Introduzione
Nel libro verrà trattato in prevalenza il periodo compreso fra il XIV e il XV secolo, caratterizzati dall’emergere del gruppo sociale oggetto della ricerca e della documentazione che ne rende possibile lo studio; ma si risalirà fino al XII e al XIII secolo – il periodo in cui si può rintracciare l’origine e le prime manifestazioni del fenomeno, dato che già si avviava il grande rinnovamento sociale, religioso, politico e culturale chiamato «rinascita del XII secolo». Il fenomeno verrà studiato su scala europea.
Uomini di cultura
Uno degli elementi più problematici della ricerca è costituito dall’espressione «uomini di cultura». Infatti, la lingua medievale non possedeva questa espressione. Si ricorreva a termini come vir letteratus, clericus, magister, philosophus. Lo stesso termine «intellettuale» è anacronistico riferito al Medioevo; termini come «diplomato» o «graduato» sarebbero limitanti. Si potrebbe usare «uomini del libro», ma ciò sottintenderebbe due falsità: che avessero il monopolio sul libro, e che il loro operato si limitasse ad attività scritte e non legate all’oralità. La formula «uomini di cultura» risulta allora la più neutra. Questa espressione sottintende due elementi: il controllo di un certo livello e di un certo tipo di conoscenze, e la rivendicazione di queste competenze pratiche fondate su saperi acquisiti in via preliminare.
Questa rivendicazione è ammessa dalla società del tempo: è alla fine del Medioevo che questi uomini divengono numerosi e di peso sociale tale da farli considerare un gruppo specifico. Semplificando, nell’Alto Medioevo l’uomo di cultura era semplicemente il vir letteratus, colui che sapeva leggere e scrivere in un latino più o meno corretto. Inoltre, l’identità fra letterati e chierici era quasi totale: i laici, quasi per definizione, erano considerati illetterati.
A partire dal XII e XIII sec. questo schema perde di valore. Il numero di laici letterati aumenta considerevolmente e il simultaneo progresso dei saperi e delle istituzioni dedite all’insegnamento determina un innalzamento generale del livello delle conoscenze, pur sempre ristretto a una élite. Era ormai diventato possibile, per chi ne avesse i mezzi, acquisire conoscenze di livello superiore, ma bisogna sottolineare che non era più sufficiente sapere leggere e scrivere per essere un uomo di cultura.
Ma se questa parte potrà aiutarci semplicemente a rispondere a «Che cosa è, nel Medioevo un intellettuale?»; la seconda e la terza parte del libro risponderanno a diverse domande. Qual era il tipo e più precisamente il livello di funzioni sociali a cui davano accesso le competenze di questi uomini? Gli uomini di cultura si sono semplicemente distribuiti all’interno dei ceti tradizionali, o sono giunti a una presa di coscienza tale da riuscire a emanciparsi?
I fondamenti della cultura
I saperi: il latino e Aristotele
Uno dei principali caratteri della cultura dotta del Medioevo è il posto di primo piano occupato dal latino, tanto che quella del Medioevo è stata definita una «civiltà bilingue». Eppure, nell’Alto Medioevo il latino non era più parlato in nessun paese e si erano ormai affermati i nuovi volgari, distinti in fiorenti sottogruppi dialettali; alla fine del Medioevo questi potevano già vantare una notevole tradizione. Il volgare era la lingua dell’alta aristocrazia e del popolo, e spesso l’unica lingua parlata dagli stessi principi. Nonostante ciò, si continuò a mettere in dubbio lo status del volgare: fino al XV sec. i grammatici ne ignorarono l’esistenza e non ve ne fu un vero insegnamento.
Lo status del latino era molto diverso: il suo prestigio aveva radici remote, nella rinascita carolingia (VIII – IX sec). Era il periodo in cui, mentre i volgari erano ormai affermati, il latino tornava a una relativa purezza, arroccandosi ancora di più nella sua posizione di lingua dotta. Il latino medievale era una lingua sacra, della Scrittura, della liturgia e del culto. Il volgare era limitato nella pratica alla predicazione rivolta ai laici. La traduzione in volgare di opere religiose, se non era espressamente vietate, erano eventi eccezionali. Il latino era anche il supporto dell’eredità classica, seppure incompleta: praticamente l’intero patrimonio culturale che l’Occidente vantava era ancora in latino.
