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Introduzione

Nel libro verrà trattato in prevalenza il periodo compreso fra il XIV e il XV secolo, caratterizzati dal-

l’emergere del gruppo sociale oggetto della ricerca e della documentazione che ne rende possibile

lo studio; ma si risalirà fino al XII e al XII secolo – il periodo in cui si può rintracciare l’origine e le

prime manifestazioni del fenomeno, dato che già si avviava il grande rinnovamento sociale, religio -

so, politico e culturale chiamato «rinascita del XII secolo». Il fenomeno verrà studiato su scala eu-

ropea.

Uno degli elementi più problematici della ricerca è costituito dall’espressione «uomini di cultura».

Infatti, la lingua medievale non possedeva questa espressione. Si ricorreva a termini come vir lette-

ratus, clericus, magister, philosophus. Lo stesso termine «intellettuale» è anacronistico riferito al

Medioevo; termini come «diplomato» o «graduato» sarebbero limitanti. Si potrebbe usare «uomi-

ni del libro», ma ciò sottintenderebbe due falsità: che avessero il monopolio sul libro, e che il loro

operato si limitasse ad attività scritte e non legate all’oralità. La formula «uomini di cultura» risulta

allora la più neutra. Questa espressione sottintende due elementi:

il controllo di un certo livello e di un certo tipo di conoscenze,

– la rivendicazione di queste competenze pratiche fondate su saperi acquisiti in via prelimi-

– nare.

Questa rivendicazione è ammessa dalla società del tempo: è alla fine del Medioevo che

questi uomini divengono numerosi e di peso sociale tale da farli considerare un gruppo spe-

cifico.

Semplificando, nell’Alto Medioevo l’uomo di cultura era semplicemente il vir letteratus, colui che

sapeva leggere e scrivere in un latino più o meno corretto. Inoltre, l’identità fra letterati e chierici

era quasi totale: i laici, quasi per definizione, erano considerati illetterati.

A partire dal XII e XIII sec. questo schema perde di valore. Il numero di laici letterati aumenta

considerevolmente e il simultaneo progresso dei saperi e delle istituzioni dedite all’insegnamento

determina un innalzamento generale del livello delle conoscenze, pur sempre ristretto a una élite.

Era ormai diventato possibile, per chi ne avesse i mezzi, acquisire conoscenze di livello superiore,

ma bisogna sottolineare che non era più sufficiente sapere leggere e scrivere per essere un uomo

di cultura.

Ma se questa parte potrà aiutarci semplicemente a rispondere a «Che cosa è, nel Medioevo un in-

tellettuale?»; la seconda e la terza parte del libro risponderanno a diverse domande. Qual era il

tipo e più precisamente il livello di funzioni sociali a cui davano accesso le competenze di questi

uomini? Gli uomini di cultura si sono semplicemente distribuiti all’interno dei ceti tradizionali, o

sono giunti a una presa di coscienza tale da riuscire a emanciparsi?

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I fondamenti della cultura I SAPERI

Le basi: il latino e Aristotele

Uno dei principali caratteri della cultura dotta del Medioevo è il posto di primo piano occupato dal

latino, tanto che quella del Medioevo è stata definita una «civiltà bilingue». Eppure, nell’Alto Me-

dioevo il latino non era più parlato in nessun paese e si erano ormai affermati i nuovi volgari, di -

stinti in fiorenti sottogruppi dialettali; alla fine del Medioevo questi potevano già vantare una note-

vole tradizione. Il volgare era la lingua dell’alta aristocrazia e del popolo, e spesso l’unica lingua

parlata dagli stessi principi. Nonostante ciò, si continuò a mettere in dubbio lo status del volgare:

fino al XV sec. i grammatici ne ignorarono l’esistenza e non ve ne fu un vero insegnamento.

Lo status del latino era molto diverso: il suo prestigio aveva radici remote, nella rinascita carolin-

gia (VIII – IX sec). Era il periodo in cui, mentre i volgari erano ormai affermati, il latino tornava a una

relativa purezza, arroccandosi ancora di più nella sua posizione di lingua dotta. Il latino medievale

era una lingua sacra, della Scrittura, della liturgia e del culto. Il volgare era limitato nella pratica alla

predicazione rivolta ai laici. La traduzione in volgare di opere religiose, se non era espressamente

vietate, erano eventi eccezionali. Il latino era anche il supporto dell’eredità classica, seppure in-

completa: praticamente l’intero patrimonio culturale che l’Occidente vantava era ancora in latino.

