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I bambini e la società: percorsi di ricerca storico-educativa

Parte I. I bambini tra guerra e totalitarismi

Capitolo 1. Dal riconoscimento al diritto al rispetto

Passaggi esperienziali per la fondazione pedagogica del pensiero di Korczak. Dal punto di vista pedagogico, parlare di diritti è sempre rischioso in quanto essi dovrebbero ormai essere al centro di una cultura europea in grado di orientare uomini e donne nel mettersi in relazione con le varie forme di alterità.

Nell’ambito dell’infanzia, un riconoscimento dei diritti dei bambini e delle bambine si deve all’importante opera del medico-pedagogista polacco Janus Korczak. Principio guida dei suoi interventi fu il tentativo di ridurre le sofferenze e le condizioni di deprivazione in cui versavano i bambini al fine di costruire una civiltà in cui quest’ultimi potessero divenire portatori del diritto ad essere felici.

Korczak aveva compreso che proprio il riconoscimento dei diritti umani (diritto alla vita, alla libertà, alla salute, alla felicità ecc.) poteva fungere da base teorica per facilitare la comunicazione tra popoli e culture diverse. L’azione “carsica” del suo pensiero fu tale da indurre la Polonia, nel 1978, a presentare alla Commissione dei diritti dell’uomo dell’ONU l’idea di una convenzione dei diritti del bambino.

Le ragioni di questa forte sensibilità nei confronti dell’infanzia hanno radici profonde, in eventi, che hanno lasciato un segno nella vita familiare e scolastica del giovane Janus. Il piccolo Korczak soffrì molto per la perdita del suo canarino, circostanza che lo mise per la prima volta dinanzi alla violenza dei discriminanti sociali e culturali, in quanto fu in questa occasione che apprese di essere ebreo, dal figlio del portinaio, che lo ammoniva sul fatto che non poteva dare degna sepoltura al suo piccolo amichetto perché come lui ebreo e gli ebrei non andavano in paradiso.

Un altro episodio che segnò la sua vita fu quando frequentando il ginnasio e quindi avendo modo di entrare in contatto con gente di diversa estrazione sociale e culturale, maturò in lui l’idea di creare maggiori occasioni per attuare un progressivo avvicinamento tra polacchi ed ebrei. Ad ostacolare questo ambizioso progetto vi era, però, il fatto che in quegli anni la Polonia era lacerata da processi di germanizzazione e russificazione la cui più grave conseguenza era la perdita dei diritti civili.

Il minaccioso incedere degli invasori non frenò l’iniziativa del giovane Korczak, sempre più convinto della necessità di uno spazio comune di dialogo tra le diverse culture, spazio che riuscì a realizzare sia con l’apertura nel 1912 della prima Casa dell’orfano per bambini ebrei, dove poté mettere a frutto le competenze acquisite durante gli studi medici, sia sul piano della scrittura dove leitmotiv delle sue opere è la necessità di pensare in maniera differente la relazione bambino-adulto.

Korczak concepisce i bambini come uomini del futuro, da formare come uomini di cuore ed è proprio formando il cuore del bambino che possiamo sperare in un uomo migliore e di riflesso costruire una società più giusta e consapevole. Ciò può essere possibile attraverso un operare educativo che non cerca di forzare la mano, di imporre o indurre forma ma che punta al potenziale del bambino ossia a ciò che può essere e può diventare.

Fondamentale per lui, fu il viaggio nelle capitali europee ed in particolare a Londra, dove nelle vicinanze di Forest Hill, ebbe modo di ammirare l’organizzazione degli orfanotrofi ivi presenti, esperienza questa che gli permise di aprire in Polonia numerose istituzioni di cura per l’infanzia che operarono nel segno della sua piena prima consapevolezza del diritto del bambino al rispetto.

  • Rispetto per la sua ignoranza, perché il bambino è come uno straniero in una città sconosciuta di cui non conosce né lingua né tradizioni;
  • Rispetto per la sua laboriosa ricerca di conoscenza;
  • Rispetto per i duri colpi che riserva il duro lavoro della crescita.

Capitolo 2. Anton Sieminoc Makarenko (1888-1939)

Il Poema pedagogico come romanzo d’infanzia. Negli ultimi anni del XIX secolo la Russia era lo stato europeo più arretrato. La popolazione era composta per maggioranza dai servi della gleba, le cui difficili condizioni di vita fecero da base per la nascita del partito populista. Quest’ultimo comprendeva al suo interno numerose correnti di pensiero, di cui quella prevalente era favorevole ad un rovesciamento dello zarismo e dell’aristocrazia.

