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scoppio della Prima Guerra Mondiale la sinistra italiana è divisa in due poli: il PSI a guida massimalista, con segre-

tario Giacinto Menotti Serrati, e il PSRI. Quando scoppia la guerra si ha un forte scontro sull'atteggiamento da te-

nere, che porterà all'espulsione di Mussolini e all'adesione alla formula di compromesso “né aderire né sabotare”.

Alla luce delle scelte strategiche e organizzative fatte, il partito socialista italiano come modello si configura come

partito di integrazione sociale, come l’SPD: è di natura extraparlamentare, nasce sulla frattura Stato-società, ma

con una strategia politica legalitaria; in origine è un partito extrasistemico ma attraverso l’evoluzione della sua

strategia diventa un partito sistemico. Il PSI finisce per portare porzioni di società non rappresentate dal mondo

politico liberale dentro le istituzioni, contribuendo a ridurre la forbice tra paese legale e paese reale.

Seconda parte – guerre mondiali e partiti di massa

Alla prima guerra mondiale si arriva con sistemi in cui esistono due forme di organizzazione politica: quella delle

classi dirigenti (liberali), che non hanno partiti politici (moderni) propri, che utilizzano come partito sostanzialmente

il governo e la maggioranza parlamentare che lo sostiene (es. trasformismo, si raccoglie il consenso in Parlamento,

oppure manipolando le elezioni – Giolitti manda prefetti); e i partiti di integrazione sociale, cioè i partiti di classe.

La guerra è l’elemento di cesura del ventesimo secolo: non vede coinvolti solo gli eserciti schierati al fronte, ma

mobilita tutte le società (guerra totale); è inoltre una “guerra democratica”, perché la sua fine determina una con-

dizione praticamente paritaria tra vincitori e vinti, nonostante gli sconvolgimenti geopolitici, e avvia una serie di

profonde trasformazioni che coinvolgono tutti gli Stati che hanno preso parte al conflitto.

 Istituzioni politiche. La guerra determina una profonda crisi delle istituzioni liberal-democratiche, verso il supe-

ramento del modello liberale classico e l’affermazione di regimi che siano sempre più democratici; si afferma

un principio di rappresentanza che tenga conto della volontà proveniente dalla base sociale, dove si riconosca

l’uguaglianza sostanziale. Dopo il conflitto tutti i sistemi vengono attraversati da istanze di tipo proporzionali-

stico, che hanno successo ovunque tranne in Gran Bretagna (anche se la proposta era stata fatta): dal 1919 in

Italia si vota col proporzionale. La rappresentanza non deve essere più quella unitaria e organica delle liberal-

democrazie, ma si basa sulla selezione di una classe politica che sia il riflesso di una società complessa. I liberali

avevano selezionato un modello istituzionale e lo avevano imposto dall’alto, chiedendo che tutti vi si adeguas-

sero; la guerra rovescia questo modello, facendo emergere che la società è diversa da come era stata descritta

e deve essere rappresentata in tutte le sue sfaccettature e peculiarità. Il modello maggioritario sintetizza le

diversità e le copre, mentre il proporzionale le riflette perfettamente, e dunque risponde meglio alla necessità

di rappresentare la società così com’è.

 Rapporto masse/politica. La guerra ha rotto gli schemi chiusi del liberalismo, della politica elitaria e dello scarto

tra paese legale e paese reale, perché il paese legale ha dovuto mobilitare il paese reale, sulla base della lotta

per la patria. La propaganda diventa uno strumento martellante, e la mobilitazione di tutta la società produce

alfabetizzazione politica, anche se forzata. La società viene coinvolta nelle dinamiche politiche e destrutturata

nelle sue dinamiche (lavoro che diventa femminile e minorile, razionamenti, distruzione, miseria); la mobilita-

zione delle masse è irreversibile e non si può proprio pensare di fare politica senza tenere conto delle istanze

delle masse. Per Ortega la guerra ha permeato le masse di politica, che è diventata parte del vissuto quotidiano

(politicismo integrale), e che rimane dopo la fine del conflitto. Per Gramsci, la guerra ha mobilitato le masse

vergini, che erano estranee alla politica, e le ha intessute di politica.

 Nesso guerra/rivoluzione. Con lo svolgimento della prima guerra mondiale e lo scoppio della rivoluzione bol-

scevica nel 1917, la guerra si salda con la rivoluzione, che per la prima volta nella storia è fatta da un partito

ben specifico, e fa nascere un nuovo sistema politico. Non è solo un partito che fa la rivoluzione, ma è un’ideo-

logia che già esisteva (anche se non è quella originaria), che finisce di essere uno strumento di sola propaganda

e diventa un regime vero, una possibilità reale. Con la rivoluzione russa l’ideologia diventa una parte determi-

nante della dialettica politica, non si prescinde più dall’ideologia nella politica, sono tutti partiti ideologici.

 Linguaggio politico. Cambia il linguaggio della politica perché sono cambiati i comportamenti durante la guerra:

la guerra è stata combattuta con un forte uso della propaganda e la propaganda è fatta principalmente di sim-

boli e miti, uno su tutti quello della nazione. Le società si sono abituate a un tipo di vita diversa, alla morte e

all’emergenza, all’obbedienza e al rispetto delle gerarchie, alla condivisione e alla lotta di gruppo, all’assistenza

e alla solidarietà. Bisogna creare linguaggi e strumenti nuovi che siano in grado di raggiungere persone diverse,

che agiscono e pensano diversamente.

Alle sfide poste dalla guerra si risponde sul piano organizzativo con la nascita di tre nuovi tipi di partiti, che rispon-

dono al nuovo rapporto tra masse e politica.

1. Partito di avanguardie rivoluzionarie. È il partito bolscevico di Lenin. Il contesto è quello della Russia zarista,

arretrato economicamente, con grandissima superficie, autarchico, con sviluppo economico fortemente diffe-

renziato. Vive l’industrializzazione forzata dall’alto (affluenza di capitale straniero e interventismo statale) e

questo fa sì che l’industria sia concentrata in pochissime aree (Urali e grandi città), e circa il 70% della popola-

zione è impiegata nell’agricoltura, che utilizza tecniche arretrate. Il nucleo originario è il Partito Operaio Social-

democratico Russo (1898, Plechanov): nonostante il contesto anomalo nasce un partito di difesa gli interessi

dei lavoratori, ideologicamente marxista con l’obiettivo di unificare le correnti più riformiste (Martov, mensce-

vichi) con quelle più operaiste (Lenin, bolscevichi), sulla scia di quello che è successo in Europa occidentale.

Il pensiero politico di Lenin si sviluppa in un percorso di quattro opere (1900 – 1917):

1. Che fare? (1901-1902). Delinea in maniera sistematica la sua teoria sull’organizzazione politica e la strategia

del partito rivoluzionario in una situazione peculiare come la Russia. Parte da una considerazione sul prole-

tariato, che secondo lui non ha capacità rivoluzionarie autonome perché, oltre ad essere poco e isolato, se

lasciato agire da solo in maniera spontanea è sensibile a suggestioni di tipo sindacalistico, vittima della

sindrome tradeunionista, e sarà sempre vittima dei soprusi borghesi. È vero che la storia procede secondo

lotte di classe (Lenin segue Marx); bisogna distruggere il dominio economico borghese, quindi il capitalismo,

ma bisogna ugualmente distruggere l’ordinamento che difende il dominio borghese (elemento nuovo),

quindi l’assetto politico-istituzionale borghese. Per Lenin la politica non è una sovrastruttura ma va di pari

passo con l’economia. Lo strumento adatto a gestire il proletariato e la rivoluzione è il partito (segue Marx),

ma cambia il modello di partito: per Marx si tratta di un partito che sposa le dimensioni verticale e orizzon-

tale, che crea la coscienza di classe e porta il proletariato alla rivoluzione; per Lenin non è un partito di

classe, ma un partito di élite cosciente (avanguardie rivoluzionarie), composto di rivoluzionari di profes-

sione, che non guida la rivoluzione ma che la fa, che non si identifica con tutta la classe proletaria e che non

la educa, che comprende il modello borghese ed è in grado di rovesciarlo. Una volta vinta la rivoluzione,

bisogna conquistare il proletariato al nuovo regime; ha la dimensione verticale della politica ma manca

inizialmente della dimensione orizzontale, che acquisisce una volta terminata la rivoluzione.

2. Due tattiche (1905). Il fallimento della prima rivoluzione russa ha dimostrato che lo spontaneismo rivolu-

zionario non funziona, perché lo zar la reprimerà sempre. Il percorso rivoluzionario deve procedere secondo

due fasi: primo tempo, distruzione dell’assetto assolutistico zarista grazie all’unione di proletari e borghesia

(bisogna far nascere il regime borghese per poterlo combattere). Una volta instaurato il regime borghese

si potrà passare alla seconda fase, di rivoluzione proletaria contro quel sistema.

3. Tesi di aprile (1917). Forzatura del pensiero leninista precedente: con la rivoluzione di febbraio 1917 c’è

stata già la sconfitta del potere zarista, per cui la prima tappa del percorso rivoluzionario è compiuta; i

tempi sono maturi per la seconda fase e la rivoluzione bolscevica. Lenin formalizza per la prima volta il ruolo

dei soviet (consigli di fabbrica), che affiancano il partito come motori principali della rivoluzione. Il soviet

rappresenta uno strumento di mobilitazione e di creazione della coscienza di classe.

4. Stato e rivoluzione (1917). I bolscevichi hanno già preso il potere, e Lenin descrive il percorso da seguire al

potere, cioè la dittatura transitoria del proletariato che serve al partito di avanguardie rivoluzionarie per

consolidare il regime nuovo, per poi giungere alla costruzione della società socialista. L’obiettivo del partito

è creare consenso della base verso il regime costruito con l’atto rivoluzionario.

Il partito di avanguardie rivoluzionarie è un partito di élite e non di massa, e neanche di integrazione sociale. È

segnato da un fortissimo vincolo ideologico, che è elemento programmatico (cosa devi fare) e identitario (sei

l’ideologia che rappresenti), che funziona come una religione civile e che è l’essenza stessa del partito, anche

come matrice organizzativa. È un partito di cellule e spesso ha un carattere clandestino, al cui interno ha una

disciplina ferrea di obbedienza alle direttive del partito (partito monolitico, senza spazio per la dialettica in-

terna). Principio del centralismo democratico: descrive il meccanismo decisionale, c’è un vertice che comanda

(perché interpreta l’ideologia) e una base che obbedisce. Non è possibile un principio di democrazia perché

l’ideologia non si discute, o ci credi o non aderisci. Ultimo tratto di questo tipo di partito è l’internazionalismo,

sintetizzato dalla formula “proletari di tutto il mondo unitevi”.

Effetti: costituzione nel 1919 della Terza Internazionale, il Komintern, un organo che raccoglie e coordina tutti

i partiti marxisti-leninisti con lo scopo di attuare la rivoluzione mondiale. Nel 1920 a Pietrogrado si svolge il

secondo congresso del partito bolscevico, nel quale Lenin detta le 21 condizioni per l’adesione alla Terza Inter-

nazionale. La prima è che tutti i partiti socialisti inseriscano all’interno del proprio nome il riferimento al comu-

nismo; la seconda è che tutti i partiti socialisti devono rompere in maniera definitiva con la tradizione socialde-

mocratica e sposare il modello russo. Per Lenin il nemico per eccellenza è all’interno della sua stessa famiglia

politica ed è la socialdemocrazia europea, perché ha tradito gli ideali rivoluzionari preferendo l’opzione rifor-

mista. Le 21 condizioni riportano a un’esigenza di discontinuità con la tradizione socialista precedente e l’inau-

gurazione di una nuova direttrice di azione, che recuperi il marxismo nella sua accezione leninista: bisogna

espellere la componente riformista dai partiti socialisti. Le condizioni nuove poste dalla guerra e il successo

della rivoluzione bolscevica radicalizzano la dialettica politica, perché l’ideologia diventa elemento determi-

nante della dinamica politica: le ideologie concorrenti non sono mai riducibili all’unità, perché l’ideologia non

scende a compromessi.

La nascita della Terza Internazionale è una scossa per tutto il socialismo europeo e ne modifica i caratteri. In

Italia prima dello scoppio della guerra il PSI è animato da due correnti principali, quella riformista (Turati) e

quella massimalista (Menotti Serrati), che diventa maggioritaria nel Congresso di Reggio Emilia (1912). La solu-

zione di compromesso rispetto alla guerra era “né aderire né sabotare”, che teneva insieme le due anime mas-

simalista (astensionista) e riformista (interventista). Quando la guerra finisce, con la rivoluzione russa e la vit-

toria mutilata, ci si ritrova con un partito forte: nelle elezioni del 1919 il PSI conquista 156 seggi, diventando il

primo partito in assoluto (anche grazie alla legge elettorale proporzionale, che spezza la tradizione notabilare

e clientelare). È un partito fortemente radicalizzato a sinistra nelle sue posizioni, coi massimalisti ancora più

radicati per via dell’onda lunga del successo della rivoluzione bolscevica, e questo dà il via al biennio rosso con

le contestazioni nelle fabbriche. Finalmente c’è un modello rivoluzionario funzionante da poter imitare, e per

realizzarlo bisogna inevitabilmente passare dall’adesione alla Terza Internazionale, abbandonando la tradizione

socialista ed espellendo la parte riformista; bisognava scegliere tra seguire il modello russo e rimanere fedeli

alle proprie tradizioni. Di fronte a questa eventualità emergono tre posizioni distinte:

 Riformista: non vuole aderire, perché il comunismo russo è una nuova forma di imperialismo, e perché il

comunismo non è la tradizione del PSI;

 Massimalisti: vogliono aderire per evitare l’isolamento internazionale, ma cercando di salvare le peculiarità

nazionali e del socialismo europeo, salvando le specificità del contesto storico-politico;

 Sinistra estrema: ala estrema dei massimalisti composta da giovani, di Napoli (Bordiga) riuniti intorno alla

rivista Soviet, e di Torino (Togliatti, Terracini, Tasca e Gramsci) riuniti intorno alla rivista Ordine Nuovo.

