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all’autorità dell’imperatore. Alcuni erano governati da un signore laico, altri da un signore

ecclesiastico come un vescovo, altri ancora da un organo collegiale. A dare unità a questo

insieme così frammentato contribuiva, oltre all’imperatore, la Dieta imperiale, un’assemblea

composta dai ceti dell’Impero, cioè dai principi territoriali, elettori e non, e dai rappresentanti

delle città. Tra la Dieta e l’imperatore esisteva una tensione politica di fondo: mentre il primo

cercava di accrescere le proprie competenze giurisdizionali, i ceti difendevano le loro.

Nonostante queste tensioni il potere della Dieta rimase sostanziale, tanto che nei suoi 26 anni

di regno Carlo V la riunì diverse volte. Un po’ in tutti gli altri Stati europei le condizioni erano

analoghe.

Malgrado le diverse ragioni di tensione che si sono ricordate, sovrani e assemblee dei ceti,

potere centrale e poteri locali, avevano però anche buoni motivi per collaborare. Le

ridottissime dimensioni dell’apparato burocratico facevano sì che il re non potesse governare

se non affidandosi all’autorità di un signore feudale o di un consiglio cittadino; a loro volta i

ceti, i singoli feudatari, le città vedevano nel re il supremo arbitro delle loro controversie, il

garante della pace e della giustizia. I regni iberici di Carlo V, la Castiglia e l’Aragona, avevano

delle assemblee rappresentative, le Cortes, formate dal clero, nobiltà e rappresentanti delle

città. Alla crescente ingerenza della corona si aggiunse, dopo l’ascesa al trono di Carlo V, la

pressione sulle Cortes, volta a renderle più arrendevoli, e l’invadenza sei suoi cortigiani

fiamminghi (Carlo era nato e cresciuto nelle Fiandre), che monopolizzarono praticamente tutte

le più lucrose cariche pubbliche. Per questo, nel momento in cui Carlo lasciò la Spagna per

recarsi in Germania a ricevere la corona imperiale, le più importanti città insorsero, dando vita

alla rivolta dei comuneros.

Il diretto rivale di Carlo V, il re di Francia Francesco I di Valois, aveva a che fare con una

struttura politica analoga, e tuttavia molto meno difficile da gestire. Anche in Francia esisteva

un’assemblea rappresentativa, gli Stati generali, e anche in Francia le città godevano di

ampia indipendenza. E come nella Spagna unificata di Carlo V ciascuno dei regni preesistenti

aveva conservato le proprie istituzioni, così avveniva nella Francia dei Valois. Il regime fiscale

variava moltissimo da una provincia all’altra e lo stesso valeva per la legislazione. E tuttavia

l’assemblea degli Stati generali vantava tradizioni di autonomia molto inferiori a quelli delle

Cortes, e i domini del re di Francia costituivano un’unità territorialmente compatta, all’interno

della quale il re poteva essere sempre presente, senza essere costretto a lasciare il potere

sovrano nelle mani di un vicario privo del carisma regale.

4.4 La rivalità tra Francia e Spagna e la seconda fase delle guerre d’Italia

L’elezione di Carlo d’Asburgo a imperatore alterava l’equilibrio sancito dalla pace di Noyon: la

Francia doveva cercare di rompere l’accerchiamento in cui ora si trovava e Carlo V doveva

riconquistare il Ducato di Milano che era all’interno dei confini dell’Impero. Le ostilità in Italia si

aprirono nel 1522, quando i francesi furono scacciati da Milano e Massimiliano Sforza poté

riprenderne possesso. La disfatta militare era stata preceduta da una sconfitta diplomatica,

perché pochi mesi prima era stato eletto papa, col nome di Adriano VI (1522-1523), l’ex

precettore di Carlo V. Francesco I non tardò a reagire, ad armare un esercito e a marciare su

Milano, per poi cingere d’assedio Pavia. Qui tuttavia i francesi furono sconfitti in battaglia e lo

stesso Francesco I fu fatto prigioniero, per cui dovette piegarsi ad accettare la pace di

Madrid, con la quale si impegnava a rinunciare per sempre al Ducato di Milano e a cedere la

Borgogna. Tornato in patria, il re di Francia denunciò il trattato di pace e avviò un’immediata

azione diplomatica, convincendo i vari Stati italiani, a unirsi nella Lega di Cognac. All’alleanza

aderirono Firenze, Venezia, Milano e persino il papa, ora Clemente VII de’ Medici, che

temeva l’eccessivo rafforzamento dell’imperatore. Fu così che un esercito di lanzichenecchi,

esasperati per il mancato pagamento del soldo, nel 1527 invase Roma e la sottopose a un

feroce saccheggio. Le armate cristiane che avrebbero dovuto combattere unite contro gli

infedeli, si distruggevano tra loro, e intanto in Ungheria l’esercito ottomano sbaragliava quello

ungherese, e un imperatore cattolico lasciava che i suoi soldati mettessero a ferro e fuoco la

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sede della Chiesa. Il Sacco di Roma suscitò grande scalpore in tutta la cristianità, per il suo

significato simbolico di punizione divina che da più parti si volle dargli. Per i luterani era una

conferma di quello che andavano dicendo da anni; per i cattolici il segnale che bisognava

finalmente cercare una soluzione ai mali della Chiesa. Quando, dopo mesi, la città non ebbe

più nulla da offrire, l’esercito si ritirò e tra il papa e Carlo V si giunse a un compromesso:

l’imperatore si impegnava a restituire al papa i suoi domini e a restaurare la signoria dei Medici

a Firenze (nel 1527 si era nuovamente insediato un regime repubblicano), Clemente VII in

cambio riconosceva i diritti dell’imperatore sui territori italiani. La pace di Cambrai, stipulata

lo stesso anno con la Francia, sanzionava lo stato di fatto: Milano restava nelle mani

dell’imperatore e la Borgogna in quelle di Francesco I.

Morto Francesco I, gli succedette il figlio Enrico II che riprese la lotta, adottando tuttavia una

strategia diversa. Invece di continuare ad accanirsi sull’Italia, spostò il conflitto in Germania,

alleandosi con i principi luterani. Quando anche questo fronte si chiuse, con la pace di Augusta

del 1555 riaprì le ostilità in Italia, ma fu duramente sconfitto. Dopo decenni di guerra, e dopo

che entrambi i contendenti avevano dovuto dichiarare bancarotta, nel 1559 si arrivò alla pace

di Cateau-Cambrésis, che chiuse definitivamente il conflitto. Ma non fu Carlo V a siglare

l’accordo. Egli aveva infatti abdicato al trono e si era ritirato a vita privata, dopo aver diviso i

suoi possedimenti tra il figlio e il fratello. Al figlio Filippo II andavano i territori spagnoli con le

loro appendici americane, i domini in Italia, e i Paesi Bassi e la Franca Contea. Al fratello

Ferdinando I andavano invece i territori ereditari degli Asburgo in Austria, i regni di Boemia e

di Ungheria, e i domini imperiali. Tutti gli Stati italiani erano entrati nell’orbita politica della

Spagna: il Ducato di Milano, il Regno di Napoli, quello di Sicilia e quello di Sardegna erano

domini spagnoli, governati da viceré o governatori nominati dal re di Spagna. Il Ducato di

Savoia, il Granducato di Toscana, lo Stato pontificio, la Repubblica di Genova, pur restando

indipendenti, erano legati a doppio filo alla sua politica. Solo la Repubblica di Venezia

conservava maggiore libertà di azione, e tuttavia dipendeva dall’alleanza con la Spagna per la

lotta contro i turchi nel Mediterraneo.

4.5 Guerre e poteri monachici

L’impero di Filippo II era assai ridotto rispetto a quello su cui aveva regnato suo padre.

Tuttavia continuava a presentare enormi problemi di gestione. Già Carlo V aveva provveduto a

introdurre elementi di coesione: erano stati istituiti degli organi collegiali – i Consigli di

Castiglia, d’Aragona, delle Finanze, delle Indie – il cui compito era istruire tutte le pratiche

riguardanti quella materia. Si aggiunse poi il Consiglio d’Italia. Per le questioni di politica

generale vi erano poi un Consiglio di Stato, e il Consiglio di Guerra. Il più importante fu i

Consiglio delle Finanze, per gestire le entrate e il patrimonio dell’Impero. Nella ferma

convinzione che solo l’unità religiosa potesse garantire l’unità del corpo politico, i Re Cattolici

avevano già proceduto a cacciare gli ebrei insediati nei loro territori: circa 170.000 persone,

che trovarono rifugio in Italia meridionale, nei territori ottomani, ma anche in importanti centri

come Amsterdam e Londra. Successivamente fu la volta dei moriscos, i discendenti degli

arabi, contro i quali era stata lanciata una campagna di conversione forzata. E sulla purezza

della fede vegliava il tribunale dell’Inquisizione, che a partire dal 1530 cominciò a

funzionare a pieno ritmo anche contro ogni forma di eresia. Inoltre Carlo V aveva ottenuto dal

papa il diritto di presentazione (cioè di proporre il proprio candidato) per tutte le diocesi

spagnole, acquisendo il controllo sulle nomine alle cariche ecclesiastiche.

Il regno di Francia presentava minori elementi di dispersione ma anche qui si era ben lontani

da quell’uniformità cui oggi siamo abituati. In materia fiscale la corona godeva dell’importante

diritto di imporre un’imposta diretta sulla terra senza dover passare per l’approvazione degli

Stati generali. Ciò non toglie che le risorse finanziare fossero cronicamente insufficienti, tanto

da suggerire ai sovrani l’idea della venalità degli uffici, vale a dire l’iniziativa di vendere

cariche pubbliche: i magistrati delle alte corti di giustizia e di altri importanti tribunali

compravano il loro ufficio, versando cospicue somme nelle casse della corona. Questo

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conferiva loro un diritto patrimoniale, permanente, sul proprio ufficio. Nelle province

esistevano gli Stati provinciali, che decidevano la ripartizione dei tributi. La suprema carica

militare e civile delle province, quella di governatore, era inoltre appannaggio ereditario di

grandi casati feudali. I poteri locali erano dunque assai forti e la monarchia poteva far valere la

propria supremazia solo in accordo con essi.

Il fattore più importante di unità era costituito dal re stesso e dal carisma che gli veniva dal

fatto di essere stato consacrato (si pensava, per esempio, che la consacrazione gli conferisse il

potere taumaturgico di guarire certe malattie). Parigi era la capitale del regno, ma il re aveva

molte residenze, e i suoi spostamenti dall’una all’altra erano sempre accompagnati da fastose

cerimonie. Anche la cultura cavalleresca offriva risorse in questo senso: i tornei e le giostre in

onore del re conobbero una grande fortuna proprio nel corso del ‘500, e furono scientemente

utilizzati per accrescere il prestigio del sovrano.

In materia religiosa grazie al concordato del 1516 il re di Francia godeva, ancor prima di

quello di Spagna, del diritto di nomina ai benefici ecclesiastici e quindi di una notevole

influenza sulla Chiesa francese. Come tutti i sovrani suoi contemporanei, anche Francesco I no

concepiva una politica indipendente dall’unità religiosa, e cercò quindi di opporsi alla

penetrazione delle idee luterane. Malgrado questo la Riforma continuò a fare proseliti,

soprattutto con la dottrina calvinista. Di pari passo si intensificarono le persecuzioni, in difesa

dell’ortodossia.

Parola Chiave:

Stato

Il termine «Stato», con il quale molte lingue europee indicano la specifica forma di

ordinamento politico all’interno del quale ci troviamo a vivere, deriva dal latino status, che

veniva però utilizzato con un significato diverso da quello odierno. Lo status era la

«condizione». L’evoluzione dall’accezione del termine latino status a quello attuale della parola

«Stato» fu ovviamente lenta e graduale, di pari passo con l’affermazione dei princìpi che oggi

consideriamo costitutivi di uno Stato: la territorialità dell’obbligazione politica e l’impersonalità

del comando politico. Gli Stati cinquecenteschi erano ben lontani dal conformarsi a questo

modello. Il processo di formazione dello Stato fu inoltre assolutamente non lineare. In altre

parole, non si trattò di una crescita costante e nemmeno della naturale evoluzione di una

struttura imperfetta verso forme meglio definite. Il sistema politico della prima età moderna

funzionava secondo princìpi e meccanismi semplicemente diversi da quelli di oggi e le

trasformazioni che subì, furono il risultato delle ripetute occasioni di scontro e tensioni, da una

parte, e di alleanze e collaborazioni, dall’altra, tra il potere monarchico e tutti gli altri poteri,

con i quali dovette confrontarsi. Cap.5

La controriforma

5.1 La convocazione del concilio di Trento

Anche all’interno della Chiesa cattolica si avvertiva il bisogno di una riforma dei costumi del

clero e di un diverso rapporto con le Sacre Scritture. E lo stesso Carlo V premeva perché

cattolici e luterani si incontrassero per trovare punti di accordo. Il successore di Clemente VII,

papa Paolo III si mostrò disponibile ad una riforma moralizzatrice della Chiesa e accettò la

richiesta dell’imperatore di convocare un concilio. Fu scelta la sede di Trento, che apparteneva

all’Impero, come chiedevano i luterani, e al tempo stesso era italiana, come voleva la Curia

romana. Il percorso del concilio fu lungo e travagliato, tanto che si concluse quasi vent’anni

dopo (1545 – 1563), in virtù di una sospensione di dieci anni dovuta all’ostilità del nuovo

papa Paolo IV. Fu inoltre chiaro che il tentativo di risanare la rottura tra cattolici e luterani

sarebbe fallito. I luterani infatti si rifiutarono di partecipare ai lavori. I decreti dogmatici non

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solo ribadirono le posizioni dottrinarie contestate dai riformati, ma chiusero anche, in maniera

coerente con il disegno egemonico della Chiesa, una serie di questioni sulle quali si discuteva

dal lungo tempo, come quella della natura di sacramento del matrimonio. Si riaffermavano le

dottrine della giustificazione per fede e per opere, della natura di sacrificio della messa, del

valore operativo dei sacramenti. Si ribadì inoltre che i sacramenti erano sette, e che

l’ordinazione conferiva al clero uno statuto diverso da quello dei laici e comportava l’obbligo del

celibato.

I decreti disciplinari affrontavano invece gli abusi degli ecclesiastici e si proponevano di

eliminarli rafforzando il potere gerarchico dei vescovi sui parroci e di quest’ultimi sui fedeli.

Stabilivano perciò che ogni vescovo doveva necessariamente risiedere nella sua diocesi; che il

clero delle parrocchie doveva ricevere una adeguata preparazione frequentando apposite

scuole (seminari); che il controllo sui fedeli e sulla loro osservanza dei sacramenti andava

condotto con scrupolo. Per facilitare l’insegnamento della dottrina cristiana fu elaborato un

catechismo e fu redatta una professione tridentina di fede, da far giurare in tutte le possibili

occasioni.

5.2 L’apparato repressivo: censura e Inquisizione

La risposta cattolica alla Riforma non si limitò al concilio di Trento. La stampa era stata un

efficientissimo strumento di diffusione delle dottrine riformate: i libri e le altre pubblicazioni

furono dunque posti sotto severo controllo e fu stilato un indice dei libri proibiti. Ancor prima

che i lavori del concilio iniziassero, il papa aveva creato un tribunale provvisorio per coordinare

la lotta contro l’eresia, in attesa dei risultati di Trento, affidandone la direzione alla

Congregazione dell’Inquisizione universale o Santo Ufficio, istituita appunto a questo

scopo. Essa acquistò un enorme potere, riuscendo a condizionare e indirizzare i lavori dello

stesso concilio, a mettere sotto accusa i vescovi più aperti, e persino a impedire l’elezione al

pontificato di un cardinale di grande prestigio come Pole, che fu appunto accusato di eresia. In

Spagna, dove operava già un’istituzione autonoma, l’Inquisizione spagnola, la repressione colpì

duramente i convertiti dall’ebraismo e dall’islamismo, sospettati di continuare a praticare in

segreto la loro religione. In altri paesi cattolici, come la Francia, l’Inquisizione non fu invece

mai ammessa, e la repressione fu affidata a tribunali laici. Al di là di queste differenze, il

dissenso religioso veniva in ogni caso duramente combattuto, dappertutto, nei paesi cattolici

come in quelli protestanti. All’interno della Chiesa, questa capillare azione repressiva conferì

inoltre un grande potere alla Congregazione del Santo Ufficio, che da Roma controllava l’intero

apparato dell’Inquisizione, anche a scapito del potere locale dei vescovi. Il Santo Ufficio

funzionò anche da fucina di uomini, nel senso che i suoi membri si trovarono spesso uniti in

una sorta di partito degli intransigenti che riuscì, in più occasioni, a controllare l’esito del

conclave e a far eleggere un proprio membro.

5.3 La Chiesa militante

Nella sua azione di riconquista, la Chiesa non si limitò all’uso di misure repressive. Al contrario,

grande importanza fu data a tutte le forme di attività pedagogica, dalla predicazione

all’istruzione. Il compito di riconquistare fu assunto non dal concilio ma dagli ordini religiosi,

vecchi e nuovi. Furono loro a farsi carico, attraverso le missioni, dell’intensa opera di

evangelizzazione iniziata intorno alla metà del ‘500. Il rigorismo postconciliare interessò

anche gli ordini religiosi stessi, che furono ricondotti a una più stretta osservanza della loro

regola. Ancora più pervasiva fu l’azione svolta nei confronti degli ordini e dei monasteri

femminili. In questo caso il ritorno alla regola comportò in rispetto rigoroso della clausura, e

l’imposizione dei una severa disciplina monastica a donne che spesso erano entrate in

convento non per sincera vocazione, ma perché, per qualche ragione, non potevano sposarsi.

In alcuni casi questo comportò un nuovo slancio spirituale e mistico, in cui si distinsero grandi

figure di donne come Teresa d’Avila. In altri invece l’inquietudine e la frustrazione

determinarono fenomeni interpretati come possessione diabolica, da risolvere con spettacolare

esorcismi. L’istruzione dei fanciulli fu un altro importante aspetto della pedagogia della riforma

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cattolica. In questo ambito furono fondate due nuove istituzioni: la Compagnia di Sant’Orsola,

che aveva lo scopo specifico di dedicarsi all’istruzione delle fanciulle, e la Compagnia di Gesù.

Quest’ultima fu fondata da Ignazio di Loyola, un ex ufficiale spagnolo che trasferì

nell’associazione il lessico e l’organizzazione gerarchica militare. I chierici della compagnia, i

gesuiti, osservavano i consueti tre voti di castità, povertà e obbedienza, e in aggiunta ne

pronunciavano un quarto, di speciale obbedienza al papa. I gesuiti si specializzarono in due

settori: quello dell’istruzione, soprattutto delle élites, e quello delle missioni. Fondarono una

serie di collegi, in cui, oltre a ricevere un’istruzione di alto livello, i giovani venivano educati a

una disciplina dei modi e di comportamenti.

Oltre alle materie di studio, nelle scuole dei gesuiti si utilizzavano anche metodi didattici del

tutto inediti, come il teatro, la musica e la danza. Il ricorso a queste tecniche di forte impatto

emotivo si rivelò particolarmente efficace, non solo all’interno delle mura dei collegi, ma anche

nelle missioni popolari. I gesuiti, inoltre, condivisero con le classi dirigenti dell’epoca la fiducia

nel valore propagandistico dell’arte e promossero una tipologia architettonica immediatamente

riconoscibile e riconducibile a loro, i cui tratti fondamentali erano costituiti da una facciata

maestosa, capace di spiccare nel contesto urbano, e da un’ampia navata rettangolare in grado

di ospitare numerose cerimonie.

5.4 L’irrigidimento dell’ortodossia: la creazione dei ghetti ebraici

Anche la filosofia, la scienza, il diritto furono sottoposti a censura e gli studiosi che

proponevano teorie in contrasto con l’aristotelismo ufficiale della Chiesa furono perseguitati,

arrestati, costretti all’abiura, condannati al rogo. E anche le minoranze religiose fino allora

tutto sommato tollerate, come gli ebrei, furono sottoposte a nuove vessazioni. Era stata

Venezia, che per prima, aveva imposto agli ebrei una forma di residenza coatta, all’interno di

un quartiere riservato solo a loro, il ghetto. Nel 1555 lo stesso tipo di provvedimento venne

preso anche a Roma, dove tutti gli ebrei furono costretti a trasferirsi in un ridotto quartiere

sulle rive del Tevere, circondato da mura e da cancelli che si aprivano solo di giorno. Dallo

Stato pontificio gli ebrei non erano espulsi, ma si cercava di limitare il più possibile i contatti

tra loro e la popolazione cristiana. Si intensificarono inoltre i tentativi di proselitismo: gli ebrei

erano costretti ad ascoltare prediche che dovevano indurli a convertirsi.

