Cap. 1 Il controllo sui libri
Le origini della censura
Nell'Europa e nell'Italia del passato il rogo dei libri, considerati pericolosi per motivi religiosi, politici e morali, era una pratica diffusa. Nei secoli passati sul rogo finivano anche gli eretici condannati dall'Inquisizione. Fin dalle origini, la lotta della Chiesa contro le eresie si tratta di una lotta molto antica, non legata solo all'Inquisizione e alla risposta della riforma luterana, ma anche alla proibizione di leggere e conservare opere considerate eretiche. Già in occasione del primo concilio di Nicea (325) viene infatti proibita la diffusione delle opere di Ario, un teologo egiziano che professava la non divinità di Cristo.
Nel secondo concilio di Nicea (787) si stabilisce invece che i fedeli in possesso di libri proibiti hanno l'obbligo di non nasconderli ma di consegnarli ai vescovi competenti. Il successivo concilio di Tolosa proibisce ai fedeli il possesso di copie della Bibbia, in quanto riservato esclusivamente al clero, mentre il concilio di Terragona del 1234 ordina il rogo delle traduzioni della Bibbia in volgare. La pratica di proibire e controllare la lettura si tratta dunque di una pratica molto antica.
È però soprattutto nel corso dell'età moderna, tra l'inizio del Cinquecento e la fine del Settecento, che in Europa si sviluppa ed entra poi in crisi un sistema di vigilanza sui libri. Con l'avvento della stampa muta inoltre in modo radicale rispetto ai secoli precedenti la tipologia e la dimensione del problema relativo al controllo, sia politico che religioso, riguardo la produzione e circolazione dei libri, questo perché la sua invenzione e il suo sviluppo contribuiranno a diffondere la riforma luterana.
François Lambert scrive infatti, già nel 1526, che la stampa era stata ispirata proprio da Dio per permettere la diffusione della riforma. Allo stesso modo, anche per Lutero la stampa rappresentava il dono ultimo e più grande di Dio in quanto grazie ad essa era stato possibile far conoscere le cause della vera religione e diffonderla in tutte le lingue. Peraltro, lo stesso Lutero, a distanza di sei mesi dalla proclamazione delle 95 tesi, scriverà a papa Leone X, dichiarando tutto il suo stupore di fronte allo straordinario successo e seguito delle sue tesi.
Proprio in seguito alla grande diffusione delle idee luterane resa possibile dalla stampa, il libro comincia ad essere visto dalla Chiesa come un pericolo che bisognava assolutamente regolare ed eventualmente bloccare nella diffusione. La questione relativa al controllo e alla circolazione dei libri interessava soprattutto quei luoghi in cui la produzione e la circolazione libraria erano più vivaci o nei principali centri di potere, ovvero nelle città tedesche dove la stampa si era sviluppata per prima; in Italia, a Roma e soprattutto a Venezia che negli ultimi decenni del '400 era diventata il primo centro editoriale d'Europa; e infine, nelle grandi corti europee.
Le prime forme di controllo della produzione del libro a stampa nascono a metà Quattrocento nelle città tedesche, in ambiente ecclesiastico. Ad esempio, nel 1485, l’Arcivescovo di Magonza fu incaricato da due prelati e da due dottori universitari di esaminare i libri che uscivano dalla tipografia impedendo la diffusione di quelli non autorizzati. Dovevano inoltre essere autorizzate preventivamente anche le opere esposte alla fiera del libro di Francoforte. Nel 1487, già prima della riforma luterana, si hanno interventi da parte delle autorità ecclesiastiche, come quello di papa Innocenzo VIII che affida al presidente del collegio dei teologi, chiamato Maestro del Sacro Palazzo, per Roma, e ai vescovi, per quanto riguarda le altre diocesi del mondo cattolico, il compito di evitare la diffusione dei libri contrari alla religione e alla morale. In questo periodo, dunque, la censura si fonda anche su questo intervento capillare e su queste figure.
A partire dalla fine del '400, la Curia (Chiesa di Roma), in relazione alla crescita esponenziale in ambito tipografico, decide di pensare ad un sistema di controllo più organizzato. Anche la stessa produzione tipografica necessita peraltro di un ordine, di organizzare tutto il materiale, una necessità questa che si avverte già nella seconda metà del Quattrocento, subito dopo la nascita della stampa. Nel 1501 papa Alessandro IV Borgia emana la bolla “Inter multiplices”, indirizzata agli arcivescovi tedeschi, con i quali fissa i principi della censura preventiva proibendo la lettura dei libri non in linea con la religione cattolica. Nel 1515, papa Leone X emana poi la bolla "Inter sollicitudines” affermando che si dovevano far scomparire le opere tradotte dal greco, dall'ebraico, dall'arabo, sia in latino che nelle lingue profane; libri contenenti errori di fede e dogmi perniciosi così come i libelli diffamatori contro le persone di alto rango.
