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influenza sui matrimoni e sulla formazione delle famiglie: l’esogamia e la monogamia.

Se il diritto romano permetteva i matrimoni a partire dal quarto grado di parentela, nel concilio

di Roma del 721 la Chiesa estese la proibizione di matrimonio a sette gradi di consanguineità. Gli

storici del diritto hanno trovato sorprendente la preoccupazione della Chiesa dell’alto Medioevo ri-

guardo l’incesto, preoccupazione che non trova precedenti nella legge romana o mosaica. L’insi-

stenza della Chiesa deve avere causato una più libera e ampia circolazione delle donne all’interno

della società: gli uomini più poveri e meno potenti videro aumentare le possibilità di trovare una

compagna. Ma, per quanto riguarda la monogamia, è difficile sapere quanto la regola fosse rispet-

tata.

La comparsa di unità familiari commensurabili nell’alto Medioevo e la formazione di un assetto

simmetrico delle famiglie, che comprendeva l’intera comunità, contraddistinguono la nascita di

una nuova età nella storia della famiglia europea. I termini usati per le famiglie più umili erano an-

che quelli usati per le famiglie dei ricchi.

LE FAMIGLIE DI SAINT-GERMAIN-DES-PRÉS

La maggiore documentazione di cui si dispone dalla metà del VIII sec. rende possibile veri e propri

censimenti delle famiglie, che ci permettono di misurare la dimensione e di esaminarne le struttu-

re interne. Si tratta soprattutto di inventari di possedimenti monastici, redatti dagli ecclesiastici de-

siderosi di rafforzare il potere di esigere censi e servizi: il più famoso di questi censimenti è il polit-

tico dell’abate Irminone, redatto nei primi decenni del IX sec., riferito alle terre del monastero di

Saint-Germain-des-Prés. Alcuni storici sono dubbiosi sulla reale utilità del censimento, dato che i

dati sono troppo lacunosi e di difficile interpretazione; inoltre vi è una grande disparità del rappor -

to tra i sessi (135 uomini contro 100 donne). Le famiglie appaiono stranamente deformate, ma

data la sua ricchezza, questo censimento non può essere trascurato.

Il censimento

Il polittico contiene venticinque rilevamenti condotti su determinati fondi, chiamati brevia. Ogni

breve è costituito da paragrafi o da registrazioni separate, la prima lettera dei quali è tracciata

come maiuscola o in onciale ed occupa anche il margine della pagina. I paragrafi descrivono in

modi diversi il mansus indominicatus, i terreni dei grandi proprietari, chiese, mulini e proprietà

date in beneficio. Alti paragrafi riportano elenchi delle persone soggette a servizi particolari, senza

fare menzione della terra.

Nel computo, oltre a 4188 maschi e 3566 femmine, vi sono 939 individui di cui non si conosce il

sesso: questi ultimi sono tutti infantes di cui è taciuto il nome – è indicato il numero, ma non il ses-

so, dei bambini presenti nelle case. Il rapporto maschi-femmine può sembrare inattendibile. Alcuni

studiosi hanno pensato a un semplice sbaglio, ma i paragrafi dimostrano l’attenzione usata nel con-

tare anche i bambini. Altri hanno concluso che questo fosse il risultato della pratica dell’infanticidio

delle bambine, ma ciò non risulta da altri documenti: le pesanti multe imposte per violenze o as-

sassini nei confronti delle donne, persino per i feti femminili abortiti, indica il notevole valore attri -

buto alle donne da questa società. Forse la domanda non è dove sono le donne mancanti, ma quali

sono gli uomini in eccedenza: non sembra esservi dubbio sul fatto che alcuni uomini siano stati

contati due volte.

Il polittico non era stato inteso come rilevamento fiscale, sebbene il denaro che ogni dipendente

doveva versare costituisse una parte importante delle somme raccolte. Il censimento classifica la

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condizione personale di ogni componente della popolazione secondo tre categorie giuridiche: colo-

ro che sono soggetti agli obblighi più pesanti sono i servi, mentre ai doveri più leggeri sono soggetti

i coloni. Un gruppo intermedio è costituito dai lidi, che possono avere legami con i contingenti bar-

barici che, secoli prima, il governo aveva insediato nelle terre.

Il politico omette una parte importante della popolazione: coloro che risiedevano nell’abbazia e

servivano direttamente i monaci. Il polittico contiene dieci elenchi di persone che sembrano non

essere legate ad alcuna proprietà: probabilmente, erano a diretto servizio dei monaci. Niente viene

detto delle loro famiglie, e probabilmente le donne non erano sposate. Negli elenchi dei servi dei

castelli le ragazze hanno il predominio: sicuramente un importante fattore nel determinare i rap-

porti numerici tra i sessi nella popolazione.