L’uso del latino variava considerevolmente: anche nelle università o nelle cancellerie il latino era

ormai cristallizzato, ridotto a una sintassi elementare e a formule stereotipate. Dopo la nascita del -

l’Umanesimo si sentì la necessità di andare a ricercare, soprattutto in Cicerone, una nuova elegan-

za. Ciò non frenò l’avanzata dei volgari, sostenuti dal risveglio dei sentimenti nazionali: inoltre, al-

cuni scrittori cominciarono a usare sempre più spesso il volgare. Nel XIV – XV sec. si assiste a un

forte arretramento del latino negli archivi principeschi e cittadini.

Ma l’avanzata delle lingue volgari non ha determinato un vero regresso del latino: anzi, si può

dire che la diglossia medievale ne sia stata rinforzata. Mentre perdeva la sua legittimità culturale, il

latino – sostenuto dalla Chiesa e dalla scuola – vedeva crescere il suo valore come segno di ricono-

scimento sociale ed elemento dell’ordine costituito, rimanendo anche la lingua della memoria.

Nel Medioevo la formazione non si limitava allo studio del latino, ma veniva completata dall’inizia-

zione alla «filosofia». Fino al XV sec., si continuò a ricorrere alla classificazione delle sette arti libe-

rali, ma di fatto già nel XIII sec. questa ripartizione tradizionale aveva smesso di essere veramente

operativa. LE SETTE ARTI LIBERALI NEL MEDIOEVO

Trivium Quadrivium

- Aritmetica

- Grammatica → Latino + Filosofia

- Geometria

- Dialettica naturale e

→ Logica - Musica

- Retorica morale

- Astronomia

Se la grammatica era rappresentato dal latino, e per lo studio delle materie scientifiche si rimanda-

va a manuali redatti nel Medioevo, quasi tutto il resto veniva basato su Aristotele: infatti, dal 1200

divennero accessibili nella traduzione latina le sue opere filosofiche. Dapprima proibito, l’insegna-

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mento di Aristotele cominciò a essere tollerato: accolto all’università di Parigi, si diffuse in molte

facoltà. A questo predominio, seguì il quasi totale oblio di Platone.

Ciò non vuol dire che gli intellettuali medievali professassero l’aristotelismo come sistema filoso-

fico coerente. Vi furono gli «aristotelici integrali», i cui seguaci dovettero affrontare le ostilità della

Chiesa: il loro pensiero, visto alla luce del commento di Averroè, li portava a professare dottrine

mal conciliabili con il Cristianesimo. Gli ostacoli più vistosi erano l’eternità del mondo e l’unità del-

l’intelletto agente, ossia la negazione dell’esistenza dell’anima. Per gli altri intellettuali, l’aristoteli -

smo era una sorta di koinè, un insieme di modi di dire e pensare; ed era prima di tutto una logica,

un’arte del sillogismo – ragionamento molto amato dagli intellettuali medievali.

Dallo studio di Aristotele si ricavarono non solo le tecniche dell’esposizione e dell’argomentazio-

ne, ma schemi esplicativi e classificazioni applicabili a ogni sorta di fenomeni. Ne risultava una vi-

sione del mondo coerente, che interessava in primo luogo l’universo fisico, basato sulla teoria dei

quattro elementi e del sistema di sfere celesti.

I testi di filosofia morale e politica, non sottoscritti completamente e associati al diritto romano,

finirono col costituire una sorta di vulgata universalmente accettata; fondata sulla definizione della

virtù come pratica del giusto mezzo, della moderazione e della misura.

Saperi legittimi e saperi marginali

Tutte le classificazioni del sapere riconducevano a uno schema globale che ammetteva solo delle

scienze preparatorie (scientiae primitivae) – organizzate dal sistema superato delle 7 arti liberali – e

una scienza sacra, lo studio del testo rilevato (sacra pagina). Il ruolo centrale era riservato al latino

e Aristotele, lasciando ostentatamente ai margini dei saperi legittimi un grande numero di discipli-

ne.

Il motivo di queste omissioni, volute dai fautori di un’educazione liberale ma insieme religiosa, è

chiaro: si trattava di rifiutare da una parte le arti meccaniche, abilità troppo tecniche, manuali e

quindi degradanti, e dall’altra le scienze profane o lucrative, il cui fine era soddisfare le ambizioni

puramente mondane. Probabilmente si temeva che certi sapere appagassero la vana curiosità e il

gusto gratuito della fantasia intellettuale. A questi timori si aggiungeva il soffocante peso delle tra-

dizioni scolastiche.