5.5 La riforma del cristianesimo popolare

Il cristianesimo tradizionale era stato una religione essenzialmente comunitaria, all’interno

della quale la partecipazione ai sacramenti e ai vari riti liturgici aveva come fine essenziale

l’integrazione della comunità dei fedeli. Le cerimonie organizzate dalle confraternite avevano

il medesimo scopo: da un lato partecipare significava appartenere alla comunità, dall’altro

quest’ultima si definiva proprio attraverso la partecipazione ai riti collettivi. Secondo lo

studioso inglese Bossy, al centro dell’etica cristiana tradizionale vi era la dottrina dei sette

peccati capitali, i più gravi dei quali erano quelli che mettevano in discussione la sopravvivenza

della collettività. Tra il XV e il XVI secolo questa interpretazione in chiave comunitaria dovette

subire le critiche degli umanisti, che vi riscontrarono un allontanamento dalla lettera delle

Sacre Scritture, e fu progressivamente sostituita da un’etica fondata sul rispetto della legge di

Dio e quindi sulla centralità dei dieci comandamenti. Il primato della carità o amore del

prossimo cedeva il passo a quello dell’obbedienza incondizionata.

5.6 La caccia alle streghe

Censura e repressione non furono monopolio della sola Chiesa cattolica. Anche nei paesi

protestanti l’ortodossia fu difesa con estrema intransigenza. Cattolici e riformati furono, per

esempio, altrettanto determinati nel perseguitare gli ebrei, e altrettanto inflessibili nel tentare

di estirpare i culti popolari tradizionali e le loro commistioni tra magia e religione. In particolare

essi rivolsero la loro attenzione al fenomeno della stregoneria. Per lungo tempo la Chiesa

ritenne che credere nelle streghe fosse una pura superstizione e condannò chi lo faceva. Nel

corso però del ‘400, l’atteggiamento della gerarchia iniziò a cambiare finché, verso la fine del

secolo, due inquisitori tedeschi pubblicarono un manuale, il martello delle streghe, che

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insegnava come individuarle e costringerle a confessare. Si andarono così precisando i contorni

del culto, costruito dagli inquisitori più che dagli imputati: le streghe stringevano un patto col

demonio e partecipavano ad un rito collettivo, il sabba, in cui adoravano il diavolo, si

accoppiavano con lui. L’impurità derivante dalla sfrenatezza sessuale si sommava a quella

legata alla profanazione dei gesti liturgici e all’adorazione del male. La componente

sessuofobica della credenza nella stregoneria spiega in parte perché la stragrande

maggioranza degli accusati fosse costituita da donne. Era alla donne che si chiedeva di essere

caste e di preservare, insieme alla propria, la purezza della comunità cui appartenevano. Sul

piano sociale, inoltre, le donne, soprattutto se vecchie e sole, erano più esposte alla miseria e

alla marginalizzazione, e quindi più facilmente identificabili con lo stereotipo della strega. Man

mano che la pressione degli inquisitori faceva moltiplicare le confessioni, la convinzione di

trovarsi di fronte a un terribile complotto del male si rafforzava a tutti i livelli della società. Il

potere malefico derivante dal patto col demonio minacciava l’intera comunità. Perciò la caccia

alle streghe si aggravò drammaticamente con la Riforma e la rottura dell’unità religiosa, e

perciò fu soprattutto l’Europa centrale a essere interessata dal fenomeno. In Italia, per

esempio, la caccia alle streghe non raggiunse mai quei livelli di intensità e soprattutto si esaurì

molto prima.

Parola chiave

Differenze

E’ solo a partire dal ‘700 che la società europea comincia a pensare a se stessa in termini di

universalismo, cioè di diritti di cittadinanza universali, non legati alle diverse qualità delle

persone. Prima di allora, nell’Europa della prima età moderna, tanto le teorie politiche e morali

quanto la pratica degli scambi quotidiani erano state il riflesso di un’idea della partecipazione

alla comunità politica fondata sulla differenza più che sull’uguaglianza. I diritti e i doveri di ogni

persona, si definivano prima di tutto in base alla sua appartenenza a un “corpo intermedio”.

Corpi intermedi erano gli «ordini» (il clero, la nobiltà e il Terzo stato), ma anche le comunità

politiche più piccole, come le città o i villaggi. Così essere nobile o ecclesiastico, oppure essere

cittadino o contadino, costituiva una differenza che non era solo di prestigio, ricchezza o

posizione sociale. A tali «qualità» delle persone era legata la possibilità di compiere o meno

determinate azioni e di sopportare o meno determinati obblighi (pagare certe tasse). Anche il

genere maschile o femminile costituiva una sorta di corpo intermedio, dal momento che le

donne non avevano gli stessi diritti degli uomini. E naturalmente anche l’appartenenza a un

determinato gruppo etnico oppure a una specifica confessione religiosa conferiva uno statuto

giuridico «a parte». In tutta Europa gli ebrei erano sottoposti a leggi e regolamenti che non

valevano per i cristiani. L’appartenenza a un corpo intermedio era fondamentale anche nel

determinare l’identità degli individui, oltre che l’insieme dei loro diritti e doveri, e il

rimescolamento dei confini tra un corpo e l’altro era sentito come una minaccia all’ordinato

funzionamento della società. La stessa apparenza esteriore della persona (gli abiti, la postura,

gli ornamenti) dovevano riflettere questa appartenenza.

Cap.6

Il Rinascimento maturo: le arti, le lettere, le scienze

6.1 Le corti italiane del Rinascimento

Lo splendore dell’Italia del Rinascimento è intimamente legato alla magnificenza delle sue

tante corti principesche, e all’intensa vita artistica e culturale di cui furono al tempo stesso il

frutto e le promotrici. A Roma, Firenze Milano, Urbino, Ferrara, Mantova, Napoli, la presenza di

un principe implicava quella di una corte, formata da nobili dame e cavalieri, legittimata dal

lavoro teorico di importanti intellettuali e resa splendida da quello artistico di pittori, scultori,

orafi, architetti, musicisti. E una delle opere più tradotte e più lette in tutta Europa fu Il libro

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del cortigiano, pubblicato a Venezia nel 1528, in cui venne elaborato il modello del gentiluomo

di corte, capace di combinare l’amore per il bello, la raffinatezza dei modi e la sapienza

mondana e diplomatica. Non è un caso che proprio l’Italia sia stata all’avanguardia in questo

processo. L’accumulazione di ricchezze, dovuta alle fiorenti attività mercantili, la riscoperta

dell’antico e dell’autorità dei classici, determinarono le condizioni favorevoli a una straordinaria

fioritura artistica e letteraria. La riscoperta dell’antico riguardò prima di tutto la cultura

scritta, gli autori classici che gli umanisti andavano a scovare nelle biblioteche dei conventi di

mezza Europa e che riportavano a nuova vita. Gli antichi diventavano palestra di stile: la

lingua di Cicerone serviva da modello per quella dei contemporanei e l’abbandono del rozzo

latino medievale per il recupero dell’elegante lingua classica divenne un imperativo sociale.

L’invenzione della stampa diede a questo movimento risorse e dimensioni fino allora

impensabili.

6.2 Lo sviluppo della vita urbana e le arti del discorso

Man mano che si sviluppavano e si precisavano le funzioni pubbliche, cresceva la domanda di

personale preparato a svolgerle e quindi di un ceto di segretari, cancellieri, ambasciatori,

magistrati, avvocati, notai, capaci di argomentare e di convincere più che di condurre sottili

dispute accademiche. Nelle dispute che caratterizzavano l’insegnamento universitario si

insegnava a padroneggiare lo strumento della logica, che, a partire da una determinata

premessa e attraverso una serie di opportuni passaggi, permetteva di giungere a una

dimostrazione inconfutabile. Ma il mondo nel quale si dovevano muovere gli appartenenti a

questo nuovo ceto di letterati non era fatto di speculazioni bensì di eventi e fenomeni incerti e

mutevoli, e la sapienza di cui si avvertiva il bisogno era una sapienza del persuadere, piuttosto

che del dimostrare.

I maestri dell’arte di costruire discorsi comprensibili e convincenti vennero individuati, anche in

questo caso, negli antichi, in Cicerone e Quintiliano. L’invenzione della stampa moltiplicò i

manuali, i repertori di assunti, antichi e moderni, a disposizione di un pubblico sempre più

vasto di lettori e intere opere vennero ridotte a raccolte di argomenti da utilizzare per fini

pratici.

6.3 Le arti figurative

La riscoperta dell’antico non riguardò solo i testi. In pittura si diffusero soggetti mutuati dalla

mitologia degli antichi, come Apollo e Dafne o la nascita di Venere (Botticelli). Lo studio dei

resti archeologici che affioravano in molte città italiane, rivoluzionò l’architettura e l’intero

campo delle arti figurative. Il recupero dell’antico non fu solo un’operazione teorica.

Soprattutto a Roma, lo sviluppo edilizio del ‘400 e gli scavi per le fondazioni di nuovi edifici

facevano emergere resti di monumenti antichi e frammenti di statue che scatenarono una vera

e propria corsa al reperto archeologico da parte di nobili laici ed ecclesiastici.

6.4 La diffusione di nuovi modelli di consumo

Le corti e i cortigiani esprimevano una domanda di novità e crescente raffinatezza e, a loro

volta, i mercanti e gli artigiani offrivano nuovi beni provenienti da terre lontane o nuovi

prodotti del loro ingegno. Si innescò così quel meccanismo di continua ricerca dell’innovazione

e del cambiamento che costituisce l’essenza stessa della moda, e che segnò in maniera

irreversibile sia la cultura sia l’economia dell’Europa del Rinascimento.

I progressi dell’industria del vetro, in cui Venezia era all’avanguardia, portarono alla diffusione

di specchi, bicchieri, vetri per le finestre. Cominciò a diffondersi l’uso delle posate e delle

stoviglie individuali, che comportò un progressivo cambiamento delle maniere a tavola.

Dall’Oriente arrivarono i tappeti, e in Europa si cominciarono a produrre arazzi. Il contatto con

l’antico incoraggiò l’imitazione, dando vita a un mercato di oggetti puramente decorativi,

antenati dei soprammobili. E i rapporti con i nuovi mondi alimentarono il gusto per l’esotico, a

cominciare dalle piante, che furono raccolte e collezionate, in vaso o nei giardini. Il possesso di

questo genere di cose aveva un valore che andava ben oltre la pura esibizione di ricchezze:

conferiva la presunzione di possedere l’eccellenza del mondo classico. Lo stesso valeva per i

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libri: una biblioteca ricca di codici, dava la sensazione di dominare la cultura e, di nuovo, di

rivaleggiare con gli antichi. Tutto ciò comportava un enorme dispendio di energie e di risorse e

tuttavia conferiva grande prestigio culturale e sociale.

6.5 Il mecenatismo come forma di governo

Alla metà del XV secolo, papa Niccolò V prese al suo servizio una folla di letterati con l’incarico

di raccogliere e copiare quanti più manoscritti possibile, dando così vita al primo nucleo della

Biblioteca Vaticana. Pittori, scultori e architetti erano normalmente assunti alle dipendenze di

un signore e da lui stipendiati, come un segretario o un altro servitore di rango elevato. Non

esisteva un mercato dove gli artisti potessero offrire le proprie opere, concepite e realizzate

autonomamente. Forma, soggetto, dimensioni dell’opera erano scelte dal committente, più che

dall’autore, che in genere lavorava «su commissione». Lo sviluppo delle città e l’accumulazione

di ricchezza spingeva anche i privati a costruire cappelle di famiglia o sontuosi palazzi urbani. I

casati più eminenti usavano questi edifici per rivaleggiare gli uni con gli altri, ma il signore

della città doveva superare tutti in grandezza e splendore.

6.6 La filosofia naturale e le scienze

La nuova disponibilità di testi greci, tradotti in latino e messi in più rapida circolazione dalla

stampa, ebbe importantissime conseguenze anche nel campo della filosofia naturale e delle

scienze ad essa collegate. Nei testi antichi, personalità del tempo come Niccolò Copernico

trovarono teorie e suggestioni che lo confortavano nella sua ipotesi di un moto circolare della

Terra intorno al sole. La nuova familiarità con filosofi greci diversi da Aristotele, e in particolare

con Archimede, fu però fondamentale soprattutto sotto un altro aspetto: essa insegnò che gli

antichi avevano coltivato un sapere in cui c’era spazio per una pluralità di dottrine, un sapere

che non era ingessato dal dogmatismo di un’unica concezione del reale. Questa nuova

attenzione per teorie estranee all’aristotelismo, dominante nelle «scuole», si era già

manifestata nella riscoperta di Platone, e nella formazione di un’Accademia platonica riunita

intorno a Marsilio Ficino. E nel 1510 Raffaello seppe condensarla in un’immagine, l’affresco

della Scuola di Atene, dipinto nelle stanze vaticane, in cui Platone e Aristotele figurano al

centro di una folla di filosofi.

Si stimolò inoltre lo sviluppo di un sapere pratico legato alle arti e ai mestieri, lo stesso Galileo

Galilei passò mesi nell’Arsenale di Venezia per studiarne le tecniche. Accanto alla scoperta del

pluralismo dottrinale degli antichi e dei saperi pratici degli artigiani, anche i viaggi e le scoperte

geografiche dettero il loro contributo alla entrata in crisi delle dottrine ereditate dal Medioevo.

Nuovi uomini, nuovi animali, nuove piante dovevano essere integrati nelle vecchie concezioni

del reale. Una profonda revisione delle certezze di fondo fu così indotta da un lato dalla teoria

eliocentrica, dall’altro dalla scoperta del Nuovo Mondo. Se il sole e non la terra era al centro

dell’universo, e se esistevano intere civiltà di cui non si era mai saputo nulla, allora forse il

cosmo non era un organismo chiuso, in cui ogni essere animale, vegetale o minerale occupava

il suo posto in una scala gerarchica di perfezione al culmine del quale c’era l’uomo, maschio e

adulto.

6.7 La morale e la politica

L’umanista Giovanni Pico della Mirandola aveva sostenuto che Dio aveva lasciato libero l’uomo,

ponendolo al centro del mondo affinché egli potesse osservarlo a suo piacimento e, come

artefice di se stesso, forgiarsi liberamente nella forma che avesse preferito. Questa estrema

fiducia nelle capacità dell’essere umano non esaurisce tuttavia l’intero panorama della cultura

rinascimentale. Guerre, congiure, ascese, e cadute di signorie e regimi repubblicani

richiamavano l’attenzione dei letterati sulle mutevolezze della fortuna e li spingevano ad

arrovellarsi attorno alla natura della giustizia umana e divina e alla possibilità di tenere gli

eventi sotto controllo. Nella tragedia delle «guerre orrende d’Italia» personaggi come

Machiavelli e Guicciardini maturarono la convinzione che le cose del mondo non erano quello

che sembravano, e che era quindi necessario elaborare un’etica di comportamenti che tenesse

conto del divario incolmabile tra l’essere e l’apparire. La molteplicità dei modi che gli uomini

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del ‘500 andavano man mano scoprendo metteva inoltre in crisi l’idea stessa di una morale

unica e universalmente valida. Ancora una volta dalla contemplazione degli orrori delle guerre,

soprattutto delle guerre civili, che venne il più importante contributo dei letterati

cinquecenteschi alla riflessione sulla natura degli esseri umani e della società. Di fronte

all’instabilità della fortuna, dei tradimenti, dei complotti, che caratterizzarono l’Italia del primo

‘500, Machiavelli sostenne che solo un esercito formato da cittadini poteva garantire le libertà

della repubblica, cioè l’indipendenza e la sopravvivenza delle istituzioni repubblicane. Ma la

fama di Machiavelli fu legata soprattutto alla sua teoria disincantata delle virtù del principe,

che doveva saper misurare gli strumenti per conservare e accrescere il suo Stato solo in base

alla loro efficacia, e a nient’altro. La feroce anarchia delle guerre di religione in Francia sollecitò

la riflessione di jean Bodin, che affrontò in maniera diversa e innovativa il problema della

sovranità. La concezione tradizionale vedeva nel sovrano il garante della pace e della giustizia,

e gli assegnava il compito primario di difendere i diversi diritti dei suoi vari sudditi sulla base

delle leggi e delle consuetudini. Nell’opera intitolata I sei libri della Repubblica, Bodin

sosteneva invece che l’essenza della sovranità stava nell’assoluto potere di «fare e disfare le

leggi». Il sovrano era libero di introdurre nuove norme o di abolirne di vecchie, a suo

piacimento, senza essere «vincolato dalle leggi sue o dei suoi predecessori». Questo gli

conferiva un potere che lo metteva al di sopra delle leggi (per cui si parla di assolutismo) e

tuttavia non si traduceva in un potere arbitrario, perché egli era comunque vincolato al rispetto

delle leggi divine e naturali, e nonché dei «giusti patti» che aveva stretto con i suoi sudditi.

Un altro importante contributo fu dato dalla discussione teologica intorno ai poteri di Dio.

Lutero aveva inizialmente sostenuto che l’ordine politico corrisponde a un disegno divino e non

è quindi lecito ribellarsi. Ma, sollecitato dai principi tedeschi che chiedevano una legittimazione

dottrinaria della loro ribellione contro Carlo V, si spinse poi a sostenere che essi, in quanto

«magistrati inferiori», avevano il diritto di opporsi all’empietà del «magistrato superiore», cioè

dell’imperatore. Pensatori ugonotti, chiamati a giustificare le ragioni delle guerre di religione,

portarono avanti la riflessione, sostenendo che l’ordine politico di fondava sulla condivisione del

potere tra il sovrano e i rappresentanti degli ordini della nazione, e questi ultimi avevano

quindi il diritto, e persino il dovere, di rovesciare il tiranno che violasse le leggi fondamentali,

umane o divine. Le violenze seguite alla rivoluzione inglese, spinsero un nuovo grande teorico

del potere, Thomas Hobbes (1588-1679), a elaborare la sua teoria del Leviatano. Alla stato

di natura gli uomini sono violenti e sopraffattori e, non tenuti a freno da alcun potere, si

distruggerebbero l’uno con l’altro. Perciò essi hanno stretto un patto tra loro, in base al quale,

in cambio della tutela dell’ordine e della legge, si sono spogliati della libertà naturale e hanno

definitivamente delegato la propria sovranità a un individuo o a un’assemblea di individui, che

ne disporranno in maniera assoluta. Cap 7

Vittorie e sconfitte delle monarchie europee

7.1 Le guerre di religione in Francia e l’evoluzione della teoria politica

Il calvinismo si diffuse in Francia in modo talmente rapido che l’iniziale tolleranza della corona

fu abbandonata e Francesco I chiese alla Sorbona di redigere un elenco di 26 articoli di fede da

opporre ai riformati e di stilare un elenco di libri proibiti. Furono i magistrati laici dei Parlamenti

a farsi carico della repressione, ma le persecuzioni non furono per questo meno dure. Con la

morte di Francesco I e l’ascesa al trono di Enrico II la lotta all’eresia si intensificò al punto che

il Parlamento di Parigi fu definito Camera ardente, per l’alto numero di imputati condannati al

rogo. Enrico II morì e gli successe il figlio quindicenne Francesco II. Con un re così giovane e

l’influenza di una donna, la regina madre Caterina de’ Medici, la monarchia si trovava ad

attraversare un momento di debolezza, per cui i protestanti, che in Francia erano chiamati

ugonotti, decisero di venire allo scoperto, riunendo a Parigi il primo sinodo nazionale della

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Chiesa riformata, composto da ministri del culto e da “anziani”. La debolezza della corona, che

aveva permesso questa richiesta, aveva un corrispettivo nel rafforzamento dei grandi casati

nobiliari imparentati con la stessa famiglia reale. Francesco di Guisa, duca di Lorena e zio della

moglie del giovane re, che aveva approfittato della situazione per assumere le redini della

politica, si schierò contro qualsiasi concessione agli ugonotti. Un altro potente lignaggio

feudale, quello dei Borbone re di Navarra, aveva invece aderito alla Riforma e aveva quindi

motivi sia religiosi sia politici per opporsi all’influenza esercitata a corte da un casato rivale.

Questo primo assaggio di ostilità fu interrotto dalla morte di Francesco II, e dall’ascesa al trono

del fratello Carlo IX. Questa volta fu la regina madre ad assumere il potere, senza permettere

ad altri si sostituirsi al suo ruolo di reggente. Il fatto che fosse una donna e intendesse

effettivamente esercitare le proprie prerogative suscitò l’ostilità dei partiti nobiliari. Caterina

però si mostrò abile nel cercare di sedare i conflitti ed evitare che uno dei due partiti si

rafforzasse troppo ai danni della stessa corona.