Auspicano l’adesione totale e senza condizioni alla Terza Internazionale.

Il PSI si riunisce al Congresso di Livorno (1921), le tre posizioni si confrontano e Menotti Serrati si trova a dover

scegliere quale parte espellere per riportare la situazione, non più sostenibile, all’equilibrio. Rompe a sinistra

ed espelle il gruppo dei giovani estremi, che fonda il Partito Comunista d’Italia (PCd’I), la sezione italiana della

Terza Internazionale; il PSI rimane polarizzato nelle correnti riformista e massimalista (ancora maggioritaria).

Il Partito Comunista d’Italia ha praticamente gli stessi caratteri del partito di avanguardie rivoluzionarie, perché

nasce imitando il modello partitico leninista: primato del culto dell’organizzazione, importanza del vincolo ideo-

logico, composto di cellule e rivoluzionari di professione, senza la dimensione orizzontale. Le cellule rivoluzio-

narie di cui è composto il partito sono funzionali al ruolo che il partito svolge nel sistema politico. Il partito nasce

nel 1921 e nel 1924 va fuori legge, per la messa fuori legge decretata da Mussolini di tutte le opposizioni al

fascismo, ma è l’unico partito che sopravvive durante il ventennio alla sua peculiare organizzazione, resistente

alla clandestinità. L’acquisizione del modello leninista non è però immediata: quando si confronta sul tipo di

partito da costruire si scontrano due posizioni differenti, Bordiga e Gramsci: Bordiga sostiene che il PCd’I debba

essere perfettamente identico al partito leninista, perché nella concezione di Bordiga il partito è una forza mec-

canica il cui scopo è abbattere il dominio borghese e costruire la società senza classi, e dunque serve un partito

che sappia fare la rivoluzione (la massa da sola non è capace); Gramsci parte invece da una valutazione diversa,

per cui il partito deve essere considerato come una totalità organica e vivente, non solo strumento di rivolu-

zione ma anche strumento di educazione e formazione (marxismo ortodosso), che si identifichi con la classe

che rappresenta e che sia dunque un partito di classe. La classe presuppone il partito (Bordiga), la classe è il

partito (Gramsci). La posizione che si afferma alla fine è quella di Bordiga, ma quella di

Gramsci sarà ripresa dal comunismo italiano col passaggio al PCI. La scelta del simbolo

sarà la bandiera rossa, con la stella gialla simbolo di vita che ricorda il sole, il martello

che rappresenta gli operai da una simbologia che rappresentava le associazioni di cate-

goria degli artigiani, mutuata dai partiti operai dell’Ottocento, la falce che è il simbolo

dei lavoratori agricoli, lotta combinata del proletariato inteso come unione dei contadini

e dei proletari di fabbrica; la bandiera rossa viene usata per la prima volta dopo l’espe-

rienza della Comune di Parigi nel 1871 e rappresenterà il sangue sparso in nome della libertà.

Dopo l’uscita della componente estrema di sinistra le due anime del PSI rimangono insieme fino al 1922 (Marcia

su Roma), quando il PSI si spacca nuovamente di fronte all’avvento del fascismo: la componente riformista si

schiera su una posizione di collaborazione con le altre forze politiche per impedire l’avvento del fascismo, men-

tre la componente massimalista rimane ferma su una posizione di opposizione frontale al sistema e di non

collaborazione. L’impossibilità di trovare una soluzione condivisa tra le due parti determina la fuoriuscita della

componente riformista, che fonda il Partito Socialista Unitario. Nel 1922 la sinistra italiana si trova divisa in tre

forza politiche: a sinistra il PCd’I (Bordiga), al centro il PSI (Menotti Serrati) e a destra il PSU (Turati). Questa

estrema frammentazione delle forze politiche sarà uno dei fattori che agevolerà il man-

tenimento del potere fascista e l’eliminazione di qualunque opposizione. Il simbolo del

PSI è rosso, con falce e martello simboli della lotta proletaria, il sole dell’avvenire che

rappresenta la migliore società socialista sullo sfondo; rispetto al simbolo comunista

c’è in più il libro, simbolo della cultura laica e razionale, dell’educazione e formazione,

che diventano un elemento particolarmente rilevante dal punto di vista organizzativo

con la scissione del PCd’I e l’ideologia leninista.

2. Partito di massa. È un’evoluzione e perfezionamento del partito di integrazione sociale che si afferma nel pe-

riodo tra le due guerre. Nelle dimensioni quantitative, i partiti di massa sono più grandi rispetto a quelli di

integrazione sociale, ma cambia anche la dimensione qualitativa: non conta solo la dimensione del partito nel

momento elettorale, ma anche la capacità del partito di inquadrare e dirigere le masse nella loro complessità.

Il referente politico del partito di massa non è più una determinata classe sociale, ma la società nel suo com-

plesso, da indirizzare verso dei precisi obiettivi politici. L’organizzazione del partito di massa diventa ancora più

importante rispetto all’integrazione sociale, perché bisogna raggiungere masse più numerose e articolate; l’or-

ganizzazione diventa il collegamento tra la base sociale e le istituzioni. Si perfeziona l’aspetto ideologico, che

definisce l’identità del partito, quali sono i suoi valori e ideali, e che definisce l’azione del partito, cioè i suoi

scopi e quindi il suo programma politico. L’ideologia è importante perché, dovendo conquistare un consenso

più largo, il partito deve avere un’identità più forte, che lo renda più riconoscibile. Il partito di massa fa un uso

massiccio della propaganda e della comunicazione politica, con opuscoli, manifesti, comizi, manifestazioni, con

il vantaggio che i partiti del primo dopoguerra hanno a che fare con società molto più politicizzate. La comuni-

cazione politica serve non solo per il reclutamento elettorale, ma anche per aumentare il numero degli iscritti

e soprattutto per educare e formare la società civile e l’opinione pubblica: tutti i partiti di massa hanno l’obiet-

tivo prioritario della formazione dell’opinione pubblica, indipendentemente dall’ideologia. Dopo la guerra tutte

le famiglie politiche provano a dotarsi di partiti politici, perché senza i partiti non si può più fare politica, in

quanto i sistemi liberaldemocratici non reggono più. Le prime a provarci sono innanzitutto le vecchie culture

politiche, cioè i liberali e i democratici: nel 1922 nascono il Partito Liberale Italiano e il Partito della Democrazia

Sociale e Radicale. Il PLI prova ad essere un partito di massa ma non ci riesce, finendo per creare un partito

elitario di intellettuali, con una ristrettissima base sociale (alta borghesia) anche se ha diffusione nazionale,

comunque concentrato nelle regioni del Centro-Nord, e resta comunque una fortissima sovrapposizione tra

iscritti al partito ed elettori (e dunque classe dirigente). Non è molto organizzato, non c’è un forte collegamento

tra centro e periferie, e l’azione politica rimane fortemente influenzata dal gruppo dirigente, è un partito i cui

membri sono quasi tutti della vecchia generazione, e il suo insuccesso politico sarà anche affrettato dal fatto

che nasce il giorno prima della Marcia su Roma, e quindi finisce quasi subito fuori legge. Le caratteristiche del

PDSR sono simili a quelle del PLI, con la matrice ideologica della Sinistra storica: è un partito sostanzialmente

notabilare, forte sul piano parlamentare ma debole fuori; non si diffonde sul territorio nazionale e rimane nelle

regioni del Centro-Nord, ed è debole dal punto di vista programmatico perché scisso tra gli ideali della demo-

crazia liberale e quelli della più forte democrazia sociale, che hanno provocato una fortissima frammentazione

interna che, connessa al fascismo, ha reso anche la sua parabola molto breve. La loro opposizione alle masse fa

sì che i partiti di massa che hanno creato non hanno potuto essere altro che partiti notabilari.

Un partito che nasce a seguito dei cambiamenti portati dalla guerra è il Partito Popolare Italiano (PPI), fondato

da don Luigi Sturzo nel 1919 e annunciato radiofonicamente con un appello agli uomini liberi e forti che diven-

terà il manifesto programmatico del partito. Il PPI è il primo partito che nasce con l’obiettivo di rappresentare

gli interessi del mondo cattolico; non è un partito confessionale, ma laico, che nasce quando la frattura

Stato/Chiesa (questione romana) apertasi con la presa violenta di Roma (1870) e il non expedit (1874) non si è

ancora chiusa. Non può essere apertamente confessionale perché la Chiesa non riconosce lo Stato italiano e

anzi vive in un regime di separazione rispetto allo Stato. L’ingresso in politica dei cattolici era fortemente osteg-

giato da papa Pio X, come dimostra il caso di don Romolo Murri (proveniente dall’Opera dei Congressi), scomu-

nicato nel 1909 per il suo attivismo politico e il tentativo di unificare i cattolici in un unico partito denominato

Democrazia Cristiana. Nonostante la sua avversione, il divieto perentorio di Pio X si ammorbidisce per via della

preoccupazione generata dall’avanzata delle sinistre anticlericali, per cui il pontefice concede parziali sospen-

sioni del non expedit (1904, 1909, 1912) nei collegi che vedevano la possibilità d’elezione di candidati partico-

larmente ostili alla Chiesa. Il ruolo dei cattolici in Parlamento fu ulteriormente rafforzato dal Patto Gentiloni

(1913), per cui un candidato liberale che avesse voluto giovarsi del sostegno dell’elettorato cattolico avrebbe

dovuto impegnarsi a non sostenere proposte di legge contrarie ai precetti del Magistero ecclesiastico. La que-

stione romana si chiude definitivamente con il Concordato e i Patti Lateranensi del 1929: fino ad allora nessun

partito italiano può dichiararsi apertamente partito cattolico, perché altrimenti la Chiesa lo avrebbe discono-

sciuto pubblicamente. L’escamotage che Sturzo utilizza per fondare un partito che difenda gli interessi cattolici

ma non rischi di mettersi in mezzo alla questione romana, è quella di muoversi su un terreno diverso: anzitutto

mancano nel nome riferimenti alla religione, e che si definisce come aconfessionale. È un partito che difende

gli interessi del mondo cattolico agendo in uno Stato laico, e riconoscendo la sacralità della laicità delle istitu-

zioni, perché difende tutte le confessioni e le libertà religiose; si partecipa alla vita come cittadino dello Stato

laico, e cattolico nel privato. Il partito definisce la sua identità non sulla base del credo religioso, ma sulla base

del suo programma, degli obiettivi che si pone di raggiungere. È un partito interclassista, che si oppone all’idea

della storia come scontro di classe, sposando l’idea che la storia evolva invece per l’incontro e la convivenza tra

le diverse classi sociali, la sintesi reale di interessi confliggenti. È un partito di centro, che si colloca in una posi-

zione intermedia che sintetizzi in maniera organica gli interessi sociali differenti e articolati di entrambe le parti.

L’idea del centrismo che Sturzo ha non è solo dello stare tra destra e sinistra e mediare, ma è l’idea che nel

centro ci sia qualcosa (dare al mezzo un proprio valore politico), e cioè tutto quello che rimane fuori dalle logi-

che di classe e che viene così rappresentato in maniera concreta.

Obiettivi politici: democrazia reale, voto per tutti e soprattutto voto alle donne, perché accrescerebbe di molto

il consenso a partiti di questo tipo, e anche affermazione e sviluppo del sistema elettorale proporzionale; rico-

noscimento delle autonomie locali, per assicurare una migliore governabilità rispetto alle pecche del sistema

centralista; riforme sociali molto avanzate, sul tema del sostegno alla famiglia, riconoscimento dei diritti dei

lavoratori, sostegno in caso di malattie e infortuni, introduzione del principio della progressività fiscale, esten-

sione dell’istruzione gratuita e obbligatoria; libera determinazione dei popoli, e più in generale adesione ai

principi che ispirano la Società delle Nazioni. È un partito cattolico nelle intenzioni e nelle

ispirazioni, ma non nel nome e nelle azioni, e quindi non è un partito confessionale; è un

partito di massa, diffuso su tutto il territorio nazionale con circoli e circoscrizioni collegate

al vertice, in cui l’ideologia è dettata dal programma e non dal cristianesimo. Il simbolo che

adotta sarà ripreso con alcune varianti dalla Democrazia Cristiana, ed è lo scudo crociato.

Richiama due esperienze: la Guerra Santa, simbolo dell’affermazione della cristianità, ma

anche le battaglie combattute dai Comuni guelfi, che avrebbe significato dare al partito

un’eccessiva confessionalizzazione, ed ecco che il riferimento alla cristianità viene stemperato con la parola

libertas, che richiama direttamente la tradizione liberale e in qualche modo secolarizza i termini della battaglia

politica. Sturzo sarà segretario del PPI fino al 1922, quando lascerà per volontà di Mussolini che interviene sulla

Santa Sede, e diventa segretario al suo posto Alcide de Gasperi, ultimo segretario fino allo scioglimento nel

1924 e primo segretario della Democrazia Cristiana.

