What news on the Rialto?
Cap. 1
Nel Medioevo le grandi città italiane rappresentavano gli snodi centrali di una rete che attraversava l'Europa e il Mediterraneo, lungo la quale transitavano notizie politiche ed economiche. A quel tempo, il principale veicolo di trasmissione erano le lettere dei mercanti, mentre le piazze commerciali costituivano i luoghi di raccolta e di scambio.
Tra gli ultimi decenni del 400 e i primi del 500, invece, la situazione cambiò, in quanto alle corrispondenze private tra mercanti si aggiunsero altri strumenti che allargarono l'informazione anche all'ambito politico e pubblico. In seguito all'istituzione di una rete stabile di ambasciatori in diverse corti d'Italia e d'Europa aumentarono le richieste regolari di resoconti informativi; così alle lettere private dei commercianti si affiancarono ben presto dispacci ufficiali rivolti agli organi di governo e alle magistrature veneziane da parte di una fitta rete di ambasciatori, oratori, consoli e segretari.
Ancora più del mercante, il politico prestava molta attenzione alle fonti e ai tempi di percorrenza delle notizie. Registrava infatti con precisione l'origine e la data di partenza e di arrivo della notizia, indicando anche il mittente e il destinatario. Oltre a queste lettere redatte con precisione, c'erano poi avvisi più generici, di autore incerto, che probabilmente si trattavano di materiali diversi dalle lettere dei dispacci. La perdita dell'autore costituirà comunque un momento significativo verso il processo che porterà alla crescita dell'informazione regolare.
Se all'inizio infatti i compilatori firmavano il più delle volte gli avvisi che redigevano, successivamente i loro nomi tenderanno via via a scomparire, anche perché nel momento in cui gli autori cominceranno a trasformarsi in veri e propri professionisti dell'informazione, celare la propria identità diverrà un accorgimento indispensabile per poter agire con tranquillità e continuità.
Nelle lettere e nei dispacci mercanti, viaggiatori diplomatici non riportavano soltanto contenuti personali riservati, ma anche altri che potevano interessare un pubblico più vasto. Contestualmente si cominciò anche ad estrarre questi elementi e a ricopiarli a parte su altri fogli: spesso, in particolare, la parte informativa estrapolata dalla missiva veniva accorpata assieme ad altri estratti dello stesso tipo, per cui come risultato si aveva un testo costituito da brevi paragrafi non concepito per un destinatario specifico. Lo stile di scrittura invece era essenziale, rudimentale.
L'aspetto degli avvisi, intanto, cominciava a perfezionarsi anche in quegli stessi anni: gli estratti delle notizie cominciano infatti ad essere presentati da titoli, per cui si allontanano dalle caratteristiche formali della lettera vera e propria, acquisendo una propria riconoscibilità. Per il resto, comunque, il notiziario manteneva la stessa struttura: era cioè sempre costituito da uno o più fogli dove venivano registrate le notizie sulla base dei luoghi di raccolta e non di quelli in cui i fatti riferiti si erano svolti.
Nella prima metà del 500, si ha inoltre l'affermarsi dei servizi postali e un miglioramento generale dei collegamenti tra le principali città: sempre in quel periodo furono regolate le partenze e gli arrivi, così come i tempi di percorrenza: da Roma, ad esempio, si raggiungeva Venezia in 4-5 giorni, Milano in 8, Vienna in 12-15, Parigi in 20 giorni. Le principali tratte vennero quindi percorse da servizi settimanali o bisettimanali secondo orari conosciuti che scandivano i ritmi della comunicazione.
I fogli d'avviso cominciarono così ad essere confezionati in funzione delle spedizioni e, in questo modo, acquisirono una frequenza periodica e regolare. La notizia, di conseguenza, si trasformò da informazione occasionale a comunicazione costante da affidare ai corrieri. I decenni centrali del XVI secolo sono dunque teatro di una vera e propria maturazione del mercato della notizia.
Questa nuova arte, cioè l'arte di compilare fogli di notizie, avvisi, determinò lo sviluppo di una specifica figura professionale, chiamata diversamente a seconda della città: menante a Roma, reportista a Venezia e novellaro a Genova. Queste figure erano disposte a redigere libri proibiti e a raccogliere notizie piccanti.
