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Riassunto esame Storia moderna, prof. Carpanetto, libro consigliato Manuale di storia moderna, Ricuperati, Ieva ( volume 1) Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia moderna, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Manuale di storia moderna vol.1. La prima età moderna (1450-1660) di Giuseppe Ricuperati, Frédéric Ieva, Utet, 2006.

Uno dei migliori manuali di storia moderna attualmente in circolazione. Dettagliatissimo, con parti dedicate di storia extraeuropea... Vedi di più

Esame di Storia moderna docente Prof. S. Carpanetto

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opponendo una tenace resistenza ai Turchi sunniti, cui tuttavia dovette cedere la Mesopo-

tamia. L’apogeo della dinastia si raggiunse con lo Shah Abbas il Grande, che nel 1597 scon-

fisse gli Uzbeki che avevano invaso il Turkestan. Nel 1602, però, i Turchi presero il con-

trollo dell’Azerbaigian; poco dopo Abbas prenderà Baghdad ed una parte della Mesopota-

mia (1623). Le armate di Abbas erano state vittoriose anche in India, impadronendosi di

Kandahar. Sconfitto il gran Mogol, aveva poi espulso i Portoghesi dal porto di Ormuz con

l’aiuto degli Inglesi.

Shah Abbas cercò poi di rafforzare lo Stato persiano, limitando i poteri di alcune

tribù ed ispirandosi a modelli europei ed ottomani. Nel complesso, tuttavia, Abbas non

riuscì a consolidare le strutture imperiali in quanto i suoi successori non furono in grado di

arginare i pericoli rappresentati principalmente dai Turchi di Murad 1v. Tornati alla ri-

balta, essi ripresero sùbito Baghdad nel 1632 e l’intera Mesopotamia nel 1638. A nord gli

Uzbechi ricominciarono con le scorrerie, così come la zona afgana mostrava certe irrequie-

tezze. Contemporaneamente si scatenò la rivalità europea per assicurarsi il monopolio del

commercio persiano. Approfittando della guerra civile che dilaniava l’Inghilterra, gli Olan-

desi ottennero nel 1645 alcuni privilegi commerciali. Vent’anni dopo la compagnia francese

delle Indie orientali conseguì i medesimi privilegi, mentre Luigi x1v veniva riconosciuto

come protettore dei cristiani residenti nel regno persiano.

L’altro grande stato musulmano era quello turco. La crisi del mondo arabo fu un ele-

mento certamente favorevole all’ascesa ottomana. I Turchi dominavano non solo l’Asia

Minore, ma anche la Grecia, i Balcani e parte dei territori russi (come il khanato di Cri-

mea). Sotto il califfato di Selim 1 il Crudele vissero un periodo di grandi espansioni. Dopo

aver sottratto l’Armenia ai Persiani (1513), i Turchi conquistarono il Kurdistan (1516), la

Siria (1516) e l’Egitto (1517), ponendo fine alla dinastia mamelucca. Selim 1 divenne protet-

tore delle città di Medina e La Mecca. Lo stesso stato barbaresco di Khair ad-Din il Barba-

rossa chiese la sua protezione. L’Impero turco era diventato una grande potenza interna-

zionale, che era riuscita ad unificare tutto il mondo arabo, esclusa Baghdad. Esso dominava

saldamente tutto il bacino mediterraneo orientale ad eccezione delle roccaforti veneziane

di Cipro, Creta e Corfù. Selim deteneva il controllo della maggior parte dei centri commer-

ciali arabi.

Suo successore fu Solimano 11 il Legislatore. Durante il suo regno si raggiunse la

massima espansione territoriale, permettendo al suo popolo di vivere un periodo di grande

prosperità e potenza. Dilagando nell’Europa continentale, egli non riuscì a far capitolare

Vienna (1529), decidendo così di concentrarsi sull’Oriente ed aggredendo l’Impero per-

siano, sottraendogli Tabriz (1534) e Baghdad. I Turchi erano così saldamente insediati

nell’Asia Minore, controllavano le coste africane sino al Marocco e costituivano una peri-

colosa presenza nell’Europa centrale con i loro dominî ungheresi.

Tale espansione fu permessa da un esercito ben organizzato e disciplinato. Squadroni

di cavalleria e fanteria costituivano il corpo dei giannizzeri. Quest’ultimi, assoldati con la

forza tra i giovani cristiani, venivano votati al celibato ed educati in scuole militari. La

temibile artiglieria s’affiancava poi ad una potente flotta. Il mantenimento di questo eser-

cito era reso possibile dai tributi imposti ai cristiani o versati da prìncipi vassalli.

Solimano 11 si rivelò anche un abile legislatore: emanò un codice che raccoglieva tutte

le leggi dell’Impero, del cui rispetto era garante un corpo di funzionari selezionati accura-

tamente. Il sistema sociale ottomano era basato sul possesso della terra da parte del sovrano,

che la concedeva ai feudatari ed ai funzionari di corte, i quali fornivano in cambio presta-

zioni militari. I funzionari dovevano poi esigere le rendite dai contadini, riscuotendole tra-

mite spietati esattori. I contadini erano obbligati a vivere nelle terre cui erano legati. Tre

erano i tipi di rendita: in prestazioni, in natura ed in denaro. Il potere era tutto concentrato

nel sovrano, il quale governava consultandosi con il Divano, organo consiliare formato dal

Gran Visir – il primo ministro –, dal capo del clero e da vari altri visir minori. Il Gran

Visir disponeva di una cancelleria (Sublime porta) per le relazioni con gli esteri.

Diviso in governatori ed in unità più piccole (sangiaccati), il territorio ottomano di-

sponeva di un esercito di 200.000 uomini. In ogni sangiaccato l’amministrazione e giustizia

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erano rette da un cadì (giudice) dipendente dal sovrano. I contadini erano sottoposti al feu-

datario; artigiani e commercianti erano invece regolamentati dallo Stato.

Elementi di debolezza erano connessi alle guerre che l’Impero sostenne con i Per-

siani, all’aumento dei prezzi, alla mancanza di metalli preziosi ed al rafforzarsi degli Stati

protonazionali europei. Quest’ultimi, in diverse occasioni, misero in risalto l’arretratezza

tecnica dell’apparato militare turco.

Le tensioni sociali derivate favorirono progressivamente una lenta disgregazione

dell’Impero. Anche l’esercito giannizzero diventerà successivamente pericoloso per il po-

tere centrale. La battaglia di Lepanto (1571) vide i Turchi sconfitti dalle forze unite dei Ve-

neziani e Spagnoli e precedette un significativo cambiamento della politica marinara

dell’Impero ottomano, portandolo a concentrarsi prevalentemente sulle sponde

dell’Oceano indiano.

2. La Cina dopo l’invasione mongola. La dinastia Ming

Con la caduta dei Tang nel 907, per la Cina ebbe inizio un periodo di crisi che si

protrasse fin verso il 960. Divisa in molteplici regni, diverse dinastie dominavano su terri-

tori più o meno estesi. Da una di queste emerse Zhao Khuangyin che s’impadronì del trono

e diede vita alla dinastia Song. Essi riuscirono ad imporre la propria dominazione su gran

parte della Cina propriamente detta.

Sotto la loro dinastia si verificò un netto incremento del personale amministrativo.

Al fine di impossessarsi di vasti territori dell’Asia interna, i Song organizzarono un esercito

di professionisti formato da più di un milione di uomini, che assorbiva più del 70% degli

introiti statali. Lo Stato riuscì ad evitare il collasso grazie ad un efficientissimo sistema di

riscossione fiscale, reso possibile da una forte crescita economica. Essa fu permessa dalle

alte rese agricole e dal perfezionamento della tecnica di costruzione delle navi. Non ultimo,

giocava un ruolo importante l’efficiente sistema monetario.

A partire dal x11 secolo vi fu l’ascesa dei Jürchen, popolo tunguso seminomade. Il

loro capo Aguda fondò la dinastia Jin (o Kin) nel 1115. Assieme ai Song attaccarono a tena-

glia l’impero Liao e Pechino cadde nel 1122, andando in mano agli Jin. Nello stesso anno

fallì però l’assedio dei Song alla capitale dei Liao, Shangjing. Gravi malcontenti comincia-

rono a sollevarsi fra la popolazione, che sfociarono in diverse ribellioni. Nel 1125 i Jin sfer-

rarono una vasta offensiva contro i Song nella Cina settentrionale, mettendo al sacco la

loro capitale Kaifeng (1126). Gli Jürchen s’imposero così nella Cina settentrionale, mentre

i Song furono costretti a riparare a sud dello Yangzi, da dove prepararono una controffen-

siva ai danni degli Jin. Con il trattato di pace del 1141 si stabilì che il nord della Cina sarebbe

rimasto sotto il governo degli Jin, mentre il sud rimase sotto la dominazione Song.

Al culmine della propria potenza l’impero Jin si estendeva sulla Cina settentrionale,

sulla Manciuria e sulla Mongolia interna. Dal 1150 la capitale divenne Pechino, da dove

scaturì un processo di intenso organizzazione in senso centralizzante.

Nel 1194 il Fiume Giallo cambiò corso, determinando un’esondazione di vasta portata

che provocò gravissimi danni ed inferse un duro colpo all’economia. Dal 1211 cominciarono

a verificarsi le prime scorrerie mongole. Guidati da Gengis Khan, i Mongoli conquiste-

ranno Pechino nel 1215. I Jin si trasferirono così a Kaifeng, la vecchia capitale dei Song.

Ormai la Cina era soggetta alle rovinose incursioni mongole ed Ögödei s’impadronì di

Kaifeng (1232). I Song si allearono allora coi Mongoli e nel 1234 l’ultimo imperatore jin si

suicidò, decretando l’estinzione della dinastia.

Nel corso del x111 secolo anche l’Impero Song crollò sotto l’attacco dei Mongoli, la

cui avanzata travolse ogni cosa ed a fine secolo tutta la Cina era caduta sotto il loro potere.

Il dominio mongolo fece proprio il modello di organizzazione amministrativa cinese. Spe-

dizioni mongole vennero indirizzate vero il Giappone, la Birmania e Giava. Associazioni

di mercanti islamici detenevano il monopolio della riscossione delle imposte ma, nel com-

plesso, la dominazione mongola non riuscì a creare un equilibrio sociale accettabile per la

[36]

maggioranza dei Cinesi. I Mongoli, infatti, agirono sempre con una violenza da conquista-

tori, facendo desiderare ai Cinesi l’antica autonomia. Le tante rivolte contadine corrosero

lentamente il regime mongolo. Con l’aumento dei prezzi, i Mongoli persero pure l’appoggio

del distretto di Pechino.

Zhu-Yuangzhang fu il protagonista assoluto di questa rivolta, capace di far conver-

gere istanze sociali ed impulsi nazionali. Inizialmente colse una serie di successi militari,

conquistando Nanchino e divenendo padrone della Cina centrale, autonominandosi prin-

cipe del regno di Wu. Successivamente sconfisse l’imperatore mongolo Toghan Temür e

scelse Nanchino come capitale. Qui fondò la dinastia Ming e cambiò nome in Hong-wu

(1368). Nel medesimo anno conquistò Pechino e prese Shangdu. Le vittorie militari carat-

terizzarono il regno del primo re ming. Nel 1387 non riuscì però nell’impresa di unificare

tutta la Cina. Dopo l’importante successo di Buinor (1388) a danno dei Mongoli, la dinastia

coreana degli Yi dichiarò fedeltà alla Cina. Alla morte di Hong-wu, la Cina era tornata al

suo massimo splendore, oltre che ad esercitare influenza in tutto il sud-est asiatico.

Sul fronte della politica interna i contadini continuavano a reclamare degli appezza-

menti di terra, ma vennero delusi dal loro ex compagno. Le vaste regioni abbandonate dai

Mongoli vennero infatti divise tra i compagni che avevano aiutato Hong-wu a fondare la

dinastia Ming.

Il problema più grave che dovette affrontare l’imperatore fu la modernizzazione

dell’economia cinese, dissestata da anni di guerra. Varò così un vasto programma di ri-

forme e l’agricoltura tornò ad essere produttiva. Recupero di terre abbandonate e trasferi-

menti pianificati favorirono questo processo. Alla crescita della popolazione s’affiancò un

incremento del gettito delle imposte. L’agricoltura divenne così il perno dell’economia ci-

nese. A partire dal xv secolo si verificò la progressiva scomparsa della piccola proprietà a

favore del latifondo.

Hong-wu morì nel 1398 ed il regno passò dopo varie vicissitudini a Yongle, che decise

di spostare la capitale da Nanchino a Pechino. Grande impulso venne dato alle spedizioni

marittime. Fin dal Quattrocento, infatti, frequenti furono i viaggi d’esplorazione, che spin-

sero i Cinesi fin alle coste sud-orientali del Vietnam, raggiungendo il Malabar. Altre navi

arrivarono nel Golfo Persico, sulle coste africane, a Sumatra, a Giava, a La Mecca e sulle

coste arabe meridionali. Yongle cercò di conquistare il Vietnam, anche se questo riuscì a

mantenere la sua indipendenza. L’eroe della liberazione fu Le Loi, nominatosi poi re, che

fissò la capitale ad Hanoi, dando vita alla dinastia Le.

All’interno dello Stato cinese i problemi non mancavano: lungo le coste orientali

cominciava a farsi sentire la pressione dei pirati giapponesi, cui fu inflitta una significativa

sconfitta nel 1419, ma tuttavia la loro presenza continuava a farsi sentire. Contro i territori

dell’attuale Mongolia, Yongle comandò cinque spedizioni, trovando nell’ultima addirittura

la morte (1424).

Con la scomparsa di Yongle per la Cina si chiuse un’epoca. La sua morte pose fine

alla tradizionale politica espansionistica dei Ming. La Cina vide così declinare la sua po-

tenza marittima, permettendo una progressiva penetrazione degli europei nei mari asiatici.

Come si moltiplicarono le incursioni piratesche nipponiche, anche le spedizioni antimon-

gole diventarono via via sempre più inefficaci.

La minaccia mongola era sempre più accentuata nella regione di Ordos, nella Cina

del nord. Nel 1405, così, i Ming decisero di avviare la costruzione di un’imponente linea

difensiva, i cui lavori sarebbero terminati solo nel 1487. La costruzione, la grande muraglia

interna, si snodava lungo 5.000 chilometri circa. I sovrani Ming si limitarono a mantenere

funzionante questo immenso perimetro di difesa, senza preoccuparsi di alleggerire la pres-

sione che si stava accumulando lungo le frontiere settentrionali. A metà Cinquecento esse

sfoceranno in una situazione di estrema crisi che avrebbe messo a repentaglio l’esistenza

stessa dell’Impero.

Agli inizi del Cinquecento vi fu anche l’incontro col mondo occidentale. Nel 1514 una

spedizione portoghese approdò sulle coste del Guangdo, negli anni in cui la dinastia Ming

versava in una crisi acuta. [37]

Negli anni Venti del Cinquecento si costituì una temibile confederazione mongola

guidata da Altan Khan, che si rese protagonista in una serie di incursioni attorno a Pechino.

Le scorrerie si protrassero fino al 1571, quando venne stipulato un trattato di pace coi Ming.

Sul finire del Cinquecento, poi, i Giapponesi penetreranno in Corea ed a Pechino perico-

losa tornò ad essere la tribù dei Jürchen, che venivano ora chiamati Manciù.

Le scorrerie giapponesi toccarono il culmine negli anni 1553-1555, poco dopo il rovi-

noso assalto mongolo. Tutte le coste cinesi erano malsicure così come l’immediato entro-

terra. I Ming organizzarono una controffensiva negli anni successivi, ma la pirateria venne

debellata solo nel decennio 1560-1570.

Nella seconda metà del Cinquecento i contatti con il mondo occidentale divennero

più intensi. Ai Portoghesi fu concessa la costruzione di uno scalo commerciale a Macao,

ma si vietò loro ogni contatto con la popolazione cinese. Nel 1567 fu abrogato il bando cinese

nei confronti del commercio estero. Anche i gesuiti tentarono più volte di insediarsi in

Cina, ma invano. Nel 1577, il gesuita Alessandro Valignani giunse a Macao, dove ottenne

il permesso di fondare una missione, portata poi avanti con successo da Matteo Ricci.

Superata la fase di grande crisi, i Ming iniziarono un’opera di tenace ricostruzione

del Paese: vennero ridotte le spese di corte e tutelati i piccoli contadini, oltre che regolare

con efficacia il corso del Fiume Giallo. Nel 1582 il potere passò nelle mani di un gruppo di

funzionari, la cui condotta smodata e dispendiosa provocò il tracollo delle finanze statali.

Lo Stato era prossimo alla disgregazione.

In una situazione dove contingenti erano gli improvvisi cambiamenti climatici e le

vaste ribellioni, il colpo di grazia venne inferto dai Jürchen. Il loro condottiero Nurhaci

aveva unito tutte le stirpi tunguse, ma solo alla sua morte (1626) i Ming riuscirono a strin-

gere un trattato di pace con i Manciù. Il nuovo sovrano Ababai riuscì a valicare la grande

muraglia nel 1629, giungendo alle porte di Pechino. L’Impero Ming non aveva risorse suf-

ficienti per domare le rivolte contadine e per adottare contromisure contro l’aggressività

dei Manciù. Ababai fondò così la dinastia Qing.

I Ming ormai non controllavano più le regioni centrali e settentrionali del loro vasto

impero. La Cina fu in balìa di eserciti ribelli. Uno dei loro più importanti capi, Li Zicheng,

nel 1644 riuscì ad entrare a Pechino, inducendo al suicidio l’ultimo imperatore Ming. I

Manciù approfittarono di tale situazione impadronendosi di Pechino: iniziava così il lungo

dominio dei Qing, destinato a durare fino al 1911.

I Manciù, avendo sconfitto i Mongoli, avevano approfittato della debolezza dei Ming

per conquistare tutta la Cina. I vecchi funzionari s’adattarono alle condizioni posti dai do-

minatori mancesi, che dimostrarono d’aver assimilato gli aspetti più vitali della civiltà ci-

nese. Essi crearono uno Stato potente basato sui mandarini, alti burocrati reclutati tra i figli

dei grandi proprietari terrieri. I rapporti commerciali, gestiti inizialmente dai Portoghesi,

passeranno stabilmente, nel corso del xv11 secolo, nelle mani dei più abili Olandesi.

La Cina a sua volta aveva agito su due territori confinanti, influenzandoli profonda-

mente: il Tibet e la Corea. Il primo era stato pesantemente condizionato da elementi cul-

turali indiani e cinesi. Posto sotto la dominazione mongola, se ne liberò approfittando della

sua debolezza strutturale. La ricostruzione dell’indipendenza fu legata ad un movimento di

riforma religiosa che fissò le caratteristiche essenziali del buddhismo tibetano (lamaismo).

Nel 1578 il capo della Chiesa Gialla tibetana fu riconosciuto dal sovrano mongolo, da cui si

era recato, come Dalai-Lama. Il quinto Dalai-Lama riorganizzò lo Stato, restaurando la

disciplina monastica.

La Corea, verso la fine del x1v secolo, si era organizzata sotto la nuova dinastia Cho-

son, destinata a perpetuarsi fino al 1910. Combattendo contro l’aristocrazia locale, I Sonnge

ne fu il fondatore. La dinastia Choson rafforzò la burocrazia, rendendola più efficiente.

Parimenti sviluppò una cultura ed un alfabeto nazionale fortemente identitari. Tra il 1592

ed il 1598 la Corea venne invasa dai Giapponesi. Pochi anni dopo i Mancesi, prima di con-

quistare la Cina stessa, si diressero verso la Corea e la sottomisero. Dal 1644 al 1910 la Corea

sarebbe stata tributaria alla dinastia mancese dei Qing.

[38]

3. Uno Stato “feudale”: il Giappone

Il Giappone è costituito da quattro grandi isole (Hokkaido, Honshu, Shikoku, Kyu-

shu), dall’arcipelago Rjuku e da altre migliaia di isole. Il nome con il quale oggi è noto

deriva dai Cinesi, il cui nome significava Paese del Sol Levante.

Per lunghi anni il Giappone fu scosso da una guerra civile in cui la potente famiglia

degli Ashikaga si trovò divisa in due fazioni con le rispettive corti imperiali, una a Kyoto

ed una a Noshino. Nel 1336 Takauji si ribellò e sconfisse le truppe imperiali impossessan-

dosi di Kyoto. Nel 1338 ottenne il titolo di shogun, carica che il clan degli Ashikaga si tra-

smise per quindici volte, regnando fino al 1573. Tale epoca venne chiamata periodo Muro-

machi. Tuttavia la residua parte della corte imperiale dissidente fu piegata definitivamente

soltanto nel 1394, anno dell’ascesa di Yoshimochi.

Lo shogunato, in origine, indicava una carica di natura militare, essendo esso il capo

guerriero responsabile del governo della tenda (bakufu), ovvero del governo militare a ca-

rattere nazionale. In seguito gli Ashikaga vi aggiunsero delle competenze civili rendendo

lo shogunato la carica più importante del Paese. Nel corso del Quattrocento il prestigio del

bakufu declinò inesorabilmente e la crisi degli Ashikaga fu determinata dall’eccessivo fisca-

lismo ai danni dei soli contadini. Questi, indebitandosi, si trovavano coinvolti in enormi

latifondi, tant’è che, a fine processo, la terra si trovò concentrata in circa trecento famiglie

di daymio (signori feudali). Essi combattevano fra loro, contro le città e contro i ricchi mo-

nasteri buddhisti.

