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Nel 1586 il celebre giurista francese Jean Bodin pone le donne ai margini della vita civile .
Forte di una doppia influenza culturale – quella greco-romana e quella giudaico-cristiana -
il grande teorico dello Stato assoluto moderno ribadisce una convinzione antica quanto la società
occidentale. In tutta Europa, per la loro intrinseca debolezza intellettuale, morale e psichica,
le donne vanno escluse dal potere; solo gli uomini sono cittadini a pieno diritto e possono regnare.
Consuetudini e leggi non sono sempre (state) così sfavorevoli alle donne e non molto tempo
prima del 1586, nel sistema feudale francese, le donne godono di un trattamento meno punitivo
Fino al XIV secolo, infatti, in assenza del capofamiglia ne fanno le veci e possono,
hanno facoltà di ereditare titoli e feudi, governando loro stesse sulle proprie terre.
Ad esempio, Anna di Bretagna, andata in sposa prima a Carlo VIII e poi a Luigi XII, e dunque per
due volte regina di Francia, non smette mai di sovrintendere personalmente all’amministrazione del
ducato da lei portato in dote alla corona francese. Come le donne della nobiltà, pure quelle della
borghesia e del popolo, prima del 1584, hanno una maggiore libertà d’azione, a cominciare dal
diritto di praticare legalmente i mestieri più vari, di esercitare la carità e l’assistenza ai poveri negli
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ospedali e nelle strade, di organizzarsi in comunità e beghinaggi , creando movimenti spirituali,
istituendo ordini e conventi.
Essendo legati alla società feudale, questi margini di autonomia femminile spariscono con il
Rinascimento. Nel corso del XIV secolo (all’interno di un profondo mutamento, che affonda le sue
radici nel secolo precedente, del modo di pensare la politica e le istituzioni, in cui la nozione di “res
publica” sostituisce progressivamente il concetto medievale di lignaggio e l’autorità del re quella
del signore) comincia ad affermarsi una nuova concezione di famiglia. La famiglia diventa il
fondamento su cui poggia l’edificio dello Stato moderno – è anzi una sorta di repubblica in scala
ridotta, retta dal capofamiglia e perfettamente speculare all’altra. La sua stabilità, il suo equilibrio,
la sua autonomia sono perciò di vitale importanza tanto per la sfera privata quanto per quella
pubblica, e i legislatori non risparmiano accorgimenti per tutelarla dalle potenziali minacce
l’irrazionalità, l’irresponsabilità, l’incostanza – derivanti dalla natura femminile. Simile a un’erma
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bifronte , la donna del ‘500 mostra, infatti, un volto angelico e uno diabolico, può indurre
1 Ritenendo che “dovessero essere tenute lontane da tutte le magistrature, i luoghi di comando, i giudizi, le assemblee
pubbliche e i consigli, perché si occupassero solo delle loro faccende donnesche e domestiche”. Tutte le cit. in nota.
2 Cortili circondati da piccole abitazioni. Spesso sono circondati da un muro e isolati dalla città da una o due porte.
Qui sono ospitate da benefattori povere e anziane beghine, sorellanze laiche di donne religiose, appartenenti alla Chiesa
cattolica e fondate nel XIII secolo nei Paesi Bassi, che cercano di servire Dio senza ritirarsi dal mondo.
3 Scultura che riproduce solo la testa e la parte più alta del busto. Il nome d "erma" deriva dalle analoghe statue di
Hermes diffuse in tutta la Grecia, ma l' "erma bifronte" è quella che serve nel mondo romano per riprodurre il dio
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all’elevazione spirituale o alla perdizione morale – in ogni caso è un enigma. Fra coloro che hanno
una concezione demoniaca del femminile vi è – come accennato all’inizio del capitolo - Jean
Bodin, che nella Demonomanie des sorciers (Demonomania degli stregoni, 1580), accusa le figlie
di Eva di perseverare nei loro propositi sovversivi e di essere in complotto con Satana
Nella guerra preventiva contro le insidie del sesso debole si ritiene necessario sottomettere
completamente la donna all’autorità maschile e circoscrivere il suo raggio d’azione all’interno della
sfera domestica. Così è sacrificata a garanzia dell’ordine famigliare non solo la sua libertà,
ma la sua stessa persona giuridica, poiché ella non ha altra identità oltre a quella di figlia, di moglie,
di vedova (solo la vedovanza le avrebbe garantito una certa autonomia civile.