Nel frattempo, però, anche i sovrani avevano cominciato a occuparsi del problema relativo al controllo sulla produzione e circolazione dei libri. Uno dei primi paesi ad adottare un proprio sistema di controllo è stata la Spagna. A partire dal 1502, infatti fu emanato un editto da Ferdinando di Aragona e Isabella di Castiglia, con il quale si affermava l'obbligo di licenza preventiva per i libri nuovi e per le importazioni dall'estero. Inoltre istituita la figura del censore che aveva il compito di proibire le opere apocrife, superstiziose e i libri inutili e di secondo ordine. Queste direttive, però, in realtà, restavano il più delle volte sulla carta, per via della difficoltà di organizzare un efficace sistema repressivo, considerando anche il fatto che a quel tempo diverse capitali europee dell'editoria non disponevano ancora di un proprio apparato censorio.
Venezia, ad esempio, tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, proprio quando stavano crescendo alcuni dei suoi maggiori editori, non si preoccupò tanto di un controllo sistematico sulla produzione di libri, ma preferii piuttosto attivare una serie di interventi funzionali ad una attività tipografica allora in pieno sviluppo. Interventi di questo tipo erano in particolare volti a disciplinare il privilegio di stampa, che rappresentava una garanzia per colui che investiva nel libro, e a salvaguardare la qualità della produzione, attraverso la revisione dei libri umanistici da parte di un esperto letterario.
Anche nel 1517, quando il Senato veneziano riorganizzò il sistema di concessione dei privilegi, di controllo censorio continuò a non destare preoccupazione tant’è che l'anno seguente si poté ristampare senza problemi l’Appellatio di Lutero, peraltro l’unico opuscolo pubblicato con il suo nome in Italia. Con le bolle di Leone X "Exsurge Domine" e "Docet Romanum Pontificem", rispettivamente del 1520 e del 1521, Lutero venne poi scomunicato e scritti condannati al rogo. A partire da questo momento viene inoltre accelerata l'istituzione di organismi censori anche in conseguenza del fatto che, in quegli anni, comincia proprio la rapida diffusione degli scritti luterani.
Per alcuni decenni, però, il controllo della produzione editoriale non fu lineare ma procedette in maniera scoordinata. La Chiesa e lo Stato, infatti, si muovevano separatamente e inoltre non potevano contare su strutture in grado di fronteggiare efficacemente la stampa ritenuta pericolosa. La situazione muta invece radicalmente nel corso degli anni '40 quando papa Paolo III emana la bolla Licet ab initio, con la quale viene istituita nel 1542 l'inquisizione romana. Da questo momento l'azione repressiva contro gli eretici assume un vigore senza precedenti, a cui seguì, come diretta conseguenza, il controllo sulla lettura e il possesso di libri considerati appunto eretici.
Tra Chiesa e Stato
Chiesa e Stato, prima dell'inquisizione e della pubblicazione del primo indice dei libri proibiti, miravano entrambi ad un controllo centralizzato della produzione libraria. Le discussioni vertevano nella fattispecie su chi dovesse autorizzare la pubblicazione di un'opera e molto meno su cosa si dovesse autorizzare o proibire. Autorità ecclesiastiche e autorità statali misero in tal senso in atto differenti sistemi di controllo:
- Chiesa: a partire dalla bolla “Inter sollicitudines” del 1515, intendeva sottoporre tutta la produzione libraria ad un controllo generalizzato, introdusse pertanto la prima forma di censura ecclesiastica preventiva: l’imprimatur, che doveva necessariamente comparire su un testo, affinché questo potesse essere stampato e circolare senza il pericolo della censura. Il termine si tratta di una locuzione latina che tradotta letteralmente significa "non esiste alcun impedimento al fatto di essere stampato". Si trattava quindi dell'autorizzazione ecclesiastica alla stampa e consisteva in un sigillo posto all'inizio e alla fine del libro, accompagnato o sostituito da alcune formule: "con licenza" o "con l'approvazione dei superiori", seguito dall'indicazione di chi lo aveva rilasciato, ovvero il Maestro Sacro del Palazzo, oppure i vescovi o l’Inquisitore.