Nel 1467 esplose tra i vassalli una cruenta guerra ed il Giappone fu dilaniato da in-

termittenti rivolte civili. Gli shogun trascurarono le sorti politiche del Paese, interessan-

dosi quasi esclusivamente alla cultura ed alle arti: emblematico è la costruzione del son-

tuoso Palazzo d’Argento. In questo cupo scenario di lotte, emerse anche una volontà di

ristabilire l’unità del Giappone. Tale impresa riuscì a Odo Nobunaga, il quale conquistò

Kyoto nel 1568. La sua potenza crebbe a tal punto da attirare sia l’attenzione dell’Imperatore

sia di Ashikaga Yoshiaki, che voleva ottenere la carica di shogun. Non appena la ricevette,

egli cercò di liberarsi di Nobunaga, che invece, di tutta risposta, lo destituì. Yoshiaki

avrebbe poi rinunciato formalmente alla carica solo nel 1597. Tali eventi decretarono la fine

del periodo Muromachi. Nobunaga perseguì una politica di pacificazione fino a quando

venne ucciso da un suo potentissimo vassallo (1582), che possedeva mezzo Giappone.

Un generale di Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi, portò avanti il processo di unifica-

zione. Stretta alleanza con alcuni potenti daymio, venne nominato reggente imperiale. Nel

1590 Hideyoshi portò a termine l’unificazione militare del suo Paese. In seguito cercò di

riorganizzare un governo centrale, provvedendo alla realizzazione di un nuovo catasto,

base per un nuovo sistema fiscale incentrato sulla raccolta del riso. Tentò poi di scaricare

le tensioni residue dei daymio che l’avevano aiutato, indirizzandoli in conquiste esterne,

preparando cioè l’invasione della Corea (1592-1598). Tale impresa venne interrotta dalla

morte di Hideyoshi. Durante la sua epoca cominciarono i contatti col cristianesimo. Il

Giappone conosceva già confucianesimo e buddhismo, che avevano sostituito in parte lo

shintoismo, ovvero l’adorazione delle forze divinizzate della natura. Il buddhismo, in par-

ticolare, era giunto in Giappone nella forma Zen, che esaltava la concentrazione delle ener-

gie individuali, giustificando pienamente l’indole guerriera ed avventurosa dei daymio e dei

samurai. Hideyoshi promulgò un editto di proibizione del cristianesimo nel 1587, temendo

che, diffondendosi, gli mettesse contro i daymio. Nel 1597 fece crocifiggere alcuni membri

francescani e gesuiti, stroncando sul nascere una diffusione cristiana che andava organiz-

zandosi.

Nel 1598 gli sarebbe dovuto subentrare il figlio Hideyori, ma si aprì un conflitto per

la successione. Il principale avversario di Hideyori fu Ieyasu, antico compagno di Nobu-

naga. Nel 1600 uscì vincitore Ieyasu, divenendo il daymio più influente del Giappone. Que-

sti diventò shogun nel 1603 e diede inizio alla dinastia Togukawa.

Ieyasu rinunciò alla propria carica in favore del figlio Hidetada, continuando però

ufficiosamente ad esercitare la carica, giacché la resistenza di Hideyori non recedeva.

[39]

Ieyasu sconfisse definitivamente Hideyori prendendo Osaka nel 1615. Prima di essere bat-

tuto, anche Ieyasu condannò duramente il cristianesimo.

Lo Stato, attraverso Hideyoshi e poi i Tokugawa, aveva conquistato un forte potere

centrale, in grado di organizzare le spedizioni militari contro Corea, Cina e Filippine. Lo

shogun governava affidandosi ai Consiglieri anziani ed a quello dei Giovani consiglieri. I

primi erano scelti tra i vassalli ereditari più potenti, cui era delegata l’amministrazione ge-

nerale. Essi si occupavano anche della tassazione, della divisione delle terre e della circola-

zione monetaria. I consiglieri meno anziani erano di rango inferiore ed assumevano man-

sioni di governo dell’esercito. Accanto agli shogun, che controllavano i grandi proprietari

terrieri – e conseguentemente la produzione del riso –, vi erano altri duecento latifondi

tenuti da grandi daymio. La centralizzazione si era adattata al sistema feudale con il risultato

di immobilizzare profondamente la società. Questo regime feudale non solo aveva distrutto

la libera proprietà, ma anche impoverito i piccoli nobili (samurai), trasformandoli in un

ceto militare dedito soltanto alle arti marziali e costretto a vivere a servizio dei daymio o

dello Stato.

Oltre al rafforzamento del potere centrale, il Giappone godette di un certo sviluppo

del capitale commerciale. Veniva infatti favorita la formazione di uno strato abbastanza

ampio di artigiani specializzati. La produzione stessa del riso necessitava di un ampio com-

mercio, di moneta e di mercanti. Ad esempio, la città di Sakai, la Venezia d’Oriente, aveva

un’organizzazione politico-sociale che corrispondeva perfettamente al suo tipo di econo-

mia. Essa si era dotata di un piccolo esercito di ronin (samurai poveri o rimasti senza pa-

drone) per difendersi dai daymio. All’interno della città gli artigiani erano organizzati in

corporazioni che tutelavano i loro diritti. Sakai era particolarmente favorita dal suo com-

mercio internazionale, soprattutto verso la Cina. Il sistema feudale dei Tokugawa portò

all’unificazione della moneta ed al pagamento non solo più in natura. Essi tenderanno poi

a sottrarre il controllo del settore commerciale ed artigiano al controllo dei feudatari, po-

nendolo sotto i regolamenti dello Stato. Accanto a Sakai fioriranno così altre città, quali

Kyoto, Osaka e soprattutto Edo (l’attuale Tokyo), destinata nel 1868 a diventare la capitale

del Giappone.

4. L’impero del Gran Mogol in India

Agli inizi del Duecento si era formato un potente Stato che avrebbe dominato a lungo

sull’India del Nord: il sultanato di Delhi (1206-1526). Verso fine secolo, i sultani di Delhi

iniziarono ad occupare anche vaste aree dell’India meridionale. Una costante spina nel

fianco era però rappresentati dai Mongoli, che tentarono più volte di penetrare in India, ma

invano. Il sultanato di Delhi poté così perseguire una politica di espansione verso il sud del

Paese. Nel frattempo era stata fondata Vijayanagara, città sede di un’omonima stirpe indù

che aveva unificato il sud dell’India ed una parte del Deccan. Nella seconda metà del Tre-

cento si verificò una grave minaccia: Timur-i-Lenk – Tamerlano per gli europei – divenne

principe di Samarcanda. Grande condottiero, si rese protagonista di numerose razzie in

tutto l’Oriente. Nel 1398 Tamerlano entrò nelle terre del sultanato, travolgendo le truppe

del sultano. Nello stesso anno le sue milizie entrarono a Delhi che rimase al sacco per di-

versi giorni.

Il sultanato di Delhi non riuscì a riprendersi da tale crisi e da allora in avanti ebbe

un ruolo secondario. Tra Quattro-Cinquecento si verificarono altri due processi significa-

tivi: da un lato la comparsa dei Portoghesi, dall’altro il lento dissolvimento della dinastia

Vijayanagara. Nel 1564 i sultani del Deccan firmarono una tregua tra di loro per muovere

guerra contro la dinastia imperiale. Nel 1565 ci fu lo scontro decisivo lungo il fiume Krishna,

dove gli eserciti alleati sconfissero le truppe della dinastia indù. Vijayanagara venne sac-

cheggiata e distrutta: l’omonimo impero era definitivamente tramontato.

Nel frattempo, nell’India del Nord, erano scoppiati forti contrasti tra la dinastia

Lodi, regnante a Delhi, e la nobiltà. Nel 1524 intervenne nella disputa Zahir-ud-din Mu-

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hammad, detto Babur, principe di Kabul e Kandahar. Additando di discendere da Tamer-

lano, reclamava il sultanato di Delhi come una sua eredità. Lo scontro decisivo avvenne a

Panipat, dove l’esercito del sultanato venne annientato e lo stesso Ibrahim Lodi perì sul

campo. Tale vittoria venne considerata l’atto costitutivo dell’Impero Mogol (o Moghul),

così chiamato perché Babur pretendeva di essere un discendente del condottiero mongolo

Gengis Khan.

Alla sua morte (1530) lasciò ai suoi successori l’eredità di un grande Stato, verso il

quale si era comportato con sempre più disprezzo, avendo nostalgia del suo antico Paese.

L’Impero Mogol non poggiava ancora su basi solide. Humayun, figlio di Babur, fu sconfitto

e costretto a riparare in Persia. I Mogol ripresero l’offensiva ed Humayun poté ritornare a

Delhi, ma morì poco dopo, lasciando una situazione di generale incertezza.

Suo figlio Akbar si rivelò essere però l’artefice della potenza Mogol. I primi anni

furono caratterizzati da continue campagne militari, grazie alle quali giunse a dominare su

un territorio esteso a tutta l’India del Nord, all’Afghanistan ed il Kandesh nel Deccan. Un

obiettivo costante della politica di Akbar fu il tentativo di accogliere un gran numero di

aristocratici indù nelle fila della nobiltà Mogol. Ciò nonostante il suo regno fu costellato

da intermittenti rivolte nobiliari in aperto contrasto verso l’opera di centralizzazione. Dopo

questa violenta rivolta l’India conobbe un lungo periodo di pace che si protrasse fino al

Settecento. Un’altra sua caratteristica fu quella di praticare una grande tolleranza religiosa.

Akbar propose una religione – il divino monoteismo – che si componeva di elementi tratti

dal mondo musulmano ed indù. La religione diventava così un potente elemento di con-

trollo per lo Stato.

Per quanto riguarda la società, la terra fu divisa in due parti: una “terra pulita” –

proprietà dello Stato – ed una “ricompensa militare” – concessa invece a nobili che ne ri-

scuotevano la vendita. Si formò così una nuova aristocrazia, contrapposta ai vecchi vassalli.

La popolazione dell’India era poi stata profondamente stratificata in caste sovente invali-

cabili. I nuovi invasori non avevano dunque modificato tale sistema, a cui sovrapposero

però una nuova nobiltà formata da musulmani provenienti dall’Asia centrale.

La debolezza dello stesso sistema mogol era legata al fatto che i musulmani erano

meno di un quarto della popolazione indiana. Compiti e poteri erano profondamente pre-

determinati dalla struttura castale ereditaria, cui mai si sfuggiva. L’unità raggiunta portò

inevitabilmente ad un certo sviluppo dell’artigianato e del commercio, anche se i sovrani

continuavano ad aver come base del potere la nuova aristocrazia feudataria. Significativa

era la setta del bhakti, che proclamava l’unità religiosa di fronte ad un unico Dio ed il supe-

ramento del regime castale. Rivolgendosi al mondo contadino, suscitarono ampie agita-

zioni. Il carattere centrale del mahdismo (fiducia in un Mahdi, o Messia, che avrebbe ri-

portato giustizia sulla terra) si era così diffuso a Delhi fra i musulmani. Le tribù afghane

parallelamente cercarono di ottenere maggior autonomia dai Mogol.

All’affermazione di una potente borghesia mercantile corrispose una crisi finanziaria

della nobiltà. Le loro gravi condizioni economiche emersero in occasione dell’invasione del

Deccan del 1681, azione che trascinò i Mogol in una lunga guerra e dagli esiti incerti. Nel

complesso la dinastia Mogol non riuscì nell’operazione di integrazione tra le componenti

musulmane e quelle indù, rinchiudendosi progressivamente in una rigida ortodossia sun-

nita condannando l’India ad una lunghissima fase di decadenza.

5. L’Africa fra cristianesimo ed Islam

L’Africa aveva conosciuto due influenze fondamentali: quella cristiana, diffusasi in

Egitto e Nubia, e quella islamica, che aveva investito le coste mediterranee e la Spagna. Gli

Arabi non solo distrussero i regni cristiani nella zona nilotica, ma influenzarono profonda-

mente anche la più progredita costa africana, quella sud-occidentale, conquistando il Ghana

nel 1076. Dopo la crisi di quest’ultimo, emerse il regno del Mali. Nonostante la sua ric-

chezza commerciale, il regno fu minacciato dai Tuareg e dall’espansione songhai. Così

Timbuctu venne conquistata nel 1468, facendone un grande centro della cultura islamica.

[41]

L’impero Songhai si estese a nord fino alle miniere di sale del Sahara e poi sino al

Marocco. In tutti gli Stati del Sudan il modo di produzione era quello schiavistico. Nel xv1

secolo gli schiavi si resero protagonisti di grandi rivolte, tentando di occupare Timbuctu.

Soltanto nel 1651 furono definitivamente sconfitti dai marocchini, che nel frattempo ave-

vano già fatto cadere l’impero Songhai, sottomettendo Timbuctu e la capitale Gao.

Verso l’attuale lago Ciad si formò il potente regno Bornu, che aveva già fatto propri

i precetti dell’Islam. Fra questo lago ed il Niger si erano organizzate grandi e ricche città

indipendenti. Nel Sudan meridionale le foreste erano abitate invece da tribù pigmee no-

madi dedite alla caccia. Nell’Africa meridionale vivevano le tribù bantù, che avevano re-

spinto verso sud-ovest i boscimani, affini ai pigmei. I bantù lavoravano il ferro ed alleva-

vano il bestiame, oltre che praticare l’agricoltura con zappe e coltelli. Divisi in tribù, erano

organizzati nella zona orientale in una società patriarcale, nella zona occidentale in una

matriarcale.

Lungo la strada del Nilo c’era stata una grande influenza islamica. La penetrazione

degli europei fu invece guidata dapprima dai Portoghesi. Ottenuta Ceuta nel 1415, essi ten-

tarono di controllare il commercio verso il Sudan, mentre negli anni successivi si orienta-

rono verso Senegal e Niger.

Nel 1491 una spedizione portoghese aveva raggiunto il Congo, convertendo il re lo-

cale Nzinga Nbemba al cattolicesimo. Preso il nome di Antonio 1 fondò il primo regno

cristiano nell’Africa. La popolazione era divisa in nobili, liberi ed infine schiavi. I congolesi

conoscevano forme complesse di commercio basati su sistemi monetari diversi. L’impatto

con i Portoghesi trasformò l’economia del Congo. Re Antonio I abiurò poi il cristianesimo,

togliendosi dalla tutela dei Portoghesi. Essi reagirono sconfiggendo ed uccidendo il re, ma

non riuscirono ad impadronirsi del suo regno. Verso la fine del xv1 secolo, essi conquista-

rono però l’Angola. Oltre che con queste popolazioni, i Portoghesi si scontrarono anche

con quelle dell’Africa orientale e contro i sultanati affacciati sul Golfo Persico. I Lusitani

fondarono così centri commerciali (Zanzibar, Mombasa) in una zona profondamente a

contatto con traffici internazionali. Non solo, infatti, l’avevano già raggiunta gli Arabi, ma

anche mercanti indiani e malesi.

6. La realtà sud e mesoamericana. Dagli imperi precolombiani alla sistemazione eu-

ropea

La conquista europea distrusse soprattutto nel centro e sud America civiltà fioren-

tissime ed organizzate. Il calo demografico raggiunse proporzioni catastrofiche.

Nella regione denominata mesoamericana, prima della conquista, l’Impero maya

versava in una grande crisi. Partiti dalla penisola dello Yucatán, Maya avevano acquisito

il controllo di una vasta area a nord, dominando, su tutta la regione, mentre a sud il loro

territorio si estendeva fino alle alture del Chiapas, del Guatemala, di El Salvador e dello

Honduras.

La civiltà Maya ha lasciato tracce scritte risalenti al 1v secolo d.C., ma il loro alfabeto

non è ancora stato decifrato. La loro storia si divide in tre epoche: Preclassico (1500 a.C.-317

d.C.), Classico (397-987) e Tardo classico (dal 987 all’arrivo degli Spagnoli). Il declino della

città di Teotihuacan segnò l’inizio di una grave crisi che investì altri centri dell’Impero.

Una conferma di questo processo è il cosiddetto “iato” (535-610) durante il quale scompar-

vero le iscrizioni maya. Superato il 610, la civiltà diede segnali di ripresa.

I maggiori centri maya cominciarono solo successivamente a mostrare segni di crisi

e di turbolenza, in quanto la zona era continuamente attraversata da gruppi tribali irrequieti

che esercitarono una notevole influenza sulla città maya di Chichén Itzá. Questa poi passò

sotto il dominio di Mayapan, centro retto dalla dinastia dei Cocom. La loro violenta supre-

mazia si estendeva a tutto lo Yucatán e resse fino al 1461, quando un gruppo di insorti mas-

sacrò la stirpe cocom. Da allora la penisola si ritrovò divisa in piccoli Stati ed all’inizio del

Cinquecento giunsero i primi Spagnoli. Le continue guerre intestine fra le città furono cer-

[42]

tamente una delle ragioni della decadenza maya prima della conquista. Entro il 1546 il ter-

ritorio maya verrà conquistato dagli Spagnoli, nonostante la strenua resistenza locale, che

difenderà la propria sopravvivenza fino alla caduta della loro ultima roccaforte, Itzá (1697).

I Maya erano un popolo di agricoltori che si basavano sulla cosiddetta agricoltura del

taglio-fuoco. Erano tecniche molto primitive, ma che potevano essere applicate grazie alla

fertilità del terreno ed al rapporto popolazione-territorio. Abbattuto un bosco si seguitava

a bruciarne la vegetazione prima delle piogge, grazie ad una precisa conoscenza dell’astro-

nomia. Privi di metalli, i Maya utilizzavano abilmente le pietre come utensili ed armi. La

società era divisa in caste e conosceva la centralizzazione, anche se era organizzata in pic-

cole città-stato, che raccoglievano diverse comunità agricole. Dall’aristocrazia proveniva

l’halac-nimic (il sovrano supremo), il cui potere era ereditario. Le comunità dovevano pre-

stazioni ai nobili, ai sacerdoti, alla città-stato, traducendosi soprattutto in opere pubbliche.

Nella civiltà maya affiorava la proprietà privata, così come una classe di mercanti ed un

rudimentale sistema monetario, rappresentato dai semi di cacao. Conoscevano anche forme

artigiane di divisione del lavoro. Al di sotto dei contadini stavano gli schiavi, che compi-

vano i lavori più pesanti e che erano sacrificati nei sanguinosi rituali religiosi. Notevoli

erano le conoscenze astronomiche, sollecitate dall’agricoltura.

Altra notevole civiltà mesoamericana erano gli Aztechi, stanziati nel Messico ed in

parte nel Guatemala. La loro lingua, il nahuatl, è tutt’ora parlata. Tutti i documenti pitto-

grafici che narravano la cultura e la storia azteche andarono perduti nella fase violenta della

conquista e moltissimi manoscritti indigeni furono distrutti dai missionari cattolici.

Gli Aztechi giunsero nella zona della città di Tenochtitlán nella prima metà del Tre-

cento. I dominatori della regione erano i Tepanechi, per i quali gli Aztechi svolgevano in-

carichi di natura militare. Nel 1427 scoppiò tra i Tepanechi una guerra per la successione e

gli Aztechi ne approfittarono. Re Montezuma 1 si pose a capo di un’alleanza di tre stati:

Messico, Alcohuacan e lo stato tepaneco. Durante il suo regno gli Aztechi conobbero una

fase di grande espansione: lo Stato azteco aveva infatti consolidato il proprio dominio con

sbocchi sia sul golfo del Messico che sull’Oceano pacifico. Il processo di annessione terri-

toriale non si arrestò fino a Montezuma 11, che regnò sino all’arrivo degli Spagnoli.

Gli Aztechi avevano creato un vasto impero e la loro capitale Tenochtitlán contava

circa 300.000 abitanti, superando ogni città europea. Rigidamente stratificata, la società az-

teca vedeva al primo posto i nobili ed i sacerdoti, cui seguivano i commercianti ed i grandi

proprietari terrieri; per ultimi venivano i contadini ed i piccoli proprietari. Anche l’educa-

zione era affidata a scuole diverse a seconda del ceto. Alla nobiltà s’affidavano mansioni

burocratiche mentre il popolo era soggetto a diverse prestazioni. Mentre gli Aztechi ado-

ravano Huitzilopochtli, cui rivolgevano sacrifici umani che si procuravano con le spedi-

zioni fra gli abitanti del lago Texcoco a loro sottomessi, questi adoravano Quetzalcoatl, un

dio dalla pelle bianca e dalla lunga barba che sarebbe sceso un giorno fra gli uomini per

portare giustizia. La presenza di una divinità dalla pelle bianca deve aver giocato indubbia-

mente un ruolo non indifferente nelle relazioni con gli Spagnoli, dacché gli indigeni ri-

spondevano all’offensiva europea con le preghiere piuttosto che con le armi.

L’Impero azteco si reggeva sulla potenza di una minoranza aristocratica. Sterminata

la loro nobiltà, il resto della popolazione aveva accettato gli invasori come una nuova classe

dirigente. Le malattie diffuse dai conquistadores furono un potente alleato nella sottomis-

sione. Diversi elementi avevano contribuito a distruggere una civiltà che poteva competere

con quella europea: lo sfruttamento economico nelle due forme di mita (servizio pubblico

nelle miniere) e dell’encomienda (controllo su uno o più villaggi) contribuiva a deculturare

queste genti, mentre le malattie rendevano più deboli quanti fossero sopravvissuti.