Intanto la diffusione del calvinismo creava tensioni sempre più forti. Caterina scelse la via di

fare incontrare cattolici e protestanti in un «colloquio di religione», in cui entrambe le parti

avrebbero potuto esprimersi e ascoltarsi. Ma come era già successo in Germania, anche questo

tentativo fallì: le posizioni dottrinarie erano troppo distanti. La reggente decise allora di

adottare una misura di compromesso, concedendo agli ugonotti libertà di culto. Ciò scatenò

l’indiganzione del partito cattolico, guidato da Francesco di Guisa, che nel 1562 diede vita alla

guerra aperta. Il conflitto divideva la società francese lungo linee verticali, che andavano dalle

grandi famiglie aristocratiche, di tradizione feudale, agli appartenenti a ceti diversi. Ma la

questione aveva immediatamente assunto una dimensione politica internazionale: a fianco dei

cattolici si era schierato Filippo II di Spagna, mentre gli ugonotti potevano contare

sull’appoggio di alcuni principi tedeschi e di Elisabetta I d’Inghilterra. La sconfitta dei

protestanti da un lato e la morte del duca di Guisa dall’altro permisero alla reggente di

riprendere il controllo della situazione, emanando l’editto di Amboise, nel 1563, con il quale

ribadiva la concessione di una limitata libertà di culto. Sembrava che la pace fosse stata

ristabilita e invece, dopo qualche anno di intrighi e di complotti, si arrivò nuovamente alla

guerra aperta, seguita da una fragile pace.

A questo punto il clima generale era però cambiato: la guerra tra partiti nobiliari stava cedendo

il passo al conflitto religioso vero e proprio. Il fronte cattolico fu attraversato da uno slancio

organizzativo che portò alla costituzione di associazioni di devoti e di reti di solidarietà e

alleanza tra correligionari, sul modello di quanto avevano fino allora fatto gli ugonotti. L’ostilità

reciproca raggiunse toni sempre più violenti e fanatici: per ambedue le parti gli «eretici»

costituivano una minaccia alla purezza della comunità.

A corte, intanto, il fratello più giovane del re aveva aderito al partito cattolico e la stessa

Caterina era sempre più attratta dall’idea di una soluzione repressiva e autoritaria, ispirata alla

politica che Filippo II aveva avviato nei Paesi Bassi.

Quando il partito dei cattolici cadde in disgrazia, anche a causa delle ingerenze eccessive della

corona di Spagna, l’ammiraglio Coligny, uno dei più illustri rappresentanti del partito

protestante, vide salire la sua influenza a corte e la sorella del re Margherita di Valois, fu

promessa in sposa all’ugonotto Enrico di Borbone. Tuttavia il matrimonio che sembrava aver

sancito un’indubbia vittoria della fazione protestante, si risolse in una sua drammatica

sconfitta. Nella notte di San Bartolomeo (23-24 agosto) del 1572, gli ugonotti riuniti a Parigi

per festeggiare le nozze furono sterminati, in maniera pianificata e sistematica: i primi a

morire furono i nobili riuniti a corte, poi la popolazione parigina attaccò e massacrò tutti i

sospetti di eresia. Le stragi non furono circoscritte alla capitale, ma si ripeterono in tutto il

paese: alla fine si calcola che furono uccise circa 10.000 persone. A risollevare le sorti del

partito ugonotto fu l’elezione del duca di Angiò, fratello di Carlo IX, a re di Polonia, a

condizione che si impegnasse a mantenere la pace tra le religioni. Ciò pose fine

momentaneamente alla guerra. 24

La riscossa ugonotta si avvalse anche di strumenti ideologici: l’antica costituzione del regno

prevedeva che il potere fosse condiviso tra il re e le assemblee degli ordini e a quella

bisognava tornare. Il governo di una donna era inoltre fonte di corruzione. La rivolta era

quindi, più che una necessità, un dovere. La morte di Carlo IX rimescolò ancora una volta le

carte. Il successore era quel duca di Angiò che aveva assunto la corona di Polonia e che ora

tornava in Francia come Enrico III. Il quadro politico stava rapidamente cambiando: tra

ugonotti e cattolici si era inserito un terzo partito, quello dei politici, costituito da tutti coloro

che temevano l’ingerenza della Spagna. La tradizionale strategia della corono, di schierarsi

contro il più forte, spinse il nuovo re a fare la pace con gli ugonotti, concedendo loro ampie

prerogative. La reazione dei cattolici assunse caratteri e forme di organizzazione assai simili a

quelli che erano stati sperimentati dagli ugonotti. In molte città, a cominciare da Parigi, si

costituirono leghe, animate da quei ceti municipali che avevano fino ad allora gestito il

governo locale e che si sentivano minacciati dalle ingerenze del re.

Capo militare di questa riscossa cattolica fu Enrico di Guisa, che con la morte dell’ultimo Valois

erede al trono, poteva addirittura aspirare alla successione di Enrico III. A Roma e a Madrid

questa possibilità era guardata con grande favore, ma in Francia diede il via a un’ulteriore e

definitiva fase dei combattimenti, detta guerra dei «tre Enrichi», perché erano protagonisti

Enrico III, Enrico di Guisa ed Enrico di Borbone. I primi due protagonisti furono uccisi ed

uscirono di scena. Rimaneva solo Enrico di Borbone, che tra l’altro era anche il primo in linea di

successione al trono di Francia. Tuttavia il papa lo aveva scomunicato, dichiarandolo decaduto

dai suoi diritti, e la città di Parigi era insorta, dandosi un governo autonomo. La situazione

degenerò rapidamente: truppe straniere invadevano la Francia da nord e da sud ed Enrico di

Borbone sembrava sul punto di essere sconfitto.

Fu proprio il rischio di un trionfo spagnolo a giocare in suo favore. Il partito dei politici

guadagnava sempre più consensi ed Enrico spuntò le armi propagandistiche dei suoi oppositori

con una solenne cerimonia di abiura del calvinismo e conversione al cattolicesimo. Il papa gli

concesse la propria assoluzione e da quel momento egli poteva considerarsi a tutti gli effetti

legittimo re di Francia col nome di Enrico IV. Nel 1598 si giunse così alla pace di Vervins con

gli spagnoli e all’emanazione dell’editto di Nantes con il quale si facevano importanti

concessioni alle libertà degli ugonotti.

7.2 L’offensiva delle monarchie e la difesa dell’autogoverno: Filippo II e i Paesi Bassi

Mentre la Francia era lacerata dalle guerre di religione, anche l’impero spagnolo dovette

affrontare la rivolta di alcune province, che difendevano la propria autonomia politica e

religiosa. Le cose cambiarono con l’ascesa al trono di Filippo II (1556-1598) che, a differenza

di suo padre Carlo V, era nato e cresciuto in Castiglia e aveva ricevuto un’educazione spagnola.

Il giovane re decise infatti di fare di Madrid la sua capitale, e di fissare la propria residenza nel

palazzo dell’Escorial, appositamente costruito non lontano dalla città; egli inoltre potenziò il

sistema di consigli creato dal Carlo V. Durante il regno di Filippo II il conflitto più violento

riguardò la politica di tenere nei Paesi Bassi, tra «falchi» sostenitori di una linea intransigente e

«colombe» favorevoli al negoziato. Questo territorio tra i più ricchi d’Europa, era composto da

17 province, indipendenti le une dalle altre e unite solo da un’assemblea degli Stati generale,

tutte le province potevano nominare i propri governanti. Anche nei Paesi Bassi, soprattutto in

quelli settentrionali, si erano diffuse le dottrine luterane o anabattiste. E anche qui vi erano

state durissime repressioni, che tuttavia non avevano coinvolto le élites e non avevano quindi

turbato i rapporti tra i governi locali e il sovrano spagnolo. Le cose cambiarono dopo

l’abdicazione di questi, con la reggenza di Margherita d’Austria, sorellastra di Filippo II, e del

suo consigliere cardinale di Granvelle. Il calvinismo faceva proseliti anche tra le classi dirigenti,

mentre l’attività dell’Inquisizione spagnola suscitava l’opposizione delle élites locali. Una bolla

papale di riforma della Chiesa dei Paesi Bassi che suddivideva la regione in 15 nuove sedi

episcopali per le quali Filippo II godeva del diritto di presentazione (vale a dire del diritto di

scegliere il vescovo), allarmò la popolazione, che vide in essa il disegno di rafforzare la

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struttura della Chiesa e contemporaneamente accrescere l’intromissione del re negli affari

locali. La coalizione tra grande e piccola nobiltà, che si formò in quest’occasione, costrinse la

reggente a desistere dai suoi propositi e a ritirare tutti i provvedimenti contro i riformati.

Questa prima vittoria fece uscire allo scoperto anche le frange protestanti più radicali, come gli

iconoclasti, che consideravano superstizioso il culto delle immagini e presero quindi a

distruggere quadri e statue di soggetto sacro. Intanto Filippo II preparava la sua rivincita,

armando un esercito e affidandone il comando al «falco» duca d’Alba. Arrivato a Bruxelles,

questi istituì un tribunale speciale contro gli eretici e condannò a morte tutti i protestanti,

senza eccezione. Ma i capi della rivolta, erano riusciti a fuggire in Germania e da lì

organizzarono la resistenza.

L’esercito spagnolo era il più forte d’Europa e usava metodi spietati, ma la popolazione

resisteva. I costi della guerra erano inoltre altissimi, e pesavano sulle finanze spagnole al

punto che nel 1575 Filippo II fu costretto a dichiarare bancarotta. Privato del soldo, l’esercito

si abbandonò alle forme tradizionali di autofinanziamento, saccheggiando la città di Anversa.

Come Roma, anche Anversa era investita i un forte valore simbolico, per quanto di segno tutto

diverso: era la capitale finanziaria d’Europa, il punto di arrivo e smistamento del commercio

atlantico e del Mare del Nord, e i suoi ricchi mercanti erano imparentati con tutte le più

importanti comunità mercantili europee. Un anno dopo la bancarotta gli Stati generali delle 17

province decisero quindi di accordarsi con Guglielmo d’Orange e con i ribelli, e di unirsi

contro Filippo II nella pacificazione di Gand. Di fronte al fallimento dei «falchi», le «colombe»

del Consiglio di Stato riuscirono a convincere il sovrano della necessità di cambiare politica: nei

Paesi Bassi fu inviato Alessandro Farnese che, dichiarandosi pronto a riaffermare gli antichi

privilegi delle province, riuscì a convincere quelle cattoliche a staccarsi dall’alleanza con i

protestanti e a proclamarsi fedeli al re.

Le sette province del Nord, tra cui l’Olanda, continuarono nella guerra finché proclamarono la

loro indipendenza affidando a Guglielmo d’Orange la carca di governatore. Solo nel 1609,

quando ormai Filippo II era morto da tempo, si arrivò a una tregua tra la Repubblica delle

Province Unite e l’impero spagnolo.

7.3 L’Inghilterra elisabettiana

La divisione religiosa che affliggeva i grandi regni continentali si riproponeva in Inghilterra,

dove a Maria Tudor, figlia di Enrico VIII e della ripudiata Caterina d’Aragona, successe nel

1559 la sorellastra Elisabetta I, figlia di Anna Bolena. Il breve regno di Maria era stato

caratterizzato dal ritorno della corona alla fede cattolica e dalla persecuzione dell’élite

protestante, che con Edoardo VI aveva precedentemente visto crescere la propria influenza.

L’ascesa al trono di Elisabetta segnò il rovesciamento della situazione, con i protestanti tornati

dall’esilio che riguadagnavano un ascendente sul Parlamento, soprattutto alla Camera dei

Comuni, come tutti gli uomini di governo suoi contemporanei, anche la giovane regina era

convinta della necessità di avere una sola fede nel regno. La sua prima preoccupazione fu

quindi quella di risolvere la questione religiosa nella maniera meno conflittuale possibile,

emanando un Atto di supremazia con il quale si proclamava «suprema reggente» della

Chiesa d’Inghilterra, e un Atto di uniformità con i quale approvava un Book of Common

Prayer che voleva essere un compromesso tra le posizioni calviniste più radicali e la tradizione

liturgica cattolica. I più ferventi protestanti e cattolici ne furono ugualmente scontenti, ma

l’unità religiosa restò una priorità per la sovrana.

I tentativi di riportare l’Inghilterra nell’orbita cattolica si protrassero tuttavia per buona parte

del suo lungo regno, soprattutto dopo l’arrivo in Inghilterra della regina di Scozia Maria

Stuart. Giunta in Inghilterra, Maria divenne presto il punto di riferimento del partito cattolico,

guidato dai potenti feudatari delle province settentrionali che tentarono una sollevazione contro

Elisabetta. La rivolta fallì, ma le trame in cui era coinvolta Maria non cessarono, fino a quando

non fu condannata a morte nel 1587. Oltre che da questi avvenimenti interni, Elisabetta fu

costretta a schierarsi nella lotta religiosa anche dalla congiura politica internazionale. Quando

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fu chiaro che l’erede al trono di Francia sarebbe stato un ugonotto, l’appoggio offerto dalla

Spagna alla lega cattolica francese indusse la regina a schierarsi a fianco di Enrico di Borbone,

e soprattutto ad appoggiare i protestanti dei Paesi Bassi nella lotta rivolta contro Filippo II. La

prudenza che aveva guidato la politica estera inglese fino a quel momento venne meno, e la

regina cominciò a dare aperto sostegno sia ai tentativi di fondare colonie inglesi in America, sia

alle imprese piratesche di Francis Drake ai danni delle navi spagnole. Filippo II non tardò a

reagire e una flotta di navi partì dalla Spagna alla volta dell’Inghilterra. La spedizione

dell’«Invincibile Armata» fu però un fallimento: la tempesta e l’artiglieria a lunga gittata delle

navi inglesi riuscirono infatti a sconfiggerla.

In campo economico e fiscale, Elisabetta si mostrò particolarmente abile. Il temporaneo

rallentamento dell’inflazione le permise di ripristinare l’originario valore delle monete e la

popolarità che seguì facilitò la raccolta di fondi per lo sviluppo di un esercito e di una flotta

mercantile. Nacque così un esercito moderno basato non più sulla leva feudale ma

sull’arruolamento diretto da parte della corona. Le trasformazioni che interessarono la società

inglese in età elisabettiana non solo legate alla crescita della spesa militare e dell’esercito. La

perdita dei punti di riferimento religiosi tradizionali, la lotta alle superstizioni popolari si unirono

alla crescente povertà. L’inflazione erodeva il potere d’acquisto dei salari, e alla fasce meno

protette delle popolazione accadeva spesso di sprofondare nella miseria. Questo accresceva i

fenomeni della mendicità e del vagabondaggio e al tempo stesso alimentava il timore e

l’inquietudine nelle fasce «rispettabili». Una serie di provvedimenti legislativi contro il

vagabondaggio e la stregoneria e la legge sui poveri, la Poor law, furono le risposte del

governo a una domanda insistente proveniente dalle province. L’età elisabettiana fu anche

segnata da importanti trasformazioni economiche. L’aumento della popolazione europea, la

crescita della domanda di beni e la crisi delle manifatture italiane stimolarono l’industria locale,

che iniziò a produrre in proprio tessuti di lana più leggeri e più economici. Questo sviluppo

industriale fu accompagnato e sostenuto dallo sviluppo di nuove organizzazioni commerciali, la

più famosa delle quali fu la Compagnia delle indie orientali (1600) che segnò l’ingresso

degli inglesi in India.

7.4 L’espansionismo ottomano

Nel 1453 i turchi ottomani avevano conquistato Costantinopoli e da allora avevano

continuato a espandere i propri domini nella regione mediterranea, conquistando la Siria e

l’Egitto. In questa maniera, l’Impero ottomano arrivava a controllare il Mar Rosso e la

principale via delle spezie provenienti dall’oriente. In Africa settentrionale, inoltre, sotto la

guida dell’ammiraglio Khair-ad-Din detto il Barbarossa, una flotta barbaresca aveva

conquistato Algeri e Tunisi e le aveva poste sotto la signoria ottomana. I due porti africani

erano quindi diventati covi di pirati, che da lì partivano per effettuare razzie sulle coste italiane

e spagnole, o ai danni delle navi cristiane. I prigionieri catturati nel corso di queste incursioni

venivano venduti come schiavi, a meno che non pagassero pesanti riscatti. La novità era

costituita dalla forza e dalla compattezza della nuova potenza nemica: per mare o lungo la

terra ferma, in direzione dei Balcani e fino quasi alle porte di Vienna, l’espansione ottomana

sembrava inarrestabile, e i turchi apparivano sempre più come una gravissima minaccia per

l’Europa. Iniziò così una lunga lotta tra le potenze cristiane, in particolare gli Asburgo, e gli

ottomani, che continuavano a espandere i loro domini impadronendosi da una lato di Rodi e di

altre isole del Mediterraneo orientale, dall’altro di Belgrado e di gran parte dell’Ungheria. Carlo

V lanciò una spedizione contro i pirati barbareschi e riuscì a conquistare Tunisi, ma non poté

impedire che poco dopo la flotta cristiana fosse sbaragliata da quella del Barbarossa. La

disfatta di Cipro che portò l’isola a passare sotto il controllo ottomano (prima era un dominio di

Venezia), incoraggiò le potenze europee ad allearsi, e il papa Pio V riuscì a convincere Venezia

e la Spagna a stipulare con lui una Lega santa che richiamava la crociata. Nel 1571 una flotta

composta da navi veneziane, spagnole e pontificie affrontò e sconfisse la flotta turca nella

battaglia di Lepanto. 27

L’episodio in sé non fu che uno dei tanti episodi della guerra tra cristiani e ottomani per il

controllo del Mediterraneo, ma in Europa esso fu esaltato dalla propaganda spagnola e

soprattutto veneziana come la vittoria che aveva messo fine all’avanzata dei turchi.

7.5 L’Italia spagnola

Dopo decenni di guerra, il dominio spagnolo seppe assicurare all’Italia un lungo periodo di

pace, la pax hispanica appunto. Con la pace la popolazione riprese a crescere a ritmi

sostenuti. La crescita demografica comportò un nuovo sviluppo dell’agricoltura, favorita dalla

domanda di generi alimentari e da prezzi che continuavano a salire. L’aumento della

popolazione nella campagne e l’espansione della domanda urbana, spinse i contadini a

riconvertire almeno una parte delle loro terre, introducendo colture intensive (olio, vite, gelsi,

agrumi) che richiedevano indubbiamente molta più manodopera e che però si potevano

impiantare anche su terreni scoscesi (va cercata qui l’origine dei terrazzamenti). Crebbe così la

produzione di olio, vino, seta e dei limoni che venivano esportati in tutta Europa.

Nella pianura padana il processo di riconversione fu ancora più imponente, perché basato sulle

bonifiche e sulla creazione di un sistema di canalizzazione delle acque che consentì il passaggio

a forme molto più efficienti di agricoltura, basate sulla compresenza di cereali e prati irrigui,

che consentivano un migliore allevamento di bestiame. La produzione manifatturiera andò

incontro a un’analoga evoluzione, aumentando vertiginosamente fino al 1570 per poi

assestarsi. La concorrenza nella produzione di lana con l’Europa settentrionale spinse le città a

riconvertirsi, passando dalle produzioni a basso costo a quelle di lusso, sfruttando la

manodopera femminile più economica. La Lombardia perfezionò le sue industrie siderurgiche,

imponendosi in tutta Europa per la fabbricazione di armature e armi da parata. La via scelta da

Venezia fu ancora più complessa, perché si basò sullo sviluppo di settori innovativi come la

stampa, la lavorazione del vetro e della carta.

L’inserimento nell’orbita spagnola comportò anche vantaggi per le élites della penisola. Il re di

Spagna era infatti in grado di offrire alle nobiltà locali cariche e benefici in una misura

inconcepibile per un piccolo Stato. Molti membri della grande aristocrazia trovarono impiego

nell’esercito spagnolo, oppure come governatori di province e città. Ma l’importanza del

rapporto con la Spagna si manifestò anche in maniera più sottile, attraverso l’egemonia

culturale da questa esercitata sulla penisola. Dalla Spagna vennero modelli di governo e di

amministrazione delle finanze e della giustizia, ma giunsero anche influenze letterarie, il

romanzo e il teatro spagnolo ebbero grandissimo successo imponendo il proprio stile anche in

Italia. L’egemonia spagnola ebbe però anche aspetti odiosi. L’alleanza tra Filippo II e il papato

si tradusse nella repressione sistematica e feroce di qualsiasi forma di dissenso, consapevole e

inconsapevole. La censura ecclesiastica si abbatté sulla cultura italiana colpendo qualunque

posizione si allontanasse dall’ortodossia romana in campo religioso, filosofico e scientifico.