Dimensioni e strutture

Le persone che nelle fattorie di Saint-Germain appaiono prive di famiglia avevano qualche legame

con la terra, ma probabilmente non risiedevano su di essa. Se questi individui non vengono consi-

derati, l’anomalia nel rapporto tra i sessi deriva da un conteggio non accorto delle persone.

Il polittico fornisce anche notizie circa le dimensioni e il tipo di terra che le famiglie dipendenti

coltivavano, e possiamo disporre di un buon quadro delle risorse di cui le famiglie disponevano. La

dimensione media delle unità familiari è di 5,79 persone. Le famiglie che controllavano una mag-

gior quantità di risorse sembrano costituite da un numero maggiore di persone: le famiglie conta -

dine si dilatavano in relazione al numero di persone che potevano mantenere o del lavoro richie-

sto.

A differenza delle dimensioni delle famiglie, il rapporto numerico tra i sessi non mostra tenden-

za a variare con il variare delle possibilità economiche all’interno di questa comunità di contadini

dipendenti: le donne risultano ben distribuite a tutti i livelli. Tuttavia, la maggior parte degli infan-

tes tende a concentrarsi nelle case dei più ricchi: così, il fatto che il nome dei bambini sia taciuto

può indicare che essi erano ospitati in queste famiglie temporaneamente, e il capofamiglia non era

il loro genitore biologico.

Le famiglie non sono estese in verticale (sono conteggiate solo 26 nonne e nessun nonno), men-

tre è molto pronunciata l’estensione orizzontale. Il censimento individua di rado gli esatti rapporti

di parentela tra coloro che appaiono l’uno accanto all’altro come capifamiglia. Quali tipi di parente-

la e di matrimonio davano luogo a famiglie così piatte dal punto di vista generazionale? L’uso di at -

tribuire determinati nomi all’interno delle famiglie rivela una certa consapevolezza dell’origine fa-

miliare e una corrispondente consapevolezza dei legami parentali. I nomi germanici sono di solito

composti da due elementi: i nomi dei figli combinano frequentemente elementi presi dai nomi di

entrambi i genitori (es. Ragenildis è figlia di Rainardus e Agenildis). È importante sottolineare come

gli elementi che costituiscono i nomi siano presi indifferentemente sia dal nome della madre che

da quello del padre. Questo indica uno spirito di coesione familiare che può avere contribuito a te-

nere nella fattoria i membri dello stesso gruppo.

La preponderanza nei possessi di Saint-Germain di famiglie allargate implica il fatto che i matri-

moni avvenivano tardi sia per gli uomini che per le donne, e che non si risolvevano sempre nella

nascita di un’unità familiare nuova e indipendente. I matrimoni in età adulta allungavano la distan-

za tra le generazioni e diminuivano la possibilità di trovare all’interno delle medesima casa diverse

generazioni. 14

MODELLI DI MATRIMONIO

Se diamo credito a Tacito, gli sposi germanici erano entrambi maturi e avevano quasi la stessa età:

lo sposo forniva la dote alla sposa, e non viceversa, come nella Roma classica. Nei secoli del tardo

Impero, il matrimonio romano stava assumendo tratti simili a quello barbarico.

Condizioni di matrimonio

Fin dai primi testi medievali scompaiono i riferimenti alla dos come cessioni di proprietà da parte

della sposa al marito: la parola viene a significare il dono che lo sposo fa alla sposa. Nell’alto Me -

dioevo anche il dono nuziale che lo sposo dà alla sposa sembra aumentare di valore. Per quanto ri -

guarda il fidanzamento, era necessario il consenso di coloro che «avevano autorità sugli sposi», il

che implica che entrambi fossero minori, e che dovesse passare un opportuno periodo prima del

matrimonio effettivo.

Età al primo matrimonio

Nell’alto Medioevo gli sposi non erano così maturi come i loro predecessori romani, e le spose non

erano molto più giovani di loro. Idealmente, il matrimonio doveva avere luogo alla aetas perfecta: i

consiglieri spirituali raccomandavano agli uomini di sposarsi una volta raggiunta questa età perfet-

ta, raggiunta alla fine dell’adolescentia, al tempo della juventus.