3. Partito milizia. Rispondono al modello di partito milizia i partiti fascista e nazista. Il partito milizia è una risposta

agli effetti della Prima Guerra Mondiale, in particolare rispetto alla dimensione di massa della politica. L’obiet-

tivo del partito milizia è quello di inquadrare le masse all’interno di un progetto politico di stampo totalitario,

che distingue questo modello dagli altri e soprattutto dalle avanguardie rivoluzionarie. Il referente delle avan-

guardie rivoluzionarie non è la massa, mentre il referente del partito milizia è proprio la massa, dimensione

definitiva e fondamentale della politica. Anche per il partito milizia, a maggior ragione, la dimensione organiz-

zativa è funzionale a costruire e organizzare il consenso verso il regime politico, dunque si ha un’organizzazione

a livello nazionale, e finalizzata a permeare tutta la vita degli individui (dalla culla alla bara), riconoscendo dun-

que il valore formativo dell’educazione degli individui alla politica di stampo marxista. Il concetto di educazione

politica perseguito dal PNF andava inteso come formare negli italiani una mentalità del cittadino-soldato, che

obbediva al dogma del “credere, obbedire, combattere”; questo si basa su una concezione della massa sempre

di stampo marxista, per cui la massa non è in grado di autogovernarsi selezionando i propri dirigenti e dunque

deve essere educata al rispetto verso i propri capi e all’organizzazione. L’organizzazione interna è gerarchica,

con l’idea che il partito funzioni con la disciplina ferrea e una struttura militare, con una forte dimensione ver-

ticistica e piramidale. Nel partito milizia la base ha un ruolo determinante (non era così per i partiti comunisti),

perché la base serve a garantire il consenso verso la struttura e il regime, e dunque verso il partito. Nel caso

italiano Mussolini vince le elezioni e viene incaricato dal Re di formare il governo (processo di integrazione nelle

istituzioni, fase legalitaria) e diventa poi Duce del fascismo, senza mai rinunciare alla funzione determinante del

partito, perché costruisce consenso intorno al suo ruolo e al suo progetto politico. Dopo la guerra non si può

più prescindere dalla dimensione di massa della vita politica, e dunque è fondamentale il consenso della base

e il rapporto con il vertice del partito. C’è una forte militarizzazione della vita politica, che corrisponde alle

esperienze dello squadrismo, che vengono imitate nell’organizzazione anche quando il movimento diventa un

vero e proprio partito politico; lo squadrismo non è mai espulso dalla vita del partito. L’altra faccia della meda-

glia dello squadrismo è la creazione costante di nemici esterni, spesso da individuare come il capro espiatorio

dei problemi da affrontare. Il partito milizia si basa sempre sulla definizione della figura del nemico: nel caso

del partito nazista l’individuazione del nemico ha seguito il cleavage di tipo razziale, mentre nel fascismo si

tratta dei nemici della nazione, quindi socialisti e internazionalisti, fino ad arrivare ai cattolici che rispondono

ad una potenza straniera, cioè la Santa Sede (fino ai Patti del Laterano). L’identità del partito milizia si costruisce

sia in positivo, attraverso il progetto politico che si intende realizzare, sia in negativo, attraverso l’individuazione

del nemico da abbattere, che rappresenta un elemento centrale nella costruzione del consenso. Ancora, l’abi-

tudine della violenza, il ricorso alla violenza come strumento di lotta e di affermazione politica, e anche l’esal-

tazione della violenza e della forza fisica (ritratti di Mussolini e monumentalità dell’architettura fascista). Ri-

corso all’uso simbolico del mito, quello dell’antica Roma oppure miti finalizzati ad esaltare la grandezza e la

forza o l’imponenza, e lo sviluppo di una precisa liturgia politica, che imita sul piano della secolarizzazione la

liturgia di tipo religioso, che serve a costruire i caratteri di una religione civile da opporre alla religione religiosa,

ed ecco i miti della patria, della famiglia, della nazione, della tradizione. Anche questa liturgia diventa un aspetto

determinante della costruzione del consenso, che fa leva sul carattere dell’irrazionalità politica e che ribadisce

l’importanza del rapporto con la massa. L’idea che il simbolo della grandezza serva allo scopo di proporre un

mondo diverso, la creazione di un uomo nuovo o di una società nuova, finalizzata a contrastare la decadenza

del mondo borghese e l’esaltazione di una nuova civiltà costruita su valori diversi (razza pura e uomo nuovo, in

cui gli individui sono solo strumenti per il conseguimento dei fini di potenza dello Stato. Questo non è un ordine

solo politico: l’obiettivo che questi partiti vogliono realizzare è palingenetico, che mira a costruire un mondo

diverso su tutti i fronti, non solo economico e politico come i partiti socialisti, ma anche sociale e innanzitutto

culturale. Il partito milizia sostituisce progressivamente ma integralmente lo Stato con il partito, e l’obiettivo è

funzionale alla realizzazione del regime totalitario. Non più un doppio livello di azione partito/Stato, ma è il

partito che diventa lo Stato, il vertice delle istituzioni è il partito, le istituzioni sono una diretta emanazione della

struttura partitica: il totalitarismo diventa perfetto quando lo Stato è il partito, perché e il partito che è il motore

della rivoluzione e costruisce lo Stato totalitario. Questo succede nel caso del partito comunista russo e del

partito nazionalsocialista tedesco (totalitarismi perfetti), ma non nel caso del partito fascista italiano (totalita-

rismo imperfetto o regime autoritario). Nel corso degli anni Trenta lo Stato fascista viene configurandosi come

un sistema politico originale, che possiamo definire cesarismo totalitario, cioè una dittatura personale di tipo

carismatico, integrata in una struttura istituzionale fondata sul partito unico, sulla subordinazione e l’integra-

zione della società nello Stato, sull’organizzazione e la mobilitazione delle masse. Hannah Arendt ne Le origini

del totalitarismo descrive le caratteristiche che distinguono i totalitarismi: monopolio dell’uso della forza, mo-

nopolio dei mezzi di comunicazione, partito unico con messa fuori legge delle opposizioni, idea dello sterminio

di massa nella matrice originaria del partito, fusione completa tra partito e Stato. Nel fascismo manca l’idea

originaria dello sterminio di massa, che entra quasi alla fine della vita del fascismo, e manca la totale identifica-

zione tra il partito e lo Stato: il PNF continua ad esistere e ha dei propri segretari separati da Mussolini. C’è un

doppio livello di legittimazione istituzionale: da una parte c’è lo Stato che sopravvive, e una parte del movi-

mento fascista che si è infilata nello Stato, che ha la carica di capo del governo. C’è il Re, la massima carica

rappresentativa dello Stato, che comanda l’esercito, e dall’altra parte c’è il partito voluto da Mussolini nel 1922,

al cui vertice c’è la classe dirigente composta per la gran parte dai vecchi ras locali, portatori di un progetto

politico abbastanza diverso da quello che Mussolini persegue nelle istituzioni, quindi il partito non si identifica

fino in fondo con il progetto che Mussolini porta avanti come capo del governo, mantenendo una certa forma

di autonomia. Mussolini cade per voto di sfiducia del Gran Consiglio del Fascismo, organo supremo del PNF,

dunque è proprio il doppio livello di legittimazione che porta alla crisi del fascismo. I totalitarismi hanno esaltato

la dimensione di massa della politica dopo la guerra, e hanno esaltato il ruolo politico del partito nella gestione

della politica di massa. L’eredità più pesante che lasciano dopo il crollo sono la totale identificazione tra massa,

partito e Stato, tra l’inquadramento della massa verso la politica operata da un partito politico. Nella costru-

zione della politica del secondo dopoguerra non si può prescindere assolutamente dal ruolo del partito di

massa, il PNF ha rotto completamente il diaframma masse/politica.

Nel 1919 il governo Nitti varò una nuova legge elettorale, che estendeva il suffragio ai maschi con più di 21 anni di

età, o più di 30 qualora avessero compiuto il servizio militare. In questa tornata elettorale l’astensionismo fu altis-

simo, specialmente di quella larga parte dei ceti medi che non si sentivano adeguatamente rappresentati dai partiti

in competizione. La maggioranza dei seggi nella nuova Camera fu conquistata dal PSI e dal PPI, del tutto estranee

alla tradizione risorgimentale e antagonisti intransigenti dello Stato liberale, mentre i partiti costituzionali tradizio-

nali videro dimezzata la loro rappresentanza parlamentare. Nella nuova Camera calava la percentuale di nobili,

possidenti e industriali, rimanevano stabili le professioni liberali mentre aumentavano i sindacalisti e i giornalisti.

Nelle elezioni del 1919 i nuovi deputati furono circa il 70%, con picchi di circa il 80% dei partiti fascista e nazionalista.

Terza parte – Prima e Seconda Repubblica

Fase di transizione, dalla fine del fascismo fino al 2 giugno 1946, quando cambia la forma di Stato. Fase del centri-

smo, fino al 1953 con l’approvazione della legge truffa (partito o coalizione col 50%+1 dei voti, ha i 2/3 dei seggi,

per evitare l’ingovernabilità) e il suo utilizzo nelle elezioni, abrogata l’anno seguente. Fase del neocentrismo, fino

al 1963, a dicembre nasce il primo governo di centro-sinistra (DC e PSI) dopo 15 anni (governo Moro – Nenni). Fase

del centro-sinistra, fino al 1973, con Berlinguer e il compromesso storico (tra DC e PCI), cioè l’idea che il PCI che è

escluso dal governo dal 1947 possa rientrare all’interno dell’area di governo. Stagione della solidarietà nazionale,

fino alla morte di Moro nel 1978, che pone fine alla strategia del compromesso storico. Fase dei governi pentapar-

titi, fino al 1992, fase discendente dei partiti dove si mantiene il livello di consenso ma si erode il consenso degli

elettori affezionati (elettorato di appartenenza), per arrivare alla crisi fatta esplodere da Tangentopoli e Mani Pulite.

Dopo la seconda guerra mondiale crollano definitivamente i sistemi liberal-democratici e si affermano sistemi com-

piutamente democratici, basati sulla centralità delle istituzioni parlamentari ma soprattutto sull’introduzione dei

suffragi universali, il cui partito funzionale è quello di massa.

Che ruolo hanno avuto i partiti politici all’interno del sistema repubblicano?

 Giorgio Galli (1966, Il bipartitismo imperfetto): il sistema politico italiano ha sviluppato un modello di democra-

zia anomala, per il fatto che la competizione politica si è svolta sostanzialmente attraverso il confronto tra due

grandi soggetti politici, la Democrazia Cristiana (di governo) e il Partito Comunista (opposizione). L’anomalia sta

nell’assenza dell’alternanza, perché la DC è sempre stato forza di governo e mai il contrario. L’anomalia è de-

terminata dai forti condizionamenti che la Guerra Fredda esercita sul sistema politico italiano, che dunque

blocca l’evoluzione del modello democratico in Italia.

 Giovanni Sartori (1976, Il pluralismo polarizzato): non è vero che la storia politica italiana può essere letta solo

attraverso il rapporto tra DC e PCI, ma deve essere letta come la storia di un sistema politico caratterizzato da

un alto tasso di frammentazione partitica. Sartori non individua due partiti ma tre poli (raggruppamenti di par-

titi): un centro (DC, Partito Socialdemocratico, Partito Repubblicano, Partito Liberale), una sinistra (PSI e PCI) e

una destra (Movimento Sociale Italiano, Partito Nazionale Monarchico). Questo sistema si governa attraverso

una capacità attrattiva del centro verso le ali estreme, ed è per questo che non c’è l’alternanza.

Primo periodo, 1943-45. I soggetti politici sono i partiti antifascisti, che cominciano a riorganizzarsi ritornando

dall’esilio forzato: l’atto formale è la costituzione del Comitato delle opposizioni (26 luglio 1943), l’organismo che

raccoglie tutti i partiti antifascisti, che cambia quasi subito nome in Comitato di Liberazione Nazionale. Il CLN è

formato da sei partiti politici (esarchia): PCd’I, PSIUP, PdA, DL, DC, PLI. Il PCd’I è l’unico partito che sopravvive al

fascismo, il leader non è più Togliatti che si trova in Unione Sovietica, ma Longo e Secchia; il PSIUP è il Partito

Socialista di Unità Proletaria, che rinasce dalla fusione del PSI e di una componente più giovane, il Movimento di

Unità Proletaria – è diviso al suo interno in tre correnti, i fusionisti, che vorrebbero una fusione con il PCd’I, e poi le

correnti tradizionali di massimalisti (Nenni) e riformisti (Saragat); il PdA, Partito d’Azione, è una piccolissima forma-

zione politica di intellettuali con fortissime radici nell’antifascismo combattente della Resistenza, leader Ferruccio

Parri; DL, Democrazia del Lavoro (leader Bonomi), la formazione più piccola, ha radici nella socialdemocrazia rifor-

mista e nella Resistenza; DC, che non è la versione aggiornata del PPI di Sturzo, ma è un partito nuovo fondato da

Alcide de Gasperi, che comunque veniva dal PPI – è la convergenza di gruppi diversi, come gli ex Popolari, o membri

delle organizzazioni giovanili del mondo cattolico (Andreotti e Moro), o il gruppo dei dossettiani, principalmente

professori della Cattolica di Milano (Fanfani) – la DC non è un partito confessionale, de Gasperi è un cattolico liberale

e rispetta la secolarizzazione dello Stato, ma difende gli interessi del mondo cattolico, e il fatto che la questione

romana sia risolta gli permette di agire facendo esplicito riferimento al cristianesimo come fonte di ispirazione per

il loro programma politico; PLI, Partito Liberale Italiano (leader Cattani), che ha al suo interno una componente

monarchica, più moderata e conservatrice, e una più antifascista, repubblicana e democratica. Nell’esarchia manca

il Partito Repubblicano Italiano (leader Pacciardi), che è comunque un partito antifascista ma rimane fuori dall’esar-

chia per la pregiudiziale antimonarchica, non vuole entrare finché non si sarà risolta la questione della monarchia

a favore della soluzione repubblicana. Rispetto agli antifascisti delle altre famiglie politiche, i cattolici hanno man-

tenuto la loro presenza nella società italiana tramite organizzazioni nella società civile col benestare di Mussolini,

con l’indubbio vantaggio di riuscire assai meglio degli altri a interpretarne i mutamenti.