I populisti, inoltre, confidavano nelle potenzialità del popolo russo, in particolare di quello rurale, in quanto progettavano lo scoppio di grandi rivolte contadine. L’inizio del XX secolo fu segnato da numerose sommosse contadine e manifestazioni di protesta da parte di ferrovieri ed operai nonché dall’affermazione del terrorismo rivoluzionario che portò all’assassinio del ministro dell’istruzione e di quello degli interni.

Fu il 9 gennaio 1905 la data d’inizio di una serie di eventi, che culminarono qualche anno più tardi, con lo scoppio della Rivoluzione di febbraio del 1917, fino alla decisiva rivoluzione d’ottobre capeggiata dal partito bolscevico che si concretizzò con la presa del Palazzo d’Inverno e l’ufficializzazione del governo dei Soviet guidato da Lenin.

Lo scoppio della rivoluzione ebbe tragiche conseguenze in tutta la Russia, in particolare quella meridionale, dove le numerose guerre civili avevano riversato sulle strade milioni di bambini e ragazzi dando luogo al fenomeno “dell’infanzia randagia”. Al fine di debellare questa grave piaga sociale, il governo bolscevico mostrò di avere una forte energia combattiva istituendo la “Commissione centrale per la tutela dei minorenni” insieme ad alcuni “Consigli per la tutela dell’infanzia” presso i Commissariati del popolo.

Anche la scuola fu tra gli aspetti della società investita dagli effetti della rivoluzione culturale bolscevica. Nacque la scuola unica di lavoro, un sistema scolastico finalizzato a combattere l’analfabetismo e a incentivare lo sviluppo economico. Nonostante questi provvedimenti si registrò una scarsa adesione degli insegnanti sovietici ai dettami ideologici e didattici formulati dal governo, anzi molti insegnanti, imitati da numerosi studenti, cercarono nuove forme di sostentamento dandosi al contrabbando di sigarette o dei semi di girasole peggiorando così il fenomeno dell’abbandono scolastico.

È in questo contesto che prende corpo l’azione educativa di Makarenko, a cui l’Istruzione Popolare affida nel 1920 il compito di dirigere la colonia Gorki, un istituto per la rieducazione di minori resisi responsabili di attività criminose. L’esperienza educativa viene descritta dal pedagogista nella sua opera più famosa, il Poema Pedagogico, che è una narrazione in forma diaristica della storia di questa colonia, il cui esordio è reso difficoltoso, oltre che dalla mancanza dei mezzi atti a soddisfare i bisogni primari dei ragazzi, anche dalla problematica di costruire un nuovo metodo rieducativo socialista volto a forgiare l’uomo nuovo.

I primi tempi furono i più difficili, i ragazzi, che continuavano a compiere furti e rapine nelle vicine abitazioni, erano totalmente indifferenti alle parole degli istitutori rendendo vani tutti i loro tentativi di redimerli. La svolta si ebbe una mattina d’inverno, quando Makarenko, ordinando ad uno dei ragazzi di spaccare la legna per la cucina, ormai alla disperazione per la continua insolenza da questi dimostratagli, reagisce colpendolo con degli schiaffi. Il gesto, pur essendo contrario a tutti i principi educativi del pedagogista, ha l’effetto di smuovere la coscienza del ragazzo e lo spinge a chiedere scusa per il suo comportamento.

Da quel momento le cose iniziano a cambiare e Makarenko comprese che nei confronti di questi ragazzi era necessario utilizzare il pugno duro poiché altri metodi non avevano avuto successo. Il 9 gennaio 1905 migliaia di persone manifestarono pacificamente davanti al Palazzo d’Inverno, inneggiando allo Zar, convinti che quest’ultimo, una volta a conoscenza delle loro difficili condizioni di vita, avrebbe tentato di migliorarle. Ma i fucili delle truppe imperiali fecero fuoco sulla folla, lasciando sul terreno oltre duemila feriti e centinaia di morti.

L’arrivo di nuovi elementi scosse fortemente i già delicati equilibri della colonia. Se i suoi primi ospiti si erano lentamente piegati alla disciplina solo in forza delle necessità più elementari, i seguaci dell’anarchismo patrio erano ancora più restii ad obbedire a qualsiasi disciplina. Bisogna, tuttavia, sottolineare che vennero sempre meno atteggiamenti teppistici e di aperta resistenza nei confronti degli istitutori, in quanto sia i vecchi che i nuovi elementi avevano compreso che essi non rappresentavano una forza a loro ostile e che la prospettiva di vivere per strada non era poi così accattivante considerato che dovunque regnava la povertà e si soffriva la fame.