(Nella sua interpretazione letterale), l’ “incapacità femminile” significa che, senza
l’autorizzazione dei parenti maschi o del re, le donne quasi non possiedono alcuna personalità
giuridica autonoma. Ad esempio, una moglie non può disporre liberamente dei propri beni,
assumere un impegno, testimoniare. Laddove l’equilibrio dell’istituzione matrimoniale lo rende
necessario, tuttavia, alla moglie alla madre, e soprattutto alla vedova è consentito redigere degli atti
- testamenti, donazioni, lasciti – da sottoporre, in ogni caso, al controllo delle leggi.
La difesa della famiglia implica di tutelare in qualche modo la dignità della moglie, perché il
matrimonio la pone comunque al centro della vita domestica. Una donna deve quindi essere trattata
con rispetto e, materialmente, è protetta dalla comunione dei beni e dal douaire, una sorta di rendita
o vitalizio che ne garantisce l’autonomia economica in caso di morte del marito. In cambio, giuristi,
moralisti, ecclesiastici, concordano nel chiederle obbedienza, modestia, castità, parsimonia, riserbo
– e non smettono di interrogarsi sui metodi educativi più adatti a sviluppare queste virtù.
Ma quale è il genere di educazione auspicabile? Debole e limitata, l’intelligenza femminile è
in grado di pensare razionalmente? Il sapere non rischia di incoraggiare difetti congeniti nella natura
delle donne (qui dette “figlie di Eva”) come la curiosità e l’orgoglio? La prima donna a protestare
contro queste concezioni è, all’inizio del XV secolo, Christine de Pisan, la quale sostiene che basti
mandare a scuola le bambine per sviluppare la loro intelligenza quanto quella dei loro coetanei
maschi. Un secolo dopo, Montaigne, pur mostrando un atteggiamento molto più liberale della
maggior parte dei pensatori suoi contemporanei nei confronti del gentil sesso, è ancora intimamente
convinto della superiorità intellettuale maschile e si limita a osservare che lo studio della storia e
della filosofia può aiutare le donne a sopportare le ingiustizie e le prevaricazioni di cui sono vittime
da parte degli uomini.
Non vi è, invece, rassegnazione, ma solo amarezza nel grido che nel 1626 Marie de Gournay,
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sua fille d’alliance, lancia nel Grifes des dames .
Giano, il dio bifronte perché i suoi templi vengono aperti in tempo di pace e chiusi in tempi di guerra.
Giano è rappresentato dunque con due facce (bifronte): una per scongiurare la guerra, l'altra per l'auspicio ella pace.
4 “Fortunato sei tu, Lettore, se non appartieni a quel sesso (femminile) che, privato della libertà, è interdetto da tutti i
beni, come pure da pressoché tutte le virtù. Né potrebbe essere altrimenti, visto che gli (le) è negato l’accesso alle
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All’interno del clima di grande rinnovamento spirituale promosso dalla Controriforma, e sia
pure in polemica con i protestanti che incoraggiano la fedeli, senza distinzione di sesso, alla lettura
dei testi sacri, la Chiesa cattolica è indotta ad affrontare il problema dell’educazione delle donne,
elaborando una pedagogia ispirata al culto mariano che, di trattato in trattato, persegue un unico
obiettivo: neutralizzare la componente oscura e demoniaca presente nella natura femminile e,
prendendo a modello le virtù incarnate dalla Vergine – purezza, dolcezza, carità – preparare le
fanciulle destinate a vivere nel mondo a realizzare felicemente la loro vocazione di madri e mogli
cristiane.
Nella Francia del ‘500, tuttavia, il peggioramento della condizione femminile sul piano
giuridico e religioso coincide con una prima, incontestabile, affermazione del suo prestigio
intellettuale. Sul modello del De claris mulieribus (Le donne famose, 1361-62) di Boccaccio,
tradotto in francese su richiesta di Anna di Bretagna, come detto a inizio capitolo moglie di Carlo
VIII, nasce anche oltralpe una tradizione letteraria, destinata ad avere lunga fortuna, centrata
sull’elogio della femme forte e savante, della donna forte e sapiente. Si tratta di una letteratura
encomiastica, che omaggia soprattutto principesse e dame illustri, di mano quasi esclusivamente
maschile; eppure il suo successo attesta l’esistenza di un pubblico femminile. Un pubblico di lettrici
appartenenti alle élite aristocratiche e borghesi che alla letteratura, e specialmente alla riflessione
morale, alla poesia e al romanzo, chiedono un’immagine idealizzata della donna in cui potersi
finalmente riconoscere.