L’uso del latino variava considerevolmente: anche nelle università o nelle cancellerie il latino era ormai cristallizzato, ridotto a una sintassi elementare e a formule stereotipate. Dopo la nascita dell’Umanesimo si sentì la necessità di andare a ricercare, soprattutto in Cicerone, una nuova eleganza. Ciò non frenò l’avanzata dei volgari, sostenuti dal risveglio dei sentimenti nazionali: inoltre, alcuni scrittori cominciarono a usare sempre più spesso il volgare. Nel XIV – XV sec. si assiste a un forte arretramento del latino negli archivi principeschi e cittadini.
Ma l’avanzata delle lingue volgari non ha determinato un vero regresso del latino: anzi, si può dire che la diglossia medievale ne sia stata rinforzata. Mentre perdeva la sua legittimità culturale, il latino – sostenuto dalla Chiesa e dalla scuola – vedeva crescere il suo valore come segno di riconoscimento sociale ed elemento dell’ordine costituito, rimanendo anche la lingua della memoria. Nel Medioevo la formazione non si limitava allo studio del latino, ma veniva completata dall’iniziazione alla «filosofia». Fino al XV sec., si continuò a ricorrere alla classificazione delle sette arti liberali, ma di fatto già nel XIII sec. questa ripartizione tradizionale aveva smesso di essere veramente operativa.
Le sette arti liberali nel Medioevo
| Trivium | Quadrivium |
|---|---|
| - Grammatica → Latino + Filosofia | - Aritmetica |
| - Dialettica naturale → Logica | - Geometria |
| - Retorica morale | - Musica |
| - Astronomia |
Se la grammatica era rappresentata dal latino, e per lo studio delle materie scientifiche si rimandava a manuali redatti nel Medioevo, quasi tutto il resto veniva basato su Aristotele: infatti, dal 1200 divennero accessibili nella traduzione latina le sue opere filosofiche. Dapprima proibito, l’insegnamento di Aristotele cominciò a essere tollerato: accolto all’università di Parigi, si diffuse in molte facoltà. A questo predominio, seguì il quasi totale oblio di Platone.
Ciò non vuol dire che gli intellettuali medievali professassero l’aristotelismo come sistema filosofico coerente. Vi furono gli «aristotelici integrali», i cui seguaci dovettero affrontare le ostilità della Chiesa: il loro pensiero, visto alla luce del commento di Averroè, li portava a professare dottrine mal conciliabili con il Cristianesimo. Gli ostacoli più vistosi erano l’eternità del mondo e l’unità dell’intelletto agente, ossia la negazione dell’esistenza dell’anima. Per gli altri intellettuali, l’aristotelismo era una sorta di koinè, un insieme di modi di dire e pensare; ed era prima di tutto una logica, un’arte del sillogismo – ragionamento molto amato dagli intellettuali medievali.
Dallo studio di Aristotele si ricavarono non solo le tecniche dell’esposizione e dell’argomentazione, ma schemi esplicativi e classificazioni applicabili a ogni sorta di fenomeni. Ne risultava una visione del mondo coerente, che interessava in primo luogo l’universo fisico, basato sulla teoria dei quattro elementi e del sistema di sfere celesti.
I testi di filosofia morale e politica, non sottoscritti completamente e associati al diritto romano, finirono col costituire una sorta di vulgata universalmente accettata; fondata sulla definizione della virtù come pratica del giusto mezzo, della moderazione e della misura.
Saperi legittimi e saperi marginali
Tutte le classificazioni del sapere riconducevano a uno schema globale che ammetteva solo delle scienze preparatorie (scientiae primitivae) – organizzate dal sistema superato delle 7 arti liberali – e una scienza sacra, lo studio del testo rilevato (sacra pagina). Il ruolo centrale era riservato al latino e Aristotele, lasciando ostentatamente ai margini dei saperi legittimi un grande numero di discipline.
Il motivo di queste omissioni, volute dai fautori di un’educazione liberale ma insieme religiosa, è chiaro: si trattava di rifiutare da una parte le arti meccaniche, abilità troppo tecniche, manuali e quindi degradanti, e dall’altra le scienze profane o lucrative, il cui fine era soddisfare le ambizioni puramente mondane. Probabilmente si temeva che certi saperi appagassero la vana curiosità e il gusto gratuito della fantasia intellettuale. A questi timori si aggiungeva il soffocante peso delle tradizioni scolastiche.
