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L'Inghilterra e le sue divisioni

L’Inghilterra fu un paese ricco di divisioni; parte di esse erano di natura socio-economica, altre di carattere istituzionale. Un dato sempre sottovalutato è la presenza di una forte tensione religiosa, anche se non raggiunse mai l’entità che si ebbe in Italia o in Francia. Le forze religiose in campo erano la Chiesa Anglicana, i cui vescovi erano membri di diritto della Camera dei Lords; la Chiesa Cattolica, composta da famiglie inglesi fedeli alla tradizione romana e dagli immigrati irlandesi; la cosiddetta non-conformity, il gruppo di confessioni protestanti diverse da quella anglicana, come metodisti e battisti. Tutte queste forze istruivano al voto politico dal pulpito, tanto che la Chiesa Anglicana si rivelò essere la base dei conservatori e la non-conformity la spina dorsale dei liberali; i conservatori usarono spesso la polemica anglicana contro il papismo per guadagnare voti dal malcontento popolare nei confronti dell’immigrazione irlandese, ma con i cattolici strinsero anche ottime alleanze.

Il sistema politico inglese

Il sistema politico inglese, al di là dei pregiudizi, non conobbe il bipartitismo perfetto, la divisione del parlamento tra i Tories e gli Whigs. Non ci furono partiti organizzati fino alla riforma del diritto elettorale e al costume di vincere le elezioni giocando sui grandi temi nazionali, in modo che la scelta dei cittadini fosse espressa in favore di una precisa politica generale anziché di certi poteri locali. Anche se in questo clima ci fu una progressiva disciplina dei gruppi tradizionali, la libertà di comportamento personale dei parlamentari fu amplissima fino al 1883 e cominciò a declinare solo negli anni seguenti.

Il bipartitismo non poteva dirsi perfetto a causa del partito irlandese e delle varie correnti che animavano gli altri: nel partito liberale c’erano i gruppi degli antichi Whighs, dei Liberals e dei Radicals; in quello conservatore il famoso Quarto Partito e le lobbies di interessi come i cosiddetti Ultra-Tories. Dagli inizi dell’Ottocento prese piede l’abitudine di organizzare i lavori parlamentari tramite un responsabile-coordinatore, chiamato The Whip, la frusta. Valeva inoltre la fedeltà personale al leader.

Elementi centrali del sistema politico

Gli elementi centrali del sistema politico inglese sono la monarchia, i Lords e il parlamento rappresentativo; i primi garantiscono stabilità e rispetto della tradizione, il terzo invece la mobilità e l’innovazione politica. Tuttavia, la monarchia fu una creazione delle stesse forze politiche, che ne delinearono i limiti e non ne furono mai soggiogate. I Lords non rappresentano un’aristocrazia feudale rinsecchita del suo significato sociale e desiderosa di un ritorno al passato, bensì una classe dirigente sopravvissuta all’assolutismo e partecipe della trasformazione economica. Grazie alla costante nomina di nuovi Lords, la composizione di questa Camera e il suo corporativismo fu tenuto sotto controllo; se infatti i Lords avessero voluto bloccare le proposte di legge, il premier aveva il diritto di chiedere al re di immettere altri membri per formare una maggioranza favorevole.

La House of Commons era in origine un organo rappresentante i borghi, le contee e le università, che esprimeva gli interessi del corpo istituzionale-economico di provenienza. Con l’età contemporanea però questa base era diventata anacronistica e incapace di concorrere realmente all’attività politica e legislativa del paese; le procedure elettorali erano consuetudinarie e ferme da secoli, ciascun boroughs votava sulla base di un proprio diritto elettorale e immenso era lo squilibrio nella distribuzione della rappresentanza, con molte città impossibilitate a mandare deputati a Londra. Gli apologeti di questo sistema sostenevano che esso difendeva le diversità e non piegava il parlamento ad uniformità astratte; in realtà significava che tutto era facilmente controllato dall’alto.