L’equilibrio dei partiti nel CLN tiene fino ai primi mesi del 1944, quando il PCd’I pone al CLN la questione monarchica,

minacciando l’uscita. Bisogna tener conto che non sono ancora state svolte elezioni, quindi i partiti non sanno

quanto contano; di fronte all’impasse del CLN Togliatti rientra dall’Unione Sovietica e annuncia la cosiddetta Svolta

di Salerno, prendendo le redini del comunismo italiano e allineandolo alle direttive di Stalin, entrato in guerra in

un’improbabile collaborazione con gli Alleati dopo la violazione del patto Molotov-Ribbentrop. La svolta ha due

parole d’ordine: la costituzione del partito nuovo, cioè basta con le avanguardie rivoluzionarie ma sì alla costruzione

di un partito di massa aperto alle classi popolari, democratico al suo interno; e la strategia della democrazia pro-

gressiva, cioè rinunciare momentaneamente all’esito rivoluzionario (senza espellerlo dall’ideologia del partito) per

combattere una battaglia legalitaria. Togliatti annuncia questa svolta per un estremo realismo politico, dato che

con la liberazione del Paese in corso non c’era assolutamente nessun margine per l’azione rivoluzionaria, e per la

necessità di consolidare la dimensione nazionale dell’azione politica del partito, che non risponde agli ordini esterni

ma identifica i suoi interessi con gli interessi della nazione. Per lungo tempo la svolta di Salerno è stata tramandata

non come un accordo Togliatti-Stalin ma come una svolta autonoma del partito, per rinsaldare il carattere nazionale

della scelta e a significare una rottura col Pcus; in realtà Stalin riconosceva dei limiti all’azione dei partiti che si

trovavano nei territori di liberazione anglo-americana, che non potevano essere eliminati e che dunque andavano

tenuti da conto nella definizione dell’azione. La svolta di Salerno determina anche il cambiamento nel nome, da

PCd’I a PCI, e ricompatta il fronte antifascista: Vittorio Emanuele III è costretto a nominare luogotenente il figlio

Umberto II, sbloccando parzialmente la questione monarchica, e si approva la prima Costituzione provvisoria, con

cui si stabilisce che verrà convocata l’Assemblea costituente che deciderà la forma di Stato. Questa fu una conces-

sione alle sinistre per non aver rotto l’unità del CLN, che non volevano che la forma di Stato fosse decisa dal popolo

perché (specie Togliatti) sapevano che il rischio che vincesse la monarchia sarebbe stato molto alto. Un’ulteriore

conseguenza della svolta di Salerno e della successiva liberazione di Roma è il passaggio dai governi Badoglio e

Bonomi di unità nazionale ai governi antifascisti, che saranno espressi dagli equilibri dei partiti dell’esarchia.

Secondo periodo, 1945-47. Nel 1945 la liberazione è completa, e viene istituita la Consulta Nazionale per affiancare

il governo nell’esercizio delle sue funzioni, ma nel dicembre 1945 gli equilibri del CLN sono di nuovo in crisi per via

della caduta del governo Parri. La caduta è dovuta sostanzialmente a due questioni: l’eccessivo spostamento a

sinistra della linea politica e l’ordine pubblico, perché secondo gli oppositori (PLI, più a destra) Parri non è in grado

di gestire il disarmo dei partigiani. La crisi si risolve con la nomina a capo del governo di de Gasperi, mantenendo

invariata la maggioranza di governo che aveva Parri e impedendo al PLI di uscirne spostando troppo gli equilibri a

sinistra; per la prima volta diventa Presidente del Consiglio il segretario di uno dei tre grandi partiti antifascisti, e

tutto questo dà l’avvio alla repubblica dei (grandi) partiti delle masse lavoratrici (Scoppola), mettendo fuori gioco

le forze più piccole (DL e PdA scompaiono nel 1946). Negli ambienti del PdA viene elaborata un’altra lettura più

critica della svolta del 1945, come una vittoria delle forze moderate contro l’affermazione delle forze progressiste

e rivoluzionarie, tradendo il mito della Resistenza e dell’antifascismo. Quando viene nominato capo del governo de

Gasperi sceglie di lasciare la segreteria del partito, per evitare che la responsabilità di governo, sicuramente pesanti

vista la situazione, ricadano integralmente sul partito, e per la sua concezione liberale delle istituzioni di tipo pira-

midale, per cui il parlamento è il centro della vita politica e di compensazione di interessi confliggenti e al cui vertice

c’è il governo che mette in atto il compromesso così raggiunto; di questa piramide i partiti sono solo la base, in un

rapporto gerarchico, e non devono intaccare i ruoli delle istituzioni sovrastanti. Un primo momento di svolta negli

otto anni (fino al 1953) dei governi de Gasperi è il 1946, con il referendum istituzionale e le elezioni per la Costi-

tuente, in cui per la prima volta i partiti si rendono conto di qual è il loro peso relativo: contrariamente alle aspet-

tative delle sinistre, il primo partito del Paese è la DC, e il PSIUP è il secondo (e non il PCI come ci si aspettava, che

invece è terzo). Erano molto importanti le incognite del voto delle donne e dell’affluenza alle urne, i cui timori

nascono dalla lunga parentesi del ventennio che potrebbe riflettersi in disimpegno della popolazione completa-

mente diseducata alla democrazia; inoltre, la resistenza aveva mobilitato gran parte del proletariato, convinti che

le brigate partigiane fossero un preludio alla rivoluzione comunista. Importante citare il Movimento dell’Uomo

Qualunque (Giannini), che manifesta il disagio politico di quella parte d’Italia turbata e sospettosa di fronte all’ac-

cordo dissonante delle voci antifasciste; dopo vent’anni di dittatura non è facile accettare il pluralismo della demo-

crazia, ed è evidente la nostalgia per l’ordine e la stabilità assicurate dalla dittatura, condensata nella formula qua-

lunquista “si stava meglio quando si stava peggio”. Uscendo dalle consultazioni elettorali, l’equilibrio della coali-

zione è molto spostato verso il centro rispetto alle aspettative, perché i voti di PSIUP e PCI insieme non raggiungono

comunque quelli della DC, segnando una prima sconfitta per la sinistra. Due mesi prima del referendum viene ap-

provata la seconda Costituzione provvisoria, che stabilisce, contrariamente alla precedente, che ad esprimersi sulla

forma di Stato sarà il popolo e non la Costituente. Un grosso errore del PSIUP è stato quello di interpretare il bipo-

larismo mondiale in termini non di un conflitto tra un blocco democratico e uno dittatoriale, ma tra il potere del

proletariato e la patria del capitalismo; le agitazioni dei socialisti durante il governo monocolore di De Gasperi non

fanno altro che favorire il premier, perché la loro posizione critica verso il Piano Marshall (a sfavore dei cittadini

stremati) e le agitazioni da loro promosse fanno riemergere la paura della rivoluzione, e fanno stringere le forze

politiche intorno a De Gasperi. Il secondo governo de Gasperi inaugura la stagione del tripartitismo (non più governi

antifascisti), con governi sostenuti dalla maggioranza di DC, PCI e PSIUP.

Terzo periodo, 1947-53. Nel 1947 si infrange la stagione del tripartitismo. Nell’autunno del 1946 si svolgono le ele-

zioni amministrative in molte città importanti, in cui la DC perde un sacco di voti a favore delle sinistre e delle destre

(PLI), specie di quelle appena nate come MSI e Uq, e per questo comincia a mettere in discussione l’alleanza con le

sinistre. Nel gennaio del 1947 de Gasperi va negli Stati Uniti a chiedere sostegno economico per la ripresa italiana,

e nel mentre il PSIUP si spacca in due tronconi (scissione di Palazzo Barberini): esce dal partito e dalla maggioranza

di governo la componente più riformista di Saragat, perché ritiene che il PSIUP sia troppo schiacciato sulle posizioni

del PCI, e fonda il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), poi Partito Socialdemocratico Italiano (PSD). Quando

de Gasperi torna si vede costretto ad aprire la crisi di governo, ma il governo esito del rimpasto ribadisce la formula

tripartita: non si rompe perché l’Italia deve ratificare il trattato di pace di Parigi e perché la Costituente deve appro-

vare l’articolo 7, che riconosce giuridicamente il Concordato, e de Gasperi vuole che la responsabilità di due atti di

tale importanza critica non sia esclusivamente della DC ma sia condivisa tra i maggiori partiti del Paese. Una volta

approvati questi due atti de Gasperi ha la strada spianata per chiudere la collaborazione, e il processo è accelerato

dallo scoppio della Guerra Fredda, con l’annuncio della dottrina Truman (cortina di ferro) del contenimento delle

mire espansionistiche dell’Unione Sovietica, e dal varo del piano Marshall. Questi due eventi evidenziano la volontà

delle potenze vincitrici di contenere sul piano nazionale l’espansione delle sinistre associate ai partiti sovietici: per

l’attuazione del piano Marshall gli Stati Uniti chiedono governi stabili (non chiedono esplicitamente di escludere le

sinistre), e che gli Stati operino in economie integrate, cioè che gli Stati si impegnino ad utilizzare i fondi ricevuti in

un contesto europeo. Di fronte a queste condizioni de Gasperi ritiene che la maggioranza di governo sia inaffidabile

e quindi instabile, e che quindi l’unica soluzione sia eliminare le sinistre dalla maggioranza di governo, e apre una

nuova crisi di governo a due mesi dalla precedente che risolve con la formazione del IV governo de Gasperi, mono-

colore DC con alcuni tecnici indipendenti, rompendo i governi di solidarietà antifascista (non è un governo centrista

perché è monocolore). Ci sono sei partiti all’opposizione, due a destra (PLI e MSI, anticomunisti) e quattro a sinistra

(PCI, PSI, PSDI e PRI), che sono anche gli antifascisti puri della Resistenza. Stalin si prepara ad affrontare l’Occidente

fortificando le sue postazioni nei paesi dell’Est, trasformati in dittature fedeli a Mosca, e richiamando nel Comin-

form i partiti comunisti operanti negli Stati sotto la sfera di influenza americana, che hanno il ruolo di preziose

pedine nel campo nemico. Nelle elezioni del 1948 la Chiesa ricorre anche alla minaccia della scomunica nei confronti

di quanti voteranno liste socialiste e comuniste, con la famosa formula “Dio ti vede, Stalin no”; in generale nella

campagna elettorale le posizioni intermedie vengono soffocate dallo scontro ideologico esasperato comunismo-

anticomunismo. La DC si fa portavoce della battaglia anticomunista di cui anche Mussolini era stato l’alfiere, e que-

sto costituisce una rassicurante continuità con il passato, quanto basta per far affluire nelle file democristiane tanti

borghesi, ma anche una folla di proletari senza radici politiche spaventati dal presente. Nonostante il 48,5% di con-

sensi ottenuti permetterebbe alla DC di costituire un governo monocolore, de Gasperi decide di governare in coa-

lizione con le componenti moderate delle opposizioni (PLI, PRI e PSD), attuando una politica di mediazione a garan-

zia della stabilità (centrismo); per quanto piccoli, i suoi partner possono convogliare intorno al governo il consenso

di importanti fasce sociali, e sono l’occasione per gettare ponti a destra e a sinistra e per risaltare il ruolo equilibra-

tore della DC e garantirne l’egemonia. Tra le forze politiche democratiche e filoatlantiche si viene così a stabilire

una sorta di conventio ad excludendum che comporta un’esclusione di principio dell’area di governo: l’ingresso è

vietato ai partiti schierati con l’Unione Sovietica, perché potrebbero operare per rompere il vincolo atlantico e por-

tare l’Italia nella sfera d’influenza sovietica; ma non possono far parte degli esecutivi neppure i missini, di cui si

temono manovre per destabilizzare le istituzioni democratiche. Questo veto è alla base di un ulteriore peculiarità

del sistema italiano, in quanto l’area della rappresentanza non coinciderà mai con l’area dei partiti legittimati a

governare. La stagione del centrismo degasperiano dura fino al 1953, e ci sono due logiche fondamentali che la

guidano: una è fare di tutto per assicurare la governabilità del sistema, e cercare di limitare il più possibile l’inva-

denza dei partiti nel sistema. Bisogna riconoscere il ruolo del partito ma evitare che l’alta frammentazione partitica

si traduca in una debolezza del Parlamento e di conseguenza del governo; rispetto alla considerazione di Scoppola

dell’inizio della repubblica dei partiti nel 1945, bisogna precisare che tutta l’era degasperiana è guidata dal principio

del contenimento della partitocrazia, dimostrato dalla scelta di Einaudi come Presidente della Repubblica, perché

non veniva dai partiti. Nel 1953 finisce la guerra di Corea e muore Stalin, permettendo di concludere la Conferenza

di pace di Parigi (che era stata a suo tempo disertata dai russi), e di attivare i primi contatti tra i due schieramenti

italiani, diventati indispensabili dal momento che la fragilità della coalizione quadripartita provoca una crisi di go-

verno dopo l’altra. Nel 1953 viene approvata per volontà di de Gasperi la legge truffa, una modifica del sistema

elettorale vigente (proporzionale puro) in senso maggioritario, prevedendo che il partito o la coalizione che rag-

giunga il 50%+1 dei voti validi prenda i 2/3 dei seggi, per non lasciare la stabilità del governo in mano alle contrat-

tazioni tra partiti e contenerne il potere. Nonostante ciò, nelle elezioni del 1953 nessun partito o coalizione rag-

giunge il numero di voti necessario perché scatti il premio di maggioranza, con la conseguenza che salta il sistema

degasperiano e si torna a votare con la proporzionale pura. Con il riconoscimento del sistema proporzionale come

unica legge elettorale in grado di esprimere la rappresentanza e quindi la frammentazione partitica, si esaurisce il

tentativo di sottrarre ai partiti la centralità istituzionale e si segna il riconoscimento dell’importanza dei partiti nelle

dinamiche istituzionali. Nessuno dei governi che segue cadrà per la mancanza della maggioranza in Parlamento o

per mozioni di sfiducia, ma tutti cadranno per la mancanza di appoggio da parte delle segreterie dei partiti. Alla

metà degli anni Cinquanta il partito fa il definitivo ingresso all’interno delle dinamiche istituzionali, e possiamo dire

che è qui che comincia compiutamente la repubblica dei partiti descritta da Scoppola.