Era escluso tutto ciò che aveva attinenza con il volgare.

– Le belle lettere, anche in latino, erano bandite dalle scuole. I classici potevano servire per il -

– lustrare la grammatica, ma nelle scuole non vi era una formazione letteraria. Gli umanisti

ricaveranno dai loro modelli lezioni non solo di stile, ma di estetica e morale: niente di simi-

le presso i predecessori medievali, sordi al fascino della lingua classica e alla curiosità disin-

teressata per le antiche civiltà.

Se il XII sec. fu il secolo della storiografia medievale, nell’epoca seguente la storia fu esclusa

– dai programmi delle nuove università. Il trionfo di Aristotele privilegiò un tipo di pensiero

che ignorava la dimensione storica. Tuttavia, un interesse storiografico sopravvisse, soprat-

tutto in relazione all’utilità che ne traevano gli uomini di corte – essendo una cultura condi-

visa con il sovrano e gli altri nobili.

Fu soprattutto la cultura tecnico-scientifica a fare le spese dell’indifferenza universitaria.

– Anche le discipline che facevano parte del quadrivium venivano liquidate nel giro di poche

lezioni – e comunque ne veniva favorito il lato più astratto e teorico. Gli interessati, per sod-

disfare le loro curiosità intorno a materie come ad es. chimica, zoologia e botanica non ave-

vano altro mezzo che la letteratura; per di più su testi di contemporanei che si erano limitati

a saccheggiare le opere degli antichi, più per accumulare interpretazioni allegoriche che per

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amore di scientificità.

Il sapere degli artigiani, i più famosi dei quali godevano nel XIII sec. di un alto prestigio so-

– ciale, si tramandava soprattutto attraverso l’apprendistato, secondo procedure di cui non ci

rimane traccia.

Nelle élite intellettuali mancava una cultura economica. Una vivace culturale nella classe

– mercantile andava sviluppandosi, portando questi uomini non soltanto a imparare nozioni

utili alla propria professione, ma indirizzando la loro ispirazione verso la scrittura di memo-

riali privati.

Bisogna concludere che contrappunto del chierico era tradizionalmente considerato il cavaliere,

amante della letteratura di svago ma non dello studio che ne permetteva la lettura. Seppure vi do-

vessero essere anche non pochi casi di milites litterati, l’ideale classico della paideia era pressoché

sconosciuto nel Medioevo.

Le discipline superiori: teologia, medicina e diritto

I saperi realmente valorizzati nell’immagine della cultura dotta del tardo Medioevo erano le disci-

pline delle sole tre facoltà superiori esistenti: teologia, medicina e diritto.

1) La scienza sacra, chiamata sempre più spesso (dal XII sec.) «teologia», comprendeva due

parti: il commento alla Bibbia e lo studio sistematico del dogma cristiano. Questa supre-

mazia permetteva ai teologi una sorta di controllo sugli altri saperi, di cui verificavano l’or-

todossia.

Di fatto, la teologia fu sempre piuttosto limitata: se era naturale pensare che fosse preclusa

ai laici, era anche ristretto il numero dei chierici che ne ricevevano una reale formazione:

basti pensare che, all’università di Parigi, per l’intero corso di studi occorrevano quindici

anni.

2) Ancora meno numerosi dei teologi erano i medici – almeno quelli che avevano conseguito

un titolo universitario (non bisogna considerare i guaritori, i barbieri o i chirurghi) - conside-

rati all’epoca alla stregua di artigiani. La medicina ha faticato perché la sua dignità fosse ri -

conosciuta, infatti spesso veniva considerata una mera arte meccanica applicata alla cura

del corpo. Alle critiche risposero i nuovi maestri dei grandi centri universitari, rivendicano

l’utilità sociale e il fondamento teorico della disciplina, da ricercare in Aristotele e Galeno.

3) La disciplina dominante, sia dal punto di vista numerico che sotto il profilo della considera-

zione sociale, fu sicuramente il diritto: il Medioevo fu per i giuristi un’età dell’oro.

Utilità sociale o cultura generale?

La cultura dotta della fine del Medioevo dichiarava le sue finalità pratiche e la sua intenzione di

perseguire l’utilità sociale. Era opinione comune che le conoscenze acquisite dagli uomini di cultura

dovessero portare all’assunzione di incarichi socialmente legittimi. Si studiava teologia per diventa-

re predicatori, medicina per curare gli ammalati e diritto per essere giudici o avvocati. Per le arti li-

berali non si poteva indicare con la stessa chiarezza una funzione sociale; d’altronde erano materie

propedeutiche a uno studio superiore, e su di loro incombeva la possibilità dello studio come svago

culturale.

