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L’esercizio delle competenze

SERVIZIO DI DIO, SERVIZIO DEL PRINCIPE

Nel Medioevo si era restii ad accogliere l’idea non solo di una cultura personale e disinteressa, ma

anche di un sapere che fosse dato utilizzare secondo i propri intendimenti, per esclusivo vantaggio

personale. Scientia donum Dei est, unde vendi non potest: questo adagio evidenzia la condanna al-

l’uso lucrativo del sapere, che fossero lezioni o consulenze a pagamento. I teologi finirono con il

concordare che se si poteva ammettere che l’uomo di sapere ricevesse dalla società il giusto com-

penso delle sue fatiche, perché gli fosse garantita una vita dignitosa, era invece condannabile che

ricavasse dai doni del proprio signore un profitto speculativo.

Nonostante ciò, molti uomini di sapere cercarono di ricavare dalle loro competenze intellettuali

il massimo profitto. Ma anche in questo caso la speranza di accedere a una carica in cui l’esercizio

delle competenze intellettuali non fosse più un obbligo di natura economica ma un dovere assunto

in ragione dell’incarico conferito sembra essere profondamente radicata in questi intellettuali.

Docere aut applicare

Tutti i titolari di diplomi universitari consideravano l’insegnamento come il primo e il più diretto

dei loro campi di competenza, e dunque la più naturale forma di servizio al termine degli studi.

D’altronde era raro che l’impegno didattico chiudesse la via all’esercizio, concomitante o successi-

vo, di mansioni di altro genere: ciò vala in particolare per i maestri delle facoltà d’arti.

Dato che gli studi superiori duravano moltissimo (6-15 anni), quello che doveva essere un perio-

do iniziale di formazione finiva col diventare la fase più lunga della vita di molti uomini di cultura.

La maggior parte procedeva senza fretta. Al termine degli studi superiori quelli che avevano conse-

guito il titolo più alto, il dottorato, potevano decidere di restare nell’università come professori. Ma

all’insegnamento doveva approdare solo una minoranza di dottori, soprattutto nel diritto: ai deten-

tori del titolo si aprivano molte strade, altrettanto prestigiose e remunerative.

Nel XV sec. il quadro era in parte mutato: in molte università si differenziavano nettamente due

gruppi. Il primo, piccolo e stabile, comprendeva i professori ordinari che assicuravano la gestione

dell’università, i corsi magistrali e l’organizzazione degli esami. Questi docenti vivevano dell’inse-

gnamento e restavano in carica a lungo. Il secondo gruppo era quello dei professori straordinari:

freschi di studi, garantivano solo certi insegnamenti secondari o le supplenze e non partecipavano

pienamente né ai consigli universitari né alle commissioni d’esame.

L’emergere di piccole oligarchie di professori ordinari può aver favorito la sclerosi dell’insegna-

mento. In ogni caso è sicuro che l’insegnante di professione, con il suo stile di vita e i suoi tic di lin -

guaggio, divenne alla fine del Medioevo uno dei tipi sociali nei quali si identificava, anche agli occhi

dei contemporanei, la figura dell’uomo di cultura.

Uomini di cultura, uomini di Chiesa

Per tutto il Medioevo le scuole e le università occidentali furono in gran parte istituzioni ecclesiasti-

che o controllate della Chiesa. La percentuale di religiosi non era alta solo nella facoltà di teologia,

ma anche nelle scuole d’arte e di diritto canonico: non deve stupire che la maggioranza degli uomi -

ni di studio facesse carriera all’interno della Chiesa. Ma il letterato del XII e XIII sec. non era più de -

finito dalla semplice appartenenza al clero o dalle conoscenze elementari che ogni prete doveva

possedere: si richiedevano competenze intellettuali superiori, di natura non solo ecclesiastica. Il

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gruppo degli uomini colti taglia trasversalmente l’antica divisione tra chierici e laici, era

rappresentato in entrambe le categorie e costituiva un’élite intellettuale relativamente omogenea.

Nel complesso, la percentuale degli uomini di sapere della Chiesa crebbe fortemente negli ulti-

mi secoli del Medioevo. Il gruppo in cui la presenza degli uomini di cultura era più forte fu natural -

mente l’alto clero, che fino al XV sec. continuò ad aumentare la percentuale destinata ai diplomati.

Ma se nei vecchi paesi dell’Europa centrale in cui l’esistenza di antiche tradizioni educative ha per -

messo relativamente presto la promozione di uomini di cultura all’interno delle sfere più alte del

cero, i paesi più giovani e marginali conservarono a lungo strutture ecclesiastiche e sociali arcaiche,

con un conseguente ritardo nella formazione intellettuale degli uomini di chiesa.

