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Il controllo sui libri

Fu soprattutto durante l’età moderna, tra il 15 e il 18 secolo, che in Europa nacque, si sviluppò ed entrò in crisi un sistema di controllo sulla produzione, circolazione e uso del libro. La stampa a caratteri mobili e il dilagare della riforma furono presto messi in relazione con l’istituzione di organismi deputati alla vigilanza.

Il libro cominciava a essere visto come un pericolo, una sorta di peste, la cui diffusione occorreva regolare ed eventualmente bloccare. In pochi anni la Chiesa di Roma elaborò un apparato di controllo che doveva abbracciare il continente e che doveva servire da modello per qualsiasi organizzazione che intendesse controllare in futuro. Le straordinarie potenzialità del libro a stampa erano apparse subito evidenti. Ma proprio la sua capacità di espandersi anche nei ceti precedentemente estranei alla cultura scritta aveva iniziato a suscitare qualche inquietudine, ancor prima della diffusione delle tesi di Lutero.

Nell’età del manoscritto proibizioni e roghi avevano solo un valore simbolico, essendoci una diffusione limitata. Quindi la tipografia e un nuovo sistema economico crearono le condizioni per nuovi scambi intellettuali. Molte città europee divennero così luoghi privilegiati di confluenza di stampatori, librai e autori. Nei sette anni che intercorsero tra Gutenberg e le 95 tesi di Lutero la potenzialità del libro era già evidente.

Il problema si pose in primo luogo dove la produzione e la circolazione libraria erano più vivaci o in città potenti come nelle città tedesche, Venezia e le grandi corti. Oltre chi ne capiva le potenzialità o chi ne capiva i rischi, ci furono anche grandi preoccupazioni filologiche riguardo la diffusione del libro stampato. Infatti esemplari mal pubblicati rischiavano di danneggiare gravemente la tradizione di un testo.

Nel 1472 il vescovo Perotti si scandalizzò per la pessima edizione di Plinio da parte di tipografi tedeschi e creò una commissione di eruditi che autorizzasse preventivamente le edizioni classiche. Sul piano politico e religioso furono soprattutto le gerarchie ecclesiastiche tedesche ad attuare le prime forme di controllo. Già da allora si nutrivano grandi riserve sull’opportunità di traduzioni della Bibbia in lingue volgari. Infatti c’era il rischio che le sacre scritture in volgare cadessero in mano a laici senza adeguata preparazione. Tuttavia il controllo non era così assillante. Ma pian piano le cose a livello ecclesiastico cambiarono.

Da qualche anno anche i sovrani avevano cominciato ad occuparsi della questione. La Spagna è stato uno dei primi paesi ad avere un proprio sistema di controllo. Dal 1502 una prammatica del re imponeva una licenza preventiva per i libri di una impressione e per le importazioni dall’estero. Venne inoltre istituita la figura del censore che avrebbe dovuto proibire le opere apocrife e quelle inutili. In Italia, a Venezia, significativo fu il caso di Franco che dispose che le opere di contenuto religioso avrebbero dovuto ottenere un’autorizzazione da parte dell’ordinario diocesano. Non si sa se queste proibizioni vennero applicate seriamente, e comunque la Repubblica non volle mai preoccuparsi di un controllo sistematico sulla produzione intellettuale. Preferì dal 1486 lanciare una forte attività economica. Ma per farlo era necessario un disciplinamento del privilegio di stampa per salvaguardare i livelli qualitativi. Tuttavia non c’era alcun problema censorio.

Quando Lutero venne scomunicato e i suoi scritti condannati al rogo la censura subì un’accelerazione. Questo accadde soprattutto perché nessuna eresia precedente aveva sviluppato un rapporto così diretto con la scrittura. Mercanti e studenti tedeschi giravano l’Europa, diffondendo gli originali scritto dal monaco riformatore. Fu Francesco Calvi ad acquisire per primo i testi in latino di Lutero e da allora fu sempre più evidente il nesso tra tipografia e Riforma protestante.