Ma la vera novità di questo “rinascimento” al femminile consiste dall’entrata del gentil sesso
nell’agone letterario. Nel Medioevo c’è (stata) più di una scrittrice famosa, ma “niente, nei loro
discorsi, lascia(va) trasparire la consapevolezza di una << specificità >> (di genere letterario)”.
Viceversa, a partire dall’opera inaugurale di Christine de Pisan, Le Tresor de la citè des dames
(Il tesoro della città delle dame, 1497), la piccola schiera di autrici cinquecentesche – Pernette du
Guillet, Louise Labè, Chatherine e Madeleine Des Roches e, a fine secolo, Marie le Jars de Gournai
– condivide un unico progetto, di cui ai contemporanei non sfugge l’intento: contestare il quasi
totale monopolio maschile della scrittura e prendere direttamente la parola per raccontare in modo
più o meno velato di sé, dei propri gusti, sentimenti, delle proprie aspirazioni più profonde.
Fin dall’inizio, tuttavia, le scrittrici (esclusa qualche clamorosa eccezione) scelgono di evitare
di esporsi apertamente nel dibattito culturale, perché sanno di uscirne perdenti, e di procedere per
vie traverse, cogliendo di volta in volta le occasioni propizie.
cariche, agli impieghi pubblici e alle funzioni pubbliche, ovvero al potere, perché è nell’esercizio moderato di
quest’ultimo che si formano in massima parte le virtù. Un sesso a cui, come sola felicità, come uniche e sovrane virtù,
si lasciano l’ignoranza, la servitù e la facoltà di passare per stupido, se questo gioco gli piace”. Tutte le cit. in nota. 3
Del resto, esse sanno di poter invocare a loro difesa precedenti inattaccabili: in precedenza,
due grandi principesse danno l’esempio e diventano scrittrici. La prima è Anna di Francia, figlia di
Luigi XI, sorella maggiore di Carlo VIII, duchessa di Borbone (1461-1522), la quale, dopo aver
governato durante la minore età del fratello, si circonda di una corte brillante, aperta a scrittori e
artisti, e nel 1521 decide di stampare i suoi Enseignements (Insegnamenti) per la figlia Susanna.
Ma la più illustre scrittrice è la grande Margherita, sorella di Francesco I e moglie del re di
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Navarra . Prima poetessa francese a essere pubblicata, Margherita di Navarra si confronta con lo
stesso ardire intellettuale e pari talento con i temi cruciali dell’amore sacro e dell’amor profano.
Tre generazioni dopo, un’altra Margherita, figlia di Enrico II e Caterina de’ Medici, pure lei regina
di Navarra, inaugura la memorialistica femminile per narrare le tragiche vicissitudini della sua vita.
Certo, nessuno mette in dubbio la necessità di un’educazione e di una preparazione
intellettuale per le principesse reali e le dame dell’alta nobiltà - ma questo riguarda un numero
estremamente ristretto donne destinate fin dalla nascita a ruoli ufficiali di grande responsabilità.
Eppure, seppur eccezionali, tali casi sono pur sempre una lampante smentita dei luoghi comuni
misogini sulle tare congenite nella natura femminile, un incoraggiamento implicito e una cauzione
morale importante per le ambizioni intellettuali delle loro consorelle meno altolocate.
Neanche una nascita reale può però dare alle donne gli stessi diritti degli uomini e la legge
salica ne è la conferma più eclatante. In virtù di un antichissimo divieto risalente al tempo di
Pharamond, mitico re dei Franchi, e a differenza di quanto avviene in altri Paesi europei,
in Francia le donne sono escluse dalla successione al trono, e il compito di assicurare la continuità
dinastica è riservato alla discendenza maschile. Solo il re detiene il potere, mentre la regina non ha
altro status che quello di moglie.
Non è sempre (stato) così. La legge salica è un’istituzione giuridica abbastanza recente,
inventata da storici e giuristi nel corso dei secoli XIV-XV per garantire innanzitutto l’indipendenza
e l’unità territoriale del Paese. Nella Francia medioevale, infatti, la corona è (stata) trasmessa
rispettando il diritto di primogenitura, senza preclusioni di sesso, finchè nel 1316, alla morte di
Luigi X, il fratello del sovrano, Filippo di Poitiers riesce a farsi riconoscere re, approfittando della
minore età della nipote Giovanna a cui spetta di diritto la corona. Sei anni dopo le figlie di Filippo
V subiscono lo stesso sopruso e vedono i loro diritti usurpati dal fratello del padre.