Se Aristotele aveva fissato l’apice della vita a 37 anni per gli uomini, a 18 per le donne, mentre

sant’Agostino dichiara che a 30 anni la sua adolescenza era finita, nelle fonti altomedievali appaio-

no nuove definizioni dell’età perfetta, che diventa ora inferiore ai 30 anni. La legge visigotica defi-

nisce aetas perfecta i 20 anni sia per gli uomini che per le donne; mentre il re dei longobardi Liut-

prando stabilì la legitima aetas a 18 anni. I codici di entrambe le popolazioni condannavano i matri-

moni in cui le spose erano più anziane degli sposi.

I matrimoni altomedievali sembrano molto simili al modello descritto da Tacito. Gli uomini e le

donne al primo matrimonio erano all’incirca coetanei, e si sposavano tra i 25 e i 30 anni. Il dono

nuziale dei barbari era diventato abitudine comune.

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Le trasformazioni avvenute alla metà e alla fine del medioevo

Dopo l’anno 1000 ci fu un profondo cambiamento nelle istituzioni domestiche della società medie-

vale. La Chiesa si dette un nuovo ordinamento e tentò di modellare e dirigere la società secolare

con un impegno che non aveva mai mostrato prima: ciò fece in modo che sviluppasse una teologia

sistematica e la legge canonica riguardante il matrimonio. La nuova era portò a una nuova forma di

organizzazione della parentela, in senso agnatizio. Sia l’età in cui veniva contratto il matrimonio sia

le regole subirono alcuni cambiamenti. La nuova organizzazione matrimoniale è più evidente in

Italia.

L’ambiente sociale e culturale

A partire dalla fine del secolo X la popolazione europea aumentò rapidamente e la sua crescita

continuò fino al 1250, stabilizzandosi per un secolo a livelli molto elevati. I mutamenti apportati

nell’ XI – XII sec. furono culturali e intellettuali, ma anche sociali. I teologi e i legislatori dettero al -

cune nuove definizioni di matrimonio, definendo chi poteva sposarsi e quali impedimenti fossero

dirimenti – cioè che annullavano il matrimonio – e quali proibitivi. La legge canonica prese il posto

dei codici secoli che nell’alto Medioevo arbitravano le questioni matrimoniali: le regole della Chiesa

costituirono l’ambiente legale in cui la parentela e i matrimoni assunsero forme nuove.

«Consensu non concubitus»

Nelle scuole del XII sec. i legislatori elaborarono due diverse condizioni di validità di un

matrimonio. Fin dall’antichità i legislatori avevano discusso se fosse necessario il consenso, una re-

lazione sessuale o entrambi perché il matrimonio fosse valido. Per gli autori cristiani la questione

era delicata, perché non se la sentivano di affermare che il matrimonio fra Giuseppe e Maria, mai

consumato, non fosse valido. Graziano, nel suo Decretum del 1141 risolve il problema distinguendo

nel matrimonio due diverse fasi:

1) quando gli sposi esprimevano il loro consenso, la coppia entrava nel matrimonium initia-

tum;

2) l’unione sessuale convalidava e confermava il matrimonio, rendendolo un matrimonium

ratum.

Pietro Lombardo, vescovo di Parigi, riteneva che il matrimonio fosse valido se il consenso degli

sposi era espresso per verba de presenti: questa interpretazione divenne la dottrina ufficiale della

Chiesa, il fondamento della legge e della teologia del matrimonio. Papa Alessandro III ribadì l’inter -

pretazione di Lombardo e affermò che era sufficiente il consenso verbale dei due sposi, che dove-

vano essere in possesso dei requisiti per il matrimonio perché questo fosse valido e vincolante.

Questo principio ebbe straordinarie conseguenze. La Chiesa aveva affermato che nessuna

persona o istituzione poteva interferire con il diritto di un uomo e di una donna di sposarsi: il signo-

re perdeva ogni controllo sul matrimonio dei propri servi e vassalli. La dottrina limitava l’autorità

della Chiesa stessa. Se non vi fosse stata la benedizione nuziale del prete, il matrimonio era illecito

ma non nullo: la prole della coppia sarebbe stata soggetta a repressioni e sanzioni, ma il matrimo-

nio sarebbe rimasto valido. Questo principio indebolì l’autorità dei genitori, che potevano cercare

di dominare o impedire i matrimoni dei figli. La dottrina fu un brutto colpo all’autorità paterna, e

basta da sola a dimostrare che nella famiglia medievale non si sarebbe mai potuto sviluppare un

vero patriarcato. 16

IL PATRILIGNAGGIO

È possibile che l’opposizione della Chiesa al veto paterno nei confronti del matrimonio dei figli

avesse l’intento di ostacolare la contemporanea ripresa dell’autorità paterna all’interno della fami-

glia medievale. La grande novità all’interno delle famiglie aristocratiche fra XI e XII sec. è la com-

parsa del patrilignaggio.