Molto diversa era la situazione nel mondo dei monaci e dei frati mendicanti. Durante tutto l’Alto

Medioevo le scuole e gli scriptoria dei monasteri avevano accolto la maggior parte degli uomini di

cultura, ma alla fine del Medioevo questo monopolio era praticamente annullato. Ma alcuni mona-

steri, sopratutto le certose, erano ancora in grado di formare autori di altissima spiritualità. I predi-

catori si erano dotati di una rete complessa e gerarchicamente ordinata di studia, amministrati

oculatamente con attenzione all’aspetto finanziario, alla selezione degli studenti e al reclutamento

dei professori. Alla fine del Medioevo pochi ambienti, all’interno ma anche al di fuori della Chiesa,

avevano dato altrettanto spazio agli studiosi e ai letterati. Ciò nonostante sono rimasti lontani dal

monopolio esercitato dai monaci nell’Alto Medioevo.

Un’età dell’oro dei giureconsulti?

Le competenze dei letterari cominciano ad essere richieste non solo per il servizio di Dio, ma anche

per quello del principe. L’opposizione tra servizio di Dio e servizio del principe è lontana dal coinci-

dere con quella fra chierici e laici: molti servitori dello Stato erano infatti uomini di chiesa. Questo

sia perché i laici istruiti erano ancora troppo pochi, sia perché era comodo al potere secolare reclu-

tare chierici remunerati dalla Chiesa. Apparentemente, la Chiesa non osteggiò questa soluzione:

anzi, pare che fra il XII e il XV sec. i pontefici abbiano spesso concesso benefici ecclesiastici ai chie-

rici già entrati al servizio di un principe e da lui raccomandati. È lecito chiedersi il motivo di tanta

generosità: agli occhi della Chiesa era forse un mezzo per mantenere una certa influenza nei nuovi

apparati statali in formazione o si trattava di una vera sfida all’aristocrazia, tradizionale detentrice

del potere politico?

In ogni modo, non è difficile dimostrare l’entità dell’aiuto gratuito che la Chiesa prestava allo

Stato. I servigi dei chierici erano di diversa natura: potevano interessare l’ambito domestico e per-

sonale e conservare un carattere religioso (confessori, cappellani) o sconfinare chiaramente nella

sfera pubblica e laica (funzionari di giustizia o di finanza, ambasciatori).

I regni d’Inghilterra e di Francia sono quelli in cui i chierici hanno occupato più a lungo posti impor-

tanti fra i servitori della monarchia: questa tradizione scomparirà soltanto con l’ancien régime. In

Italia il personale delle cancellerie, delle amministrazioni e dei tribunali si era laicizzato per tempo.

In ogni caso, alla fine del Medioevo il numero di persone al servizio dello Stato, chierici o laici, è in

crescita ovunque.

In tutta Europa principi e città, senza ancora aprirsi agli uomini di sapere come aveva fatto la

Chiesa, ricorrevano all’opera di un numero crescente di letterati, in particolare di giuristi. I livelli di

competenza, di prestigio e di riconoscimento economico potevano variare, ma l’esercizio di una ca-

rica pubblica costituiva per tutti un punto di riferimento comune interno al quale cominciava a cri-

stallizzarsi, nel XV sec., il sentimento di costituire un gruppo sociale specifico; che da lì a poco, in

Francia, avrà un nome: nobiltà di toga. 12

Conclusione: qualche precisazione necessaria

Alla fine del Medioevo si sono verificati due fenomeni simultanei che si alimentavano a vicenda: la

trasformazione della Chiesa in una monarchia amministrativa centralizzata e la nascita dei moderni

stati laici. Divenuto insufficiente il contributo dei gruppi dominanti tradizionali (clero e nobiltà feu-

dali), la Chiesa e gli stati si sono rivolti sempre più spesso a nuove categorie di servitori che univa -

no a una fedeltà incondizionata il possesso di competenze tecniche fondate sulla padronanza della

scrittura e delle discipline erudite. La promozione degli uomini di cultura ha determinato la crescita

del loro gruppo e delle istituzioni educative preposte alla loro formazione.

Esisteva un legame funzionale fra la competenza intellettuale degli uomini di cultura e gli incar-

chi che svolgevano? La risposta è negativa. Se la competenza elementare della formazione gram-

maticale e logica, di cui si accontentavano due terzi degli studenti parigini e quattro quarti di quelli

tedeschi, era giudicata sufficiente a conferire una competenza intellettuale, ciò significa che even-

tuali conoscenze religiose o giuridiche si potevano acquisire sul campo, per gradi e in modo empiri-

co. SAPERE E POTERE

Abbiamo visto le principali funzioni che le società occidentali alla fine del Medioevo affidavano co-

munemente agli uomini di cultura. A prima vista si tratta di funzioni relativamente tecniche; men-

tre il sapere dei maestri d’arti sembrava non corrispondere ad alcuna abilità pratica immediata-

mente utilizzabile. Gli uomini di studio redigevano lettere e ordinanze, predicavano, amministrava-

no la giustizia, verificavano conti, gestivano gli affari temporali delle chiese e dei principi: si trattava

sempre di servire un padrone, di formalizzare delle decisioni o dei regolamenti.

