La calata di Carlo VIII
La calata di Carlo VIII comprendesse circa 20 mila uomini, un buon terzo dei quali era costituito da soldati a cavallo, dotati di armamento pesante. Le guerre d'Italia ebbero inizio nel 1494 con la calata di Carlo VIII, re di Francia, che in un tempo breve percorse la Penisola in direzione sud e conquistò Napoli, e a sorpresa fece della Francia la nuova dominatrice dello spazio italiano.
Il sistema interstatale italiano
Il sistema interstatale della Penisola mostrò tutta la sua vulnerabilità davanti a un aggressore dotato di superiorità militare. Quando Carlo VIII pianificò la sua spedizione, il sistema di alleanze che gli stati italiani avevano intrecciato stava dando segni di cedimento. Su questa certezza specularono coloro che, dall'interno del mondo italiano, si fecero promotori dell'impresa francese, ossia Ludovico il Moro ed Ercole d'Este.
Le motivazioni di Ludovico il Moro
Le motivazioni che spinsero il primo a sollecitare un intervento diretto di Carlo VIII furono complesse ed ebbero un fondamento oggettivo nella preoccupazione di mantenere Genova sottomessa a Milano con il benestare della Francia. Quando i suoi parenti della casa aragonese di Napoli si dichiararono sfavorevoli alla prosecuzione della reggenza che egli esercitava per conto del suo giovane nipote, Giangaleazzo Sforza, Ludovico replicò gettando le basi per un'alleanza antinapoletana con la Francia conclusa nel 1492.
Di qui in avanti la politica estera milanese divenne un crescente di azzardi; nell'allestirla il Moro ricevette il sostegno di suo suocero Ercole d'Este. Ludovico il Moro non desiderava affatto vedere Napoli in mano al re di Francia; piuttosto egli intendeva lasciare pendere la minaccia di una calata oltramontana sulla testa dei suoi nemici italiani tra i quali il re di Napoli ma anche il papa.
Il ruolo di Carlo VIII
La conduzione del gioco gli sfuggì però di mano: Carlo VIII e i suoi consiglieri non si lasciarono strumentalizzare dai fiancheggiatori italiani, ma al contrario furono essi a dettare le condizioni di svolgimento della spedizione. Il re di Francia notificò di volerla condurre di persona, con milizie transalpine e per via di terra. Sconvolse così le schermaglie diplomatiche del Moro. Carlo VIII si ripropose di atterrire i nemici portando in Italia un esercito di proporzioni fuori dall'usato: si calcola che al suo ingresso in val Padana esso contasse circa 30 mila uomini.
La partenza soffrì di un notevole ritardo, anche perché il re di Francia volle allestire una copertura sul piano ecclesiologico in modo da condizionare le future mosse del papato. Presentando la conquista di Napoli come atto preliminare alla crociata, Carlo VIII curò di ottenere il sostegno della Chiesa gallicana alla sua impresa italiana e dichiarò che essa era finalizzata anche a procurare la riforma della Chiesa. Per compensare il ritardo i ritmi di marcia vennero accelerati il più possibile e il 2 settembre 1494 Carlo VIII varcò le Alpi attraverso il Monginevro.
La reazione degli stati italiani
La prima incognita da affrontare fu il contegno che avrebbe assunto il ducato di Savoia. Le dimensioni dell'esercito francese indussero però la duchessa Bianca del Monferrato a tributare un'ottima accoglienza a Carlo VIII. Le dimensioni dell'esercito francese corrispondevano all'incirca al triplo della media degli eserciti normalmente messi in campo da una singola delle cinque principali potenze italiane (Venezia, Napoli, Milano, Firenze e il papato). Questo voleva dire che nessuno stato italiano poteva presumere di resistere da solo all'impatto con l'armata transalpina, ma che una coalizione a tre sarebbe stata sufficiente a determinare una situazione di stallo.