Organizzazione familiare

Il patrilignaggio è organizzato in linea agnatizia e fa diventare la famiglia una specie di compagnia

di uomini: le donne non servivano che da tramite attraverso cui passavano i legami di parentela

più certi. La figlia è trattata come un membro marginale, e dopo il matrimonio si distaccava com -

pletamente dalla stirpe paterna. Le donne persero il diritto a una piena condivisione del patrimo-

nio familiare. I padri e fratelli organizzavano i matrimoni delle figlie e si occupavano di fornire la

dote richiesta. La dote segna di solito la conclusione dell’aiuto materiale che le donne ricevevano

dalle loro famiglie d’origine.

Il patrilignaggio ancorato al passato e a una genealogia ben precisa è costituto da legami relati -

vamente stabili e possiede una buona consapevolezza delle proprie origini e della propria storia. Il

lignaggio non sostituì completamente l’organizzazione bilaterale della parentela, ma vi si sovrappo-

se. Lo scopo del patrilignaggio era quello di conservare la ricchezza nel tempo e lo status dei mem-

bri maschili della famiglia, limitando il numero dei pretendenti alle sue ricchezze. Lo scopo tradi-

zionale della cognatio era l’ampliamento della parentela, che avrebbe assicurato la sua sopravvi-

venza biologica. L’esistenza contemporanea di questi due gruppi di parentela fece emergere alcuni

problemi controversi: la conservazione della proprietà a favore dei componenti maschili della fami-

glia non era interamente compatibile con l’ampliamento della parentela: qual era la dato da fornire

per il matrimonio di una figlia? Quante ricchezze andavano spese per seguire la carriera di un figlio

minore?

Origini

Una delle prime cause dell’emergere del patrilignaggio fu il lento successo, limitato ma considere-

vole, della Chiesa nell’imporre la monogamia e nell’impedire le relazioni sessuali extra-matrimo-

niali che confondevano le parentele patrilineari. Ma se questa fu una precondizione, il fattore de-

terminante fu la diminuzione di ricchezza che subirono le classi sociali più elevate.

Nel XI sec. l’intero fondamento patrimoniale delle aristocrazie europee stava cambiando: le ere-

dità, i matrimoni, i benefici, le donazioni alla Chiesa e le permute davano luogo a continui cambi di

proprietà. La grande famiglia e il suo monastero o la sua chiesa vivevano in una sorte di simbiosi

economica. Il movimento di riforma altera questa base economica, e il loro scopo principale era la

libertas ecclesiae dalla dominazione laica. Il controllo dei laici sulle terre e sulle cariche ecclesiasti-

che, secondo loro, spingeva il clero al peccato di simonia. La riforma del clero richiedeva il recupero

e la stabilizzazione dei possessi che la Chiesa aveva dato in affitto, e il programma causò una rivolu-

zione nelle relazioni tra la Chiesa e il mondo laico. Private dal facile accesso alle proprietà della

Chiesa, le grandi famiglie dovettero attuare nuove strategie per conservare ed aumentare le loro

ricchezze. Una tattica comune fu quella di escludere le figlie e i figli da una piena condivisione del-

l’eredità: le figlie erano emarginate dalla dinastia e i loro fingili si trovavano completamente al di

fuori dalla generatio dei loro antenati materni.

Il lignaggio prendeva una varietà di forme, considerando i due termini opposti.

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Il lignaggio consortile, da sors [= eredità]; che indica un gruppo che condivide un’eredità.

– Questo tipo era organizzato per riunire eredi maschi a far parte di un patrimonio condiviso,

per impedire che le terre dei padri si disperdessero e sfuggissero al controllo della famiglia.

Il lignaggio dinastico si riferiva a un singolo candidato per un’eredità o un ufficio indivisibile.

– Questo tipo implicava l’esistenza di un gruppo più avvantaggiato, il ramo primogenito, e

uno meno, il ramo cadetto.

La consorteria

Tutti i sistemi giuridici tradizionali prevedevano che i figli maschi avessero parti uguali nell’eredità.

Questo principio era molto adatto alle famiglie dei mercanti. Nei documenti vi sono riferimenti a

terre comuni che portavano il nome della consorteria: è certamente un gruppo familiare, e il suo

nome richiama la memoria di un fondatore, senza dubbio colui che aveva fatto la fortuna economi-

ca della famiglia. Il possesso comune implicava che i membri formassero una sorta di corporazione,

prendendo decisioni collettive sull’amministrazione delle proprietà.