Una nuova aristocrazia di venti/trentamila Spagnoli si impose: venne meno la figura

del libero contadino indigeno, che pagava la sua autonomia con alcune prestazioni. Tutti

diventarono schiavi, anche se formalmente il governo cercava di salvaguardare la soprav-

vivenza indigena. Il Messico si avviava così a diventare dominio di immensi latifondi in

parte laici ed in parte della Chiesa. Andava così riproponendosi un modello feudale, in cui

vigeva, oltre al servaggio, anche il maggiorascato (diritto a trasmettere il feudo al primo

figlio). [43]

Il risultato di questi processi fu la quasi totale distruzione delle tracce della civiltà

precedente e l’utilizzazione degli indigeni come meccanismi di sfruttamento agricolo e so-

prattutto minerario, che destinavano quasi tutta la loro produzione verso l’Europa. Sulle

rovine di Tenochtitlán era così sorta città del Messico, la cui cattedrale si erigeva sulle

rovine del tempio del dio Sole.

Più a sud nella regione andina, l’Impero incaico si estendeva dall’Ecuador al Cile,

trattandosi di un vasto complesso di territori compresi negli attuali Cile, Bolivia, Perù,

Ecuador e Colombia. Gli Incas chiamavano il loro territorio Tawantinsuyo, cioè “le quattro

parti” in cui era appunto diviso.

Gli Inca avevano raggiunto il loro apogeo un secolo prima della conquista europea e

così la loro civiltà si era potuta liberamente sviluppare. Abili nel costruire strade e nel con-

trollare il corso delle acque, oltre che l’osservazione del calendario, gli Inca non conosce-

vano però la scrittura: erano infatti soliti trasmettere tutta una serie di informazioni fa-

cendo uso del quipo, un sistema di cordicelle annodate pendenti da una corda principale. Le

informazioni variavano sia dal colore che dal tipo del nodo.

Pizarro giunse proprio in un momento in cui era in atto una contesa per il trono. Alla

morte di Huayna Capac il potere passò ad Huascar. Il fratello Atahualpa non accettò tale

successione e sconfisse Huascar. Gli Spagnoli, dal canto loro, ebbero la meglio su Ata-

hualpa nella battaglia di Cajamarca (1533) e, quando giunsero a Cuzco, furono salutati come

liberatori che avevano abbracciato la causa di Huascar. In poco tempo gli Spagnoli decre-

tarono la fine di questo impero.

Una delle caratteristiche della civiltà incaica era la concentrazione demografica ur-

bana. Cuzco, la loro capitale, era una delle città più grandi al mondo. La popolazione, vi-

vendo su un territorio difficilmente coltivabile, aveva sviluppato una coltura di tipo alta-

mente intensivo. Ad esempio la patata fu da loro scoperta dopo pazienti incroci di tuberi

più piccoli. Altri prodotti agricoli erano il mais ed il riso.

Al vertice della società c’era la nobiltà, prevalentemente militare, che concentrava in

sé tutti i poteri civili e militari. Uno strato sociale inferiore era formato da piccoli funzio-

nari, sacerdoti minori ed ufficiali inferiori, capi di piccole comunità, i cui privilegi non

erano ereditari. Seguivano strati urbani di tipo professionale ed infine la massa dei conta-

dini, organizzata in comunità di lavoro, che dovevano effettuare prestazioni ai nobili, clero

e Stato. La stratificazione incaica individuava tre fasce: l’aristocrazia che comandava, la

nobiltà minore amministrativa e la massa lavoratrice. Caratteristica degli Inca è la man-

canza della proprietà privata: infatti la terra era assicurata alle comunità rurali dallo Stato.

Mancando la mobilità e la pratica del commercio, la società inca appare più statica ed im-

mobile che quella azteca, ma non tendeva a creare né latifondi né schiavi. In sostanza

ognuno era libero all’interno di una comunità di cui era parte integrante. Lo Stato utilizzava

la raccolta dei prodotti versati come imposte o prestazioni di lavoro per finanziare e man-

tenere onerosi servizi di collegamento, come strade e impianti idrici. La comunità coltivava

le terre dividendole in terre degli Inca, dei sacerdoti e della comunità. I prodotti venivano

convogliati nei magazzini pubblici, servendo a mantenere i nobili, sacerdoti e lavoratori

improduttivi ed indigenti. Caratteristica del sistema politico era l’organizzazione decimale:

ogni Stato era formato da 4 province, ogni provincia da 4 tribù, ogni tribù da 100 ayllu, ogni

ayllu da 100 famiglie.

Pizarro poté sottomettere il Paese utilizzando la burocrazia e sfruttando la tendenza

alla subordinazione dei ceti artigiani e contadini. Nel paesaggio andino non furono le ma-

lattie a praticare lo spopolamento, ma piuttosto la distruzione della complessa organizza-

zione del lavoro. Gli Spagnoli legarono al loro interesse la tradizione della mita, cioè il tri-

buto in lavoro allo Stato. A tal proposito terribile fu la vita nelle miniere. Accanto ai mi-

tayos, che venivano portati da villaggi distanti e costretti ai lavori forzati, c’era il lavoro dei

salariati, che versavano, talvolta, in condizioni peggiori. Anche i laboratori di tessitura e

concia utilizzavano insieme la mita ed il lavoro salariato, ma in condizioni di sfruttamento

così spaventose che rendevano talvolta preferibile la miniera.

Questo regime di sfruttamento sollevò dure ribellioni. Lo stesso imperatore inca

Manco Capac, incoronato da Pizarro e fantoccio nelle sue mani, sfuggito agli Spagnoli, ne

[44]

divenne implacabile avversario. Uno dei suoi successori, Tupac Amaru, fu preso prigio-

niero e fatto decapitare nel 1572 dal viceré Francesco da Toledo, che finalmente poté unifi-

care il regno alla Spagna. Sùbito dopo gli Spagnoli cercarono di incattivirsi l’aristocrazia

inca fintanto che si assisterà ad un vero fenomeno di assimilazione aristocratica, grazie

all’istruzione che i gesuiti impartivano ai giovani nobili inca.

7. L’America settentrionale

Nell’America settentrionale non è possibile riscontrare un’organizzazione sociale

così complessa come quella sud e mesoamericana. Gli indigeni qui si diversificavano in

relazione al territorio ed al rapporto che l’ambiente gli offriva. Quasi ovunque non si co-

nosceva né agricoltura né allevamento di bestiame. Il nucleo sociale primitivo era la fami-

glia, che a sua volta si raccoglieva in genti e tribù. La comunità possedeva il sapere che

veniva insegnato in maniera proporzionale alle diverse famiglie. Diversa era la situazione

sociale degli indiani del litorale nord-orientale, che invece avevano dimora fissa, coltiva-

vano la terra con zappe e sapevano lavorare il rame. Gli Irochesi avevano dialetti diversi e

praticavano l’agricoltura del taglio-fuoco per produrre mais, cocomeri, tabacco, legumi. A

differenza dei loro confratelli del litorale nord-occidentale, facevano della caccia e della

pesca attività ormai sussidiarie all’agricoltura. La casa indica una struttura di tipo matriar-

cale, in cui erano comuni produzioni e consumo. Prima di venire a contatto con gli Europei,

gli Irochesi crearono una lega di cinque tribù guidata da un consiglio di sachem, cioè dagli

anziani. Il loro sistema di potere era così organizzato: le donne comandavano una “casa

lunga”, primo nucleo sociale, e la tribù poi aveva un capo militare ed un chem (anziano per

il tempo di pace). Questi formavano appunto il consiglio della lega.

Nelle praterie gli indiani era divisi in numerose tribù, accomunate dalla pratica della

caccia al bisonte, da cui traevano alimentazione, vesti e pelli per le abitazioni.

Più arretrate erano le condizioni degli indiani viventi nell’attuale California, esclu-

sivamente dediti alla caccia ed alla raccolta di frutti, senza fissa dimora e con un’estrema

frammentazione linguistica. Gli indigeni della zona sud-occidentale dell’America del Nord

erano invece agricoltori, organizzati in comunità piuttosto grandi (pueblos) e praticavano

una coltura in comune; avevano altresì i tratti di una comunità fortemente patriarcale. Il

villaggio aveva infatti un capo militare maschio ed una madre anziana amministrava in-

vece la comunità. Lo sciamanismo si rifletteva in un ricco folclore documentato da leg-

gende e canzoni. Tutte le tribù indiane avevano un sistema di scrittura pittografico.

Lo scontro con gli europei ebbe vicende e fasi molto diverse rispetto a quelle

dell’America centrale e meridionale. Il Nord America con i suoi immensi territori spopolati

non si prestava ad un colonialismo di sfruttamento, venendo così del tutto trascurato dai

conquistadores. Solo con il xv11 secolo le guerre di religione ed i contrasti interni spinsero gli

europei, soprattutto Olandesi ed Inglesi, a rivolgersi come coloni verso questi territori im-

mensi.

Parte seconda.

Un secolo di ferro

La pace di Cateau-Cambrésis è una data significativa perché indica una volontà di

assestamento degli Stati protonazionali. Tutte le forze sembravano pervase da un senso di

stanchezza per i conflitti e dalla volontà di ritrovare equilibri meno drammatici. Tuttavia

questa stabilità non risolveva difficoltà oggettive: ad esempio la Francia sino alla fine del

secolo sarà attraversata da sanguinose guerre civili e religiose; la Spagna, afflitta da gravi

problemi di carattere economico, sarà impegnata in guerre frequenti con la Francia e l’In-

ghilterra. Né mancheranno rovinosi sussulti interni: se la rivolta in Catalogna verrà sop-

pressa, nei Paesi Bassi la ribellione avrà successo ed il Portogallo riuscirà a tornare indipen-

dente. Anche nell’Europa orientale si formeranno degli Stati assoluti in Prussia, dove, al

[45]

pari di Ungheria e Polonia, la nobiltà otterrà l’asservimento dei contadini, il controllo della

terra e della ricchezza fondiaria.

I modelli del Rinascimento non sono affatto superati, ma la loro solidità ed armonia

sono minacciate dall’avvicinarsi di un dramma, secondo il quale tutto quello che sembrava

stabile per sempre è invece provvisorio e fragile: è l’arte drammatica del manierismo, pre-

ceduta dal Giudizio Universale di Michelangelo (1541). Questi si era formato mentre preva-

levano senza contrasto gli ideali rinascimentali ed aveva poi combattuto per la sopravvi-

venza della repubblica fiorentina. Il Giudizio Universale, oltre ad essere uno dei più signifi-

cativi momenti di sintesi della civiltà umanistica, è anche uno dei primi segni della crisi:

tant’è che la Controriforma trionfante non accetterà più il grande dipinto.

Crisi politica, religiosa e culturale preparano ed indicano l’emergere di un’altra più

profonda: quella economico-sociale. Questa fu evidente dopo le carestie susseguitesi

nell’ultimo decennio del xv1 secolo.

Diminuiva progressivamente in quasi tutti i centri la produzione manifatturiera ed

artigiana e cominciavano ora a farsi sentire i primi sintomi dell’atlantizzazione. La crisi

del mare era infatti maturata lentamente: il Mediterraneo, a poco a poco, si trovava così

fuori dalla grande storia. Esso perse gradualmente la sua forza economica e nel Seicento

l’iniziativa passò ai centri del Mar Baltico e dell’Atlantico settentrionale. Progressivamente

il Mediterraneo era stato invaso dai protagonisti atlantici, soprattutto Inglesi, Olandesi e

Francesi, che venivano a raccogliere dalle economie mediterranee unicamente prodotti

agricoli o materie prime. Da questi nuovi traffici c’è chi comunque riuscì a trarne beneficio,

come la città di Livorno. Ma la decadenza del Mediterraneo, se può spiegare le rivolte an-

tispagnole in Italia e le jacqueries in Francia, lo stato endemico di tensione nella stessa Spa-

gna, i contrasti fra Catalogna e Castiglia, il distacco del Portogallo, non riguarda altri ter-

ritori che semmai potevano avvantaggiarsi di tale crisi. Il mondo germanico veniva di-

strutto dalla Guerra dei trent’anni; la Polonia era travagliata da una lunghissima crisi isti-

tuzionale, mentre l’anarchia segnava lo Stato russo. Anche l’Olanda non fu immune da

profonde tensioni sociali.

Questa crisi generale era dovuta all’incapacità del sistema produttivo di trovare una

risposta adeguata alla crescita della domanda. Da qui tensioni sociali, crisi politiche, sta-

gnazione demografica, tendenza alla caduta dei prezzi, dopo la crescita della fase prece-

dente. Era una crisi dovuta all’inadeguatezza del settore manifatturiero, che ebbe poi riper-

cussione in tutti gli altri settori. L’area mediterranea conoscerà la decadenza dei ceti arti-

giani e, almeno in parte, la rifeudalizzazione, cioè l’aumento del potere delle vecchie ari-

stocrazie che controllavano la terra.

Inghilterra ed Olanda risponderanno alla crisi creando le premesse di una società

civile moderna e borghese, cercando cioè un equilibrio sociale che comprendesse ampia-

mente gli strati urbani più ricchi. La Francia preparava le premesse ad un suo lungo periodo

di egemonia sul continente.

La crisi significherà, soprattutto ad Oriente, dalla Prussia alla Polonia, dai Balcani

alla Russia, il trionfo di vecchie e nuove aristocrazie terriere, la scomparsa della libera e

piccola proprietà contadina.

Alla crisi legata alle inefficienze del meccanismo produttivo, l’area più avanzata ri-

spondeva con la rivoluzione agricola, con nuove premesse per l’accumulazione di capitali.

L’area orientale inaspriva piuttosto nuove o vecchie forme di servaggio. Nel Mediterraneo,

invece, soprattutto negli spazi italiani e spagnoli prevaleva la rifeudalizzazione ed il con-

trollo da parte delle aristocrazie. [46]

L’Europa nella seconda metà del Cinquecento

1. La Spagna sotto Filippo 11 “el rey prudente” (1556-1598)

L’assunzione del potere da parte di Filippo 11, il giovane re che aveva stipulato la pace

di Cateau-Cambrésis, costituì un punto di svolta per l’Impero asburgico. Suo padre, Carlo

v, si era abilmente servito delle tradizioni e culture diverse legate al suo potere, agendo in

un’ottica universalistica e polinazionale. Filippo 11, invece, non avendo la medesima visione

del padre, rinunciò ad ogni pretesa imperiale, badando piuttosto alla conservazione dei nu-

merosi dominî che aveva ereditato. Di formazione e cultura castigliane, Filippo 11 aveva

fatto le prime esperienze politiche nei Paesi Bassi, suscitando nei sudditi l’impressione che

egli fosse un dominatore estraneo alle tradizioni politico-culturali del luogo. Ciò nono-

stante alcuni aspetti della politica asburgica rimasero immutati, come l’attitudine a suggel-

lare strategie complesse tramite un’abile politica matrimoniale. Filippo 11 si era infatti spo-

sato con Maria Emanuela di Portogallo, sul quale avrebbe in futuro potuto vantare diritti

ereditari essendo anche figlio di Isabella di Portogallo. Dopo la morte della prima moglie

(1545), Filippo 11 si era risposato con Maria Tudor, esercitando notevole influenza sulla

politica inglese. Morta la Tudor, si legò con Elisabetta di Valois, manifestando infine un

forte interesse per la Francia.

L’obiettivo principale di Filippo 11 rimase la salvaguardia della Spagna e ciò è dimo-

strato dal fatto di non aver quasi mai abbandonato la penisola iberica. Filippo 11 impostò

tutta la sua politica di rafforzamento dei dominî, proprio in funzione della Spagna stessa.

Lo spostamento della capitale da Toledo a Madrid (1561) evidenziò intenti di accentra-

mento, anche geografico, che suscitò contrasti tra i sudditi aragonesi, catalani ed italiani.

Il giovane sovrano Asburgo possedeva un’alta concezione del compito del regnante

che lo portò ad assumersi “la totale responsabilità di governo” (cfr. Woodward). Il suo

pensiero lo indusse a creare una macchina amministrativa efficace ma inesorabilmente

lenta e complessa. L’Asburgo diede vita ad un sistema di governo burocratico in cui tutte

le competenze amministrative erano suddivise fra numerosi consigli, anche se ogni deci-

sione ultima spettava al sovrano. Filippo 11 contrappose alla visione “patrimoniale” del pa-

dre un’altra certamente più moderna, quella dello Stato burocratico.

Nel 1559 Filippo 11 si trovò di fronte a diverse difficoltà: un diffuso malcontento ser-

peggiava nei ceti popolari e nei moriscos, ma anche nei nobili e nei funzionari che avevano

approfittato dell’assenza di un potere ben saldo (1557-1559) per allargare i propri privilegi. Il

problema di maggior entità era costituito dalle gravissimi condizioni finanziarie dello Stato

spagnolo: sùbito dopo la pace di Cateau-Cambrésis il governo spagnolo fu infatti costretto

a dichiarare bancarotta (1557).

Filippo 11, avendo ereditato i pesanti debiti imperiali, aveva stabilito che questi sa-

rebbero stati rimborsati a banchieri e mercanti sotto forma di juros (obbligazioni di credito

al 5%). Ad esempio, fu così che i Fugger, costretti ad accettarli, iniziarono poi a venderli.

Tale operazione determinò una riduzione al 40-50% del valore reale dei juros, portando lo

Stato alla bancarotta.

La Spagna, con un sistema fiscale che necessitava di riforma in quanto tutti i ceti più

abbienti erano esenti da tassazione, e con un’economia fragile nonostante il costante af-

flusso di argento ed oro americani, riuscì ad affrontare ancora un decennio di guerre contro

i Turchi, periodo che si concluse con la vittoria di Lepanto (1571).

Altro tratto caratteristico del regno di Filippo 11 che incominciava a delinearsi era la

vigorosa difesa della Chiesa cattolica.

Dopo la pace di Cateau-Cambrésis la Spagna tornò a contrastare il predominio turco

nel bacino mediterraneo. Gli inizi non furono facili, con la sconfitta della flotta presso

l’isola di Gerba, vicino Tripoli. Poco dopo gli Ottomani attaccarono l’isola di Malta, sede

dei cavalieri Templari, che si difesero strenuamente sino al sopraggiungere di una flotta

spagnola. Nel 1566 salì sul trono Selim 11, che volle consolidare il proprio potere con una

[47]

conquista di rilievo ed a questo scopo diede inizio a grandi preparativi. I cristiani pensarono

che gli Ottomani si stessero preparando per dar man forte ai pirati barbareschi, impadro-

nitisi nel frattempo di Tunisi. Divenne poi chiaro che la grande offensiva turca avrebbe

avuto come obiettivo la conquista del possedimento veneziano di Cipro.

Nel 1570 un ambasciatore turco giunto a Venezia chiese la cessione dell’isola di Cipro

minacciando l’apertura delle ostilità. Papa Pio v cercò di dare vita ad una coalizione anti-

turca coinvolgendo la Spagna, che però prese tempo. Selim 11 ordinò così di muovere contro

Cipro ed i Turchi s’impadronirono quasi sùbito di Nicosia. Dopo un’ostinata resistenza

veneziana, truppe turche entrarono in città e la popolazione si arrese. Le condizioni di resa

apparivano ingannevolmente buone ai veneziani: a Marcantonio Bragadino, comandante

della roccaforte di Famagosta, ed ai suoi uomini superstiti venne garantita la salvezza. Tut-

tavia i Turchi non rispettarono i patti ed a Bragadino vennero amputati naso ed orecchie e

tutti i suoi uomini vennero fatti prigionieri. Dopo ulteriori torture e umiliazioni pubbliche,

Bragadino fu scorticato vivo e la sua pelle, imbottita di paglia e ricucita, fu appesa al pen-

none della galea del pascià Lala Mustafa come gesto di scherno nei confronti di Venezia.

L’assalto delle truppe ottomane all’isola di Cipro aveva suscitato immediati e com-

plesse reazioni nel mondo cattolico. La pervicacia del pontefice riusciva a coinvolgere la

Spagna in un’alleanza costituita dalla Santa sede e da Venezia: la Lega Santa avrebbe avuto

il compito di liberare il bacino mediterraneo dalla presenza turca. Il comando di una flotta

di 300 navi venne affidata a Don Giovanni d’Austria, fratello naturale di Filippo 11. Raccolta

a Messina, la flotta salpò nel 1571. Il comandante turco Ali Pasha decise di raccogliere la

sfida, puntando dritto sulla Real, la nave di Don Giovanni. Le navi ottomane furono inve-

stite però da un forte cannoneggiamento e l’assalto venne respinto con successo. Successi-

vamente le galee turche ingaggiarono un feroce corpo a corpo ma Don Giovanni riuscì ad

abbordare la Sultana, la nave ammiraglia turca, ed ad uccidere Ali Pasha, al quale fu moz-

zata la testa che poi venne sistemata su una picca e mostrata agli Ottomani. I cristiani non

risparmiarono i nemici ed alcuni equipaggi veneziani inseguirono gli avversari anche sulla

terraferma. Dal punto di vista militare la battaglia fu un evento straordinario: si scontra-

rono infatti più di 400 navi, e di queste i cristiani ne persero circa 10, mentre i Turchi ben

200. La grande vittoria tuttavia non venne sfruttata dalla Lega Santa: gli Ottomani si get-

tarono immediatamente nella ricostruzione della propria flotta ed i Veneziani preferirono

aprire con loro delle trattative. La Spagna si mosse verso il Nord Africa ma Tunisi venne

conquistata e ripersa fra il 1573-1574. Dopo il 1574 il Mediterraneo non fu più il principale

teatro delle operazioni belliche. Anche i Turchi, guidati dal nuovo sultano Murad 111, pre-

ferirono impegnarsi su altri fronti, concentrando i propri sforzi nel conflitto contro la Per-

sia e la conquista del Caucaso. A metà degli anni Settanta, Ottomani e Spagnoli aprirono

i negoziati, accordandosi per una tregua triennale.