Per questo, l’uomo di cultura contava di ottenere, a titolo di riconoscimento, la propria ammis-

sione nell’aristocrazia. Questo aspetto utilitaristico, che spesso portò la cultura a privilegiare le

procedure tecniche rispetto alla curiosità intellettuale, suscitò le critiche degli umanisti che videro

nei loro predecessori la quasi totale assenza di spirito di ricerca e scarso senso critico. Tuttavia,

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questa immagine della cultura medievale deve fare i conti con due obiezioni.

Il riconoscimento dell’utilità sociale della cultura dotta era tutt’altro che unanime.

– Ciò nonostante, l’idea che le competenze intellettuali potessero fungere da fattori di regola-

zione sociale compì continui progressi a partire dal XII sec.

Le principali discipline non sembrano piegarsi al concetto di utilità sociale.

– Per quali potessero essere le finalità delle loro discipline, difficilmente gli studiosi si misura-

vano realmente con la messa in atto del loro sapere. Eppure, seppure le testimonianze sia-

no limitate, già all’epoca non si era totalmente insensibili a questo squilibrio e si cercò, inva-

no, di portare avanti delle riforme. Sorsero nuove tipologie di università, ma furono di bre-

ve durata: le autorità unirono i loro sforzi per limitarle e imporre il mantenimento dello sta-

tus quo. Ciò non fece che accentuare alcune fra le tendenze più discutibili dell’epoca: il pri-

mato dell’autorità, l’ossessione dell’eterodossia, lo sostituzione dei testi originali con florile-

gi, sunti e manuali, l’ipertrofia della memoria.

Cultura dotta, cultura popolare

La cultura dotta era palesemente elitaria. L’élite ha sempre rappresentato una minoranza esigua e

prevalentemente maschile. Il sapere era difficilmente accessibile, in primo luogo per l’indispensabi-

le conoscenza preliminare del latino. Richiedeva quasi sempre lunghi studi e il possesso di libri co-

stosi. Di solito gli uomini di cultura avevano la forte consapevolezza dei loro meriti e del loro valore

e sembra che la modestia non fosse la loro qualità dominante: non erano forse presenti le condi-

zioni necessarie perché costituissero una casta chiusa, definita dal possesso di saperi inaccessibili

agli uomini comuni?

La risposta a questa domanda è innanzitutto sociale, dato che la casta si forma dove gli in-

tellettuali costituiscono un gruppo endogamo; ma il problema è anche culturale. È vero che gli in-

tellettuali e il resto della popolazione si fronteggiassero come universi distinti? Entrambi non con-

dividevano quella che potremmo definire una «cultura popolare»?

È difficile rispondere dato che, ad esempio, non abbiamo dati sull’alfabetizzazione del tem-

po. Eppure molti bambini venivano avviati allo studio della scrittura in una delle scuole che costi-

tuivano la rete di formazione sul territorio, e il numero non trascurabile di scritti “burocratici” testi-

monia almeno l’esistenza di una sorta di cultura giuridica popolare. Con le altre discipline, il fossa-

to doveva essere maggiore. Nonostante ciò, un campo era comune: quello della fede cristiana,

dato che questo è un periodo di unanimismo religioso. Lo sviluppo della devozione laica è un feno-

meno generale della fine del Medioevo e coinvolgeva tanto gli uomini e le donne di umile estrazio-

ne quanto i letterati. Pensiamo ai numerosi exempla di cui facevano uso i predicatori: non sembra

impossibile che questi fossero prestiti consapevoli della cultura popolare, destinati a catturare l’at-

tenzione dei fedeli. GLI STUDI

Quasi tutti gli uomini di cultura avevano ricevuto una formazione di tipo scolastico, spesso anche

per periodi molto lunghi. Non possiamo escludere che esistessero degli autodidatti; ma bisogna

considerare che l’autodidatta moderno nasce con il libro stampato: nel Medioevo, era la scuola il

luogo di apprendimento del sapere.

La scuola divenne anche un terreno di azione politica: il compito di aprire e chiudere le scuole

fu assunto dalla Chiesa, dalle città e dai principi. Occorreva garantire la conversazione e la diffusio-

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ne di alcune discipline, con la sorveglianza dell’ortodossia.