Riforme e movimenti

Il First Reform Act, 1832

Al First Reform Act del 1832 si giunse dopo un trentennio di dure lotte, che videro anche spargimenti di sangue e la persecuzione dei riformatori politici. Tuttavia, dopo la riforma, gli elettori continuarono a seguire gli stessi comportamenti e il Parlamento ad essere espressione dei soliti noti: agrari, industriali e bancari sostenuti dai pocket boroughs, cioè i collegi nelle mani di un grande elettore. La riforma non mise immediatamente in moto un meccanismo di rigida divisione dei partiti, rimediando alla fluidità delle posizioni tipica di quegli anni, ma quasi raddoppiò l’elettorato maschile, che passò dall’11% al 18%. La battaglia per la riforma del 1832 produsse associazioni ad hoc, manifestazione popolari e battaglie di stampa; fiorirono fino agli anni Settanta organizzazioni extra-parlamentari impegnate nelle lotte sociali, il cui valore fu tuttavia marginalizzato nella coscienza nazionale forse a causa del clima di aumentato benessere e di pacificazione con le classi medie raggiunto tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

Il movimento cartista

Nel 1836 l’artigiano William Lovett fondò una società operaia, la London Working Men’s Association, e due anni dopo elaborò un manifesto elettorale intitolato People’s Charter, con evidenti richiami alla sorgente delle libertà inglesi nel Medioevo, la Magna Charta. I cartisti svilupparono una tecnica di coinvolgimento diretto nella politica attraverso la mobilitazione popolare in grandi e spettacolari assemblee pubbliche; nel 1839 i meetings cartisti raggiunsero il culmine. Assunse importanza anche la petizione, cui i cartisti ricorsero per sottoporre ai Comuni il loro progetto di riforma. Nonostante ciò, il Parlamento rifiutò di prendere in considerazione il documento, ma l’eredità formativa e organizzativa dei cartisti rimase un patrimonio della militanza politica inglese.

Proprio in quegli anni si sviluppava una base locale molto vivace per la formazione di una classe politica: il Municipal Corporations Act del 1835 rese elettive le amministrazioni municipali e allargò il relativo suffragio ben oltre quello politico; ciò alimentò per quarant’anni il municipalismo e la conseguente partecipazione di più vasti strati della società.

Il modello del villaggio

Nella tradizione di autonomia dei corpi territoriali, i giudici di pace nelle contee erano estratti dalla piccola nobiltà di campagna e se la classe dirigente industriale voleva imporre la propria parità, doveva competere sul terreno del governo della comunità; comitati elettivi noti come School Boards amministravano già le scuole, mentre i Board of Guardians dirigevano gli organi che distribuivano i sussidi caritativi. I landlords fondavano il loto potere su un rapporto istituzionale con gli abitanti della terra: essi avevano il dovere di amministrare la giustizia, sostenere la carità, essere dei punti di riferimento; nelle annate di cattivo raccolto, era costume che il saggio padrone concedesse sconti o dilazioni di pagamento agli affittuari. La borghesia industriale e commerciale intese importare questo modello di villaggio nella città vittoriana, la quale tentò di svilupparsi in tal senso per dotarsi di migliori servizi.

Avere uno status sociale nella comunità equivaleva a partecipare della sua politica e la lotta in seno agli organi territoriali determinò le pressioni per l’allargamento del suffragio; gli industriali, per la maggior parte liberali o radicali, puntarono all’inserimento delle aristocrazie operaie a loro legate e della piccola-media borghesia; i conservatori attuarono una perdente strategia di resistenza passiva, ma alla fine anch’essi cercarono di introdursi in queste nuove componenti sociali. Il Second Reform Act del 1867 e il Third Reform Act del 1884 ampliarono ulteriormente il corpo elettorale, ma furono il frutto di una complessa negoziazione, chiamata Arlington Street Compact, per determinarne gli effetti, soprattutto la redistribuzione dei seggi su base territoriale; protagonisti dell’accordo furono il leader dell’opposizione, Lord Salisbury, e quello della maggioranza Sir Charles Dilke.

Registro e agenti politici

Il passaggio centrale del diritto elettorale inglese fino alla riforma del 1918 che introdusse il suffragio universale fu il Registro degli elettori, inventato nel 1832 con una funzione moralizzatrice per evitare la manipolazione dell’elettorato: l’elettore si presentava dinnanzi a una magistrato e richiedeva, previa verifica dei requisiti, l’iscrizione al registro. Il sistema presentava tuttavia dei punti oscuri: le clausole che davano diritto alla registrazione non erano limpide; il Registro doveva essere costantemente aggiornato, poiché il diritto si acquisiva e si perdeva; il cittadino spesso non voleva farsi carico di tutti gli impegni necessari al procedimento. Gli unici interessati a farlo funzionare erano i partiti, preoccupati di valutare e mantenere la propria forza e di farla perdere agli altri impiegando a tale scopo un personale tecnicamente capace, degli agenti politici in grado di far cancellare il maggior numero possibile di simpatizzanti avversari dal Registro.