Anche se prive di un ramo primogenito riconosciuto, queste grandi casate svilupparono un forte

senso di identità collettiva: l’adozione di uno stemma, il mantenimento di una chiesa, la sepoltura

dei morti in una cripta di famiglia, tutti questi usi contribuirono ad aumentare il senso di identità e

di orgoglio individuale.

L’emancipazione dei figli maschi avveniva in età molto molto giovane, e in questa occasione essi

ricevano una certa quantità di capitale. La fortuna delle grandi famiglie mercantili dipendeva inte-

ramente dall’individuazione precoce e dall’incoraggiamento dei loro giovani di talento.

Per essere funzionali, le grandi società familiari dovevano mantenere rigidamente le regole di

autorità e responsabilità, per conservare il capitale che sosteneva le loro attività.

Il lignaggio dinastico

La comparsa del lignaggio dinastico è connessa all’ascesa dei principati feudali e alla fondazione di istituzio-

ne feudali che avvenne in tutta Europa dopo l’età carolingia, seppure tutte le antiche tradizioni giuridiche

europee davano per scontato che un patrimonio fondiario potesse essere diviso tra gli eredi.

Il feudo era originariamente una forma di possesso condizionale, temporaneo e non ereditario: l’affittuario

lo poteva possedere finché adempiva ai servigi richiesti. Ma a partire dal 1300, il feudo tende a diventare

ereditabile e suddivisibile, almeno tra eredi maschi: le famiglie nobili e dotate di proprietà fondiarie adotta -

rono un nuovo meccanismo ereditario. Una parte, o l’intera proprietà veniva lasciata con vincolo di inaliena -

bilità agli eredi, per un numero stabilito di generazioni: questa proprietà ereditata non poteva essere vendu-

ta né ceduta. Il proprietario che stabiliva il vincolo codificava esattamente la discendenza per la quale la pro -

prietà sarebbe dovuta passare. Spesso si applicava la regola della primogenitura. Ai discendenti esclusi toc-

cavano proprietà mobili o prive di vincoli. Questo creava inevitabilmente un ramo primogenito (eletto) e un

ramo cadetto (escluso) all’interno della dinastia. Ma la divisione di grandi unità territoriali sembrava causa -

re, almeno dopo l’età carolingia, una debolezza strategica o invitare a contese micidiali.

Seppure per le loro diversità, entrambe le forme di lignaggio favorivano i discendi maschi rispetto alle fem -

mine. Un marcato deterioramento della condizione femminile in relazione alla sua famiglia d’origine è evi-

dente anche nel cambiamento delle regole matrimoniali.

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MATRIMONIO

Regole matrimoniali

In quasi tutta l’Europa le regole matrimoniali tendevano a riportare gli oneri sulla sposa e sulla sua

famiglia. Ciò è evidente soprattutto in Italia. A partire dai primi decenni del XII sec. i documenti

fanno riferimento a una dos vera e propria; ma nei trattati è spesso specificato che i contribuiti dei

due sposi dovevano essere di uguale valore: questa parità non fu mantenuta a lungo. Dalla metà

del XII sec. in poi i governi in Italia iniziarono a limitare le pretese delle moglie sulle proprietà dei

mariti: in molti testi è ricordata con biasimo l’aumento esponenziale dell’ammontare della dote,

che impediva i matrimoni e la conseguente crescita della popolazione. Nel 1425 il comune di Firen-

ze stabilì un fondo speciale per aiutare le famiglie a combinare il matrimoni dei figli, e in particolare

delle figlie. In seguito, tale contributo finanziario alle donne che desideravano sposarsi divenne un

atto comune di carità cristiana.

Anche nel resto dell’Europa il trattamento riservato alle donne stava peggiorando. Nel XIII sec.

la donna inglese perde ogni possibilità di possedere beni mobili o immobili, che con il matrimonio

passavano direttamente in mano al marito. Le vedove non potevano pretendere più della metà

delle acquisizione fatte dalla famiglia lungo la durata del matrimonio. Lo scopo di questi cambia-

menti sembra fosse quello di limitare le acquisizioni di proprietà che le donne facevano attraverso i

mezzi a loro disposizione. I regni spagnoli mantennero più a lungo le loro usanze: nel XIII sec. lo

sposo continuava a consegnare la donatio alla sposa: la dote vera e propria ebbe il sopravvento

solo alla fine del Medioevo.