E quando Carlo IV il Bello muore lasciando solo figlie femmine queste sono automaticamente
escluse dalla successione sulla semplice base dell’esempio dei due regni precedenti. Ma poiché
Carlo IV non ha fratelli, a chi va la corona? Considerando il legame di parentela più stretto col re
defunto, essa spetta a Edoardo III d’Inghilterra, nipote dal lato materno di Filippo il Bello.
5 Margherita di Navarra è considerata “sovranamente perfetta in poesia, dotta in filosofia, esperta in sacra scrittura” . 4
Ma adottare questa soluzione significa passare sotto la giurisdizione di un sovrano straniero,
e i baroni francesi preferiscono scegliere come nuovo sovrano Filippo di Valois – Filippo VI –
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discendente in linea maschile di Filippo l’Ardito. Introdotto surrettiziamente per assecondare le
ambizioni di Filippo V e Carlo IV, il divieto posto alle donne di regnare è così esteso pure alla loro
discendenza maschile. (Già durante la Guerra dei Cento anni si comincia a notare come, a seguito di
una politica matrimoniale che destina sempre più spesso le principesse di sangue reale a sovrani
stranieri, la successione al trono per linea femminile possa esporre la corona al rischio di finire nelle
mani di un principe forestiero. Così, da ora e per tutto il Rinascimento, diverse generazioni di
eruditi e di giuristi prodigano il loro ingegno e sapere per rendere irreversibile il provvedimento.
Il mito delle origini, il peso di una tradizione giuridica autoctona da contrapporre fieramente a
quella romana, la teorizzazione del carattere sacro della monarchia francese che comporta il ruolo
sacerdotale dei suoi re impossibile da estendere alle donne, l’autorità maschile come principio
unificatore della nuova concezione dello Stato in tutte le sue articolazioni sono le argomentazioni a
favore dell’esclusione delle donne dall’esercizio del potere. Benché si tratti di motivazioni alle quali
è difficile opporsi in tempi in cui la Francia è impegnata ad affermare la propria identità culturale e
a imporre il proprio prestigio su scala europea, ciò che conferisce alla legge salica il suo carattere di
incontestabile necessità è il repertorio dei luoghi comuni misogini, primo fra tutti quello della
“imbecillità di giudizio” del sesso debole
Eppure, il XVI secolo non è una clamorosa smentita degli interdetti riservati alle donne?
Mai come nell’Europa del ‘500 un numero tanto rilevante di donne – figlie, sorelle, mogli, madri,
amanti – ha accesso ad alte responsabilità, influisce sulla politica, governa in prima persona.
Nonostante le condanne dei predicatori, Maria Tudor prima e sua sorella Elisabetta poi salgono a
pieno titolo al trono d’Inghilterra, mentre Maria Stuarda cinge la corona scozzese.
Zia dell’imperatore Carlo V, e un tempo promessa a Carlo VIII di Valois, Margherita d’Austria
regna sui Paesi Bassi con abilità e prudenza. Renata di Francia a Ferrara ha un ruolo religioso e
culturale di grande risonanza. E se in Francia la legge salica esclude le donne dalla successione
dinastica, più di una delle dieci regine susseguitesi al fianco dei sovrani della casa di Valois ha,
con le madri e le sorelle, una grande influenza sulle vicende del Paese.
Luisa di Savoia, madre di Francesco I, governa in nome e per conto del figlio durante la sua
drammatica prigionia in Spagna e conduce per lui delicatissime trattative diplomatiche,
dimostrandosi un vero genio politico, mentre la sorella del re, Margherita, sposa del re di Navarra,
non nasconde le sue simpatie per la religione riformata, fa della sua corte un grande centro di
cultura umanistica, e dà lustro alla letteratura francese sia con una poesia di ispirazione mistica sia
con una celebre raccolta di novelle alla maniera di Boccaccio, l’Eptamerone (Heptameron, 1558).
6 “Mediante argomentazioni ingiustificate e illegittime” 5
La figlia di Margherita, Jeanne d’Albert, regina di Navarra, consacra invece la sua non
comune intelligenza agli interessi della causa protestante e a quelli del giovane figlio, Enrico di
Borbone, destinato a regnare un giorno su tutta la Francia. Alla morte del marito Enrico II (1559),
per circa trent’anni, durante il pieno svolgimento delle guerre di religione, è una regina,
Caterina de’ Medici, a ricorrere a tutti gli espedienti possibili, anche i più estremi, per tutelare gli
interessi della corona e difendere l’integrità del regno.
Nella Francia del ‘500 sovrane e principesse non sono, però, le sole a essere protagoniste.
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