Sapere e ideologia

Nella società del Medioevo è raro che il potere non abbia sentito il bisogno di affiancare al suo

operato una legittimazione ideologica, attraverso l’arte, i rituali pubblici, la produzione letteraria o

la storia. È soprattutto dal XX sec. che comincia a prendere corpo l’idea di sfruttare le risorse della

cultura dotta. Il Policraticus (1159) di Giovanni di Salisbury spiegava che il principe non doveva dare

ascolto né agli intrighi dei cortigiani né al suo stesso volere, ma affidarsi al parere dei «filosofi».

Questa visione si riflette in un adagio, molto amato nel Medioevo: «Rex illitteratus est quasi asinus

coronatus».

Già alla fine dell’XI sec. la lotta per le investiture aveva condotti i pontefici a cercare nella teolo -

gia e nel diritto romano una giustificazione alle loro pretese di esercitare l’autorità suprema. Nel

campo dei poteri laici, i progressi dell’ideologia politica andarono di pari passo con l’effettiva rina-

scita dello Stato e della sovranità del principe. L’orchestrazione ideologica della politica monarchica

giunse al culmine ai tempi di Carlo V (1364-1380), sovrano chiamato non a caso «il Saggio». Amava

circondarsi di intellettuali, riuniti in un autentico organo informale non prendeva le decisioni, ma

rifletteva sulla natura e sulla finalità dello stato e dell’azione politica. Il «club del re» produsse un

certo numero di opere di alto profilo in cui si esprimevano concezioni politiche.

I trattati teorici non erano i soli veicoli dell’ideologia politica, data la loro diffusione limitata. C’e-

rano anche i fogli di propaganda e i testi diplomatici. Molti di queste opere erano anonime: per-

ché tanta discrezione? Forse gli autori erano mossi da sincero patriottismo, più probabilmente –

essendo già impiegati in un organo amministrativo – dovevano rispondere a una chiamata diretta

del sovrano. Non sappiamo se la loro adesione fosse sincera, né se il sovrano fornisse già un piano

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dell’opera richiesta.

Naturalmente le discipline dotte non fornirono l’unica base alla legittimazione ideologica dello Sta-

to moderno. Nelle monarchie entrarono in gioco anche elementi di varia natura, attinti in partico-

lare dall’antica cultura cavalleresca, oltre a diverse credenze più diffuse di indole religiosa, morale,

storica o mitica, atte a suscitare l’adesione affettiva delle popolazioni. Ai nostri fini è importante ri-

cordare che si vide l’origine di una nuova forma intellettuale di impegno politico da parte dei let-

terati.

Dal servizio al consiglio

Pur svolgendo un compito più alto di quello affidato a chi, ad esempio, tiene i registri, l’ideologo

che mette il suo talento al servizio delle scelte politiche del signore e ne attende ricompensa è an-

cora in una posizione subalterna. La sua erudizione e le sue capacità sono riconosciute, ma vengo-

no utilizzate per fini impostigli dall’esterno. Riuscirono gli uomini del Medioevo ad andare oltre

questa posizione subordinata? Rispondere non è facile, e bisogna fare una distinzione fra la Chiesa

e gli stati laici.

Nel caso della Chiesa la risposta è affermativa. Se fino al XII sec. la maggior parte dei membri

dell’alto clero provenivano dall’aristocrazia, dal XIII il conseguimento di un titolo universitario era

diventato un efficace criterio di promozione, dimostrata dall’ascesa degli uomini di cultura nel Sa-

cro collegio fino al XIV sec. Il papato registrò un certo regresso nel XV sec. mentre l’aristocrazia ita -

liana tornava a occupare le gerarchie, ma non mancarono, fra pontefici e cardinali, famosi giuristi,

teologi e umanisti. La Chiesa medievale ha affidato in buona misura il suo destino ai dotti – glielo

rimprovereranno devoti, mistici ed eretici – ma non per questo è stata una moderna tecnocrazia.

Invece, è probabile che gli stati laici non siano mai stati veramente tentati da un governo assem-

blare dominato dai dottori. Gli uomini di potere possono avere esercitato certe forme di comando,

ma solo in qualità di consiglieri del principe. Il consiglio era un elemento fondamentale della vita

politica: questa parola indicava sia uno dei doveri reciproci che legavano il vassallo al signore sia

l’organismo all’interno del quale erano esaminati tutti gli affari sui quali il signore interpellava i

consiglieri. Gli uomini di sapere potevano essere interpellati collettivamente, soprattutto se si trat-

tava di universitari. Fino al termine del Medioevo il consiglio del re manterrà una composizione di

questo genere, a dosaggio variabile: qualche consigliere chierico, qualche alto funzionario di for-

mazione giuridica, e una maggioranza di uomini d’azione, appartenenti alla famiglia reale o all’ari-

stocrazia. Naturalmente anche gli aristocratici e i principi di sangue avevano a loro volta consiglieri,

fra cui vi potevano essere letterati.

