Europa portò molti psicologi europei a spostarsi negli Stati Uniti. Kurt Lewin, fondatore della moderna psicologia sociale, era uno di questi e riuscì a far finanziare ingenti fondi da parte delle istituzioni pubbliche, permettendo di fatto lo sviluppo della disciplina nelle università.
Fino agli anni '60 la psicologia sociale visse un periodo florido, ma dagli anni '70 in poi il trend cambiò: molti dei risultati ottenuti caddero di fronte agli errori sperimentali e fu crisi. Nacquero due prospettive: una calda, focalizzata sulle emozioni e le motivazioni, e la fredda, che guarda maggiormente alle cognizioni. La rinascita portò al diffondersi di una prospettiva multi-metodologica e multi-culturale.
Il sé in un mondo sociale
Molte meno persone di quante ci si aspetta prestano attenzione alle nostre emozioni. Questo è dovuto all'effetto spotlight, cioè la convinzione che gli altri prestino più attenzione al nostro comportamento di quanto in realtà non facciano. L'effetto spotlight porta all'illusione di trasparenza, le emozioni nascoste delle persone vengono riconosciute dalle altre persone. In realtà, si è molto più opachi di quanto non ci si renda conto.
Questi sono esempi dell'interazione tra il nostro senso di sé e i mondi sociali in cui viviamo. Il senso di sé organizza passato, presente e futuro, consentendo così di sviluppare un comportamento adattivo. Gli elementi del concetto di sé, ossia le specifiche convinzioni in base alle quali si definiscono se stessi, sono gli schemi di sé. Questi consentono di organizzare e recuperare le esperienze avute, fenomeno noto come effetto autoreferenziale, si ricordano meglio le informazioni relative a se stessi. Questo effetto illustra che il senso del nostro sé è il centro del nostro mondo. Poiché noi siamo al centro del palcoscenico, si sopravvaluta la misura in cui gli altri ci notano. Il concetto di sé include anche i sé possibili, cioè ciò che si desidera o si teme diventare in futuro.
Fattori che influenzano il sé
- Ruolo, cioè l'insieme di norme che definisce come dovrebbero comportarsi le persone in una certa posizione sociale. Quando si assume un nuovo ruolo si finisce per inglobarlo all'interno del sé percepito. All'inizio ci si può sentire finti, ma il disagio sparisce velocemente. Vedi esperimento di Zimbardo in cui un nuovo lavoro agisce da modificatore di atteggiamenti.
- Complessità del sé, teorizzata da Linville nell'85, il numero degli aspetti del sé sviluppati in relazione ai diversi ruoli assunti. Chi ha una elevata complessità del sé si protegge dalle oscillazioni dell'autostima e dell'umore perché un evento può influire solo su qualche aspetto del sé, ma non su tutti. Se invece gli aspetti del sé sono pochi, un evento colpirà una maggiore fetta del sé, generando depressione e abbassamento dell'autostima.
- Identità sociale, gli aspetti del concetto di sé derivanti dal senso di appartenenza a uno o più gruppi. Quando si fa parte di un gruppo ristretto circondato da uno più ampio, si è consapevoli della propria identità sociale; quando si è parte della maggioranza, si ignora esso. Più di 2/3 degli scozzesi si sono dichiarati scozzesi e non britannici, invece solo 1/3 degli inglesi si è dichiarato inglese (Meech e Kilborn, '92).
- Confronto sociale, valutazione delle proprie capacità mediante il confronto tra sé e gli altri. Quando non sono disponibili o quando sono incerte informazioni oggettive riguardo il sé, le persone si valutano nel confronto coi simili (Festinger, '54). I confronti sociali tendono sempre alla soddisfazione e possono essere fatti sia verso l'alto, si valuta chi è più in alto nella scala sociale come avvantaggiato, sia verso il basso (confronti al ribasso), per sottolineare che io sono migliore.
- Successi e insuccessi, sia gli eventi influenzano gli stati, sia gli stati influenzano gli eventi.
- Giudizi altrui, rispecchiamento: il modo in cui le persone pensano di essere percepite è utilizzato come specchio per percepire se stessi (Cooley, '02). È perciò possibile sopravvalutare l'apprezzamento degli altri, enfatizzando l'immagine del sé (auto enfatizzazione, tipica dell'occidente).
Il concetto di sé dipende anche dalla cultura: in Occidente prevale l'individualismo, definire la propria identità in termini personali, e in Oriente prevale il collettivismo, definire la propria identità in base al proprio gruppo. Di conseguenza in Occidente prevale la colpa e in Oriente la vergogna. In Occidente le persone mostrano quindi un sé idiocentrico e indipendente, configurazione unica di attributi interni, con l'adolescenza che rappresenta il momento di definizione del sé. Nelle culture meno capitalistiche il sé è allocentrico e interdipendente, il gruppo è l'unità base della società e le differenze individuali si annullano in esso; il sé è dotato di attributi interni, ma questi non regolano il comportamento individuale (Markus e Kitayama, '95).