7.6 La rivolta antispagnola a Napoli

Sul piano più strettamente politico, Filippo II e i suoi successori seppero intrattenere buone

relazioni con i poteri locali italiani. Il principio dell’autogoverno venne rispettato, lasciando che

la nobiltà locale continuasse a esercitare il controllo sulle più alte magistrature. Fu la guerra

dei Trent’anni con le sue impellenti esigenze finanziarie e militari, a mettere in crisi questi

equilibri. A Napoli l’introduzione di una gabella sulla frutta, che violava gli antichi privilegi della

città, nel 1647 scatenò una rivolta popolare guidata da un giovane pescivendolo, Tommaso

Aniello detto Masaniello. Parte della nobiltà e soprattutto del «popolo civile», i ceti medi

rappresentati nel governo cittadino, appoggiarono inizialmente la rivolta, ma presto ne presero

le distanze. La folla fu accusata di cieca violenza, anche se in realtà i suoi attacchi furono

limitati e mirarono specificamente a colpire le persone e le cose degli appaltatori delle gabelle.

Fu così che all’interno del campo del «popolo civile», spaventato dalla piega incontrollabile

presa dagli avvenimenti, si arrivò alla radicale decisione di eliminare Masaniello. La rivolta si

era nel frattempo estesa anche alle campagne, dove aveva assunto caratteri antibaronali. La

coesione tra le diverse componenti del movimento insurrezionale era assicurata dall’esercito,

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all’interno del quale circolavano narrazioni della vittoriosa rivolta dei Paesi Bassi contro la

Spagna e notizie di quanto stava avvenendo in quel momento in Francia. Ma le divisioni

politiche erano altrettanto forti e finirono col prevalere. Trattative segrete con gli spagnoli

portarono ben presto al controllo sulla città.

Cap. 8

La guerra dei Trent’anni

8.1 La guerra dei Trent’anni

La pacificazione di Augusta del 1555 aveva posto fine alle guerre tra cattolici e protestanti, ma

la questione dell’uniformità religiosa era tutt’altro che risolta. Il clima di pace durò solo una

ventina di anni perché già intorno al 1575 il clima iniziò a cambiare. Sul fronte cattolico, la

conclusione del concilio di Trento e l’attivismo della Compagnia di Gesù cominciavano a far

sentire i loro effetti di irrigidimento dottrinario, e analoghe presi di posizione sempre più

intransigenti si verificarono anche sul fronte protestante. Le tensioni politiche derivate da

questo irrigidimento dottrinario non tardarono a produrre effetti: i protestanti diedero vita a

un’alleanza militare denominata Unione evangelica, cui subito risposero i cattolici riunendosi in

una Lega cattolica. Il potere imperiale subì un’analoga evoluzione. Per Massimiliano II la

pace religiosa era un obiettivo prioritario che giustificava una politica di compromesso fondata

su una serie di concessioni ai protestanti. Suo figlio Rodolfo cresciuto nel clima

controriformista, cercò di revocare quelle concessioni, ma in effetti dovette scendere a patti

con la nobiltà protestante. Il Regno di Boemia, uno dei setti elettorati dell’Impero, era

diventato possesso ereditario degli Asburgo ma aveva conservato un’assemblea

rappresentativa dei ceti, la Dieta, particolarmente forte. Inoltre la penetrazione del

protestantesimo era stata favorita dalla prossimità dottrinaria con la tradizione religiosa locale.

I contrasti con Rodolfo II furono frequenti finché non fu costretto a emanare una Lettera di

Maestà con la quale riconosceva ai protestanti il diritto di costruire proprie chiese e professare

liberamente la propria religione. Le cose cambiarono quando salì sul trono di Boemia

Ferdinando d’Asburgo, di cui si conosceva l’intransigenza cattolica, e che oltretutto era il

principale candidato alla successione al trono imperiale. Alcuni nobili furono arrestati, alcune

chiese protestanti furono rase al suolo. Fu così che il senso di legalità violata e di diritti

calpestati spinse un gruppo di nobili ad invadere il castello di Praga, assalire i governatori

asburgici, condannarli a morte e gettarli da una finestra. L’atto, subito denominato

defenestrazione di Praga, era destinato a scatenare una delle guerre più devastanti dell’età

moderna: la guerra di Trent’anni. Poco dopo, la Dieta generale del Regno di Boemia elesse a

proprio re Federico V del Palatinato, capo dell’Unione evangelica. A fianco dell’imperatore si

schierò invece la Lega cattolica, guidata da Massimiliano di Baviera, e le forze congiunte degli

imperiali e dei bavaresi sconfissero i boemo-palatini nella battaglia della Montagna Bianca nel

1620. La repressione fu feroce: condanne a morte ed espropriazioni decimarono la nobiltà

protestante. Nel frattempo era entrata in guerra anche la Spagna e gli alleati cattolici avevano

invaso il Palatinato. La biblioteca palatina ricca di preziosi manoscritti medievali, era stata

sequestrata e spedita a Roma, e Federico V era stato privato del titolo di principe elettore. Se

fino ad allora il conflitto era rimasto circoscritto ai territori dell’Impero, l’intervento spagnolo e

l’aggressiva politica di Ferdinando II preoccuparono gli Stati vicini, e in particolare la

Repubblica delle Province Unite, che con la Spagna aveva stipulato una tregua.

Alleandosi con l’Inghilterra, l’Olanda sostenne quindi l’intervento in guerra di Cristiano di

Danimarca, che tuttavia fu sconfitto. Le forze imperiali sembravano invincibili e Ferdinando II

iniziò ad accarezzare sogni di restaurazione cattolica e di definitiva affermazione della corona

asburgica sui territori dell’Impero. Emanò perciò un editto di restituzione con il quale

disponeva che venisse restituito alla Chiesa tutto il patrimonio secolarizzato, nonché tutte le

signorie ecclesiastiche che nel frattempo fossero pervenute in mano di laici. Il provvedimento

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implicava un gigantesco rimescolamento dei diritti di proprietà definitisi nell’arco di quasi un

secolo. Ma per i principi tanto protestanti quanto cattolici, si trattava di un’aperta violazione

della prassi costituzionale dell’Impero; la loro ostilità nei confronti di Ferdinando era inoltre

acuita dal trionfalismo del sovrano che veniva percepito come un’ingiustizia e violazione della

legalità e fu proprio questo a dare nuova compattezza ai suoi nemici.

Nel frattempo la tradizionale avversaria degli Asburgo, la Francia, guidata dal primo ministro

Richelieu, era riuscita a indurre il luterano re di Svezia a entrare direttamente in guerra e

truppe svedesi sbarcarono alla foce dell’Oder, sul Mar Baltico, anche gli elettori di Brandeburgo

e di Sassonia, si schierarono apertamente contro di lui. La Svezia era rimasta fino allora

militarmente estranea al conflitto, ma la guerra in Germania aveva avuto importanti

ripercussioni sulla sua economia. Il paese era infatti un grande produttore di ferro e il re

Gustavo Adolfo aveva saputo sfruttare la crescente domanda di archibugi e di cannoni per

promuovere lo sviluppo di importanti manifatture siderurgiche. Lo stesso avvenne nel settore

navale con la creazione di una flotta. L’esercito svedese aveva perciò il vantaggio di essere

ottimamente equipaggiato.

Le sorti della guerra vennero quindi rapidamente rovesciate e gli svedesi arrivarono fino a

Monaco di Baviera. La morte in battaglia del re di Svezia non arrestò l’avanzata dell’esercito

svedese, ma il dilagare della soldatesca straniera nei territori tedeschi e le devastazioni che ne

seguirono, spinsero i principi ribelli a cercare un accordo con l’imperatore, che fu siglato nel

1635 con la pace di Praga.

Ciò indusse la Francia a entrare direttamente in guerra e negli anni che seguirono il livello di

violenza e distruzione raggiunse il suo apice. In ragione di ciò ripresero anche i tentativi di

pacificazione che portarono finalmente alla pace di Vestfalia nel 1648, con il quale si

affermava in Europa il principio di accordo multilaterale.

Sul piano religioso si ripresero le clausole della pacificazione di Augusta del 1555 estendendole

anche al calvinismo. Si riaffermò il principio per cui ogni territorio avrebbe assunto come sua

religione quella che era stata dichiarata prevalente in quell’anno e si riconobbe la libertà di

culto privato. Inoltre la Chiesa cattolica sarebbe rientrata in possesso di tutte le proprietà

sequestrate prima dopo il 1624 e non quelle precedenti. Sul piano politico, tutti i signori

territoriali furono dichiarati sovrani all’interno del proprio territorio. Tutto questo faceva

dell’Impero un’entità molto distante da quello che era stato il sogno imperiale degli Asburgo.

Anche nei confronti della altre potenze belligeranti, Ferdinando III, salito al trono nel 1637,

dovette fare concessioni e accettare perdite territoriali. Con la pace di Vestfalia si conclusero le

guerre causate dalla divisione religiosa del ‘500, ma la Germania ne uscì tremendamente

devastata. Eserciti di ventura si sposavano ancora sul territorio tedesco diffondendo epidemie,

come la terribile peste che scoppiò nel 1628 e nell’arco di alcuni mesi si diffuse in Europa e

nell’Italia centro-settentrionale. Gli storici hanno calcolato che la maggioranza degli Stati

tedeschi perse la metà circa della popolazione, con punte dell’80%. Questo vuoto demografico

comportò gravi mutamenti sociali; soprattutto nelle regioni orientali i signori feudali adottarono

misure sempre più severe per legare i contadini alla terra, in modo che i loro possedimenti

potessero continuare a essere coltivati e la loro rendita non subisse perdite. Ciò comportò un

peggioramento della condizione giuridica dei contadini che si videro privare della libertà di

movimento e costretti a prestare il proprio lavoro gratuitamente.

8.2 La Spagna di Olivares

La guerra dei Trent’anni era scoppiata nei territori dell’Impero ma si era subito trasformata in

guerra europea, coinvolgendo anche Spagna e Francia. In Spagna gli alti costi della politica

imperiale di Filippo II lo avevano costretto a dichiarare nuovamente bancarotta e a imporre

nuove tasse alla provincia più fedele del suo impero, la Castiglia. Morto Filippo II il suo

successore Filippo III aveva inaugurato una nuova fase non aggressiva della politica estera e

aveva introdotto anche un altro importante cambiamento, affidandosi alla figura del primo

ministro. Il re non gestiva più direttamente tutte le questioni del governo, ma si affidava alla

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mediazione di un «favorito». Come molti altri prima di lui, il favorito di Filippo III approfittò

della situazione per promuovere amici e parenti e la sua politica immobilista rischiava di far

precipitare il paese nella rovina. La caduta del primo ministro precedette di poco la morte del

sue re, il cui successore Filippo IV, ancora prima di salire sul trono, aveva già scelto nel conte

di Olivares, che avrebbe retto le sorti della Spagna per vent’anni. Olivares era un riformatore

ben deciso a dare alla Spagna quel nuovo assetto istituzionale di cui aveva bisogno; ma era

anche un fautore convinto di una politica estera aggressiva. L’attenzione del primo ministro fu

subito assorbita dal problema della perequazione fiscale, vale a dire di una più equa

distribuzione del carico delle imposte all’interno della Castiglia. Nei disegni di Olivares la

perequazione del sistema fiscale sarebbe andata di pari passo con l’uniformazione giuridica e

istituzionale, da una lato estendendo a tutti i territori il modello istituzionale della Castiglia,

dall’altro chiamando agli uffici del governo centrale sudditi provenienti non solo dalla Castiglia

ma anche dall’Italia, dal Portogallo, dall’Aragona e da tutte le altre province. Il primo passo di

questo progetto di unificazione doveva consistere nella formazione di un esercito unificato. Ma i

grandiosi disegni di Olivares erano destinati al fallimento a causa sia delle resistenze interne da

parte delle province più autonome, sia della congiuntura internazionale che spingeva la Spagna

a impegnarsi sempre più nella guerra.

La situazione si aggravò quando la Francia dichiarò guerra alla Spagna, oltre al conflitto

internazionale anche la Catalogna si ribellò dichiarandosi indipendente, poi si aggiunse il

Portogallo e nel 1647 fu la volta delle province italiane, ma nel frattempo Olivares caduto in

disgrazia aveva lasciato Madrid per ritirarsi in esilio. La sua politica accentratrice si era dunque

risolta in un fallimento. Tuttavia solo il Portogallo conservò l’indipendenza, l’Italia e la

Catalogna tornarono sotto il controllo spagnolo.

8.3 La Francia di Richelieu e la rivolta dei privilegiati

Nello stesso periodo, in Francia, una figura molto simile a quella di Olivares occupava la scena

politica. Nel primo decennio del secolo Enrico IV aveva cercato di risollevare le condizioni del

paese riducendo la «taglia», l’imposta sulla proprietà fondiaria e introducendo la paulette,

una tassa che permetteva di rendere ereditari gli uffici pubblici venali, che fino ad allora

tornavano al sovrano alla morte dell’ufficiale. Gli storici hanno molto discusso sulla natura dei

questa nuova nobiltà «di toga» che si venne a creare; gli aristocratici dell’epoca se ne

sentivano minacciati, perché gli uffici pubblici erano fonte di entrate aggiuntive rispetto alle

rendite tradizionali provenienti dalla terra. Inoltre i detentori di cariche pubbliche provenivano

in genere da famiglie che si erano distinte al servizio del re e della sua famiglia e perciò si

trovavano in una posizione invidiabile. Furono i contemporanei stessi i primi ad accusare gli

uffici di essere dei parvenus, borghesi privi di prestigiose ascendenze. Le ricerche condotte

negli ultimi tempi hanno in realtà messo in luce che i confini tra i ceti erano molto meno netti

di quanto non si pretendesse, e che la grande maggioranza dei membri dei Parlamenti

proveniva dalla nobiltà stessa, magari di rango minore, o di provincia. La politica accorta di

Enrico IV fu interrotta bruscamente dal suo assassinio, avvenuto per mano di un fanatico

cattolico. La grande nobiltà intravide subito la possibilità di riacquistare spazio e visibilità

politica e chiese, ottenendola, la convocazione degli Stati generali nel 1614. Ma quella stessa

grande nobiltà non fu in grado di dare seguito alle proprie rivendicazioni costituzionali. Fu in

questo quadro in continui intrighi di palazzo che un ecclesiastico, il cardinale Richelieu riuscì

a conquistare la fiducia del giovanissimo Luigi XIII e a diventare primo ministro. Gli obiettivi

che Richelieu intendeva perseguire furono chiari fin dall’inizio: consolidare il potere della

corona all’interno del paese. Come primo passo decisi di ridimensionare i privilegi degli

ugonotti, attaccando le loro piazzeforti ed espugnandole ad una ad una fino alla caduta della

più importante ovvero Rochelle. Dopo di che revocò l’editto di Nantes ed emanò al suo posto

un editto di grazia con il quale concedeva libertà di culto agli ugonotti ma li privava delle

piazzeforti smantellando la loro organizzazione politico-militare. Per rendere migliore l’apparato

burocratico e rendere effettivo il controllo della corona su tutto il territorio, incrementò la

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vendita delle cariche pubbliche, creando un gruppo di ufficiali fedeli al re e al primo ministro.

In politica estera Richelieu si schierò subito contro le potenze cattoliche, ritenendo

l’accerchiamento asburgico più pericoloso della vittoria dei protestanti. Intervenne in Italia, in

Svezia e anche quando la Francia fu direttamente impegnata nei combattimenti, non trascurò

di usare tutte le armi della diplomazia per accrescere il prestigio internazionale del suo re. Lo

sviluppo dell’apparato burocratico e la partecipazione prima indiretta e poi diretta alla guerra

dei Trent’anni richiedevano un enorme sforzo finanziario, cui Richelieu poteva fare fronte solo

attraverso un aumento dell’imposizione fiscale.

La situazione divenne grave quando furono le campagne a sollevarsi contro l’aumento della

taglia, l’introduzione di una tassa sul vino oppure sul sale o su altri prodotti agricoli. Nel 1635-

37 una vera e propria guerra contadina attraversò la Francia, le repressioni furono durissime e

si arrivò solo a una pace temporanea. Richelieu morì qualche anno dopo e poi morì anche Luigi

XIII, lasciando erede al trono un bambino di cinque anni, Luigi XIV. La politica di Richelieu

trovò un continuatore nella figura di Giulio Mazzarino, che si assunse il compito di guidare la

Francia fino alla conclusione della guerra e alla firma della pace di Vestfalia. Ma la vittoria fu

pagata a caro prezzo, con la rivolta dei magistrati dei Parlamenti e dei principi del sangue, che

si ribellarono contro l’ulteriore inasprimento fiscale voluto da Mazzarino e presero le armi; la

Francia fu dunque funestata da una nuova guerra civile, detta della Fronda. L’iniziativa partì

dal Parlamento di Parigi che si rifiutò di registrare l’editto che introduceva una nuova tassa a

carico dei detentori di cariche pubbliche; l’atto di insubordinazione del Parlamento si saldò con

il malcontento popolare e ancora una volta fu guerra civile, che tuttavia si sarebbe conclusa

rapidamente se i grandi aristocratici no s fossero anch’essi schierati contro Mazzarino. Alla fine

la divisione del fronte nobiliare e l’ambigua alleanza con la Spagna degli oppositori di

Mazzarino indussero anche i principi a cercare la pace, e il giovane re, con il primo ministro

poté tornare a Parigi, da dove era stato costretto a fuggire.

Cap. 9

Le rivoluzioni inglesi

9.1 L’Inghilterra dopo la morte di Elisabetta

Elisabetta I morì nel 1603 senza lasciare eredi diretti. Al trono d’Inghilterra salì dunque

Giacomo Stuart re di Scozia, che unificò le due corone. Si trovò anch’egli ad affrontare i

problemi che affliggevano tutti i sovrani dell’epoca: il dissesto delle finanze dovuto alla guerra,

l’equilibrio tra cattolici e protestanti. Se Elisabetta era stata parsimoniosa nella concessione di

benefici e titoli onorifici, Giacomo si dimostrò invece generoso. Ma più che guadagnargli ampi

consensi questo alienò le simpatie della nobiltà di antico lignaggio, perché la moltiplicazione dei

titoli ne sviliva il valore, ma anche perché le leve del patronage regale finirono ben presto nelle

mani di un favorito, il duca di Buckingham, che salì così in fretta nelle grazie del re da

suscitare gelosie e risentimenti. Il mantenimento dell’esercito anche in tempo di pace incideva

sulle finanze pubbliche ben al di là delle entrate ordinarie della corona. Era convinzione

comune che il sovrano dovesse far fronte alle spese correnti attraverso le rendite del suo

patrimonio, e che i sussidi votati dal Parlamento dovessero servire solo per spese straordinarie

come quelle della guerra. Oltre alla questione fiscale anche quella religiosa costituiva un

terreno pieno di insidie. Giacomo era infatti protestante e dovette difendersi da congiure tese a

restaurare il cattolicesimo.

9.2 Carlo I e il Parlamento

I sospetti di cripto cattolicesimo si acuirono verso la fine del regno di Giacomo I e crebbero

ulteriormente quando salì al trono suo figlio Carlo I, che manifestava apertamente simpatie

per le correnti più moderate dell’anglicanesimo ed era sposato con una principessa cattolica. Le

dispute dottrinarie sulla predestinazione divennero materia di conflitto politico, e la posizione

del duca di Buckingham, sempre più favorevole all’arminianesimo (una corrente interna al

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calvinismo che sulla predestinazione avanzava opinioni pericolosamente vicine a quelle della

Chiesa cattolica) accrebbe l’ostilità verso l’insieme della sua politica incompetente e corrotta e

verso il re. Il contrasto tra Carlo I e i membri puritani della Camera dei Comuni cominciò a

manifestarsi apertamente in occasione dell’emissione di un prestito forzoso, quando alcuni

parlamentari si rifiutarono di pagare e furono imprigionati, e divenne evidente quando il re si

vide presentare una Petizione del diritto, nella quale si denunciavano gli arresti illegali e la

violazione della prassi costituzionale del regno in materia fiscale.

