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Riassunto riforma protestante ed eresie nell'Italia del Cinquecento

Capitolo primo: Alle origini della crisi religiosa

La diffusione in Italia delle eresie d’oltralpe è attestata con notevole precocità. Già all’indomani dell’affissione delle tesi di Wittenberg del 1517 si leggevano i libri di Lutero, le cui idee e dottrine si intrecciavano con specifiche eredità culturali e tensioni religiose presenti nel mondo urbano della penisola. Tra 400 e 500 l’istituzione ecclesiastica era precipitata in una grave crisi: veniva fornita sempre nuova linfa alla polemica contro l’ignoranza e la corruzione del clero, l’abbandono di ogni regola e disciplina religiosa nei monasteri e nei conventi, lo scandaloso cumulo di pensioni.

Anche un laico tutto d’un pezzo come Francesco Guicciardini desumeva da questa realtà l’amara riflessione autobiografica secondo cui, se non fosse stato indotto dal suo “particulare" a impegnarsi per “la grandezza” dei pontefici, avrebbe amato Martin Lutero come se stesso. Non diverso è il giudizio di Machiavelli secondo il quale gli italiani avevano “con la Chiesa e con i preti questo primo obligo: di essere diventati senza religione e cattivi”.

L’appannarsi dell’autorità morale e magisteriale della Chiesa, la sua progressiva politicizzazione nello scontro in atto tra le grandi potenze europee per il controllo degli Stati italiani, l’incapacità di realizzare una riforma sempre promessa e sempre rinviata sollecitavano la curiosità e interesse per i molteplici messaggi religiosi che si intersecavano e sovrapponevano in tutta Europa. Da questo bisogno di trovare risposte credibili alle angoscianti domande sul destino ultraterreno del cristiano scaturiva uno spirito di apertura e di ricerca.

Tutto ciò consente di capire come l’appello erasmiano a un cristianesimo ricondotto alla sua sostanza anzitutto morale e l’annuncio luterano all’interiore libertà di ogni credente in virtù della giustificazione per sola fede potessero innestarsi concordi su questo terreno.

Con livelli di consapevolezza diversi, con modalità ed esiti vari e variamente motivati, con scansioni cronologiche e geografiche molto articolate, non pochi, anche in Italia, avrebbero cercato nella direzione indicata da Erasmo, da Lutero, da Zwingli e poi da Melantone, da Butzer, da Calvino l’individuale e collettiva renovatio invocata dagli umanisti, reclamata dai pulpiti delle chiese da infiammati predicatori, prima fra tutti Girolamo Savonarola, che infatti potrà apparire in futuro come “il Lutero d’Italia”.

E non v’è dubbio che l’intrecciarsi della crisi spirituale e morale della Chiesa con la crisi istituzionale degli Stati costituisca un elemento specifico della storia religiosa dell’Italia cinquecentesca, che contribuisce a spiegare il clima di tensione collettiva che accolse gli echi della protesta luterana e dei grandi rivolgimenti europei che la accompagnarono.

Lente e del tutto inadeguate furono del resto le prime reazioni cattoliche agli scritti del riformatore sassone, attente solo alla difesa dell’autorità papale e del tutto incapaci di scorgere le radici profonde delle inquietudini, dei risentimenti, delle esigenze religiose che stavano alla base di un consenso che dalla lontana Sassonia sembrava dilagare inarrestabile da un paese all’altro, anche in virtù della straordinaria velocità impressa alla diffusione delle idee dal perfezionamento dell’arte della stampa.

Sin dall’inizio degli anni 20 le opere dei grandi riformatori circolarono largamente al di qua delle Alpi, dapprima nelle edizioni originali ma ben presto anche in traduzioni destinate al pubblico italiano e stampate a volte da intraprendenti tipografi veneziani. All’inizio del 1524 una breve papale sollecitava il vescovo di Trento, porta d’Italia nei traffici con il mondo tedesco, a far ricercare e dare pubblicamente alle fiamme i libri luterani. Disposizioni analoghe vennero allora trasmesse a Venezia, a Brescia, a Verona, a Milano, a Lucca, a Napoli.

Le severe condanne ufficiali e i primi pur incerti provvedimenti repressivi varati dall’autorità ecclesiastica non tardarono peraltro a suggerire i cauti accorgimenti di un fiorente mercato clandestino (libri anonimi e senza indicazioni di stampa, le false attribuzioni, i più o meno trasparenti pseudonimi). Nel ’19 da Basilea l’editore Iohannes Froben era in grado di informare Lutero della richiesta di sue opere da parte di un libraio pavese, e ancora nel ’40 Melantone si compiaceva del fatto che ogni anno biblioteche intere di libri eterodossi potessero essere trasferite e vendute in Italia.