Spirito di corpo

Alla fine del Medioevo, a parte qualche isolato successo individuale, gli uomini di cultura non

ascendono realmente fino ai vertici del potere, soprattutto in ambito laico. Professori e funzionari

hanno avuto un ruolo consultivo, ma raramente decisionale. Nel loro modesto ruolo di consiglieri,

atteggiandosi a fedeli esecutori della politica del sovrano, erano in grado di esercitare un certo

peso in ragione dello spirito di corpo dei gruppi, riuscendo a orientare alcuni eventi in senso più fa-

vorevole ai loro interessi.

L’idea che l’amministrazione non fosse neutrale, che i servitori del principe – in primo luogo i di -

plomati – non solo dissanguassero le finanze pubbliche perché troppo numerosi ma, attraverso la

pratica quotidiana degli affari e la giurisprudenza dei tribunali, spingessero insidiosamente lo Stato

verso il costante rafforzamento delle prerogative dei funzionari a tutto svantaggio delle antiche li-

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bertà del paese si è affermata vigorosamente in Francia durante la grande crisi politica del 1356-

58. Il rinnovarsi degli attacchi contro il partito degli ufficiali è una prova della loro inefficacia. Alla

versatilità delle assemblee e agli intrighi politici che periodicamente mutavano la composizione del

consiglio, i servitori dello Stato potevano opporre solidarietà interne al loro gruppo, garante di sta-

bilità. Spesso questi legami risalivano agli anni degli studi, dato che i letterati si formavano nelle

stesse università e, a Parigi, negli stessi collegi. Le relazioni che si stringevano negli studi duravano

tutta la vita. La frequentazione continua degli stessi uffici e tribunali garantivano la comunanza di

credenze. Inoltre, ai rapporti istituzionali si aggiungevano legami familiari e affinità clientelari: in

molti gruppi di funzionari la maggior parte delle famiglie aveva stretto vincoli matrimoniali e i nuo-

vi arrivati erano sempre più rari. Altri gruppi di funzionari, come quelli addetti alle finanze, non rag-

giunsero la stessa stabilità.

Dovunque i parlamentari monopolizzavano i primi posti. Il re aveva affidato nelle loro mani il

controllo e la gestione dei privilegi sui cui era fondata l’autonomia delle università. Questa evolu -

zione non provocò necessariamente nei funzionari pubblici un calo delle competenze intellettuali.

L’elezione degli ufficiali, oltre a difendere gli interessi delle famiglie, rappresentarono una garanzia

contro le nomine arbitrarie, ma fece nascere caste gelose dei propri privilegi.

I più alti membri della società potevano scontrarsi in lotte cruente e vendette o progettare im-

prese cavalleresche; mentre sullo sfondo i giuristi e gli ufficiali perseguivano ostinatamente il

«bene della cosa pubblica», ossia la costruzione dello Stato moderno.

IL MONDO DELLA PRATICA

Cultura dotta e pratica privata

In modo superficiale, si potrebbe pensare che gli uomini di sapere fossero del tutto estranei alla

«pratica», mentre i «praticanti» fossero del tutto estranei alla cultura dotta. Ma è necessario sfata-

re questo pregiudizio.

È difficile stabilire quale fosse il rapporto fra il numero degli uomini di cultura e quello dei posti

disponibili nel settore amministrativo ed ecclesiastico alla fine del Medioevo. Probabilmente, dal

XIII al XV sec. si registrò una crescita parallela, ma con forti sfasature: nel XII e XIV sec. certi vescovi

si lamentavano di non trovare i dottori di teologia di cui avrebbero avuto bisogno per far funziona-

re la scuola cattedrale. All’incontrario, nel XV sec. l’apertura delle nuove università sembra aver

creato un rischio di saturazione: anche i graduati devono adattarsi a svolgere compiti modesti.

Altri fattori possono aver spinto certi uomini di studio a intraprendere un’attività autonoma.

Quale fosse il prestigio delle cariche pubbliche, non si può escludere che alcuni fossero attratti dal-

la possibilità di esprimere la propria indipendenza personale. In ogni caso servizio privato e pubbli -

co non erano incompatibili. Se quasi tutti gli studiosi potevano farsi una clientela privata, solo i teo-

logi erano tagliati fuori dal circuito delle attività liberali.

In ogni caso, la pratica lasciava agli uomini di cultura una quantità di tempo da condividere con

gli uomini del suo tempo, come consumatore, proprietario, praticante, borghese; ma non è facile

risalire al loro comportamento in queste circostanze, e se si conformassero al modo generale di

agire o continuassero a distinguersi in qualche modo per il comportamento e il linguaggio.