Fino al 1868 quasi la metà dei seggi in Parlamento era uncontested, cioè non si svolgeva la battaglia elettorale perché il successo dei candidati era scontato; dal momento che le campagne elettorali erano estremamente costose e nessuno aveva intenzione di accollarsi in proprio tutti i rischi, la mobilità garantita dalle nuove leggi elettorali consigliava ai partiti di promuovere candidature contro gli equilibri tradizionali e di affidarsi agli agenti per la cura del Registro. La categoria degli agenti, ad eccezione del conservatore John Gorst, non produsse esponenti del sistema parlamentare, poiché l’impegno organizzativo non era un passaggio fondamentale ai fini di una brillante carriera politica.

La nuova organizzazione politica di Joseph Chamberlain

Alla nascita della forma moderna di partito inglese contribuirono non solo il Registro e gli agenti, ma anche lo sviluppo della vita politica locale, la creazione di una rete nazionale di quotidiani politici e di un sistema di interscambio governativo favorito dal polarizzarsi dello scontro tra William Gladstone e Benjamin Disraeli.

Le organizzazioni di partito emersero come strutture cittadine per la gestione delle riforme nelle municipalità: le case potevano essere dotate di acqua gratuita e di gas per illuminare, le città di biblioteche civiche e si poteva combattere la piaga dell’alcolismo, ma per affrontare questi problemi si doveva ottenere la maggioranza nei consigli; occorreva dunque discutere dei progetti prima delle elezioni, così da votare compatti secondo gli ordini. Il successo di questo metodo spinse uno dei suoi protagonisti, Joseph Chamberlain, a replicare questa nuova organizzazione politica come base per la campagna parlamentare; i suoi avversari bollarono il sistema col nome infamante di caucus, cioè la struttura con cui i professionisti della politica americana si accordavano sulle candidature e sulla spartizione delle fortune elettorali nelle grandi aree urbane. Il meccanismo era fondato su un potere esecutivo, nominato da tutti i membri delle circoscrizioni territoriali, e su un piccolo parlamento, eletto su base rappresentativa diretta; questi organi fissavano gli obiettivi principali del partito, che sarebbero stati vincolanti per i parlamentari e gli eletti nei corpi amministrativi locali.

L’invenzione di Chamberlain costituiva un rimedio soprattutto alle oscillazioni che fino ad allora erano state concesse ai governi personali, afflitti da un frazionismo interno molto sviluppato; nelle decisioni importanti, la maggioranza contava sui voti catturati all’opposizione e l’opposizione contava in modo analogo sulle paure di alcuni membri della maggioranza per bloccare i provvedimenti. Questo aveva indebolito gli Whigs, divisi tra la vecchia corrente classista e imperiale, il forte gruppo radicale compattato sull’istruzione gratuita e l’abolizione dei privilegi pubblici della Chiesa e l’incerto gruppo liberale, stretto nella morsa delle altre ali. Nel frattempo cresceva la stampa, grazie alla quale l’opinione pubblica poteva partecipare con passione alle discussioni politiche. Gladstone intuì la forza di questa platea politica nazionale, cui si doveva imporre un chiaro impegno morale e una scelta di coscienza senza disquisizioni sulla bontà dei candidati e dei programmi.

Lord Russell e Lord Derby

Nel 1865 il Primo Ministro Henry Palmerston morì e con lui l’ipotesi di un governo di centro che limitasse al minimo il ricorso allo schieramento partitico; era la tradizione governativa del conservatore Robert Peel, tesa ad eludere sistematicamente lo scontro sui grandi temi ideologici.

Toccò al suo successore, il liberale Lord Russell, affrontare il problema della riforma elettorale, facendo però i conti con il gruppo radicale che ruotava attorno al veterano John Bright e al filosofo politico John Stuart Mill nonché una frangia degli stessi liberali, capeggiata da Robert Lowe, che vedeva nell’astrattezza dei principi riformatori la funesta ripetizione della Rivoluzione Francese. La questione elettorale offrì a Gladstone, approdato tra i liberali, l’opportunità di mettersi in mostra come difensore di quel popolo che gli avversari della riforma volevano tenere lontano dal diritto di voto.

