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propagasse, ma periodicamente i due avversari si scontravano sui confini di competenza. All’imprimatur si

contrapponeva la licenza di stampa rilasciata dal principe. Questa discussione sulla competenza offrì spesso varchi

alla circolazione libraria. La curiosità del lettori e l’abilità dei trafficanti seppero sistematicamente approfittare ogni

qualvolta la discussione si faceva più accentuata. Al contrato, quando si riusciva ad identificare un unico organo

responsabile (o Stato o Chiesa) l’azione di controllo e di repressione era più semplice ed efficace. La costituzione di

censure statali fu un processo molto lungo. In alcuni stati nacque prima della Riforma, per altri

contemporaneamente e per altri ancora vi si arrivò dopo a causa dei lunghi contrasti con la chiesa. A fine 500 si

erano costituite quasi ovunque strutture burocratiche che avrebbero vigilato sulla stampa in nome dello stato. In

spagna la discussione sulla competenza fu ben presto risolta, favorendo l’efficacia dell’azione censoria. La stampa di

opere protestanti fu quasi totalmente assente. La propaganda anticattolica avveniva solo all’estero. Il sistema di

controllo sull’attività editoriale e sulla circolazione dei libri era stato avviato molto presto, contro ebrei e moriscos.

Come negli altri paesi era necessario però centralizzare questo potere. 1554 il consiglio reale di Castiglia assunse

questo potere. Si susseguirono varie prammatiche che disposero norme sempre più rigide. Quella del 1558 si

preoccupò di seguire lo stampato in ogni istante della sua esistenza. Si decisero così ispezioni periodiche a librerie e

biblioteche effettuate da vescovi e inquisitori. Attraverso i suoi Consejos la monarchia iberica controllava ogni fase di

produzione e circolazione dei libri. Solo il consiglio reale poteva autorizzare la stampa, ma solo il consiglio supremo

dell’inquisizione poteva dirigere l’attività repressiva. Dal suo sguardo attento non erano al sicuro neppure i libri già

autorizzati che potevano sempre essere banditi e bruciati. L’inquisizione disponeva di strumenti illimitati. Era in

grado di agire direttamente sul fedele, grazie ai confessori che avevano l’obbligo di denunciare qualsiasi sospetto e

interveniva sulla circolazione dei libri con ispezioni in librerie, biblioteche o alle frontiere. A fine 500 l’opera censoria

aveva sicuramente influito sulle abitudini di lettura del pubblico spagnolo. Con l’indice del 1583 si era raggiunto

l’apice. L’attività censoria aveva valicato i limiti che si era imposta: venivano indicizzati libri in volgare, produzioni

accademiche e scientifiche. Si poteva trovare di tutto nei cataloghi inquisitoriali. Completamente diverse furono le

vicende della censura francese che come quella spagnola aveva rifiutato i sistemi di controllo romani. All’inizio la

monarchia aveva una certa sorveglianza. Nel 11520 il parlamento aveva imposto una revisione preliminare per le

opere religiose di carattere religioso. Diversi organi si contesero il diritto di sovraintendere alla produzione

editoriale: Università, Parlamento e monarchia. Proprio questo conflitto impedì per anni che si determinasse un

sistema di controllo preventivo. Solo quando le tre istituzioni si trovavano contemporaneamente consenzienti

l’efficacia dei provvedimenti era sicura. Durante gli anni 40 a Ginevra stava nascendo una forte editoria rivolta verso

la Francia. Fu questo a far redarre sei indici tra il 44 e 46. Solo con l’editto di Chateaubriand (sempre in

collaborazione fra tutti e 3) si cercò di porre un ordine in materia- vennero imposte la vigilanza su produzione e

circolazione dei libri, il divieto di stampe anonime, ispezioni sulle importazioni e visite ai librai. Questo accadeva a

Parigi, ma a Lione, dove parlamento ed università non esistevano, molti imprenditori pubblicarono opere sospette. A

Parigi si tentò di ridurre la competenza della facoltà di Teologia, cui rimase giurisdizione solo per i libri religiosi.