In uno studio di Nisbett del 2003 si è visto che di fronte a un'immagine subacquea, gli asiatici descrivono l'ambiente e le relazioni tra i pesci, mentre gli americani si concentrano sul pesce più grande. Anche i livelli di autostima cambiano da cultura a cultura: a Oriente, l'autostima è più relazionale (conta ciò che gli altri pensano del mio gruppo), a Occidente, è più personale.
Nello spiegare il comportamento umano le persone offrono spiegazioni errate. Si attribuisce maggior importanza agli altri quando invece non lo sono affatto. Si sottovaluta l'influenza dei media. Le persone sbagliano anche nel prevedere il comportamento. Le coppie di fidanzati sono molto meno realistiche dei propri conoscenti riguardo la longevità del proprio rapporto (MacDonald e Ross, '97). Gli altri prevedono meglio di noi il nostro comportamento. Per migliorarci bisogna analizzare il passato in situazioni analoghe.
Spesso anche le previsioni riguardo i sentimenti sono sbagliate: le persone sbagliano sull'intensità e sulla durata delle proprie emozioni future (Wilson e Gilbert, 2003). Intuitivamente si pensa che se otteniamo qualcosa voluta siamo felici, ma Wilson e Gilbert hanno teorizzato l'impact bias, cioè la sopravvalutazione dell'intensità e della durata delle emozioni, che smentisce il preconcetto. Gli impact bias sono importanti perché le previsioni affettive influenzano le decisioni.
Per esempio, concentrandosi sull'evento negativo, s'ignora la felicità e si tende a caricare eccessivamente la previsione della nostra futura disperazione. Wilson e Gilbert nel 2003 hanno teorizzato l'immune neglect, le persone ignorano la forza del proprio sistema immunitario, che consente di ristabilirsi dopo un evento negativo. Infatti, gli eventi di maggiore portata, che attivano le difese psicologiche, sono meno dolorosi di piccoli eventi, che non attivano le difese.
Tuttavia, non bisogna ignorare i casi in cui le cause del comportamento sono manifeste, la spiegazione collima con l'intuizione e le percezioni su di noi sono accurate. Noi non siamo consapevoli dei processi cognitivi che portano al pensiero positivo, ma siamo consapevoli del risultato. Secondo Wilson i processi mentali che controllano il comportamento sociale sono distinti dai processi di spiegazione del comportamento e quindi le spiegazioni razionali omettono gli atteggiamenti inconsapevoli che guidano la realtà. Le persone quindi dispongono di un sistema di duplici atteggiamenti, cioè nei confronti dello stesso oggetto si può avere un comportamento implicito e automatico ed uno esplicito e controllato. Gli atteggiamenti espliciti si modificano con la persuasione e quelli impliciti con la creazione di nuove abitudini. Di conseguenza, gli atteggiamenti impliciti cambiano più difficilmente.
Secondo Crocker e Wolfe (2001) l'autostima è la somma di tutti gli schemi di sé e dei sé possibili, quando ci sentiamo bene nei confronti di quegli ambiti che sono importanti per la nostra autostima. Secondo Brown e Dutton (1994) è vero anche il contrario: coloro che hanno un'alta autostima tendono ad apprezzare se stessi e le proprie capacità. Per verificare ciò, gli studiosi sottoposero i propri studenti a un test e videro che gli studenti con un'alta autostima erano più capaci di risolvere il compito se veniva detto loro che questo era molto importante, piuttosto di sottolinearne l'inutilità.
Tesser ha concettualizzato il modello di costanza dell'autovalutazione, che dipende dalla vicinanza con l'altra persona e l'importanza che l'attributo ha per noi. Lo ha scoperto studiando i fratelli: gli uomini con un fratello dotato di qualità diverse sostengono di non aver avuto un buon rapporto con lui (per evitare il paragone e la possibile svalutazione), uomini con fratelli simili ricordano pochi attriti. Higgins teorizzò che l'autostima è definita dallo scarto tra come ci si vede e come si vorrebbe vedersi, cioè dal sé imperativo e il sé ideale, che rappresentano le guide del sé, a cui bisogna conformarsi.