La crisi d’autorità della Chiesa e il disorientamento dei suoi vertici, l’intersecarsi di messaggi religiosi diversi, le aspre difficoltà del presente e le speranze di riforma diventavano stimolo a una riflessione autonoma e inducevano la gente comune, artigiani, bottegai, mercanti, studenti, medici, ma in qualche caso anche “gentiluomini” a immergersi nella lettura di San Paolo o di sant’Agostino, a sforzarsi di “cognoscere con studiar la sacra Scriptura”.

Alla propaganda eterodossa promossa dai pulpiti negli anni 30 ad opera di frati sospetti che rivolgevano ai laici una predicazione basata sui testi evangelici, stimolandone la curiosità e orientandone il giudizio si collegò, come si è visto, la circolazione degli scritti riformatori. Nel decennio successivo, nonostante l’affannoso tentativo delle autorità ecclesiastiche di porre un argine con proibizioni e roghi, essi verranno affiancati e sostituiti da testi in volgare, ma anche scritti di autori italiani, come le Prediche di Bernardino Ochino o di Giulio da Milano, il Beneficio di Christo, il Pasquino in estasi, la Tragedia del libero arbitrio, la miriade di opuscoli polemici e opuscoli propagandistici pubblicati dall’ex vescovo di Capodistria Pier Paolo Vergerio dopo la sua fuga del 1549.

L’uso del volgare comportava dunque l’abbattimento di una barriera linguistica volta a tutelare l’esclusivo dominio dei chierici sulle questioni della fede e apriva un fronte di lotta all’eresia nuovo e in parte inatteso, non più confinabile nel recinto chiuso delle aule universitarie, degli Studi monastici. Esso chiamava in causa altri interlocutori e comportava quindi altre forme di comunicazione, tanto più significative in quanto tali da investire non solo il terreno tradizionale dell’indignazione morale e dello scherno anticlericale ma anche delicati problemi teologici, discussi con piena consapevolezza delle loro implicazioni.

Denso di significato in tale prospettiva risulta il caso del pellicciaio bassanese Domenico Cabianca, impiccato nel 1550 a Piacenza in quanto ritenuto colpevole di aver proferito eresie davanti a un largo pubblico nel corso di una predica che egli, semplice laico, aveva avuto la sfrontatezza di pronunciare con un cappello da prete in testa, a indicare la dottrina del sacerdozio universale dei credenti. Le stesse traduzioni della Bibbia, il dilagare delle discussioni religiose e teologiche, l’inaudito arrogarsi da parte di tutti di parlare di cose di tanta importanza, avrebbe imposto come inevitabile, almeno per qualche decennio, l’impegno di misurarsi con l’eresia “in linguaggio materno et nostrano”, adattandosi alla “poca capacità” dei “simplici”.

Il diffondersi del “morbo” ereticale tra chierici e laici, tra uomini e donne, tra nobili e artigiani, fino a contaminare in qualche caso la stessa “plebe” delle campagne, sembrò per un momento, in nome di una ritrovata identità religiosa e di un comune ideale di rinnovamento cristiano, infrangere barriere sociali e ruoli istituzionali destinati invece e consolidarsi e irrigidirsi lungo tutto l’arco del secolo.

Capitolo secondo: La “porta” della Riforma: Venezia

Vero e proprio nodo della propaganda eterodossa in Italia fu Venezia, con i suoi tipografi avidi di novità, i suoi mercanti in rapporto con mezzo mondo. Già nel ’20 un francescano tedesco che insegnava nella città lagunare informava Giorgio Spalatino, predicatore dell’elettore di Sassonia, del fatto che vi si potevano acquistare opere di Lutero. Se l’Opera divina della cristiana vita, traduzione del De libertate cristiana, è priva di ogni indicazione tipografica che consenta di individuarne il luogo di stampa, sempre a Venezia apparve nel ’32 un libro di evidente ispirazione protestante come l’Unio dissidentium (di Hermann Bode) e poco dopo la versione dei Loci comune (1521) di Filippo Melantone, compiuta dal modenese Ludovico Castelvetro con il titolo I principii de la theologia. Non stupisce dunque che un breve papale del 16 febbraio di quell’anno esortasse a stroncare il fiorente commercio di scritti eterodossi che da tempo “occulta fraude” si svolgeva sulle rive della laguna.

