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Prima parte – Basi, notabili e integrazione delle masse

Questioni preliminari: perché si studia la storia dei partiti politici? Come è stata studiata?

1. Si studia perché i partiti politici sono strumenti e soggetti imprescindibili nel funzionamento dei sistemi democratici. Non esistono forme democratiche che funzionino senza i partiti politici, quindi se vogliamo conoscere e capire il funzionamento delle democrazie bisogna inevitabilmente capire i partiti politici. È importante sottolineare che i partiti politici si affermano nei sistemi politici in cui la sovranità spetta al popolo (democrazie, legittimazione del potere dal basso), che prendono piede dopo la Rivoluzione francese. Prima della nascita dello Stato costituzionale moderno non abbiamo partiti politici, perché c’è un sovrano di investitura divina senza collegamento con la base nell’esercizio del suo potere e che dunque non ha bisogno della sua legittimazione.

Ci sono due tipi di democrazia, diretta e quella rappresentativa, dove il popolo ha la sovranità e ne delega l’esercizio ai suoi rappresentanti. La democrazia diretta non può funzionare in democrazie complesse, con un grande numero di elettori e con una forte stratificazione sociale, perché sono adatte a piccole comunità e con un numero ristretto di elettori. Per le società complesse è possibile solo la democrazia rappresentativa, ed è questo che fa nascere i partiti, che raccolgono i consensi e li portano dentro le istituzioni. A partire dalla metà dell’Ottocento abbiamo Stati democratici con dei meccanismi elettorali ristretti, che subordinano l’esercizio di voto ad almeno due o tre parametri (età, censo, alfabetizzazione e ovviamente genere). Dunque democrazia rappresentativa non vuol dire necessariamente che tutti votano, perché in alcuni casi e in un determinato contesto storico il diritto di voto viene esercitato soltanto da una parte dei cittadini, dunque non c’è garanzia di suffragio universale. Perché si possa parlare di partiti è necessario che il popolo voti, ma non è necessario che tutto il popolo voti: il partito è funzione dei sistemi democratico-rappresentativi.

2. Dall’Ottocento a oggi le forme storiche di partiti sono state tantissime e per studiarle in modo organico bisogna trovare una definizione che sia più ampia e precisa possibile; bisogna poi capire qual è stato il loro ruolo e i loro processi di trasformazione. Per costruire il modello definitorio bisogna partire dagli studi già esistenti, sottolineando come per tanto tempo storici e politologi non siano stati in grado di arrivare a una definizione univoca, perché sono state usate angolazioni diverse e quindi metodi diversi. Le direzioni di studio (punti di vista) erano essenzialmente due: approccio organizzativo-strutturale, cos'è un partito politico, come nasce, come si organizza, come funziona all'interno, rapporto tra partito-iscritti-elettori (partito come microcosmo); approccio sistemico, partito rispetto al ruolo che svolge nel sistema, alle funzioni che ha nel sistema politico, partito sistemico/antisistemico (accetta o rifiuta le istituzioni, opera al loro interno o costruisce un modello alternativo), partito parlamentare/extraparlamentare (partito rappresentato in Parlamento o che opera prevalentemente all'esterno del Parlamento). A lungo questi due approcci sono rimasti separati, rendendo difficile la definizione univoca del partito, ma ora le sue due funzioni sono impossibili da separare nel suo studio.