La petizione era stata scritta da Coke, e mostrava grande competenza; Carlo I la accettò,

trovandola innocua, ma questo non migliorò i suoi rapporti con il parlamento. Nel frattempo

Buckingham era stato assassinato ed era così scomparsa una delle maggiori cause di

malcontento. Tuttavia il re continuava ad attorniarsi di persone sospette di filo cattolicesimo e

a promuovere vescovi arminiani. Le cerimonie liturgiche, la disposizione degli altari, la

distribuzione della comunione, la santificazione della domenica assunsero connotazioni

cattolicheggianti e i membri del clero che avevano simpatie puritane furono discriminati. Il re

non potendo ottenere un aumento delle entrate attraverso vie ordinarie, individuò come

possibilità quella della vendita di monopoli (cioè di licenze di esercitare un’attività in condizioni

monopolistiche) e la resa ordinaria della Ship money (ovvero la tassa per l’armamento di navi

anche in tempo di pace). La protesta di un proprietario terriero che si rifiutò di pagare questa

tassa fece da catalizzatore del malcontento strisciante. Un numero crescente di contribuenti si

rifiutò di pagarla ma il vero problema venne dalla Scozia.

Gli scozzesi avevano molte ragioni di nutrire ostilità nei confronti di un re che restava lontano

dai suoi sudditi, li escludeva dalle cariche, tuttavia lo scontro più aspro si accese sulla

questione religiosa, quando cioè Carlo I pretese di estendere l’uniformità dottrinaria anche alla

Scozia presbiteriana. Gli scozzesi si rifiutarono e minacciarono la secessione. Per armare un

esercito e reprimere la rivolta scozzese il re aveva bisogno di finanziamenti straordinari: fu così

costretto dopo 11 anni, a convocare il Parlamento. Tuttavia lo sospese perché irritato dalle

proteste e rivendicazioni che gli furono sottoposte. I rapporti con la Scozia però peggioravano,

al punto che l’esercito scozzese varcò i confini e travolse quello inglese. In novembre Carlo I fu

costretto a riconvocare quello che sarebbe passato alla storia come il lungo Parlamento, perché

sarebbe durato fino al 1660. Intanto a Londra la situazione si era fatta molto tesa: una grave

crisi commerciale aveva semiparalizzato l’economia cittadina e voci di complotti e di invasioni

straniere si diffondevano rapidamente; il malcontento della popolazione si espresse in una

minacciosa manifestazione popolare contro la politica fiscale del re. Tra il novembre del 1641

e il gennaio del 1642 la situazione precipitò: il Parlamento approvò una Grande Rimostranza

con la quale ripercorreva i motivi del dissenso con il re, il quale messo con le spalle al muro,

pensò di uscire dall’impasse con il ricorso alla forza, e alla testa dei suoi soldati entrò in

Parlamento per arrestare i membri della Camera dei Comuni che più lo avevano attaccato.

L’operazione fallì perché i parlamentari riuscirono a scappare e Londra si sollevò contro il re,

costringendolo ad abbandonare la città.

9.3 La guerra civile

Scoppiò così la guerra civile. La svolta decisiva per le sorti del conflitto si ebbe quando

l’esercito parlamentare inflisse una rovinosa sconfitta all’esercito del re. Qualche tempo dopo il

re si arrese, consegnandosi agli scozzesi. Nei mesi che seguirono lo schieramento

parlamentare fu attraversato da aspri dibattiti. Una minoranza di parlamentari, favorevoli alla

tolleranza religiosa, gli Indipendenti, si opponeva alla maggioranza presbiteriana che

invocava la rigidità ortodossa. Il disaccordo riguardava anche i rapporti con il re perché,

mentre i Presbiteriani erano più favorevoli alla ricerca di una pace negoziata, gli indipendenti

erano decisi a combattere fino alla vittoria. La fuga del re, che cercò di accordarsi con gli

scozzesi e lo scoppio di una seconda fase della guerra civile interruppe questo dibattito.

Quando il re fu nuovamente sconfitto e fatto prigioniero il Parlamento costituì un’alta corte che

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avrebbe dovuto processare il re. Carlo I fu condannato a morte e decapitato nel 1649. Poi fu

abolita la Camera dei Lord e infine fu proclamato il Commonwealth, la Repubblica.

9.4 Il Protettorato di Cromwell

Le tensioni che ancora restavano nel paese furono brillantemente pacificate da Cromwell che

ristabilì l’ordine in Scozia e Irlanda. Cromwell era un membro della Camera dei comuni che si

era distinto per le proprie capacità strategiche ed aveva avuto un ruolo fondamentale nella

sconfitta del re. Con un atto di navigazione che vietava l’approdo in porti inglesi di navi che

non avessero equipaggio inglese attaccò direttamente i traffici olandesi e tentò di inserirsi nel

commercio del Baltico. La strategia espansionista di Cromwell prevedeva inoltre un attacco alla

Spagna e alle sue colonie americane, e un’alleanza con la Francia, sempre in funzione

antispagnola, che le fruttò la conquista dell’isola della Giamaica.

Intanto però la situazione interna non riusciva a stabilizzarsi. Forte dei suoi successi militari in

patria e all’estero Cromwell fu nominato Lord Protettore della Repubblica e si trasferì a

Whitehall, che era stata la residenza di Carlo I. Stretto tra le rivendicazioni del nuovo

Parlamento repubblicano e le trattative con i realisti, egli impose al paese una dittatura

militare. Dopo la sua morte scoppiarono disordini che portarono alla restaurazione della

monarchia Stuart mettendo sul trono Carlo II erede di Carlo I.

9.5 Le interpretazioni della rivoluzione inglese

La tradizionale interpretazione liberale:

 vi vedeva un’eroica lotta per la libertà come processo di affrancamento dall’assolutismo

monarchico. La lettura che se ne faceva era quindi tutta in chiave politico-ideologica.

Nel corso del ‘900 tuttavia, si diffuse e si affermò un’interpretazione economico-sociale:

 che faceva leva sulle trasformazioni sociali che avevano preceduto lo scoppio della

guerra civile: lo sviluppo economico e commerciale che aveva fatto crescere una nuova

classe sociale di mercanti e proprietari terrieri. Gli sprechi di Giacomo I e

l’autoritarismo di Carlo I avevano alienato alla corona le simpatie del paese, portando

alla formazione di due fronti contrapposti: quello della corte (the court) e quello del

paese (the country).

9.6 La Restaurazione Stuart e la «Gloriosa rivoluzione»

Nella Dichiarazione di Breda, rilasciata prima di rientrare in Inghilterra, Carlo II si era

espresso a favore di un’amnistia generale e di una larga libertà di coscienza in materia di

religione. Ma il parlamento si dimostrò meno incline alla tolleranza e nel giro di pochi anni

furono approvati diversi atti tesi a escludere i non anglicani dalla cariche pubbliche. Carlo II

continuò a mostrarsi tollerante in materia religiosa e a scontrarsi su questo con una parte del

Parlamento, che temeva il risorgere di complotti cattolici, soprattutto quando l’Inghilterra si

schierò a fianco di Luigi XIV contro l’Olanda. Fu poi firmata con l’Olanda stessa la pace e, sul

piano interno della politica inglese fu emanato il Test Act, con il quale si imponeva a chiunque

ricoprisse cariche pubbliche di giurare fedeltà alla Chiesa anglicana.

in questo clima di congiure e sospetti si aprì anche la campagna contro la successione al trono

del fratello del re, Giacomo. Carlo infatti non aveva figli e Giacomo, cattolico dichiarato, era

destinato a succedergli. Sulla questione il Parlamento di divise in due, tra i whigs (oppositori

di Giacomo) e tories (suoi fautori). I due termini erano in origine denigratori, perché tory era

l’appellativo dei banditi cattolici irlandesi e whig quello dei ladri di cavalli scozzesi. Anche

attraverso pressioni e manipolazioni delle elezioni, la maggioranza parlamentare risultò

favorevole a Giacomo e al successione al trono avvenne senza scosse. La nascita di un erede

maschio e il rischio di una permanente restaurazione cattolica diedero la spinta definitiva

all’opposizione, che si rivolse a Guglielmo d’Orange, governatore d’Olanda, chiedendogli di

intervenire a difesa dell’Inghilterra protestante. Quando Guglielmo sbarcò sul suolo inglese,

Giacomo fuggì a Londra, permettendo al Parlamento di destituirlo senza combattere.

Guglielmo e Maria (figlia primogenita dello stesso Giacomo) salirono al trono d’Inghilterra

grazie al quella che fu definita una Gloriosa rivoluzione incruenta. 34

9.7 Lo sviluppo del pensiero politico

Gli anni che vanno dal 1640 al 1690 furono caratterizzati anche da uno straordinario fervore

intellettuale e teorico-politico.

La corrente repubblicana prendeva le mosse dalla tradizione aristotelica per

 ripercorrere i temi cari all’umanesimo civile italiano: se l’uomo è un animale politico e la

partecipazione alla vita pubblica è il fine più alto della sua esistenza, solo un governo

equilibrato può garantire la libertà e la giustizia nella Repubblica. Solo la virtù dei

governanti e dei cittadini, può assicurare la sopravvivenza delle istituzioni repubblicane.

Il contrattualismo: sosteneva il diritto naturale di tutti gli uomini alla libertà e alla

 sovranità e affermava che essi vi avevano rinunciato volontariamente per dare vita agli

Stati.

Mentre un poeta come John Milton scrisse in difesa del Parlamento e del diritto del popolo a

riappropriarsi della sovranità, ribellandosi contro un re empio e ingiusto, Thomas Hobbes

utilizzò quello stesso punto di partenza per dare invece una giustificazione teorica

all’assolutismo del potere monarchico.

Hobbes: non è la virtù che spinge gli uomini ad associarsi in comunità politiche, ma l’egoismo

e il bisogno di difendere la propria vita. Sono i pericoli insiti nella libertà assoluta a indurre gli

uomini a stringere un patto tra loro, un contratto con il quale decidono di scegliere un individuo

o un’assemblea per eleggerli a proprio sovrano, cedendo la propria libertà naturale in cambio

della tutela materiale delle loro proprietà e della loro stessa vita.

Locke: nei suoi trattati sul governo riprende l’idea di uno stato di natura in cui gli uomini

sono tutti liberi e uguali. Tuttavia questo stato di natura non è dominato dall’arbitrio e dal

disordine, perché gli uomini hanno un generico diritto su tutte le cose, ma solo tre diritti

specifici alla vita, alla libertà e alla proprietà e la legge naturale, fondata sulla ragione, ne

garantisce il rispetto. I rischi di cadere nell’anarchia sono tali che, anche per Locke, gli uomini

decidono di stringere un patto tra loro e di costituirsi in una comunità politica, lo Stato, che ha

appunto come funzione e fine ultimo quello di conservare e garantire gli inalienabili diritti di

natura di cui gode ogni singolo uomo. Per questo gli uomini conservano sempre la propria

libertà e sono quindi sempre legittimati ad opporsi a un’autorità che non rispetti i propri doveri.

Per la stessa ragione è bene che il potere politico non si concentri nelle mani di un’unica

autorità ma si articoli in due poteri distinti, il potere legislativo e quello esecutivo.

Cap. 10

«Il disagio dell’abbondanza»: l’Olanda del ‘600

10.1 La Repubblica delle Province Unite

Alla fine del ‘500 le province settentrionali dei Paesi Bassi dichiararono decaduta la sovranità di

Filippo II di Spagna, costituendosi in repubblica indipendente. Il nuovo Stato ebbe

un’organizzazione molto poco strutturata. Al livello centrale il potere fu assunto dagli Stati

generali, cui ciascuna delle sette province ribelli, Olanda, Zelanda, Frisia ecc. inviava propri

rappresentanti. Ogni provincia aveva un solo voto e tutte le decisioni più importanti dovevano

essere prese all’unanimità. Tuttavia l’Olanda, la provincia più ricca e potente, esercitava una

sorta di egemonia culturale e politica sulle altre, tanto che il suo primo funzionario, il Gran

pensionario, svolgeva importanti mansioni di governo anche al livello centrale. Inoltre tale

carica era tradizionalmente affidata a un membro del lignaggio degli Orange - Nassau, con una

tendenza sempre più marcata a diventare ereditaria. I primi anni di vita della Repubblica

furono caratterizzati dalla contrapposizione tra pacifisti e bellicisti.

 i primi erano anche più favorevoli alla separazione tra governo secolare e materie

ecclesiastiche, e più propensi ad accettare forme di convivenza tra diverse confessioni

religiose. 35

 I secondi caldeggiavano l’adozione di rigide definizioni dottrinarie e un’azione comune a

difesa dell’ortodossia.

Maurizio d’Orange erede di Guglielmo il Taciturno, l’eroe della guerra contro Filippo II,

divenne presto il centro del «partito militare», favorevole al proseguimento della lotta contro

la Spagna per la liberazione dei Paesi Bassi meridionali, mentre il Gran pensionario e il

«partito degli Stati» (gli Stati generali) perseguivano una politica di pragmatico pacifismo. A

partire dai primissimi anni del XVII secolo, questa contrapposizione assunse caratteri più

marcatamente religiosi. Una disputa dottrinaria intorno alla predestinazione che vedeva

schierati su fronti diversi due eminenti teologi: François Gomar (sostenitore della assoluta

predestinazione degli esseri umani) e Harmensz detto Arminio (contrario a una teoria così

radicale e sostenitore della capacità dell’uomo di ricevere la grazia), degenerò a tal punto da

provocare una drammatica spaccatura all’interno della Chiesa calvinista.

10.2 Lo sviluppo delle compagnie commerciali

Da tempo gli abitanti dei Paesi Bassi si erano specializzati nel commercio marittimo,

conquistando più di un primato. Erano le loro navi che assicuravano gran parte degli scambi

tra le materie prime dei paesi del Baltico e i manufatti dell’Europa occidentale. Inoltre, il fatto

di essere inseriti nell’orbita dell’impero spagnolo aveva costituito un indubbio vantaggio. I

prodotti coloniali che arrivavano a Siviglia o a Lisbona, ripartivano poi per Anversa e gli altri

porti dei Paesi Bassi e da lì venivano distribuiti sui mercati dell’Europa centrale.

Queste attività erano portate avanti da compagnie commerciali che si costituivano di volta in

volta, in vista di una specifica impresa. Tuttavia alcune spedizioni, in particolare quelle

oceaniche, erano pericolose e richiedevano la formazione di convogli armanti di artiglieria.

Inoltre la concorrenza era un dannoso fattore di disturbo, tanto che tutte le attività

economiche tendevano ad essere regolamentate proprio per contenerne il più possibile gli

effetti e i singoli imprenditori chiedevano alle autorità il privilegio di esercitare la propria

attività in condizioni di monopolio. Per questo insieme di ragioni nel 1602 dieci preesistenti

compagnie olandesi si fusero nella Compagnia unificata delle Indie orientali, dando vita

alla prima vera compagnia per azioni.

La Compagnia era una sorta di Stato nello Stato, in grado di far osservare alle autorità

olandesi che «le colonie delle Indie Orientali non sono territori acquisiti dallo Stato ma da

commercianti privati che possono venderle, se vogliono anche al re di Spagna o a qualsiasi

altro nemico delle Province Unite». Disponeva di una propria flotta e di propri uomini armati, e

portava avanti una propria politica. In breve tempo fu quindi in grado di subentrare al

Portogallo nella penetrazione nei mercati orientali e nel dominio su di essi. In cambio era

tenuta a cedere allo Stato un trentatreesimo dei suoi profitti. Il commercio delle spezie, dei

tessuti preziosi e di molti altri prodotti esotici consentiva enormi guadagni, per cui fu fondata

anche una Compagnia delle Indie occidentali che ebbe però minor fortuna.

10.3 La crescita del settore finanziario: Borsa e banca

L’espansione commerciale del paese fu sostenuta e incoraggiata da adeguate istituzioni

finanziarie. Fin dal Medioevo le città mercantili dei Paesi Bassi avevano luoghi dove i mercanti

si incontravano e scambiavano i propri titoli di credito. Ogni compagnia commerciale italiana o

tedesca aveva una filiale ad Anversa, dove si era stabilita anche una fiorente comunità di

mercanti ebrei. La riconquista spagnola delle Fiandre meridionali li aveva costretti a fuggire e

Amsterdam li aveva accolti, consentendo loro di tornare a praticare liberamente la propria

religione. In cambio essi portavano con sé un preziosissimo patrimonio di conoscenza delle

pratiche commerciali e di reti di relazioni. Insieme ad essi arrivarono anche numerosi

protestanti, fuggiti dai paesi di provenienza davanti alle prospettive di una restaurazione

cattolica. La fondazione della Borsa di Amsterdam, nel 1613, dovette molto a questa duplice

immigrazione (ebrei e protestanti). Vi si negoziavano lettere di cambio e titoli del debito

pubblico. Ciò che la caratterizzava era l’assoluta fluidità, pubblicità e libertà delle operazioni,

che, come si è detto, era funzionale a una rapida e sicura circolazione dei capitali e allo

36

sviluppo di una società mercantile avanzata. Oltre alla Borsa, anche il settore creditizio

conobbe un rapido sviluppo. Pure in questo settore l’immigrazione da Anversa di mercanti

protestanti o ebrei dotati di conoscenze tecniche e reti di relazioni, apportò grandi vantaggi alle

città olandesi e in particolare ad Amsterdam. Il proliferare disordinato delle attività bancarie di

deposito e di sconto indusse le autorità cittadine a intervenire, in un primo tempo per

regolamentare il funzionamento e poi per dare vita a una vera e propria banca pubblica, la

Banca dei cambi di Amsterdam. La municipalità si faceva garante dei depositi e i correntisti

potevano disporre liberamente dei loro fondi in qualsiasi momento, sia per prelevare che per

pagare tramite la banca stessa.

10.4 La crescita della ricchezza e i nuovi consumi

L’economia delle Province Unite non si basava solo sul commercio, ma era sostenuta anche da

una fiorente produzione industriale. I cantieri navali, l’industria tessile, la lavorazione di

prodotti coloniali, la produzione di birra e di distillati alcolici, la fabbricazione di maioliche e la

lavorazione di diamanti davano anch’essi un importante contributo alla crescita economica del

paese. La stessa agricoltura subì consistenti trasformazioni; pollame, burro, latte, formaggio

venivano venduti nelle vicine città apportando denaro ai contadini e permettendo loro di

acquistare almeno qualcuno di quei nuovi oggetti che venivano messi in commercio. La

Repubblica olandese non era tuttavia solo un paese di fiorenti traffici commerciali, e la sua età

d’oro no fu solo un’epoca di accumulazione di ricchezza. La crescita dell’istruzione generale e il

regime di tolleranza intellettuale che caratterizzarono il paese svolsero un ruolo altrettanto

importante nel determinare il successo del piccolo Stato. Ogni villaggio aveva una sua scuola e

un maestro che insegnava i primi rudimenti dell’aritmetica. Amsterdam divenne inoltre il

centro di un’industria tipografica ed editoriale di primaria grandezza, libera di pubblicare tutte

quelle opere che altrove in Europa venivano colpite dalla censura. Il clima cosmopolita e

tollerante della città attirava immigrati dai paesi circostanti e dissidenti religiosi da tutte le

parti d’Europa. Fu in questo ambiente che una donna, poté frequentare l’università di Utrecht e

poté raggiungere tali livelli di erudizione, conosceva il latino, greco e l’ebraico, da entrare in

corrispondenza con i più grandi intellettuali dell’epoca. Ma la prima donna laureata in assoluto

fu la veneziana Elena Cornaro, che si addottorò in filosofia a Padova nel 1678. La passione per

le cose nuove e belle aveva contagiato anche i ceti meno abbienti, e gli artigiani locali erano in

grado di soddisfarne la domando producendo imitazioni a buon mercato degli specchi veneziani

e dei tappeti persiani, delle porcellane cinesi e delle lacche giapponesi. Lo sviluppo dell’Olanda

fu sostenuto anche da questa crescita dei consumi. Gli interni domestici si riempivano di

mobili, tappeti, quadri, specchi, lampadari. Accanto all’opulenza, l’ordine e la pulizia erano

virtù celebrate. Tutti i viaggiatori stranieri rimanevano stupiti di fronte alla cura maniacale con

la quale le donne olandesi lavavano i pavimenti delle case e delle strade circostanti.