Orgogliosamente legate a una secolare tradizione storica ricca di connotazioni peculiari anche sul terreno religioso almeno fino agli anni 40 le autorità della repubblica si astennero da affrettate condanne e interventi repressivi, offrendo quindi alle nuove dottrine ampi spazi di circolazione. Nel marzo del ’28 lo stesso Lutero aveva comunicato al governo della Serenissima il suo compiacimento per l’accoglienza accordata all’autentica parola di Dio, e nell’agosto del ’30 un prete padovano, Lucio Paolo Rosello (poi processato nel ’51), aveva esortato Melantone e proseguire energicamente lungo la strada aperta dalla Riforma. Lo stesso Melantone auspicava che le supreme autorità della repubblica volessero contribuire al rinnovamento religioso in corso, schierandosi contro la tirannia papale.

Il fatto che anche arrotini, liutai, pollivendoli, sarti fossero in grado di comprare e diffondere libri ereticali consente di comprenderne come quelle esigenze di verifica e confronto, quelle speranze di un rinnovamento capace di restaurare la purezza del cristianesimo primitivo, quel bisogno di riscoperta di una verità troppo a lungo celata e financo tradita offrissero per qualche tempo anche alle classi subalterne spazi di libertà e di emancipazione, destinati poi a esaurirsi con il rigoroso disciplinamento normativo che contrassegneranno l’età post-tridentina.

Anche in questa prospettiva deve essere valutato il severo decreto con cui, riferendosi esplicitamente ai molti laici che ardivano occuparsi di cose che non li riguardavano, Girolamo Aleandro (messaggero pontificio) comminava allora la scomunica contro chiunque si fosse arrogato il diritto di leggere la Sacra Scrittura senza le debite autorizzazioni.

Proprio a Venezia tra il 1530 e il 1532 era apparsa la traduzione italiana della Scrittura dell’esule fiorentino Antonio Brucioli, in seguito più volte processato per le dottrine calviniste propagandate nei suoi libri e nelle sue edizioni. Qualche sporadico episodio attesta il travalicare della propaganda eterodossa anche nelle campagne. Non è un caso naturalmente che nell’ambito di questi gruppi sociali potesse diffondersi un radicalismo dottrinale che rischiava talvolta di assumere connotati eversivi anche dal punto di vista sociale, evocando il modello egualitario del Christus pauper e della primitiva comunità apostolica: elemento questo non trascurabile per comprendere il progressivo irrigidimento delle autorità politiche a partire dagli anni 50.

I provvedimenti repressivi emanati negli anni 30 restarono tuttavia sconnessi e sostanzialmente inefficaci in assenza di un'adeguata iniziativa da parte della curia romana, che si farà ancora attendere alcuni anni. La Riforma parve dunque continuare a raccogliere nuovi adepti in terra veneta, spesso legati al circolo umanistico che si raccoglieva intorno al Bembo nella sua dimora di Treville. Numerose furono le edizioni delle opere erasmiane apparse a Venezia per soddisfare le esigenze di un pubblico avido di leggere anche in italiano le opere di Erasmo.

Sempre a Padova, vero e proprio centro negli anni 20 dell’erasmismo italiano, era stato arrestato nel 1530 il francescano Girolamo Galateo. Insieme con quelli analoghi di altri religiosi sospetti il suo caso era al centro di un celebre memoriale De lutheranorum haeresi reprimenda et Ecclesia reformanda inviato nell’ottobre del ’32 a Clemente VII da Gian Pietro Carafa. L’allora vescovo (e di lì a poco cardinale) di Chieti definiva qui le linee essenziali di un programma di lotta all’eresia che avrebbe poi trovato il suo fulcro nell’Inquisizione romana da lui riorganizzata e diretta con un’intransigenza in grado di trasformarla nello strumento privilegiato dell’energica azione politica e religiosa che gli avrebbe infine assicurato l’elezione papale del ’55.

Pur riuscendo ad evitargli una più severa punizione, i magistrati della Repubblica terranno in prigione il Galateo fino alla morte, avvenuta nel gennaio del 1541, salvo una breve liberazione nel ’38 di cui egli approfittò per presentare all’”illustrissimo Senato di Vinegia” una sua Apologia, coraggiosa sintesi delle dottrine in cui si riconosceva: predestinazione degli eletti e insufficienza del libero arbitrio, giustificazione per sola fede, negazione del purgatorio, delle indulgenze, dei voti, dell’adorazione dei santi e delle immagini sacre, dell’autorità papale e così via. Pochi mesi dopo la sua morte, a riprova della fitta trama di rapporti che ormai collegava uomini e gruppi eterodossi presenti in varie città italiane, l’opuscolo apparve a stampa a Bologna.

