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Cap.1 - Problemi costituzionali dell'Italia unita

A livello costituzionale, l'Italia ha sempre presentato una frammentarietà politico-governativa, dall'Unità ai giorni nostri, caratterizzata da governi dal corto respiro. Tale instabilità può essere rappresentata dai numeri: mentre Stati Uniti e Gran Bretagna sono stati guidati da 26 e 24 premier, in Italia sono succeduti 53 P.d.C. alla guida di 153 governi.

Il fulcro del problema è da individuare nell'assetto dei poteri pubblici. In epoca monarchica, il re era il vertice dello stato e dei ministri del governo, ma lo statuto disciplinava anche l'irresponsabilità del re. Di conseguenza, la figura più potente era altresì considerata irresponsabile. Con l'instaurazione della Repubblica, i Padri Costituenti decisero di adottare un modello governativo debole, fomentando così la formazione di coalizioni governative estremamente allargate in cui l'azione di governo risulta paralizzata da una maggioranza parlamentare fluttuante e con un P.d.C. inerte che è sostanzialmente un pari grado degli altri ministri. Figura stabilizzatrice del sistema risulta il P.d.R. che pur essendo irresponsabile (come lo era il re) ha facoltà di pilotare la decisione politica, come il rifiuto dello scioglimento anticipato delle Camere.

Paragonato a diversi Stati europei, quello italiano, derivante dal Regno di Sardegna, ha origini recentissime. Lo Statuto Albertino e i relativi codici, che vennero applicati al nascente Regno d'Italia, e in generale il sistema politico, fu mutuato dal regime francese, che però era crollato nel 1848; la decisione di assimilare le regole istituzionali di tale regime dimostrò la debole lungimiranza italiana. Fino all'incirca al 1860 in Italia convivevano 7 Stati di tipo monarchico, con il solo Regno di Sardegna ad aver adottato, a partire dal 1848, istituzioni di tipo rappresentativo e bilanciamento del potere del re con le 2 Camere parlamentari. Tutte le altre monarchie presenti in Italia non prevedevano un coinvolgimento dei sudditi maggiorenni e ciò contribuì a far crescere un malessere popolare antiaustriaco che esplose in maniera più acre nel '48-'49. Il Regno di Sardegna, con la sua autonomia dall'Austria, distinguendosi da questa situazione, divenne un punto di riferimento per l'opinione pubblica italiana.

Nascendo solo nel 1861, l'Italia aveva un ritardo plurisecolare rispetto a Francia, Inghilterra e Spagna, costituito dalla modestia delle risorse agricole, industriali e delle infrastrutture. Inoltre in soli 82 anni di vita il Regno d'Italia avrebbe affrontato prove durissime come cocenti sconfitte militari, crisi di regime, guerra civile e un delicato passaggio dalla monarchia alla repubblica.

Fasi e regimi politici dall’Unità alla Repubblica (1861-1946)

  • 1861-1922/24: Regime liberale di tipo parlamentare *
  • 1924/25-25 luglio 1943: Dittatura antiparlamentare fascista dalla crisi Matteotti fino al tracollo militare italiano nella seconda Guerra mondiale *
  • 1943-46: Guerra civile e collaborazione provvisoria tra monarchia e partiti antifascisti
  • 2 giugno 1946: Nascita tramite referendum della Repubblica parlamentare democratica

* Entrambi i regimi sono stati accomunati dalla compartecipazione dello Stato monarchico. Vittorio Emanuele III regnò dal 1900 al 1946, quindi sia nella fase liberale sia in quella fascista. Il legame che ebbe con la dittatura fascista fu più forte e interdipendente di quanto si tende a far credere. Il ruolo del re nei rapporti con il fascismo fu tutt'altro che subordinato, prova ne fu la nomina di Mussolini a P.d.C. nel 1922, allora leader di una minoranza parlamentare, e l'imposizione, sempre al Duce, delle sue dimissioni con conseguente arresto nel 1943. Probabilmente il re, di fronte alla crisi dello Stato liberale, decise di sperimentare la dittatura commissaria, aprendo così la strada a Mussolini.

Attraverso la promulgazione dello Statuto Albertino, la monarchia dei Savoia si autolimitò a tutti gli effetti e dopo i moti del '48-'49 il nuovo re Vittorio Emanuele II, astutamente, superò la crisi legando la dinastia alla conservazione delle istituzioni rappresentative e dello Statuto. Il nuovo P.d.C. Cavour contribuì in maniera essenziale alla rinascita della Casa reale che culminò con l'efficace immagine che fu data al nuovo re Vittorio Emanuele III (caso ammiraglio Millo-Re).

Cap.2 - Lo Statuto Albertino e il governo del re

Lo Statuto non fu il prodotto di un’assemblea costituente ma venne concesso per iniziativa del re Carlo Alberto. Esso rimase in vigore fino all'8 settembre 1943. L'iniziativa di costituzionalizzare il Regno di Sardegna fu presa dopo che Ferdinando II di Borbone concesse la costituzione nel Regno delle Due Sicilie, per evitare perciò che quest’ultimo elaborato, maggiormente più avanzato politicamente, potesse essere applicato anche nei territori di Casa Savoia.

Lo Statuto, elaborato dal Consiglio di Conferenza, risultò una traduzione impoverita della Charte francese del 1814. Esso apparteneva alla famiglia delle costituzioni “brevi” ed era flessibile in quanto di fatto derogabile da qualunque disposizione legislativa ordinaria; non fu mai considerato una norma giuridica sovraordinata, quanto piuttosto una carta nella quale reinserire i principi fondamentali della monarchia sabauda. La Charte francese del 1814, cui ci si ispirò per la realizzazione dello Statuto, nel 1848 rappresentava ormai un fossile legislativo, in quanto proprio in quell’anno aveva provocato la caduta del regime francese a causa della debolezza del sistema di governo, rappresentato da un bicameralismo debole e fortemente censitario.