Il sistema politico italiano è una partitocrazia realizzata, nel senso che l’egemonia del partito politico sovrasta l’ege-

monia di qualsiasi altra istituzione. Il fallimento della riforma elettorale in senso maggioritario nel 1953 segna un

punto di non ritorno: l’inserimento di un elemento maggioritario aveva lo scopo di rafforzare la stabilità di governo,

e dunque di ridurre il potere di “ricatto” dei partiti; nel momento in cui questo meccanismo non scatta il partito

diventa egemone su tutto il resto. Nella fase di neocentrismo, dal 1953 al 1963, si susseguono ben 13 legislature, e

per questo il periodo è visto come una fase di transizione verso il periodo dei governi di centro-sinistra nel 1963, di

cui Aldo Moro (DC) e Pietro Nenni (PSI) sono i padri spirituali. Nel 1956 Nenni comincia un dialogo con Saragat,

perché si sta aprendo per l’Italia una fase di sviluppo economico a cui i socialisti non intendono assistere come

soggetti passivi, ed è per questo che Nenni accetta (timidamente) la Nato per staccarsi dal PCI per acquisire piena

legittimazione per potersi inserire nell’area di governo. La rottura con i comunisti è definitiva e profonda con la

rivelazione dei crimini di Stalin da parte di Kruscev, che Togliatti affronta come una deviazione non prevedibile nel

corpo sano dello Stato rivoluzionario, mentre Nenni è convinto che ogni dittatura generi un dittatore. L’ala di sini-

stra del PLI si stacca nel 1955 per la linea troppo di destra tenuta dal partito, e fondano il Partito Radicale (PR): è il

primo partito di opinione comparso sulla scena politica italiana, cioè un partito privo di radicamento subculturale

che si rivolge a un elettorato senza vincoli di fede ideologico-religiosa, in grado di esprimere appunto un’opinione

libera su precisi temi di interesse generale. Ad un certo punto la DC sceglie di aprire la maggioranza di governo a

favore del PSI perché Moro era un pessimista sostanziale: parte dal presupposto che la società e la democrazia

italiana sono sostanzialmente immature, e per questo è preoccupato che il dispiegarsi delle conflittualità politiche

e sociali possa portare ad una reazione autoritaria da parte di forze antisistema (specie di destra); di fronte ad una

prospettiva del genere aprire al PSI è il male minore. A questo proposito il 1960 è una data simbolica: il governo

Tambroni (monocolore DC) si regge grazie al sostegno del MSI (antisistema di destra) e si verificano degli scontri a

Genova, dove il MSI teneva il suo congresso. La parte conservatrice (destra) della DC non è d’accordo con la scelta

di Moro, perché una delle ragioni sociali della DC è l’anticomunismo: nonostante il processo di cambiamento du-

rante gli anni Cinquanta (es. condanna di Nenni dell’invasione sovietica dell’Ungheria, 1956) la classe dirigente è

anziana e il PSI prevede ancora nello statuto l’adesione all’ideologia marxista-leninista e soprattutto l’obiettivo di

uscire dal sistema capitalista. L’ingresso del PSI nella maggioranza è favorito invece dall’ascesa al soglio pontificio

di Giovanni XXIII, che assume un ruolo molto più moderato e imparziale, e dalla valutazione positiva degli Stati Uniti,

che prevedono che una mossa del genere contribuisca a isolare e dunque indebolire i comunisti. Nel 1962 il PSI

concede l’appoggio esterno al governo Fanfani, ma per parlare di centro-sinistra organico bisogna aspettare il di-

cembre 1963, quando nasce il governo Moro-Nenni, dove Nenni è vicepresidente del Consiglio e il PSI entra a pieno

titolo nella maggioranza di governo. La decisione di Nenni di portare il PSI al governo provoca una scissione, con la

fuoriuscita della parte filocomunista, che dà nuova vita al PSIUP. L’ingresso del PSI al governo è importante per gli

equilibri sistemici, perché riduce il potere di ricatto dei partiti sul governo: nonostante la DC goda di circa il 40% dei

consensi, formazioni minori (3-4%) come PRI, PLI e PSDI riescono comunque ad avere influenza sul governo, perché

senza il loro appoggio la DC non avrebbe la maggioranza e non potrebbe governare; ma con l’apertura al PSI (10%)

la situazione cambia, dando più stabilità alla DC e permettendole di dare meno importanza alle richieste delle pic-

cole formazioni. Nel centrismo abbiamo quattro partiti (DC, PLI, PSDI e PRI); nel centro-sinistra abbiamo ugualmente

una coalizione di quattro partiti (DC, PSI, PRI e PSDI), con la mancanza del PLI, che appartiene all’area di destra

(seppur moderata), e per questo si schiera all’opposizione (pregiudiziale anticomunista): questa scelta favorisce il

PLI dal punto di vista elettorale, tanto che alle elezioni del 1968 raggiunge il 7-8% dei consensi di quelli che non

ritengono il PSI sufficientemente democratico per poter stare al governo. Togliatti imposta la strategia politica su

due binari, con una politica morbida e aperta al dialogo sul programma riformista del centro-sinistra in Parlamento,

ma dura sulle piazze, dove continua ad agitare le masse con slogan rivoluzionari. Inizia per il PCI un percorso di

revisione ideologica e politica destinato a durare per i successivi trent’anni, un percorso lentissimo che serve a

mantenere vitale il nucleo duro dell’appartenenza ideologica, ma soprattutto a non recidere mai del tutto il vincolo

con Mosca, da cui il PCI riceve forza e legittimazione (e soldi) di fronte ai suoi militanti.

Quando parliamo di centro-sinistra abbiamo una storiografia divisa, con l’utilizzo di due categorie interpretative

differenti: necessità (il centro-sinistra è stato necessario) e fallimento (il centro-sinistra è stato fallimentare). Se-

condo la maggior parte degli storici il centro-sinistra è stato necessario per un motivo: quella degli anni Sessanta è

l’Italia del boom economico, che esce dal periodo postbellico con una grande modernizzazione; è chiaro che una

fase storica di questo genere non può non essere gestita anche da una forza della sinistra progressista; secondo la

maggior parte degli storici, il centro-sinistra è stato una stagione fallimentare perché non ha realizzato tutti gli

obiettivi che all’inizio si era prefissato. C’è una parte della storiografia, specie quella di Giovanni Orsina, che conte-

sta entrambe queste categorie interpretative: secondo Orsina non è vero che il centro-sinistra era necessario, per-

ché si poteva tranquillamente proseguire nella collaborazione tra le forze del centrismo, che nel 1963 contavano

circa il 51% dei voti, e non è detto che una fase di boom economico dovesse essere per forza gestita insieme ad una

forza progressista, perché non era detto che aprire a destra avrebbe dato il via ad una deriva autoritaria; non è

inoltre vero che il centro-sinistra è stato fallimentare, o almeno se si sceglie questa categoria bisogna ben definire

rispetto a che cosa è stato fallimentare: le riforme sono state fatte, come previsto dagli obiettivi di governo (scuola,

nazionalizzazione energia elettrica, Statuto dei Lavoratori, Regioni, legge sul divorzio), dando l’impressione che la

politica stia effettivamente assecondando il rapido cambiamento della società italiana. Abbiamo detto che Moro

ha una visione pessimista della maturità della democrazia italiana, e quindi il suo obiettivo è quello di coinvolgere

il PSI per allargare il consenso alla maggioranza di governo; ma in un momento di boom economico è chiaro che le

forze progressiste sono avvantaggiate rispetto alle forze conservatrici di destra, quindi attirare dentro il governo

PSI vuol dire attirare i voti della sinistra, anche di quella più estrema: attirare nella maggioranza di governo il PSI è

un modo anche per svuotare la rappresentanza elettorale del PCI. Questo disegno comunque non ha successo,

perché proprio a partire dalla metà degli anni Sessanta il PCI comincia a crescere fino a toccare il massimo storico

del 34% (1976): in base a questo obiettivo politico, il centro-sinistra può essere considerato un’esperienza comple-

tamente fallimentare. Quando si parla di centro-sinistra si tratta anche della differenza tra formulisti e programmi-

sti: i formulisti (Moro, Nenni) sono i leader politici che puntano la loro attenzione sul successo della formula politica

innovativa, mentre i programmisti (Fanfani – DC, Lombardi – PSI di sinistra) sono quelli che concentrano invece

l’attenzione sul successo dei programmi politici. Pur essendo il leader della componente di sinistra del PSI, Lombardi

non aderisce alla scissione e preferisce continuare a combattere nel PSI, cercando di condizionare in tutti i modi

l’azione del PSI e quindi del governo verso le riforme di struttura, quelle che prevedono un intervento diretto dello

Stato nell’economia, che si pongono in antitesi col liberalismo cercando di inserire elementi di socialismo nella

società. Queste riforme saranno il motivo per cui il PSI uscirà con le ossa rotte dalla stagione del centro-sinistra,

perché riforme del genere non possono suscitare alcun interesse nella DC, che deve bilanciare la modernizzazione

dello Stato e della vita sociopolitica con l’impossibilità di allarmare ulteriormente le fasce di elettori che si ricono-

scono nelle posizioni conservatrici moderate. La caduta del primo governo Moro (1964) e il braccio di ferro tra

Nenni e Moro per un accordo fa scattare i vertici del SIFAR, un corpo speciale dei Carabinieri predisposto per far

fronte a situazioni politiche di estrema emergenza con un governo provvisorio delle forze armate. Il piano di inter-

vento del generale Giovanni De Lorenzo non ha ricevuto l’accoglienza positiva che si aspettava, convinto com’era

di offrire un auspicabile via d’uscita per chiudere definitivamente la partita con le sinistre e imprimere al sistema

una svolta autoritaria che punta alla messa fuori legge di comunisti e socialisti. Il progetto non si è realizzato ma è

stata una minaccia di colpo di Stato tale da condizionare i comportamenti della classe politica: Moro riceve un

avvertimento a frenare la deriva a sinistra e Nenni a non spingere troppo oltre le richieste dei socialisti; i due leader

si accordano subito per la nascita del secondo governo Moro di centro-sinistra. La stagione del centro-sinistra porta

un riavvicinamento tra PSI (Nenni) e PSDI (Saragat): la scissione era avvenuta perché il PSDI si riconosceva nelle

posizioni occidentali e non nell’URSS come il PSI, ma le due correnti si riunificano nel 1966 dando vita al Partito

Socialista Unificato (PSU), che dura però solo due anni. Nel 1968 c’è una nuova divisione, con la rinascita di PSI e

PSD: la ritrovata unità dura così poco perché la riunificazione è una cosiddetta fusione a freddo, con le due correnti

distanti dal punto di vista ideale, programmatico e organizzativo. Se il PSI è un partito di massa, radicato sul terri-

torio con circoli, organi di stampa, sindacati e corpi intermedi e con un grande numero di iscritti, il PSD è un partito

che si potrebbe definire governativo, cioè che si identifica con la maggioranza governativa democristiana e che

comincia a perdere la sua specificità ideale e anche programmatica, perdendo quindi anche il radicamento sociale

sul territorio, e ottiene quel poco consenso che ha proprio perché sta al governo e distribuisce prebende. Per tutti

gli anni Sessanta e Settanta il PCI sta in opposizione e ha gioco facile nell’attaccare i socialisti per la mancata attua-

zione dei loro programmi di riforme di struttura, accusandoli di essersi svenduti pur di stare al governo; questo farà

sì che il serbatoio elettorale del PSI si svuoti progressivamente, a favore del PCI. La stagione del centro-sinistra si

chiude definitivamente nel 1976 con la nascita del governo Andreotti, monocolore DC che darà inizio alla cosiddetta

stagione del compromesso storico.