- Stato: invece, prevedeva la licenza di stampa, un permesso di pubblicazione rilasciato dal principe all'editore, allo stampatore e raramente all'autore dell'opera, che compariva sul frontespizio sotto forma di espressioni brevi e stereotipate, come ad esempio "con licenza de’ superiori", “avec le privilege du roi” ecc.
Rapporto Chiesa-Stato nel contesto europeo
Per quanto riguarda il rapporto tra Stato e Chiesa in relazione al tema della censura, in Spagna, contrariamente a quanto avvenne nel resto d'Europa, i limiti delle diverse competenze furono presto risolti, per cui si ebbe una maggiore efficacia del controllo censorio. Almeno secondo l'iter istituzionale, per poter rilasciare la licenza di stampa la monarchia iberica controllava ogni fase della produzione e circolazione dei libri e spettava al Consiglio reale (l'organo supremo della monarchia) autorizzare la stampa per iscritto. Il consiglio supremo dell'inquisizione dirigeva invece l'attività repressiva. Nel corso del '500 furono emanate altre prammatiche che istituirono il deposito legale per i libri licenziati e una regolamentazione più severa per le esportazioni in America. Furono inoltre effettuate ispezioni periodiche presso librerie e biblioteche da vescovi e inquisitori in accordo con le autorità civili locali. La monarchia iberica controllava quindi ogni fase della produzione e circolazione dei libri e soltanto il Consiglio Supremo dell'Inquisizione poteva dirigere l'attività repressiva.
Infine, una bolla di papa Paolo IV del 1559 stabiliva che tutti i confessori dovevano porsi al servizio del Sant'Uffizio nella battaglia contro la stampa eretica. L’Inquisizione cominciò quindi ad assumere un ruolo centrale: in Spagna, infatti, il permesso rilasciato dal consiglio reale si trattava di un atto sostanzialmente burocratico, mentre il controllo effettivo era soltanto nelle mani dell'inquisizione.
Completamente diverso rispetto a quanto registrato in Spagna è invece il quadro della censura francese, sebbene entrambi i paesi non accettarono mai i sistemi di controllo elaborati dalla curia romana. Per lungo tempo, tre organi si contesero principalmente il diritto di sovrintendere alla produzione editoriale: i teologi della Sorbona, il parlamento di Parigi e la monarchia. Non si riuscì però mai a definire bene i limiti di intervento tra Chiesa e monarchia, e ciò di fatto impedì per decenni che si determinasse un sistema di controllo preventivo efficace e organizzato. Spesso accadeva infatti che i teologi dell'Università condannassero fermamente Lutero e i suoi seguaci, mentre il re cercasse di non inimicarsi i principi protestanti e il re d'Inghilterra Enrico VIII.
Negli anni '40 il clima mutò però radicalmente, in seguito allo svilupparsi a Ginevra di una attività editoriale rivolta soprattutto verso la Francia. Vennero così redatti sei indici che contenevano i titoli vietati, in buona parte di ispirazione riformatrice ed editi a Ginevra. Nel 1551 l'editto di Chateaubriand emanato come risultato di momento di stretta collaborazione tra re, Sorbona e Parlamento, cercò per la prima volta di porre ordine in materia, imponendo il controllo sulla produzione e circolazione dei libri, il divieto di stampe anonime e le ispezioni nelle librerie e sulle importazioni. Fu poi nel 1563 che Carlo IX, regnante di Francia, rese obbligatoria la licenza reale di stampa, concessa dalla Cancelleria.
In Inghilterra, dopo la scomunica di Lutero, nel 1521, il vescovo di Londra prescrive il divieto di importare libri dall'estero e l'obbligo per tutti i nuovi titoli da pubblicare di una licenza da richiedere a una specifica commissione presieduta dall'arcivescovo di Canterbury. Dopo l'atto di supremazia del 1534, però, il re Enrico VIII limita le competenze della Chiesa inglese in materia di censura. Nel 1557, per accentuare il controllo, la cattolica Maria Tudor concede in Inghilterra il monopolio dell'esercizio della stampa alla corporazione dei librai londinesi (Stationers’ Company), retta da un gruppo di grandi imprenditori.