Sulla carta la coalizione fra i tre stati esisteva, poiché il re di Napoli era allora in lega con Firenze e con il papato. Ma anche questa rifletteva l'intima fragilità di un sistema interstatale scarsamente coeso, nel quale gli elementi di divisione sembravano sempre sul punto di annullare i fattori di unità. Rallentare la marcia dell'esercito di Carlo VIII avrebbe significato già una mezza vittoria; e gli italiani erano maestri nell'azione di disturbo diretta a fiaccare l'avversario senza dargli il modo di sfruttare i suoi fattori di superiorità.
La strategia di Carlo VIII
Questo non significò che i fatti d'arme del Rinascimento italiano si risolvessero in una giostra incruenta o in una parata. Quello però che indubitabilmente si affermò fu il principio della distruzione limitata, risultante dal fatto che si raggiunse un alto grado di integrazione fra guerra e diplomazia. Era relativamente semplice per i partecipanti a un conflitto usare i canali negoziali per porre sotto costante controllo il confronto militare ed eventualmente attenuarne gli esiti sul campo. Il modo stesso di fare la guerra cambiò in conseguenza a questo processo di diplomazia dei conflitti.
L'evoluzione della tattica guerresca
Negli ultimi decenni del '400 la tattica guerresca in Italia divenne sempre meno offensiva e sempre più difensiva e dilatoria. Quando però nel 1494 Carlo VIII si affacciò sul proscenio italiano, questo approccio strategico si rivelò perdente, semplicemente perché il sovrano francese si rifiutò di dare per buone le regole del gioco dominanti nella Penisola e volle imporne delle altre, più conformi ai propri fattori di vantaggio. Egli sapeva bene che i potentati italiani tendevano a privilegiare la guerra negoziata, ma non gli sfuggiva che assecondare una simile tendenza avrebbe significato allungare i tempi dell'impresa e ridurre la propria superiorità sul campo.
La "furia franzese" e l'artiglieria pesante
Optò per la conduzione di una vera e propria guerra lampo: una guerra "corta e grossa" nella quale la diplomazia sarebbe stata relegata ai margini, almeno fino al raggiungimento dell'obiettivo: Napoli. L'adozione di una linea sistematicamente aggressiva portò gli alti comandi francesi ad assumere fin da subito un contegno spietato, volto ad atterrire gli avversari mediante esibizioni di spavalderia combattiva mescolata a crudeltà pura.
Non appena giunto in val Padana, un grosso contingente di armati venne da Carlo VIII spedito in Romagna, nella quale il re di Napoli aveva dislocato una parte del proprio esercito, nella speranza di sbarrare ai francesi l'accesso alle frontiere abruzzesi. La mossa si era rivelata improduttiva, poiché era bastato un corpo di spedizione milanese, inviato dal Moro, a mandare in fumo i piani dei difensori. Unitosi alle truppe milanesi presenti in Romagna, il contingente francese passò al contrattacco.
La vittima prescelta fu la cittadina di Mordano, rea di aver opposto ai franco-milanesi una resistenza alla quale aveva partecipato anche la popolazione locale. Mordano venne conquistata e tutti i suoi abitanti vennero massacrati, compresi donne e bambini. Fu questo il primo esempio di un tipo di comportamento che sarebbe ricomparso diverse volte durante le guerre d'Italia: la cosiddetta "furia franzese", ossia un sanguinario modo di condurre la guerra che non risparmiava la popolazione civile sulla quale i guerrieri transalpini infierivano con il proposito di seminare il terrore.
L'introduzione del cannone
Quanto ai soldati nemici, la "furia franzese" prevedeva il loro sterminio, senza lasciare vivo nessuno. Paralizzato dall'esitazione sul da farsi, il contingente napoletano in Romagna non osò più cercare il contatto con le forze nemiche, che lo tennero immobilizzato per il tempo sufficiente a impedirgli di avvicinarsi al grosso dell'esercito di Carlo VIII che superò il valico e giunse a Sarzana, la porta del dominio fiorentino nella Toscana. A questo punto la coalizione antifrancese si era già sbriciolata e ogni suo membro appariva stretto dall'unico problema di come salvare se stesso.