I piccoli gruppi estremisti usciti dal MSI sono l’avanguardia dell’ondata di movimenti che invade la scena italiana sul

finire degli anni ‘60, una galassia allo stato fluido che rifiuta di riconoscersi nei canali politici a disposizione, dai quali

gli aderenti ai movimenti non si sentono rappresentati adeguatamente. La grande trasformazione dei costumi in

atto marca una discontinuità rispetto al passato tanto profonda da rendere incomunicabile il mondo di ieri con

quello di oggi: le organizzazioni giovanili, coltivati con cura da tutte le forze politiche del sistema, vanno fuori dal

loro controllo. Le agitazioni cominciano dalle università, che non sono in grado di assorbire l’urto della moltitudine

di nuovi iscritti provenienti dagli strati finora esclusi: è una protesta antiautoritaria, libertaria e trasgressiva, vissuta

come una rivoluzione contro l’ordine antico di cui sono simboli le autorità, cioè chiunque sia dai vertici delle istitu-

zioni universitarie, statali e persino ecclesiastiche, fino a comprendere gli stessi partiti che sono l’asse portante della

Repubblica. Le ideologie marxiste-leniniste vengono rivendicate in aperta polemica verso i comunisti, il cui percorso

di revisione politica e ideologica viene vissuto come una diserzione dal campo della lotta di classe. I comunisti ope-

rano una presa di distanze dell’Unione Sovietica, colpevole di avere preso senza validi motivi e brutalmente la Pri-

mavera di Praga; questo si accompagna anche alle prime aperture sulla questione dell’integrazione europea, che

diventa appetibile per i comunisti che hanno bisogno di nuovi referenti internazionali per poter continuare sulla

strada del distacco da Mosca. I vertici missini guardano invece con grande indulgenza ai giovani camerati che si

ingaggiano nelle battaglie contro gli studenti rossi durante le occupazioni delle università sì, ma il MSI non è la

cabina di regia delle imprese dei neosquadristi, tant’è vero che contro il MSI i militanti estremisti scagliano lo stesso

tipo di accuse rivolte della nuova sinistra contro il PCI, cioè l’aver tradito e disertato la Rivoluzione fascista. La simi-

litudine continua quando si va ad analizzare il salto nella clandestinità e nel terrorismo compiuto più o meno con-

temporaneamente da alcuni militanti neri e rossi, convinti che basterà una spallata rivoluzionaria per far crollare

l’edificio democratico. I socialisti trovano un parziale sollievo nell’approvazione nel 1970 della legge sul divorzio, di

cui sono firmatari insieme ai liberali, con lo scopo di intercettare il consenso di nuovo elettorato. Malgrado i comu-

nisti si dimostrino cauti sulla questione del divorzio, nel timore di aprire uno scontro frontale con i democristiani,

non c’è alcun dubbio sull’ orientamento favorevole allo scioglimento dei matrimoni, ascoltando le voci della conte-

stazione dove la rottura dei tabù sessuali si intreccia alla protesta politica. L’obiettivo dei due nuovi segretari socia-

listi De Martino e Mancini è quello di ritrovare un’identità di sinistra, e per questo apre il dialogo con i comunisti

che attira l’ira dei socialdemocratici, ma li favorisce alle regionali del 1970. I gruppi extraparlamentari rivoluzionari

comunisti vanno verso una sempre maggiore estremizzazione a causa di due elementi: la convinzione di un immi-

nente colpo di Stato organizzato dalla destra extralegale, appoggiato da settori della destra legale e concordato con

la CIA, sostenuto dalla strage di piazza Fontana Milano (dicembre 1969), sulla quale si proietta effettivamente l’om-

bra dei servizi segreti; il secondo fattore sta nel fallimento degli obiettivi legalitari, cioè nel fatto che la conversione

dei gruppetti in un vero e proprio partito rivoluzionario di estrema sinistra è fallito per via della mancanza di una

base di massa. In questa situazione tesa è importante che i comunisti abbiano un contatto con la sinistra cattolica

delusa dal PSI: la larga percentuale di voti di cui dispone il PCI e la sua appartenenza alle fasce sociali in agitazione

lo propone come l’interlocutore ideale per garantire un governo di più largo consenso popolare; non è spendibile

in una coalizione governativa, ma è possibile ricercare intese preventive sul programma, come sembra suggerire

Moro con la strategia dell’attenzione. Nel 1970 il comandante Borghese del reparto speciale tenta un colpo di Stato

piuttosto debole, che però non viene sottovalutato dalla DC, in quanto segna l’inquietudine di alti ufficiali e buro-

crati, votati alla crociata anticomunista nel nome della quale sembrano disposti persino a rovesciare le istituzioni

democratiche. Gli scontri in piazza si fanno sempre più pesanti, con infiltrazioni di violenti tra i manifestanti che

rendono gli scontri con la polizia sempre più pesanti e che fanno le prime vittime. L’educazione alla democrazia e

l’inserimento delle masse nella vita dello Stato democratico che i partiti hanno garantito hanno fatto crescere la

popolazione in consapevolezza di sé e dei propri diritti e delle proprie libertà, ma l’hanno anche resa più autonoma

e più critica, meno prona agli ordini delle grandi organizzazioni politiche e della Chiesa. In ogni ambito lavorativo

sorgono spontaneamente gruppi impegnati a ridisegnare regole e rapporti in nome dei principi democratici di li-

bertà e uguaglianza; questi gruppi hanno il merito di liberare la società italiana da quei forti connotati paternalistico-

autoritari lasciati in eredità dalla dittatura fascista.

Durante la stagione del centro-sinistra abbiamo una riduzione in termini percentuali della vecchia classe operaia,

superata all’inizio degli anni Ottanta dagli impiegati nel terziario, facendo declinare l’appartenenza di classe come

parametro di riconoscimento nel partito politico. Allo stesso modo, declina il concetto di fede, per cui non si vota

più in funzione dell’appartenenza religiosa: la società italiana si laicizza, e ne abbiamo una prova coi referendum

positivi degli anni Settanta su divorzio e aborto. La classe politica non reagisce al cambiamento della società, ma

questo immobilismo fortifica i partiti, perché così riescono a fronteggiare la sfida del terrorismo. Alle elezioni poli-

tiche del 1972 la DC perde il 4% dei consensi e crescono le forze di destra, con il MSI che arriva all’8%; in termini

più generali queste elezioni ci dicono che l’elettorato non ha premiato la formula del centro-sinistra ma le opposi-

zioni di destra. Questo coinvolge particolarmente la corrente della DC che non si trova d’accordo con la linea di

Moro, dando vita al governo Andreotti-Malagodi (PLI) che si caratterizza per essere di centro-destra ed esclude il

PSI che torna all’opposizione. A confermare l’ipotesi della conclusione dell’era del centro-sinistra si pone il referen-

dum abrogativo della legge sul divorzio (maggio 1974), approvata nel 1970 dal centro-sinistra e contestata

dall’anima più conservatrice della DC (Fanfani) che propone il referendum: il fronte di sinistra, con repubblicani e

liberali si schiera per il mantenimento in vigore della legge, mentre la DC e il MSI si schierano per l’abrogazione,

facendo sembrare che il sistema politico italiano in questi anni si sposti verso destra. Il 59,1% dei votanti si esprime

a favore del mantenimento della legge e dunque la DC esce sconfitta dalla sua grande battaglia contro il divorzio,

mentre il grande vincitore è il fronte di sinistra, dando voce a quanti nel PSI ritengono che sia giunto il momento

opportuno per unire gli sforzi con il PCI per creare un fronte alternativo e mandare a casa la DC. La convinzione

delle sinistre viene rafforzata dalle elezioni amministrative del 1975, dove la DC e il MSI perdono voti a favore di

PCI, (33%), PSI (12%) e PSD (6%): le tre forze della sinistra insieme contano il 51% del consenso elettorale e dunque

si trovano ad avere la maggioranza assoluta. A spingere verso la soluzione di coalizione si trova il capo della corrente

più di sinistra del PSI, Riccardo Lombardi, lanciando lo slogan di “alternativa di sinistra” al predominio democri-

stiano; ma il PCI, che dovrebbe guidare il fronte alternativo, rifiuta questa possibilità, perché non essendo legitti-

mata a governare si vede costretta a sposare la strategia del compromesso storico. Nel 1972 Enrico Berlinguer,

formatosi con Togliatti, diventa segretario del PCI, e accelera il processo di distacco dall’Unione Sovietica con l’avvio

dell’eurocomunismo (consociazione PC del blocco occidentale); nel 1973 parla per la prima volta della strategia del

compromesso storico, incalzato da quanto sta avvenendo in Cile, dove il golpe militare di Pinochet aveva rovesciato

il governo democratico di sinistra di Salvator Allende, un golpe realizzato con l’appoggio della CIA e dei settori

cattolici del Paese cileno. Come il Cile, secondo Berlinguer anche la democrazia italiana è fragile, e non ha gli anti-

corpi necessari ad evitare che forze reazionarie conservatrici possano essere tentate dall’ipotesi di rovesciare un

governo delle sinistre, e per questo respinge fermamente tale ipotesi. Nel sistema politico italiano vige l’impossibi-

lità per il PCI di assumere un ruolo di governo (conventio ad excludendum, Ronchei), che dunque si trova bloccato:

l’impossibilità è legata al modello stesso del partito comunista, che è ancora legato al leninismo e all’URSS e che

prevede nel suo statuto il rovesciamento del capitalismo; il rapporto con l’URSS è particolarmente critico sul piano

internazionale, tanto che in un vertice a Guadalupe nel 1976 gli Stati NATO concordano sulla sospensione degli aiuti

economici e militari all’Italia qualora dovesse entrare al governo il PCI. Nel momento in cui il PCI è impossibilitato

ad andare al governo, l’unico modo per avere la legittimazione in tal senso gli viene dal dialogo collaborativo con le

forze di maggioranza; la DC, da sempre considerata il baluardo dell’anticomunismo (fattore che accomuna tutte le

correnti interne), non può che reagire negative ad una proposta in questo senso. Ma i risultati elettorali delle am-

ministrative del 1975, dove la DC si trova in vantaggio sul PCI di soli due punti percentuali, porta ad un capovolgi-

mento delle correnti interne alla DC: la corrente che si riconosce nell’azione di Moro si rafforza, e il segretario

Fanfani è sostituito da Zaccagnini, un uomo di fiducia di Moro, permettendo un dialogo col PCI. Berlinguer vede nel

compromesso storico la possibilità di acquisire quella legittimazione che non gli può essere data per altre strade, e

in particolare la possibilità di accreditare il PCI come forza politica di governo e dunque fare le riforme che permet-

tano di cambiare profondamente e in senso socialista la società italiana. Moro invece vede nel compromesso storico

lo strumento per difendere la democrazia italiana dalle emergenze di questo periodo storico: la crisi economica,

che deve essere affrontata con misure lacrime e sangue (riduzione dei salari e aumento delle tariffe dei servizi

pubblici essenziali) e per questo alla DC farebbe comodo appoggiarsi al PCI per il suo forte legame con le forze

sindacali, che si oppongono fortemente a questa strategia; il terrorismo, con la nascita delle Brigate Rosse (sinistra)

e dei Nuclei Armati Rivoluzionari (destra), per cui c’è bisogno di leggi speciali che sacrifichino le libertà individuali,

per cui anche qui è utile una copertura a sinistra. Alle politiche del 1976 ci si trova in una situazione dove i partiti

non legittimati a governare sono così forti da esercitare un diritto di veto che rende inoperante la partitocrazia: la

forbice tra area della rappresentanza e area del governo si è allargata a tal punto rendere intollerabile l’anomalia

alla base degli equilibri politici italiani. La situazione di fuoco nel Paese impone di uscire in fretta da questa impasse,

per cui si realizza il governo Andreotti detto della non-sfiducia, un monocolore democristiano che si regge

sull’astensione dal voto negativo di tutti gli altri partiti del fronte democratico (socialisti, socialdemocratici, liberali,

repubblicani e anche comunisti); il PCI non entra nell’area di governo ma nell’area delle forze che non si oppongono,

realizzando parzialmente il compromesso storico. Questo governo va avanti fino al 1978, quando il PCI si sfila per

lo stesso motivo per cui il PSI si era sfilato dal centro-sinistra, cioè che in una strategia del genere i sacrifici sono

maggiori dei benefici, perché il PCI ha votato a favore di tutte le misure lacrime e sangue necessarie ma non ha

ottenuto nulla in cambio. Questo crea confusione nell’elettorato del PCI, che comincia ad accusare i dirigenti del

partito di aver smarrito l’ideale originario (resistenza tradita), collaborando col nemico di sempre. Da questa situa-

zione si esce con il varo del primo governo effettivo di solidarietà nazionale, presieduto da Andreotti, che non pre-

vede ugualmente ministri comunisti ma che prevede il voto esplicitamente favorevole del PCI, che entra a tutti gli

effetti a far parte della maggioranza di governo. Questo governo nasce però il giorno che Moro viene rapito dalle

BR (11 marzo 1978); il venir meno di uno dei due contraenti fa venir meno tutta l’impalcatura del compromesso

storico: venuto meno l’uomo che riusciva a tenere compatte le varie correnti interne alla DC, queste riprendono

fiato, e in particolare quelle marcatamente anticomuniste (Forlani, Fanfani). Per questi motivi nel 1979 si conclude

il triennio considerato della solidarietà nazionale; invece di prendere spunto per una riforma istituzionale, anche

qui i partiti si fortificano intorno alla coalizione di pentapartito.