Gli intellettuali mediatori

Nelle società più diverse, la sociologia ha rivelato la presenza di «intellettuali mediatori»: né crea-

tori né veri dispensatori di sapere, sono tramiti indispensabili per diffondere su una scalfa

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sufficientemente vasta un certo numero di elementi venuti dalla cultura dotta, garantendone l’effi-

cacia sociale. Seppure la documentazione in merito a queste figure sia scarsa, i contemporanei non

li hanno ignorati del tutto. Enrico di Gand parla con garbo di quei doctores rurales e predicatori che

spesso insegnano o predicano ignorando i principi, ma lo fanno «con convinzione, perché sanno di

dire cose che provengono dai maestri dell’università».

Chi potrebbe rientrare nella categoria degli intellettuali mediatori? Gli studenti usciti dall’uni-

versità senza diploma, o con un titolo minore. Probabilmente era la sorte della maggior parte degli

studenti: i più dovevano essersi scoraggiati o avevano esaurito i mezzi finanziari. È impensabile che

queste persone che avevano un minimo di formazione non ne abbiano ricavato nulla. Questi anda-

vano ad aumentare l’organico di alcuni mestieri: maestri di scuola, chirurghi, barbieri, procuratori,

avvocati, curati delle parrocchie di campagna, e per finire scribi di ogni sorta, tabellioni e notai. At -

traverso questi personaggi il resto della popolazione poteva cogliere un’eco della cultura dotta del

tempo.

La portata sociale dei saperi: contestazione o integrazione?

Proprio al livello di questi mediatori si situa la questione dell’efficacia politica e sociale dei saperi

elaborati dalle élite colte, che senza dubbio dovevano essere mosse da volontà d’integrazione.

Nelle città universitarie gli scontri tra town and gown non erano affatto rari. Gli universitari forma-

vano una massa irrequieta di giovani celibi: orgogliosi del loro sapere, non esitavano a condurre

una vita esuberante, ed erano pronti a venire alle mani con i sergenti di ronda, i bottegai o i servi -

tori dei nobili. Queste risse spesso volgevano al peggio per gli universitari; questi però si prendeva-

no la loro rivincita trascinando gli avversari davanti a un tribunale che di solito dava loro ragione.

Questi atti non avevano un’intenzione sovversiva e, quando non erano legati all’esuberanza gio-

vanile, scaturivano dall’affermazione o dalla difesa dei privilegi fiscali o giudiziari. Gli studenti ave-

vano il desiderio di sottolineare l’appartenenza ai ceti privilegiati della società e di non lasciarsi ri -

durre al rango di semplici borghesi, o peggio di stranieri alla mercé della autorità locali.

Una volta usciti dall’università, gli uomini di cultura perdevano in apparenza ogni volontà di sov-

versione e contestazione, seppure l’impegno politico condusse alcuni di loro alla morte o all’esilio.

Spesso la loro aspirazione era quella di servire il potere in accordo con le proprie dottrine e senza

trascurare i propri interessi. Il rimprovero principale che essi rivolgevano agli uomini di potere non

era l’imposizione di un ordine ingiusto, ma il fatto che non li ascoltassero con la dovuta attenzione:

alla fine del Medioevo, i letterati erano di solito nemici della violenza, e preferivano servire il siste-

ma esistente migliorandolo, piuttosto che tentare di trasformarlo sovvertendo quella gerarchia in

cui erano inseriti. Date queste promesse, essi dovevano vedere nel sapere una funzione di integra-

zione e modernizzazione.

Ma ciò valeva anche per i «mediatori»? Probabilmente fra di loro molti provavano un senso di

inferiorità nei confronti dei veri detentori del sapere e la consapevolezza di trovarsi in una posizio-

ne subalterna, portandoli ad azioni orientate verso la dissidenza e la contestazione. La storia delle

eresie e delle ribellioni popolari della fine del Medioevo annovera alcune figure di intellettuali fru-

stati, che rappresentano uno degli agenti classici della sovversione latente o aperta nella società

d’ordine dell’ancien régime. Dato l’accanimento con cui ci si applicò per far sparire gli scritti dei ri-

belli e degli eretici, la documentazione esistente sembra che cerchi di occultare il rapporto tra ri -

bellione e literacy.

Consideriamo il caso della dissidenza religiosa alla fine del Medioevo, che ha avuto poco impatto in

Francia, mentre più largo seguito in Italia e in Inghilterra. Stupisce il ruolo modesto svolto dai frati

mendicanti: sembrano molto più propensi a legittimare l’ordine costituto e a tentare di smorzare le

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insofferenze popolari, piuttosto che attizzare il malcontento delle folle riunite ad ascoltarli. Più

spesso l’eresia ha preso le mosse dalla dottrina e dall’insegnamento dei maestri secolari dell’uni-

versità, ma questi non fondarono veri movimenti religiosi popolari. Ai margini delle istituzioni si

svilupparono altre correnti di devozione e di spiritualità, più o meno mistiche che, senza rompere

apertamente con la Chiesa, la contestarono in parte.