Venne resa obbligatoria la licenza reale di stampa. Il potere reale andò via via a rafforzarsi, tuttavia il sistema non fu

opprimente. In Inghilterra era la chiesa a prendere l’iniziativa. Il vescovo di Londra aveva prescritto il divieto di

importazione di libri dall’estero e l’obbligo di licenza per i titoli nuovi da richiedere a specifica commissione

preseduta dall’arcivescovo di Canterbury. Durante gli anni 30 però il controllo passò sotto al consiglio della corona.

Nel 1557 per accentuare la vigilanza, Maria Tudor concesse il monopolio dell’esercizio di stampa alla corporazione di

librai inglese Stationers’ company. Tuttavia non si arrivò mai ad un sistema di vigilanza efficiente e ramificato come

nei paesi cattolici. Molto più confusa è la situazione in Italia, dovuta alla frammentazione politica e alla presenza

della chiesa. Non si conoscono molte regolamentazioni. A Milano furono gli sforza ne 1523 a dare le prime

disposizioni. Essendo sotto il dominio spagnolo non si potevano pubblicare libri senza licenza del governo, ma rimase

largamente inosservata. Situazione simile anche nel Regno di Napoli dove era l’autorità ecclesiastica spagnola ad

avere il controllo. Negli stati al di fuori dell’influenza spagnola il peso delle proibizioni romane fu ancora più pesante.

Nel ducato sabaudo, toscano e stati estensi si cercò di imporre un sistema di controllo non ecclesiastico. Dove c’era

una produzione libraria moderata, i principi non attribuirono grande importanza alla questione. Quindi erano le

autorità religiose a dettare legge. Del tutto diversa è stata la storia di Venezia che destinò constanti attenzioni alla

censura. Possedeva un’industria editoriale tra le più rilevanti di Europa. C’era l’obbligo della licenza di stampa

istituito nel 1527 dal consiglio dei dieci. Era la prima volta che si stabiliva una censura preventiva di Stato. Dal 1542

fu ribadita. La licenza rimase sempre laica. Nel 1562 si stabilì che il consiglio dei dieci, i riformatori dello studio di

Padova e la magistratura avrebbero autorizzato la stampa e rilasciato una licenza dopo il parere positivo di tre

lettori: un ecclesiastico, un lettore pubblico e un segretario locale. anche chi all’inizio pensava che una lettura sena

intermediari fosse giusta, prima o poi cambiò idea in questo periodo caratterizzato dalla censura. Anche lo stesso

Lutero cominciò a credere che non fosse opportuno promuovere una lettura popolare della bibbia. Una diffidenza

simile la si ritrova anche in altri riformatori, come Zwingli che riservò l’interpretazione della bibbia a persone

selezionate o lo stesso Calvino che riteneva che la lettura e la meditazione sulle scritture dovessero essere riservate

a chi era in grado di capirle senza fraintendimenti. Anche Pier paolo Vergerio, vescovo di Capodistria, che conosceva

i metodi del sistema censorio, era convinto che non si potesse fare a meno della censura preventiva e che i libri

veramente dannosi per i cristiano dovevano essere eliminati. Per secoli, fino alla rivoluzione francese la convinzione

che la pubblicazione di un libro non dovesse essere libera fu ovvia e generalizzata. Si poteva semmai discutere sui

modi con cui il censore doveva operare. I revisori erano uomini di studio apprezzati anche per la moderazione e

l’apertura, i quali erano spesso in grado di esprimere giudizi sul valore letterario del testo. Nella Venezia del 500 i

revisori di libri per i riformatori dello studio di Padova era letterati più prestigiosi. Simile comportamento anche in

spagna e anche in Francia. Non vi era quindi spazio per la libertà di scelta. Bisognerà aspettare il secolo del Lumi

perché le cose cambino.