Tra il 1517 e gli anni '40 il proposito di sottoporre la produzione editoriale ad uno stretto controllo andò a tentoni. Chiesa e stato si mossero spesso separatamente, senza coordinare gli sforzi. In buona parte d’Europa i provvedimenti censori si susseguirono senza sosta, ma non ci furono effetti. Il pubblico imparò quindi a muoversi all’interno della clandestinità. I libri della Riforma erano difficili da stampare, ma molti trovarono escamotage. Più facile fu l’importazione dall’estero.

La situazione mutò negli anni '40 dopo il fallimento di riconciliazione con i protestanti. Con la bolla Licet ad initio Papa Paolo III nel 1542 istituì l’Inquisizione romana, un tribunale dorato di propri rappresentanti in ogni diocesi. Da quel momento l’azione repressiva assunse un nuovo vigore. L’intento romano era quello di sottoporre tutta la produzione libraria europea a un controllo centralizzato da parte dell’autorità religiosa. L’Imprimatur era l’unico salvacondotto che consentiva la pubblicazione e la circolazione di un’opera.

I propositi ecclesiastici vennero tuttavia spesso a scontrarsi con i principi che non volevano delegare tutto il controllo di vigilanza alla Chiesa. La discussione tra le due parti verteva su chi avesse titolo ad autorizzare e molto meno su cosa si dovesse proibire. Gli stati e la Santa Sede erano entrambi convinti che fosse opportuno impedire che l’eresia si propagasse, ma periodicamente i due avversari si scontravano sui confini di competenza. All’imprimatur si contrapponeva la licenza di stampa rilasciata dal principe.

Questa discussione sulla competenza offrì spesso varchi alla circolazione libraria. La curiosità del lettori e l’abilità dei trafficanti seppero sistematicamente approfittare ogniqualvolta la discussione si faceva più accentuata. Al contrario, quando si riusciva ad identificare un unico organo responsabile (o Stato o Chiesa) l’azione di controllo e di repressione era più semplice ed efficace. La costituzione di censure statali fu un processo molto lungo. In alcuni stati nacque prima della Riforma, per altri contemporaneamente e per altri ancora vi si arrivò dopo a causa dei lunghi contrasti con la chiesa. A fine '500 si erano costituite quasi ovunque strutture burocratiche che avrebbero vigilato sulla stampa in nome dello stato.

In Spagna la discussione sulla competenza fu ben presto risolta, favorendo l’efficacia dell’azione censoria. La stampa di opere protestanti fu quasi totalmente assente. La propaganda anticattolica avveniva solo all’estero. Il sistema di controllo sull’attività editoriale e sulla circolazione dei libri era stato avviato molto presto, contro ebrei e moriscos. Come negli altri paesi era necessario però centralizzare questo potere. Nel 1554 il consiglio reale di Castiglia assunse questo potere. Si susseguirono varie prammatiche che disposero norme sempre più rigide. Quella del 1558 si preoccupò di seguire lo stampato in ogni istante della sua esistenza. Si decisero così ispezioni periodiche a librerie e biblioteche effettuate da vescovi e inquisitori.

Attraverso i suoi Consejos la monarchia iberica controllava ogni fase di produzione e circolazione dei libri. Solo il consiglio reale poteva autorizzare la stampa, ma solo il consiglio supremo dell’inquisizione poteva dirigere l’attività repressiva. Dal suo sguardo attento non erano al sicuro neppure i libri già autorizzati che potevano sempre essere banditi e bruciati. L’inquisizione disponeva di strumenti illimitati. Era in grado di agire direttamente sul fedele, grazie ai confessori che avevano l’obbligo di denunciare qualsiasi sospetto e interveniva sulla circolazione dei libri con ispezioni in librerie, biblioteche o alle frontiere.

A fine '500 l’opera censoria aveva sicuramente influito sulle abitudini di lettura del pubblico spagnolo. Con l’indice del 1583 si era raggiunto l’apice. L’attività censoria aveva valicato i limiti che si era imposta: venivano indicizzati libri in volgare, produzioni accademiche e scientifiche. Si poteva trovare di tutto nei cataloghi inquisitoriali.

Completamente diverse furono le vicende della censura francese che come quella spagnola aveva rifiutato i sistemi di controllo romani. All’inizio la monarchia aveva una certa sorveglianza. Nel 1520 il parlamento aveva imposto una revisione preliminare per le opere religiose di carattere religioso. Diversi organi si contesero il diritto di sovraintendere alla produzione editoriale: Università, Parlamento e monarchia.