Sul fronte della politica interna, Filippo 11 aveva mostrato una ferrea determinazione

ad estirpare i moriscos dal suolo spagnolo. Nel 1558-1559 erano state cancellate le tracce di

una religiosità erasmiana ed aperta al protestantesimo, convogliate entro gli argini della più

intransigente Controriforma. Con l’espulsione degli ultimi moriscos, le condizioni econo-

miche di Stati come l’Aragona non fecero che peggiorare, anche a causa di una politica

ostruzionista messa in atto da Madrid. Nel 1560 fu proibito ai moriscos l’utilizzo di schiavi

e venne messa in atto una meticolosa operazione di verifica dei diritti di proprietà terriera,

oltre che vietare l’uso della lingua araba, così come dei nomi e costumi moreschi.

Nel 1567 al declino dei redditi s’aggiunse un’annata di pessimi raccolti e nel 1568 i

moriscos insorsero. Fallito il tentativo di fomentare la rivolta a Granada, i ribelli si sposta-

rono presso la catena montuosa delle Alpurrajas, dando vita a sanguinose operazioni di

guerriglia. La repressione della rivolta degli Arabi venne affidata a Don Giovanni d’Au-

stria. Quando lo raggiunsero dei contingenti italiani, l’insurrezione aveva assunto i tratti

della guerra civile. Nel 1570 il governo spagnolo deportò 50.000 moriscos in Castiglia ed An-

dalusia e Don Giovanni poté aver ragione degli ultimi insorti. Divisi in piccoli nuclei, i

moriscos furono lentamente assorbiti dalle popolazioni locali. Nel complesso fu distrutto il

loro apporto economico. [48]

Filippo 11 successivamente decise di rafforzare il proprio dominio in Spagna. Da

lungo tempo il sovrano non vedeva con troppo favore la grande autonomia di cui godeva

l’Aragona. Con il pretesto di inviare truppe per rafforzare i confini con la Francia, Filippo

11 si mosse e gli Aragonesi insorsero. La situazione precipitò quando qui arrivò l’ex consi-

gliere di Filippo 11, Antonio Pérez, che doveva essere giustiziato a Madrid ma, essendo di

origini aragonesi, si ritirò invece nella sua patria, invocando il diritto di manifestación, in

base al quale chiunque fosse passibile di cattura da parte di funzionari regi poteva appellarsi

al Justicia d’Aragona e restare in attesa che esso pronunciasse una sentenza. Filippo 11 de-

cise di rivolgersi al tribunale dell’Inquisizione, ma Perez riuscì ad avvisare in tempo le sue

conoscenze del giorno in cui sarebbe stato tratto in arresto dall’Inquisizione. Subbugli scop-

piarono a Saragozza ma Filippo 11 li sedò con facilità. Tuttavia Perez era riuscito a fuggire

in Francia. Nel 1592, di fronte alle cortes aragonesi, Filippo 11 riconobbe quasi tutti i loro

privilegi, con alcune modifiche per detenere un potere più saldo del governo.

Nel frattempo sorgeva un altro problema: il re di Portogallo, Sebastiano 1 Aviz, si

era gettato in maniera sconsiderata in una crociata contro gli Arabi del Marocco. L’impresa

si era rivelata un vero disastro e pure lo stesso re era caduto nella battaglia di Alcazarquivir.

La sconfitta era risultata grave per un duplice motivo: anzitutto evidenziava i limiti di

questo Stato, padrone di un impero troppo vasto per le sue forze reali; in secondo luogo la

drammatica morte del re apriva il problema della successione, in quanto pure Filippo 11

accampava diritti in quanto figlio di Isabella Aviz del Portogallo. Per questo motivo fece

tornare in Spagna il cardinale Antonio Perrenot de Granvelle, uno degli ultimi funzionari

borgognoni ereditati dal padre ed ancora legato all’ideologia internazionale dell’Impero. Il

Granvelle cercò di preparare abilmente la successione di Filippo 11, facendo leva sull’insod-

disfazione delle classi dirigenti portoghesi dopo la sconfitta in Marocco: alcuni settori della

nobiltà potevano infatti sperare che l’assorbimento nel colosso spagnolo avrebbe favorito

lo sviluppo del commercio. Tuttavia il partito che preferiva un sovrano locale si mise in

armi, ma venne facilmente sopraffatto dalle truppe di Filippo 11, comandate dallo spietato

Fernando Álvarez de Toledo duca d’Alba. Il re spagnolo aggiungeva così alle sue numerose

corone pure quella del Portogallo, impossessandosi soprattutto dei suoi immensi dominî

coloniali. Successivamente Filippo 11 si comportò astutamente, rinunciando ad estendere le

leggi castigliane al nuovo territorio e lasciando intatta la struttura amministrativa locale.

Aprì solamente le frontiere interne per permettere ai Portoghesi di ricevere il grano di cui

erano affamati. Tuttavia questa unione, col passare del tempo, si rivelerà sempre più svan-

taggiosa per i Portoghesi: i mercanti lisbonesi non ebbero infatti da questa situazione i

vantaggi sperati, in quanto il Portogallo entrava a far parte di un sistema economico debole

e per giunta si trovava esposto agli attacchi dei nemici degli Spagnoli, senza che questi

potessero effettivamente difenderlo. La separazione che maturerà nel secolo xv11 ebbe

quindi cause di natura economica, ma venne preparata da un profondo risveglio di cultura

nazionale.

La battaglia di Lepanto rappresentò così una significativa cesura. Da questo mo-

mento, infatti, ai problemi legati col conflitto turco si sostituivano sempre più quelli con-

nessi alla rivolta dei Paesi Bassi. Questa ripresa della politica atlantica ed imperiale della

Spagna volta verso le Fiandre, verso il Portogallo, verso la stessa Inghilterra e la Francia,

fu permessa dall’argento e dall’oro che affluivano dall’America.

La Spagna poteva combinare le sue ambizioni imperiali di marca asburgica con l’in-

transigente scelta di essere in Europa la portatrice della Controriforma, grazie all’inesauri-

bile flusso di ricchezza. Ma tale disponibilità di metalli preziosi aveva un suo pesante costo,

in quanto l’economia spagnola si era adattata a non produrre. Cominciava così la decadenza

delle città, dei ceti artigiani e mercantili e la dipendenza della Spagna dall’estero.

Per quanto riguarda l’amministrazione Filippo 11 non utilizzò prevalentemente per-

sonale spagnolo, ma modificò anche un altro elemento fondamentale della politica interna:

il sovrano concentro tutti i poteri decisionali nei Consigli, i quali agivano per delega rice-

vuta dal re, anche se l’ultima decisione spettava sempre a lui.

[49]

La vita di Carlo v era stata dominata dagli spostamenti, quella di Filippo 11 fu domi-

nata dall’immobilità.

Filippo 11 morì nel 1598 ed il suo successore fu Filippo 111, che avrebbe dovuto affron-

tare i problemi coi Paesi Bassi, ma soprattutto la debolezza economica, la stagnazione de-

mografica, la subordinazione al commercio inglese ed olandese. Il re si preparava dunque

alla quarta bancarotta, mentre pure le miniere americane cominciavano a dare segni di

esaurimento: quel poco che partiva dai dominî d’oltreoceano veniva poi pure depredato dai

corsari inglesi. Nel 1609 vennero definitivamente espulsi 300.000 moriscos, danneggiando

ulteriormente le strutture produttive in una fase ormai di calo demografico.

2. La Francia alla ricerca della pace sociale e religiosa (1559-1598)

Lo Stato francese per un quarantennio fu travagliato da una crisi profonda. Il giovane

re Enrico 11 morì in seguito ad uno sfortunato colpo di lancia nel corso di un torneo cele-

brativo della pace di Cateau-Cambrésis. Il successore designato, Francesco 11, marito di

Maria Stuart, aveva soltanto 15 anni ed una fragile salute: morì infatti nel 1560. Le redini

della reggenza furono assunte così da Caterina de’ Medici, vedova di Enrico 11.

La mancanza di denaro e la crescita del debito pubblico costruivano alcuni dei più

gravi problemi in cui versava lo Stato, appena uscito da un cinquantennio di guerre. Le

divisioni più profonde erano però di natura religiosa. Poco tempo prima Enrico 11 aveva già

dato vita alla Chambre ardente, un’istituzione speciale del Parlamento dedita esclusivamente

ai processi di eresia, ma ciò non bastò per arginare la diffusione del calvinismo. Il credo

riformato era oramai una realtà consolidata.

Intorno alla reggente Caterina si strinse la potente famiglia dei Guisa, che accentuò

la propria vocazione cattolica e controriformista, col dichiarato intento di tagliare fuori da

ogni leva del potere politico la nobiltà riformata, unitasi invece sotto la guida dei Coligny.

I Guisa controllavano l’est, i Borbone il sud-ovest e la casata cattolica di Montmorency era

padrona del centro della Francia. In quegli anni, però, gli ugonotti rappresentavano ormai

un quinto della popolazione francese. Alle tensioni religiose si aggiunsero poi le lotte di

potere delle fazioni aristocratiche. I Borbone-Condé, infastiditi dal potere dei Guisa, ab-

bandonarono la corte e cercarono di catturare il re: la scoperta della cospirazione sembrò

condannare a morte sicura il principe di Condé, che invece si salvò solo per la morte im-

provvisa di Francesco 11. Il potere passò all’undicenne Carlo 1x, fratello di Francesco 11.

Caterina de’ Medici assunse il potere svincolandosi dalla pesante tutela dei Guisa.

La reggente scelse così una linea tollerante nei confronti degli ugonotti: Condé venne

liberato e vennero emanati degli editti di apertura (1561-1563), ma tuttavia avevano già ini-

ziato a soffiare venti di guerra. Nel 1561 si svolsero poi i colloqui di religione di Poissy, che

si risolsero però in un fallimento, dato che per alcuni mesi cattolici e calvinisti convissero

in un clima di crescente tensione.

Nel 1562 Caterina de’ Medici emanò un editto che riconosceva ai protestanti il diritto

di culto pubblico al di fuori dei centri urbani e quello di culto privato nelle città. La reazione

cattolica non si fece attendere: i capi del partito cattolico (il duca di Guisa, il conestabile di

Montmorency ed il maresciallo di Saint André) costituirono un triumvirato per opporsi ai

calvinisti ed alla corte. Alcuni cattolici al seguito di Francesco di Guisa si avventarono su

alcuni ugonotti raccolti in preghiera e ne uccisero una settantina: si andava verso la guerra

civile ed otto guerre di religione verranno combattute nel corso di trent’anni.

Dopo l’eccidio di Vassy (1562), quando i capi ugonotti Condé e Coligny avevano

ormai abbandonato Parigi, il partito cattolico catturò a Fontainebleau la famiglia reale. En-

trambe le fazioni cercarono poi alleati all’estero: i Guisa ottennero l’appoggio di Filippo 11

e Condé il sostegno degli Inglesi.

L’esercito regio attaccò Rouen, espugnandola nel 1562, ma durante le operazioni morì

Antonio di Borbone; allo stesso modo, nell’assedio di Orléans, morì Francesco di Guisa.

Tuttavia la guerra volse a favore dei cattolici giacché presero prigionieri Condé e Coligny.

Caterina allora si erse a mediatrice tra le fazioni aristocratiche in lotta. L’editto di Amboise

[50]

(1563) permise ai soli nobili di osservare il culto riformato nei propri castelli, mentre alla

popolazione urbana fu concesso di praticare il pubblicamente i propri in una città per ogni

baliaggio. Infine, ai contadini non fu riconosciuto alcun diritto.

Caterina ottenne sì una momentanea pacificazione, ma il successo fu solo parziale

perché le condizioni degli ugonotti peggiorarono rispetto a quelle stabilite. Riprese in que-

sto modo la guerra civile. Caterina de’ Medici e Carlo 1x intrapresero un lungo viaggio nei

territori del regno e si intrattennero a Bayonne in lunghi colloqui con Elisabetta di Valois,

moglie di Filippo 11: gli ugonotti temevano che stessero pianificando dei complotti contro

di loro.

In un clima di sospetti, avvertito da entrambe le parti, Condé e Coligny progettarono

la cattura della famiglia reale, ma la congiura venne scoperta: ebbe così inizio la seconda

guerra di religione (1567-1568). Un’ondata di eccidi si abbatté sulla Francia: il più cruento

fu quello di Nîmes, dove preti e nobili cattolici furono massacrati nel giorno di San Mi-

chele. La pace di Longjumeau confermò le clausole dell’editto di Amboise, ma ormai tra le

fazioni regnava la diffidenza. Questa guerra determinò l’eclissi del partito moderato, di cui

faceva parte il cancelliere Michel de l’Hôpital: d’ora in avanti sarebbe prevalsa la linea dura.

Caterina si allontanò così dai protestanti e si riavvicinò ai cattolici, firmando un de-

creto di espulsione di tutti i pastori presenti sul suolo francese. Scoppiò così la terza guerra

di religione (1568-1570). Gli ugonotti vennero sconfitti e Condé venne fatto prigioniero ed

ucciso; Coligny invece risalì la Francia con abbondanti truppe. Il calvinismo si trovò però

rafforzato. Con l’editto di Saint-Germain gli ugonotti ottennero la libertà di coscienza e di

culto, tant’è che quest’accordo sembrò il trionfo della linea dei politiques, il gruppo che vo-

leva la pace. I protestanti si riavvicinarono alla corte, come indicava il matrimonio di una

figlia di Carlo 1x, nuovo re di Francia, con Enrico di Borbone, capo del partito ugonotto.

Una congiuntura favorevole aveva reso possibile il declino dei Guisa. Ma la vittoria

di Lepanto ed i successi della Corona spagnola contro i moriscos e nei Paesi Bassi rimisero

in discussione questo equilibrio, creato dai politiques in funzione antispagnola. Il re e la

reggente tornarono ad appoggiarsi al partito dei cattolici intransigenti. Nel 1572 Caterina

formulò il piano di uccisione dell’ammiraglio Coligny. Nel 1572 il protestante Enrico di

Navarra sposò la cattolica Margherita di Valois. Un attentato contro di lui venne fissato

ma il sicario fallì il colpo. Gli ugonotti sospettarono sùbito di Caterina e dei Guisa. La

reggente decise di cogliere l’occasione e di far uccidere i capi ugonotti, giunti a Parigi per

le nozze di Enrico di Navarra. Il massacrò cominciò nella notte del 24 agosto, quando gran

parte dell’aristocrazia ugonotta fu passata a fil di spada, ed all’alba intervennero anche i

cittadini parigini. Per tutto il resto dell’anno si verificarono episodi analoghi. La morte

dell’ammiraglio Coligny, ucciso a tradimento, ed il massacrò di migliaia di ugonotti tra-

sformò radicalmente il movimento calvinista.

Carlo 1x si assunse tutta la responsabilità dell’accaduto e la sua decisione di revocare

la libertà di culto non fece che esasperare gli ugonotti. Si trattava dell’inizio della quarta

guerra di religione (1572-1573). L’operazione di maggior rilievo fu l’assedio della roccaforte

ugonotta di La Rochelle, che avrebbe resistito fino al 1573, quando i cattolici si ritirarono.

L’editto di Boulogne concesse una limitata libertà di culto agli ugonotti.

Nel 1574 morì Carlo 1x e lo scettro passò ad Enrico di Valois. Abbandonato il trono

polacco, assunse la corona francese col nome di Enrico 111. Nel frattempo il partito ugonotto

si era profondamente rafforzato.

Il gruppo dei politiques riprendeva le sue pazienti trame per la pacificazione interna.

Si cominciava a dar maggior peso all’elemento politico ed a capo di tale partito si poneva

l’ultimo dei figli di Caterina, il duca di Alençon. La quinta guerra di religione iniziò nel

1574 e si concluse nel 1576 con la pace di Beaulieau, in cui Enrico 111 garantì agli ugonotti la

libertà di culto su tutto il territorio francese esclusa Parigi, nonché otto piazzeforti di sicu-

rezza. Si trattava di un riconoscimento religioso e politico che non poteva lasciare indiffe-

renti i cattolici ed i Guisa intervennero violando immediatamente la pace. Il re fu costretto

a ritrattare ed a dare il proprio appoggio alla Lega cattolica. La sesta guerra di religione

(1576-1577) si concluse con la pace di Bergerac che riconobbe gli accordi di Beaulieau. La

settima (1579-1580), terminata con la pace di Fleix, confermò ulteriormente quanto stabilito

a Bergerac. [51]

Queste continue oscillazioni della Corona denotavano l’assenza di una linea politica,

contribuendo a mantenere un clima di incertezza logorante per ambedue le parti. La Lega

cattolica si sciolse rivelando la sua natura, cioè quella di strumento politico nelle mani dei

Guisa. Lo Stato francese parve sul punto di disgregarsi.

La morte di Francesco duca di Alençon (1584) aprì nuovi scenari sul tema della suc-

cessione. Dal momento che Enrico 111 non aveva eredi, il trono poteva passare ad Enrico

duca di Guisa, oppure poteva diventare re il protestante Enrico di Navarra, della stirpe dei

Borbone. La Lega cattolica si ricostituì in tutta la Francia e si iniziò a sostenere un terzo

candidato: Carlo di Borbone. Nel 1584 ci fu il trattato di Joinville: Enrico di Guisa si alleò

col sovrano spagnolo, ottenendo sussidi economici e la garanzia di un intervento armato.

Caterina de’ Medici ed Enrico 111 si accordarono con i Guisa. Violate tutte le garanzie

date agli ugonotti, si aprì l’ottava guerra di religione, denominata anche “guerra dei tre

Enrichi”, rispettivamente Enrico 111 di Valois, re di Francia, Enrico duca di Guisa ed Enrico

il Borbone, duca di Navarra. Nel 1587 il duca di Guisa sconfisse i protestanti ad Auneau e

nel 1588 entrò trionfante a Parigi. Tutto il popolo si schierò dalla sua parte ed Enrico 111 non

riuscì a riprendere il controllo della capitale: dopo la Giornata delle barricate (12 maggio)

dovette darsi alla fuga. La Lega cattolica divenne sempre più potente e raggiunse il culmine

nell’estate ’88, quando l’Invencible Armada aggredì l’Inghilterra, rea di aver giustiziato Ma-

ria Stuart, imparentata coi Guisa. La disfatta dell’imponente flotta spagnola ebbe delle ri-

percussioni anche in Francia. Enrico 111 pensò che fosse giunto il momento di liberarsi dai

Guisa e convocò pertanto gli Stati Generali, la cui maggioranza si schierò però dalla parte

dei Guisa. Le guardie del re uccisero Enrico duca di Guisa e venne imprigionato Carlo di

Borbone. Tale colpo di mano provocò una generale levata di scudi contro il sovrano: il papa

lo aveva già scomunicato mentre numerosi predicatori inneggiavano al tirannicidio. A En-

rico 111 non rimase altro che accordarsi con Enrico di Navarra. A Plessis-lès-Tours i due

s’incontrarono (1589) e marciarono su Parigi, saldamente in mano ai seguaci della Lega.

Enrico 111, morente, designò Enrico di Borbone suo successore a patto che prima si conver-

tisse al cattolicesimo. Nel frattempo Enrico di Borbone cominciò ad agire da re, dichia-

rando che avrebbe scelto la religione impostagli e che presto si sarebbe convertito. Affrontò

così l’esercito della Lega, per poi tornare a cingere d’assedio Parigi, senza successo a causa

dell’arrivo a Mayenne di contingenti spagnoli. Il problema della successione rimaneva però

aperto. Carlo di Borbone morì nel 1590 e nel 1593 a Saint-Denis Enrico di Navarra fece

pubblica abiura e fu consacrato re a Chartres ed entrò a Parigi nel 1594. In questo modo si

realizzava il piano dei politiques secondo cui la Francia necessitava di un grande sovrano,

che lo ritrovò effettivamente nell’antico protestante che aveva preso il nome di Enrico 1v.

Nel 1595, scomunicato da tempo, Enrico 1v ottenne l’assoluzione dalla Chiesa. Gli

restava ora il gravoso compito di espellere gli spagnoli dal suolo francese. Sconfitte le

truppe spagnole, strappò loro Amiens (1597).

Enrico 1v regolò la questione religiosa con l’Editto di Nantes (1598), che concesse

libertà di coscienza e di culto pubblico in tutti quei luoghi dove erano già praticati nel 1597.

Il culto riformato venne però vietato a Parigi.

Filippo 11 acconsentì a firmare la Pace di Vervins (1598), che riconobbe tutte le clau-

sole stabilite a Cateau-Cambrésis: la Francia era riuscita a preservare la propria indipen-

denza ed a mantenere tutti i propri territori. L’Editto di Nantes fu una soluzione di com-

promesso, in quanto la religione ufficiale dello Stato francese restava quella cattolica, ma

denotò comunque un’esigenza di limitare i conflitti interni, permettendo allo Stato di af-

frontare i problemi del Paese e riorganizzare l’amministrazione, la giustizia, la vita econo-

mica e la politica estera.

3. Come nacque la repubblica dei mercanti. L’Olanda verso l’“âge d’or”

I Paesi Bassi erano stati i dominî prediletti dell’imperatore Carlo v. Suo figlio Filippo

11 invece li sentiva estranei e pensava di amministrarli da Madrid.

Rafforzati da Carlo v, che li aveva avuti in eredità dal duca di Borgogna, i Paesi Bassi

erano costituiti da 17 province e si estendevano sugli attuali Belgio, Lussemburgo, Olanda,

sulle parti francesi delle Fiandre e dell’Hainaut, e sull’Artois.