Nel 1866 il governo Russell cadde col tradimento di decine di deputati liberali; gli successe Lord Derby, ma l’influenza di Disraeli non bastò ad affossare la riforma. Ebbe inizio un complicato gioco di tattiche parlamentari tra Gladstone e Disraeli per cogliersi reciprocamente in fallo, ma la legge fu comunque approvata nel 1867.

Disraeli e Gladstone

L’anno seguente, Disraeli sostituì Derby come Primo Ministro, ma la sua fallimentare gestione economica determinò la netta vittoria dei liberali alle elezioni, le prime col sistema riformato. Sebbene insidiato dalle correnti di Lowe e di Bright, Gladstone riuscì a far approvare il Ballot Act nel 1872, che introduceva il voto segreto. Nel frattempo Disraeli pronunciava due famosi discorsi sulla dicotomia tra un partito conservatore, imperiale e nazionale, detentore del merito di aver costruito la potenza britannica nel mondo, e un partito liberale cosmopolita.

Gladstone cadde nel 1873 sulla proposta di fondare in Irlanda un’università aperta ai cattolici; Disraeli rifiutò l’incarico, percependo la sconfitta come occasionale, ma Gladstone fu costretto a sciogliere comunque il parlamento. Le elezioni del 1874 segnarono una grande vittoria dei conservatori, favorita dalle fatali divisioni dei liberali; Gladstone si ritirò dalla vita politica e Chamberlain dichiarò che l’epoca delle personalità eminenti doveva lasciare il posto alla politica degli obiettivi programmatici concordati a livello di partito, cui gli eletti dovevano attenersi.

Per il momento Disraeli tornava a guidare il governo, privilegiando la grande politica estera di espansione coloniale ed economica; nel 1876 consegnò la corona imperiale dell’India alla regina Vittoria. Grazie alla nuova leadership di Lord Hartington, succeduto a Gladstone alla testa dei liberali, il governo trovò sempre una sponda compiacente su questi temi. Sostenendo che il futuro della politica liberale era nell’organizzazione, Chamberlain fondò nel 1877 la National Liberal Federation, che raccoglieva un centinaio di organizzazioni locali e si proponeva come modello per il partito nazionale.

Il ritorno di Gladstone

Nel 1876 Gladstone tornò prepotentemente sulla scena politica con un pamphlet sui Bulgarian Horrors, col quale condannò l’indifferenza del governo britannico sulle violenze scatenate dai turchi contro i loro sudditi cristiani nei Balcani. Il rovescio di una spedizione coloniale a Kabul nel 1879 gli offrì un ulteriore spazio di visibilità: prima di tutto spostò il suo collegio elettorale da Greenwich a Midlothian in Scozia, poi sviluppò a fondo la tecnica dei comizi pubblici, coinvolgendo nella sua campagna decine di migliaia di persone.

Gladstone, con il suo mettere le masse al di sopra delle classi, aveva avviato le riflessioni sull’integrazione nazionale, sul superamento dell’azione politica legata esclusivamente ai gruppi sociali in favore invece di un metodo unificante che richiamava ai grandi valori o ai grandi temi, come l’impegno morale nella vita internazionale o la giustizia fiscale. Le elezioni del 1880 furono un successo travolgente per i liberali. Nonostante le difficoltà in politica estera e nel tenere insieme le diverse componenti della sua maggioranza, Gladstone riuscì a varare nel 1883 il Corrupt Practice Act, che fissava un tetto alle spese elettorali dei candidati, ad allargare nel 1884 il suffragio urbano alle contee e nel 1885 a riformare i collegi.

Il fronte conservatore

Nel 1881 Disraeli morì e gli successe Lord Salisbury, un acuto intellettuale con una certa insofferenza per la pubblicità, i discorsi, il populismo; molti lo scambiarono per un uomo fuori dal tempo, ma egli aveva compreso la portata dei cambiamenti in atto e voleva trasformare il partito conservatore nel cuore della resistenza alle riforme continue. Sebbene i conservatori potessero già contare su una buona tradizione organizzativa, come la National Conservative and Constitutional Associations e il Conservative Central Office, fuse nel 1870 sotto la guida di John Gorst, fu dopo la sconfitta elettorale del 1880 che il tema dell’organizzazione divenne importante. Delusi dall’incapacità del partito di reagire alla brillante performance di Gladstone, Gorst e altri esponenti conservatori si definirono il quarto partito.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Methius di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dei partiti politici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Bartoloni Stefania.
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