La cittadina di Sarzana era stata riconquistata nel 1487 dai fiorentini che vi avevano edificato un complesso difensivo modernissimo, al fine di renderla una piazzaforte imprendibile. Sarzana presentava la particolarità di appoggiarsi a un doppio circuito difensivo, urbano ed extraurbano, fattore che consentiva ai fiorentini di nutrire una ragionevole certezza di potere mantenere il controllo della città anche in caso di un massiccio attacco del nemico.
Il centro abitato era protetto da una robusta cerchia muraria, sulla quale si innestava la vasta e munita fortezza Firmafede: l'edificio era capace di ospitare una folta guarnigione, dotata di scorte che mettevano in grado di resistere a qualsiasi assedio per un anno o forse più. Al di sopra del centro abitato venne ammodernata la rocca di Sarzanello, la quale svolgeva la sua funzione di caposaldo a ridosso della città.
Il ruolo dell'artiglieria pesante
Gli accorgimenti costruttivi che i fiorentini avevano adottato nell'edificare la fortezza di Sarzana e nel riconsolidare quella di Sarzanello tenevano conto dell'impiego dell'artiglieria pesante. Le loro mura erano relativamente basse ma assai spesse perché rinforzate da terrapieni; i larghi torrioni angolari presentavano forme curve e basi a scarpata, in modo da smorzare l'effetto dei tiri di bombarda; sui loro spalti erano disseminate le postazioni per l'artiglieria minuta, atta a scaricare sugli assalitori un tiro incrociato di fronte e di infilata; un largo fossato precludeva agli aggressori l'avvicinamento alle cortine murarie.
Neppure un esercito dalle proporzioni di quello di Carlo VIII sarebbe stato in grado di espugnare in tempi brevi, e senza grosse perdite, la duplice cittadella. Nella storia militare la calata francese del 1494 riveste una particolare notorietà poiché fu in questa occasione che fece la sua comparsa il cannone. Convenzionalmente si ravvisa nella guerra dei Cent'anni il momento in cui gli stati europei cominciarono a fare ricorso sistematico all'artiglieria pesante. Per la Francia tale momento è legato al nome dei fratelli Bureau che allestirono il primo grande parco di artiglierie del regno.
Le bocche da fuoco risultavano composte da più pezzi (non vi era la fusione ma l'assemblaggio di più pezzi) avvitati fra loro oppure da barre di ferro formanti un cilindro, oppure ancora da cerchioni disposti in fila e saldati. La messa a punto del cannone come pezzo unico, fuso in una sola volta, avvenne attorno al 1494. Un contributo fondamentale provenne dalla tecnologia balistica e metallurgica italiana, nella persona di Basilio della Scola.
Innovazioni nell'artiglieria
A spingere Basilio e i suoi colleghi francesi a escogitare un elemento di artiglieria pesante che fosse meno ingombrante e più semplice da trasportare rispetto alla tradizionale bombarda, fu una ragione pratica: occorreva attrezzarsi in vista di una campagna condotta molto lontano dalla patria. Dato che non si poteva rinunciare all'artiglieria pesante, si pensò di creare bocche da fuoco più piccole e più maneggevoli rispetto alle bombarde.
La soluzione venne trovata partendo dal proiettile e non dall'arma. Era noto che una palla di metallo presentava una forza perforante molto più alta rispetto a una palla di pietra perché la seconda tende a frangersi a contatto con la superficie solida. Si vide che un dosaggio ben calcolato di polvere da sparo consentiva di lanciare palle di metallo del diametro di 10 centimetri, le quali pur avendo un peso pari a un sesto rispetto a quello delle palle di pietra si rivelavano capaci di percuotere un muro con una forza di penetrazione molto più alta.
Le ridotte dimensioni del proiettile di metallo permettevano una maggiore velocità delle operazioni di carica, ragion per cui diventava possibile aumentare il ritmo di fuoco. L'impiego di maggiori quantitativi di polvere da sparo aggravò il problema strutturale dell'artiglieria pesante che era dato dalla scarsa tenuta della culatta, la quale tendeva a esplodere. Per ovviare all'inconveniente si pensò di fondere una bocca da fuoco costituita da un pezzo unico, provvisto delle caratteristiche strutturali necessarie al lancio, ossia di pareti e di una culatta rinforzati. Nacque così il cannone, che fu concepito come un grosso e spesso cilindro o canna di bronzo, il cui fondo era parte costitutiva dell'insieme e non un elemento aggiunto.