Durante l’inverno e la primavera del 1922 nuovi tremendi eventi scossero la vita all’interno della colonia Gorki. L’arrivo di ragazzi ebrei alimentò episodi di antisemitismo che si cercò di debellare infliggendo pesanti punizioni fisiche e mentali nei confronti dei responsabili. Inoltre il diffondersi del tifo indebolì fisicamente e psichicamente i ragazzi colpiti, i quali non ricevevano adeguate cure per la mancanza di personale medico nella struttura.

Il culmine si ebbe quando, verso la fine dell’autunno, due dei ragazzi più in gamba della colonia vennero espulsi perché accusati di continui furti. L’episodio gettò totalmente nello sconforto gli educatori che maturarono la convinzione che l’educazione sociale non fosse possibile con questi ragazzi. Seguendo un ignoto istinto pedagogico, Makarenko intraprese la via delle esercitazioni militari, accolte dai ragazzi con grande entusiasmo e la stessa colonia venne organizzata in tanti reparti dotati di un comandante scelto tra i ragazzi.

Nell’ottobre del 1923 in seguito ad una disposizione del consiglio pedagogico e di quello dei comandanti, la colonia viene trasferita in una sola località. È l’inizio di una nuova epoca, i colonisti iniziano a manifestare il desiderio di affermarsi nel lavoro di calzolai o falegnami e ciò portò alla nascita della Facoltà Operaia. In parallelo i ragazzi manifestano un forte interesse per il teatro, passione questa che si rivelò essere un’importante fonte di guadagno per l’intera colonia, in quanto si iniziò a chiedere il pagamento del prezzo del biglietto a fronte delle spese sostenute per allestire gli spettacoli.

La vita della colonia continuò tra alti e bassi finché nel 1928 Makarenko fu costretto a lasciare l’incarico per contrasti sorti con l’istruzione popolare a causa dei suoi metodi educativi considerati troppo rigidi.

Parte II. I modelli educativi

Capitolo 4. La proposta educativa extra scolastica rivolta a bambini e bambine

Le Beniamine di Azione Cattolica. L’associazionismo di matrice ecclesiale ebbe la sua più grande espressione nell’Azione Cattolica, ed in particolare nella Gioventù Femminile (GF), fondata nel 1917 da Armida Barelli su mandato di papa Benedetto XV. L’intento era quello di formare una ragazza di forte tempra spirituale e morale, sensibile verso i bisogni della Chiesa, attenta ai problemi della società, ma distaccata e diffidente nei confronti della politica, e soprattutto animata da intensa dedizione apostolica.

Alla fine degli anni ’50, la Gioventù Femminile vantava al suo interno più di un milione di socie ed era presente su tutto il territorio nazionale, costituendosi così come una vera e propria associazione di massa. Per quanto riguarda la struttura interna la GF si articola nelle seguenti sezioni:

  • Piccolissime bambine di età inferiore ai 6 anni;
  • Beniamine bambine tra i 6 e i 10 anni;
  • Aspiranti tra gli 11 e 13 anni;
  • Giovanissime dai 14 ai 18 anni;
  • Effettive dai 19 ai 30 anni;

Al fine di soddisfare tutte le esigenze di formazione religiosa e morale delle socie, la Presidenza delle GF pubblicò una serie di volumetti e periodici che inizialmente venivano distribuiti dalla responsabile parrocchiale delle Beniamine durante le riunioni e successivamente spediti a casa. Il giornalino, dal titolo In cammino. Beniamine assolve un’importante funzione educativa perché è uno strumento che contribuisce alla formazione dell’identità associativa e offre contenuti con valenza formativa.

In esso sono presenti riflessioni sui vari momenti dell’anno liturgico (l’Avvento, il Natale, l’Epifania, la Quaresima, la Pasqua e la Pentecoste), nonché le storie a fumetti di santa Giovanna d’Arco, santa Caterina Benincasa e della beata Imelda Lambertini, una bambina che desidera incontrare Gesù ricevendo la Prima Comunione e che viene scelta come patrona delle Beniamine.

Il giornalino non trascura neppure gli aspetti feriali della vita della bambina, affrontando qualche situazione critica che si può trovare in famiglia o a scuola e indicando il comportamento corretto da adottare e offre suggerimenti e attività da svolgere nel tempo libero. Nel 1966, il giornalino cambia formato diventando più colorato e mensile. Comprende in tutto 32 pagine ed è arricchito al suo interno da brevi biografie di santi, recensioni di libri e film e da una rubrica intitolata La posta della delegata dove le Beniamine possono inviare i propri disegni, poesie, ecc.