Gli uomini di cultura aderirono ai diversi movimenti riformistici cercando di reagire alla crisi del-

la Chiesa istituzionale, dando una risposta alle aspirazione religiose, anche solo nel senso di un ac-

cesso più diretto al sapere cristiano, rappresentato dalle Scritture. Ebbero anche parte nei movi-

menti di contestazioni politica e di ribellione. Non di rado privi di titoli universitari, sprovvisti di pri -

vilegi, questi uomini avevano conoscenze linguistiche e giuridiche, ma sufficiente competenza so-

ciale per redigere manifesti o elenchi di rivendicazioni, arringare assemblee e condurre negoziati. Il

popolo si affidava volentieri a loro per dare forma alle proprie aspirazioni e avviare un dialogo con

le autorità.

Un esempio di questi semi-lettari proiettati alla guida di un movimento popolare è Cola di Rien-

zo. Figlio di un bettoliere, aveva studiato come notaio e si era procurato una certa cultura da auto-

didatta. Divenuto capo del partitino polare che coalizzava borghesi e artigiani contro le famiglie ba-

ronali, cercò di proporre l’istituzione di un regime legale per unificare il paese. Per due volte giunse

al potere, tentando di attuare la propria politica: ma il pontefice Clemente VI e Carlo IV gli volsero

rapidamente le spalle e Cola, sopraffatto dagli attacchi dei nobili, morì ucciso dalla folla nel 1354.

In ogni modo, il più dei letterati di rango minore sembrano aver perseguito piuttosto l’integrazione

e la promozione sociale, adoperandosi per mettere le loro competenze ai servizi della Chiesa e del-

lo stato. I curati diffondevano la cultura cristiana nel rispetto dell’ortodossia, i maestri laici insegna-

vano i rudimenti della lettura, mentre gli uomini di legge – per quanto spesso mal tollerati dalla po -

polazione – contribuivano a imporre l’osservanza della legge e l’onnipresente sovranità dello stato,

facendo entrare nel costume concetti come la lealtà verso il sovrano, l’ubbidienza allo stato e il pri -

mato della cosa pubblica.

Questi intellettuali erano propensi a svolgere questi ruoli in quanto, come i diplomati e gli alti

ufficiali del re, ne ricavavano vantaggi per sé e per le proprie famiglie. Alcuni davano prova di una

curiosità intellettuale che esulava in larga parta dalle conoscenze strettamente necessarie alla sem-

plice pratica: alcuni avevano biblioteche che potevano competere con quelli dei diplomati, altri

scrissero libri.

L’aspirazione a un sapere più formalizzato, che avesse il prestigio delle discipline universitarie è

particolarmente evidente fra i chirurghi medievali, e sembra che in Italia esistessero scuole di chi-

rurgia presso le facoltà di medicina. Il richiamo del prestigio sociale e del guadagno erano molto

forti. Anche quando questi non riuscivano, con i titoli o con il denaro, a raggiungere il livello dei di -

plomati, potevano almeno proiettare le loro ambizioni sui figli, a cui venivano lasciate in eredità co-

noscenze e biblioteche. Questo minimo capitale sociale e culturale rappresentava un vantaggio in-

negabile rispetto agli altri aspiranti, e rappresenta una specie promozione interna alla classe stessa

degli uomini di sapere. 17

Realtà sociali e immagini di sé

UOMINI NUOVI O EREDI?

Questioni di fonti e di metodo

Si potrebbe dire che il problema dell’origine sociale degli uomini di cultura della fine del Medioevo

sia semplice, complicata solo dalle lacune nella documentazione: il problema sorge proprio perché

si tratta di un gruppo nuovo, in forte espansione – ma dovevano pur provenire da gruppi sociali più

antichi. Essi erano, in buona parte, uomini di chiesa, il che escludeva la riproduzione del gruppo

per via ereditaria.

Le difficoltà che si incontrano nella documentazione sono varie. Innanzitutto le fonti, a secondo

della loro natura, privilegiano una particolare categoria sociale: ovviamente, nell’insieme sono i più

potenti ad avere probabilità di essere citati, o di non figurarvi come semplici nomi. Inoltre, le defi-

nizioni sociali usate nelle fonti rimandano più spesso allo status giuridico che a categorie professio-

nali.

Gli storici tendono a partire dagli individui, studiandoli singolarmente. In realtà bisognerebbe

prendere in considerazione l’insieme della struttura familiare (in particolare i rami collaterali e i

parenti acquisiti), che permetterebbero di capire se una persona si trovava già in una rete che gli

poteva prestare aiuto economico, materiale e culturale.