Questi "professionisti della penna" stilavano una sorta di giornale da vendere, traendo le loro notizie dagli uffici dei maestri di posta (dove venivano registrati gli arrivi dei corrieri), dalle banche, dagli ambienti di corte e dai mercanti di altre città con i quali erano in contatto. Queste figure si sviluppano nelle principali capitali europee, nelle grandi città snodi commerciali e in quelle situate in importanti direttrici di traffico come Amsterdam, Parigi, Lione, Anversa, Bruxelles, Valladolid, Madrid e, in Italia, Roma, Venezia, Bologna e Milano.
I clienti che acquistavano queste informazioni erano soprattutto principi e ambasciatori; a partire nella seconda metà del 500 si infittiscono proprio i legami tra i professionisti dell'avviso (che svolgevano queste attività come loro unica professione) e tutto il mondo diplomatico: molte ambasciate divennero luoghi strategici per la costruzione e il recupero della notizia; nelle corti minori, prive di propri rappresentanti ufficiali presso le capitali straniere, i governi stipulavano inoltre forme di abbonamento annuale con compilatori di fogli veneziani o romani.
Il nome "gazzetta" deriva dall'avviso veneziano del 1503 messe in vendita a una “gazeta”, una moneta d'argento del valore di due soldi che circolò Venezia e nei suoi domini del levante partire dal 1539. L'origine è quindi legata alla moneta che serviva per poter acquistare l'avviso.
Tra XVI e inizi del XVIII secolo si usavano però indifferentemente come sinonimi di gazzetta i termini "avviso" e "riporto" per indicare i fogli che contenevano notizie di attualità. In realtà, però, c'è una differenza tra avviso e gazzetta. Tecnicamente, infatti, il termine "avviso" indica un foglio diffuso con cadenza fissa. La gazzetta, invece, poteva anche essere uno scritto su temi vagamente attuali, ma non strettamente legato ad un'uscita periodica.
Inizialmente, in effetti, si ebbe l'impressione che il termine "gazzetta" fosse un termine più popolare, appartenente alla lingua parlata e meno a quella ufficiale. Anche per questo motivo il termine stentò a lungo ad entrare all'interno dei dizionari di lingua. Fu solo nel 1691, nella terza edizione del "Vocabolario degli accademici della Crusca”, che si ritrova alla voce gazzetta la definizione di "foglio di avvisi" con precisata anche la derivazione etimologica.
Le formazioni presenti all'interno della gazzetta manoscritta erano sostanzialmente notizie di attualità; veniva inoltre riportata la data e l’indicazione del luogo di raccolta delle informazioni, mentre l'uscita era periodica: la notizia veniva affidata a corrieri ordinari che scandivano i ritmi della comunicazione. La periodicità contribuì anche a far crescere nei lettori la consuetudine con i fatti politici vicini e lontani; ogni numero portava avanti infatti una narrazione avviata nelle settimane precedenti che proseguiva poi nelle successive.
Le notizie provenienti anche da territori lontani entrarono nella vita quotidiana di molti del tempo, per cui leggere accorciò, in un certo senso, le distanze e fu sicuramente all'origine, anche se in forme ancora embrionali, della discussione pubblica; fatti politici, religiosi e militari diventarono infatti argomenti su cui intrattenersi, confrontarsi, scontrarsi.
Cap. 2 Copisti e gazzettieri
Il mestiere di gazzettiere per molto tempo è stato associato a una pessima fama. A Roma il termine "menante" derivava, probabilmente, dal participio latino “minans” (che minaccia). Effettivamente, il gazzettiere era un personaggio poco affidabile, pronto a cacciarsi nei guai, che poteva essere un po’ spia e narratore pettegolo di vicende. Il suo stile di scrittura era generalmente maldestro e frettoloso, incurante delle norme grammaticali, della retorica, della morale.
Era inoltre del tutto indifferente alle ragioni della verità e all'etica professionale, in quanto era sempre pronto a vendersi al miglior offerente e ad alterare la visione dei fatti a seconda della convenienza. A Venezia i fogli di notizie venivano prodotti nelle botteghe degli scrittori, nelle "scrittorie”, da copisti professionisti oppure su banchetti improvvisati ai piedi del ponte di Rialto o in prossimità del Palazzo Ducale, che era il centro di tutta la politica e organizzazione sociale della Repubblica.
