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Prefazione

Nell'antichità le abitazioni presentavano una straordinaria varietà ai diversi livelli della scala sociale. Le unità domestiche dell'antichità non sono paragonabili fra loro entro la società. Gli antichi non avevano sviluppato il concetto di famiglia come unità morale, comune a tutti i livelli della gerarchia sociale: il sistema familiare dell'antichità manca di simmetria. Solo a partire dal VII – VII sec. le famiglie appaiono più commensurabili, tanto da poter essere usate come unità standard nei censimenti e negli inventari; pur continuando a differire per dimensioni e struttura.

Dal XI sec. le famiglie medievali acquisirono una caratteristica organizzazione della parentela, inizialmente visibile negli strati sociali più elevati, per poi estendersi a tutta la società. I rapporti prevalenti nell’alto Medioevo erano cognatizi o «bilineari», vale a dire passavano indifferentemente attraverso gli uomini e le donne. Dal sec. XI fece la sua apparizione un nuovo tipo di discendenza, il patrilignaggio, che oltre ad essere agnatizio favoriva il primogenito a discapito dei fratelli minori.

La nuova organizzazione si sovrappose al modello cognatizio, senza sopprimerlo del tutto. Le famiglie dei ceti superiori si diedero scopi e regoli di due tipi, spesso contrastanti. Il bene del gruppo familiare nel suo insieme non coincideva con quello dei singoli componenti. Le tensioni che si generavano aiutarono a determinare un certo clima sociale e culturale all'interno dei gruppi familiari. Sviluppando la duplice eredità classica e barbarica, le famiglie acquisirono legami ben distinti con la parentela più lontana e una più salda unità morale e affettiva. Le famiglie facevano parte di un sistema, che consisteva in un’insieme di norme che regolava l’entrata e l’uscita da un’unità familiare.

La famiglia nella tarda antichità classica

Nozioni di famiglia e di comunità familiari

Gli storici che si occupano delle famiglie nel passato si trovano davanti a una questione complicata: in quale modo la famiglia – intesa come gruppo elementare di discendenza (genitori e figli) - è stata denominata? Nel greco e nel latino non vi sono vocaboli che corrispondono al nostro termine «famiglia».

  • Greco antico: il sinonimo più vicino è genea, il cui significato principale è «progenie», indicando indifferentemente prole, lignaggio o generazione. Ma non ha il significato moderno. Il greco moderno toglie l’ambiguità, con oikogeneia, che inserisce la parola oikon [= casa].
  • Eppure i greci, nella disciplina dell’economia, corrispettivo privato della politica, studiavano l’arte e la scienza delle gestioni delle unità familiari. Ma Senofonte equiparò la famiglia e le sue proprietà; mentre Aristotele considerava nella famiglia tutte le persone soggette all’autorità del suo capo (oltre alla sposa e ai consanguinei, schiavi e servi).
  • Latino classico: la parola familia assume significati simili, indica ogni cosa e ogni persona soggetta all’autorità del capofamiglia, il paterfamilias; e spesso indica anche il patrimonio. Chi esercitava la patria potestas non incluso nel gruppo familiare.

Gli antichi non possedevano un chiaro senso del gruppo primitivo di discendenza come unità morale precisata, e non avevano sviluppato un concetto di unità familiare applicabile a tutti i gradini della società. Dalla tarda antichità fino al Medioevo il significato più comune di familia continuò ad essere la proprietà o i dipendenti del capofamiglia. Ma nell’uso del tardo latino, assunse la connotazione di discendenza di sangue.

Se nell’uso antico familia non aveva il significato di gruppo di discendenza di coresidenti, vi erano altri termini nel vocabolario classico che esprimessero questo concetto? In greco oikos, oltre alla casa, si riferiva a coloro che la abitavano (schiavi e servi compresi). La famiglia romana era una comunità religiosa, che aveva la responsabilità di tener vivo il culto delle divinità familiari, i lares e i penates. Questi due termini venivano usati metaforicamente per intendere il focolare domestico, chiamato anche focus: ma era usato raramente come metafora per indicare la famiglia, e non veniva usata per indicare un’unità domestica coresidente comune a tutti gli strati sociali. Gli antichi non designarono né dettero un nome al gruppo primitivo di discendenza di consanguinei coresidenti: la tipica familia degli aristocratici romani poteva comprendere decine, se non centinaia di membri.