10.5 La pittura olandese del ‘600

Il più conosciuto prodotto della civiltà olandese del ‘600 è la pittura. Artisti come Rembrandt

e Vermeer la resero grande e famosa, ma innumerevoli altri pittori, incisori e stampatori

contribuirono a fare anche dell’arte figurativa un bene di consumo di massa. Questa

proliferazione di immagini comportò anche lo sviluppo di uno stile originale e di un gusto

inedito. Oltre agli episodi tratti dalla storia sacra, si sviluppò un nuovo genere di pittura di

paesaggi, nature morte e scene d’ambiente, che conobbe un grandissimo successo. I ritratti

d’ambiente, gli interni domestici sobriamente benestanti e ordinati, i giochi di bambini, le

donne intente alle faccende domestiche, restituivano agli acquirenti un’immagine idealizzata

delle virtù morali degli olandesi: la sobrietà, il decoro, l’ordine, la pulizia. E insieme la ricchezza

e l’opulenza dei prodotti esotici raffigurati nelle nature morte e l’allegria anche sfrenata di

molte scene di genere. Questo straordinario successo delle arti figurative comportò una

profonda trasformazione dello status degli artisti e del rapporto tra autori e fruitori. Nell’Olanda

del ‘600 si sviluppò infatti un mercato dell’arte che svincolò i pittori dalla sudditanza nei

confronti dei committenti socialmente superiori. 37

Tanta abbondanza non era tuttavia priva di contraddizioni, anche a livello psicologico. La

ricchezza creava disagio, la cultura umanistica continuava a difendere l’etica dell’onore,

fondata su valori comunitari, e a condannare l’individualismo egoistico; molti predicatori si

impegnarono nell’elaborazione di un codice morale per il vero mercante cristiano.

10.6 Il principio di tolleranza

La Repubblica delle Province Unite accolse e difese, come si è detto, esiliati di ogni paese,

lingua e religione, offrì ospitalità alle minoranze politiche, alle sette religiose minoritarie e agli

ebrei espulsi dalla Spagna. In seguito gli scontri tra arminiani e gomaristi si sviluppò un

dibattito sulla separazione tra la Chiesa e lo Stato, da cui germinò la convinzione che le idee e

la religione no si possono istituzionalizzare, reprimere o forzare.

Il filosofo di origine ebraico-portoghese Benedetto Spinoza pubblicò opere in cui criticava

ogni pretesa delle autorità religiose di immischiarsi negli affari politici, rivendicava la libertà di

pensiero e teorizzava la superiorità della democrazia rispetto a tutte le altre forme di governo.

Nell’ambiente tollerante e cosmopolita di Amsterdam e delle altre maggiori città olandesi

trovarono ospitalità quegli intellettuali eterodossi che dovevano lasciare il loro paese per

timore della censura e qui si pubblicarono quei libri che altrove sarebbero stati proibiti.

Cap. 11

Lo sviluppo delle scienze

11.1 Un’epoca di crisi

Nell’Europa del ‘500, la sensazione di vivere in un’epoca di crisi, in cui i tradizionali fondamenti

dell’autorità mostravano chiari segni di usura e bisognava trovare una nuova chiave per

interpretare non solo il mondo, ma perfino il rapporto tra gli uomini e Dio, era condivisa da una

nutrita schiera di filosofi, letterati, scienziati e riformatori religiosi. Alcuni erano convinti che

solo una «nuova» filosofia e una «nuova» scienza avrebbero facilmente permesso agli uomini

di leggere nel grande libro della natura e di affrancarsi da secoli di ignoranza. L’esigenza di una

nuova filosofia, che sostituisse l’aristotelismo imbalsamato insegnato all’università, venne per

esempio sentita e predicata con grande vigore da un’originale e tragica figura di filosofo:

Giordano Bruno. Solo un pensiero «nuovo», in grado di penetrare, al di là dell’apparenza,

fino alla sostanza delle cose avrebbe potuto ricomporre l’armonia dell’essere e dell’apparire e

avrebbe potuto fornire agli uomini gli strumenti della loro liberazione. Copernico aveva

compiuto un primo grande passo, sostenendo che la Terra non era che uno dei tanti pianeti in

rotazione intorno al sole, e tuttavia non si era del tutto liberato dalla cecità della filosofia

tradizionale. Bruno invece, rivendicava apertamente «l’originalità» della sua filosofia rispetto

alla tradizione ereditata dal passato e, per aver voluto difendere questa sua novità e non

rinunciare alle sue convinzioni, fu condannato per eresia e bruciato vivo sul rogo a Roma, in

Campo de’ Fiori. Ma anche Galileo Galilei che pure si piegò ad abiurare, era profondamente

convinto di essere un innovatore e che la scienza moderna di aprisse al progresso proprio nel

momento in cui si liberava del giogo della tradizione.

11.2 La rivoluzione scientifica

I calcoli di Copernico e le sue rivoluzionarie teorie sui moti dei pianeti intorno al sole

suscitarono un vivo interesse in tutta Europa, e gran parte delle scoperte scientifiche compiute

nei decenni seguenti furono dovuto ai tentativi di trovare conferme empiriche alle sue ipotesi.

Le implicazioni della teoria eliocentrica erano enormi, perché essa metteva in discussione due

fondamenti della fisica aristotelica:

 da un lato il valore dell’esperienza dei sensi, in base ai quali gli esseri umani vedevano

il sole ruotare intorno alla Terra (e non il contrario);

 dall’altro l’idea che la sostanza di cui era fatta la Terra fosse pesante e quindi la

trascinasse al centro dell’universo, mentre i cieli e i corpi celesti, formati di una diversa

sostanza e dotati di una diversa natura, le ruotavano intorno. 38

L’eliocentrismo metteva inoltre in discussione un altro assioma della fisica aristotelica. Questa

aveva sempre sostenuto che il mondo terrestre e quello celeste fossero fatti di sostanze

diverse: al contrario di quelli terrestri, i corpi celesti erano perfetti e pertanto le leggi fisiche

che li regolavano erano diverse da quelle che vigevano sulla Terra.

Per cercare di armonizzare l’autorità della tradizione con i risultati del calcolo matematico e

dell’osservazione diretta della volta celeste, un altro grande astronomo, il danese Brahe,

elaborò un complicato sistema di spiegazione del movimento degli astri che salvava la

centralità della Terra e al tempo stesso accoglieva i calcoli di Copernico. Ma nei primi anni del

‘600 la scoperta che i pianeti si muovevano lungo orbite ellittiche e non perfettamente

circolari, come la loro perfezione avrebbe voluto, compiuta da un suo allievo, il tedesco

Keplero e quella delle macchie solari (un’altra «imperfezione»), scoperte dall’italiano Galilei

grazie all’uso del telescopio, contribuirono anch’esse ad accorciare le distanze tra il cielo e la

terra quindi a screditare ulteriormente la visione tradizionale dell’ordine naturale.

11.3 La scienza sperimentale

La critica di Galilei alla fisica aristotelica si svolse su diversi piani, dallo studio del moto a

quello degli astri, e in ognuno di essi lo scienziato adottò un metodo di indagine che voleva

rompere con il passato. Elaborando alcune informazioni intorno a uno strumento che si stava

fabbricando in Olanda, egli costruì il primo telescopio, il cannocchiale, e lo puntò verso il

cielo: questo gesto fu la sua prima vera scoperta. Le fasi di Venere, simili a quelle lunari,

portarono Galilei a concludere che tutti i pianeti, privi di luce propria, dovevano derivarla dal

sole, ruotando intorno ad esso: era la verifica empirica della tesi copernicana.

La sensazione di essere l’artefice di un rinnovamento radicale delle scienze venne condivisa da

un altro grande fondatore della scienza sperimentale, l’inglese Francesco Bacone, che illustrò

un nuovo metodo di indagine della natura in contrapposizione alla vecchia logica aristotelica.

Un’autentica filosofia della natura doveva avere a proprio fondamento un catalogo,

accuratamente compilato, di tutti i fatti della storia naturale, dove fossero illustrati sia i

fenomeni normali sia i cosiddetti «scherzi di natura».

Il catalogo doveva inoltre contenere sia eventi naturalmente osservabili che esperimenti

prodotti artificialmente dall’uomo.

A partire dall’Accademia dei Lincei, fondata a Roma nel 1603, erano nate in Europa diverse

accademie scientifiche, formatesi per iniziativa di privati studiosi o come risultato del

mecenatismo di sovrani. Pur avendo come obiettivo lo studio della filosofia naturale, questi

consessi erano fondati e frequentati soprattutto da aristocratici e lo stile dei rapporti

interpersonali era strettamente legato a quello della società di corte. Ciò che bisognava

assolutamente evitare era, da un lato, incorrere nella censura, dall’altro, suscitare dispute

troppo accese tra i membri. All’interno delle accademie si sviluppò pertanto l’abitudine di

osservare fenomeni e registrare i risultati di esperimenti, rimandando a un momento

successivo l’elaborazione e discussione di teorie generali.

11.4 La metafora della macchina

Grazie soprattutto alla diffusione di edizioni e traduzioni di testi scientifici e tecnici del mondo

classico, come la fondamentale versione latina degli Elementi di Euclide, già nel Rinascimento

le scienze matematiche avevano acquistato una dignità mai conosciuta prima. Il prestigio della

matematica favorì il formarsi, all’interno della «nuova» scienza del XVII secolo, di una

suggestiva metafora: la natura era una macchina e le conoscenze derivate dalle macchine

potevano esse di grande utilità per spiegare i fenomeni naturali.

L’oggetto che meglio si prestava a illustrare questa analogia era l’orologio, uno strumento

complesso,capace di muoversi da sé, e i cui meccanismi rimanevano celati alla vista. Il più

grande teorico del meccanismo, applicato sia ai corpi inanimati che a quelli viventi, fu il filosofo

francese Cartesio. Cartesio fu anche l’ideatore di un nuovo metodo di speculazione scientifica

consistente nel non accettare per vera nessuna cosa che non avesse prima attentamente

esaminato, nello scomporre ogni problema complesso nelle sue componenti via via più semplici

39

ed elementari e nell’affrontarne poi la soluzione compiendo il percorso inverso, dall’elemento

più semplice a quello più complesso.

11.5 I progressi della medicina

Cartesio esercitò una grande influenza sugli scienziati del suo tempo, compresi i medici e i

fisiologi. Anche nel campo della medicina si erano avute notevoli innovazioni. Il grande

anatomista Andrea Vesalio aveva pubblicato una serie di tavole anatomiche in cui descriveva

dettagliatamente gli organi del corpo umano. La conoscenza dell’anatomia umana che Vesalio

poteva avere era molto superiore a quella dei suoi predecessori. Le sue tavole anatomiche

correggevano quindi alcuni errori degli antichi, eppure continuavano a essere influenzate dalle

convinzioni teoriche proprie della sua epoca.

11.6 Il problema della censura

Non tutti gli studiosi rinunciarono totalmente agli schemi interpretativi all’interno dei quali si

erano formati e avevano lavorato. Il prestigio degli antichi era assai grande e molti intellettuali

continuarono a difenderlo, sostenendo che l’autentico pensiero dei classici era stato travisato

da secoli di copie infedeli, interpolazioni abusive e interpretazioni arbitrarie. A tutte queste

ragioni bisogna aggiungere il problema della censura. Man mano che, nel corso del ‘500, la

Chiesa cattolica e quelle riformate andarono precisando il loro contenuto dottrinario e

irrigidendo i confini dell’ortodossia, ogni posizione che si distaccasse dalla tradizione accettata

diventava sempre più difficile da sostenere. Dopo aver combattuto ed estirpato l’eresia in

senso stretto, l’attenzione della censura si diresse verso settori che non avevano immediata

attinenza con la religione. Il conformismo culturale, oltre che religioso, veniva ad essere

considerato come una garanzia di unità del corpo politico. Molti scienziati furono costretti a

rinnegare le proprie tesi, come Galilei o ad abbandonare il proprio paese come Cartesio.

Specularmente, i sovrani, anche quelli italiani, più succubi dell’Inquisizione romana, e persino i

papi, protessero scienziati e favorirono la formazione di accademie scientifiche. L’apparente

contraddizione non deve stupire. Come dimostrano le scenografie barocche di tante città

europee, a cominciare da Roma, il gusto per il nuovo, il mai visto, l’inaudito era caratteristico

dell’epoca, e nel campo scientifico, l’innovazione veniva ricercata dai committenti. Il

mecenatismo era uno strumento di governo e i sovrani facevano a gara per strapparsi l’un

l’altro l’artista o il letterato più di grido.

11.7 Il perfezionamento del metodo matematico

Finché era stata patrimonio delle università, la filosofia della natura aveva dato luogo ad

accesissime dispute teoriche, ma anche su questo piano i fautori della «nuova» scienza

volevano prendere le distanze dal passato. Le nuove scoperte scientifiche dovevano dare vita a

un corpo di conoscenze condiviso. Bacone, convinto che l’accumulo di sapere non potesse che

essere il frutto di una pratica collettiva, lo individuò in un metodo, un codice di procedura per

la raccolta e la descrizione dei fatti individuali. La sua eredità fu raccolta da Robert Boyle e da

altri scienziati. Attraverso una rete di corrispondenti che copriva l’intera Europa questa

associazione in effetti divenne un centro di raccolta e di smistamento di informazioni

scientifiche. Tuttavia quando Isaac Newton cominciò a diffondere i risultati dei suoi

esperimenti sulla natura della luce, dovette amaramente constatare che essi suscitavano molte

più dispute che consensi. Un metodo che garantisse l’assoluta attendibilità degli esperimenti e

delle scoperte scientifiche non era stato ancora definitivamente messo a punto. A partire

dall’500 ci si era mossi nella direzione della ma tematizzazione del discorso scientifico e a

questa impresa proprio Newton diede alcuni tra i più formidabili contributi, nell’opera Principi

matematici di filosofia naturale, pubblicata nel 1687, con la quale affrontava lo studio del

movimento e delle sue forze in termini matematici. 40

Parola Chiave

Tolleranza

Il concetto di tolleranza si venne definendo nell’Europa del ‘500 ed ebbe all’inizio un contenuto

essenzialmente religioso. Nella seconda metà del ‘600, il principio di tolleranza era ancora

ignorato nella maggior parte dei paesi europei (mentre era largamente praticato nelle colonie

inglesi del Nord America). Facevano eccezione l’Olanda e, in parte, la Gran Bretagna, dove la

tolleranza nei confronti delle sette protestanti dissidenti fu applicata durante la rivoluzione di

Cromwell e poi sancita col Toleration Act del 1689. Proprio in Gran Bretagna e in Olanda il

principio di tolleranza conobbe le sue teorizzazioni più organiche e venne nel contempo

allargando il suo significato e il suo ambito di validità. L’ideale di tolleranza si trasformava in

quello di libertà e travalicava i confini della religione per applicarsi a tutte le manifestazioni

della vita associata. In questo senso ampio il principio di tolleranza fu teorizzato dagli

illuministi. E in questo senso esso costituì un contenuto essenziale delle rivoluzioni liberali e

democratiche della fine del secolo XVIII. Fra il ‘700 e l’800 caddero in tutti i paesi europei le

più gravi discriminazioni basate sulla confessione religiosa, ma la piena parità di diritti sarebbe

stata raggiunta molto lentamente. Cap. 12

L’Europa nell’età di Luigi XIV

12.1 L’assolutismo di luigi XIV

Nel 1643, a cinque anni, Luigi XIV era succeduto al padre Luigi XIII, ma il governo del paese

fu tenuto, come sappiamo, da Mazzarino, consigliere, amico e amante della regina madre e

reggente Anna d’Austria. Fino alla morte, Luigi XIV avrebbe regnato sulla Francia dominando

l’intera scena europea. Non fu un periodo di pace, perché per trent’anni la Francia fu in guerra,

spesso contro quasi tutto il resto d’Europa. Non fu un periodo di benessere per il popolo

francese, vessato da una dura imposizione fiscale e colpito da ricorrenti carestie. Ma fu un

periodo di «gloria», la gloria legata all’audacia delle gesta militari si accompagnò al

rafforzamento della monarchia e ispirò molte iniziative del sovrano. Luigi XIV riuscì a

consolidare l’egemonia continentale della Francia e si impose come modello politico a tutti gli

altri sovrani assoluti. Nel 1661 terminò dunque l’epoca dei grandi ministri che avevano guidato

la politica francese per quasi un quarantennio. Luigi XIV accentrò nelle sue mani il governo

dello Stato circondandosi di ministri e collaboratori capaci, ma senza rinunciare mai al suo

diretto intervento nelle principali questioni. Le decisioni di maggior rilievo venivano prese in un

Consiglio ristretto o supremo, formato dal re e da tre ministri (Esteri, Guerra e Finanza). La

carica più importante fu quella del controllore generale delle finanze. L’accentramento

amministrativo si espresse nell’impiego degli intendenti, che videro potenziati i loro poteri e le

loro competenze. Ma il «capolavoro» dell’assolutismo di Luigi XIV fu Versailles, sia perché vi fu

concentrato tutto il potere, sia per la «rappresentazione» del potere che vi si svolgeva. La

costruzione di una nuova reggia in una località distante una ventina di chilometri da Parigi,

dove la corte e il governo si trasferirono nel 1682, sottrasse la monarchia agli eventuali

pericoli di sommosse cittadine. L’obbligo imposto alla grande nobiltà di risiedervi e i vantaggi

che essa ne trasse, in termini di pensioni e di donativi, sancirono il definitivo asservimento

dell’aristocrazia. La vita a corte era regolata da rigide prescrizioni, l’etichetta, e da un

complesso cerimoniale fondato su una minuta scala di precedenze.

L’esercizio del potere monarchico fu accompagnato dalla ricerca di tutto ciò che poteva

accrescere il prestigio della Francia e del suo re. Se infatti Luigi XIV aveva scelto il sole come

proprio emblema (sarà chiamato il Re Sole), il suo regno doveva trarre sempre nuovo

splendore dalle iniziative del sovrano. In questa prospettiva va inserito il patrocinio delle arti e

delle scienze promosso dal re. 41

Il re e i suoi ministri favorirono la formazione di una cultura ufficiale, fortemente celebrativa

che non poteva tollerare voci dissenzienti: così vennero introdotti o accentuati i controlli sulle

tipografie e sugli stampatori, esercitata attentamente la censura, perseguitati gli autori e

inviati al macero gli scritti di opposizione.

12.2 La persecuzione delle minoranze religiose

Il giansenismo fu il principale movimento di dissidenza cattolica del ‘600 e del ‘700. Nato

dalle tesi del teologo olandese Giansenio ebbe largo seguito nei Paesi Bassi, in Francia, Italia,

Germania e nei domini austriaci. Il giansenismo riprendeva le posizioni di sant’Agostino,

sostenendo che solo in virtù della grazia divina la volontà umana diventava veramente libera di

operare il bene, ma che Dio non la concedeva indistintamente a tutti gli uomini, bensì solo ad

alcuni eletti. Coloro che ricevevano il dono divino della grazia erano chiamati a una fede a

prova di tutto. Nella vita quotidiana, i giansenisti si caratterizzavano per la loro religiosità

austera e rigorosa, nemica delle esteriorità e avversa a ogni forma di compromesso, di

indulgenza e di lassismo, e si opponevano alla pratica, propria dei gesuiti, di attenuare e

modificare la norma morale in rapporto ai singoli casi (casistica). Nella polemica antigesuitica

si distinse lo scienziato e filosofo Blaise Pascal con le Provinciali, lettere scritte nel periodo in

cui era membro della più importante comunità giansenista, quella che si riuniva intorno al

convento femminile di Port-Royale. Luigi XIV intervenne più volte contro le monache di Port-

Royal, disperdendo definitivamente la comunità nel 1709. Nel frattempo, però, essa era

divenuto un attivissimo centro culturale e di opposizione politica. Il richiamo costante ai diritti

della coscienza, in opposizione all’autorità, aveva infatti trasformato il convento, sia per quanti

lo difendevano sia per gli oppositori, in una sorta di radicale alternativa al sistema di corte e

alle pratiche religiose ufficiali.

L’intervento dello Stato in materia ecclesiastica non era una novità in Francia: poggiava anzi

sulla lunga tradizione delle cosiddette «libertà gallicane», espressione che designava

l’autonomia da Roma del re di Francia soprattutto nella nomina dei vescovi e dei titolari dei

benefici ecclesiastici. Il gallicanesimo fu ribadito da Luigi XIV che fece approvare dal clero

francese un documento che affermava la superiorità del concilio sul papa.

Luigi XIV decise di riportare il paese all’unità in materia di fede. Questo atteggiamento

rispondeva a un insieme di motivi diversi: la convinzione del re che la Francia non avesse più

bisogno dell’alleanza internazionale dei principi protestanti si unì al desiderio di apparire, agli

occhi del mondo cattolico, come il campione della cristianità. Infine, Luigi subiva ormai

apertamente l’influenza della sua amante, la marchesa di Maintenon, che lo avviò, insieme al

suo confessore gesuita, verso atteggiamenti devoti e formalmente rispettosi del cattolicesimo

tradizionale. La persecuzione della dissidenza religiosa sembrava inoltre voler bilanciare la

politica gallicana. Fu favorita in ogni modo, anche con compensi in denaro e sgravi d’imposta la

«conversione» degli ugonotti. Nel 1685 fu revocato l’editto di Nantes attraverso la

promulgazione di un nuovo editto quello di Fontainbleau che di fatto espelleva i pastori

protestanti dalla Francia ma vietò ai fedeli di lasciare il paese. Nonostante i divieti, 2-300.000

ugonotti lasciarono il paese per rifugiarsi in Svizzera, Germania, Inghilterra, Olanda.