Nella società altomedievale le donne erano preziosi componenti della famiglie: nell’aristocrazia

adempievano a importanti funzioni amministrative, mentre negli strati sociali più bassi rivestivano

un ruolo importante in diverse attività produttive. Intorno alla metà e alla fine del Medioevo le

donne persero parte di queste funzioni. La nascita di un’organizzazione burocratica limitò, se non

esaurì, la loro importanza come amministratici. Anche il loro ruolo nella produzione economica di-

minuì, specialmente nelle città. Il contributo delle donne fu limitato a lavori relativamente non spe-

cializzati. Le famiglie non avevano più interesse a tenere con sé le figlie per ottenere i loro servizi.

Inoltre, il peggioramento della condizione delle giovani nubile fu determinato anche dal cambia-

mento del mercato matrimoniale: nel Medioevo i veri responsabili di questo mercato non era in

singoli uomini o donne, ma le loro famiglie, che si occupavano di trovare una sistemazione ai figli.

Si riscontrava un certo squilibrio, dato che le grandi dinastie si impegnavano nel favorire i matrimo-

ni di tutte le figlie, ma permettevano solo al maschio primogenito di sposarsi. La società stava ac -

quistando una composizione femminile: le donne nubili erano straordinariamente numerose, e gli

istituti religiosi femminili erano troppo pochi per accogliere tutte le donne che desideravano en-

trarsi.

Età al primo matrimonio

Si osserva che, a partire dal XIII sec., si osserva che le fanciulle italiane erano molto giovani

quando venivano date in moglie. Gli Statuti del comune di Pistoia (1296) proibivano il matrimonio

di fanciulle che non avessero ancora compiuto i tredici anni: tra l’inizio e la fine del Medioevo il

rapporto numerico tra i due sessi era stato ribaltato. I contemporanei erano pienamente consape-

voli della giovane età delle spose , e molti la disapprovavano.

I riferimenti all’età matrimoniali delle donne sono sparsi e non tutti sono ugualmente attendibi-

li. La maggior parte di questi dati si riferisce a donne nobili o cittadine: sembra che le donne di

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campagna si sposassero più tardi.

L’età in cui gli uomini si sposavano per la prima volta è ancora più difficile da individuare di quel-

la della donne. Sembra che l’età egli uomini sia stata più soggetto a cambiamenti, ed era maggior-

mente influenzata della condizioni che favorivano o impedivano la formazione di nuove famiglie.

Inoltre, è difficile individuare un modello unico e costante per le età matrimoniali degli uomini nei

diversi luoghi e momenti del Medioevo dei secoli centrali e tardi.

Dopo la metà del XII sec. il quadro si fa più chiaro ed appare evidente molti uomini si sposavano

tardi o non si sposavano affatto. Juvenis indica il «celibe», e Filippo di Navarra estese l’età dei jo-

vens fino ai 40 anni: questo testimonia il fatto che nella società del tempo molti uomini all’età di 45

anni non erano ancora sposati. Nella letteratura cortese, sembra che i personaggi maschili si sposi-

no in età matura, spesso mostrando una notevole riluttanza a farlo. Dalla fine del XII sec, la figura

dello scapolo impenitente diventa comune nelle fonti. La grande differenza di età tra gli sposi rese

i matrimoni intergenerazionali una pratica comune.

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Ruoli domestici e sentimenti familiari del basso medioevo

Per gli storici l’angolo più difficile da penetrare della famiglia medievale è quello della sua vita cul-

turale ed affettiva: i ruoli assegnati ai diversi membri e i vincoli che li univano, lo scambio affettivo

e le norme di buon comportamento. I documenti non danno quasi nessuna indicazione in tal sen-

so, ed è arduo giudicare quanto fedelmente gli scritti edificanti possano riflettere il mondo reale: il

risultato è che la famiglia medioevale è diventata uno stereotipo negativo nel paragone con la fa-

miglia «moderna». Alcuni storici affermavano che la famiglia affettiva è una recente creazione mo-

derna. Ma la gente del Medioevo era veramente fredda e indifferente verso i parenti stretti?

Fonti sacre e profane

I documenti del Medioevo sono avari di descrizione di sentimenti della vita familiare; ma una ricca

tradizione di letteratura edificante, religiosa e civile, istruisce i membri della famiglia (in particola-

re i padri), circa il modo di governare la casa.

Tra le fonti medievali vi sono scritti biografici di un genere particolare, spesso di tono passiona-

le: le numerose vite dei santi. Tre mutamenti caratterizzano l’agiografia nel tardo Medioevo.

La «femminilizzazione» della santità.

– Seppure non superi il numero dei santi uomini, quello delle donne cresce in modo significa-

tivo.