Dopo questo triennio esce un modello di PCI che effettivamente opera degli strappi con l’URSS: nel 1976 Berlinguer

rilascia un’intervista nella quale afferma che sarebbe un controsenso che l’Italia rinunci ai suoi alleati internazionali

(non deve uscire dalla NATO); nel 1977 parlando a Mosca Berlinguer spiega che la democrazia è il valore storica-

mente universale intorno al quale può essere edificata una nuova società socialista (accettazione del binomio co-

munismo-libertà); sempre nel 1977 il PCI vota insieme alla maggioranza a favore di una mozione nella quale si

riconoscono come valori di riferimento per l’Italia in campo internazionale l’appartenenza al blocco occidentale e

alla Comunità Europea. Nonostante questi piccoli strappi Berlinguer tiene comunque sempre a precisare che il rap-

porto di solidarietà del PCI col Pcus non viene meno, continuando a operare in un quadro che si potrebbe definire

di unità nella diversità. Il punto di debolezza del compromesso storico è che sia Moro che Berlinguer si limitano ad

una visione superficiale dei problemi della società italiana: l’analisi parte dalla debolezza della democrazia italiana,

minacciata da terrorismo e crisi economica, motivando dunque l’idea di avviare un dialogo tra i due grandi partiti

proprio sulla base di una risposta a questi problemi; però queste emergenze sono solo la superficie dei problemi

della società italiana, al cui fondo c’è un rapporto ormai interrotto tra paese legale e paese reale, per via della fine

di un patto di non aggressione tra cittadini e politica. L’errore della loro strategia sta dunque nel fatto di limitare la

visione dei problemi agli aspetti emergenziali senza andare a fondo a indagare i limiti strutturali del sistema politico

bloccato, per cui per trent’anni si trova al potere lo stesso partito e la stessa classe dirigente. Manca nel loro pro-

getto l’idea di realizzare una grande riforma delle istituzioni: la previsione di meccanismi che consentano il raffor-

zamento del potere esecutivo per sottrarre la vita del governo al potere di ricatto dei piccoli partiti. Subito dopo la

fine della solidarietà nazionale arrivano sulla scena nuovi attori, e si apre il decennio lungo degli anni Ottanta: inizia

nel 1979 e termina nel 1992, con lo scoppio di Tangentopoli e il crollo della Prima Repubblica. Il decennio lungo è

fondamentale nella storia repubblicana perché contiene in sé tutti gli elementi che spiegano la disaffezione dell’opi-

nione pubblica nei confronti della classe politica italiana; in questi anni a governare l’Italia è una coalizione di cinque

partiti, detta appunto pentapartito: DC, PSI, PLI, PSD, PRI. Il pentapartito è dunque una combinazione del centrismo

(mancante PSI) e del centro-sinistra (mancante PLI). La grande differenza tra questa stagione politica e le altre è

stata dal ruolo della DC, che durante gli anni Ottanta perde progressivamente la propria centralità, non essendo più

in grado di aggregare gli altri partiti più piccoli verso il centro dello schieramento politico, perdendo anche consenso

elettorale a favore delle altre forze laiche intermedie. Questa crisi della centralità della DC implica ovviamente un

accresciuto potere di ricatto da parte delle altre formazioni: ad esempio nel 1981 un partito politico del 3% come il

PRI riesce a portare alla guida del governo il suo segretario, Giovanni Spadolini, rompendo l’accordo che voleva

sempre un premier della DC; nel 1983 diventa capo del governo il segretario del PSI (9%) Bettino Craxi. Questo è

favorito anche dalla difficile situazione italiana, con lo stragismo aperto (strage di Bologna) e le scadenze incombenti

dell'ingresso nello Sme; uno scenario così difficile avrebbe richiesto una forte solidarietà intorno al presidente Cos-

siga, e invece i partner di governo approfittano di ogni passaggio difficile per smarcarsi. La perdita del referendum

sull'aborto (già prevista), la P2 e il crollo della borsa di Milano con la chiusura per il troppo ribasso danno il via ad

una crisi di governo risolta da Pertini con la nomina di Spadolini. A questo affronto la DC risponde con la nomina a

segretario di Ciriaco De Mita, che gode di un consenso quasi unanime, ma trova davanti a sé la via difficile del

ristabilimento dell’egemonia democristiana sul sistema.

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta si verifica una grande trasformazione del tessuto sociale italiano: la società

non è più aggregata in grandi blocchi sociali omogenei ma si stratifica e atomizza, ed è un corpo elettorale che

comincia a votare non più per appartenenza, ma per opinione: si vota la forza politica che si ritiene più capace di

agire per la soddisfazione dei propri interessi. In questi anni il Partito Radicale passa da un cenacolo a un vero e

proprio partito, con lo scopo di battersi su quei diritti civili iscritti come reati nel vecchio codice fascista ancora in

vigore negli anni ‘70, puntando a smantellare una legislazione del passato che è stata funzionale all’egemonia de-

mocristiana e al perpetuarsi di parametri morali anacronistici, in evidente contrasto con i comportamenti ei valori

della nuova società. L’ingresso in Parlamento del PR spaventa i partiti di maggioranza, che di fronte alla prospettiva

del referendum si trovano costretti a rinnovare leggi e codici, se non altro per adeguarli al dettato costituzionale

che impone la parità dei diritti. Mancando il fattore ideologico e di appartenenza al partito, viene meno il potere

del partito di socializzazione delle masse; “sezioni vuote, salotti pieni”, ad indicare che sempre meno gente va a

discutere di politica nelle sezioni, ma sempre più persone sono sedute nei salotti di casa a guardare l’intratteni-

mento politico in tv: la politica cambia spazio e viene filtrata dal potere mediatico (spettacolarizzazione o persona-

lizzazione della politica). Craxi e Spadolini sono i personaggi politici che comprendono maggiormente il fenomeno

della mediatizzazione: nella campagna elettorale del 1979 sui manifesti elettorali del PSI appare per la prima volta

il volto di Craxi, una scelta che provocò polemiche anche perché il partito socialista era da sempre diviso in correnti

con vari capi e il segretario veniva considerato come un primus inter pares; sempre nello stesso anno, in una tribuna

politica televisiva Craxi si rivolge direttamente al corpo elettorale proponendosi in prima persona per un patto di

stabilità, riforme e benessere in cambio di voti ai socialisti (ripreso 22 anni più tardi da Berlusconi). La personalizza-

zione della politica non significa che i partiti diventano personali, che caratterizza invece la politica italiana degli

anni Novanta a partire da Forza Italia; i partiti di Craxi, Spadolini e La Malfa (PRI) sono ancora partiti di massa, retti

da strutture partitiche che, pure in difficoltà, contano ancora su un radicamento sociale importante, e che garanti-

scono un processo di dialettica interna e di selezione della classe dirigente. Se nel centrismo e nel centro-sinistra le

forze politiche minori avevano un margine di manovra, nel momento in cui PCI e DC dialogano direttamente tra

loro, l’influenza delle altre forze politiche si riduce drasticamente: questo è essenziale per capire come si muove il

nuovo PSI di Craxi negli anni Ottanta. L’obiettivo dei socialisti a partire dal 1976 è quello di recuperare la forza

elettorale persa durante il decennio di centro-sinistra, per la compressione nella forbice del dialogo tra DC e PCI;

nel 1976 il PSI tocca il livello più basso di sempre del consenso, del 9,6%. Il primo slogan del nuovo PSI è quello di

aggredire politicamente il PCI: durante gli ultimi anni del centro-sinistra il PSI cerca un dialogo coi comunisti, perché

capisce che un PCI troppo forte all’opposizione può diventare problematico. La battaglia si basa essenzialmente su

proposte di revisione ideologica per il PCI: dato che il PCI non è legittimato a governare per il suo essere una forza

non democratica, la soluzione più veloce è liberarsi dalla zavorra ideologica che impedisce l’ingresso nella maggio-

ranza di governo, e dunque parte l’attacco socialista ai dogmi del marxismo-leninismo. Questo attacco è finalizzato

a fare del PSI una forza della sinistra moderna, perché fino agli anni Settanta anche il PSI ha scritto nel suo statuto

tra gli obiettivi l’abbattimento del capitalismo, che non si adatta più ad una forza della socialdemocrazia moderna,

come vorrebbe Craxi. Il modello di ispirazione guarda al caso francese: il partito socialista è più debole del partito

comunista (come in Italia), ma il socialista Mitterrand ha la forza di incalzare i comunisti e capovolgere nell’arco di

un decennio (’70) la situazione a favore dei socialisti, tanto da essere eletto Presidente della Repubblica (1981). Ma

il disegno ambizioso dei socialisti italiani si scontra coi limiti dello stesso sistema politico italiano, che per via delle

dinamiche critiche degli anni Ottanta non c’è più tempo e spazio di riformare. Colarizi definisce gli anni Ottanta un

decennio di svolta, divisi in una prima fase di movimento (1979-87) e una seconda fase di stagnazione (1987-92).

1. Omicidio Moro ed elezioni politiche del 1979. In questo momento le forze politiche si rendono conto della

necessità di una riforma istituzionale per rigenerare il sistema politico. Di fronte al problema le forze italiane si

dividono: il PSI sposa in pieno la tesi della riforma, il PCI si oppone strenuamente e la DC assume una posizione

ambigua, con una divisione interna in due correnti contrapposte.

2. Dimissioni del Presidente Leone (1978). Per via dell’accusa di aver percepito tangenti nell’ambito dello scandalo

Lockheed, che porta ad una campagna di delegittimazione sostanzialmente giornalistica (gruppo Repubblica –

L’Espresso) che lo costringe a dimettersi. Il PCI è quello che spinge di più per le dimissioni. Questo evento è

significativo perché a produrre le dimissioni non è stato un agente politico ma un fattore esterno, cioè i giornali.

3. Valutazione adesione allo SME (1979). Toglie ai partiti il potere di intervenire sulla spesa pubblica, che veniva

usata per ottenere consensi (clientelismo); nel momento in cui compare il vincolo esterno dell’Europa i partiti

non possono più usare questa tecnica, e sono oltretutto costretti ad aumentare le tasse per risanare la situa-

zione disastrosa del bilancio. L’aumento delle tasse però si traduce solo in una correzione del bilancio e lascia

scadenti i servizi pubblici, rompendo il patto di non aggressione tra opinione pubblica e sistema politico.

1. Invasione sovietica dell’Afghanistan (1979). Esplosione della cosiddetta seconda guerra fredda, che riattiva lo

scontro tra i due blocchi contrapposti, prima in relativa quiescenza.

2. Liberismo e deregulation, Reagan e Thatcher. Questi esempi rendono evidente che l’Italia ha perso decenni a

seguire la strada dell’assistenzialismo, di fronte all’affermazione della libertà d’impresa e l’iniziativa privata.

Questo provoca un terremoto politico che mette i partiti di fronte alla responsabilità di aver ingigantito oltre-

misura il ruolo dello Stato interventista negli anni Sessanta e Settanta.

La prima fase è detta di movimento perché con i governi Spadolini e Craxi le riforme importanti vengono effettiva-

mente fatte: tentativo di riduzione dell’inflazione (decreto di San Valentino), revisione del Concordato, rilancio

dell’integrazione europea (Craxi). La fase di movimento si conclude però nel 1987 con la fine dei governi Craxi. A

partire dal 1987 le forze maggiori del pentapartito (DC e PSI) per sbarrare la strada al PCI in piena evoluzione deci-

dono di stringere un’alleanza, un compromesso storico al rovescio, che viene chiamata CAF (Craxi-Andreotti-For-

lani), accordo paritario nonostante la forza elettorale del PSI sia un quarto di quella della DC. Contemporaneamente

Craxi propone un grande raggruppamento di terzo polo, per scardinare il dominio di democristiani e comunisti, che

raggruppi tutte le forze che si richiamano agli ideali del liberalismo del socialismo laburista, i cosiddetti lib-lab (libe-

rali, repubblicani, socialdemocratici, radicali). Questo appello ha un’eco molto debole tra liberali e repubblicani,

ciascuno geloso della propria autonomia e diffidente nei confronti delle mire egemoniche dei socialisti. De Mita si

tranquillizza per il palese ritardo nell’ interpretazione della realtà da parte del PCI, che gli permette di mettere in

atto un rinnovamento della DC con relativa tranquillità: è profondamente convinto che per ridare vitalità al sistema

politico italiano è indispensabile attivare il meccanismo dell’alternanza, e ritiene ormai obsoleta la conventio ad

excludendum; ed è altrettanto certo che, riducendo la dinamica politica a due soli grandi protagonisti, si farà più

solido il vantaggio della DC come baluardo anticomunista. Il vero ostacolo sul percorso intrapreso da De Mita è

Craxi, che sta cercando di ridisegnare lo schema tripolare a suo favore: De Mita minaccia un ritorno al compromesso

storico per contenere le sue spinte, ma si vede costretto a cedere dopo la sconfitta clamorosa alle elezioni del

1983.Di fronte all’isolamento politico il PCI si ritaglia il ruolo di implacabile critico del sistema, un ruolo congeniale

a marcare quella diversità comunista che si trasforma nello strumento più efficace per porsi come qualcosa d’altro

rispetto alla corruzione della politica italiana e mettendo in risalto la funzione salvifica del partito comunista. Il PCI

sta subendo inoltre una grande evoluzione: nel 1984 muore Berlinguer e dopo una breve parentesi alla segreteria

di Natta, l’incarico viene affidato a Occhetto, che cerca di portare il partito verso una posizione più socialdemocra-

tica, cercando di metterlo in sintonia con le maggiori forze della sinistra europea. Occhetto si trova a fare i conti

con un quadro internazionale in movimento accelerato, dove il crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica

rendono evidente la necessità di un forte cambiamento, che porterà alla svolta della Bolognina e al cambiamento

in Partito Democratico della Sinistra (PDS) nel 1991, una svolta socialdemocratica fortemente sostenuta dalle cor-

rente dei miglioristi (Napolitano). La svolta però avviene senza mettere in discussione le direttive ideologiche e

strategiche del PCI, ma semplicemente attraverso un ricambio del gruppo dirigente: vengono messi ai margini i

vecchi dirigenti e viene avanti una nuova generazione che ancora si trova (D’Alema, Bersani, Fassino, Veltroni);

questo perché la maggioranza degli esponenti è convinta che il fallimento del comunismo sovietico e la disgrega-

zione dell’URSS non significhino la morte del comunismo, ma solo la sconfitta di un modello di Stato comunista, nei

confronti del quale proprio il PCI aveva spesso avanzato riserve e critiche. Questo spiega anche perché all’inizio

degli anni Novanta in Italia non si arriva ad un processo di ricomposizione unitaria della sinistra italiana: dopo set-

tant’anni dalla scissione di Livorno tra socialisti e comunisti non esiste più la ragione storica che giustifica questa

scissione, non esiste la scelta tra USA e URSS, ma la possibilità della riunione non viene colta proprio perché nelle

prime fasi il PDS non rinuncia alla propria ideologia marxista-leninista. Ci rinuncia in seguito ma ormai è troppo

tardi: è scoppiata Tangentopoli, il PSI non esiste più e Craxi è in Tunisia; la sinistra italiana perde l’occasione colta

dalle altre forze europee di formare un fronte socialdemocratico unico. Durante il 1987 ci si rende conto

dell’estrema necessità di riformare il sistema politico italiano, in cui un governo troppo debole è preda di un sistema

partitico troppo forte: l’istituzione della Commissione bicamerale non ha però successo, perché si palesa la difficoltà

di trovare un accordo tra i partiti, ciascuno sospettoso della ricetta privilegiata dall’altro, e la freddezza dei comu-

nisti che sono molto cauti a muoversi sul terreno delle riforme, che potrebbero alterare la Costituzione dalla quale

promana la sua legittimità nel sistema. Il PCI sprovvisto di altri mezzi si vede costretto a dialogare con la DC fornendo

sostegno a specifici provvedimenti; la presidenza della Camera affidata a Nilde Iotti e il controllo sulla terza rete RAI

finisce per mettere in discussione quella diversità comunista che era stata uno dei pilastri portanti per l’aggrega-

zione del consenso. Nelle politiche del 1987 si alza un voto di protesta che si indirizza fuori dei tradizionali canali

politici, a indicare una disaffezione crescente degli elettori verso le forze politiche fondatrici della Prima Repubblica;

non si tratta più di suffragi fluttuanti che si ridistribuiscono tra parti del vecchio sistema, ma di una forte richiesta

di rinnovamento che colpisce tutta la partitocrazia.