Gli ugonotti portarono all’estero le loro abilità e specializzazione tecnica ma da un punto di

vista del potere monarchico fu un trionfo, ovvero la dimostrazione che la minoranza religiosa

non era più in grado, come sarebbe successo in passato, di scatenare una guerra civile.

12.3 Mercantilismo e politica estera francese

Luigi XIV intervenne anche in molti settori dell’economia, estendendo il suo controllo

soprattutto alle attività manifatturiere e mercantili. Colbert fu l’ispiratore e l’artefice principale

di questo intervento che da lui prese il nome di colbertismo, la più completa realizzazione del

mercantilismo. Il mercantilismo fu al tempo stesso una teoria e una politica economica; come

teoria era fondato sulla convinzione che la ricchezza di uno Stato derivasse dalla quantità di

metalli preziosi presenti all’interno del paese; come politica economica mirava, grazie

42

all’intervento diretto dello Stato, ad accrescere il saldo attivo della bilancia commerciale

favorendo le esportazioni e penalizzando le importazioni.

Colbert patrocinò anche la fondazione di compagnie commerciali privilegiate e l’espansione

coloniale nelle Antille, in Africa e in India; istituì e protesse manifatture sovvenzionate dallo

Stato per la fabbricazione di beni di lusso destinati in gran parte all’esportazione; introdusse

una serie di pesanti controlli di uniformità che avrebbero dovuto agevolare lo smercio dei

prodotti. Contemporaneo al tentativo di sviluppo delle forze produttive fu il rafforzamento

dell’esercito che giungerà ad avere circa 300.000 soldati, di cui almeno 200.000 in servizio

permanente.

Il potenziamento dell’esercito fu posto al servizio di una politica di espansione volta

essenzialmente a sottrarre città e territori alla Spagna e all’Impero lungo i confini nord-

orientali. Nel 1665 salì sul trono di Spagna un bambino malaticcio, Carlo II, figlio di secondo

letto di Filippo IV. L’unica sopravvissuta dei figli di primo letto era Maria Teresa moglie di Luigi

XIV, il quale al momento del matrimonio aveva rinunciato a ogni pretesa ereditaria per ocnto

della moglie nei confronti della Spagna in cambio di una dote favolosa. Ma la dote non era mai

stata interamente versata e ora il re di Francia si sentiva svincolato dai patti a suo tempo

sottoscritti. Luigi XIV diede inizio ad operazioni militari volte a occupare parte dei Paesi Bassi

spagnoli. La guerra fu poco più di una parata scenografica, ma portò comunque alla conquista

di una serie di città della zona di confine, poi sancita dalla pace di Aquisgrana. Più impegnativa

fu la guerra contro le Province Unite. In una prima fase della guerra, la Francia ebbe l’alleanza

dell’Inghilterra e gli olandesi furono messi in grave difficoltà: per ostacolare l’avanzate

francese furono aperte le dighe e allagate ampie zone. Nel frattempo la flotta olandese riusciva

a sconfiggere i francesi e al potere tornarono gli Orange con Guglielmo III. Sotto la guida di

Guglielmo le Province Unite si fecero più audaci: ottennero qualche successo militare, ma

soprattutto riuscirono a coalizzare un’alleanza antifrancese che comprendeva, oltre ai principi

tedeschi, i due nemici tradizionali dell’Olanda, vale a dire l’Inghilterra e Spagna. La guerra

proseguì nei Paesi Bassi spagnoli, e nel Mediterraneo, dove i francesi sconfissero gli olandesi e

sostennero la rivolta autonomista antispagnola. Infine la pace di Nimega accontentava i due

maggiori contendenti a spese della Spagna: le Province Unite mantenevano intatto il loro

territorio e ottenevano l’abolizione definitiva della tariffa protezionista introdotta da Colbert; la

Francia annetteva la Franca Contea e alcune piazzeforti nei Paesi Bassi spagnoli. La politica

aggressiva di Luigi XIV proseguì negli anni successivi con una serie di ulteriori piccole

annessioni, tuttavia, con l’ascesa di Guglielmo d’Orange al trono d’Inghilterra, la situazione

internazionale risulterà profondamente modificata e la politica estera francese troverà nuovi e

più agguerriti avversari.

12.4 La guerra di successione spagnola e il nuovo assetto italiano

Nel 1686 si era costituita ad Augusta, in Germania una lega formata da Spagna, Impero,

Svezia e Olanda, per arginare le continue minacce francesi. Ma Luigi XIV, per nulla intimorito,

riprese l’espansione verso i Paesi Bassi e verso il Palatinato, dove le truppe francesi compirono

terribili devastazioni. La guerra della Lega d’Augusta si protrasse con andamento oscillante

per nove anni fino a che non si stabilì la restituzione di gran parte dei territori occupati dalla

Francia in Lorena e in Alsazia. Ma un conflitto di ben più vasta portata era destinato ad aprirsi

in relazione al problema della successione spagnola. Carlo II d’Asburgo-Spagna, non ancora

quarantenne, era in pessime condizioni di salute e non aveva eredi. Olanda, Inghilterra e

Francia, prevedendone la morte imminente, trovarono un accordo sulla spartizione del grande

impero spagnolo tra i possibili eredi, figli o nipoti delle due sorellastre del re di Spagna (Maria

Teresa sposa di Luigi XIV e Margherita Teresa sposa dell’imperatore Leopoldo I). Nel 1700,

alla morte di Carlo II, Luigi XIV scoprì con sorpresa che il nipote Filippo d’Angiò, era stato

nominato erede universale con la clausola che in caso di accettazione le due monarchie, di

Francia e di Spagna, rimanessero separate. Dopo qualche esitazione Luigi ritenne che Filippo

dovesse accettare la corona di Spagna alle condizioni previste dal testamento: e il nuovo re,

43

con nome di Filippo V, si insediò a Madrid. Ma nessuna potenza in Europa era disposta a dar

credito alla buone intenzioni del re di Francia. Il maggiore avversario era l’imperatore Leopoldo

I che aspirava per il figlio cadetto, l’arciduca Carlo d’Asburgo, all’intera eredità spagnola.

L’esercito degli Asburgo d’Austria, sotto il comando del brillante generale Eugenio di Savoia,

prese l’iniziativa in Italia, mentre la Baviera si alleava con Francia e Spagna. Nel 1702 il fronte

antifrancese schierava l’Impero, l’Inghilterra, le Province Unite ai quali si affiancarono in

seguito Prussia, Portogallo, Svezia e il duca di Savoia. La guerra di successione spagnola

combattuta in Italia, nei Paesi Bassi, in Germania e in Spagna registrò alcune battaglie decisive

ma nessuna veramente risolutiva, finché Luigi XIV, in un momento di difficoltà, iniziò le

trattative di pace. Ma le eccessive richieste degli avversari lo indussero a riprendere le ostilità.

Solo nel 1711 la guerra subì una svolta. L’arciduca Carlo, dopo la morte del padre ereditava i

domini asburgici e diveniva imperatore come Carlo VI, a questo punto una sua ascesa al trono

di Spagna avrebbe ricreato un impero di dimensioni pari, se non superiori, a quello di Carlo V:

una soluzione che nessuna potenza poteva auspicare. Contemporaneamente in Inghilterra i

tories, vincitori delle elezioni, erano favorevoli a porre termine a una guerra patrocinata dai

whigs e divenuta ormai estremamente costosa. Fu allora più agevole giungere alla pace, che

fu firmata da Francia e Spagna a Utrecht, nel 1713, con l’Inghilterra, l’Olanda e la Savoia, e

l’anno dopo con l’imperatore Carlo VI.

L’Inghilterra ottenne alcuni privilegi commerciali dalla Spagna e il riconoscimento delle

conquiste di Gibilterra e Minorca. Luigi XIV vide semplicemente riconosciuta l’attribuzione della

corona spagnola a Filippo V. I maggiori vantaggi territoriali spettarono all’Austria a spese della

Spagna: i Paesi Bassi spagnoli (odierno Belgio e Lussemburgo) divennero austriaci, ma fu

soprattutto l’assetto della penisola italiana ad essere profondamente modificato. Gli Asburgo

ottennero infatti la Lombardia e Mantova, il Regno di Napoli, la Sardegna e lo Stato dei presidi.

I Savoia videro premiata la loro politica opportunistica con l’acquisizione del Monferrato e

soprattutto la Sicilia (che portò loro il titolo regale).

12.5 La formazione della Prussia e il problema del Baltico

In Germania l’ascesa della Prussia, nel corso del XVII e XVIII secolo, presenta qualche analogia

con la vicenda dello Stato sabaudo, sia per i modi di formazione sia per l’importanza che

entrambi avranno nello sviluppo dei rispettivi Stati nazionali. Il nucleo originario della Prussia

era costituito dalla Marca del Brandeburgo. A metà del’600 la frammentazione territoriale

appariva come la principale caratteristica del principato elettorale; alla soluzione di questi

problemi attese con energia Federico Guglielmo il Grande Elettore. Iniziò con la formazione

di un esercito permanente, strumento indispensabile per trarre tutti i vantaggi possibili dai

conflitti europei del tempo. Riorganizzò in maniera efficiente il sistema fiscale e la burocrazia e

si inserì nella I guerra del Nord ottenendo la fine della dipendenza feudale della Prussia dalla

Polonia e il titolo di re di Prussia nel 1700. Il rafforzamento della Prussia non modificò le

direttrici dell’espansionismo svedese iniziato ai tempi di Gustavo Adolfo. Con la guerra del

Nord, la Svezia acquisì il controllo del Baltico e di commerci che da lì si stabilivano con il resto

d’Europa. Dall’area baltica giungevano infatti prodotti sempre più essenziali soprattutto per le

potenze marittime che vi trovavano materiali indispensabili alla costruzione delle loro navi:

legname, pece, canapa, ma anche cereali. La Svezia aveva così instaurato la sua egemonia sul

Baltico, dal momento che ne controllava sia le coste settentrionali che quelle meridionali. Alla

fine del secolo si affermò in Svezia il potere assoluto del sovrano, ma la II guerra del Nord

contro la Danimarca, Polonia e Russia segnò il ridimensionamento della potenza svedese.

12.6 La Russia di Pietro il Grande

Nel cinquantennio successivo alla morte dello zar Michele, fondatore della dinastia Romanov,

e soprattutto durante il regno del figlio Alessio si vennero accentuando alcuni tratti

caratteristici dell’organizzazione sociale russa. Il Codice del 1649 cercò di dare un ordine alla

società dividendola in tre ceti fondamentali:

 gli «uomini di servizio», fra cui la nobiltà al servizio dello Stato; 44

 gli «uomini del borgo», ossia mercanti e artigiani;

 gli «uomini del distretto», contadini servi e contadini liberi.

Il Codice definì il carattere permanente della servitù della gleba e abolì ogni limite temporale

al diritto dei proprietari di ricercare e perseguire i servi fuggiti. Pur ottenendo personalità

giuridica, i servi videro peggiorare le loro condizioni sempre più simili a quelle dei veri e propri

schiavi.

Questo generale irrigidimento della società diede luogo a episodi di malcontento e a rivolte

urbane e rurali. Le sollevazioni contadine non costituirono una reale minaccia per l’assetto

sociale, se non quando, furono innescate dalle rivolte dei cosacchi. Le tribù nomadi dei

cosacchi erano da sempre in contrasto con l’estendersi, nei loro territori, dei possessi della

grande nobiltà e delle strutture di controllo statale. Pur svolgendo compiti di difesa contro i

turchi e i tartari, i cosacchi miravano a mantenere la loro libertà di razziare lungo le grandi vie

fluviali del Volga e del Don. Dopo alcuni anni di razzie nella zona del Caspio, il capo cosacco

Stenka Razin si pose alla testa di una formazione ribelle e in breve tempo tutte le città e le

campagne del Volga erano insorte. Soltanto con grande difficoltà l’esercito regolare riuscì ad

avere ragione della rivolta. Nello stesso periodo la riforma della Chiesa russa portò ad uno

scisma tra Vecchi credenti e fedeli della Chiesa ufficiale. Dalla fine del ‘600, con il regno di

Pietro I il Grande, ebbe inizio un periodo decisivo per il rafforzamento dell’Impero russo sia

sul piano interno che internazionale. Figlio di Alessio, Pietro divenne zar a 10 anni, sotto al

reggenza della sorellastra Sofia. Esautorati Sofia e il fratello Ivan, il governo rimase nelle mani

dei nobili appartenenti alla famiglia della zarina Natalia, madre di Pietro. Frattanto il giovane

zar dotato di straordinaria energia e prestanza fisica si veniva formando a contatto con gli

occidentali che risiedevano in un sobborgo di Mosca. Per seguire questa sua vocazione, Pietro

si unì ad una numerosa spedizione che partiva per un viaggio di studio nell’Europa occidentale.

Rientrato per sedare un complotto della guardia imperiale e assunto direttamente il potere,

Pietro diede inizio al suo governo assoluto e autocratico senza più ostacoli e opposizioni di

sorta: obiettivo primario dello zar fu la trasformazione della Russia in un organismo militare e

statale in grado di confrontarsi con i paesi più progrediti. La necessità del rinnovamento

derivava, oltre che dalla passione tecnologica dello zar, da precise esigenze militari:

Fu migliorato l’armamento e vennero ampliate le basi di reclutamento con il contributo

 di tutti i ceti. Schiavi e vagabondi furono i primi ad essere arruolati. L’esercito non

ebbe più un’organizzazione territoriale, ma nazionale e ricevette un nuovo

addestramento.

Pietro dotò la Russia anche di una marina da guerra, indispensabile per operare nel

 Baltico.

Ispirato dall’assolutismo svedese e dal sistema fiscale francese Pietro trasformò

 l’organizzazione dello Stato e potenziò l’economia con interventi di tipo mercantilistico.

Nei confronti della Chiesa lo zar intervenne abolendo il patriarcato e affidando a un

 sinodo la guida della vita spirituale e il controllo delle proprietà ecclesiastiche.

Nel campo educativo Pietro promosse l’istituzione di scuole militari e di navigazione. La

 riorganizzazione ufficiale della cultura fu accompagnata da una duratura

europeizzazione delle élites, un processo che proseguirà negli anni successivi.

Pietro il Grande non riuscì tuttavia ad organizzare la sua successione, il che avrebbe provocato

numerosi complotti dopo la sua morte, avvenuta nel 1725. In quell’anno la Russia aveva

ormai acquisito, ai danni della Svezia, l’egemonia sul Baltico; nei decenni successivi avrebbe

orientato la sua espansione verso sud-ovest. 45

Cap. 13

L’Europa e il mondo

13.1 La diversità europea: strutture economiche, diritti di proprietà e tecnologie

Nella storia della civiltà occidentale l’Europa occupa un ruolo centrale. Ma proprio l’abbandono

del criterio eurocentrico può consentire una migliore comprensione delle diversità e

specificità della stessa storia europea.

Le origini della supremazia europea, le cui basi si posero tra ‘600 e ‘700 e che sarebbe durata

fino alla prima guerra mondiale, possono individuarsi in tre ordini di fattori, che mancarono

invece nei grandi imperi asiatici:

Lo sviluppo di un mercato libero e del capitalismo commerciale.

 La tutela dei diritti di proprietà.

 La superiorità tecnologica.

Per superiorità tecnologica si intende una maggiore capacità di sfruttamento dell’energia,

dell’acqua e del vento con le ruote idrauliche e i mulini; negli armamenti e nell’impiego delle

polveri da sparo; nell’arte della navigazione. Nonché una superiorità nel campo dell’ottica con

l’uso degli occhiali che facevano raddoppiare la vita lavorativa di chiunque svolgesse attività di

artigianato o copisti e più significativa ancora il monopolio europeo nella fabbricazione degli

orologi.

13.2 La crisi dell’impero ottomano e l’Europa

Dalla metà del ‘500 iniziò la decadenza dell’Impero ottomano. La crisi emerse anzitutto sul

piano istituzionale, con un indebolimento del potere centrale, mentre, per quanto riguardava le

attività economiche, l’impero continuò invece a mostrare una notevole vitalità. Nella seconda

metà del ‘600 furono tentate alcune riforme e vi fu una ripresa dell’espansionismo, che portò a

un periodo di guerre destinato a protrarsi fino alla fine del ‘700 (proprio le sconfitte subite in

Europa determinarono la crisi del sistema militare ottomano). Una riorganizzazione

istituzionale tentata al principio del ‘700 e conosciuta come il periodo dei tulipani finì col

provocare una sanguinosa rivolta. La tendenza all’occidentalizzazione infatti venne fieramente

ostacolata dai gruppi che se ne sentivano maggiormente minacciati. Era il caso dei

giannizzeri che, si erano trasformati da corpo militare scelto a potente associazione, i cui

membri praticavano il commercio e funzioni di polizia. La protesta dei giannizzeri alle riforme

occidentalizzanti fu appoggiata degli ulema (teologi e giuristi), che si consideravano i

depositari della tradizione islamica ottomana. L’opposizione conservatrice riuscì a coinvolgere e

a influenzare l’opinione dei ceti popolari e ne derivò una vera e propria ribellione dei ceti sociali

meno abbienti che fu duramente repressa. Lo sfaldamento delle istituzioni ottomane si aggravò

sempre di più, nonostante brevi fasi di ripresa. Dall’800 il declino ottomano fu inarrestabile.

13.3 L’india Moghul

Tra il XV e il XVII secolo India, Cina e Giappone subirono importanti trasformazioni politiche.

Nel 1526 gli afghani invasero l’India dando vita all’impero moghul, con una struttura sociale

di tipo feudale con una aristocrazia opulenta, che derivava i suoi poteri dal sultano. Le attività

artigianali erano molto sviluppate, nonostante tecniche di lavorazione arretrate e un sistema di

produzione particolarmente dispersivo. L’industria tessile ad esempio, era in grado di far fronte

in ogni momento alla crescita della domanda, grazie all’enorme diffusione di centri artigianali e

al lavoro di migliaia di tessitori che si spostavano di città in città. La convivenza fra la cultura

islamica e quella indù fu invece piuttosto difficile. L’islamismo e l’induismo, oltre ad essere

rispettivamente l’una la religione degli stranieri invasori e l’altra quella della popolazione

dominata, erano espressioni di due diverse visioni del mondo: li separavano tutte le più

importanti regole di vita, dalle tradizioni matrimoniali a quelle alimentari. Persino il modo di

onorare i morti era diverso. Inoltre, il concetto islamico di proselitismo risultava

incomprensibile agli indù. Dall’altra parte i musulmani inorridivano di fronte al sistema indù

delle caste. I difficili rapporti tra le due culture furono parzialmente sanati durante il regno di

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Akbar, uno tra i più grandi imperatori moghul. La politica di Akbar fu ripresa in parte dai suoi

successori che riuscirono a confermare e consolidare le conquiste dell’Impero. Questo difficile

processo di pacificazione interna venne però bruscamente interrotto dalla politica intollerante

dell’ultimo imperatore moghul, che da osservante fino al fanatismo della religione musulmana,

revocò tutte le leggi emanate a favore degli indù e ciò portò alla disgregazione dell’impero e

alla formazione di Stati regionali indù in continua ostilità tra loro.

13.4 La Cina dei Qing

Nel corso della sua millenaria storia, scandita dal dominio di secolari dinastie, la Cina conobbe

diverse dominazioni straniere. Solo nel XIV secolo si affermò la dinastia nazionale Ming che

governò fino all’ultima invasione di nomadi, provenienti dalla Manciuria. I mancesi erano una

popolazione nord-orientale che, nella seconda metà del ‘500 creò un potente regno, guidato

dalla dinastia Qing. Dopo un primo periodo caratterizzato da una politica repressiva, anche i

mancesi vennero assorbiti dalla cultura e dalla civiltà cinese, soprattutto riguardo alle forme di

governo (incentrato sul ceto dei burocrati-letterati). Nel periodo Qing si verificò un grande

sviluppo demografico e una notevole prosperità nelle campagne. Il ceto mercantile non ebbe

tuttavia in Cina uno sviluppo paragonabile a quello verificatosi in Europa. Un ostacolo rilevante

all’ascesa e al riconoscimento sociale era frapposto non tanto dalla tradizionale collocazione dei

mercanti nell’ordine più basso della società, quanto dal predominio esercitato dal ceto dei

letterati-burocrati (la cui più alta espressione erano i mandarini), che temeva di veder

diminuito il proprio potere e prestigio. Durante il regno di Kangxi, forse il più grande

imperatore Qing, fu rafforzata la burocrazia tradizionale e i rapporti con l’élite dei letterati-

burocrati, dimostrandosi attento alle loro esigenze e condividendo con loro il confucianesimo,

l’ideologia cardine del sistema burocratico. L’atteggiamento conciliante dell’imperatore si

manifestò anche nei confronti delle altre religioni, tra cui il cristianesimo. In particolare in Cina

erano presenti, presso la corte imperiale, i gesuiti, apprezzati soprattutto per la loro grande

cultura scientifica. I padri gesuiti di contro, accettavano la «sinizzazione»* di alcuni aspetti del

cattolicesimo (calendario, festività), rinunciando anche agli abiti di foggia occidentale per

uniformarsi a quelli della corte, e tolleravano che molti nuovi cristiani continuassero a venerare

Confucio, l’imperatore e gli antenati.