L’«urbanizzazione» dei santi.

– La maggior parte dei santi, anche quelli di provenienza contadina, sono abitanti di città.

Questo può essere spiegato dato che gli ordini mendicanti, grandi promotori di santi nel

Medioevo, esercitavano la loro attività soprattutto in città.

L’orientamento fortemente mistico.

– I santi non sono più meri operatori di miracoli, ma sono mistici o visionari, che trasferiscono

alla coscienza umana l’illuminazione divina. Le loro vite esprimono soprattutto esperienze

interiori, potenti visioni, rapite conversazioni con Dio: queste testimonianze hanno prodot-

to documenti utili allo studio della storia dei sentimenti.

Le vite dei santi urbani dipingono numerose scene domestiche (con riferimento alla nascita,

l’infanzia, l’adolescenza; talvolta al matrimonio), ma raramente descrivono questi eventi con scarsa

simpatia. Ma molti santi medievali entrarono nella vita religiosa vincendo l’opposizione delle fami-

glie. Eppure l’atteggiamento della Chiesa verso la famiglia naturale fu per tutto il Medioevo sospet -

toso: la voce del sangue entrava in competizione con il richiamo di Dio. La Chiesa medievale non

vedeva valori assoluti nei forti affetti dei legami familiari.

MATRIMONIO

La tradizione colta

Gli atteggiamenti medievali verso il matrimonio e la donna furono profondamente ambivalenti. La

tradizione colta portava con sé un radicato filone di letteratura misogina; ma ne esisteva anche

un’altra che elogiava le donne, specialmente le buone mogli.

Come mai il matrimonio fu ristabilito? Gli intellettuali vivevano nel contesto di un’Europa spo-

polata. L’avvento dell’umanesimo nel XIV e XV sec. arricchì notevolmente la letteratura a favore del

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matrimonio e della famiglia: il tipo dell’uomo ideale era l’uomo sposato, il paterfamilias che

prendeva attivamente parte all’andamento della casa e della comunità. Gli umanisti hanno attinto

a piene mani dalla letteratura classica per trarne storie e aforismi favorevoli alla vita coniugale.

Nell’Europa del nord, Erasmo da Rotterdam riecheggia e abbellisce ancora di più questi senti-

menti. Il motivo del suo elogio del matrimonio era anche in parte una critica della vita monastica,

ma affermava che il matrimonio è alla basa dell’ordine sociale.

Metafore maritali

Le vite dei santi esprimono un tipico orrore per i rapporti sessuali, e pare che non descrivano mai

un matrimonio felice e benedetto, con rapporti normalmente frequenti. Nonostante ciò, le vite in-

dicano che il matrimonio, il più intimo degli affetti umani, coinvolgeva il sentimento dei coniugi.

Molti dei matrimoni che incontriamo nelle vite sono mistici, generalmente uniscono Cristo a

una santa. Talvolta il linguaggio immaginoso va al di là della metafora spirituale, per arrivare a una

terminologia fisica e persino erotica. Questi matrimoni sono immaginari, ma nella loro descrizione

gli autori proiettano in campo mistico gli ideali della società contemporanea.

MATERNITÀ

Cura dei bambini

Secondo Plutarco, la natura ha posto in alto il seno, nel corpo della femmina umana, perché potes-

se abbracciare il figlio allattandolo, e così affezionarglisi. Questa affascinante teleologia sulla posi-

zione del seno compare nuovamente negli scritti umanisti. Questo elemento si ritrova in molte vite

di sante, a cui è stato concesso il privilegio di allattare il bambino Gesù: in questo modo non solo

provvedono al nutrimento del sacro bambino, ma accrescono il loro affetto verso di lui.

Intercessione

La madre non accudisce solo i bambini piccoli, ma si assume anche il ruolo di proteggere il figlio

adolescente e adulto e di intercedere per lui. La differenza di età fra marito e moglie, la conseguen -

te ineguale misura di tempo che intercorreva tra padri e figli e madri e figli, fece del padre una figu-

ra anziana, distante ma potente. Il padre poteva dare protezione ai figli, ma la sua stessa presenza,

una volta che i figli avevano raggiunto la maturità, poteva impedire loro di raggiungere e godere

matrimonio e proprietà. La madre era idealmente preposta a fare da intermediario nei rapporti tra

le generazioni maschili spesso in conflitto. Restava più vicina ai figli nel corso degli anni ed era sen-

timentalmente più impegnata per il loro benessere.