Il sistema scolastico occidentale non era né completo, né perfettamente coerente, ma dovunque si

distingueva tre livelli di istruzione:

il «livello elementare», di solito lasciato all’iniziativa privata, contava su una modesta consi-

– derazione sociale e politica;

le università (studia generalia) erano il perno del sistema educativo medievale, beneficiava-

– no del massimo prestigio e monopolizzavano l’attenzione i favori dei poteri pubblici;

i centri di insegnamento, che si ponevano come alternative all’università, erano organismi

– recenti, locali, non omogenei, più o meno riusciti – alcuni di modesto livello, altri in concor-

renza con gli istituti accademici più prestigiosi.

Le scuole elementari

L’apprendimento elementare poteva avere luoghi in diversi contesti. Talvolta a casa, se la madre

era in grado di leggere e scrivere. Dato che ciò era raro, di solito ci si affidava a un precettore. Per

coloro che non potevano farne ricorso, restava la soluzione della scuola di latino: alla fine del Me-

dioevo ogni città poteva vantare la propria scuola di grammatica.

Gli abitanti delle campagne erano meno favoriti, ma non per questo votati all’analfabetismo.

Nei borghi di rilievo la presenza di piccole scuole era la norma – seppure non sempre funzionassero

regolarmente, per mancanza di fondi. I ragazzi di campagna più dotati venivano mandati a studiare

in città: i monasteri garantivano vitto e alloggio agli studenti, mentre altrove esistevano collegi, in

particolare destinati a ospitare gli allievi della scuola cattedrale.

Le piccole scuole di grammatica urbane o rurali erano inquadrate secondo sistemi istituzionali

diversi. Le più antiche erano quelle ecclesiastiche, sorte all’ombra di cattedrali, monasteri e abba-

zie; gli stessi ordini mendicanti aprirono studia in cui insegnavano uno o due lettori. Oltre a quelle

ecclesiastiche, c’erano vere scuole private, in cui i genitori pagavano maestri, spesso provvisti di

qualifiche improbabili. Questi maestri potevano essere preti indigenti, ma di solito si trattava di lai-

ci: in ogni caso, questa professione non faceva guadagnare granché, e aveva scarsa considerazione

sociale.

Dopo la metà del XIV sec. la maggior attenzione dell’élite verso l’insegnamento elementare de-

terminò la fioritura di nuove scuole, costituite con fondi pubblici o donazioni; ma non sempre la

Chiesa vide di buon occhio questa laicizzazione delle scuole.

In tutte queste scuole la base dell’insegnamento era il latino. L’apprendimento era passivo: i

bambini imparavano a memoria brani, tratti perlopiù dal repertorio liturgico.

Vi erano anche forme di istruzione elementare alternative. Le famiglie dei mercanti pagavano ai fi-

gli anche un «maestro d’abaco», ma la scrittura era finalizzata alla mera stesura di contratti. Veniva

poi lo studio della grammatica, con brevi esercizi di traduzione e composizione. Gli ordini mendi-

canti riuscirono ai creare nei loro studia corsi di teologia equivalenti a quelli universitari.

Per questo è ingiusto limitare la portata delle scuole elementari. Chi le frequentava per diversi

anni di studio poteva ambire a diventare un vero letterato: è quanto fecero molti notai, cancellieri

di tribunale, segretari di cancelleria; fra cui i detentori di titoli universitari erano rari.

L’università

Fra il XIII e il XV sec., l’istituzione universitaria contribuì a modellare i contorni, la composizione e la

coscienza di sé del gruppo degli uomini di cultura del tempo. Le prime università (Bologna, Parigi,

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Montpellier, Oxford) nacquero all’inizio del XIII sec. da scuole preesistenti ed ebbero in comune il

carattere di organismi autonomi di natura corporativa; ma non avendo precedenti, si formarono

secondo schemi diversissimi. Solo versò la metà del XIII sec. il papato li unificò sotto la dicitura di

studia generalia: l’effetto più importante fu quelli di trasformarli in istituzione della cristianità.

Nel spiegare la nascita dell’università, gli storici prendono due posizioni divergenti.

Per alcuni, il rinnovamento del sapere determinato da Aristotele e il fervore suscitato dalle

– nuove conoscenze avrebbe indotto maestri e studenti a organizzare istituzioni autonome in

grado di garantire libertà di espressione e insegnamento.

Altri pongono l’accento sulla pressione sociale di quanti aspiravano a ottenere qualifiche e

– diplomi che immettessero nelle carriere sempre più numerose nate con la riforma della

Chiesa e con la riorganizzazione dello Stato.