Il cedimento della Firenze medicea
Mentre ciascuno dei principali stati italiani dell'epoca non disponeva di più di 4 o 5 bombarde, Carlo VIII portò in Italia nel 1494 ben 40 cannoni. Il potenziamento del parco di artiglieria pesante trovava motivo nella natura stessa della spedizione francese: se lungo la strada si fossero parati intoppi, essi andavano polverizzati senza pietà per non dare adito a ritardi. Sarzana rappresentò il primo, ma anche l'ultimo di questi intoppi.
Quando vi giunsero Carlo VIII e i suoi consiglieri si resero conto che sarebbe stato impossibile occupare la città, ma che d'altronde occorreva assicurarsi che il nemico non fosse libero di usarla come base per tagliare le linee dei rifornimenti. Ancora una volta Carlo VIII e i suoi consiglieri sbalordirono il mondo italiano con una mossa efferata ma di grande impatto psicologico. Non potendo sperare di volgere con successo la loro artiglieria pesante contro una piazzaforte della solidità di Sarzana o di Sarzanello, essi cercarono un obiettivo più vulnerabile e lo trovarono nel centro vicino di Fivizzano, una fiorente borgata che meno di 20 anni prima era stata ceduta a Firenze dall'ultimo suo signore. La crudeltà del sacco di Fivizzano fu tale da spingere gli abitanti dei centri circostanti ad arrendersi subito, spaventati; ma invano. Anche loro subirono la stessa sorte.
Più che un fatto d'armi la presa di Fivizzano fu un'esibizione di crudeltà, che servì a incrinare l'autorità della repubblica fiorentina. Dalla Lunigiana l'ondata di allarme si propagò fino a Firenze. Seguendo l'opportunismo, il governo mediceo cercò un modo per uscire dalla distretta, evitando danni peggiori. Gli umori al suo interno erano fluttuanti, ma il suo capo troncò le esitazioni con un atto di audacia. Nella mente del giovane Pietro de Medici il ricordo delle gesta del suo celebre padre fungeva da guida e da modello.
Uno degli episodi più celebri della vita di Lorenzo il Magnifico era stato il viaggio a Napoli alla fine del 1479 compiuto nel mezzo di un disastro militare che egli riuscì a fermare andando a contrattare in gran segreto la pace a tu per tu con il nemico, senza paura di mettersi nelle sue mani. Pietro intendeva ripetere questo precedente. Una volta giunto a destinazione cercò di trovare il modo per uscire incolume dalla tempesta. Le angustie si fecero insostenibili per lui quando seppe che i suoi cugini e rivali (Lorenzo e Pierfrancesco de Medici) si erano recati al campo di Carlo VIII per richiedere il suo benestare a un cambio di regime dentro Firenze.
Il 1° novembre Piero firmò un accordo che non intendeva essere un atto di resa da parte della sua città ma al contrario un onorevole via di uscita, diretta a evitare una capitolazione. Il giovane Medici cedette a Carlo VIII le fortezze di Sarzana con Sarzanello, Pietrasanta, Pisa e Livorno. Evidente in lui l'intento di favorire un rapido transito dell'esercito francese verso sud, attraverso il litorale tirrenico, in modo da dirottare sullo Stato della Chiesa un peso che Firenze non riusciva a reggere da sola.
La mossa del giovane Medici fu dettata da un'ansia che non aveva fondamenti sul piano militare. La linea di sbarramento avrebbe potuto bloccare per diversi mesi l'avanzata di Carlo VIII, ma a seguito dell'accordo essa si dissolse di colpo. La calata di Carlo VIII stava esorbitando dai contorni della mera impresa militare per diventare un principio di "incendio". Con tale metafora si designava la proliferazione incontrollata di uno stato di belligeranza destinato ad avere ripercussioni su tutta la regione.