2 – culture al bando

Nel corso del 16 secolo la produzione editoriale aumentò con ritmi esponenziali. Ma come ordinare tutto quel

materiale? C’era un’esigenza di sistemazione bibliografica da parte dei librai. Anche chi negli stessi anni si accinse

all’impresa di porre sotto controllo tutta l’imponente produzione editoriale europea si poneva le stesse domande.

Librai e tipografi avevano capito come rendere difficile l’identificazione di materiali scottanti: scritti anonimi senza

note tipografiche, falsi frontespizi ecc. gli stessi censori avvertirono di bisogno di strumenti bibliografici che

consentissero loro di operare con maggiore sicurezza. Nacquero così gli indici dei libri proibiti. In varie città europee

fin dagli anni 40 si erano disposti elenchi di titoli da proibire a uso dei responsabili delle censure locali. Tra il 1546 e il

58 anche i teologi dell’università di Lovanio pubblicarono tre cataloghi con alcune centinaia di proibizioni. A varie

edizioni di Bibbia e nuovo testamento si univano una lista di opuscoli di piccolo formato in fiammingo destinati a

promuovere la Riforma nelle classi popolari. In Italia il primo indice benne stampato nel 49 a Venezia. Conteneva 150

divieti, 50 dei quali di un solo autore. Tuttavia non venne mai promulgato. Cinque anni dopo vennero pubblicati

ulteriori cataloghi a Venezia, Firenze e Milano. Ma anche in questo caso non furono promulgati. Nel 59 uscì il primo

indice romano che segnò un deciso salto di qualità nella lotta condotta dalla chiesa contro l’eresia. L’indice paolino

fu l’unico predisposto dall’inquisizione romana e fu anche il più severo della storia, con le condanne più radicali e

indiscriminate. Paolo IV era un uomo di inflessibile rigore nella difesa dell’ortodossia e ostile con i protestanti. Quindi

è naturale che abbia messo da parte i vescovi, a cui era prima riservata l’azione censoria, per affidarsi alla struttura

inquisitoriale. Da qui anche l’obbligo per i fedeli di consegnare i libri che rientravano nelle categorie proibite, ma non

ai vescovi, ma direttamente al sant’uffizio. L’indice conteneva mille proibizioni ordinate alfabeticamente in tre

gruppi. Nel primo autori non cattolici di cui si proibiva l’intera opera, compresi gli scritti non religiosi. Nel secondo

gruppo 126 titoli relativi a 117 autori e infine 332 titoli anonimi. Al termine dell’elenco erano poste due liste

aggiuntive: una di 45 bibbie e nuovi testamenti vietati e una di 61 tipografi la cui produzione era da intendersi al

bando. Nel terzo infine figuravano proibizioni cumulative relative a intere categorie di libri: erano vietati anche quelli

che non trattavano di fede, tutti i libri che non riportavano sui frontespizi i nomi dell’autore, dello stampatore, la

data e il luogo di edizione e quelli usciti senza il permesso. La lettura di Bibbie e nuovi testamenti in volgare era

consentita solo con un’esplicita licenza rilasciata dal Sant’uffizio. Non poteva essere in nessun caso essere concessa a

donne e a chi non conosceva il latino. Quindi il tenore dei divieti andava ben oltre il campo religioso e dottrinale.