Unità di censimento

Che le famiglie antiche non avessero tratti uniformi nei diversi livelli sociali è confermata anche dai rilevamenti censitari. Nei censimenti di cui parla la Bibbia il proposito era quello di individuare i guerrieri validi e i contribuenti, non i gruppi familiari o le case. La parola famiglia usata per loro non designa il gruppo di coresidenti, ma la discendenza all’interno delle tribù e della parentela. I romani, attivi promotori di censimenti, registravano ogni cinque anni i cittadini atti a portare le armi o tenuti a pagare le tasse. Ma Roma non fece un uso preciso delle unità familiari nel contare i suoi sudditi, usando un metodo complicato di accertamenti, noto come capitatio-jugatio. Inoltre, in un modo tutt’altro che chiaro, venivano inclusi negli accertamenti degli imponibili fiscali anche gli animali. Perché i funzionari romani non preparavano semplicemente una lista dei focolari e non assegnava a ciascuno un tributo? Evidentemente le unità domestiche erano troppo diversificate per trovare un criterio comune che le potesse comprendere tutte.

  • Capitatio: riguarda il conto delle teste, cioè delle persone, presumibilmente i lavoratori abili.
  • Jugatio: era una valutazione di una superficie di terra e della sua produttività.

Solo nell’organizzazione delle colonie, che era stata fondata sulla concessione di terre ai veterani, si potevano osservare raggruppamenti basati sul nucleo familiare. Dato che normalmente il veterano si prendeva cura del suo terreno con la propria famiglia, la comparsa di unità familiari commensurabili sembra allora strettamente legata all’estensione dell’agricoltura contadina. L’uso della famiglia come unità di misura sociale doveva attendere la fine della schiavitù antica e la sostituzione dell’agricoltura contadina al lavoro prestato dagli schiavi.

Marito e moglie

Parentela e esogamia

Nel latino classico e medievale la consanguineità era chiamato cognatio, di linea maschile o femminile; mentre un agnatus era un consanguineo imparentato soltanto per linea maschile. Nel periodo repubblicano e imperiale i romani consideravano alla stessa stregua i legami di sangue sia in linea maschile, sia in linea femminile. La parentela era governata da un sistema cognatizio.

Nel diritto romano la consanguineità era riconosciuta oltre i sette gradi di parentela, ma per i romani non era d’obbligo che questo gruppo praticasse una stretta esogamia. La legge proibiva il matrimonio tra una persona e un suo discendente diretto. Inizialmente la legge aveva proibito i matrimoni fino al sesto grado ma, forse con lo scopo di incoraggiare le nascite, dal II sec. a. C. gli imperatori limitarono la proibizione a tre gradi.

Secondo il diritto romano il matrimonio era monogamico, «l’unione di un uomo e di una donna che condividono lo stesso modo di vivere», e suo scopo era la procreazione dei figli. Nella Roma più antica solo i patrizi potevano contrarre matrimonio legale (connubium): anche quando ai plebei fu permesso di sposarsi legalmente e di avere figli legittimi, la legge continuò a porre impedimenti (unione tra cittadini e forestieri o fra ordini diversi); che vennero rimossi gradualmente dagli imperatori. La sposa doveva aver compiuto 12 anni, lo sposo 14; ed entrambi dovevano accordare il proprio consenso all’unione.

La legge romana riconosceva un atto di fidanzamento, occasione in cui le due famiglie si scambiavano garanzie o pegni in denaro (arrhae); ma non aveva la solennità e il potere vincolante che aveva tra i germani e che si mantenne nel diritto canonico medievale.

Matrimonio «in manu»

Il matrimonio in manu trasferiva la patria potestas dal padre sulla figlia nelle mani del marito. I rituali con i quali la sposa passava sotto l’autorità del sposo erano: il pane di farro, per acquisto e dopo lunga coabitazione.

