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L'italiano e le sue origini latine

L'italiano deriva dal latino? L'italiano continua il latino, presentandosi come un oggetto variegato e multiforme. I fattori che hanno prodotto la varietà della lingua latina sono diversi.

Il fattore tempo: la variabile diacronica

È la variabile legata al tempo: l'italiano di oggi non è lo stesso di vent'anni fa. Un esempio è la nuova epigrafe di Garigliano, che presenta una scrittura in latino arcaico risalente al V secolo a.C.

Il fattore spazio: la variabile diatopica

È la variabile legata allo spazio: l'italiano di Milano non è lo stesso di Palermo. Le differenze interessano intonazione, pronuncia, lessico, grammatica e sintassi. Le testimonianze linguistiche del periodo imperiale documentano l'esistenza di più varietà linguistiche sull'asse orizzontale dello spazio. Accanto al latino classico di Pulcher, nel latino parlato si diffuse bellus nell'area centrale e formosus in quella periferica.

Il fattore geografico si fuse col fattore etnico nel determinare altre diversità, riconducibili al substrato linguistico prelatino. I popoli assoggettati adottarono il latino per questioni di prestigio, ma le lingue preesistenti al latino lasciarono ciascuna qualche traccia (ad esempio, la tendenza ad assimilare il latino -ND- intervocalico in -nn-, nelle aree dell'Italia meridionale).

Il fattore stile: la variabile diafasica

È la variabile legata al livello stilistico: la lingua può cambiare di tono o livello a seconda della situazione in cui si usa.

Il fattore socioculturale: la variabile diastatica

È la variabile legata alla condizione sociale e al livello culturale di chi adopera la lingua: non tutti nella stessa comunità di parlanti si esprimono allo stesso modo.

La modalità di trasmissione: la variabile diamesica

È la variabile legata alla modalità di trasmissione di una lingua, che può essere scritta o parlata. La lingua scritta è più sorvegliata e precisa di quella parlata.

Le fonti del latino parlato

A differenza delle forme del latino scritto, quelle del latino parlato non sono altrettanto facilmente individuabili. Forme tipiche del latino parlato, dette volgarismi, si incontrano nelle iscrizioni murarie, nei glossari, nelle testimonianze (lettere private) di scriventi popolari, nelle opere di autori che tentano di riprodurre i tratti tipici della lingua parlata (come il Satyricon di Petronio), nella letteratura di ispirazione cristiana (Itinerarium Egeriae), nei trattati tecnici, nelle opere di grammatici e insegnanti di latino, le quali oltre a illustrare le regole della lingua segnalavano anche gli errori più frequenti, molti dei quali sono interferenze dal latino parlato sul latino scritto come nell'Appendix Probi: lista di 227 parole organizzate in una serie "A, non B".

Il metodo costruttivo e comparativo

Lo strumento più importante per la ricostruzione del latino parlato è il confronto tra le varie lingue romanze. Si può ricostruire una forma non documentata sulla base dei risultati che se ne hanno nelle varie lingue romanze, come carogna da Caro evoluto in *Caronia.

Latino classico e latino volgare

Il latino non fu dunque una realtà monolitica. Per importanza storica spiccano il latino classico e il latino volgare. Il primo è tipico dello scritto, è rimasto sostanzialmente lo stesso nel corso della storia ed è una lingua colta; il secondo è una realtà variegata e complessa, da cui nascono le varie lingue romanze.

Dal latino volgare all'italiano

Perché proprio il latino volgare si è affermato su quello classico? Come si è trasformato fino a diventare un'altra lingua (l'italiano)? I due processi sono stati accelerati da tre fattori: la perdita di potere della classe aristocratica, la diffusione del Cristianesimo (che modificò il patrimonio lessicale del latino, colpendolo ancor di più in base al latino con cui vennero tradotti i Vangeli), e le invasioni barbariche (il latino classico finì nel dimenticatoio). Le differenze nei territori europei si fecero progressivamente più forti, e solo il latino scritto tendeva a mantenersi come lingua fissa. Il processo di trasformazione che condusse ai vari volgari si concluse nell'VIII secolo.

Parole popolari e parole dotte

Le trasformazioni fonetiche non hanno interessato tutte le parole di origine latina entrate a far parte del patrimonio lessicale italiano, ma solo quelle di tradizione popolare, mentre le parole di origine dotta non sono state toccate da tali cambiamenti (le parole dotte a partire dal XIII secolo furono direttamente prese dai libri latini e inserite nei testi italiani allo scopo di renderne più elegante lo stile), come AUREUM diventato oro contro AUREUS diventato aureo.

In molti casi la medesima base latina ha avuto due continuatori, uno popolare e uno dotto o anche due popolari, come nel caso degli allotropi (ANGUSTIAM evoluto in angustia e angoscia). Bisogna però fare attenzione a non considerare la parola popolare come quella di trafila popolare, ma quella più comune. La storia delle trasformazioni fonetiche di una parola non coincide con la sua diffusione.

Foni e fonemi dell'italiano

I fonemi dell'italiano

I suoni articolati di qualsiasi lingua vengono indicati con il termine di foni. I foni che alternandosi negli stessi contesti fonetici distinguono parole con diversi significati si dicono fonemi. Il fonema è la più piccola unità di suono dotata di valore distintivo (i fonemi si scrivono entro sbarrette oblique). I segni grafici per trascrivere i fonemi si dicono lettere o grafemi. In molti casi i segni che rappresentano i fonemi non coincidono con le lettere dell'alfabeto latino: questi segni rappresentano l'alfabeto fonetico.