Solo l’autorizzazione inquisitoriale aveva valore, quella laica no. Inoltre pesanti erano le conseguenze per la cultura

in lingua volgare, considerata anticuriale, oscena e immorale. Il rigore senza precedenti suscitò immediatamente

reazioni. Quella dei librai che si trovarono i magazzini ingombri di merce invendibile. Quelli romani chiesero una

forma di indennizzo, quelli veneziani prima non rispettarono gli ordini e in seguito vennero autorizzati a continuare

le vendite fino a quando il papa non avesse pagato tutti i libri destinati al rogo. Alla fine le autorità veneziane

promulgarono l’indice, inducendo i librai ad adeguarsi. Anche a Firenze successe una cosa simile: vennero messi fuori

circolazione i libri di tema religioso, ma gli altri no. In apprensione furono anche i letterati e studiosi che si videro

privati di buona parte della produzione editoriale proveniente dalla Germania, di larghissimo uso negli studi. Anche i

gesuiti ebbero delle difficoltà perché i collegi si ritrovarono senza strumenti per l’insegnamento. Anche alcuni

religiosi espressero le loro perplessità. La quantità di reazioni aveva indetti il papa a moderare qualche aspetto del

catalogo, ma morì nel 59. Venne eletto papa pio IV che sin dall’inizio si dichiarò favorevole ad una revisione

dell’indice. Riportò infatti l’azione di controllo all’interno del vescovato, sottraendo così la redazione del nuovo

indice durante il concilio di Trento all’inquisizione. L’indice tridentino pubblicato nel 64 rivedeva nettamente il

precedente. restò ripartito in tre classi, era più morbido, ma i volgarizzamenti rimasero sotto il rilascio di una licenza,

ma si abolì il divieto per donne e non latini. Quindi l’indice tridentino non incontrò gli ostacoli del precedente e

venne accettato senza difficoltà in tutti gli stati italiani. Differente fu la sorte fuori dall’Italia. La Francia non lo

riconobbe, in Portogallo, Baviera e paesi bassi spagnoli vennero pubblicati ma con appendici locali. Diversa è la storia

degli indici spagnoli, redatti dall’inquisizione locale. il primo indice è del 1551 che riprendeva quello di Lovanio. Nel

59 l’inquisitore De Valdes predispose il primo catalogo dell’inquisizione spagnola. Non c’era una suddivisione in

classi, ma in lingua. Lo spagnolo conteneva poche condanne originali di opere latine e fu caratterizzato da una

particolare attenzione alla letteratura volgare. Anche quelli successivi saranno così. A differenza di quelli romani,

quelli spagnoli prestarono più attenzione alla cura dell’espurgazione. Tornando in ambito romano, furono molto

controverse le vicende dell’indice tridentino. Rimase formalmente in vigore sino al 96. Il successore pio V, De medici

ed ex inquisitore, riportò lo spirito dell’indice paolino. Nel 71 il papa affidò a una congregazione il compito di redarre

un nuovo indice che andasse a sostituire quello tridentino. Non dovettero aggiornare solo le liste di opere proibite,

ma era chiaro che si volesse recuperare il rigore dell’indice paolino. Tuttavia l’operazione fu molto complessa. Infatti

si incontrarono molte difficoltà nel pubblicare un indice che sostituisse quello tridentino, segno che la curia romana

stentava a trovare un accordo sui caratteri che doveva avere il principale strumento di controllo culturale posto in

opera dalla Controriforma. Le competenza tra i vari organi incaricati della censura rimasero a lungo mal definite. Solo

nel 56 uscì finalmente l’indice clementino che alla fine non si discostava nella struttura e nella sostanza da quello

tridentino. L’azione di controllo mirava ad estirpare l’eresia, ma ben presto debordò da quei limiti. Dopo il 59 libri

che da anni erano alla base dell’educazione del cristiano cominciarono a diventare sospetti e finirono per essere

proibiti. Magia, letteratura e scienza rientrarono appieno. Naturalmente fu la cultura religiosa la prima a cadere nelle

mani dei censori. Non bastava eliminare l’eresia, ma occorreva identificare e correggere anche tutto quanto potesse

stimolare inquietudini. L’operazione di controllo divenne quindi più sottile e anche più subdola. Il caso della Bibbia è

il più sconvolgente. In Italia, come in Germania e Polonia esisteva un’antica profonda consuetudine con la Scrittura.