  1. Il più solenne dei rituali (confarreatio), il sacrificio a Jupiter Farreus, era permesso solo ai patrizi. Solo i discendenti degli sposi uniti da questa cerimonia potevano aspirare ai collegi del clero.
  2. Il rituale più comune e permesso a ogni cittadino era la coemptio, una specie di vendita immaginaria, in cui lo sposo dava al padre delle monete di bronzo. Questo atto può essere stato in origine un vero acquisto della sposa, ma gli storici lo dubitano e considerano che rappresentasse un indennizzo al padre per la perdita di autorità sulla figlia.
  3. L’usus o pratica. Se una giovane nubile coabitava per più di un anno con un uomo dotato dei requisiti per il matrimonio passava a far parte della sua famiglia e prendeva il posto di una figlia. Se lei non era d’accordo, la legge le permetteva di far ritorno alla casa di suo padre ogni anno per tre notti (trinoctium). Se questo accadeva, il padre manteneva la sua autorità su di lei, seppure fosse un’autorità fittizia. Il trinoctium dava la possibilità di contrarre matrimonio sine manu, nei quali la moglie non era soggetta alla patria potestas del marito.

Questo matrimonio fece della famiglia romana un regime dispotico patriarcale, in cui la moglie non aveva una posizione giuridica definita, ma si trovava in loco filiae. Il marito che aveva la manus era libero di divorziare dalla moglie, ma lei non poteva divorziare da lui; inoltre tutte le proprietà che portava con sé nel matrimonio diventavano del marito. Questo tipo di matrimonio cadde in disuso nel tardo periodo repubblicano: in età imperiale (II d.C.) diventarono di norma comune i matrimoni liberi.

Matrimoni liberi

La crescente popolarità dei matrimoni liberi assicurò particolari privilegi alla matrona romana, che pure rimase sotto l’autorità tecnica del padre, ma poteva aspirare a un’emancipazione formale, in particolare dopo la morte del genitore. Grazie alle leggi di Augusto, una donna che avesse partorito tre figli era completamente libera da ogni tutela; inoltre la matrona poteva divorziare dal marito. Questo avvenne perché il più libero stile di vita rese la patria potestas ancora più intollerabile alle donne.

La svolta decisiva avvenne per le transazioni economiche connesse al matrimonio: la dote fornita allo sposo dalla sposa tendeva ad aumentare: questo poteva disincentivare i matrimoni. Per evitare ciò, Augusto dispose che i padri fossero obbligati per legge a provvedere alla dote di ogni figlia – ma le famiglie erano riluttanti a perdere la proprietà su doti diventate consistenti. Un matrimonio in manu non dava alcuna certezza che la dote giovasse agli interessi della sposa o della sua famiglia; mentre i matrimoni liberi permettevano alla sposa di pretendere che il marito le rendesse conto dell’utilizzo della dote, e che le fosse restituita in caso di scioglimento dell’unione.

Il matrimonio libero era fondato sul consenso bilaterale. Sia la famiglia della sposa che quella dello sposo concorrevano a formare il capitale della nuova famiglia, ed entrambi gli sposi avevano voce in capitolo per il suo utilizzo finale. Tra il 300 e il 500 circa, le regole matrimoniali dell’impero furono praticamente rovesciate, spostando gran parte degli oneri matrimoniali dalla sposa allo sposo. Ma per avanzare delle ipotesi sul motivo di questo cambiamento, è necessario prima considerare l’età in cui i romani giungevano al matrimonio.

Età matrimoniale

Nel mondo classico le ragazze che giungevano al loro primo matrimonio erano molto giovani, almeno tra le classi più abbienti. Per Esiodo e Aristotele le ragazze si dovevano sposare a 18 anni, mentre per Senofonte l’età ideale era 14 anni; ma l’età del marito non viene fissata da nessuna parte – anche se è sempre descritto come un uomo maturo ed esperto.

A giudicare dalle iscrizioni, le giovani pagane si sposavano fra i 12 e i 15 anni: le leggi matrimoniali di Augusto penalizzavano le donne che non avevano avuto un figlio prima dei 20 anni, ma allo stesso tempo proibiva il fidanzamento di bambine di età inferiore ai 10 anni. La sua legislazione fa pensare che molte giovani si univano ai loro mariti all’età minima legale di 12 anni – mentre i mariti erano più anziani. La pratica dei matrimoni precoci si mantenne a lungo.

D’altro canto, gli uomini romani quando si sposavano erano nel pieno degli anni, e molti sceglievano di non sposarsi affatto. Aristotele consiglia loro di rimandare il matrimonio fino ai 37 anni, quando le loro passioni si siano raffreddate e siano capaci di generare figli equilibrati. Affermava che marito e moglie sarebbero invecchiati insieme, e questo dimostra la minore aspettativa di vita delle donne. L’età matura degli uomini al primo matrimonio è quasi sempre associata all’alta percentuale degli uomini che decidevano di rimanere scapoli: questo è vero per la società del primo impero. Fino alla fine del II sec. d.C. l’impero cercò di incoraggiare i matrimoni: Augusto, con la Lex Papia Popaea imponeva multe agli scapoli (coelibes) o a coloro che non avevano figli (orbi). Ma la riluttanza al matrimonio era anche provocata dalla contemporanea inflazione della dote.