Il crollo dello stato rinascimentale italiano
Da Pisa Carlo VIII volle recarsi in visita a Firenze. Seguendo l'opportunismo, il governo mediceo cercò un modo per uscire dalla distretta, evitando danni peggiori. Gli umori al suo interno erano fluttuanti, ma il suo capo troncò le esitazioni con un atto di audacia. Nella mente del giovane Pietro de Medici il ricordo delle gesta del suo celebre padre fungeva da guida e da modello.
Uno degli episodi più celebri della vita di Lorenzo il Magnifico era stato il viaggio a Napoli alla fine del 1479 compiuto nel mezzo di un disastro militare che egli riuscì a fermare andando a contrattare in gran segreto la pace a tu per tu con il nemico, senza paura di mettersi nelle sue mani. Pietro intendeva ripetere questo precedente. Una volta giunto a destinazione cercò di trovare il modo per uscire incolume dalla tempesta.
Le angustie si fecero insostenibili per lui quando seppe che i suoi cugini e rivali (Lorenzo e Pierfrancesco de Medici) si erano recati al campo di Carlo VIII per richiedere il suo benestare a un cambio di regime dentro Firenze. Il 1° novembre Piero firmò un accordo che non intendeva essere un atto di resa da parte della sua città ma al contrario un onorevole via di uscita, diretta a evitare una capitolazione.
Il giovane Medici cedette a Carlo VIII le fortezze di Sarzana con Sarzanello, Pietrasanta, Pisa e Livorno. Evidente in lui l'intento di favorire un rapido transito dell'esercito francese verso sud, attraverso il litorale tirrenico, in modo da dirottare sullo Stato della Chiesa un peso che Firenze non riusciva a reggere da sola.
La mossa del giovane Medici fu dettata da un'ansia che non aveva fondamenti sul piano militare. La linea di sbarramento avrebbe potuto bloccare per diversi mesi l'avanzata di Carlo VIII, ma a seguito dell'accordo essa si dissolse di colpo. La calata di Carlo VIII stava esorbitando dai contorni della mera impresa militare per diventare un principio di "incendio". Con tale metafora si designava la proliferazione incontrollata di uno stato di belligeranza destinato ad avere ripercussioni su tutta la regione.
Il disordine e l'insicurezza avrebbero allentato i vincoli di subordinazione che legavano i sudditi ai loro sovrani. Allarmato da quanto stava vedendo, il Moro abbandonò il campo di Carlo VIII e si affrettò a tornare in Lombardia. In Toscana l'effetto domino innescato dall'esercito francese provocò due conseguenze: la caduta del regime mediceo e la rivolta di Pisa. Sull'onda del risentimento generale, e senza neppure dare a Piero il tempo di rimettere piede in città, la Signoria decretò la condanna all'esilio e la confisca dei beni per lui e per la sua famiglia.
Il vuoto di potere prodotto significò un inasprimento delle discordie civili; ma questo periodo fu scongiurato da una svolta inattesa degli eventi legata all'affermazione del potere carismatico di un frate domenicano votatosi a salvare la pace interna della comunità: Girolamo Savonarola. Determinati a ricostruire la repubblica partendo dai requisiti della legalità giuridica e morale, Savonarola e i suoi seguaci bollarono come illecito il sistema di potere che i Medici avevano forgiato e si accinsero a liquidarlo, scagliandosi contro le sue pratiche più controverse come la selezione discrezionale del personale di governo, la manipolazione delle procedure costituzionali e la restrizione del potere decisionale a pochi ottimati.
Ciò che allora vollero i seguaci di Savonarola, detti piagnoni, fu erigere un diverso tipo di convivenza civile, basata sulla giustizia sociale derivante dall'esercizio collettivo delle virtù cristiane. Con questo salto nella metapolitica andò in fumo l'azione preparatoria a un principato civile che i Medici avevano intrapreso da decenni. La costruzione dello stato rinascimentale venne rigettata in blocco, poiché si vedeva in essa una forma peccaminosa di governo destinata a essere punita dal Cielo. Allo stesso modo, l'intera civiltà politica del '400 italiano diede segni di sgretolamento davanti alla rivelazione del suo fondo peccaminoso. Il cedimento dello stato rinascimentale italiano era alle porte.
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