Fanno il loro ingresso anche le strisce a fumetti dal titolo Chiccolina, questa sì è una Beniamina dove vengono presentate le storie di due bambine, una è Chiccolina, appunto, che con le sue azioni mostra il corretto comportamento da avere nelle varie situazioni, l’altra Sniff-sniffe, è disordinata e disobbediente, il cui comportamento non è assolutamente da imitare. La pubblicazione del mensile si interrompe nel 1969, anno che vede una riorganizzazione interna dell’Azione Cattolica e l’accorpamento delle Beniamine nell’Azione Cattolica Ragazzi.

Le Coccinelle dell’Associazione Guide Italiane. Nell’estate del 1943 Giuliana di Carpegna, con l’aiuto di un’amica, riunisce un gruppo di giovani che avevano manifestato la propria estraneità al regime fascista con l’obiettivo di individuare una proposta educativa per bambine e ragazze in modo da aiutarle a realizzare se stesse come donne e contribuire alla rinascita del Paese. Il Guidismo, movimento parallelo allo scoutismo, ma interpretato in chiave femminile, rappresentava all’epoca il metodo ideale per soddisfare questa esigenza.

Nel dicembre del 1943, Giuliana pronuncia la Promessa dinanzi al padre domenicano Agostino Ruggid’Aragona, il quale è assistente generale dell’Associazione Guide Italiane (AGI). Al fine di rispondere alle esigenze delle bambine di età compresa tra i 7 e gli 11 anni, l’AGI istituisce una realtà associativa ad hoc: la branca Coccinelle. In una realtà in cui l’educazione tradizionale vuole le bambine educate e fedeli a un ruolo sociale, il Coccinellismo è una proposta di autoeducazione finalizzato a sviluppare le risorse personali delle bambine, chiamate ad assumere precise responsabilità sia pur a misura dell’età.

Non essendoci nella letteratura per l’infanzia, un valido racconto da utilizzare con una protagonista femminile congeniale alla pedagogia del Coccinellismo, padre Ruggi chiede aiuto ad una scrittrice di storie per ragazzi che gli consegna in un solo capitolo la storia di Fiammetta. Il racconto viene esaminato dalla Sestiglia Nazionale Coccinelle ma viene giudicato poco idoneo, pertanto, si decide, di puntare l’attenzione non su una protagonista ma su un ambiente che possa affascinare le bambine e stimolare la loro fantasia.

Ecco, quindi, che il Bosco viene scelto quale ambiente educativo che caratterizza il metodo insieme con una serie di simboli quali: la Coccinella, il cerchio, la grande quercia, la lanterna, il consiglio dell’arcobaleno. I tre sentieri del prato, del bosco e della montagna simboleggiano il cammino di progressiva crescita e di impegno personale che ogni bambina compie dal suo ingresso nel cerchio fino al momento della salita al riparto.

Sul sentiero del prato la Coccinella impara ad essere sempre ubbidiente e ordinata e deve affrontare prove centrate sulla padronanza del proprio corpo. L’obiettivo educativo è quello di far imparare alla Coccinella l’ordine esteriore, immagine di quello interiore, che è sorgente di vera gioia. Nel sentiero del bosco, sono richieste alla Coccinella lealtà e coscienza di vivere la legge anche al di fuori dal cerchio, negli ambienti della casa e della scuola, perché la vera gioia si trova nella vita di ogni giorno e il fiore di mughetto ne rappresenta il simbolo.

Lungo il sentiero della montagna, la Coccinella che si prepara a diventare membro attivo del cerchio, comprende che rendendo felici gli altri può avere la vera gioia. La genziana è il fiore simbolo di questa fase. Lungo questo cammino, la Coccinella viene spronata a valorizzare le sue risorse personali e a vincere i suoi limiti, ogni prova superata la aiuta ad avere maggiore autostima per se stessa ed è un aiuto per tutte le componenti del cerchio.

Lo sviluppo storico

Nel 1951 in occasione del primo incontro nazionale dal titolo “Il Cerchio in relazione all’ambiente di vita della bambina”, le capo cerchio sentono l’esigenza di approfondire la conoscenza dei diversi ambienti di vita delle Coccinelle in modo che esse siano tali non solo all’interno del cerchio ma anche a scuola, in famiglia ecc. Motivo di discus...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/02 Storia della pedagogia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lorena.tunno di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Colaci Anna Maria.
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