Sunto di Storia del pensiero politico moderno e contemporaneo, docente Pietro Adamo, Libro consigliato Daring To
Be Bad – Radical Feminism in America 1967-1975, Autore Alice Echols
Introduzione: Nell’autunno del 1967 piccoli gruppi di donne radicali hanno iniziato negli USA a discutere del
problema della supremazia maschile. A quel tempo molte di queste donne facevano parte di collettivi femministi
inscritti all’interno del più ampio Movimento radicale. I gruppi femministi di liberazione erano dominati dai
“politicos” che attribuivano l’oppressione delle donne al potere capitalistico, ma in realtà era la stessa Sinistra che
non le dava audience. Comunque nel giro di due anni il femminismo radicale si è stabilito come la più vitale e
immaginativa forza all’interno del movimento di liberazione delle donne. Il femminismo radicale rigettava le idee
della Sinistra, e anche la soluzione femminista liberale di integrare le donne nella sfera pubblica. Le femministe
radicali sostenevano che le donne costituissero una sex-class, che le relazioni tra i sessi dovevano essere fondersi
nuovamente in termini politici, e che il genere, rispetto alla classe, era la prima contraddizione. Criticano il
femminismo liberale per perseguire una uguaglianza formale attraverso il sistema razzista e di stratificazione sociale
e per rifiutare la tesi che l’ineguaglianza femminile derivasse dalla sua subordinazione nella famiglia. Le femministe
radicali, infatti, sono state le prime a criticare la famiglia, il matrimonio, l’amore, la normativa eterosessuale e lo
stupro. Combattevano per una accessibile e sicura contraccezione, quindi per la legislazione sull’aborto, per
l’istituzione di centri per bambini e per sradicare lo sfruttamento femminile come oggetto nei media. In particolare
sono state le prime a parlare “consciousness-raising”, ovvero la crescita della coscienza personale delle donne,
dovevano osare di essere cattive. Dal 1970 il movimento inizia a diventare di massa: nel settembre 69 Betty Friedan,
fondatrice del NOW, National Organization for Women (era liberale), afferma la necessità per il movimento di
aggregarsi ad altre organizzazioni femministe e il 26 agosto del 1970 Now si unisce ad altri gruppi per la liberazione
della donna nel Grande Sciopero delle donne per l’uguaglianza. Similarmente anche molte donne socialiste iniziano a
incorporare la tematica radicale. Tuttavia nei primi anni 70 il movimento radicale inizia ad annaspare, collassando nel
1975 poiché eclissato dal femminismo culturale, nato come costola di esso e che aveva come obbiettivo di creare
una controcultura femminile, più che l’opposizione alla supremazia maschile. Inoltre a partire dal 1971 sembra che
molte femministe avessero definito le politiche del movimento secondo il loro modo di vivere. Quindi a partire dal
1975 il movimento radicale ha cessato di esistere. Le cause della fine del movimento non sono state solo queste,
anche il governo ci si è mezzo di mezzo inviando degli agenti sotto copertura per promuovere la violenza da parte del
movimento, per sovvertirlo. Siamo nel periodo in cui gli USA cercano di eliminare la politica razziale, il Presidente
Nixon e la sua politica di Vietnamizzazione, in cui la violenza è praticamente ovunque. Inoltre il movimento sarà
vittima, oltre della politica, anche delle costrizioni economiche e culturali degli anni 70. La paura di perdere il proprio
posto di lavoro a causa delle speculazioni economiche ha indotto molti membri a ritornare alle proprie carriere.