Padri della moderna filosofia e sociologia politica

  • Edmund Burke. Irlandese, whig nella Camera dei Comuni, scrisse un saggio sul cattivo funzionamento delle istituzioni politiche inglesi (1770) e si occupò per la prima volta di sistematizzare e poi prevedere l'evoluzione del sistema politico qualora fossero comparse delle nuove forme di organizzazione politica. In questo scritto dava una descrizione dei partiti politici con una connotazione positiva (rarità), partiti che già esistono nell’Inghilterra a lui contemporanea. Il partito politico è un elemento positivo per il funzionamento del sistema politico, perché aiutano a limitare il potere del sovrano, stemperando la monarchia assoluta e andando verso una democrazia più partecipata (contropoteri). I whig a cui apparteneva erano il partito delle rappresentanze locali, quindi la loro presenza in Parlamento già contava come limite al potere del sovrano, come una voce diversa che doveva essere ascoltata. Il secondo aspetto positivo è che il partito consente di raccogliere il consenso sociale sulla base programmatica di principi ideologici e culturali, e di portarlo dentro le istituzioni. Per questo motivo, il partito impedisce che il consenso si organizzi in forme diverse e magari anche antisistemiche, depotenziando le conflittualità incanalando il consenso sociale nelle istituzioni (cooptazione istituzionale): se la società si sente rappresentata, non esce dalle istituzioni e non ha bisogno di organizzarsi in maniera diversa. L'approccio di Burke è ovviamente sistemico, analisi prevalente del ruolo del partito nel sistema, con conclusione positiva.
  • Autore più contemporaneo, Ostrogorski. La democrazia e i partiti politici (1903) affronta un’analisi prevalentemente sistemica, anche se in epoca completamente diversa con partiti ovunque in Europa, e l'opinione è una condanna assoluta del partito politico. Si basa sull'osservazione di due casi comparati, Gran Bretagna e Stati Uniti, due democrazie competitive (con elezioni per raggiungere il potere) e osserva che i partiti politici sono una degenerazione del sistema democratico, perché non pone in primo piano l'interesse nazionale ma guarda prima a sé stesso. Il partito è uno stato nello Stato, interessato prevalentemente all'autoconservazione e all'autoperpetuazione. Nelle democrazie competitive il partito sviluppa due livelli di fedeltà: a sé stesso, partito-macchina raccoglitore di consensi per sopravvivere e conquistare il potere (fedeltà elettorale), e solo in seconda battuta guarda agli interessi nazionali e difende lo Stato. Ostrogorski vive quando l'ideologia è già entrata nei partiti, e dunque es. i socialisti sono prima socialisti e poi italiani. Il doppio livello di fedeltà fa male alla democrazia: per Ostrogorski (liberale) l'interesse nazionale va prima di qualunque interesse particolare, quelli invece perseguiti dai partiti. Altro aspetto negativo è il fatto che la competizione elettorale induce i partiti ad utilizzare la ricchezza sociale (soldi pubblici) per scopi individuali, finalizzati al raggiungimento di obiettivi particolari del partito, e non per l’interesse nazionale. Ultimo aspetto, se l'obiettivo del partito è difendere sé stesso, questo si traduce in un fortissimo processo di selezione delle cariche interne: il partito funziona a imbuto, la classe dirigente dei partiti è oligarchica, con pochi che gestiscono il potere e aspirano ad averlo nelle istituzioni, quindi all'interno dei partiti non ci sarà mai un meccanismo di gestione democratico (osservazione di tipo organizzativo-strutturale, non sistemico). Lo strumento alternativo ai partiti proposto da Ostrogorski è individuato nella formazione delle leghe, cartelli che si formano in vista del raggiungimento di uno specifico obiettivo, politico o economico o sociale, e che una volta raggiunto l'obiettivo, o vedendo che l'obiettivo sembra impossibile da raggiungere, si sciolgono. Sono organizzazioni di tipo estemporaneo e contingente, che non hanno l'obiettivo di sopravvivere e incamerare consensi per superare il cambiamento storico-politico, rendendola cosi un'organizzazione accettabile in antitesi ai problemi creati dal partito.
  • Elitisti, primi Novecento. L'elitismo si basa sul principio minoritario, per cui il potere è sempre in mano a una minoranza. La massa è confusa e incapace di organizzarsi, mentre l'élite è organizzata e in questo modo ottiene e mantiene il potere. L’elitismo contiene una critica verso la democrazia, che non può esistere perché il popolo non ha le capacità di autogovernarsi e porterebbe automaticamente un’élite a prendere il potere. Gli elitisti criticano il liberalismo, che si basa sulla separazione dei poteri (il potere è monopolizzato), e criticano il socialismo perché la società è frammentata e atomizzata, non divisa in classi omogenee. L'elitismo conferisce dignità scientifica alla costante storica dei pochi governanti/molti governati, ineluttabile nella storia politica: il sistema politico si fonda sempre sulla dicotomia massa-élite (legge ferrea dell’oligarchia). Gli studi di Robert Michels diedero la prova dell'esattezza della tesi elitista: membro del partito socialdemocratico, egli afferma che persino lì ci sono élite che comandano, perché ovunque vi sia organizzazione vi è anche oligarchia. È l'organizzazione stessa che produce oligarchia, è nel momento stesso in cui si tenta di dare ordine sociale al caos della massa che tende a prevalere un’élite. Michels mostra come le oligarchie partitiche finiscano per diventare più moderate delle masse che rappresentano, diventando classiste e gelose del loro potere e portando all'allontanamento dalle ideologie radicali di partenza. L’elitista italiano Vilfredo Pareto riteneva che i membri delle élite fossero davvero i membri migliori di una società e fossero quindi legittimati a governarla. Ritiene che in ogni ambito della società vi sia un’élite, e distingue tra un’élite di leoni e un’élite di volpi: i primi usano la coercizione per comandare; i secondi usano la persuasione e il mascheramento; alla lunga sono le élite di volpi a perdurare, perché il loro potere poggia su una legittimità più stabile e duratura.
  • Downs, fine anni ’50. Contrariamente all’Inghilterra, nel resto dell’Europa i partiti nascono su fratture sociali profonde e tendono a radicarle. L'organicismo di fondo della società inglese consente che le divisioni siano molto semplificate, mentre in Europa ci sono fratture profonde che scompongono il tessuto sociale e minano l'identità nazionale, per cui il tasso di frammentazione partitica è altissimo. Questo ad esempio perché c'è il problema dell'unificazione, mentre la Gran Bretagna ha una forte continuità storica. Quando gli autori guardano all'Europa dicono spesso che il sistema dei partiti è inefficiente, perché crea spesso problemi di governabilità, mentre la democrazia partitica funzionante si trova in Inghilterra, ma questo non vuol dire che il modello inglese può essere applicato sul continente, perché ci sono caratteristiche non adattabili. Downs comincia a sovrapporre i due tipi di analisi, utilizzando entrambi gli approcci.
  • Panebianco. In Modelli di partiti politici (1982) analizza come si formano e agiscono partiti diversi in rapporto a un determinato sistema politico. Prende le diverse fasi storiche a partire da metà Ottocento e guarda dentro ciascuna fase che tipo di partito politico è nato e si è sviluppato, creando un collegamento tra il sistema e il modello di partito prevalente: è dunque il primo a collegare aspetto sistemico e aspetto organizzativo. Spiega come cambiano i partiti in base al sistema in cui si trovano a operare: a sistemi diversi corrispondono partiti diversi, e i due piani di analisi devono sempre relazionarsi. Perché nascano dei partiti servono determinate condizioni: la principale è la derivazione del potere dal basso e per via elettiva (sovranità del popolo), ed è per questo che i partiti cominciano a nascere nello Stato liberale-costituzionale. Durante i moti rivoluzionari ci sono gruppi e famiglie politiche, ma non veri e propri partiti, anche se i giacobini sono un primo modello di partito. Nei modelli costituzionali vota poca parte di popolazione, dunque non servono grandi macchine di consenso (partito notabilare). Quando il suffragio inizia ad allargarsi progressivamente si sviluppano modelli di partito differenti, che devono raggiungere sempre più elettori: si passa dal partito notabilare o di rappresentanza individuale, al partito di integrazione sociale, con lo scopo di prendere pezzi di società (non più singoli individui) e portarli dentro le istituzioni, per dare rappresentanza a porzioni sempre più ampie di società. Ne sono esempi l’SPD in Germania e il PSI in Italia, che sono partiti più organizzati e strutturati, e soprattutto distribuiti sul territorio. Il punto di svolta è il suffragio universale che dà l’elettorato più grande possibile: per raggiungerlo occorrono forme-partito ancora più evolute e perfezionate, i partiti di massa.