Il re posto al centro della Carta Albertina era contitolare del potere legislativo, titolare unico del potere di promulgare le leggi, e possessore del potere di scioglimento della Camera elettiva. Era inoltre titolare assoluto del potere esecutivo in un regime di totale irresponsabilità politica, e comandante delle forze armate. I ministri erano considerati collaboratori del re e non potevano dare luogo ad un Gabinetto, nonostante quest’ultima soluzione fosse stata usata con eccellenti risultati da altri Paesi. Tra il 1848 e il 1849 il re Carlo Alberto fu impegnato nella Guerra d’indipendenza e l’azione di governo fu condotta prevalentemente dai ministri. Questo passaggio forzato ad un sistema di Gabinetto si sviluppò in tempi storici brevissimi, a differenza del medesimo modello inglese delineatosi invece nell’arco di due secoli.

Il capo di Gabinetto era in realtà considerato alla stregua degli altri ministri. La sua carica, per diversi anni, aveva più un valore onorifico che istituzionale, tant’è che egli era costretto a irrobustirla con portafogli ministeriali di rilievo. Assumeva un ruolo preponderante rispetto agli altri ministri, in qualità di Presidente, solamente quando il re non era presente alle riunioni del Consiglio.

Dall’instaurazione del Regno d’Italia, i governi furono molto frammentari. Tale condizione portò tre significative conseguenze: (primo) il Regno d’Italia, costituitosi da circostanze storiche abbastanza aleatorie, pareva prossimo ad una implosione - (secondo) i diplomatici italiani godettero per lungo tempo di poca credibilità in ambito internazionale - (terzo) cominciò a circolare l’idea che le presidenze del consiglio permanenti non fossero necessarie vista la presenza di garanzia del re.

L’unica eccezione a queste deboli premiership fu rappresentata da Cavour, la cui opera servì per porre le basi per la nascita dei rapporti istituzionali concreti ed efficaci tra re e primo ministro. Cavour restò alla guida del governo dal 1852 al 1861, anno della sua prematura morte. La sua opera si contraddistinse per un’indiscussa autorità parlamentare ed un saggio e calcolato decisionismo politico senza eguali, al punto di rendere la figura di primo ministro indispensabile per il re. L’unico che per competenza istituzionale poteva essere paragonato a Cavour era Giovanni Giolitti. Le differenze tra i due statisti erano comunque notevoli: Cavour era maestro nel districarsi in situazioni di crisi e nel calcolare mosse politiche calibrate alla perfezione, Giolitti rimaneva alla guida del governo solo nei casi in cui la situazione politico-parlamentare era sotto il suo controllo, dileguandosi nelle situazioni di crisi.

Cap.3 - La rappresentanza politica secondo lo Statuto: Senato, Camera, elezioni (1848-1922)

Lo Statuto disponeva che il potere legislativo fosse esercitato sia dal re sia dalle due Camere. I deputati erano eletti da collegi elettorali uninominali, i senatori erano nominati dal re. Questi ultimi non potevano essere arrestati e potevano essere giudicati, qualora avessero commesso reati, solo dall’assemblea. Lo Statuto introdusse la figura di presidente del Senato, che a differenza di quello della Camera, rimaneva in carica per tutta la legislatura, anche a Camere chiuse, ma soprattutto poteva svolgere il ruolo di consigliere del re nelle situazioni di crisi. Al Senato era stata attribuita anche la funzione di “Alta corte di giustizia”.

Lo Statuto Albertino non specificava quali fossero i soggetti che i senatori dovevano rappresentare; si palesava una sorta di inutilità della Camera “Alta” che si concretizzava quando il governo aveva già una sua maggioranza alla Camera dei Deputati. Inoltre, quando il Senato respingeva un progetto di legge, già approvato dalla Camera, il governo reagiva promuovendo l’inserimento di deputati ministeriali all’interno del Senato per andare a modificare a suo favore la maggioranza parlamentare. Ne consegue che chi voleva contare spingeva per farsi eleggere deputato.

La presidenza della Camera finì per rientrare nella sfera di competenza del presidente del Consiglio. La Camera era elettiva ed estranea alla formazione del Gabinetto. Nonostante ciò, il suo ruolo rimaneva rilevante, in quanto un suo voto negativo ad un disegno di legge poteva provocare le dimissioni del Gabinetto. Inoltre era la prima Camera che votava il bilancio dello Stato, ed esercitava il suo controllo sull’azione di governo mediante gli strumenti politici come l’interrogazione, l’interpellanza e l’inchiesta parlamentare.

La proroga delle sessioni fu uno strumento politico introdotto dallo Statuto; esso consentiva di bloccare i lavori del Parlamento senza però sciogliere la Camera dei deputati. Sostanzialmente questo sistema veniva attuato ogni volta che il governo non voleva affrontare questioni delicate, le camere venivano rese inerti e quando i termini della proroga erano in procinto di scadere interveniva un Regio decreto che ordinava lo scioglimento della Camera e una convocazione di nuove elezioni.

La Camera dei deputati venne eletta, a seconda delle diverse fasi politiche, a suffragio censitario, a suffragio allargato e a...

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Scienze politiche e sociali SPS/03 Storia delle istituzioni politiche

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