Un dato è certo: l’apparizione delle università non fu un fenomeno spontaneo, in quanto fu soste-

nuta da una volontà politica che consentì di vincere le resistenze conferendo alla nuova istituzione

uno status giuridico. L’appoggio delle alte gerarchie non fu disinteressato, aspettandosi lo sviluppo

delle discipline su cui fondavano la propria legittimità. Inoltre, gli studia formavano uomini compe-

tenti, in grado di mettersi al servizio dei potenti che avevano interesse a far trionfare le proprie

idee.

Le università mediterranee si ispiravano al modello di Bologna, con l’organizzazione e la gestione

affidata in parte o in tutto agli studenti; mentre nel nord Europa trionfava il modello parigino

dell’«università dei maestri», una federazione di scuole in cui ogni professore aveva piena autorità

sugli allievi e tutti gli organi direttivi erano in mano a docenti eletti. Nelle prime dominava l’inse-

gnamento del diritto; nelle seconde, che a lungo mantennero una forte impronta confessionale, lo

studio del diritto era spesso limitato al solo diritto canonico.

In ogni caso, la facoltà d’arti attirava pochi studenti: solo nel XII sec. ascese al rango di vera fa-

coltà. Vi si studiava fisica, metafisica, psicologia e morale sulla base di Aristotele commentato da

Averroè: per questo gli esponenti della rivendicazione di autonomia dei reggenti d’arti si meritaro-

no il titolo dispregiativo di «averroisti». Si veniva delineando la nuova figura dell’intellettuale di

professione, più laico, con il perseguimento disinteressato della sua vocazione di pensatore. Ciò su-

scitò le reazioni polemiche dei teologi: la corrente averroista ne uscì durevolmente indebolita.

All’inizio del XV sec. si assiste a un reale rinnovamento delle discipline, con la critica «nomista»

all’aristotelismo e al tomismo. Tuttavia, mancò una vera partecipazione delle università alle prime

manifestazioni dell’umanesimo. Gli istituti universitari divennero molto più numerosi, anche nelle

zone precedentemente marginali, dando finalmente la possibilità agli studenti del nord Europa di

non dover intraprendere lunghi viaggi verso il sud per la loro istruzione. Si impose progressivamen -

te l’idea che uno Stato moderno non poteva fare a meno di un’università in cui le élite religiose e

amministrative potessero ricevere una formazione adeguata. Le università principesche sorgevano

di solito nella capitale del principato, gli statuti, pur dotandole di istituzioni autonome, lasciavano il

controllo a poteri esterni: frequentemente il principe retribuiva alcuni, se non tutti, i professori, ri -

vendicano il diritto di controllarne la nomina. A ciò non sfuggirono gli atenei più antichi, che oppo-

sero però una certa resistenza.

Nonostante un periodo di stagnamento, alla fine del Medioevo il numero di studenti universitari

era cresciuto. Le università più antiche continuavano a essere i punti di passaggio di una peregrina-

tio academica, che portava principalmente gli studenti del nord Europa in Italia.

Quasi tutti gli studenti miravano a raggiungere una situazione stabile, che li mettesse al riparo da

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certi rischi, collocandoli nella sfera di influenza del potere politico. Ma l’università era anche un

luogo importante per la creazione della propria identità nazionale, e di socializzazione. Quest’ulti-

mo aspetto si concretizzava particolarmente nei collegi: Nati per accogliere gli studenti poveri, si

trasformarono lentamente in centri didattici in diretta concorrenza con le facoltà. Ma i collegi limi-

tavano la libertà dello studente, imponendogli disciplina e controllo del cursus, e aprivano varchi

all’intervento dei fondatori, dei presidi e dei visitatori – cominciando a somigliare a quei centri

educativi non universitari che fiorivano in Occidente, nuovi luoghi di formazione in cui confluivano

gli studenti insoddisfatti.

Le nuove istituzioni

In queste nuove istituzioni, si possono comprendere fondazioni accomunate dall’intento di propor-

re – accanto agli studia e senza rinnegarne l’eredità – forme di insegnamento aperte a nuove disci-

pline e a metodi didattici più vicini alle aspettative e alle capacità degli studenti.