La prima definizione di partito a cui si può arrivare è molto generica ed è la definizione classica in scienza politica: il partito politico è il collettore del consenso sociale verso le istituzioni. Collettore: raccoglie e incanala, strumento che mette in collegamento; consenso sociale: insieme più o meno grande delle istanze, delle richieste, dei valori sociali; istituzioni: complesso di norme e di poteri che definiscono l’assetto costituzionale di un regime politico. Consenso non è usato solo in accezione di essere d’accordo; il consenso può essere anche dissenso, cioè raccogliere il consenso della società per rovesciare le istituzioni e costruire modelli costituzionali diversi. Se usassimo consenso solo in accezione positiva non potremmo farci rientrare il partito bolscevico, che ha effettivamente ribaltato la situazione istituzionale, ma è certamente un partito. Se questa definizione generica la prendiamo così com’è, possiamo definire partito praticamente qualunque cosa che colleghi la società alle istituzioni, ma non può essere vero: cose che fanno questa funzione ma non sono partiti sono ad esempio i sindacati, che sono più generalmente gruppi di pressione, più indietro nel tempo le formazioni di mutua assistenza, o le fazioni. Bisogna dunque delimitare meglio il campo d’azione della definizione, usando un idealtipo weberiano. L’idealtipo è una categoria concettuale, un modello in cui siano presenti tutti i caratteri fondamentali che definiscono un partito. L’idealtipo che utilizziamo è la forma-partito: una modalità di articolazione della sfera pubblica mediante strutture organizzative che riuniscono parti sociali trasformandole in istituzioni (definizione più restrittiva). Rispetto alla definizione classica il termine nuovo è che i partiti sono realtà istituzionalizzate, con personalità propria specie dal punto di vista giuridico ma anche ideologico, che hanno lo scopo di diventare parte integrante e attiva del processo decisionale.