In Italia, invece, si registra una situazione molto più confusa. Nella frantumata geografia politica italiana del XVI secolo cinque realtà statali si imponevano sostanzialmente sulle altre: La Repubblica di Venezia, il ducato di Milano, il gran Ducato di Toscana, lo Stato Pontificio e il regno di Napoli. Sicilia, Sardegna, regno di Napoli e Ducato di Milano, almeno dalla seconda metà del '500 agli inizi del '700, rimangono sotto il dominio spagnolo. A Milano, le prime direttive sulla stampa si hanno nel 1523 con Francesco Sforza. Nel 1543 viene proibita la stampa senza licenza, mentre nel 1564 vengono pubblicati i decreti tridentini e viene imposta ai librai e agli stampatori la "professio fidei”, la professione di fede. Anche nel regno di Napoli è comunque l'autorità ecclesiastica ad avere effettivamente il controllo dell'attività editoriale. Più grave, invece, è il peso delle proibizioni romane in quegli Stati che sono fuori dalla diretta influenza spagnola, ovvero il Ducato sabaudo, in Gran Ducato di Toscana e gli Stati Estensi.
A Modena, ad esempio, era necessaria l'autorizzazione del duca, in realtà però i censori ducali si limitavano soltanto ad opporre un “vidit” ad opere che avevano già ricevuto l'imprimatur da parte dell'inquisizione. Completamente diversa è invece la situazione a Venezia, unico Stato italiano a destinare attenzione costante ai problemi della censura, attraverso interventi mirati e in opposizione alla Chiesa. Venezia, infatti, a quel tempo era il centro tipografico più importante d'Italia ma anche d’Europa (basti pensare che la quota veneziana dei libri editi in Italia oscillava tra il 40 e il 70% del totale). Il commercio librario italiano era quindi mano ai mercanti della Repubblica, inoltre Venezia disponeva anche di un ruolo politico autonomo.
Qui l'obbligo della licenza di stampa fu stabilito dal Consiglio dei Dieci (uno dei maggiori organi di governo con compiti di sorveglianza sulla sicurezza della Repubblica), attraverso un decreto del 29 gennaio 1527. All'inizio, però, quest'obbligo fu poco rispettato. Questa prescrizione diventa poi più severa nel 1542, con l'obbligo del rilascio della licenza di stampa da parte dello Stato. Infine, nel 1562, si stabilisce definitivamente che il Consiglio dei Dieci ha l'obbligo di rilasciare la licenza di stampa, ma dopo che i riformatori dello Studio di Padova (magistratura a cui era delegato il controllo sulla cultura e l’istruzione), avessero rilasciato una licenza. Questa licenza era a sua volta il risultato di un parere positivo (una cosiddetta "fede") espressa da tre lettori. Queste tre figure che dovevano rilasciare una testata di fede erano: un ecclesiastico delegato dall'inquisitore del Sant’Uffizio, un lettore pubblico nominato dalla Repubblica e un segretario ducale.
Candide e prudenti censure
Prima di arrivare effettivamente alla realizzazione dell'indice dei libri proibiti, l'idea a livello di "opinione" diffusa, condivisa tra i più, che la pubblicazione di un testo non dovesse essere libera era a quel tempo un'opinione diffusa, generalizzata, quindi in un certo senso ovvia, scontata. Ad esempio, la Ginevra calvinista, a metà '500, disponeva di un sistema di controllo statale non differente da quello presente nei paesi cattolici. Anche la stessa posizione dei grandi uomini della riforma fu di estrema cautela. Lutero, ad esempio, pur facendo della stampa lo strumento principale per la diffusione della sua dottrina, non nascondeva qualche diffidenza nei confronti di chi leggeva troppi libri. A suo giudizio era inoltre opportuno ridurre i libri teologici, mentre di fronte alle guerre dei contadini in Tirolo degli anni successivi, si era convinto della necessità di scoraggiare la lettura popolare della Bibbia.
Una diffidenza simile si ha anche in altri riformatori come Zwingli e lo stesso Calvino che, dopo un momento iniziale di entusiasmo verso una lettura della Bibbia personale, senza intermediari, si convinsero della necessità di riservare la lettura della Bibbia soltanto a una cerchia ristretta di persone, cioè a chi era in grado di comprenderla, senza cadere in fraintendimenti. In alcuni casi venivano colpiti dalla censura cattolica perfino i vescovi, com’è il caso di Pier Paolo Vergerio che scrisse una marea di libri contro la Chiesa cattolica, anche se era anche lui, allo stesso tempo convinto del fatto che non si potesse fare a meno della censura preventiva. Il compito della censura era quello di eliminare tutti i libri considerati dannosi per i cristiani, come ad esempio il De trinitatis erroribus di Michele Serveto.
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