Anche prima di Lutero la domanda di Bibbie era elevata e vari sono stati i volgarizzamenti. Uomini e donne di ogni

condizione sociale accedevano senza intermediari al libro per eccellenza. Sino agli anni 50 i volgarizzamenti della

Bibbia non ebbero alcuna difficoltà a circolare. I problemi iniziarono con l’insediamento a Venezia dell’inquisizione.

Da allora in poi fu più facile stamparsi fuori d’Italia. I controversi dibattiti sulla liceità o meno della lettura della

bibbia si conclusero con la sua eliminazione dal panorama delle letterature ammesso. Questa fu una prerogativa

essenzialmente italiana e spagnola. Gli italiani, fino alla sua riammissione nel 1758 da papa benedetto 14, persero il

contatto diretto con il libro fondamentale della loro fede. Bibbia e testamento in volgare rimandano anche ad

un'altra questione.: l’irrigidimento nei riguardi della letteratura volgare, quindi popolare. Con l’indice del 59 anche la

letteratura finì sotto l’occhio dei censori. Divennero quindi sospetti libri anche di grande rilievo come il Canzoniere di

Petrarca: il timore che l’amore di Francesco per laura potesse essere ritenuto troppo carnale aveva indotto il frate

Malipiero ad un’impegnativa opera di riscrittura. La donna divenne sempre la madonna. Il libro si presentava quindi

con un frontespizio corretto che ne rivelava almeno in parte l’operazione, ma in molti altri casi gli interventi erano

meno appariscenti: il titolo restava uguale, il nome della’autore era mantenuto, al più figurava la precisazione “con

diligenza corretta”, facendo intuire un’accurata revisione testuale. Un altro episodio celebre fu il Decameron di

Boccaccio che fu espurgato prima dal filologo e monaco Borghini (ma la sua edizione non ebbe successo), poi nell’82

da Salviati che non aveva avuto esitazioni nello stravolgere completamente il testo, significati, cronologia e luoghi,

riambientando tutto in luoghi estranei alla cristianità. In alcuni casi furono gli stessi autori a rendersi disponibili per

una revisione. Ad esempio Torquato tasso riscrisse la Gerusalemme eliminando quanto potesse non avere un senso

autenticamente cattolico. Agli inizi degli anni 40 i libri in lingua volgare stavano avendo una grande fortuna in ogni

ambito sociale, anche quelli più modesti, toccando i suoi picchi più alti. La diffusione della stampa aveva stimolato il

desiderio di leggere e scrivere a tutti i livelli e favorito le occasioni di apprendimento. Accanto alle tradizionali scuole

di umanità e grammatica e studio del latino, avevano avuto un discreto sviluppo scuole basate su leggere scrivere e

abbaco, in cui l’insegnamento avveniva direttamente nella lingua parlata. Anche l’offerta di manuali su cui esercitarsi

era cresciuta. Le vicende di metà 500 arrestarono questo fenomeno e la scuola ripiegò sui metodi e strumenti

tradizionali. Il lettore popolare che mescolata saperi antichi fondati sull’oralità con le nuove suggestioni provenienti

dalla parola scritta andava incontro a grossi rischi. Molti furono inquisiti perché popolari, ma lettori. Tuttavia la

letteratura popolare tende a essere difficilmente controllabile. Leggere non è un procedimento automatico con

effetti scontati e prevedibili, tanto meno lo era nel 500 quando un mondo prevalentemente oralizzato iniziava a d

aprirsi ai misteri della galassia Gutenberg. Anche lo scritto induce inattese associazioni di idee. La rima metà del 500

aveva visto una grande crescita della lettura popolare favorita appunto dai nuovi generi che la tipografia metteva a

disposizione del pubblico limitatamente alfabetizzato. L’affacciarsi di uomini e donne di varia estrazione alla lettura

diretta della bibbia e agli scritti di Erasmo fu anche conseguenza della grande vivacità di questa stagione che indusse