Il percorso degli studi

L’idea che lo studio dovesse essere accessibile a tutti e che per quella via gli studenti poveri ma

meritevoli dovessero poter ascendere fino agli incarichi più alti non era estranea agli ultimi secoli

del Medioevo. Ma certi scrittori al servizio dell’alta aristocrazia ribadiscono la propria indignazione

perché persone di modesta estrazione sono riuscite a entrare nelle buone grazie del sovrano occu -

pando vicino a lui i posti di solito riservati ai rampolli delle famiglie più grandi e antiche del regno.

Il Contrasto fra il chierico e il cavaliere, tipo di componimento risalente al XII sec. era ancora di at-

tualità. Il cavaliere, per la propria forza, lealtà e coraggio, in genere risultava vincitore: come non

vedere, dietro a queste compensazioni letterarie, le frustrazione di questi autori, poeti di corte?

È indubbio che molti intraprendessero gli studi, attratti da una possibile promozione sociale. Bi-

sogna sempre ricordare che l’idea di una cultura disinteressata era estranea agli uomini del Me-

dioevo. Chi affrontava la fatica di studiare lo faceva perché credeva nell’alta considerazione di una

particolare scuola e aveva la convinzione di ottenere il massimo profitto per sé e la per la propria

famiglia, che verosimilmente aveva finanziato gli studi.

Fino alla fine del XV sec. i diversi gruppi continuarono ad accogliere una certa percentuale di nuovi

adepti che, pur avendo origini relativamente modeste, erano detentori di titoli universitari. Ma una

simile ascesa sociale non favorisce individui venuti dal nulla: per aspirare a un posto decoroso, so-

prattutto al di fuori del clero, è sempre stato necessario avere alcuni requisiti preliminari. Uno era

l’appartenenza a una clientela, o almeno la vicinanza a un sistema efficace di relazioni e di potere.

Un altro era l’accesso a un minimo di risorse finanziare: se la famiglia ne era priva e l’interessato

non era un borsista in un collegio o il titolare di un beneficio ecclesiastico, poteva sperare nella ge -

nerosità di un protettore. In ogni caso era indispensabile una somma iniziale per pagare gli studi

universitari, senza i quali l’accesso al mondo dell’alta cultura era quasi impossibile.

Gli uomini di cultura, specie di un certo livello, tendevano a concentrasi nelle città più rilevanti

per funzioni di capitale, sia sul piano politico-amministrativo che religioso-culturale. Nei borghi e

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nei villaggi erano rari o mancavano del tutto. Spesso la prima fase di mobilità era rappresentata dal

viaggio di studio: alcuni si fermavano nella città in cui avevano studiato. Alcuni, per prendere pos -

sesso di una carica, emigravano. Va anche detto che in certe cariche i rapidi avvicendamenti erano

la norma e potevano sanzionare una promozione o una caduta in disgrazia.

Riconversione, adattamento, riproduzione

Seppure segnato da differenze da un paese all’altro, il mondo degli uomini di cultura è stato fino

alla fine del Medioevo uno dei più aperti e flessibili di tutte la società ma, come tutti i gruppi diven-

tati élite nel tempo, ha manifestazione la tendenza a chiudersi, trasformandosi in una casta eredi-

taria. Tale tendenza ha portato, fra XIV e XV sec., alla costituzione di vere dinastie di medici e so -

prattutto di giuristi, diventando più potenti alleandosi con matrimoni: allo spirito di corpo si ag-

giungeva la solidarietà familiare.

È lecito domandarsi se la formazione di questo nuovo gruppo non sia almeno in parte dovuta,

oltre che all’ascesa di uomini nuovi, anche alla riconversione delle élite tradizionali, preoccupate

di perpetuare le antiche posizioni di predominio. Le indagini evidenziano effettivamente almeno

due tipi di reclutamento che avvengono non per ascesa, ma per slittamento orizzontale o almeno

obliquo.

Il primo è quello degli uomini di cultura provenienti dalla mercatura in senso lato.

– Di solito si spiega con il desiderio di genitori mercanti di garantire ai figli, specialmente nella

poco dinamica e incerta economia tardo-medievale, se non un grado superiore di ricchezza

almeno una condizione più stabile e decorosa. Il passaggio dalla mercatura agli studi è stato

spesso preceduto da uno stadio intermedio, quello degli incarichi finanziari, che permette-

vano di accostarsi, se non al mondo del sapere, almeno a quello degli uffici regi e del potere

politico.

Più difficile da descrivere è il passaggio avvenuto all’interno della nobiltà.

– Precisando che nel Medioevo erano diversi i modi di accedere alla nobiltà, tra gli uomini di

cultura c’è sempre stata una certa percentuale di nobili. Alcune delle famiglie aristocratiche

rimanevano legate alla loro vocazione guerresca o terriera mentre altre, attraverso la prati-

ca degli studi, si avvicinavano al mondo del sapere. In pratica si le élite sociali si adattarono

progressivamente ai mutamenti della cultura e dello Stato, risultando dalla fusione tra l’an-

tica idea di nobiltà e la valorizzazione delle nuove forme, civili e dotte, del servizio prestato

al principe o alla Chiesa.