La forma-partito è un modello su cui ci basiamo per partire, ma cosa possiamo effettivamente definire partito? Il partito è un’istituzione destinata ad intervenire nella decisione politica come canale di regolamentazione dell’obbligazione politica. Istituzione: un’organizzazione che agisce come una persona fisica soprattutto per la capacità decisionale (giuridica, prendere decisioni come le persone), ma è indisponibile rispetto agli individui che la compongono (personalità autonoma rispetto alla somma degli individui che la compongono), ha una sua struttura organizzata finalizzata a raggiungere determinati scopi e obiettivi, e una sua capacità normativa (regole accettate dai membri); il partito è un’istituzione perché ha un riconoscimento giuridico, i gruppi di pressione no; lo scopo del partito è essere parte integrante del processo decisionale; obbligazione politica: consenso sociale, dell’opinione pubblica, verso il partito (sempre positivo) e verso le altre istituzioni, il sistema, il contesto esterno (sia in accezione negativa che positiva). Il partito è il grande intermediario tra lo Stato e i cittadini, un collettore delle istanze dei cittadini e un mezzo per influenzare lo Stato, che agisce anche sui cittadini per creare consenso verso sé stesso.

Una volta definito il partito, bisogna definire le condizioni che rendono possibile la sua esistenza e lo svolgimento del suo ruolo. Le condizioni si creano in tutta Europa con l’avvento della politica moderna, che nasce con la Rivoluzione Francese e con i moti dell’Ottocento per tutta l’Europa. Caratteristiche della politica moderna:

  • Accettazione del pluralismo politico. Da un potere di tipo monolitico si passa a un potere frazionato, quindi pluralistico. Accettazione delle parti accettazione della resistenza, dell’opposizione e del dissenso.
  • Laicizzazione della politica. Cambia la derivazione della legittimazione della sovranità, da divino a razionale. Con un potere a legittimazione divina non c’è spazio per le parti, è così e basta, mentre la derivazione dal basso apre la possibilità alle parti di agire.
  • Affermazione della rappresentanza politica. Rifiuto delle forme di democrazia diretta e idea che la sovranità si eserciti attraverso istituzioni di tipo rappresentativo, con l’affermazione del principio della delega politica.
  • Legittimazione elettorale della sovranità. La rappresentanza si esprime attraverso la partecipazione elettorale.
  • Separazione dei poteri. Scardina l’assetto tradizionale degli Stati assoluti.

Una volta stabilito che i partiti nascono nella modernità, dobbiamo definire cultura politica e forma istituzionale che caratterizzano la modernità e permettono lo sviluppo del partito.

  • Cultura politica: liberalismo, dalla Rivoluzione Francese fino agli anni Venti-Trenta dell’Ottocento, che afferma l’assolutezza del principio di libertà, che è essenzialmente una “libertà da (qualcosa)”. Per il liberali...
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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ChiaraXIII di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università internazionale degli studi sociali Guido Carli - (LUISS) di Roma o del prof Capperucci Vera.
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