molti a esperienze completamente inedite. Se poteva essere tollerata in parte la diffusione di testi pericolosi in

latino, la cosa non valeva per una lettura popolare con sviluppi imprevedibili. Non si trattava di bloccare il progresso

dell’alfabetizzazione, ma di disciplinarlo con rigore fornendo strumenti adatti, controllando i maestri e cercando di

contenere le occasioni di lettura all’interno di ambiti verificabili. Ufficialmente gli indici non posero mai difficoltà alla

lettura in lingua volgare, ma la consuetudine repressiva racconta una storia diversa. Dopo il 1559 la detenzione di

libri divenne il più frequente elemento di accusa nei processi di eresia. soprattutto chi leggeva testi in lingua volgare

era sottoposto ad un controllo minuzioso da parte degli inquisitori. Fu proprio la condotta inquisitoriale a

determinare da una generazione all’altra profonde trasformazioni negli atteggiamenti verso le censure

ecclesiastiche. La vigilanza non doveva solo limitarsi al controllo librario, ma mirava più profondità. Ognuno,

soprattutto i maestri, dovevano effettuare una professione di fede davanti al vescovo: dovevano dichiarare chi

erano, dove svolgevano la loro attività e che libri utilizzava. Dagli inizi del 600 iniziarono a circolare note di Alcune

operette ei historiette prohibite, liste di brevi componimenti, orazioni di vastissima diffusione popolare, stampate in

Italia, ma che s’intendeva ora bloccare. Passando alla produzione scientifica, essa cadde sotto l’occhio dei censori in

una fase successiva alla grande repressione dell’eresia. i libri universitari erano stati pesantemente vietati e questo

aveva infastidito non pochi docenti e studiosi che non potevano aggiornarsi come i loro colleghi d’oltralpe. Ad

esempio le opere in campo medico erano state bloccate dall’incertezza dei censori, resi sospettosi dai luoghi di

stampa. È la tra fine del 15 e inizio del 17 secolo che cominciò il duro attacco contro la riflessione filosofica e

scientifica. Il libro sulla teoria eliocentrica di Copernico uscì nel 1543 ma solo nel 1615 era diventato oggetto di

attenzione della congregazione dell’indice che l’anno seguente lo pose al bando, in quanto trattava temi “de

mobilitate terrae et de immobili tate solis”. L’unica spiegazione ufficiale per i fenomeni naturali doveva essere quella

della chiesa. Anche Galileo ebbe problemi con la chiesa. Nel 1610 pubblicò le sue osservazioni astronomiche

effettuate con il cannocchiale di sua invenzione. Venne immediatamente posto al bando in quanto il tema trattato

era in disaccordo la teoria aristotelica dell’universo. Negli anni successivi l’attenzione della congregazione dell’indice

per la riflessione scientifica fu costante. Si scagliò contro le dottrine atomistiche, quelle sulla circolazione del sangue,

del magnetismo animale e quelle cartesiane. Il processo del 1633 a Galileo risuonò in Europa come un evento

minaccioso. Molti altri autori infatti furono e si sentirono costretti ad autocensurarsi, anche fuori dall’Italia. Stessa

cosa valse per i librai.

3- i limiti della censura

L’indice clementino del 1596 rappresentò il culmine dell’attività repressiva della chiesa. La sua pubblicazione aveva

suscitato qualche resistenza in Italia. Il duca di Savoia aveva espresso riserve, poi rientrate. Venezia aveva sollevato

proteste (in difesa dei librai già tartassati), ma alla fine lo accetto tramite un compromesso in cui la città dichiarava

che non avrebbe più accolto automaticamente i futuri decreti romani di proibizione e che i librai erano esonerai

dall’obbligo prescritto dall’indice di presta giuramento di fede davanti al vescovo e di riconoscere come vietati solo i


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in culture e letterature del mondo moderno
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simosuxyeah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Roggero Marina.

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