[52]

Il trattato di Asburgo (1548) aveva affrancato tali province dalla giurisdizione impe-

riale. Una prammatica sanzione unificò il diritto di successione sulle province che dove-

vano essere governate da un solo re. La capitale di questo Stato federale era Bruxelles e ogni

provincia era retta da un governatore (stadthouder) ed era dotata di proprie assemblee dei

tre ordini. Il governo del re era supportato dal Consiglio di Stato, dal Consiglio Privato e

da quello delle Finanze.

Nel 1559 Filippo 11 si apprestò a ritornare in Spagna, acconsentendo malvolentieri alle

richieste degli Stati Generali, infastiditi dalla presenza sul loro territorio di un esercito

straniero. La linea politica del giovane Asburgo era fonte di scontento presso le principali

famiglie fiamminghe.

In questo clima gravido di tensione, nonostante fosse in vigore la severa legislazione

contro gli eretici (i Placards), a partire dalla metà del Cinquecento il calvinismo si stava

diffondendo anche qui.

Filippo 11 mise allora appunto un piano che avrebbe scompaginato tutta la struttura

ecclesiastica dei Paesi Bassi: decise di istituire 14 nuove sedi vescovili con nomina regia.

Tutta l’organizzazione ecclesiastica avrebbe dovuto far capo all’arcivescovato di Malines,

carica conferita al Granvelle. Filippo 11, inoltre, decise di inglobare i Paesi Bassi nella giu-

risdizione dell’Inquisizione spagnola. Tale impopolare politica sollevò un fronte antispa-

gnolo, guidato dai fratelli Luigi di Nassau e Guglielmo d’Orange. Quest’ultimo era il più

importante degli aristocratici olandesi, formalmente cattolico, ma intimamente incline al

luteranesimo anche per i legami con l’elettore di Sassonia. Altri aristocratici come Filippo

di Montmorency duca di Horn erano cattolici e la loro opposizione era di natura schietta-

mente politica.

La nobiltà fiamminga ottenne il suo primo successo nel 1564, riuscendo a far rimuo-

vere il cardinale Granvelle. Successivamente gli aristocratici decisero di inviare Lamoral

conte di Egmont in Spagna, presso Filippo 11, per spiegare i motivi del loro scontento. Tut-

tavia l’Asburgo restò inamovibile e ribadì l’intenzione a riunire gli Stati Generali per il

mantenimento dei Placards. Una folta rappresentanza di nobili andò da Margherita d’Au-

stria, reggente dei Paesi Bassi, per esprimere il proprio malcontento, chiedendo di respin-

gere l’Inquisizione e di moderare i Placards. La reggente accettò e Filippo 11, pur restio,

ratificò le decisioni della sorella. Nel frattempo aveva però inviato nei Paesi Bassi il duca

d’Alba per sedare la rivolta. Una furiosa ondata di violenza iconoclasta divampò nella re-

pubblica ma Margherita seppe dividere le forze avversarie ed a prevalere facilmente su di

loro (1567). I Paesi Bassi erano stati pacificati ma il feroce duca d’Alba fece comunque in-

gresso a Bruxelles.

Successivamente venne istituito il Consiglio dei Torbidi, il cosiddetto Tribunale di

sangue: furono processate 12.000 persone di cui 8.000 mandate a morte. Furono uccisi anche

alcuni membri dell’alta aristocrazia come il conte Horn, stadthouder delle Fiandre, ed il

conte di Egmont. Tutta la resistenza si raccolse allora attorno a Guglielmo d’Orange, rifu-

giatosi in Germania, e così cominciò la Guerra degli ottant’anni (1568-1648).

I primi scontri si verificarono in Frisia e nel Limburgo, dove i tercios spagnoli ebbero

facilmente la meglio sulle truppe mercenarie degli Olandesi. Nel 1569 l’ago della bilancia

pendeva a favore degli Spagnoli, ma il duca d’Alba cominciò ad incontrare maggiori diffi-

coltà a mantenere il proprio esercito. Egli ideò allora un oneroso piano d’imposte, che

avrebbe reso indipendente il governo locale dagli Stati Generali. Ma il duca d’Alba doveva

passare proprio attraverso questi e nel marzo 1569 delle tre imposte ne venne accettata sol-

tanto una. Ciò non fece che accrescere il malcontento popolare e le città rifiutarono i presidî

spagnoli, mentre accoglievano i ribelli del mare che si erano scatenati in un’attivissima

pirateria. Gli Orange stavano accumulando sempre più solidarietà da parte delle popola-

zioni locali. Contemporaneamente Guglielmo d’Orange portò la guerra in Gheldria e suo

fratello Luigi di Nassau invase l’Hainaut.

La reazione del duca d’Alba fu durissima ed il condottiero spagnolo ridusse all’obbe-

dienza tutte le città ribelli. Il piccolo centro di Alkmaar riuscì a resistere ponendo fine

[53]

all’invincibilità degli Spagnoli, cui restavano ancora da conquistare l’Olanda e la Zelanda.

La decisione del duca di mantenere l’esercito col saccheggio era votata al fallimento e così

recise gli ultimi legami che i Paesi Bassi potevano ancora avere con la Spagna. Il duca

d’Alba venne poi richiamato in Spagna ed al suo posto fu inviato don Luis de Requenses,

ma ormai per gli Spagnoli Olanda e Zelanda erano perdute.

I ribelli olandesi sconfissero gli Spagnoli a Middleburg (1574), ma Requenses vinse a

Mook, dove morì Luigi di Nassau. Il comandante spagnolo fu poi costretto a ritirarsi da

Leida e morì nel 1575. La bancarotta dello Stato spagnolo rese il proprio credito così basso

da spingere alla rivolta anche le province cattoliche meridionali, rimaste fino ad allora fe-

deli alla Spagna. Anversa fu messa barbaramente al sacco e ciò determinò la Pacificazione

di Gand (1576) fra le province del sud e del nord. Il documento, che consacrò l’unione delle

province dei Paesi Bassi per la riconquista della tradizionale libertà, ebbe però vita breve.

L’aristocrazia vallona – rimasta cattolica – puntava infatti soprattutto ad una solu-

zione di compromesso che garantisse maggiore autonomia ai Paesi Bassi. Nel 1576 arrivò

come governatore Giovanni d’Austria, che sembrava destinato a favorire un compromesso.

Nel 1577 l’Editto perpetuo sancì il ritiro delle truppe spagnole, il ripristino degli antichi

privilegi nonché il mantenimento del cattolicesimo come unica confessione e la fedeltà alla

Corona spagnola. Tali condizioni poteva essere accettate, al limite, dalle province meridio-

nali, ma non da quelle settentrionali, che le respinsero.

Don Giovanni allora sconfisse l’Orange a Gembloux (1578), ma la sua morte, avve-

nuta nello stesso anno a Namur, privò la Spagna di un grande condottiero, oltre che abile

politico. Suo successore fu Alessandro Farnese, il quale riunì tutte le province cattoliche

nell’Unione di Arras (1579). La replica protestante fu pressoché immediata poiché nacque

l’unione di Utrecht, che nel 1581 avrebbe proclamato l’istituzione della Repubblica delle

province Unite. Nel 1579 Farnese firmò la pace di Arras che confermò le clausole della

pacificazione di Gand e dell’Editto perpetuo. Tra il 1580-1585 il condottiero italiano conso-

lidò la riconquista delle province meridionali, prendendo Anversa.

Dopo l’uccisione di Guglielmo d’Orange nel 1584, Inghilterra ed Olanda strinsero

l’alleanza di Nonsuch, in base alla quale la prima avrebbe fornito alla seconda un sostegno

finanziario e delle truppe. Il conte di Leicester venne inviato in Olanda, ma il suo apporto

fu nullo e gli Olandesi capirono che non potevano più avvalersi di alleati stranieri. La ca-

tastrofe dell’Invencible Armada ebbe delle ripercussioni anche in Olanda, ridando forza ai

protestanti. Farnese intervenne in Francia per liberare Parigi assediata ma morì nel 1592. La

pace di Vervins (1598) fu accolta con sollievo dalla Spagna, stremata da decenni di guerre.

Nel 1609 venne infine firmata una tregua di dodici anni.

Dopo che la rivolta politica si era risolta in una definitiva secessione, la guerra venne

portata avanti dal figlio di Guglielmo, Maurizio d’Orange. Caratteristico era il suo mecca-

nismo politico: il potere civile era in mano alle rappresentanze degli Stati. In ogni provincia

il Gran Pensionario si occupava della politica interna e soprattutto estera. I poteri militari

erano invece confidati allo stadthouder. I magistrati dell’Olanda – la provincia che da sola

contribuiva al 50% dell’esazione fiscale – avevano preminenza sugli altri. Il Gran Pensio-

nario d’Olanda era la massima autorità civile della federazione, mentre il suo stadthouder

comandava l’esercito interno. Per oltre un secolo la famiglia degli Orange si assicurò questa

carica.

Nel complesso la borghesia olandese seppe impedire però agli Orange, spesso alleati

con gli strati popolari ed artigiani, di trasformare la repubblica in principato. Protesa sul

mare la nuova repubblica diventerà non solo uno dei nuovi centri dell’economia mondiale,

ma anche lo spazio più aperto d’Europa per la tolleranza religiosa.

4. Lo sviluppo dell’Inghilterra elisabettiana (1558-1603)

La morte di Enrico v111 faceva entrare lo Stato inglese in un periodo di inquietudine

ed incertezza. Il figlio Edoardo v1 aveva soltanto nove anni e così s’intrecciarono fitte trame

a corte per cercare di estromettere il giovanissimo sovrano: si creò un gruppo di uomini che

formarono un Consiglio di reggenza, all’interno del quale primeggiava Edward Seymour

[54]

duca di Somerset. Quelli erano anni difficili segnati dalla crescita dei prezzi e dalle pessime

condizioni finanziarie dello Stato. In un clima di forte instabilità politica, il Consiglio non

riuscì mai a godere della medesima autorità del re. Oltretutto la Scozia continuava a riba-

dire orgogliosamente la propria indipendenza dall’Inghilterra. Somerset visse la conquista

della Scozia come un’ossessione. Edimburgo venne conquistata ed occupata da truppe in-

glesi dopo la battaglia di Pinkie (1547). La guerra sembrò volgere al peggio per gli Scozzesi

cosicché la loro regina Maria Stuart si rifugiò in Francia. Le finanze inglesi uscirono molto

logorate da questa guerra che, in effetti, si concluse in un fallimento e che determinò l’inizio

della crisi di potere di Somerset.

Sul fronte della politica interna, nel 1549 vennero presi due provvedimenti di un certo

rilievo: il decreto contro le recinzioni e la pubblicazione del Prayer Book, che non soddisfece

pienamente i protestanti. Questi due atti suscitarono rivolte di grande portata in tutta In-

ghilterra: gran parte dei focolai dei sovversivi vennero spenti dal lord del luogo. John Dud-

ley duca di Warwick sconfisse i ribelli più ostinati nel Norfolk. Il suo potere uscì talmente

rafforzato da questa vittoria che egli progettò un colpo di stato al fine di estromettere il

duca di Somerset dal governo. Costui venne poi catturato e giustiziato nel 1552.

In un clima di incertezza politica, la salute del sovrano peggiorava sempre più. Se

fosse salita al torno Maria Tudor, tutta la politica religiosa di tendenza protestante sarebbe

diventata opera vana.

Dopo la morte di Edoardo v1 nel 1553 si scatenarono intrighi per impedire l’ascesa al

trono di Maria, la quale superò tuttavia le difficoltà e venne eletta regina. Per rafforzare il

suo potere, Maria si legò a Filippo 11 di Spagna, subordinando per qualche tempo l’Inghil-

terra alla politica degli Asburgo di Spagna. Poco dopo Maria Stuart, erede al trono scozzese

ed a sua volta pretendente a quello inglese, sposando Francesco 11, non solo diventava re-

gina Francia, ma entrava nel gioco dei Guisa, il potente partito cattolico. Nel 1553 il papa

nominò legato papale in Inghilterra Reginald Pole, affidandogli il compito di ricondurre la

nazione inglese nell’alveo del cattolicesimo. Il Parlamento abrogò tutti i provvedimenti di

natura religiosa approvati durante il regno di Edoardo v1. In questo modo si ritornò al 1547,

quando l’Inghilterra era sì scismatica, ma ancora cattolica. Nel 1553 venne pure ripristinata

la messa e per i protestanti s’aprì un momento difficile. La regina, Pole ed i vescovi inau-

gurarono una stagione di lotta contro gli eretici e quasi 300 vennero mandati al rogo. La

regina si guadagnò così l’appellativo di “Bloody Mary”. Nel 1554 Filippo 11 giunse in Inghil-

terra e sposò Maria. Ella morì poi nel 1558 e con la sua scomparsa ebbe fine la restaurazione

cattolica.

A Maria Tudor successe Elisabetta, figlia di Enrico v111 ed Anna Bolena, frutto

quindi di un matrimonio che la Chiesa cattolica aveva giudicato nullo e sacrilego, che con-

seguentemente legava la nuova regina ad una scelta protestante.

Con Elisabetta la Corona inglese tornò ad essere governata da una personalità lucida,

dura, nata per esercitare il potere. Sua grande abilità fu la capacità di accordare l’assoluti-

smo dei Tudor con gli elementi più progressisti di una scelta mercantile e manifatturiera.

La società inglese conobbe una notevole espansione del settore produttivo. Profonde tra-

sformazioni del sistema agricolo già cominciate nel xv secolo si portarono a compimento,

come il passaggio dagli open-fields alle enclosures, che segnarono il passaggio alla proprietà

privata ed individuale del terreno. Questa situazione favorì lo sviluppo dell’agricoltura e

dell’individualismo agrario.

La caratteristica fondamentale della società inglese era però già legata alla partecipa-

zione indifferenziata di tutte le classi ricche di capitali ad imprese commerciali ed impren-

ditoriali redditizie ed avventurose. Numerose compagnie di mercanti s’avviarono lungo le

coste africane ed il Mare del Nord. I mercanti-avventurieri controllavano il settore della

lana in rapporto con i Paesi Bassi, mentre la compagnia della Moscovia aveva raggiunto la

Russia coprendo tutte le domande commerciali di questo immenso territorio, utilizzandolo

fra l’altro come strada terrestre e fluviale per il commercio con l’Oriente e la Persia. Il

[55]

successo di queste imprese contribuì al fenomeno della tratta dei negri e della guerra cor-

sara. La spregiudicatezza della società inglese era infatti testimoniata dalle numerose con-

cessioni fatte a negrieri e corsari, ma anche dalla stessa legalizzazione della pirateria, alla

quale partecipava, come azionista, la stessa regina. Questa società in piena espansione ne-

cessitava però di un governo che assicurasse tranquillità, sicurezza, tolleranza e pace reli-

giosa. Elisabetta rimodellò il Consiglio esautorando tutti gli uomini di Maria Tudor rima-

sti. Elisabetta riconferì all’Inghilterra un profilo protestante e tornò in vigore la gerar-

chia ecclesiastica anglicana. Nel 1559 venne pubblicata una nuova versione del Prayer Book

che andava appunto incontro alle esigenze dei protestanti. Nel 1563 vennero poi approvati

i Trentanove articoli, testo dottrinale basato sui Quarantadue articoli formulati da Thomas

Cranmer nel 1552, proponendo una religiosità d’impronta teologica calvinista.

In questo modo ogni opposizione era svilita ed in particolare venivano spuntate le

principali armi polemiche dei puritani, calvinisti ortodossi che rifiutavano ogni gerarchia

che andasse oltre i pastori.

Un altro segno di abilità di Elisabetta fu l’utilizzazione del Parlamento, che divenne

strumento di una politica economica e sociale tesa verso lo sviluppo. A tal motivo venne

emanato lo Statuto degli artigiani (1563), che tendeva a riorganizzare il mercato del lavoro.

Questo diveniva obbligatorio fino a 30 anni d’attività. Lo statuto difendeva poi la qualità

del lavoro artigiano, prevedendo lunghi tempi d’apprendistato. In questo modo si tendeva

ad evitare un’indiscriminata fuga dalle campagne ed una minaccia d’affollamento nel set-

tore artigiano.

Mentre l’Inghilterra viveva questa fase di riassetto politico e di sviluppo economico-

sociale, la Scozia continuava a restare una terra inquieta. Dopo la morte del marito e re

Francesco 11, Maria Stuart aveva lasciato la Francia ed era diventata regina di Scozia. Da

parte inglese – soprattutto di William Cecil, uomo di fiducia di Elisabetta – era ben radicata

la speranza che la Britannia fosse un’isola unita, ma un grosso ostacolo era proprio rappre-

sentato dalla Scozia, orgogliosa della propria indipendenza, e da Maria Stuarda, cattolica e

gravitante nell’orbita dei Guisa.

L’Inghilterra firmò con i riformatori scozzesi l’accordo di Berwick per cercare di al-

lontanare i Francesi presenti in Scozia. Tuttavia gli Inglesi vennero sconfitti a Leith, giun-

gendo poi al trattato di Edimburgo (1560), che garantì la partenza delle truppe francesi dalle

terre scozzesi.

La Scozia ormai da secoli aveva conosciuto il formarsi delle grandi proprietà eccle-

siastiche, molto bramate dalle classi più ricche. Da quando John Knox aveva iniziato la

predicazione del calvinismo, esso non solo aveva avuto successo fra gli artigiani, ma anche

fra gli stessi nobili e borghesi. Perciò Maria Stuarda si trovò a governare uno Stato che era

diventato ormai prevalentemente calvinista e in cui tutti gli strati sociali avevano parteci-

pato alla rivolta contro l’opulenta e corrotta presenza della Chiesa cattolica. Maria Stuart,

risposatasi con Henry Darnley, pensava di aver rafforzato il suo potere, ma in realtà aveva

dovuto abbandonare la Scozia e cercare rifugio in Inghilterra. Aveva però lasciato un figlio,

Giacomo, nominandolo erede dopo l’abdicazione. In questo modo Elisabetta poté control-

lare direttamente quella che il partito cattolico, la Chiesa di Roma, la Francia dei Guisa e

lo stesso Filippo 11 le contrapponevano come diretta pretendente al trono inglese.

La stabilità del potere politico inglese venne messa a dura prova dalla rivolta dei lord

cattolici (1569-1570), energicamente repressa dalla regina. Papa Pio v scomunicò Elisabetta,

dichiarandola eretica. Nel 1571 venne scoperta la congiura di Roberto Ridolfi, che avrebbe

dovuto consegnare il trono inglese a Maria Stuarda. Nel prosieguo degli anni la società

inglese fu attraversata da frequenti critiche nei confronti dell’operato della regina.

Questo clima di turbolenza venne alimentato dalla questione della successione di

Elisabetta, la quale aveva dichiarato l’intenzione di non volersi sposare.

Sul fronte della politica estera i frequenti attacchi dei pirati inglesi alle flotte asbur-

giche e le conseguenti rappresaglie spagnole contro navi inglesi resero molto tesi i rapporti

[56]

tra Spagna ed Inghilterra, che s’impegnò ben poco nella pacificazione. Nel 1572 si stabilì un

trattato di mutua difesa con la Francia.

Sul fronte interno gli Inglesi furono impegnati a consolidare la propria presenza nella

bellicosa Irlanda, dove fu condotta una vigorosa politica repressiva nei confronti dei catto-

lici, anche perché papa Pio v aveva chiesto ai cattolici inglesi, tramite la bolla Regnans in

excelsis (1570), di infrangere il proprio vincolo di fedeltà verso la Corona. La reazione del

Parlamento non si fece attendere e venne votata l’estensione delle leggi sul tradimento a

tutti coloro che avessero diffuso nel regno documenti ed oggetti cattolici.

A partire dal 1580 cominciarono ad essere attivi i gesuiti, ma in ogni caso la repres-

sione non conobbe soste. Il timore di congiure e di attentati – come quello che aveva elimi-

nato Guglielmo d’Orange – spinse il Parlamento a votare una legge che prevedeva l’istitu-

zione di un tribunale speciale (1585): se questo scopriva che, in caso di tentata invasione,

ribellione o attentati alla regina, fosse stato implicato un pretendente al tono, questi era

passibile della pena di morte. Filippo 11, per giustificare il prossimo tentativo di invasione

dell’Inghilterra, aveva così chiesto alla moglie Maria Stuarda di rinunciare alle sue pretese

al trono inglese. Ella venne comunque accusata di aver preso parte al progetto di conquista

dell’Inghilterra e fu giustiziata nel 1587. A questo punto l’unico pretendente cattolico rima-

sto era Filippo 11, in quanto Giacomo di Scozia era stato allevato nella religione calvinista.

Nacque così il progetto spagnolo dell’invasione dell’Inghilterra, impresa che doveva essere

realizzata dall’Invencible Armada. Nel 1587 il corsaro Francis Drake, autorizzato da Elisa-

betta, si rese protagonista di due spettacolari incursioni a Cadice ed a La Coruña, ritardando

senza dubbio la partenza dell’Invencible Armada.

Nel 1588 la flotta però salpò comunque, partendo da Lisbona sotto il comando di Al-

fonso Perez de Guzmán, duca di Medina-Sidonia. Essa avrebbe poi dovuto ricongiungersi

con la flotta e le truppe di Alessandro Farnese, duca di Parma, stanziate nei Paesi Bassi in

rivolta. Arrivati a Calais, de Guzmán non riuscì però a congiungersi con Farnese e gli In-

glesi sferrarono l’attacco, assalendo gli Spagnoli al largo di Gravelines. Fu uno scontro fra

due tecniche marinare completamente diverse: i pesanti galeoni spagnoli erano nettamente

inferiori alle più agili navi inglesi. Fu però soprattutto la scarsa mobilità e l’impossibilità

di trovare porti d’appoggio che resero debolissimi gli Spagnoli. L’Invencible Armada fu così

sconfitta più che altro dal mare. Dopo aver compiuto il periplo dell’Inghilterra, meno della

metà della flotta spagnola tornava alla base.