Nella teoria della discrepanza del sé, l'autore aggiunse che se la discrepanza è tra sé reale e sé ideale si prova depressione, se è tra sé reale e sé imperativo si arriva all'ansia. Secondo Wicklund si prova una maggiore discrepanza tra i sé, quando aumenta l'autoconsapevolezza, cioè l'intensificata coscienza di sé (teoria dell'autoconsapevolezza). Per lo stesso autore le persone hanno due livelli di autoconsapevolezza, pubblico e privato, e tendono sempre a uno solo dei due. Baumeister ha sottolineato invece il lato oscuro dell'autostima: coloro che hanno un'alta opinione di sé hanno maggior probabilità di mettersi in mostra e quindi essere detestati. L'autore dà maggior peso all'autocontrollo. Chi dà peso all'autostima perde di vista la qualità della vita.
Bandura è stato il primo teorico a cogliere il peso dell'autoefficacia, definita come percezione della propria efficacia e competenza. Chi ha un'alta autoefficacia è più tenace, meno ansioso e depresso e ha più successo a livello accademico. L'autoefficacia conduce a definire obiettivi ambiziosi e a perseguirli ed aumenta con il raggiungimento degli stessi. Il convincimento di fare qualcosa sarà decisivo solo se oltre ad alta autoefficacia è presente un alto livello di controllo.
Di controllo ne ha parlato Rotter, che ha introdotto il concetto di locus of control, cioè la misura in cui le persone percepiscono i risultati ottenuti. Chi si lascia governare dall'impegno e dalle proprie azioni ha un locus of control interno, chi si lascia governare dal caso e da forze esterne al sé ha un locus of control esterno. Chi ha un locus of control interno è più portato a differire le gratificazioni e a impiegarsi in compiti a lungo termine. Il livello di controllo dipende dalla spiegazione che si attribuisce a ostacoli e difficoltà.
I vantaggi di avvertire una sensazione come esterna emergono dalle ricerche sugli animali: i cani confinati in una gabbia a cui viene insegnato che non potranno sottrarsi a scariche elettriche ripetute apprenderanno un senso di impotenza e non reagiranno nemmeno quando la fuga sarà possibile. Seligman ha definito il comportamento di questi cani di impotenza appresa, rassegnazione conseguente ad eventi negativi sulla quale la persona non ha controllo. Lo studioso ha notato questo stesso concetto anche nelle persone: i depressi diventano passivi perché credono che i loro sforzi non abbiano alcun effetto.
Langer e Rodin ('76) hanno messo alla prova l'importanza del controllo in una clinica di anziani: a un gruppo venivano somministrate cure con parole e gesti di conforto, mettendo così gli anziani in una posizione passiva. Tre settimane più tardi, questi anziani risultavano più debilitati. L'altro gruppo era stato trattato promuovendo responsabilità e controllo personale, in seguito il 93% di questo gruppo era più felice, attivo e pronto.
Secondo Schwartz, l'ampio ventaglio di scelte, di ogni cittadino di una società capitalistica, porta a un maggior sovraccarico e maggior rimpianto. Il teorico definisce questo concetto come tirannia della libertà. Alle persone piace avere la libertà di poter modificare le proprie scelte, ma tale libertà inibisce i processi psicologici che portano alla soddisfazione. I matrimoni erano visti meglio decenni fa, in cui erano più irrevocabili (Myers, 2000).
Quando si elaborano info importanti per il sé, si insinua un errore fondamentale. Questo errore è definito self-serving bias: tendenza a percepire se stessi in modo eccessivamente positivo e favorevole per il sé. Le persone assumono infatti credito quando vengono riconosciuti i loro successi, attribuendo la riuscita alla propria capacità e al proprio impegno, imputando il fallimento a fattori esterni, come la sfortuna. Mezulis (2004) ha definito l'attribuire a se stessi risultati positivi e ad altri fattori quelli negativi, come stile attributivo a favore del sé. Questo stile contribuisce ai litigi coniugali e all'insoddisfazione nel lavoro. Imputare rifiuti e insuccessi a qualcosa di esterno è meno deprimente che considerare se stessi immeritevoli.
Ciononostante siamo disposti a riconoscere i nostri insuccessi passati, che appartengono al nostro ex-sé. Per quanto riguarda le dimensioni soggettive e socialmente desiderabili, la maggioranza delle persone si considera migliore della media, cioè tende a sopravalutare se stesso rispetto alla media delle altre persone. Questo effetto è noto come effetto Lake Wobegon. Le dimensioni comportamentali soggettive innescano self-serving bias ancora più marcati di quanto sia possibile rilevare nelle dimensioni comportamentali osservabili. Un altro bias è che le persone si ritengono meno svincolate da pregiudizi rispetto agli altri. Un altro ancora è che le persone si ritengono illusoriamente ottimistiche: coloro che evitano di allacciare le cinture e negano gli effetti del fumo sono una prova di ciò.
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