Capitolo primo: geografia
L’Italia raggiunge l’unità politica molto tardi, solo nella seconda metà dell’800 fu costituito il regno d’Italia, ma antico e robusto è il senso dell’identità culturale della Nazione. Questa frantumazione politica e civile condiziona la storia del teatro d’opera per l’apporto di una moltitudine di centri periferici. Attorno al 1650 l’opera interessa una dozzina di Stati, nel 700 subentra l’egemonia austriaca a vantaggio dello sviluppo di capitali come Napoli, Firenze e Milano. A fine secolo è raddoppiato il numero di città dotate di 1 o più teatri. [1785: un centinaio, con densità elevata al nord. Molti ospitano effimere produzioni di opere buffe]. Sotto i governi della Restaurazione: boom di edilizia teatrale. Un centinaio di sale costruite dal 1821 al 1847. Nel decennio 1830-40 le città con almeno due teatri attivi regolarmente sono Torino, Genova, Milano, Bergamo, Padova, Treviso, Venezia, Firenze, Bologna, Roma e Napoli. Tendenza all’espansione: nel 1846 l’Ernani di Verdi fu vista in una 60ina di città italiane. Dopo l’Unità, viste le crisi economiche di un paese arretrato, vi è una riduzione degli spettacoli. È ben vero che negli anni ’90 vengono censiti in 755 comuni 1055 teatri, ma solo 11 sono teatri di prima categoria riservati all’opera (Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Venezia) nonostante unità politica → policentrismo. Per la loro vitalità artistica e per una programmazione inventiva fanno concorrenza i “teatri di tradizione” (Bari, Bergamo, Brescia, Mantova, Lucca).
Capitolo secondo: caratteri strutturali
È impensabile in Italia un’istituzione come l’Opéra, che detiene l’esclusiva sul territorio, ha un cast stabile, produce con il suo monopolio pochi spettacoli nuovi all’anno, stampa il testo ufficiale, lo diffonde nel Paese ed all’estero. In Italia invece lo scambio di artisti, drammi, partiture è vitale al sistema.
Policentrismo
In Italia sono scarsi i tentativi di coordinare la produzione su scala nazionale. Benché nella maggior parte degli Stati Italiani la gestione impresariale venga sostenuta dal contributo finanziario del governo locale, e vi siano stati nel 700 società di cavalieri o nobili garanti del teatro, la spinta storicamente determinante è quella dell’iniziativa privatistica, e dunque particolaristica. Anzi, se vi furono tentativi di coordinare centri operistici diversi, essi vennero proprio dagli impresari più sagaci, come Barbaja, Lanari che gestirono in contemporanea stagioni d’opera in più città. Ad una distribuzione più coordinata degli allestimenti mirano poi i grandi editori milanesi, come Ricordi e Sonzogno.
Mobilità del cast
Il cast di un’opera è il frutto di un negoziato condotto virtualmente da zero ad ogni allestimento. Il gran numero dei teatri permette ad ogni artista lirico o maestro lirico di stipulare tante scritture quante sono le stagioni (4, ma già a fine 600 diventa una annuale). I grandi impresari del primo 800 mirano a stipulare contratti pluriennali; i cantanti nel 6-7cento si appoggiano a forme di patrocinio sovrano; nell’800 nasce la figura dell’agente teatrale che promuove la carriera dei giovani cantanti. Mobilità del cast significa varietà artistica. Fino all’unità la scrittura dei cantanti è il primo passo per creare un'opera, la configurazione del cast, la loro gerarchia relativa e le loro specialità canore e drammatiche è la materia prima su cui devono lavorare librettista e compositore. I cantanti più acclamati perciò impongono le loro parti preferite: nell’800 certe opere e parti diventano i cavalli di battaglia di stars. Vi sono poi compagnie itineranti, come i Febiarmonici e gli Accademici Discordati che portano in giro le prime opere veneziane.
Intensità produttiva
Il primato, da metà 600 a tutto il 700, va a Venezia, i teatri attivi sono in media 4 o 5, con 2 o più opere ciascuno. Le altre città riprendono e sfornano di tanto in tanto qualche novità. La frequenza delle opere nuove decresce verso metà 800, contraendosi il mercato operistico e si tende ad avere un repertorio stabile. Per un secolo e mezzo, comunque, l’Italia aveva prodotto circa una 50ina di opere nuove all’anno (in media i vari Scarlatti, Vivaldi, Paisiello, Rossini, Pacini, Donizetti producono 3-4 partiture all’anno. Bellini è il primo che contratta al punto da potersi permettere un'opera sola all’anno. Forte tendenza all’uniformità stilistica (no repentine innovazioni o programmi di poetica). Nelle città con più teatri la disposizione risponde ad una gerarchia di rango che tiene conto della specializzazione per generi e stagioni.
Costituzione del repertorio
La stabilizzazione di un repertorio durativo è tardiva in Italia. È più facile comporre partiture nuove che inventare drammi sempre diversi, spesso si musica libretti già fatti e si cambia il titolo; nel 700 ci sono drammi per musica molto longevi, in veste musicale sempre diversa e che sappia adeguarsi all’evoluzione delle forme musicali, venendo adattati ai gusti del pubblico.
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