La sconfitta dell’Invencible Armada non fu che l’inizio della guerra tra Spagna ed In-

ghilterra. Successivamente da Plymouth partì una flotta britannica con lo scopo di neutra-

lizzare la flotta spagnola ma la campagna si risolse in un disastro. Filippo 11 reagì facendo

allestire una seconda armata, ma anche questa volta ebbe il mare avverso. Il 1588 segnò

l’inizio del fallimento della politica di Filippo 11, portatore della “spada” della Controri-

forma, e l’Inghilterra fu definitivamente anglicana e protestante.

Dalla fine degli anni Ottanta l’Inghilterra si era così potuta dedicare allo sviluppo

economico e civile. Il fatto che il giovane re di Scozia, Giacomo, fosse protestante, apriva

la possibilità di una successione ad Elisabetta, rimasta nubile e senza figli.

Verso fine secolo, l’Inghilterra corse un grave pericolo a causa della ribellione irlan-

dese che sfociò nella Guerra dei Nove Anni (1594-1603): gli Inglesi furono costretti a firmare

una tregua umiliante nel ’99. Il conte di Essex, responsabile della spedizione, fu condannato

per aver ordito pure una congiura contro la regina e successivamente mandato a morte nel

1601. La guerra riprese ad inizio anno nel 1600 e le truppe inglesi riuscirono a recuperare

molte delle posizioni perdute. Nel 1601 inflissero poi una dura sconfitta ad un contingente

spagnolo inviato a supporto degli Irlandesi. La rivolta andò spegnendosi e Hugh O’Don-

nell, uno dei principali capi, fu ucciso nel 1602. Nel 1603 il conte Tyrone si sottomise all’In-

ghilterra che, in cambio, concesse un’amnistia generale.

L’epoca di Elisabetta è stata definita “l’età di Shakespeare”: cultura ed arte erano sol-

tanto i segni più evidenti di una profonda trasformazione della società. Elisabetta aveva

accolto a Londra – arricchitasi di popolazioni e splendide costruzioni – numerosi eredi della

[57]

civiltà rinascimentale italiana. Qui la letteratura e l’arte italiane si diffusero profonda-

mente, con echi evidenti nelle opere di Marlowe e di Shakespeare. Anche lo sviluppo ur-

bano era legato ad una profonda trasformazione sociale. Le due maggiori università britan-

niche, Oxford e Cambridge, avevano acquistato grandissimo pregio e la stessa aristocrazia

affollò tali sedi preparando, tramite l’appropriazione di questa cultura, quella dinamica so-

ciale che fece dell’Inghilterra la società più aperta d’Europa, dove l’ascesa sociale per i ceti

medi e la borghesia era più facile.

5. L’Impero asburgico fra tolleranza e riscossa cattolica (1555-1609)

La pace di Augusta del 1555 era stata firmata da Ferdinando d’Asburgo, fratello mi-

nore di Carlo v e futuro Imperatore. Due gravi insuccessi avevano infatti segnato la politica

del suo predecessore: l’Asburgo si era rivelato incapace di esercitare l’autorità sull’Impero

e del tutto inefficaci erano stati i suoi tentativi di eliminare il luteranesimo dalla Germania.

In fin di vita aveva sancito che suo fratello Ferdinando avrebbe ereditato l’Austria, oltre ai

regni di Boemia ed Ungheria.

Divenuto Imperatore nel 1556, l’Impero era uscito fortificato dalla pace di Augusta

ed aveva visto parzialmente risolta la questione religiosa, specie grazie al cuius regio eius

religio. Questo principio funzionava bene per i grandi Stati, ma era elemento di confusione

nelle zone dove piccolissimi Stati o città libere non riuscivano a definire un confine preciso

fra protestantesimo e cattolicesimo. Un motivo di dissenso furono presto le stesse divisioni

fra luterani ortodossi (gnesio-luterani) e filippisti (melantoniani), favorevoli cioè alle aper-

ture di Filippo Melantone.

Intorno alla metà del Cinquecento l’alta nobiltà comprendeva i sette Elettori, una

trentina di prìncipi laici ed una cinquantina di ecclesiastici. La nobiltà media era formata

da 150 famiglie e 2.000 cavalieri. Facevano parte del terzo stato 66 città libere. Questa ge-

rarchia per ordini si esprimeva in una Dieta con compiti legislativi. Tale organismo era

formato da tre Camere: la prima era quella dei sette Elettori, dove la maggioranza era quasi

sempre cattolica; la seconda corrispondeva al numero complessivo dei prìncipi, cui s’ag-

giungevano tre rappresentanti della nobiltà media; la terza, infine, non partecipava real-

mente all’attività legislativa.

La pace di Augusta aveva rafforzato soprattutto il potere dei grandi Stati. La Dieta

riuscì a funzionare fino a che sul trono non salì Ferdinando 1, il quale volle attenersi scru-

polosamente all’equilibrio creatosi con la pace di Augusta. Pure suo figlio Massimiliano 11,

fedele al padre benché incline al protestantesimo, concesse ai nobili luterani la libera pratica

della propria fede. Da questo momento la Dieta, controllata dai protestanti ed equilibrata

dagli Asburgo, ebbe una certa capacità legislativa effettiva.

Tra il 1537 ed il 1577, le dispute tra i gnesio-luterani ed i melantoniani si erano susse-

guite senza sosta, finché prevalsero i primi, riuscendo ad inserire i loro pareri nella Formula

di Concordia (1577-1580). Sul versante cattolico era invece attiva la Congregazione Germa-

nica, istituita dalla stessa Chiesa col compito di recuperare il terreno perduto negli spazi

tedeschi.

Nel 1576 salì al trono Rodolfo 11, educato in Spagna dai gesuiti e noto per il suo cat-

tolicesimo intransigente. I protestanti cercarono così d’opporsi ed all’interno della Dieta si

crearono le premesse per la formazione di due gruppi distinti e contrapposti, con l’unico

risultato di paralizzare l’intero organo.

Fra i grandi Stati dell’Impero soltanto la Baviera era rimasta cattolica. Luterana era

la Sassonia, mentre il Palatinato era saldamente calvinista. Dalla seconda metà del Cin-

quecento, accanto ad una certa penetrazione del calvinismo soprattutto nelle zone di con-

fine con i Paesi Bassi, ci fu una notevole ripresa del cattolicesimo in Austria, grazie alla

fervente azione dei gesuiti, agevolati da Rodolfo 11. Agli inizi del xv11 secolo nascevano così

l’Unione Evangelica, capeggiata dal Palatinato e protetta da tutti i Paesi protestanti d’Eu-

ropa, e la sua antagonista, la Lega cattolica, coordinata dal duca di Baviera e protetta dal

Papato e dalla Spagna. [58]

6. L’area orientale dell’Europa e la questione del secondo servaggio della gleba

Due grandi Stati coprivano l’area orientale: la Polonia e la Russia. Crogiolo di civiltà

diverse e divise sul piano religioso, la Polonia trovava la sua unità soprattutto contro i Tur-

chi ed i Russi. Alcuni processi impedirono però il formarsi di uno stato assoluto. In primo

luogo un elemento era legato al carattere composito della civiltà polacca, comprendente

Slavi, Tedeschi, Polacchi, Lituani, Ebrei. Ogni contrasto economico così si tingeva facil-

mente di diversità religiose e razziali: i Tedeschi vivevano nelle zone costiere, ricoprendo

il ruolo della borghesia mercantile, mentre gli Ebrei era specializzati nella piccola usura. La

nobiltà aveva agito in modo da escludere completamente la possibilità della formazione di

una borghesia come classe dotata di una qualche significativa consistenza sociale. In questo

modo la nobiltà poté accentuare il suo totale controllo economico della terra, favorita dalla

domanda di grano che veniva dall’Occidente e dalla fertilità stessa della terra. I cavalieri e

tutti i nobili cessarono di essere un ceto politico-militare e si trasformarono in imprenditori

agricoli, che applicavano tecniche moderne ma utilizzando il lavoro servile.

Nel 1572 avvenne però una svolta. La fine della monarchia ereditaria e nazionale rese

la corona elettiva e la consegnò in mano ai nobili, che affermarono sùbito il principio del

Liberum veto, secondo cui l’opposizione di un solo membro di essa bloccava qualsiasi deci-

sione del sovrano. Enrico di Valois, eletto re nel 1572, fu accettato come sovrano solo dopo

aver firmato gli articoli enriciani, che garantivano ai magnati autonomia politica e libertà

di culto. Due anni dopo Enrico di Valois abbandonò il paese perché aveva ereditato il trono

francese. La nobiltà polacca si divise: una parte appoggiava l’elezione di Massimiliano 11

Imperatore d’Austria, mentre l’altra sosteneva Stefano Báthory, che aveva sposato una Ja-

gellone. Alla morte di Massimiliano 11 (1576), Stefano rimase l’unico sovrano ed assunse il

nome di Stefano 1.

Sotto il suo dominio la Polonia assunse il controllo della Livonia e del Baltico. Alla

sua morte (1586) venne eletto Sigismondo 111 Vasa, destinato a diventare re di Svezia nel

1592. Appartenendo al ramo cattolico di questa dinastia, Sigismondo 111 appoggiò la politica

controriformista, dovendo affrontare le resistenze dei Cosacchi ortodossi, lunghe lotte con

la Russia ed infine la perdita del trono svedese nel 1604. La Polonia venne trascinata in

questi conflitti e perse il controllo della Livonia, passata alla Svezia.

Più ad Oriente c’era la Russia, dove la vecchia aristocrazia dei boiari aveva ripreso il

potere dopo la morte di Basilio 111 (1533). La reggenza venne affidata alla moglie dello zar,

Elena Glinski, che regnò per poco tempo. Il potere passò nel 1547 al loro figlio Ivan 1v, che

sposò Anastasia, appartenente alla famiglia boiara dei Romanov. Ivan 1v fece un grande

sforzo per affermare il potere statale sulla nobiltà e si preoccupò soprattutto di assicurarsi

un corpo di funzionari fedeli ed interessati alle sorti dello Stato. In questo modo sottrasse

ai governatori la gestione delle imposte e nell’amministrazione così come nell’esercito la

nobiltà di servizio fu contrapposta ai vecchi boiari. Nel 1560 morì l’amatissima mogli Ana-

stasia e lo zar pretese che il principato russo fosse diviso in due parti: una intorno a Mosca,

da cui furono cacciati i boiari, mentre l’altra invece rimaneva sotto il controllo della Duma,

il consiglio dei boiari.

Nello stesso periodo lo Stato russo si estese verso le zone siberiane, dell’Asia centrale

e del Caucaso, diventando padrone dei ricchi giacimenti degli Urali. Alla morte di Ivan 1v

(1584), che per la sua spietata repressione dei boiari si era guadagnato il soprannome “Ivan

il Terribile”, lo Stato russo aveva quadruplicato il suo territorio, ma soffriva ancora dei

fenomeni di spopolamento nelle ampie zone centrali. Gli successe così il primogenito Teo-

doro, che fece vivere alla Russia un periodo di pace. Tra i personaggi della corte molto

influente divenne Boris Godunov, il quale divenne effettivo governatore della Russia

(1588), assumendo ufficialmente il potere nel 1598 quando morì Teodoro.

Si aprì per la Russia una fase di profonda crisi, nota come Periodo dei torbidi, con-

clusosi solamente nel 1613 con l’insediamento di Michele 1, il primo della casata dei Roma-

nov ad essere eletto zar di Russia. [59]

In quegli anni – tra il 1550 ed il 1600 – si stavano riformando i feudi, ricreando le

condizione per l’affermarsi di un servaggio della gleba. Questo fenomeno investiva tutti i

paesi ad est dell’Elba, riguardando così la Prussia orientale, parte dell’Austria, Balcani ed

in particolare Valacchia e Moldavia, Polonia, Lituania ed, infine, Russia.

Non solo venivano rafforzati i vecchi vincoli feudali, bensì scomparivano in alcune

zone addirittura le comunità agricole libere. La spiegazione di questo fenomeno fa leva sul

fatto che sarebbe stata la crescita della domanda – la stessa che in Occidente stava provo-

cando forme più progredite di produzione agricola, di accumulazione di capitali, di com-

merci internazionali e di manifatture – a distruggere le vecchie forme di produzione

dell’Est, favorendo un nuovo feudalesimo che agevolmente riversava in Occidente le ma-

terie prime tanto richieste. A differenza di quello che era succeduto in età medievale, il

nuovo feudalesimo non era indirizzato all’autoconsumo ma verso il commercio con l’Oc-

cidente.

La Controriforma. Modelli religiosi, politici, culturali

1. Premesse e prima fase del Concilio di Trento

Papa Paolo 111 fu la personalità emblematica di tutte le componenti e le tensioni in

quell’intenso crogiolo che fu la crisi religiosa del Cinquecento. Nel corso del suo pontificato

si realizzarono tutti quegli impulsi che portarono al rinnovamento ispirato dalla politica

controriformista. Egli fu l’ultimo papa rinascimentale non soltanto per la sua notevole

esperienza mondana – conobbe infatti due figli – o per il suo nepotismo, ma soprattutto

perché concepì la politica papale come rafforzamento e difesa dello Stato della Chiesa, spe-

cie nei contrasti tra Francia ed Impero.

Nel periodo 1536-1542 il collegio dei cardinali e la curia romana furono aperti ad ele-

menti riformatori ed erasmiani: ne è un esempio la bolla del 1537 che cancella coraggiosa-

mente ogni ipotesi d’inferiorità degli indigeni. Verso la fine degli anni Trenta giunsero così

i primi segnali di rinnovamento: nel 1537 era stato reso noto il Consilium de emendanda Eccle-

sia ed erano stati fondati nuovi ordini, come i gesuiti ed i Fatebenefratelli. L’ingresso nel

collegio cardinalizio di erasmiani come Gasparo Contarini, Jacopo Sadoleto e Reginald

Pole non impresse tuttavia una svolta alla strategia della Santa Sede, in quanto finirono

per prevalere da una parte la tendenza conservatrice, dall’altra la posizione di Gian Pietro

Carafa, favorevole ad un orientamento di rigorosa repressione nei confronti del protestan-

tesimo.

L’apertura del Concilio di Trento si rivelò un’operazione altamente complessa in cui

entrarono in gioco, ovviamente, motivi di natura politica. La convocazione per il Concilio

avvenne per il maggio ’37. Esso doveva svolgersi a Mantova, ma essa era troppo vicina al

partito imperiale e per questa ragione Francesco 1 re di Francia si era opposto. Un tentativo

venne fatto con Vicenza ma alla fine si scelse la città di Trento.

Il primo tentativo di convocare il Concilio, sotto la presidenza del cardinale Morone,

fallì (1542-1543). Poco dopo venne resa nota la bolla Laetare Jerusalem (1544) con cui venne

indetto per il marzo ’45.

Iniziò così il lungo e complesso Concilio di Trento, interrotto più volte e che non

sancirà mai l’unione del mondo cristiano bensì una sua “divisione consolidata”. Il Concilio

sarebbe servito piuttosto a riorganizzare la Chiesa cattolica nella sua struttura dogmatica.

Un primo aspetto da porre in rilievo è l’esiguo numero di partecipanti, gran parte dei

quali era italiana o spagnola. La Chiesa tedesca, francese ed inglese aveva un solo rappre-

sentante a testa. Il diritto di voto fu assegnato ai vescovi, ai superiori degli ordini mendi-

canti ed a due rappresentanti fra gli abati.

A dicembre vennero evidenziati i motivi per cui era stato convocato il Concilio: in-

dividuare e sopprimere gli errori dottrinali, ossia le eresie; riformare i costumi del clero e

dei fedeli; riportare la pace tra i prìncipi della cristianità ed alimentare l’ideologia della

[60]

crociata. Il nerbo della discussione s’incentrò sui primi due punti. La fazione vicina all’Im-

peratore propose di iniziare i lavori rivolgendo l’attenzione al problema del risanamento

morale, ma diversa era la posizione papale, che preferiva definire sùbito i limiti dell’orto-

dossia. Emerse così una peculiarità significativa: la prevalenza del Papato, che preparava

attraverso i legati gli ordini del giorno e si riservava l’ultima parola in materia dogmatica.

Nelle prime sedute si pose una maggior attenzione alle definizioni teologiche e venne

affrontata la questione dei volgarizzamenti delle Sacre Scritture (1546). Due posizioni si

delinearono: la linea intransigente dell’arcivescovo spagnolo di Jaén e quella dell’arcive-

scovo di Trento, sicuramente più moderato ed incline alla diffusione dei testi volgarizzati.

Nell’aprile del ’46 vennero promulgati i primi decreti conciliari: il primo stabilì che la dot-

trina cristiana risiedeva nelle tradizioni orali e nei libri conservati dalla Chiesa; con il se-

condo fu sancito che il testo ufficiale della Sacra Scrittura fosse la versione latina (Vulgata).

Prevalse quindi la linea dura dell’arcivescovo di Jaén, ma la posizione del suo collega di

Trento venne accettata dalla maggioranza dei padri conciliari italiani. Quest’ultimi tene-

vano conto del progressivo venir meno della conoscenza del latino presso gli umili, ma

anche dell’uso diffuso fra i fedeli di leggere la Scrittura in volgare. Il decreto della Vulgata

presentò dunque molte perplessità, anche perché essa conteneva molti errori e le differenze

col testo greco erano molte. Tuttavia, fin dai primi decreti, emerse chiara la strategia della

Chiesa: ribadire con forza il proprio ruolo di mediatrice tra la dottrina cristiana ed il fedele.

Essa era l’unica depositaria della vera tradizione ed interprete delle Sacre Scritture.

La frattura col mondo protestante si fece più profonda quando si discusse della dot-

trina della giustificazione (1546). Senza che fossero presenti Pole ed i rappresentanti

dell’Imperatore e del re di Francia, fu approvato il decreto sulla giustificazione, in cui venne

dichiarata erronea la tesi di giustificazione per sola fede, caposaldo invece della dottrina

luterana. Sempre più insanabili erano le differenze tra la dottrina cristiana e protestante.

Il timore che il Concilio potesse sfuggire di mano indusse Paolo 111 a trasferirlo a

Bologna, città legata allo Stato pontificio. Alla decisione si opposero tutti i legati imperiali,

che votarono contro e rimasero a Trento. I rapporti tra Papato ed Impero si erano deterio-

rati ulteriormente per le mire nepotistiche di Paolo 111, che aveva creato il ducato di Parma

e Piacenza (1545), affidato poi al figlio Pier Luigi Farnese. Questi però cadde vittima di una

congiura ordita dal governatore di Milano Ferrante Gonzaga, che s’impossessò di Piacenza.

Quando divenne palese che Carlo v non l’avrebbe restituita, Paolo 111 s’irrigidì nel rifiuto

di riportare il Concilio a Trento. Del resto la sua stessa ripresa non portò ad alcuna altra

definizione, dato che il pontefice si mostrò sempre più contrario alla prosecuzione del Con-

cilio, fino ad interromperlo nel 1549, poco prima della sua morte.

Il suo successore fu Giulio 111, che fece riaprire i lavori nel 1551. In questa fase si agì

con una maggioranza di legati italiani ed imperiali, senza rappresentanti della Chiesa fran-

cese. La ripresa della guerra fra Carlo v ed Enrico 11 re di Francia, determinò una nuova

sospensione del Concilio.

Giulio 111 tracciò un progetto di vasta riforma che si sarebbe dovuto realizzare a

Roma anziché nell’àmbito conciliare.

Dopo la pace di Augusta (1555), salì al soglio pontificio l’inesorabile persecutore delle

eresie Gian Pietro Carafa, col nome di Paolo 1v. Tratto caratteristico di questo pontificato

fu la volontà di attuare la riforma senza Concilio: vennero potenziate le strutture repressive

quali l’Inquisizione e l’Indice dei libri proibiti. Paolo 1v adottò una linea decisamente an-

tiasburgica ed antispagnola.

L’organizzazione dell’Indice sostituì cataloghi parziali forniti dalle autorità ecclesia-

stiche periferiche. L’Indice suddivise le opere proibite in tre classi: la prima era riservata

agli autori completamente vietati, la seconda ad autori con certe opere proibite e la terza

agli scritti anonimi.

Nell’Indice vennero inclusi anche altri due elenchi: nel primo si vietò la lettura di 45

edizioni di testi delle Sacre Scritture e nel secondo venne messa al bando l’intera produ-

[61]

zione di 61 tipografie. La Chiesa mise in chiaro la propria posizione: le Sacre Scritture po-

tevano essere letto solo in latino, mentre quelle volgari erano bandite e soltanto eccezional-

mente si potevano ottenere delle dispense, mai accordate, in ogni caso, alle donne ed a tutti

quanti non conoscessero il latino.

Un altro aspetto importante è il grande potere di controllo e di guida intellettuale dei

fedeli conferito agli inquisitori a scapito dei vescovi. I divieti andarono ben oltre la sfera

religiosa e resero la Congregazione del Sant’Uffizio arbitro supremo di tutta la produzione

libraria. La letteratura in volgare risultò duramente colpita: furono vietati Niccolò Machia-

velli ed Erasmo da Rotterdam, ma anche il Decamerone di Boccaccio.