Le grandi famiglia di toga svilupparono una naturale tendenza a mantenere una posizione domi-

nante, ma l’affermazione del gruppo non dipese mai dalla semplice eredità: le porte, sia pure più

strette, rimasero sempre aperte agli uomini nuovi.

AMBIZIONI E RAPPRESENTAZIONI

Nel Medioevo gli uomini di cultura erano impreparati a pensare al nuovo, anche quello rappresen-

tato dal loro stesso venire alla ribalta. Solo su un punto non ebbero dubbi: la convinzione che la

loro qualifica li collocasse negli strati superiori e privilegiati della società. Fu naturale che tentasse-

ro di legittimare la loro posizione in funzione delle categorie tradizionali, e che cercassero in clero e

nobiltà i modelli e punti di riferimento in base ai quali legittimare le loro ambizioni e definire i prin-

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cipi del loro modo di vivere.

I chierici

Per tutto il Medioevo gli uomini di sapere continuarono ad avere una forte impronta clericale. Fra

il XII e il XIV sec. ci fu una tendenza globale alla laicizzazione, ma quel processo si svolse secondo

ritmi molto diversi da paese a paese. Ad esempio, in Italia già dal 1150 ca. i primi dottori in diritto

civile dovevano apparire laici ai contemporanei: sposati con figli, vivevano del proprio lavoro e il

sospetto con cui la Chiesa li guardava aumentò il divario fra i due diversi mondi – lo stesso accade

per i medici. Ma nei paesi del nord Europa molti giuristi rimasero a lungo chierici, il che spesso per-

metteva di fare una brillante carriera ecclesiastica.

In ogni caso la percentuale degli uomini di chiesa rimase alto per tutto il Medioevo. E bisogna ri-

cordare che molte cariche pubbliche, specie le più alte, continuarono ad essere affidate a uomini di

chiesa anche oltre la fine del Medioevo. Quegli incarichi non apparivano incompatibili con la voca-

zione religiosa e con il sacerdote. I modi di essere che ogni chierico era tenuto ad adottare per far

riconoscere il proprio stato (parole gravi, gesti misurati, tonsura, abiti lunghi e scuri, rifiuto di por -

tare le armi) producevano un effetto quasi immediato di distinzione sociale.

È sintomatico che, nonostante ciò, si continuassero a definire chierici, in ragione delle loro prati-

che intellettuali specifiche, anche uomini di cultura che per altri versi conducevano un genere di

vita compiutamente laico.

La nobiltà

Lo status di nobile definiva un orizzonte non del tutto inaccessibile, almeno per i più dotati o ambi-

ziosi. Il richiamo del titolo nobiliare era forte per gli uomini di studio perché nel loro gruppo i nobili

erano numerosi. Ma né la fascinazione che il modello esercitava su gli uomini colti né l’accesso di

alcuni alla condizione nobiliare possono essere spiegati con la sola presenza all’interno del loro

gruppo di un certo numero di soggetti di nobiltà incontestabile. Erano in gioco il concetto di nobiltà

come paradigma della superiorità sociale, e la pressione creata dalla dinamica stessa di un gruppo

in ascesa. La loro aspirazione collettiva alla condizione nobiliare si esprimeva in due modi: da una

parte la deferenza e il rispetto delle prerogative, dall’altra l’assimilazione.

Una rigida parità fra nobili e non nobili caratterizzava tutto quello che aveva attinenza col regi-

me di studi e con le condizioni di accesso agli esami e ai titoli: diversi privilegi erano riconosciuti

nelle università da coloro che erano in grado di dimostrare la propria origine nobile con la presen -

tazione di una genealogia, ma quei privilegi erano accordati anche ai detentori dei diplomi, livellan-

do le disparità. I diplomi minori mettevano al pari della piccola nobiltà; la licenza in diritto innalza-

va il titolare al livello dell’alta nobiltà; infine i dottori in diritto, teologia e i rettori erano sempre ai

primi posti in tutte le manifestazioni pubbliche dell’università e precedevano in nobili di qualunque

rango.

L’assimilazione del sapere alla nobiltà era determinato dal concetto della dignità stessa del sape-

re. Scienze tanto alte non potevano essere appannaggio di uomini indegni o anche solo comuni.

Nello specifico gli uomini di leggi sentivano di essere in qualche modo partecipi della temibile mae-

stà del principe e del bene comune della cosa pubblica.

La nobiltà degli uomini di studio non aveva una dimensione materiale, di sangue o eredità; si trat -

tava semmai di una nobiltà vitalizia, legata alle attitudini personali e al servizio prestato. Questa

forma di nobiltà era sinonimo di stabilità, di privilegio e di considerazione sociale. L’uomo di cultu-

ra rivendicava i privilegi, soprattutto fiscali, che gli permettevano di mantenersi all’altezza del suo

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Armilla

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Armilla di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Grillo Paolo.

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