Inoltre anche le lotte intestine sono state una grossa causa, che hanno portato alla nascita del movimento culturale
femminista, più morbido, che voleva creare una neo-féminité, allontanandosi dalle idee radicali. Le femministe
culturali affermavano infatti che le donne fossero meno belligeranti, che avessero in sé l’attenzione materna e
sessualmente meno motivate sessualmente rispetto agli uomini. Così facendo per le femministe radicali non
facevano altro che incitare il patriarcato. Ovviamente tutto ha contribuito alla caduta del radicalismo, ma è stato
anche esso stesso a non chiarire le sue posizioni, anche in ambito politico, specialmente con la Sinistra. La
femministe radicali, dopo aver capito che era il genere l’argomento su cui dovevano concentrarsi, organizzarono il
movimento in modo da persuadere le donne che era proprio il genere stesso a unirle, piuttosto che la classe o la
razza. Parlavano di una grande sorellanza fra tutte. Ma quando entrarono nel movimento sia le operaie, sia le
lesbiche, il movimento si arrestò, si divide proprio per categorie sociali, piuttosto che unirsi sotto il genere. Così il
movimento culturale femminile ne approfittò proprio perché, nel 1973, sembrava offrire una scappatoia al
debilitante discorso della differenza. Anche il femminismo liberale approfittò della dissoluzione del movimento
radicale e attecchì di più in quanto aveva obbiettivi più facilmente raggiungibili, non meno realistici comunque,
rispetto al progetto radicale femminista di ricostruire la vita privata e pubblica delle donne. Per capire il femminismo
radicale è utile relazionarlo alle prime lotte femministe e radicali degli anni 60. I primi attivisti di sinistra, dei diritti
civili, femministi e omosessuali degli anni 50 hanno certamente aiutato a creare un clima in cui le ingiustizie
potevano essere cambiate, ma non avevano un obiettivo politico in comune con gli attivisti radicali. Così il
radicalismo degli anni 60 è cresciuto, dando vita anche al femminismo legato al movimento. Ma nel movimento
radicale femminista stesso gli attriti tra la prima e la seconda ondata di femministe ha creato una cesura che ha
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portato alla separazione e alla fondazione del femminismo radicale americano ad accostarsi al NWP (National
Women’s Party). Le femministe radicali contattarono Alice Paul, la fondatrice del movimento, per chiederle un
supporto sulla tematica del suffragio (le radicali dicevano che questa tematica era stata troppo affrontata dalla prima
ondata, e che ora la seconda ne doveva dichiarare la morte). Ma per il NWP il suffragio costituiva un punto di rottura
non da poco nella lotta per l’uguaglianza femminile. Ma le attiviste cresciute nel movimento dei diritti civili e nella
nuova Sinistra non volevano più l’uguaglianza, ma la liberazione. La prima ondata in pratica voleva un’uguaglianza
sessuale che avrebbe giovato alla società grazie alla pacifica forma femminile contrapposta all’aggressiva maschile.
Inoltre condannavano il divorzio perché avrebbe lasciato donne e bambini non protetti e si opponevano alla
contraccezione artificiale che avrebbe reso tutte le donne delle prostitute. Al contrario le femministe radicali
proponevano il diritto femminile al piacere sessuale, quindi l’autocoscienza femminile. La stessa lotta si attuò anche
contro le femministe liberali che lottavano contro l’esclusione femminile dalla sfera pubblica. Per le radicali era
invece più importante focalizzarsi sulla politica del sesso nella vita personale. Il radicalismo degli anni 60 era quindi
meno interessato a riformare la società, più a sviluppare alternative alla gerarchia e a centralizzare il potere
decisionale. Si proponevano di creare una democrazia a partecipazione individuale, ma in questa democrazie le
donne non trovarono posto, per questo si staccò la costola femminista.
1 – Prologo: la ricomparsa della Questione Femminile
Prima di esplorare i modi in cui il movimento per i diritti civili e la nuova sinistra abbiano aiutato la nascita della
seconda ondata di femminismo, bisogna prima parlare della Student Nonviolent Coordianting Commitee (SNCC) e
della Student for a Democratic Society (SDS), i due gruppi che hanno generato il movimento radicale femminile. La
SNCC è stata fondata nel 1960 da studenti neri che organizzavano vari sit-in in tutto il sud degli USA. Fu promotrice
della campagna di registrazione elettorale del 1964. Come altri movimenti dell’epoca anche la SNCC non praticava
alcun tipo di violenza. L’organizzazione aveva molto in comune con la SDS: erano tutti giovani e la loro politica era
più espressiva che strategica. La SNCC ha sfidato più volte il potere sudista, combatteva per la creazione di una
leadership locale. A fine anni 60 il movimento si spense, ma per tutta la decade fu maggiormente innovativo del
movimento di liberazione dei neri, divenendo il primo gruppo per i diritti civili ad opporsi alla guerra in Vietnam. La
SDS nasce anch’essa nel 1960 e aveva come obiettivo una democrazia partecipata. Il suo collegamento con la LID
(League for Industrial Democracy) promosse una ideologia basata sulla aberrazione del capitalismo, che crea
meccanismi di dominazione culturale e psicologica su ogni persona. Dal 1964 al 1965 la SDS cercò di alimentare un
movimento interrazziale dei poveri e nel 1965 volse il suo sguardo verso la guerra, organizzando in aprile la prima
dimostrazione nazionale contro la guerra in Vietnam. A partire dal 1965 alcuni componenti della SDS hanno iniziato a