In maniera brutale venne reciso ogni legame con quella cultura ed esperienza reli-

giosa che aveva avuto tanta parte nello stesso rinnovamento della Chiesa. Cominciarono

così a verificarsi i roghi dei libri e la grande arte tipografica italiana subì un danno gravis-

simo. Il controllo si faceva così ossessivo verso i modelli culturali, tanto da offuscare addi-

rittura il capolavoro tardorinascimentale del Giudizio Universale.

2. La ripresa e le conclusioni del Concilio

Nel 1559 morì Paolo 1v e venne eletto Pio 1v, che corresse sùbito alcune asperità del

suo predecessore. L’Indice si rivelò inadeguato e Pio 1v decise di sottoporlo a revisione. In

seguito riaprì il Concilio tridentino.

La Spagna si allineò su posizioni di intransigente ortodossia religiosa e fece pressioni

per far adottare in blocco i decreti delle precedenti sessioni e renderli vigenti. Più moderata

era la posizione dell’Imperatore Ferdinando 1, obbligato a tener conto della forte presenza

delle confessioni protestanti. La Francia nutrì serie riserve sull’applicazione dei primi de-

creti. Nel 1560 Pio 1v promulgò la bolla di convocazione del Concilio, che riprese nel 1562.

La maggioranza dei padri conciliari aveva una visione simile a quella spagnola.

Uno dei più importanti decreti conclusivi fu quello che confermò l’uso esclusivo del

latino nella liturgia (1562). Il decreto della riforma del matrimonio costituì invece l’atto più

innovativo. Definita l’indissolubilità, tale decreto servì per contrastare la pratica delle

nozze clandestine istituendo l’obbligo della celebrazione davanti al parroco.

Un ultimo, grave, dissidio emerse sulla questione del dovere di residenza dei vescovi.

Da parte spagnola si sostenne la tesi dell’origine divina di tale dovere, ma il Papato si op-

pose perché intravide il rischio di una sottrazione del potere. Da una parte così si schierò

la tradizione curialista, che intendeva concentrare tutti i poteri a Roma, dall’altra quella

episcopalista, sostenuta dai Francesi, Spagnoli e dallo stesso Imperatore. L’invio di lettere

imperiali al papa al fine di esortarlo a non interferire nei lavori conciliari creò un clima di

tensione a Roma. Grazie alla brillante opera di mediazione di Morone, il cardinale riuscì a

smussare il contrasto ed ad evitare la rottura. Si trovò una soluzione di compromesso che,

se evitava l’episcopalismo, definiva l’obbligo di residenza e la responsabilità dei pastori su

mandato divino.

Altri duri scontri si ebbero nelle cosiddette materie miste, come benefici ecclesiastici,

scelta e conferimento degli ordini religiosi. Vennero mantenuti i privilegi degli ordini e si

diedero scarsi poteri ai vescovi. Fra le ultime disposizioni ci furono quelle riguardanti i

sacramenti, con la definitiva accettazione della dottrina del Purgatorio e la validità delle

indulgenze, così come il culto dei Santi e della Vergine. Si rafforzava in modo definitivo il

potere della curia e della gerarchia.

Chiusosi il Concilio nel 1563, emerse un’altra questione spinosa: molti vescovi non

erano concordi sul fatto che il corpo dei testi elaborati nel corso dei lavori conciliari dovesse

ricevere l’avvallo del pontefice, ma ciò si risolse con le buone. Pio 1v, infatti, convalidò tutti

i decreti con la bolla Benedictus Deus: il Papato, accettando tutti i decreti, si riservò però il

diritto esclusivo della loro interpretazione ed attuazione.

[62]

3. Gli ordini religiosi: l’organizzazione della Compagnia di Gesù

Con la bolla Regimini militantis Ecclesiae (1540) era stata istituita la Compagnia di

Gesù, il cui scopo era quello di “combattere per Dio sotto la bandiera della Croce e di servire

unicamente il Signore ed il pontefice romano, suo vicario in terra”. L’ordine concentrò la

sua azione nel settore della predicazione e delle missioni, dell’insegnamento e nelle opere

di carità.

Piccolo nucleo combattivo, dapprima consistette in una comunità di 60 persone rac-

colte intorno al Praepositus, Ignazio di Loyola, con sede a Roma. Significativo era il reclu-

tamento dei membri della Compagnia: dopo aver ricevuto gli ordini sacerdotali e compiuto

ancora un anno di noviziato, si poteva diventare o coadiutore spirituale (senza voti solenni)

o professo (con quattro voti solenni, fra cui obbedienza totale), quest’ultimo non senza

alcuni anni di prova. I professi erano quindi frutto di una selezione durissima e costitui-

vano il vero nucleo dell’ordine, potendo quindi aspirare alle cariche più alte.

L’ordine aveva una struttura rigorosamente centralizzata. Il Praepositus generalis, che

a sua volta sceglieva i Provinciali, veniva eletto dalla congregazione che riuniva i superiori

e due rappresentanti per provincia. L’ordine crebbe poi in ogni regione d’Europa, nella quale

particolarmente importante fu l’opera di riconquista del cattolicesimo organizzato in Au-

stria e Germania. Fin dall’inizio Ignazio aveva indicato i Paesi di lingua tedesca come fon-

damentali. Grazie all’attività di Pietro Canisio, l’Austria ritornò completamente nell’alveo

tradizionale del cattolicesimo. La presenza dei gesuiti caratterizzò poi profondamente la

cultura austriaca: nel barocco austriaco emersero addirittura i tratti di quello che venne

definito Jesuiten-Stil.

Anche in Germania i collegi gesuiti furono strumenti efficaci per riaffermare il cat-

tolicesimo negli stessi territori che avevano originato la Riforma. Nel 1556 Ignazio lasciò

1.000 professi organizzati in 12 province. Diego Laínez, suo successore, si concentrò soprat-

tutto sui compiti educativi e sull’istruzione. Il numero dei professi e delle province salì

esponenzialmente, favorito anche dall’impero portoghese, che aveva sostenuto la loro pe-

netrazione in tutte le colonie: nel 1549 erano arrivati a Goa, India, nel 1553 in Brasile e nel

1562 a Macao, in Cina.

Fondamentale fu la scelta pedagogica dei gesuiti. I collegi si aprirono agli esterni ed

ebbero un’incalcolabile funzione politica nell’educare le classi dirigenti europee. Essi sosti-

tuirono la scuola media umanistica e raccolsero anche quanti frequentavano l’università.

La pedagogia gesuitica individuò il suo nemico nell’Umanesimo civile ed in partico-

lare nella lezione di Erasmo, dal quale però ne assorbì gli elementi formali, i modelli didat-

tici e lo stesso asse culturale, collocandolo all’interno delle proprie persuasioni fondamen-

tali. Capolavoro sintetico della loro esperienza fu la Ratio studiorum (1599) approvata dal

Preposto generale Claudio Acquaviva, che organizzò il ricco programma di studi interno

ai collegi. Dopo un corso di cinque anni di cultura umanistica seguiva un biennio filosofico-

scientifico. Conclusa questa esperienza si aggiungevano, per quanti optavano di rimanere

nell’ordine, quattro anni di studi teologici. Era un modello scolastico basato sul controllo

totale dell’esperienza dei discepoli. Tutte le energie venivano utilizzate per acquisire mo-

delli culturali profondamente autoritari e basati sul culto delle regole. Da questo tipo di

scuola emersero i grandi intellettuali che rinnovarono la Scolastica. Determinante fu, a tal

proposito, il rinnovamento del tomismo. La Scolastica riprese così dignità nelle diverse

università italiane, portoghesi e spagnole.

I gesuiti non rimasero soli nella costruzione della Controriforma. Accanto a loro fio-

rirono nuovi ordini o si riformarono i vecchi. Compiti di predicazione ebbero così i cap-

puccini, nati come branca separata dai francescani. Nel 1562 Teresa d’Ávila fondò il primo

monastero delle carmelitane riformate, aprendo la strada ad una serie di congregazioni fem-

minili nuove, dalle orsoline alle visitandine, passando per le figlie della carità. Nel 1548

Filippo Neri fondò i filippini, dediti soprattutto all’attività pastorale.

[63]

L’importanza degli ordini è legata al fatto che le decisioni del Concilio di Trento,

quelle di istituire regolari seminari per il reclutamento dei preti, furono applicate soltanto

in Italia e Spagna.

4. La Chiesa post-tridentina e la risposta degli Stati

Con la bolla Benedictus Deus, senza l’autorizzazione del papa era vietata qualsiasi

pubblicazione di commento, di note interpretative sulle disposizioni conciliari, poiché

qualsiasi dubbio che insorgesse andava risolto rivolgendosi alla Santa Fede. Pio 1v istituì la

Congregazione permanente del Concilio tridentino, il cui obiettivo principale sarebbe stato

quello di vigilare sulla corretta applicazione dei decreti tridentini. Vi fu così una pronta

adesione di Spagna, Portogallo e Polonia, mentre Francia, Inghilterra ed Impero opposero

seria resistenza all’accoglienza degli atti tridentini. Un altro incarico era quello della revi-

sione e della mitigazione dell’Indice dei libri proibiti di Paolo 1v (1559). L’Indice tridentino

fu l’unico elaborato da una commissione di vescovi ed era stato approvato nel 1564 tramite

la bolla Dominici gregis. L’effetto immediato fu una breve stagione in cui ricomparvero al-

cune traduzioni integrali della Bibbia (1566-1567).

Alla morte di Pio 1v (1565), per la Chiesa divenne necessario scegliere qualcuno che

trasformasse i decreti conciliari in una realtà. Si affermò così un intransigente domenicano,

nipote del vecchio papa, che prese il nome di Pio v. Egli volle perseguire immediatamente

l’attività del predecessore e nuovamente il Papato fu votato all’intransigenza ed alla du-

rezza. Pur essendo impegnato a cercare di creare un’alleanza tra Spagnoli e Veneziani in

quella Lega santa che avrebbe portato alla vittoria di Lepanto (1571), nel ’68 non aveva esi-

tato a confermare la bolla In coena Domini, lesiva dei diritti degli Stati e sempre rigettata

dalle monarchie. Impose così la sospensione delle edizioni volgari della Bibbia, nominando

una Congregazione per la stesura di un nuovo Indice. Questa diventò poi permanente per

volere del papa successivo (1572).

A Pio v succedette Gregorio x111, che permise alla Chiesa controriformista di trovare

una guida salda ed efficace. I decreti tridentini, nel frattempo, erano stati accettati da Ve-

nezia e da tutti gli Stati italiani. La Spagna di Filippo 11 aveva pure cominciato ad applicare

tali decreti, anche se il sovrano non accolse completamente le disposizioni conciliari, po-

nendo alcune riserve riguardo il placet dello Stato per le ordinanze papali. Nella Francia

contro tali decreti si creò un fronte comune costituito dagli ugonotti e dai parlamentari. La

reggente Caterina de’ Medici nominò così una commissione al fine di respingere le dispo-

sizioni conciliari, che sarebbero state accettate soltanto dal clero nel corso degli Stati Ge-

nerali del 1614, dietro assicurazione di ottenere una riserva come quella spagnola. La Corona

francese persisteva però nel suo rifiuto. Per quanto riguarda l’Inghilterra, l’effimero tenta-

tivo di restaurazione cattolica di Maria la Sanguinaria e del cardinale Pole si esaurì nel 1559,

quando Elisabetta ribadì la scelta protestante. La riforma tridentina s’impose parzialmente

in Austria, dove gli stessi principati ecclesiastici furono restii ad accettarli in toto nel loro

territorio.

Da parte protestante, l’opera del Concilio era stata contestata sin dal 1562 e criticata

da Martin Chemnitz nel saggio Examen Concilii Tridentini (1565). La scarsa importanza di

un’adesione puramente formale era testimoniata dalla stessa Polonia. Questi furono i pro-

blemi che Gregorio x111 dovette affrontare, non vedendo realizzarsi uno dei decreti più im-

portanti del Concilio, cioè la riorganizzazione del clero attraverso regolari seminari dioce-

sani. In tale direzione il papa aveva favorito la creazione a Roma dei collegi per preparare

missionari e sacerdoti per le terre da riconquistare. Furono così rinforzati il Collegio ro-

mano, affidato ai gesuiti, e quello germanico, mente vennero fondati quello inglese, greco,

maronita ed armeno.

Al nome di Gregorio x111 si associa anche la riforma del calendario, resa necessaria

dalla sfasatura di 11 giorni che si era venuta a creare tra l’anno astronomico e quello adottato

per le cronologie. Nel 1582 il pontefice varò la riforma e venne decretata la soppressione di

10 giorni nel mese di ottobre. Buona parte dei paesi cattolici decise di utilizzare il calendario

[64]

gregoriano mentre in quelli protestanti, invece, sarebbe stato rifiutato a lungo e soltanto

accolto nel corso del Settecento. I motivi di tale opposizione non furono affatto di natura

scientifica, ma dettati dal rifiuto dell’accettazione dell’autorità papale.

Salito al soglio pontificio Sisto v, egli concentro la sua energia politica lungo due

direzioni: il consolidamento del governo civile dello Stato della Chiesa e la riorganizza-

zione della curia. Riguardo al primo punto cercò di debellare il fenomeno del brigantaggio,

punendo comunque anche le trasgressioni della nobiltà. Interessandosi al problema delle

finanze, il pontefice riuscì a sanare il bilancio ed a renderlo attivo. Inerente al secondo

punto la curia romana venne riorganizzata in 15 congregazioni cardinalizie permanenti. Su

tutte esercitò il predominio la Congregazione dell’Inquisizione, presieduta dal papa stesso.

Dopo tre brevissimi papati, Clemente v111 si rese protagonista nella questione di

Giordano Bruno. Sospettato di eresia, il filosofo fu consegnato al Sant’Uffizio e giudicato

colpevole, dopo un processo di otto anni. Trasferito a Roma, sarebbe stato condannato al

rogo ed arso vivo nel 1600.

Nel 1596 fu rivisto l’Indice dei libri proibiti, la cui nuova versione colpì particolar-

mente la letteratura ebraica e la produzione editoriale che non trattava materie religiose.

Con l’Indice clementino la Chiesa raggiunse l’apogeo della propria attività di repressione.

Fra gli Stati italiani che opposero una certa resistenza vi fu certamente Venezia, con la

quale la Chiesa giunse ad un concordato.

Fondamentale per la pace in Europa fu la scelta di Clemente v111 di assumere una

maggiore autonomia nei confronti della Spagna. Nel 1595 aveva così assolto l’ex ugonotto

Enrico di Navarra, permettendo così alla Francia di ritrovare la pace religiosa sotto un

grande sovrano.

Con Clemente v111 ed il suo successore Paolo v, la Chiesa della Controriforma si era

riappropriata della gran parte dell’autorità perduta a causa della Riforma, raggiungendo

un’uniformità ignota ai tempi precedenti. Con il rinnovo della Scolastica e l’uso autoritario

della cultura si arrivò ad un’ossessiva volontà di controllo su ogni cosa. La controversia,

cioè la polemica totale contro l’avversario protestante, divenne prevalente. Ne risultò una

contrazione di tutte le attività intellettuali, che dovevano rapportarsi con l’ortodossia dei

modelli prevalenti. Fu così più difficile occuparsi di scienze, di ricerche ed innovazioni.

Irrigidimento e polemica furono ovviamente presenti anche nel mondo protestante.

All’interno di questo, però, l’assetto raggiunto non è minimamente paragonabile a quello

della Chiesa romana. Infatti, qui, la varietà stessa delle confessioni, la mancanza o la minor

forza egemonica di gerarchie e la continua frantumazione impedirono che si verificasse un

fenomeno di uniformità simile a quello cattolico. Tuttavia anche all’interno di questo am-

biente vi erano differenze profonde: i modelli controriformistici nati a Roma erano vissuti

con maggior intensità in Italia e Spagna, ma si trasformavano radicalmente, ad esempio,

in Francia, dove si trovavano a fare i conti con il gallicanesimo o con i protestanti. Il mo-

nolitismo era possibile nelle sole Spagna ed Italia, mentre era più difficile in Francia, Belgio

ed Impero. D’altra parte lo sforzo organizzativo della Controriforma fu più intenso proprio

in Italia e Spagna, specie nella prima. Dopo aver spento la tradizione meridionale dei vari

Telesio, Bruno e Campanella, la repressione raggiunse la sua piena affermazione quando,

da censura, divenne auto-censura. Nelle università e nei collegi si impose così nuovamente

la filosofia aristotelica cristianizzata e sistemata di San Tommaso. Il caso di Galileo Galilei

fu emblematico: lo scienziato pisano, dopo la condanna del 1633 e la successiva abiura, fu

ridotto al silenzio e recluso in carcere, dove poi sarebbe morto nel 1642. La Chiesa difese

con estremo vigore i principî del sistema aristotelico e l’assoluto predominio dei teologi,

negando la libertà di ricerca acclamata dalla nuova scienza.

Tale egemonia comportò così una tale perdita di valori creativi nei confronti della

cultura europea, che l’Italia riuscirà a stente a recuperare in due secoli.

[65]

5. L’Italia e la Controriforma

Dopo la pace di Cateau-Cambrésis (1559), lo scenario politico italiano rimase immu-

tato. Nell’arco delle Alpi occidentali si erano affermati due Stati, la repubblica di Genova

ed il Piemonte dei duchi di Savoia.

Genova era stata legata a lungo sotto la dominazione della famiglia dei Doria, dei

quali Andrea fu ammiraglio sotto Carlo v. I fitti contatti tra Genova ed il mondo spagnolo

erano assicurati grazie a prestiti che il Banco di San Giorgio aveva fatto alla Spagna, ma

anche per la tendenza dei Genovesi ad acquistare feudi nel meridione d’Italia. Nel com-

plesso Genova accolse le direttive del Concilio tridentino e si subordinò prontamente alla

politica religiosa che ne scaturì.

Lo Stato sabaudo fu governato dapprima dal suo fondatore Emanuele Filiberto e suc-

cessivamente dal figlio Carlo Emanuele 1, sotto cui il ducato subì un profondo processo di

riorganizzazione su più piani. Approfittando del suo status di Vicario dell’Impero, il Pie-

monte si raccolse attorno a Torino, divenuta capitale nel 1563. Il ducato sabaudo affermò

con vigore la propria vocazione a Stato italiano e la sua aspirazione a rendersi indipendente

prima dai Francesi e poi dagli Spagnoli.

Successivamente Carlo Emanuele 1 si era impadronito del marchesato di Saluzzo ma

la Francia, ormai pacificata e governata da Enrico 1v di Borbone, ne pretese la restituzione.

Carlo Emanuele 1 non soddisfece però tale richiesta ed il re francese reagì prontamente

inviando un esercito che in breve tempo occupò quasi tutta la Savoia (1600). Col Trattato

di Lione (1601) si stabilì che Saluzzo sarebbe rimasta ai Savoia, che però avrebbero ceduto

in cambio la Bresse, il Bugey ed il Gex. Negli anni successivi, la Savoia condusse una po-

litica di avvicinamento alla Francia sino a giungere al trattato di Bruzolo (1610), con il quale

entrambi gli Stati s’impegnavano ad attaccare gli Spagnoli, insediati stabilmente nel nord

Italia a Milano. Tale progetto rimase però irrealizzato in seguito all’assassinio di Enrico 1v.

Terra di missione per i gesuiti, lo Stato sabaudo accettò il loro modello culturale, che

costituì la componente essenziale del barocco piemontese. Conformismo ed accettazione

dei modelli controriformistici poterono tuttavia convivere con una ferma difesa dell’auto-

nomia dello Stato.

Lo Stato di Milano seguì le vicende e le scelte politiche della Corona iberica.

Quest’ultima aveva imposto come proprio rappresentante un governatore ed i suoi funzio-

nari. Ad agire come efficace contrappeso fu il Senato, che cercava di opporsi con buoni

risultati alle pretese del potere centrale. Tra il 1565 ed il 1584 fu arcivescovo di Milano Carlo

Borromeo, destinato a diventare il simbolo stesso della Controriforma per la sua energica

e severa attività pastorale. La sua azione fu così incisiva da provocare frequenti frizioni con

i poteri civili milanesi e la popolazione stessa.

Nell’area nord-orientale si era consolidato il dominio della Repubblica di Venezia, i

cui rapporti col Papato furono fortemente condizionati dalla politica mediterranea: qui la

Serenissima era sempre in forte contrasto con l’Impero ottomano.

La perdita di Cipro (1570) indusse Venezia ad allinearsi allo spirito di crociata pre-

sente sia in Filippo 11 di Spagna sia in Pio v. La sfolgorante vittoria di Lepanto (1571) segnò

almeno una fase di disimpegno in questo settore del Mediterraneo da parte della potenza

turca. Venezia, pur avendo accolto i decreti conciliari, difese le proprie autonomie con un

atteggiamento di cautela nonché di resistenza alla scelte controriformistiche, anche se tra-

dizionalmente era una città aperta alle idee innovative. Nei suoi dominî, a Padova, era

fiorita la tradizione naturalistica, che persisteva però a stento nei circoli libertini della città.

Non mancarono infatti gravi episodi di cedimento come la ponderata accettazione dell’In-

dice o la consegna degli uomini di Giordano Bruno all’Inquisizione.

In Toscana, Cosimo de’ Medici fu per anni impegnato nel consolidamento dello

Stato, realizzando l’annessione di Siena (1557). Ottenuta la conferma del titolo di duca da

[66]

parte dell’Imperatore, venne in seguito nominato granduca di Toscana nel 1569. La sua po-

litica di accentramento, perseguita dai suoi successori, cancellò ogni residua traccia della

tradizione repubblicana. I Medici tentarono di assicurare alla Toscana l’autonomia di uno

Stato assoluto. Ferdinando 11, pur non essendo riuscito a proteggere Galilei, favorì l’affer-

mazione della scuola che sfocerà nella cultura scientifica pisana.