Nel corso degli anni Ottanta vengono a sommarsi tre grandi questione, che porteranno al crollo del sistema partitico

fino al 1992: la questione istituzionale (bisogna fare le riforme ma non vengono fatte), la questione fiscale (man-

canza della leva sulla spesa pubblica) e la questione morale (Lockheed e altri), che unite travolgono la partitocrazia.

I mezzi di comunicazione incidono tantissimo nello svilupparsi della crisi: nel corso degli anni Ottanta con la media-

tizzazione e personalizzazione della politica il rapporto tra politico ed elettore è mediato e filtrato dal mezzo tele-

visivo, che nei primi anni Ottanta contribuisce al cambiamento del linguaggio politico, e sul finire degli anni Ottanta

dà la spallata finale. Questo perché si moltiplicano le trasmissioni televisive (Santoro, Lerner, Funari) che fanno da

megafono all’insoddisfazione e alla disaffezione dei cittadini nei confronti della politica; sul finire degli anni Ottanta

la tv diventa essa stessa soggetto politico, perché il potere di influenzare l’opinione pubblica è enorme, dando

spesso voce alle forze politiche che erano rimaste fuori dal cerchio principale della corruzione e dell’inefficienza.

Non è un caso che una forza antisistema ghettizzata dalle altre forze politiche come il MSI nel 1993 riesca a portare

al ballottaggio da sindaco di Roma il suo leader Fini, e non è un caso che alle regionali del 1990 la Lega lombarda

prenda il 20% dei voti in Lombardia. All’inizio degli anni Novanta le democrazia italiana può essere definita una

democrazia referendaria: fa il suo ingresso sulla scena politica Mario Segni (DC), che lavora a dei referendum per

far sì che le riforme tanto attese delle istituzioni e mai fatte per incapacità delle forze politiche, possano essere

realizzate dal popolo attraverso questo strumento, bypassando così le volontà e le strategie dei partiti. Da stru-

mento dedicato solo alle tematiche etiche e civili (es. divorzio, aborto), il referendum diventa un elemento conna-

turato al sistema politico stesso, che va a incidere proprio sulle regole del gioco (elettorali). Il primo di questi refe-

rendum si tiene nel 1991 e riguarda la preferenza unica: prima del referendum l’elettore che vota col sistema pro-

porzionale ha a disposizione un massimo di quattro preferenze da esprimere, e secondo la maggior parte dei critici

proprio questo sistema di preferenze multiple alimenta il clientelismo e la corruzione della classe politica. Il pro-

blema di questo referendum è che è molto tecnico, e difficilmente può suscitare interesse nella popolazione; l’ar-

gomento fa però il suo salto di qualità quando, attraverso la tv, viene dato spazio a Segni, e viene fatto passare il

messaggio che grazie a questo referendum si possa in qualche modo dare un taglio alla corruzione e pensionare i

politici. Le televisioni e il PCI si schierano a favore del referendum e del voto positivo, mentre la vecchia classe

politica si schiera apertamente contro (Craxi “in quel giorno andate al mare”, che lo qualifica come rappresentante

della partitocrazia agli occhi dell’opinione pubblica), ma il referendum passa con il 62% di affluenza e il 95% di voti

a favore. Nel 1993 c’è un altro referendum elettorale: si propone che per l’elezione alla Camera l’assegnazione dei

seggi avvenga tramite collegio, favorendo un collegamento diretto tra l’elettore e il rappresentante, con un sistema

maggioritario; il 1993 è l’anno che determina il definitivo ingresso nella seconda Repubblica a livello sistemico,

mentre a livello politico bisogna aspettare il 1994 con la vittoria di Berlusconi alle elezioni.

Negli anni Ottanta i partiti perdono la loro centralità perché non riescono a introdurre nelle loro azioni strategiche

una grande riforma delle istituzioni; per farlo dovremo aspettare un agente esterno, che realizzerà delle riforme

elettorali che, aggiunte a una crisi sistemica e alla delegittimazione crescente da parte dell’opinione pubblica, de-

termineranno una stagione nuova. Il ruolo della Magistratura conta tantissimo, anche se la storiografia è divisa a

metà: ci sono degli storici che imputano alla magistratura un ruolo particolarmente attivo (forse eccessivo) nel

terremotare un sistema politico, e c’è invece un’altra parte della storiografia che ridimensiona il ruolo della Magi-

stratura associandolo esclusivamente alla funzione essenziale di perseguire un reato reale. Il PCI ha sempre soste-

nuto le indagini contro la corruzione, e si impegna ad offrire del craxismo l’immagine di un socialismo ormai gene-

ticamente modificato, ridotto a puro affarismo; Craxi accusa i giudici di fare un uso politico della situazione, riven-

dicando il ruolo dei partiti di guida verso nuovi assetti sistemici, scatenando la protesta di tutte le altre forze politi-

che, anche se non soddisfatte dei giudici politicizzati. La paralisi della partitocrazia spiega l’insolito protagonismo

del Presidente Cossiga, le cui continue esternazioni e apparizioni televisive indicano l’obiettivo di attivare un rap-

porto diretto con i cittadini, saltando la mediazione dei partiti. L’accordo CAF ha assicurato ai socialisti posizioni

chiave nelle istituzioni che garantiscono un flusso di finanziamenti mai avuto, aumentando il rischio di corruzione e

imbrattando l’immagine del partito, entrato nel mirino dei giudici e dell’opinione pubblica. Per quanto Craxi sia

indebolito dalle indagini e dal successo del referendum sulla preferenza unica i socialisti si stringono intorno alla

sua figura, perché il PSI si è trasformato in un partito a leadership personalizzata. L’accordo CAF ha ulteriormente

marginalizzato i tre partiti minori della coalizione di governo, la cui vicenda politica appare sempre meno rilevante

per gli equilibri del sistema: i liberali sono filosocialisti e raccolgono le briciole della torta del potere, ma interven-

gono favorevolmente nel referendum; i repubblicani (La Malfa) sono in aperta ostilità coi socialisti e puntano tutte

le loro carte sul referendum elettorale, di cui intuiscono la carica antipartitica. Nell’estate del 1992 sul Parlamento

si rovescia una pioggia battente di richieste di autorizzazione a procedere (ben 540), che dà la misura di quanto la

corruzione vada al di là degli illeciti dei singoli e sia invece organica del sistema dei partiti, che si sono finanziati

attraverso pratiche illegali per anni e anni. La gogna mediatica sembra soddisfare gli italiani, felici di vedere i potenti

nella polvere: è un dato psicologico significativo per spiegare la furia giustizialista di un Paese che assolve se stesso

scaricando sui politici corrotti il peso delle colpe di cui è intessuta la trama della società civile; è assai più facile per

tutti presentarsi come vittime della partitocrazia, liberate dai giudici visti come veri e propri eroi popolari.

Il fronte unico della rappresentanza cattolica da sempre rappresentato dalla DC si rompe definitivamente ad opera

di Leoluca Orlando, che nel 1990 raccoglie un grande numero di preferenze personali al Comune di Palermo e viene

per questo marginalizzato dalla DC, fondando poi un suo partito chiamato La Rete. Il nuovo segretario della DC

Martinazzoli tenta un annullamento di tutte le tessere e una ricostruzione della DC attraverso un’assemblea costi-

tuente, alla quale la sinistra democristiana di Rosy Bindi ottiene che gli inquisiti non partecipino, ma tutto quello

che si riesce a ottenere è il cambiamento del nome in Partito Popolare Italiano, con l’evidente significato politico di

chiudere in una parentesi i cinquant’anni di storia della DC. In queste situazione di crisi la marginalità del MSI rap-

presenta una carta vincente, e addirittura la strada stessa per legittimarsi, dal momento che quasi un cinquantennio

fuori dai giochi spartitori del potere assicura ai missini un’immagine libera dalla macchia della corruzione, che sem-

bra ormai il parametro su cui l’opinione pubblica misura l’affidabilità delle forze in campo. Grazie a questo Fini si

convince a rompere gli indugi: nel gennaio 1994 (congresso di Fiuggi) il MSI cambia identità e si trasforma in Alleanza

Nazionale, anche se per il momento non si procede alla revisione ideologica.

Seconda Repubblica è una definizione giornalistica, perché a livello sistemico non ci sono stati cambiamenti sostan-

ziali nelle regole del gioco, ma c’è stata semplicemente una modifica degli attori in campo: il PCI è diventato Partito

Democratico della Sinistra (PDS), la DC è diventata Partito Popolare Italiano (PPI), il PSI sopravvive diviso e con nomi

diversi, il MSI diventa Alleanza Nazionale e così via. In nessun altro Paese europeo la crisi del sistema istituzionale

è così repentina e carica di conseguenze come quella italiana, ma comunque non c’è un cambio sistemico vero e

proprio. Lo strumento referendario, usato nel 1991-93 per scavalcare l’incapacità delle forze politiche di attuare

riforme istituzionali, offre anche l’ambiente propizio per il ritorno di un concetto a lungo demonizzato, cioè il capo

carismatico. Già nel corso degli anni Ottanta abbiamo assistito all’emersione di figure popolari (Craxi, Spadolini,

Andreotti, Moro), che incarnano un nuovo concetto di leadership (decisionisti) ma fanno comunque affidamento al

retroterra organizzativo del partito di massa; all’inizio degli anni Novanta si afferma invece un nuovo tipo di leader-

ship che rifiuta il concetto di partito, per intercettare le quote crescenti dell’elettorato che non si riconoscono nei

partiti. Questo già si vede nella figura di Mario Segni, che pur essendo un democristiano era al margine, e dunque

ha potuto instaurare con l’opinione pubblica un rapporto per cui era visto come colui che stava dando attraverso i

referendum la possibilità al sistema di rigenerarsi, stringendo il rapporto tra il leader e il cittadino che va a votare.

Con il cambio della legge elettorale per le grandi città (introduzione del ballottaggio e candidatura della persona e

non del partito, rapporto diretto sindaco-elettore), il candidato deve metterci la faccia senza l’intermediazione dei

partiti, mutuando il rapporto diretto politico-elettore introdotto da Segni con le campagne referendarie; la demo-

crazia diretta è vista come lo strumento di selezione e affermazione del leader. La morte di un sistema politico e la

nascita di un altro sistema politico sarà evidente nelle elezioni del marzo 1994 (aprile 1992 ultime elezioni Prima

Repubblica): sulla scheda elettorale non c’è nessuno dei simboli degli schieramenti politici che avevano governato

fino al 1992, le persone ci sono ma i partiti si sono sciolti e/o hanno cambiato nome. Ci sono però nuovi partiti,

spesso antisistema, come la Lega Nord (Bossi). Presente già alle elezioni del 1987 come Lega Lombarda, questo

partito attrae soprattutto i ceti medi, cioè quelle classi tradizionalmente moderate nelle loro scelte politiche, in

genere a favore dei partiti di governo: la questione meridionale rimasta irrisolta è diventata un peso intollerabile

che rischia di trascinare verso il basso anche le regioni più ricche, allontanandole dall’Europa. Uno dei connotati già

evidenti delle Leghe è la loro natura non ideologica, il loro collocarsi al di fuori del continuum destra-sinistra e il

carattere fortemente pragmatico delle parole d’ordine. L’attributo anti-ideologico è rivendicato perentoriamente:

i leghisti si definiscono pragmatici, per cui le loro critiche sono fatte per ragioni concrete, derivate dal senso comune

dell’esperienza quotidiana; questa sorta di pragmatismo economicista fa del partito lo strumento per realizzare

interessi a prescindere da qualsivoglia cornice ideale.

A questo clima politico attinge l’imprenditore del mondo della comunicazione Berlusconi, che fonda un partito che

dal nulla in pochi mesi prende il 21% dei consensi alle elezioni del marzo 1994. La delegittimazione della classe

politica accentuata dagli scandali di Tangentopoli ha allargato il vuoto tra elettori e politici, creando un vuoto di

offerta politica che lascia gli elettori orfani, colmato da Berlusconi. Partendo dal crollo del muro nel 1989, e con il

crollo dell’URSS nel 1991, viene meno il fondamento posto alla base della divisione del mondo in blocchi, facendo

sì che venga meno anche la funzione dell’Italia come Paese di cerniera tra Est e Ovest; a questo punto viene meno

anche la funzione della DC, le cui numerose correnti erano tenute insieme dal fattor comune dell’anticomunismo.

L’anticomunismo non smette però di esistere nell’elettorato, ed è proprio su questa quota di elettorato che farà

leva Berlusconi. Berlusconi deve far arrivare il suo messaggio politico in ogni angolo del Paese in pochi mesi, e per

fare questo non può non fare affidamento sul suo impero televisivo; l’Italia viene martellata da messaggi di propa-

ganda a favore dell’astro nascente della politica italiana, che alternano le dichiarazioni favorevoli di uomini dello


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ChiaraXIII di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guido Carli - Luiss o del prof Capperucci Vera.

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