vedere nel liberalismo un problema. Ma era più semplice identificare le deficienze del liberalismo piuttosto che
costruire un genuino radicalismo americano. Dal 1964 la SDS cresce a dismisura e fino alla sua dissoluzione nel 1969
si incastrò radicalmente nella società americana. La relazione tra la liberazione della donna e i movimenti per i
cambiamenti sociali degli anni 60 è complicata e paradossale, entrambe le nuove Sinistre e il movimento per i diritti
civili erano dominati dagli uomini che erano perlopiù disinteressati al cambiamento dell’ineguaglianza sessuale. È
questo il maggior abisso tra la vecchia e la nuova sinistra americana, le donne infatti nel partito comunista non
avevano nessuna ragione di rivoltarsi perché il partito stesso le trattava bene. Nonostante il sessismo della nuova
sinistra e il movimento per i diritti civili essi avevano dato alle donne bianche l’opportunità di sviluppare le loro
capacità e di rompere con i tradizionali ruoli, acquisendo anche capacità politica. Ma il pericolo del lavoro dei diritti
civili e la tradizione persistente della cavalleria ha confinato le donne bianche negli uffici e nelle scuole pubbliche:
questo le ha rese cieche rispetto al sessismo del movimento. Tuttavia (ti amo) l’attivismo femminile in questo
contesto le ha comunque rese più potenti e le ha anche rese capaci di riconoscere l’ipocrisia della retorica
dell’uguaglianza del movimento rispetto alla reale subordinazione femminile all’interno di esso. Inoltre le attiviste
bianche cominciarono a contestare le nozioni di femminilità ricevute nel momento in cui incontrarono giovani donne
nere nel SNCC e donne più anziane nella comunità nera che assumevano ruoli di organizzazione e leadership al pari
degli uomini. Più tardi le radicali trovarono un modello nelle donne vietnamite e cubane che ricoprivano ruoli cruciali
nelle rispettive lotte di liberazione nazionale. Mentre gli uomini compivano sforzi per cambiare la società attraverso
l’ERAP (Economic Research and Action Project, facente parte dell’SDS), arrivarono spesso alla competizione, mentre
le donne, che in essa incontrarono modelli femminili positivi e divennero esperte organizzatrici, fecero notevoli passi
avanti nell’organizzazione femminile, specialmente nel welfare per le madri, questo perché rispetto agli uomini le
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donne sentivano più i problemi della comunità. Ma mentre le donne dell’ERAP sviluppavano le loro capacità e la loro
autostima, i loro risultati non erano prontamente riconosciuti dai loro compagni maschi. La nuova sinistra ha
contribuito allo sviluppo della coscienza femminile anche in un altro modo: mentre nella nuova sinistra mancava la
consapevolezza della vecchia sinistra sulla “questione femminile”, il suo rigetto della visione ristretta della politica
della vecchia sinistra ha incoraggiato le attiviste a definire preoccupazioni personali come problemi politici.
Espandendo il discorso politico e includendo le relazioni personali, i nuovi attivisti di sinistra hanno spianato la strada
alle femministe per criticare il matrimonio, la famiglia e la sessualità. Rispetto infatti alla vecchia sinistra che
richiedeva la subordinazione dei bisogni personali alla lotta, la nuova sinistra ha incoraggiato le persone a cercare la
realizzazione attraverso il movimento. Paradossalmente il movimento però ha iniziato a diventare un posto sempre
meno accogliente per le donne. Alla Freedom Summer del 1964 le donne videro la loro influenza svanire: gli
organizzatori della manifestazione credevano infatti che il coinvolgimento di un ampio numero di bianchi avrebbe
attirato l’interesse dei media e quindi avrebbe obbligato il governo federale a intervenire nella battaglia contro la
segregazione. Questo segnò la fine della comunità interraziale nella SNCC. Un’ulteriore causa della sua dissoluzione
fu il coinvolgimento sessuale tra uomini neri e donne bianche che i membri bianchi della SNCC non vedevano di buon
occhio. La situazione sessuale in cui si ritrovavano le donne bianche le sfavoriva in ogni caso, se accettava le avance
da un nero rischiava di essere ridicolizzata, se non le accettava poteva subire accuse di razzismo. Di fatto gli uomini
neri usarono le donne bianche per affermare la loro virilità, mentre le donne bianche li usarono per affermare il loro
liberalismo o per “espiare la loro colpa”. Quindi durante la Freedom Summer gli uomini furono molto duri con le
donne che compresero l’ostilità nei loro confronti. Inoltre mentre le donne bianche venivano oggettivate
sessualmente dal movimento, le donne nere venivano viste come asessuate. Tuttavia con l’ascesa del Black Power
dal 1966, le donne nere non ebbero più interesse nella questione sull’ineguaglianza sessuale un altro fattore fece
capire alle donne bianche di aver perso terreno nella SNCC. Il numero crescente di membri nella SNCC ha portato
l’organizzazione ad assumere una struttura sempre più gerarchizzata: i leader cercarono di riportare la politica al
centro delle discussioni, cercando di estromettere i membri, in particolare donne, che diffondevano idee personali o
apolitiche. Anche la SDS seguì lo stesso percorso: l’alto numero di membri, cresciuti dopo la marcia contro la guerra
nell’aprile del 65, non portò la leadership ad essere ansiosa di discutere dell’esistenza della discriminazione sessuale
nell’organizzazione. Anche se alcuni uomini della SDS risposero favorevolmente alla questione dei ruoli sessuali, i
veterani non approvarono la tendenza tipica della nuova sinistra di dissolvere la barriera tra il personale e il politico.