Proprio attraverso questi luoghi di produzione del manoscritto è possibile reperire qualche traccia del sistema di diffusione dei fogli di notizie. Le fonti che documentano attività di questo tipo tra XVI e XVIII secolo sono però scarse. A differenza della stampa, che era sottoposta a rigidi controlli censori che documentavano la produzione di tipografie, il manoscritto riusciva ad eludere più facilmente la censura, inoltre non richiedeva grossi investimenti finanziari: bastava infatti solamente un po' di inchiostro, qualche foglio di carta e un angolo più o meno tranquillo dove poter operare.
A Venezia, a differenza di quanto avveniva in altre città italiane ed europee, mancava una corporazione di amanuensi, perciò non fu possibile ricondurre la figura che si occupava della redazione di questi testi a una tipologia unica di copista. Tra gli scrittori, infatti, c'erano personaggi dalle caratteristiche diverse: autentici professionisti, persone che, sapendo scrivere, arrotondavano i propri redditi con questa attività (maestri di scuola, impiegati in uffici pubblici) oppure operatori occasionali che venivano in possesso di un testo di qualche interesse e lo riproducevano per venderlo.
Alcune grandi botteghe operavano alla luce del sole ricevendo regolarmente commissioni da parte dei privati e della magistratura della Repubblica. Una repubblica aristocratica come quella di Venezia, in particolare, aveva delle esigenze politiche e la presenza in città di esponenti delle élite sociali, con tutto quel che significava la distribuzione dei ruoli politici, diede vita a una serie di documenti, chiamati in veneziano “zucchette”, consegi o brogetti, dei piccoli manuali tascabili molto diffusi, compilati da copisti professionisti allo scopo di fornire informazioni sui vari uffici e sui risultati delle votazioni.
Oltre ai professionisti pubblici c'erano altre figure minori che producevano di tutto (carte magiche, scritti osceni, libri messi all'indice, fogli politici e satirici) nell'illusione di arricchirsi facilmente. Un caso emblematico, in questo senso, è quello di un certo Girolamo Chiaramonti, definito "scrittore sul ponte di Rialto", il quale fu processato dal Sant'ufficio nel 1630 per diffusione di libri proibiti, tra cui testi magici, scritti libertini, canzoni oscene, novelle di Boccaccio e il Nuovo testamento in volgare.
Spesso figure simili di copisti non disponevo neppure di un banchetto su cui lavorare e vivevano quasi alle soglie della miseria, vagando per le locande alla ricerca di qualcuno a cui vendere scritti curiosi, proibiti, spesso tra i forestieri che affollavano la città. Un altro caso ancora è quello di Domenico Michieli, di origini marchigiane, che durante l'interrogatorio processuale dichiarò di esercitare la professione di scrittore quando gli si presentava l’occasione, confessando anche di aver scritto la “Clavicola Salomonis” per il conte Antonio Saluzzi.
Un altro caso è poi quello di Bartolomeo Gei che, come emerge dalle carte del processo dell'inquisizione, si trattava di un fornitore di lana e pelli per i cappellai ma al tempo stesso distribuiva libri magici, libertini e contro la religione, che chiaramente non si trovavano nelle botteghe di Venezia e che probabilmente copiava personalmente. La clientela delle locande principali di questo periodo, dove operavano di fatto questi scrittori occasionali, proveniva invece in buona parte dai paesi stranieri eretici che in Italia ricercavano libri contrari alla religione.
In alcuni casi gli scrittori si specializzavano nella confezione di "avvisi settimanali"; altri invece si limitavano a ricopiare avvisi scritti da altri mentre i più organizzati e coraggiosi arrivavano a costituire delle vere proprie agenzie d'informazione. Tramite servizi postali ricevevano poi dall'estero corrispondenze e altri avvisi a cui aggiungevano il contenuto veneziano.
A Venezia la maggior parte di questi scrittori operava nella contrada di San Moisé (appartenente al sestiere San Marco), tanto che nel corso del XVII secolo la stradina che passava a fianco della chiesa era chiamata "calle degli scrittori". Le fonti che registrano tutte le informazioni relative all'attività di questi scrittori sono le rilevazioni catastali. Ad esempio, nel 1660 registravano tre botteghe (anche se i nomi dei proprietari non sembravano essere legati alla redazione di avvisi).
Nel 1713 registravano invece quattro scrittorie, due gestite da autori di gazzette, Antonio Minummi e Francesco Carminati, mentre nel 1740 tre scrittorie. Le rilevazioni catastali restituiscono però parzialmente la dimensione del fenomeno: le botteghe registrate non esauriscono infatti il numero di tutti quelli che a quel tempo si occupavano di gazzette: alcuni infatti operavo a volumi d’affari irrisori tanto da non essere censiti mentre altri preferivano operare in segreto, lontano da occhi indiscreti.