Il modello di matrimonio medievale isolava la moglie e la madre all’interno della famiglia e ac-

corciava la distanza generazionale tra di lei e i figli. La posizione singolare della madre nella famiglia

naturale non poteva mancare dai assumere atteggiamenti culturali riguardo alla stessa maternità:

la cultura medievale vide dal XII sec. una crescita straordinaria del culto della Vergine Maria. Le vite

dei santi abbondano di descrizioni di Maria che intercedete, e di altre sante che assumono questo

ruolo.

Famiglie spirituali, istruzione religiosa

Le sante del basso Medioevo attraggono torme di seguaci, che formano una sorta di famiglia spiri-

tuale. La santa chiama i suoi seguaci «figli», e lei è per loro una madre. Questi gruppi non erano

comunità religiose organizzate: erano, come essi stessi proclamavano, la famiglia spirituale di una

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santa madre. La madre prega e intercede per i suoi figli; ma forse il più importante dei suoi servigi

è l’istruzione religiosa. La madre, fonte di sacra saggezza: è una giustapposizione sorprendente. La

Chiesa medievale era per tradizione sospettosa verso i predicatori laici e soprattutto guardinga

verso le donne che pretendevano di impartire un’istruzione religiosa. Eppure, nonostante questo

pregiudizio, le donne assumono di solito questa funzione nelle città del basso Medioevo.

Questo dato fa pensare che gli storici non hanno forse misconosciuta abbastanza l’importanza

delle donne e delle madri. Le famiglie spirituale imitavano la famiglia naturale, dove presumibil-

mente le madri assumevano un ruolo simile. La struttura delle famiglie cittadine nel tardo Medioe-

vo favoriva le donne in questa funzione. Dato che le ragazze erano giovani alle prime nozze, mentre

gli sposi maturi, le madri erano destinate a vivere più a lungo a contatto con i figli. La madre era il

più saldo legame con la generazione più anziana e con i suoi valori.

L’immagine della moglie e della madre nella letteratura didattica è singolarmente passiva: ma le

vite dei santi ci suggeriscono che queste descrizioni fossero deformate; la madre aveva un ruolo

molto più attivo e godeva di prestigio e status più elevati di quanto si immaginasse.

INFANZIA

Oggi pochi sostengono la tesi che i genitori medievali ignorassero i propri figli. Al contrario, la so-

cietà medievale doveva investire sempre di più nell’educazione dei giovani. Le vite offrono molti

esempi di appassionati legami con l’infanzia e i bambini: il diavolo si manifesta alle sante sotto for-

ma di bambini piangenti o di famiglie felici. La famiglia medievale non era una fredda comunità sto-

rica fondata sull’indifferenza, e si può ritenere che il culto del bambino Gesù sfruttasse i veri senti-

menti verso i bambini. PATERNITÀ

San Giuseppe, patrono e protettore della Sacra Famiglia, è tutt’altro che invisibile negli scritti del

primo Medioevo; mentre quelle del tardo Medioevo sono sovrabbondanti di visioni, ma non di

Giuseppe. Quando egli appare, cosa rara, viene chiamato senex, viene onorato ma non appare

come potente intercessore.

Ma nel XIV sec. molti importanti uomini di Chiesa intraprendono una vigorosa campagna intesa

a promuovere la devozione verso san Giuseppe. Giuseppe è il sedulus administrator, ma è legato a

sua moglie e al bambino, ed essi a lui, da vincoli di profondo affetto. In Paradiso Gesù, Giuseppe e

Maria costituiscono una famiglia amorosa, l’ideale di tutte le famiglie. Ma come mai eminenti per-

sonaggi della Chiesa promuovevano questo culto in modo tanto zelante? Forse per reazione contro

la femminilizzazione della santità, o perché pensavano che i padri avevano bisogno di modelli e pa-

troni spirituali più forti?

Le vite dei santi mostrano senza alcun dubbio che la famiglia medievale non era un deserto af-

fettivo. Ma la struttura delle famiglie e l’esperienza dell’epoca rafforzarono i ruoli distinti degli sposi

e delle spose, dei genitori e dei figli. La moglie era un appoggio e una compagna, da lei dipendeva

l’honestas della famiglia. Per far fronte ai pericoli, il padre doveva essere un capo attento, assiduo

e buon lavoratore, per sostenere la famiglia e condurla in salvo. San Giuseppe, diviene il perfetto

modello della sollecitudine paterna. La calamità dei tempi mettevano in risalto la fragilità delle re-

lazioni umane: ci si preoccupava di più dei bambini e si dimostrava maggior volontà di investire nel

loro benessere. 23


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Armilla

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Armilla di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Grillo Paolo.

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