Proprio questo conflitto impedì per anni che si determinasse un sistema di controllo preventivo. Solo quando le tre istituzioni si trovavano contemporaneamente consenzienti l’efficacia dei provvedimenti era sicura. Durante gli anni '40 a Ginevra stava nascendo una forte editoria rivolta verso la Francia. Fu questo a far redarre sei indici tra il '44 e '46. Solo con l’editto di Chateaubriand (sempre in collaborazione fra tutti e tre) si cercò di porre un ordine in materia: vennero imposte la vigilanza su produzione e circolazione dei libri, il divieto di stampe anonime, ispezioni sulle importazioni e visite ai librai.

Questo accadeva a Parigi, ma a Lione, dove parlamento ed università non esistevano, molti imprenditori pubblicarono opere sospette. A Parigi si tentò di ridurre la competenza della facoltà di Teologia, cui rimase giurisdizione solo per i libri religiosi. Venne resa obbligatoria la licenza reale di stampa. Il potere reale andò via via a rafforzarsi, tuttavia il sistema non fu opprimente.

In Inghilterra era la chiesa a prendere l’iniziativa. Il vescovo di Londra aveva prescritto il divieto di importazione di libri dall’estero e l’obbligo di licenza per i titoli nuovi da richiedere a specifica commissione preseduta dall’arcivescovo di Canterbury. Durante gli anni '30 però il controllo passò sotto al consiglio della corona. Nel 1557 per accentuare la vigilanza, Maria Tudor concesse il monopolio dell’esercizio di stampa alla corporazione di librai inglese Stationers’ Company.

Tuttavia non si arrivò mai ad un sistema di vigilanza efficiente e ramificato come nei paesi cattolici. Molto più confusa è la situazione in Italia, dovuta alla frammentazione politica e alla presenza della chiesa. Non si conoscono molte regolamentazioni. A Milano furono gli Sforza nel 1523 a dare le prime disposizioni. Essendo sotto il dominio spagnolo non si potevano pubblicare libri senza licenza del governo, ma rimase largamente inosservata. Situazione simile anche nel Regno di Napoli dove era l’autorità ecclesiastica spagnola ad avere il controllo.

Negli stati al di fuori dell’influenza spagnola il peso delle proibizioni romane fu ancora più pesante. Nel ducato sabaudo, toscano e stati estensi si cercò di imporre un sistema di controllo non ecclesiastico. Dove c’era una produzione libraria moderata, i principi non attribuirono grande importanza alla questione. Quindi erano le autorità religiose a dettare legge. Del tutto diversa è stata la storia di Venezia che destinò costanti attenzioni alla censura. Possedeva un’industria editoriale tra le più rilevanti di Europa.

C’era l’obbligo della licenza di stampa istituito nel 1527 dal consiglio dei Dieci. Era la prima volta che si stabiliva una censura preventiva di Stato. Dal 1542 fu ribadita. La licenza rimase sempre laica. Nel 1562 si stabilì che il consiglio dei Dieci, i riformatori dello studio di Padova e la magistratura avrebbero autorizzato la stampa e rilasciato una licenza dopo il parere positivo di tre lettori: un ecclesiastico, un lettore pubblico e un segretario locale. Anche chi all’inizio pensava che una lettura senza intermediari fosse giusta, prima o poi cambiò idea in questo periodo caratterizzato dalla censura.

Anche lo stesso Lutero cominciò a credere che non fosse opportuno promuovere una lettura popolare della Bibbia. Una diffidenza simile la si ritrova anche in altri riformatori, come Zwingli che riservò l’interpretazione della Bibbia a persone selezionate o lo stesso Calvino che riteneva che la lettura e la meditazione sulle scritture dovessero essere riservate a chi era in grado di capirle senza fraintendimenti.

Anche Pier Paolo Vergerio, vescovo di Capodistria, che conosceva i metodi del sistema censorio, era convinto che non si potesse fare a meno della censura preventiva e che i libri veramente dannosi per i cristiani dovevano essere eliminati. Per secoli, fino alla rivoluzione francese, la convinzione che la pubblicazione di un libro non dovesse essere libera fu ovvia e generalizzata. Si poteva semmai discutere sui modi.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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