Fonemi sordi e fonemi sonori

Quando le corde vocali rimangono inerti, producono un fonema sordo; quando entrano in vibrazione, producono un fonema sonoro.

Fonemi orali e fonemi nasali

Quando l'aria esce solo attraverso la bocca, si hanno fonemi orali; se esce anche attraverso il naso, si hanno fonemi nasali.

Vocali

Se l'aria non trova ostacoli e la cavità orale funziona da cassa di risonanza, allora si producono le vocali. Le vocali toniche dell'italiano sono sette: ɛ, e, i sono palatali; o aperta, o chiusa, u sono velari. Le vocali atone sono cinque. Completano il quadro le due semiconsonanti "iod" e "vau": i e u non accentate seguite da un'altra vocale (se sono precedute da vocale si dicono semivocali).

I dittonghi

Le semiconsonanti e le semivocali non possono mai essere pronunciate da sole, ma necessitano di una vocale d'appoggio che le segua o le preceda. Questo gruppo di suoni è detto dittongo (insieme di vocali che formano un'unica sillaba): esso è ascendente quando è formato da semiconsonante + vocale; è discendente quando è formato da vocale + semivocale.

Trittonghi

Sono gruppi più complessi formati da semiconsonante + vocale + semivocale.

Iato

Quando due vocali si pronunciano separatamente e appartengono a due sillabe diverse, si ha un iato: si causa quando le vocali non sono né i né u; quando una delle due vocali è una i o una u accentata seguita da a, e, o.

Consonanti

Per classificarle bisogna tener conto di: modo di articolazione (occlusive, costrittive, affricate), luogo di articolazione (labiali, dentali, palatali, velari, labiodentali, alveolari, palatali), tratto di sordità o sonorità.

Dal latino all'italiano: i mutamenti fonetici

Vocali latine e vocali italiane

Il latino aveva dieci vocali: ciascuna dipendeva da diversa durata e quantità. Le vocali in posizione tonica erano dieci. Anche in italiano abbiamo la distinzione fra vocali brevi e lunghe, ma se in latino l'opposizione fra vocali brevi e lunghe consentiva di distinguere parole con significati diversi, in italiano non vi è un'analoga capacità distintiva.

Da un certo momento in poi nel latino parlato, le vocali lunghe cominciarono a essere pronunciate come chiuse, e le vocali brevi come aperte. Quando il latino si diffuse in paesi le cui lingue non possedevano l'opposizione fra vocali brevi e lunghe, il senso della quantità cominciò a perdersi. La perdita della quantità rappresentò uno sconvolgimento fortissimo nel sistema vocalico del latino: dal latino volgare questa caratteristica passò a tutte le lingue romanze.

  • Ī → i
  • Ĭ, Ē → e
  • Ĕ → ɛ
  • Ā, Ă → a
  • Ō → o aperta
  • Ŏ, Ū → o
  • Ū → u

La Ĕ e la Ŏ toniche hanno esiti diversi a seconda che si trovino in sillaba libera o implicata. In sillaba libera dittongo iè e uò; in sillaba implicata e aperta e o aperta: PEDEM, BONUM → piede, buono; PERDO, CORPO → perdo, corpo. Anche le vocali atone subirono delle trasformazioni, in parte diverse: non ci sono vocali aperte.

  • Ī → i
  • Ĭ, Ē, Ĕ → e
  • Ā, Ă → a
  • Ō, Ŏ, Ū → o
  • Ū → u

L'accento

Le parole latine avevano un accento di tipo musicale, consistente in un innalzamento della voce. Questo modo di realizzare l'accento venne meno quando le vocali persero la quantità: da musicale l'accento divenne intensivo. È cambiata dunque la natura, ma non la posizione dell'accento dal latino all'italiano.

Monottongamento di AU, AE, OE

Il latino classico aveva questi tre dittonghi, che nel latino parlato vennero monottongati e pronunciati come un'unica vocale, che avrebbe dovuto essere lunga e caratterizzata da timbro chiuso. AU produsse una o aperta nella maggior parte dei casi (AURUM → oro); il dittongo AE si monottongo dando quasi subito una e aperta (LAETUM → lieto); infine, OE si monottongò in una E che diede normalmente una e chiusa (POENAM → pena).

Dittongamento toscano

Il dittongamento di Ĕ e Ŏ toniche in sillaba libera è tipico del fiorentino e dei dialetti toscani: PEDEM → piede, LAETUM → lieto (il dittongamento non si produce se le vocali in questione sono in sillaba implicata). Il dittongamento di Ĕ e Ŏ toniche in sillaba libera non è presente in tutte le parole (NO in parole dotte ad esempio). Nell'italiano attuale, il dittongamento non compare quando e ed o aperta seguono il gruppo di consonante + r (breve, anche se nell'italiano antico il dittongamento era normale anche in questo contesto); sono anche in forte declino forme col dittongo uò preceduto da un suono palatale (fagiuolo ad esempio, con forte spinta da Manzoni); forme senza dittongo come foco, core, loco, sono frequenti nella poesia poiché derivate dall'influsso siciliano antico.

Anaforesi

L'anafonesi è una trasformazione che riguarda due vocali in posizione tonica: [e] ed [o]: in determinati contesti queste due vocali passano rispettivamente a i ed a u, vi è un innalzamento articolatorio.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher viola_fr di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Colombo Michele.
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