Quando le donne formarono il primo workshop, molti uomini parteciparono, ma molte di esse rimasero frustrate dal
comportamento maschile che preferirono ritirarsi per incontrare solo altre donne. La questione dei “sex roles”
rimase cruciale anche negli anni a venire. Necessaria è però una deviazione: tra il dicembre 65 e il giugno 67 il
panorama politico americano cambiò irrevocabilmente. Il razzismo bianco, l’indifferenza del governo per esso nei
territori del sud, la dissoluzione della comunità interrazziale, portarono molti giovani ragazzi di colore a combattere
solo per il potere nero. I bianchi furono estromessi dal movimento dei diritti civili e anche dalle comunità nere,
organizzate ora grazie a attivisti neri. Anche il collasso dell’ERAP fu un duro colpo che forzò i bianchi a
riconcettualizzare il loro ruolo nel Movimento. Da metà 66 fino alla fine del 67 la nuova sinistra rispose alla sfida del
potere nero concentrando i propri sforzi su una selezionata resistenza e sulle organizzazioni studentesche. In questa
questione le donne furono solo delle compagne in aiuto agli uomini del movimento, quindi parzialmente partecipi (il
più popolare slogan di queste donne era “Girls say yes to guys who say no!). Alla fine del 66, inizio 67, alcune donne
provarono a sfidare quell’atteggiamento verso di loro che le impediva di partecipare alla resistenza. Venne
organizzata la conferenza “We Won’t Go”, ma che alla fine non portò a nulla. Nell’autunno del 66 la SDS prima
rivolte nuovamente il suo sguardo verso i campus, per poi abbandonare la causa studentesca poiché riteneva
incapaci gli studenti, troppo privilegiati, a impegnarsi in un cambiamento radicale. Comunque fu sfidata a inizio 1967
da numerosi leader della SDS che abbracciarono quella che è stata chiamata “new working class theory”.
Sostenevano che le persone con lavori tecnici, clericali e professionali costituissero il nuovo settore della classe
lavoratrice meglio educata della tradizionale, ma non per questo sempre meno classe lavoratrice. In accordo con
questa logica gli studenti non facevano parte della classe media privilegiata ma erano tirocinanti della nuova classe
lavoratrice e questo poteva essere considerato un radicale sforzo di cambiamento sociale. A fine 67 però molti della
nuova sinistra rigettarono questa nuova teoria e ribadirono che gli studenti erano una elite. Ci sono altre ragioni che
hanno portato al rigetto della new working class theory: prima di tutto era diventato abbastanza chiaro dal 67 che il
potere nero coinvolgesse non solo il diritto all’autodeterminazione, ma anche il loro diritto a guidare tutto il
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movimento. I militanti neri infatti credevano di possedere l’autorità morale per dirigerlo. A fine 67 molti radicali
bianchi erano d’accordo che la leadership del movimento appartenesse a mani nere. La loro disponibilità ad
accettare una leadership nera non era del tutto slegata dalle rivolte estive di Newark e Detroit. I radicali bianchi e
neri esagerarono il significato politico delle rivolte. In contrasto a queste guerriglie urbane gli studenti sembravano
irrimediabilmente riformisti. Ma la sinistra bianca era ormai del tutto impotente. Molti infatti la accusavano di dare
troppa importanza all’oppressione della classe media studentesca. Mentre la guerra del Vietnam si intensificava, i
ghetti bruciavano e il governo si impegnava in una campagna contro i militanti neri, i radicali bianchi trovarono
irresistibile
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