La maggiore concentrazione delle scrittorie nella contrada di San Moisé era motivata da questioni strategiche. Nei paraggi, infatti, passeggiavano i patrizi prima di accedere ai Consigli; sempre in prossimità c'erano le poste dove giungeva la corrispondenza dall'estero, inoltre la zona era a ridosso di piazza San Marco che rappresentava il cuore politico e civile della città e dello Stato.
Attraverso il Palazzo Ducale ruotavano le diverse figure professionali, quindi si trattava di un punto di riferimento burocratico con segretari, notai e funzionari che spesso avevano bisogno della collaborazione dei copisti o che potevano servire come fonte di informazioni riservate. Nella sede centrale amministrativa e di governo giungevano quindi i dispacci degli ambasciatori alle corti e dei rettori nelle varie città dello Stato. Il Palazzo Ducale era dunque il punto di confluenza di notizie della Repubblica.
Dal punto di vista formale, questi dispacci ufficiali dovevano rimanere segreti. Ciò però non impediva al patriziato, agli aristocratici di far trapelare, di far uscire all'esterno ogni genere di informazioni in grado di suscitare interesse o di determinare discussioni. Alle figure del patriziato veneziano si aggiungevano poi segretari, notai e funzionari di cancelleria che non avevano difficoltà ad accedere alla documentazione e a farne copia.
Proprio in piazza San Marco, nei luoghi storici delle botteghe di acquavite, delle spezierie, sotto i portici, o a fine secolo, presso gli studi di alcuni notai, nei caffè, si discuteva di politica. Anche la figura del notaio, fondamentale in questi secoli dell'età moderna, si trattava di una figura estremamente interessante.
C'è ad esempio il caso del notaio Alessandro Pariglia il cui studio fu per vari anni, nella seconda metà del 600, uno dei più attivi centri di raccolta e smistamento di novità politiche. La sua clientela era costituita da patrizi, segretari di ambasciatori, stranieri, mercanti tedeschi e appartenenti all'ordine di Malta. Pariglia può essere definito proprio un collettore di notizie, anche riservate e segrete, che tramite i suoi fogli finivano negli ambienti più influenti di tutt'Europa.
Al di là di piazza San Marco, si concentravano le scrittorie piccole e grandi. Nei pressi della chiesa, nel 1639, disponeva di una bottega il sacerdote pistoiese Pietro Compagni che assieme ad altri colleghi aveva dichiarato di aver riprodotto copie della “Clavicola” commissionate da forestieri ospiti presso una delle principali locande della città, la locanda Istriana ai Santi Apostoli. I principali compilatori di fogli dell'epoca che operavano nei decenni a cavallo tra 600 e 700 furono però Pietro Donà e Antonio Minummi, dei veri e propri professionisti del settore che operarono sempre alla luce del sole, muovendosi con estrema prudenza ed evitando il coinvolgimento in azioni pericolose.
Più incerta invece era l'esistenza dei reportisti più o meno improvvisati che non operavano in luoghi fissi, in botteghe o banchetti aperti al pubblico. Spesso, inoltre, i maestri che prestavano servizio presso famiglie aristocratiche si occupavano anche di scrivere libri su commissione e compilare avvisi. È il caso in particolare di alcuni ex religiosi, come Giovanni Maria Janni e Ottavio Carnevale, maestri di professione che non ebbero difficoltà a recuperare fogli concepiti da altri e a diffonderli.
In base ai materiali raccolti, un buon reportista redigeva gazzette periodiche con uscita magari settimanale e scritture politiche che recapitava ad associati veneziani e stranieri, spesso di rango molto elevato. I servizi si differenziavano in relazione ai contenuti, alle esigenze e alle tariffe di associazione. Gli avvisi si distinguevano in fogli pubblici e in fogli che era più opportuno mantenere segreti. I fogli pubblici contenevano notizie ordinarie e poco rilevanti, mentre quelli segreti informazioni di una certa considerazione. I fogli pubblici, molto diffusi e non contenenti particolari informazioni, avevano scarso prestigio ed erano smerciati e letti correntemente alla luce del sole in luoghi fissi delle città. I più ricercati erano invece gli avvisi segreti in quanto svelavano i retroscena più intricati.
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