Pionieri in questo campo dovettero essere gli ordini mendicanti: uno dopo l’altro, attivarono

reti organiche di studia generalia conventuali destinati a giovani religiosi che avevano dato prova

di reali attitudini. In ogni provincia, formavano un sistema gerarchicamente ordinato all’interno dei

quali gli studenti si spostavano secondo una progressione personale: cominciavano col frequentare

lo studium di grammatica, poi venivano inviati dai superiori presso quello d’arti, di filosofia natura-

le, di scrittura, di teologia. Di intento analogo, ma destinato a una vita infinitamente più lunga, l’i-

stituto del vescovo William de Wykehamn a Oxford, in cui si intendeva garantire una buona forma -

zione ai futuri fellows del collegio universitario.

A Parigi, dove mancavano istituzione analoghe, furono aperti piccoli collegi di grammatica

esterni ma connessi all’università, dove i bambini dagli 8 anni studiavano i rudimenti del latino pri-

ma di entrare alla facoltà d’arti.

Ma i veri antenati del collegio moderno vanno ricercati altrove, in una duplice origine.

Le scuole fondate nei Paesi Bassi dai fratelli della vita in comune e dai canonici di Winde-

– sheim. Fortemente critici verso l’orgoglio dei dottori e gli abusi del clero, i Fratelli e i canoni-

ci avevano fondato delle comunità dove si conduceva una vita insieme attiva e contemplati-

va. Curavano l’apertura e la gestione di centri scolastici in cui i bambini, in una severo in-

quadramento religioso, apprendevano i rudimenti di grammatica e logica. Malgrado la di-

sciplina, ebbero il merito di introdurre alcune innovazioni pedagogiche, come la creazione

di classi di livello differenziato.

In Italia settentrionale, un gruppo di pedagogisti, il più celebre dei quali fu il veronese

– Guardino de’ Guarini, mise a punto la formula del contubernium umanistico. Dispensava

un insegnamento derivato dalle scuole di grammatica, ma arricchito da elementi nuovi: lo

studio del greco e la lettura dei classici per amore di conoscenza. Inoltre, si curava lo svilup-

po dell’intera personalità dello studente, alternando esercizi fisici a insegnamenti religiosi.

Ma entrambi i fenomeni non si opposero alle università, e talvolta finirono con l’integrarvisi.

I LIBRI

Seppure gli uomini di cultura non mancassero delle capacità e degli strumenti per affrontare la co-

struzione di discorsi orali, continuavano a essere fondamentalmente uomini del libro e della parola

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scritta, soprattutto agli occhi dei contemporanei. Non è un caso che nelle sommosse cittadine bi -

blioteche, libri, registri e documenti erano i primi bersagli della vendetta popolare. Per questo è

importante provare a misurare lo spazio occupato dal libro nella vita dei letterati.

L’accesso al libro

Nel Medioevo, il libro era poco accessibile per ostacoli che ne rallentavano la realizzazione e la dif-

fusione. Il primo, e il più grande, era di ordine economico.

Il libro costava per il valore del supporto. Richiedeva grandi quantità di costosa pergamena. La

diffusione della carta in stracci consentì di ridurre i prezzi, ma l’uso di questo materiale non si ge-

neralizzò prima del XIV sec., e il risparmio era comunque contenuto: il 10, 20% in meno.

Soprattutto, il prezzo dei libri era dovuto al costo della copiatura: alla fine del Medioevo gli

scriptoria monastici avevano perso importanza, e gli scribi erano ormai artigiani di professione. Il

lavoro era lento, e i buoni copisti erano rari. Per questo, molti cominciarono a rivolgersi a copisti di-

lettanti, mentre altri arrivavano a copiare personalmente i testi desiderati.

A parte i sovrani e i membri dell’aristocrazia, gli uomini di cultura erano i soli a possedere raccolte

di libri consistenti. Nelle classi sociali più basse, anche alfabetizzate, i libri erano praticamente as -

senti. In genere, gli stessi studenti non avevano più che una dozzina di libri.

Il proprietario di una biblioteca la considerava come un tesoro: i libri, chiusi in forzieri o armadi,

testimoniavano la sapienza del proprietario. I libri avevano un valore materiale e simbolico, que-

st’ultimo legato agli studi e ai diplomi: la consegna di un libro era uno dei gesti della cerimonia di

conferimento del dottorato. Ma le biblioteche avevano anche un consistente valore economico, un

capitale intellettuale da lasciare in eredità ai propri eredi, a una chiesa o un collegio. Il valore era

tale che molti uomini di legge si batterono affinchè i libri non fossero inclusi nella stima dei beni

mobili: questi potevano rappresentare un valore pari alla metà del capitale mobiliare.