Era escluso tutto ciò che aveva attinenza con il volgare. Le belle lettere, anche in latino, erano bandite dalle scuole. I classici potevano servire per illustrare la grammatica, ma nelle scuole non vi era una formazione letteraria. Gli umanisti ricaveranno dai loro modelli lezioni non solo di stile, ma di estetica e morale: niente di simile presso i predecessori medievali, sordi al fascino della lingua classica e alla curiosità disinteressata per le antiche civiltà.
Se il XII sec. fu il secolo della storiografia medievale, nell’epoca seguente la storia fu esclusa dai programmi delle nuove università. Il trionfo di Aristotele privilegiò un tipo di pensiero che ignorava la dimensione storica. Tuttavia, un interesse storiografico sopravvisse, soprattutto in relazione all’utilità che ne traevano gli uomini di corte – essendo una cultura condivisa con il sovrano e gli altri nobili.
Fu soprattutto la cultura tecnico-scientifica a fare le spese dell’indifferenza universitaria. Anche le discipline che facevano parte del quadrivium venivano liquidate nel giro di poche lezioni – e comunque ne veniva favorito il lato più astratto e teorico. Gli interessati, per soddisfare le loro curiosità intorno a materie come ad esempio chimica, zoologia e botanica non avevano altro mezzo che la letteratura; per di più su testi di contemporanei che si erano limitati a saccheggiare le opere degli antichi, più per accumulare interpretazioni allegoriche che per amore di scientificità.
Il sapere degli artigiani, i più famosi dei quali godevano nel XIII sec. di un alto prestigio sociale, si tramandava soprattutto attraverso l’apprendistato, secondo procedure di cui non ci rimane traccia.
Nelle élite intellettuali mancava una cultura economica. Una vivace cultura nella classe mercantile andava sviluppandosi, portando questi uomini non soltanto a imparare nozioni utili alla propria professione, ma indirizzando la loro ispirazione verso la scrittura di memoriali privati.
Bisogna concludere che contrappunto del chierico era tradizionalmente considerato il cavaliere, amante della letteratura di svago ma non dello studio che ne permetteva la lettura. Seppure vi dovessero essere anche non pochi casi di milites litterati, l’ideale classico della paideia era pressoché sconosciuto nel Medioevo.
Le discipline superiori: teologia, medicina e diritto
I saperi realmente valorizzati nell’immagine della cultura dotta del tardo Medioevo erano le discipline delle sole tre facoltà superiori esistenti: teologia, medicina e diritto.
- Teologia: La scienza sacra, chiamata sempre più spesso (dal XII sec.) «teologia», comprendeva due parti: il commento alla Bibbia e lo studio sistematico del dogma cristiano. Questa supremazia permetteva ai teologi una sorta di controllo sugli altri saperi, di cui verificavano l’ortodossia. Di fatto, la teologia fu sempre piuttosto limitata: se era naturale pensare che fosse preclusa ai laici, era anche ristretto il numero dei chierici che ne ricevevano una reale formazione: basti pensare che, all’università di Parigi, per l’intero corso di studi occorrevano quindici anni.
- Medicina: Ancora meno numerosi dei teologi erano i medici – almeno quelli che avevano conseguito un titolo universitario (non bisogna considerare i guaritori, i barbieri o i chirurghi) - considerati all’epoca alla stregua di artigiani. La medicina ha faticato perché la sua dignità fosse riconosciuta, infatti spesso veniva considerata una mera arte meccanica applicata alla cura del corpo. Alle critiche risposero i nuovi maestri dei grandi centri universitari, rivendicando l’utilità sociale e il fondamento teorico della disciplina, da ricercare in Aristotele e Galeno.
- Diritto: La disciplina dominante, sia dal punto di vista numerico che sotto il profilo della considerazione sociale, fu sicuramente il diritto: il Medioevo fu per i giuristi un’età dell’oro.
Utilità sociale o cultura generale?