Nel 1540 il dotto benedettino e futuro cardinale Gregorio Cortese poteva avere tra le mani a Padova l’Institutio christianae religionis di tal Giovanni Calvino “luterano” che l’anno dopo circolava anche a Firenze. Nel ’41, a Venezia, il grande predicatore senese Bernardino Ochino tuona dal pulpito contro la cieca arroganza di chi perseguitava i predicatori del “puro evangelio”.

Fino agli anni 60 e oltre l’eresia “lutherana”, secondo l’onnivora e spesso arbitraria categoria degli inquisitori, avrà qui seguaci e fautori suddivisi in conventicole variamente intersecate tra loro e protette in tutta la penisola, collegate a volte con le ambasciate straniere e pronte ad accogliere i numerosi forestieri. Assai varia fu l’articolazione sociale del movimento filoriformato, nel cui ambito è dato incontrare preti e ricchi mercanti, artigiani e avvocati, negozianti e intellettuali, medici e maestri di scuola, avventurieri e studenti, ma anche discendenti di illustri famiglie patrizie.

Negli anni 50 e 60 numerosi erano i patrizi tra coloro che si davano appuntamento in case private per incontrarsi, discutere di problemi religiosi, leggere e scambiarsi libri eterodossi, celebrare talvolta la santa cena. Non v’è dubbio che la tradizionale avversione di consistenti settori del patriziato contro il potere asburgico e papale contribuisse al maturare di orientamenti antiromani anche dal punto di vista dottrinale, mentre in futuro le rivolte ugonotte in Francia sembreranno offrire ad alcuni la speranza che il dissenso religioso potesse ancora trovare un raccordo politico internazionale in grado di garantirne una pur precaria sopravvivenza. Non diversi furono gli sviluppi della propaganda eterodossa in molte città di Terraferma, dove la scoperta di cospicue presenze cripto luterane non mancò di destare grave sconcerto e preoccupazione.

Anche qui si dovette ricorrere a sequestri di libri, arresti e processi per stroncare conventicole eterodosse di artigiani e gente comune. Assai significativo è il caso di Vicenza, teatro nel 1537 delle aspre polemiche su grazie e libero arbitrio scaturite dalla predicazione “agostiniana” di fra’ Ambrogio Quistelli, dove nel novembre del 1540, in vista di una convocazione conciliare, un breve papale sollecitava il doge a intervenire energicamente per purgare dall’eresia quella città.

Una consistente comunità ereticale, sempre più consapevolmente orientata in senso calvinista fino ad assumere un’autonoma dimensione ecclesiale, si venne aggregando intorno a un nucleo di “capi grossi”, tra cui alcuni esponenti delle più potenti famiglie cittadine, al centro di una rete di relazioni con molteplici ambienti eterodossi in tutta l’area veneta nonché con le Chiese di Ginevra e di Chiavenna. Una situazione particolarmente grave si venne a creare a Cittadella, dove nel ’43 venne arrestato il maestro di grammatica Pietro Speciale, autore di un inedito De gratia Dei in cui trovavano compiuta espressione orientamenti ereticali; al folto gruppo di ”lutherani” che si ispiravano al suo insegnamento non tardò ad affiancarsi “una congregatione d’anabattisti de numero quindici o vinti” dove si concluse la drammatica esperienza di Francesco Spiera, denunciato alla fine del 1547 e indotto ad abiurare nel giugno del ’48, morto infine poco dopo nella più assoluta disperazione, certo della dannazione eterna per aver rinnegato la vera fede che gli era stata concessa.

Così a Rovigo, dove dottrine eterodosse circolarono nell’ambito dell’accademia degli Addormentati. Così a Padova, la cui università costituì un vero e proprio crocevia degli itinerari di innumerevoli personaggi implicati nel dissenso religioso, dove tra gli anni 40 e gli anni 60 si sviluppò la comunità raccolta nella casa della nobildonna genovese Caterina Sauli e del marito Giovanni Gioacchino da Passano, centro di promozione di edizioni erasmiane, ospitale rifugio di personaggi sospetti e in relazione con altri gruppi eterodossi veneti e mantovani.

Una sorta di fornito magazzino di libri eterodossi destinati a fini di propaganda clandestina era custodito nella sua villa della Gambarara presso Monselice dal possidente e uomo d’affari pugliese Oddo Quarto da Monopoli. Alla fine degli anni 30, a Vicenza, questi era entrato in contatto con il condottiero Camillo Orsini di cui fu a lungo collaboratore, per ritirarsi infine nelle sue terre, forse dopo un soggiorno a Ginevra, in fama “de essere lutherano”.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Eli.C di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Melani Igor.
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