È possibile che il ricorso a biblioteche «pubbliche» compensasse la relativa povertà delle raccolte

private? Tre tipi di biblioteche potevano aspirare a questa qualifica:

1) Le biblioteche dei principi.

Alcuni sovrani avevano più di un migliaio di volumi nelle proprie biblioteche, ma queste era-

no aperte al pubblico? Dalla documentazione si può supporre che almeno le persone più vi-

cine al sovrano (i consiglieri politici e i visitatori di riguardo) avessero la possibilità di acce-

dervi.

2) Le biblioteche delle cattedrali, dei monasteri e dei conventi.

Spesso si trattata di collezioni antiche che, alla fine del Medioevo, avevano smesso di arric-

chirsi. Queste raccolte contenevano soprattutto testi religiosi e liturgici, non necessaria-

mente utili agli uomini di sapere. Inoltre non è detto che potessero accedervi liberamente

altri studiosi oltre ai canonici e ai monaci.

3) Biblioteche più «moderne»: degli ordini mendicanti, dei collegi e delle università.

I principali collegi universitari ebbero una loro biblioteca il cui nucleo originario, di solito co-

stituito dai libri del fondatore, si arricchiva nel tempo grazie alle donazioni di benefattori.

Queste biblioteche contenevano testi di studio riferibili alle discipline tradizionali dei pro-

grammi universitari, e quindi erano rispondenti alle esigenze degli uomini di cultura; ma gli

statuti non sembrano indicare che visitatori esterni fossero ben accetti. Probabilmente,

questa esclusione riguardava anche le biblioteche universitarie, che si formarono soltanto

nel XV sec. 9

La difficoltà di accedere alla consultazione di testi rari spiega la fortuna delle antologie, chiamate

florilegi.

Il contenuto delle biblioteche

Ancora oggi si conservano centinaia di testi relativi alle discipline erudite, mentre molte opere let -

terarie, storiche o politiche sono note attraverso pochissimi manoscritti, soprattutto quando si trat-

ta di testi volgari. In tutta l’Europa tardo-medievale le «biblioteche erudite» presentano somiglian-

ze: un’ulteriore conferma del carattere universale della cultura superiore.

Queste biblioteche comprendevano i testi di base, le auctoritates delle diverse discipline. A

questi testi fondamentali e onnipresenti bisogna aggiungere in misura variabile, oltre a qualche

manuale e a diverse opere di consultazione, un certo numero di commenti, trattati e «questioni»

moderne. Quest’ultima sezione rivelava la personalità e la disponibilità finanziaria del proprietario.

Infine, veniva la sezione delle opere varie – in cui si riflettevano gli interessi e i gusti personali del

proprietario.

Lo studio comparato delle diverse biblioteche fa emergere l’omogeneità culturale degli uomini

di studio, e insieme i limiti di una cultura in cui le correnti incontravano ostacoli alla propria affer-

mazione.

Dal manoscritto al libro a stampa

Riuscì l’invenzione della stampa, nella seconda metà del XV sec. a dare uno scossone a questo con -

servatorismo? La nuova scoperta trasformò radicalmente per quantità e per rapidità di circolazione

il flusso dell’informazione, ma ebbe una diffusione relativamente lenta. Per quasi una generazione

i tipografi saranno quasi tutti tedeschi: solo nel 1470 cominciarono a migrare oltre frontiera.

La nuova scoperta non fece cessare di colpo l’attività degli amanuensi, che continuò ad essere

praticata fino al XVI sec. Bisogna ricordare che gli incunaboli avevano spesso tirature limitate (un

centinaio di esemplari), e non erano necessariamente economici o accessibili.

Nel Cinquecento si stamparono per lo più testi medievali che avevano un mercato sicuro: al pri-

mo posto troviamo testi religiosi e grammatiche, in ultimo letteratura profana in volgare. Le opere

erudite, che nelle città universitarie circolavano in centinaia di copie manoscritte, furono ammesse

con parsimonia e ritardo agli onori di stampa. Le opere a stampa più ricercate dai letterati furono

quelle umanistiche (i classici e le opere degli autori italiani recenti), proprio perché le opere mano-

scritte erano rare.

L’arte della stampa riuscì a far crescere considerevolmente il numero degli utenti della cultura

scritta. I ceti popolari, almeno quelli urbani, non erano più esclusi del tutto dal mondo dei libri, i

funzionari subalterni e i semplici curati avevano la possibilità di mettere insieme piccole bibliote-

che di una decina di volumi. 10


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Armilla

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Armilla di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Grillo Paolo.

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