I contatti con l’Europa avvennero anche attraverso il commercio. Gli scambi tra Cina e Europa

erano intensi, ma quasi ad esclusivo vantaggio del grande Impero che esportava in Occidente

tè, sete, porcellane, carta e medicinali. Infatti la Cina era un paese sostanzialmente

autosufficiente tanto dal punto di vista delle materie prime che dei prodotti finiti. Se la Cina

regolava con prudenza i rapporti con la cultura europea l’Occidente al contrario subì

interamente il fascino dell’antica civiltà cinese. Ben presto la corte francese e quelle di tutta

Europa amarono circondarsi di oggetti provenienti dalla Cina, o più spesso prodotti a

imitazione di quelli originali (le cosiddette cinesirie). L’attenzione per la Cina fu tuttavia

espressione più di curiosità per l’esotico che di vero interesse. Soltanto i missionari, infatti,

cercarono di comprendere a fondo la complessa e affascinante civiltà cinese.

13.5 Il Giappone Tokugawa

Verso la metà del ‘500 la situazione interna giapponese, caratterizzata da un’infinità di domini

e dal parallelo indebolimento del loro legame con l’imperatore e lo shogun, il comandante in

capo, si modificò grazie all’introduzione delle armi da fuoco, che favorirono un processo di

concentrazione del potere. Tale processo culminò nel 1600 con la nomina a shogun di

Tokugawa, che diede vita a una dinastia che avrebbe governato il Giappone per 250 anni. Nel

periodo Tokugawa, fu colpita la vecchia struttura feudale, furono garantiti la pace e l’ordine

interni, furono eliminati quasi interamente i contatti con il mondo esterno; tuttavia il paese

godette di un notevole sviluppo economico e di una elevata urbanizzazione dovuta al costante

movimento di persone e di merci che determinò anche il miglioramento della rete stradale fra

la capitale e le province.

* processo propagandistico, militare e culturale attraverso il quale

diventano cinesi i territori di cultura e tradizione diversa. 47

13.6 Gli europei in Asia

Fino al XIX secolo la presenza dell’Europa in Oriente fu soprattutto commerciale. Alla metà del

‘600 l’olandese Compagnia Unificata delle Indie orientali, che agiva anche come

rappresentante dello Stato olandese, soppiantò l’egemonia commerciale portoghese,

controllando per mezzo secolo il traffico delle spezie.

Anche l’inglese Compagnia delle Indie orientali adottò la politica accorta degli olandesi di

non entrare in conflitto con le autorità dei paesi con i quali operavano. Verso la fine del XVIII

secolo, la Compagnia inglese scalzò a sua volta l’egemonia commerciale olandese, e dopo un

lungo conflitto con la Francia, trasformò le basi commerciali in India in un possedimento

coloniale. Si creò una situazione anomala: ad avere infatti il domino effettivo di territori così

vasti e popolosi, erano i funzionari di una società commerciale privata, che misero in atto un

sistema di governo basato su diffusi fenomeni di sfruttamento e di corruzione. Solo

successivamente fu la corona britannica ad assumere il controllo diretto dell’India. Alla fine del

XVIII secolo, i domini britannici in Oriente si estesero fino al cosiddetto «continente

nuovissimo»: ciòè a quelle terre che, erano conosciute come Nuova Olanda. Dopo che il

capitano Cook ebbe esplorato nel 1770 le coste orientali dell’Australia, gli inglesi si

stabilirono in alcune zone costiere, creando successivamente colonie di popolamento.

13.7 L’America spagnola e portoghese

Nell’America spagnola il consolidamento del dominio coloniale avvenne prima che in quella

portoghese. L’impero coloniale della Spagna era governato da viceré, cui si affiancavano le

audiencias (formate da magistrati). I funzionari di grado più elevato provenivano tutti dalla

madrepatria: ad essi era vietato acquistare case e proprietà o sposare donne del luogo.

L’obiettivo era quello di evitare collusioni di interessi con gli spagnoli nati in America (i creoli)

e in genere ogni iniziativa di natura economica che potesse ridurre l’autonomia e il prestigio

della carica. In realtà, innumerevoli furono i modi per eludere queste disposizioni e tramutare

le cariche oltremare in fonti di guadagno.

L’organizzazione amministrativa del Brasile portoghese invece, fu più tarda e graduale,

iniziando nel ‘600 sul modello spagnolo. Nel corso del ‘600 e ‘700 il Brasile mostrò un notevole

dinamismo, espandendo i suoi confini. Alla fine del XVIII secolo i confini del Brasile avevano

raggiunto le Ande e la sua superficie di 8,5 kmq superava quella di tutta l’America meridionale

spagnola. Ma l’aspetto forse più significativo della colonizzazione del Brasile è che i portoghesi

misero in atto su quelle terre il sistema produttivo fondato sulle piantagioni di canna da

zucchero e sul lavoro degli schiavi neri.

13.8 Lo Stato cristiano-sociale dei gesuiti

Un’esperienza unica nella colonizzazione americana fu quella realizzata dai gesuiti nel

Paraguay dove, nel ‘600, costituirono comunità di indios, le riduzioni, organizzate su princìpi

di eguaglianza sociale e comunità dei beni, al fine di dar corpo ad una repubblica cristiana dove

i princìpi evangelici venissero concretamente vissuti.

Le riduzioni gesuite furono per oltre un secolo e mezzo un grandioso esperimento «culturale»

e sociale. Un esperimento che mirava non solo a convertire al cristianesimo popolazioni

primitive, ma anche a educarle al lavoro agricolo e artigianale. L’addestramento al lavoro non

fu forzato, ma seguì le vie della competizione e del gioco; giocavano inoltre a favore dei gesuiti

fattori magici e rituali che consentivano loro di mantenere un rigido controllo sulle comunità

indigene. Obiettivo e condizione di sopravvivenza delle riduzioni era tenerle lontane dalla

«civiltà» e controllarne le relazioni umane e commerciali. Questo filtro e questa mediazione

suscitarono presto l’ostilità dei coloni europei delle zone costiere, che vedevano ostacolati i

propri metodi di impiego della manodopera e le proprie regole di mercato. Quando nel 1750 la

Spagna cedette al Portogallo i territori del Paraguay dove erano situate le riduzioni, gli indios

opposero un resistenza armata. Questo fatto, unito all’avversione per i gesuiti, fornì al primo

ministro portoghese il pretesto per la chiusura delle riduzioni. Due anni dopo tutti i gesuiti

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furono espulsi da tutti i territori portoghesi e spagnoli, chiuse le missioni, si concluse così

questo singolare tentativo di «acculturazione».

13.9 Metalli preziosi, piantagioni e schiavi

Nell’economia del Nuovo Mondo un ruolo decisivo aveva avuto fin dall’inizio lo sfruttamento

delle risorse di metalli preziosi inviati in Europa. Nel ‘500 con la coltivazione della canna da

zucchero in Brasile, iniziò il sistema delle piantagioni. Per la coltivazione della canna sono

necessari un clima caldo-umido, energia idrica o animale, legname, capitali per i mulini di

spremitura e una larga disponibilità di manodopera. I portoghesi disponevano dei limitati

capitali occorrenti per le macchine o potevano contare su anticipi dalla madrepatria e Brasile

forniva tutto il resto, ma non la manodopera. Gli indios infatti erano stati decimati e quelli

sopravvissuti erano considerati troppo ostili e inadatti al lavoro. Così cominciarono ad essere

importati schiavi neri dall’Africa. Gli schiavi erano in primo luogo vittime delle guerre fra gli

«Stati» africani o fra le tribù, conflitti ai quali si associavano spesso gli europei. Era proprio il

loro status di prigionieri di guerra a giustificarne la schiavitù. Non furono gli europei a

introdurre la schiavitù, che era invece un’istituzione diffusa in Africa e tenuta viva dalla

domanda del mondo arabo. Gli europei diedero una nuova ampiezza a questo mercato

tradizionale, offrendo, in cambio degli schiavi, prodotti molto richiesti e di prestigio. I

portoghesi imbarcavano schiavi in Africa, li vendevano in America e riportavano in Europa le

navi cariche di zucchero o di melassa. Così i traffici legati allo zucchero si configuravano come

un commercio triangolare. L’economia delle piantagioni fondata sul lavoro degli schiavi,

presto si diffuse dal Brasile al altre zone, fino a raggiungere l’America del nord. Data l’elevata

mortalità degli schiavi nelle piantagioni la manodopera nera andava continuamente rinnovata.

La forzata immigrazione degli africani non solo produsse durature trasformazioni nelle strutture

economiche e sociali, ma diede luogo ad una vera e propria rivoluzione etnica e

demografica che fece sì che agli inizi dell’800 in Brasile, i neri di origine africana erano il

ceppo più numeroso.

13.10 Olandesi, francesi e inglesi in America

Lo sfruttamento monopolistico delle ricchezze del Nuovo Mondo prevedeva che le colonie

spagnole in America potessero avere relazioni commerciali solo con la madrepatria. Questo

sistema chiuso fu costantemente attaccato dalla pirateria e dal contrabbando. Le numerose

isole delle Grandi e Piccole Antille costituivano punti di appoggio ideale per le azioni dei

contrabbandieri e dei pirati. Gli spagnoli non furono in grado di controllare se non le maggiori

delle Antille (Cuba e Santo Domingo) e anche queste solo in parte. Nel corso del ‘600 olandesi,

inglesi e francesi si insediarono stabilmente in questa area. L’iniziativa fu come sempre affidata

alle compagnie commerciali. Se l’espansione nelle Antille fu legata alle occasioni della lotta

contro il monopolio commerciale spagnolo e trovò rapidamente le ragioni del suo sviluppo nel

sistema di piantagioni, i possessi inglesi e francesi in America settentrionale seguirono invece

tempi ed itinerari diversi. Gli inglesi che erano da tempo insediati lungo le coste atlantiche,

rafforzarono i loro insediamenti a sud e a nord, subentrando agli olandesi. Nelle singole colonie

si nominarono i governatori e i pubblici funzionari. Più controllate dal governo centrale e più

legate alla monarchia furono le colonie che la Francia possedeva nell’America del Nord, nei

territori del Canada. La presenza francese in Canada fu sempre numericamente molto limitata

a causa del divieto di immigrazione per gli ugonotti, tuttavia le basi francesi più importanti

furono quella del Québec e quella di Montréal. Il governatore francese in Canada, Frontenac

immaginò di costituire, tramite un’alleanza con gli indiani dei Grandi Laghi e attraverso il

controllo del Mississippi, un blocco che impedisse l’avanzata inglese. Inizialmente considerata

folle, l’impresa di Frontenac apparve invece realistica durante la guerra di successione

spagnola che vide contrapposte Francia e Inghilterra. Nell’inevitabile scontro che si ebbe

anche in territorio americano, i francesi riuscirono a fronteggiare gli inglesi. Così la Francia, se

con la pace di Utrecht dovette rinunciare a Terranova ma riuscì però a conservare il Canada e il

vasto bacino del Mississippi ribattezzato Louisiana in onore di Luigi XIV. 49

13.11 Il commercio atlantico e la supremazia inglese

Nel ‘700 si affermò la supremazia inglese nell’America del Nord e nel commercio atlantico. Nel

1713 l’Inghilterra, che era diventata la prima potenza commerciale, ottenne il monopolio del

commercio con gli schiavi con le colonie spagnole. Con la guerra dei Sette anni gli inglesi

acquisivano Canada e parte della Louisiana (dalla Francia), e la Florida (dalla Spagna). I

possedimenti francesi in America si riducevano così alle sole Antille. L’Atlantico era ormai

sempre più un mare inglese. Ma di lì a pochi anni l’Inghilterra avrebbe dovuto affrontare

l’inevitabile conflitto con le colonie americane in grado di esercitare nel commercio

interamericano un ruolo alternativo a quello inglese.

13.12 Espansione europea e imperialismo ecologico

Si è molto discusso in questi anni sul contributo delle economie periferiche allo sviluppo

dell’Europa e in particolare alla nascita del capitalismo industriale. Appare decisiva la

conquista dei mercati mondiali realizzata dall’espansione europea nei secoli XVII e XVIII;

mercati nei quali trovarono sbocco i due successivi sistemi di produzione europei, quello

fondato sull’industria a domicilio e quello fondato sulla fabbrica. Fu lo sviluppo economico

basato su questi sistemi produttivi ad accentuare le differenze fra l’Europa e i grandi imperi

asiatici. Un aspetto meno noto e in genere trascurato del grande processo di espansione

europea è quello relativo alla sua dimensione ecologica e in particolare si parla di vero e

proprio imperialismo ecologico. Gli agenti di questo imperialismo furono in primo luogo i virus e

i batteri delle malattie europee che si diffusero non solo dove il contatto con le popolazioni

indigene ere costante, come in Messico e Antille, ma anche dove fu più occasionale e limitato

come presso gli indiani del Nord America. L’affezione più letale fu il vaiolo, ma si rivelarono

micidiali gran parte delle malattie infettive degli europei come il morbillo.

Paragonabili ai batteri per la loro straordinaria capacità di riprodursi furono le erbe infestanti di

origine europea. Nelle zone a clima temperato i semi portati dal vento crearono sterminate

distese di trifoglio, piantaggine, gramigna ecc. Nonostante il nome, la loro funzione è tutt’altro

che negativa, esse, anzi, proteggono il suolo dall’inaridimento e rinnovano il manto erboso.

L’America, l’Australia e la Nuova Zelanda non conoscevano i cavalli, i bovini, le pecore, le capre

e i maiali: tutte queste specie si diffusero velocemente, soprattutto allo stato brado.

Fattori climatici e ambientali simili a quelli europei, uniti alla scarsità e debolezza delle

popolazioni indigene, favorirono la dilagante emigrazione europea a partire dai primi decenni

del XIX secolo nelle zone temperate a nord e a sud dei tropici.

Il segno compiuto di questo imperialismo ecologico, che unì microbi, piante, animali e uomini

europei, è rappresentato dal fatto che oggi tra i maggiori esportatori di derrate alimentari di

origine europea si annoverano proprio quei paesi che cinque secoli fa non conoscevano né gli

animali tipici delle forme di allevamento europeo, né i cereali del Vecchio continente

(frumento, orzo, segale). Cap. 14

Guerre ed egemonia nell’Europa del ‘700

14.1 Sistema internazionale e rapporti di forza

Fra il 1700 e il 1763 emerse e si accentuò, come abbiamo visto, un conflitto su scala

mondiale tra Inghilterra e Francia. Un conflitto per predominio commerciale, che nel corso del

secolo si trasformò progressivamente in lotta per i possessi territoriali in America

settentrionale e in India; un confronto che è chiamato dagli storici americani la seconda guerra

dei Cent’anni. La sconfitta francese e l’affermarsi dell’egemonia coloniale inglese furono

accompagnati dalla definitiva esclusione dei paesi iberici dalla competizione. Il Portogallo era

divenuto largamente indipendente dall’Inghilterra per l’importazione di prodotti manifatturieri,

che compensava con l’esportazione di vini sul mercato inglese; la Spagna, oltre ai privilegi

commerciali, aveva dovuto cedere all’Inghilterra l’isola di Minorca nelle Baleari e soprattutto

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Gibilterra. Se al rivalità oltremare tra Francia e Inghilterra fu un elemento decisivo per tutta

la successiva storia non solo europea, i contrasti e le guerre che caratterizzarono l’Europa

furono scatenati da motivazioni e occasioni di altra natura. L’Inghilterra infatti, perseguì una

politica mirante sostanzialmente a difendere la situazione consolidatasi dopo la guerra si

successione spagnola e tutelò quindi il principio dell’equilibrio fra potenze. La Francia invece,

pur impegnata oltremare cercò soprattutto di mantenere e consolidare il suo ruolo di rincipale

potenza continentale.

Le guerre verificatesi in Europa dopo il 1714 trovano una spiegazione in un contesto

geopolitico. Un arco di aree forti (cioè di comunità statali definite e consolidate: Spagna,

Francia, Portogallo, Province Unite, Inghilterra, Stati Scandinavi, Russia) che chiudeva due

grandi aree deboli: il bassopiano tedesco-polacco e la penisola italiana. Profondamente legata

a queste due ultime aree, l’Austria non era però in grado di esercitarvi pienamente il proprio

controllo. I grandi conflitti europei del ‘700 sono, dunque, solo superficialmente spiegabili alla

luce dei problemi di successione dinastica che, in realtà, furono solo pretesti per giustificare le

iniziative delle grandi potenze. Per evitare ciò, già dal 1713 l’imperatore Carlo VI si adoperò

per ottenere il riconoscimento della “prammatica sanzione” che assicurava la successione

anche alle figlie femmine.

14.2 Guerre e spartizioni

Già nel 1720, pochi anni dopo la conclusione della guerra di successione spagnola, si

registrarono i primi mutamenti di sovranità territoriale. Una nuova contesa internazionale ebbe

inizio nel 1733, legata al problema della successione in Polonia. Nato nell’Europa centro-

orientale, questo conflitto portò profonde modifiche soprattutto nella penisola italiana:

l’apparente contraddizione va ricondotta a quanto detto sull’esistenza di zone deboli, aperte

alle scorrerie e alle contestazioni fra le potenze. Per comprendere a fondo la politica austriaca

di questi anni va ricordato che Carlo VI con la prammatica sanzione aveva modificato le regole

tradizionali di successione della Casa d’Austria ammettendovi anche le figlie femmine. Si

trattava di evitare quanto era accaduto agli Asburgo di Spagna. E si rivelò una saggia cautela,

perché presto l’imperatore non poté contrare su eredi maschi. Da allora l’obiettivo principale di

Carlo VI divenne quello di ottenere il riconoscimento della prammatica sanzione da parte delle

maggiori potenze.

In realtà il problema della successione in assenza di eredi diretti costituì soprattutto un

pretesto per scatenare conflitti di egemonia in Europa. Non è un caso infatti che nessuno

Stato, per quanto potente, fu in grado di interferire realmente nei complessi problemi della

successione inglese. Nel 1733 concrete rivalità furono dunque riattivate nell’Europa

continentale dalla questione polacca. Secondo il particolare sistema vigente in Polonia i re

venivano eletti dall’assemblea dei nobili. L’elezione a grande maggioranza di Leszczynski,

candidato della Francia e suocero di Luigi XV, determinò l’intervento russo che impose

l’elettore di Sassonia, Federico Augusto, sostenuto anche dall’Austria.

La guerra che ne seguì tra Francia, Spagna e Savoia, da una parte, e Austria dall’altra, si

svolse prevalentemente in Italia. Tuttavia poco dopo l’inizio del conflitto la Francia raggiunse

un accordo con l’Austria e la pace, stipulata a Vienna determinò nuove modifiche in Francia e

in Italia. Al Leszczynski come compenso per la rinuncia alla Polonia fu assegnato il Ducato di

Lorena, il duca Francesco Stefano di Lorena fu compensato con il Granducato di Toscana, Carlo

di Borbone ottenne il Regno di Napoli e la Sicilia. L’Austria vide riconosciuta dalla Francia la

prammatica sanzione.

Due nuove dinastie si installarono in Italia: i Borbone a Napoli e i Lorena in Toscana. Poco dopo

la morte di Carlo VI d’Asburgo e l’ascesa al trono della figlia Maria Teresa, il giovane re di

Prussia invase il territorio austriaco determinando un’altra guerra. Il fattore nuovo in questo

caso fu l’espansionismo prussiano. La guerra che si combatté anche in Italia si concluse con la

pace di Aquisgrana che portò l’Austria ad avere il riconoscimento definitivo della prammatica

sanzione. Per l’Italia iniziò un lungo periodo di pace e di stabilità politica che si sarebbe

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere classiche
SSD:
A.A.: 2014-2015

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