La cultura dotta della fine del Medioevo dichiarava le sue finalità pratiche e la sua intenzione di perseguire l’utilità sociale. Era opinione comune che le conoscenze acquisite dagli uomini di cultura dovessero portare all’assunzione di incarichi socialmente legittimi. Si studiava teologia per diventare predicatori, medicina per curare gli ammalati e diritto per essere giudici o avvocati. Per le arti liberali non si poteva indicare con la stessa chiarezza una funzione sociale; d’altronde erano materie propedeutiche a uno studio superiore, e su di loro incombeva la possibilità dello studio come svago culturale.
Per questo, l’uomo di cultura contava di ottenere, a titolo di riconoscimento, la propria ammissione nell’aristocrazia. Questo aspetto utilitaristico, che spesso portò la cultura a privilegiare le procedure tecniche rispetto alla curiosità intellettuale, suscitò le critiche degli umanisti che videro nei loro predecessori la quasi totale assenza di spirito di ricerca e scarso senso critico. Tuttavia, questa immagine della cultura medievale deve fare i conti con due obiezioni.
- Il riconoscimento dell’utilità sociale della cultura dotta era tutt’altro che unanime: Ciò nonostante, l’idea che le competenze intellettuali potessero fungere da fattori di regolazione sociale compì continui progressi a partire dal XII sec.
- Le principali discipline non sembrano piegarsi al concetto di utilità sociale: Per quali potessero essere le finalità delle loro discipline, difficilmente gli studiosi si misuravano realmente con la messa in atto del loro sapere. Eppure, seppure le testimonianze siano limitate, già all’epoca non si era totalmente insensibili a questo squilibrio e si cercò, invano, di portare avanti delle riforme. Sorsero nuove tipologie di università, ma furono di breve durata: le autorità unirono i loro sforzi per limitarle e imporre il mantenimento dello status quo. Ciò non fece che accentuare alcune fra le tendenze più discutibili dell’epoca: il primato dell’autorità, l’ossessione dell’eterodossia, la sostituzione dei testi originali con florilegi, sunti e manuali, l’ipertrofia della memoria.
Cultura dotta, cultura popolare
La cultura dotta era palesemente elitaria. L’élite ha sempre rappresentato una minoranza esigua e prevalentemente maschile. Il sapere era difficilmente accessibile, in primo luogo per l’indispensabile conoscenza preliminare del latino. Richiedeva quasi sempre lunghi studi e il possesso di libri costosi. Di solito gli uomini di cultura avevano la forte consapevolezza dei loro meriti e del loro valore e sembra che la modestia non fosse la loro qualità dominante: non erano forse presenti le condizioni necessarie perché costituissero una casta chiusa, definita dal possesso di saperi inaccessibili agli uomini comuni?
La risposta a questa domanda è innanzitutto sociale, dato che la casta si forma dove gli intellettuali costituiscono un gruppo endogamo; ma il problema è anche culturale. È vero che gli intellettuali e il resto della popolazione si fronteggiassero come universi distinti? Entrambi non condividevano quella che potremmo definire una «cultura popolare»?
È difficile rispondere dato che, ad esempio, non abbiamo dati sull’alfabetizzazione del tempo. Eppure molti bambini venivano avviati allo studio della scrittura in una delle scuole che costituivano la rete di formazione sul territorio, e il numero non trascurabile di scritti “burocratici” testimonia almeno l’esistenza di una sorta di cultura giuridica popolare. Con le altre discipline, il fossato doveva essere maggiore. Nonostante ciò, un campo era comune: quello della fede cristiana, dato che questo è un periodo di unanimismo religioso. Lo sviluppo della devozione laica è un fenomeno generale della fine del Medioevo e coinvolgeva tanto gli uomini e le donne di umile estrazione quanto i letterati. Pensiamo ai numerosi exempla di cui facevano uso i predicatori: non sembra impossibile che questi fossero prestiti consapevoli della cultura popolare, destinati a catturare l’attenzione dei fedeli.
Gli studi
Quasi tutti gli uomini di cultura avevano ricevuto una formazione di tipo scolastico, spesso anche per periodi molto lunghi. Non possiamo escludere che esistessero degli autodidatti; ma bisogna considerare che l’autodidatta moderno nasce con il libro stampato: nel Medioevo, era la scuola il luogo di apprendimento del sapere. La scuola divenne anche un terreno di azione politica: il compito di aprire e chiudere le scuole fu assunto dalla Chiesa, dalle città e dai principi. Occorreva garantire la conversazione e la diffusione di alcune discipline, con la sorveglianza dell’ortodossia.
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