Secondo queste osservazioni, ci sarebbero dovute essere un gran numero di donne non sposate, ma nei documenti le donne nubili si incontrano raramente. La società antica non aveva istituzioni paragonabili ai conventi medievali, atte ad accogliere le giovani che non si sposavano, e nel latino classico manca la parola per «zitella», seppure una donna potesse essere illocabilis. Probabilmente il rapporto numerico fra uomini e donne era condizionato dalla pratica di esporre i bambini: è più probabile che fossero scelte le femmine, anziché i maschi. Una legge che si credeva promulgata da Romolo esigeva che i cittadini dovessero allevare tutti i figli maschi, ma solo la primogenita fra le femmine. Probabilmente le famiglie reagivano agli alti costi necessari per procurare un marito alle figlie. Tra il 300 e il 600 circa, quando le condizioni del matrimonio stavano volgendo a favore della sposa, l’età matrimoniale degli uomini sembra diminuire, mentre cresce quella della donna.

La politica del governo romano, durante l’impero cristiano, riflette una crescente riluttanza delle donne a sposarsi. Nel 320, senza dubbio sotto l’influenza cristiana, l’imperatore Costantino abrogò le leggi matrimoniali di Augusto – ma questo peggiorò la minaccia di spopolamento. Il cambio delle leggi decretò anche il cambiamento radicale dell’età matrimoniale.

Bisogna considerare i cambiamenti culturali del tempo che, sull’onda di correnti di pensiero orientali, facevano perdere prestigio al matrimonio e alla procreazione, per favorire il celibato, che offriva la libertà di riflettere sulle verità soprannaturali. La posizione ortodossa affermava che il matrimonio era uno stato dignitoso, ma inferiore alla verginità e alla vedovanza: una vita consacrata alla verginità era considerata particolarmente adatta alle donne. Per la prima volta il matrimonio è criticato dal punto di vista femminile. In una lettera alle sorelle, san Leandro passa in rassegna gli svantaggi del matrimonio: le sofferenze e i pericoli del parto, il disagio di accudire i bambini, la subordinazione al marito. Bisogna considerare che nel basso impero le donne, almeno nelle città, erano divenute capaci di intraprendere una carriera e mantenersi da sole: non dovevano sposarsi se non lo volevano. In questo momento storico, il matrimonio non era l’unica carriera possibile per le donne, né il valore dominante della loro vita.

Genitori e figli

L’atteggiamento degli antichi verso i bambini è paradossale. È indubbio che i genitori amassero i figli, come ci testimoniano l’enorme quantità di iscrizioni tombali dedicati a bambini defunti. Le iscrizioni riportano con sorprendente precisione l’età dei bambini defunti, misurando la durata della loro breve permanenza sulla terra in mesi, giorni, a volte perfino in ore. Tuttavia il trattamento ricevuto dai bambini era spesso severo, se non brutale: l’esposizione dei bambini indesiderati era una pratica comune e la pedagogia delle scuole era notoriamente rigida.

Il senso del limite

A partire dal tardo periodo repubblicano e per tutta la durata dell’impero cristiano, gli scrittori esprimono la convinzione che il mondo fosse già troppo affollato, accompagnata dalla teoria della vecchiezza del cosmo. Questa visione era congeniale ai cristiani, che vi ravvisano una prossima fine del mondo. Questo giustificava l’alto valore attribuito alla verginità. All’interno della comunità cristiana il matrimonio era considerato come una concessione accordata ai moralmente deboli: per sant’Agostino il matrimonio non era opportuno se non per coloro che non erano in grado di dominarsi. Nel considerare la verginità superiore al matrimonio, e la mancanza di figli superiore alla condizione di genitori, i teologi cristiani dovettero affrontare una conseguenza evidente: con questi dettami, il genere umano non sarebbe durato più di una generazione. Anche per i pagani la densità della popolazione umana giustificava la verginità e la limitazione delle nascite, ma i liberi po...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Armilla di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Grillo Paolo.
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