Nell’Italia centro-settentrionale la mappa politica era fortemente frammentata. Ol-

tre alle enclaves autonome in Toscana (la Repubblica di Lucca e lo Stato dei Presidî gover-

nato dagli Spagnoli) e nello Stato pontificio (il ducato di Urbino e di Castro), vi erano i tre

piccoli ducati di Parma, Modena e Mantova.

Il meridione era governato dall’esteso Stato di Napoli, riconosciuto possedimento

spagnolo dalla Francia nella pace di Cateau-Cambrésis. Il rappresentante del sovrano spa-

gnolo, il viceré, veniva confermato ogni tre anni ed aveva larghi poteri. In Sardegna, pe-

riodicamente, faceva però ricorso al Parlamento sardo in questioni di materia fiscale.

La Spagna, trovandosi nella necessità di drenare maggiori risorse finanziarie con

l’applicazione di tributi, decise di accrescere i poteri del viceré. Così, in Sicilia, ebbe il con-

trollo dell’esercito e l’autorità di emanare decreti purché non entrassero in contraddizione

con la legislazione esistente. Il parlamento siciliano veniva convocato unicamente per ap-

provare le imposte richieste dalla Corona spagnola.

A Napoli venne rafforzato il potere dei baroni. A fianco del viceré vi era il Consiglio

Collaterale, con compiti di preservazione legislativa. Fino al 1642 venne convocato il Par-

lamento, con la funzione di dare il proprio assenso ad aumenti delle tasse esistenti od all’im-

posizione di nuovi tributi.

La politica spagnola nel Mezzogiorno seguì queste direttive: assorbire le spinte ever-

sive dell’aristocrazia facendosene un’alleata, eliminare tutti i focolai d’eresia e controllare

il brigantaggio endemico. Il giurisdizionalismo spagnolo fu esteso anche al Meridione e

comportò un’accettazione limitata dei decreti conciliari. Una differenza notevole separava

però il Mezzogiorno dalla Spagna: il rifiuto dell’Inquisizione spagnola e romana.

6. Venezia e l’Interdetto. Il significato europeo dello scontro

Paolo v mostrò quanto si fosse rafforzata l’autorità papale: nell’affermazione assolu-

tistica del suo potere erano impliciti i temi del conflitto con Venezia.

Dopo la sconfitta inflitta alla Serenissima da parte della Lega di Cambrai, papa Giu-

lio 11 si era appropriato del diritto di nominare vescovi nelle diocesi vacanti nei dominî

veneziani sulla terraferma. Invano Venezia aveva cercato di riappropriarsi di una preroga-

tiva posseduta normalmente dagli altri Stati, ma qui era stato pure negato il diritto di esi-

gere decime dal celero. Si erano così sedimentate tensioni di carattere giurisdizionale e di

natura territoriale, come l’acquisizione di Ferrara (1598) da parte dello Stato pontificio.

Nel 1569 Venezia proibì la pubblicazione della bolla In coena Domini sul proprio ter-

ritorio. Nel 1589 la Repubblica riconobbe re di Francia Enrico 1v, ancora considerato eretico

dalla Chiesa. Nel biennio 1604-1606, Venezia emanò due leggi: la prima stabilì che l’istitu-

zione di chiese e monasteri dovesse essere sottoposta ad approvazione statale; la seconda

sancì che ogni concessione o donazione di proprietà terriere alla Chiesa dovesse essere au-

torizzata dallo Stato. La Santa Sede domandò in seguito la loro soppressione e Paolo v

scrisse due brevi: con il primo ribadì la condanna delle leggi veneziane, con il secondo

chiese formalmente che due preti arrestati dal Consiglio dei Dieci fossero trasferiti presso

un tribunale ecclesiastico. Nel frattempo venne eletto doge Leonardo Donà, che accentuò

la politica antiromana e giurisdizionalista.

Nel 1606 pertanto la Serenissima richiese un parere legale sulle questioni sollevate

dalla Chiesa ed il responso fu chiaro: i due provvedimenti contestati non contenevano al-

cun elemento che potesse essere considerato come limitante le libertà ecclesiastiche. Paolo

v però ruppe gli indugi e nel 1606 lanciò un ultimatum a Venezia: o si abolivano i decreti o

scattava la scomunica cui avrebbe fatto seguito l’Interdetto, ossia la proibizione di ogni

[67]

cerimonia religiosa nelle chiese veneziane. Si giunse in questo modo alla rottura tra i due

Stati. Il Senato decise di non accogliere né la scomunica né l’interdetto, contro cui il clero

rimase fedele alla Repubblica. I nuovi ordini si schierano invece dalla parte del pontefice e

vennero prontamente espulsi dal territorio veneziano. La mediazione francese portò alla

ricomposizione del conflitto, anche perché il papa era rimasto semplicemente disorientato

dall’ostinata resistenza veneziana.

La città, dal canto suo, accusò lo sforzo, tant’è che occorreva inviare presso i propri

dominî – come Brescia – dei funzionari perché intimorissero il clero renitente a sommini-

strare comunque i sacramenti. Il mantenimento dello stato di guerra si rivelò una gravosa

voce di costo per l’economia veneziana ed alla fine la Repubblica consegnò i due preti col-

pevoli a funzionari francesi, che a loro volta li affidarono al papa, ma la città comunque

non accettò di rinunciare al suo diritto. L’assoluzione non fu mai riconosciuta ufficialmente

dalla Repubblica di Venezia, che continuò a sostenere che la censura fosse ingiusta, così

come si rifiutò di riammettere i gesuiti. La vicenda ebbe così echi in tutta Europa.

L’Istoria del concilio tridentino di Paolo Sarpi fu la prima voce interna al mondo catto-

lico ad opporsi alla strategia complessiva della Chiesa post-tridentina, ma soprattutto alla

volontà di dominare con l’imposizione dei suoi modelli culturali, impedendo la libertà della

ricerca e dell’innovazione.

7. Lo slancio missionario della Controriforma. Verso una religione mondiale

Gli ordini religiosi si rivelarono gli strumenti più adatti per la penetrazione nei nuovi

mondi conquistati dall’espansione europea. I protagonisti delle missioni nell’immenso do-

minio portoghese furono senz’altro i gesuiti. Naturalmente l’azione missionaria seguì le

caratteristiche del tipo di colonizzazione. Il vastissimo territorio degli Spagnoli non solo

fu convertito, ma venne anche coperto da una fitta rete di diocesi. In Asia ci furono tenta-

tivi di penetrazione in Cina e Giappone, che sostanzialmente non crearono grandi insedia-

menti cattolici. Caratteristiche particolari ebbe la penetrazione gesuitica in America. Qui,

dagli anni Settanta, i gesuiti cominciarono a muoversi nei territori portoghesi e spagnoli e

nel 1609 ottennero la concessione delle comunità del Guaranì. Qui furono fondate grandi

comunità di lavoro sotto il controllo dei gesuiti, che erano così riusciti ad organizzare ci-

vilmente circa 100.000 indigeni. In Africa l’attività missionaria cattolica si scontrò invece

con la presenza musulmana.

Nel complesso lo zelo missionario si basò sulla stessa coscienza della superiorità

dell’Occidente e della sua cultura in relazione con quelle locali. Quasi sempre queste veni-

vano sostituite con un’opera di violenza. Come contraltare a Bartolomeo Las Casas, che

denunciò la distruzione della civiltà indigena, vi furono missionari come Juan de Sépulveda

che giustificarono la conquista in virtù della conversione e teorizzavano l’inferiorità spiri-

tuale degli indigeni. La loro distruzione culturale stava realmente cambiando il tipo di

sfruttamento economico cui venivano sottoposti.

La Compagnia di Gesù sembrò talvolta favorire la strada dell’integrazione e dell’as-

sorbimento e la missione gesuitica ebbe successo proprio quando risultava elastica e dispo-

sta ad adattare il cristianesimo alle tradizioni locali.

La crisi della società europea durante la Guerra dei trent’anni

1. Un’Europa inquieta: 1598-1618

Gli anni compresi fra la pace di Vervins (1598) e l’inizio della Guerra dei trent’anni

(1618) furono di relativa pace, ma alcuni processi generali si fecero evidenti. Morto Filippo

11, iniziarono ad emergere i tratti di un irreversibile processo di decadenza. La Spagna con-

tinuava ad essere un Paese dalla temibile forza militare ed in grado di controllare spazi e

[68]

risorse immense ma tuttavia la sua regione più ricca, la Castiglia, aveva mostrato preoccu-

panti segni di usura. Una politica di riorganizzazione fiscale venne tentata, ma invano, e

pure l’afflusso dei metalli americani iniziò a diminuire, accentuando la dipendenza

dell’economia spagnola dai mercati esteri. Sui Paesi italiani divennero poi evidenti le con-

seguenze dell’atlantizzazione.

Nel mondo tedesco il florido commercio anseatico subì la concorrenza spietata delle

compagnie inglesi ed olandesi e lo scontro si verificò soprattutto per il commercio del grano

nord-orientale nel Mar Baltico. La decadenza tedesca fu dovuta in sostanza alla disgrega-

zione degli staterelli e delle città germaniche in un territorio immenso. La sopravvivenza

degli Stati regionali impediva infatti una convincente risposta alla crisi generale ed alla

maggior competitività di altri Paesi.

2. La Spagna e la sua decadenza

L’economia castigliana iniziò a mostrare inquietanti segni di cedimento a metà anni

Novanta del Cinquecento. La forte crescita della pressione fiscale non riuscì a tenere il

passo delle spese annue sostenute dalla Corona.

Nel 1590 fu approvata una nuova e pesantissima tassa, il millones, che andò ad incidere

sui beni di prima necessità. Di fronte a questo immane sforzo economico, la politica di

Filippo 11 non raccolse chiari successi e nel 1596 il sovrano fu costretto a dichiarare la terza

bancarotta in meno di 50 anni.

Divenne necessario innanzitutto fare uscire dallo stato di guerra la Spagna. Nel 1596

fu inviato nei Paesi Bassi l’arciduca Alberto, che due anni dopo sposò l’infanta Isabella.

Nello stesso anno fu siglata la pace di Vervins con la Francia (1598), mentre con l’Inghil-

terra arrivò solo nel 1604. Filippo 11 lasciò una situazione di pace per la quale si era trovato

a pagare un prezzo molto alto. La crisi irreversibile dello Stato innescò un processo di pro-

fonda alterazione della società spagnola. La Castiglia si trovò ad essere la regione che sop-

portava i più elevati oneri fiscali della Spagna.

Pur combattendo con la Spagna, gli Olandesi avevano continuato a rifornirsi ed a

commerciare con la Spagna fino agli anni Novanta, specie con Siviglia. Verso fine secolo,

però, assieme agli Inglesi, si mossero con la precisa volontà di trovare nuove zone di rifor-

nimento. Nel 1595 Filippo 11 a tal proposito decretò l’embargo delle navi delle Province

Unite e di tutta risposta gli avversari decisero di procurarsi le risorse direttamente

dall’America spagnola. Qui, i prodotti che normalmente la Spagna importava nelle colonie

non erano più necessari, giacché i coloni avevano cominciato a prodursi da soli beni di

prima necessità. La caduta della domanda dei beni spagnoli di prima necessità determinò

la fine del periodo di prosperità del porto andaluso di Siviglia e rese insopportabile la pres-

sione fiscale nella sola Castiglia. Altro fattore di crisi fu il progressivo calo della produzione

agricola: molti contadini preferirono infatti abbandonare i campi per tentare fortuna in

città, determinando un impoverimento demografico delle zone produttive.

Filippo 111 salì al trono in un momento molto difficile. Egli rinnovò lo sforzo spa-

gnolo nelle Fiandre, pur senza raggiungere risultati concreti, e finanziò un’invasione

dell’Irlanda. Nel 1607 fu costretto a dichiarare la quarta bancarotta ed a firmare una tregua

cogli Olandesi. Questo momento divenne così propizio per avviare un piano di riforme da

cui la Spagna avrebbe tratto sicuri benefici, ma Filippo 111 si rivelò un sovrano debole, co-

sicché i Grandi, che i precedenti sovrani avevano escluso dalla vita politica, tornarono ad

avere un ruolo preminente nel Consiglio di Stato.

Un’innovazione fu l’affermarsi del privado (o valido), ossia del favorito del re, il quale

avrebbe assunto il controllo politico della Spagna. Tale ruolo venne ricoperto per primo da

Francisco Gómez de Sandoval y Rojas, duca di Lerma. Questi esercitò una grandissima

influenza sul debole Filippo 111 e non ebbe a cuore la politica di risanamento dello Stato,

ma preferì invece perseguire la direttiva di distribuzione delle cariche remunerative presso

i parenti ed ad arricchirsi. L’unico atto portato a termine con tenacia fu l’espulsione dei

[69]

moriscos, impoverendo ulteriormente la Spagna di artigiani e rendendo ancora più fragile la

capacità produttiva del Paese. In questo modo la crisi della Castiglia ebbe naturalmente

riflessi su tutte le altre regioni e soprattutto sulla società. L’antica aristocrazia però fu in

parte rinsanguata dal tipico processo di inflazione degli onori. In una società che disprez-

zava il lavoro manuale e voleva vivere di rendita, le città furono affollate di hidalgos poveri,

di letrados (letterati) disoccupati e di picaros (disonesti). La letteratura spagnola rispecchiò

tragicamente il desengaño, ovvero la delusione generale.

Ai soliti ed urgenti problemi si era poi affiancato il vistoso calo dell’afflusso dell’ar-

gento americano. La riforma economica e finanziaria assunse così un’importanza vitale per

la Spagna ma la situazione si evolveva troppo velocemente: al duca di Lerma era subentrato

il figlio, il duca di Uceda. Filippo 111 era morto e gli era succeduto Filippo 1v, che ebbe come

favorito l’Olivares, che a sua volta aveva fatto fuori Uceda.

3. La Francia fra Enrico 1v e la Reggenza

La Francia seppe risorgere dai bui decenni delle guerre civili sotto l’efficace guida di

un sovrano come Enrico di Navarra, divenuto re come Enrico 1v. Questi fu il primo so-

vrano della stirpe reale dei Borbone, benché fosse cugino lontanissimo dei Valois.

Dopo l’assassinio di Enrico 111 l’unità politica del Paese era stata sul punto di sgreto-

larsi. L’azione del nuovo re mirò così a ricomporre la società francese ed a ripristinare la

pace religiosa, al pari del prestigio della monarchia. Raggiunto in maniera definitiva l’obiet-

tivo della coesistenza pacifica tra ugonotti e cattolici, Enrico 1v impostò una linea politica

che si snodò all’estero in cerca di alleanze con le nazioni protestanti ed all’interno con una

sistematica incentivazione dell’iniziativa economica.

Enrico 1v dovette porre mano alla gigantesca impresa di avviare la ricostruzione di

una società economicamente depressa: il settore finanziario aveva infatti perso molta della

sua capacità di riscuotere le tasse. Per cominciare era però necessario ricostruire la base

produttiva. In questo modo il sovrano cercò di rafforzare l’agricoltura ed in pochi anni

furono alleviati i carichi fiscali e le corvées ai contadini. Sull’input di Maximilien de Béthune

duca di Sully venne consolidato il sistema viario francese, favorendo così il commercio del

grano e dei prodotti agricoli. Diversi lavori pubblici vennero inaugurati per espandere i

terreni coltivabili. Enrico 1v non trascurò neppure certi settori industriali: particolare svi-

luppo ebbe la produzione della seta, delle manifatture di lusso, inquadrandoli in una logica

mercantilistica che voleva impedire l’uscita dell’oro dal Paese.

Dal punto di vista finanziario, Enrico 1v dovette affrontare i problemi dell’indebita-

mento e della mancanza di denaro senza ricorrere alla convocazione degli Stati generali. Il

sovrano si servì così della vendita degli uffici. Inizialmente sembrò che il re volesse instau-

rare il principio – mai abolito – della cooptazione per competenza, poi però la mancanza di

denaro indusse Enrico 1v alla massiccia vendita degli uffici, così come ad un appalto siste-

matico delle imposte. Nel 1604 Sully istituì l’imposta che sancì l’ereditarietà della carica, la

paulette. Versandola, il funzionario acquistava la possibilità di trasmetterla al figlio od ad

un erede. Si venne così formando una nuova nobiltà ereditaria (detta di toga per distin-

guerla da quella medievale di spada).

Enrico 1v cominciò a delineare quella politica d’espansione e quella strategia che sa-

rebbero state sviluppate nei decenni successivi da Richelieu, Mazzarino e soprattutto Luigi

x1v. Il nemico per eccellenza fu sempre la Spagna. Contro di essa, in una vasta alleanza,

Enrico 1v stava ordendo una trama ma egli stesso venne ucciso a tradimento. Il vuoto di

potere fu immediatamente notevole: Maria de’ Medici non riuscì ad utilizzare nello stesso

modo gli abili ministri che il marito le aveva lasciato, tant’è che l’ugonotto Sully abbandonò

il suo incarico e si ritirò (1611).

Il potere venne gestito da Maria de’ Medici e da una ristretta cerchia di personale

selezionato. Contro la regina si formò presto un vasto fronte protestante capeggiato da En-

[70]

rico 11 principe di Condé. Egli chiese più potere per l’aristocrazia ed una maggiore atten-

zione alle spese reali, ma soprattutto una maggior convocazione degli Stati Generali.

L’obiettivo di Condé fu il conseguimento di un ruolo di primaria importanza per i prìncipi

di sangue e per i grandi funzionari della Corona nei consigli governativi. La protesta del

principe fu facilmente neutralizzata, ma la reggente decise comunque di convocare gli Stati

Generali, con l’intento di prorogare il proprio potere oltre la maggior età del figlio, Luigi

(1614).

Nel 1614 si svolsero gli ultimi Stati Generali, mai più appellati fino al 1789. In questa

occasione si tentò di definire l’appoggio dei tre ordini alla monarchia. Fra le riforme chieste

c’era l’abolizione della paulette e della venalità delle cariche. A favore di questa riforma

aveva parlato un giovane prelato, Armand du Plessis di Richelieu, futuro cardinale. Ma la

paulette non venne revocata e non si riuscì a realizzare nulla di concreto.

Nel frattempo si mise in luce il favorito di Luigi x111, Charles d’Albert duca di Luy-

nes, che indusse il giovane sovrano ad estromettere la potente reggente. Luynes tentò di

impostare una politica di riconciliazione con i Grandi di Francia ed in seguito si fece no-

minare conestabile (1621), con l’intento di annientare gli ugonotti nel sud della Francia.

Sconfitto, egli perse i favori del re ma nel frattempo si era già fatto strada Richelieu. No-

minato vescovo di Luçon (1606), si era messo in luce negli Stati Generali e nel 1617 aveva

ricoperto la carica di ministro di Maria de’ Medici. Tradita la reggente era passato dalla

parte del re Luigi x111, venendo eletto cardinale (1622) e principale ministro del sovrano

(1624).

4. La repubblica dei mercanti

Gli Olandesi seppero insinuarsi con abilità tra le crepe del sistema provinciale spa-

gnolo e riuscirono a trarre profitto dalla crisi della grande rete commerciale anseatica. In

questo modo tentarono di aprire nuove vie alle materie prime ed al commercio. Gli Olan-

desi aggirarono l’embargo spagnolo stabilendo frequenti contatti con l’America spagnola.

Dal 1595 ripresero le navigazioni verso le Indie orientali e nel 1602 venne istituita la Com-

pagnia delle Indie orientali, che poté usufruire di numerosi privilegi. Si trattò di una grande

occasione per tutta la borghesia mercantile. Inoltre venne organizzata la potente banca di

Amsterdam, responsabile unica dei cambi.

Conclusa la tregua con la Spagna, l’Olanda organizzò la sua complessa struttura di

Stato, una repubblica federale che collegava diverse province. Organo unificante erano gli

Stati Generali, aventi compiti di politica estera, economica e religiosa.

Nella società olandese si attestarono su posizioni diverse due gruppi politici: la bor-

ghesia mercantile e l’alleanza fra signori terrieri ed artigiani delle città. Parte del successo

olandese fu assicurato comunque dalla mancanza di concorrenza e dall’abilità e dal tempi-

smo del mercantilismo olandese. Dopo lo straordinario successo della Compagnia delle In-

die orientali, nel 1614 sorse quella delle Indie occidentali, che avrebbe avuto analogo svi-

luppo, scontrandosi però contro la Spagna.

La contrapposizione fra queste due fazioni rischiò di far precipitare le Province Unite

nella guerra civile, dato che su tale scontro di natura politica si innescò anche quello di

carattere religioso, che vide opposti i gomaristi e gli arminiani. I primi, seguaci del profes-

sore Franciscus Gomarus, rappresentavano l’ortodossia calvinista e difendevano la dottrina

della predestinazione, mentre i secondi, stando dalla parte di Jacobus Arminius, erano eredi

della tradizione erasmiana. Nel 1618 Maurizio di Nassau-Orange fece imprigionare Olden-

barneveldt, seguace arminiano, con l’accusa di tradimento verso la Repubblica, determi-

nando la prevalenza del partito orangista, che avrebbe così potuto proseguire la guerra nel

1621. 5. Le premesse della guerra: cattolici e protestanti nell’Impero

La debolezza del sistema politico imperiale emerse con tutte le sue crepe ad inizio

Seicento. A poco erano valsi i tentativi d’organizzazione di un potere centrale. La potenza

[71]

degli Asburgo era soltanto legata al saldo possesso dei dominî tradizionali, oltre che parte

dell’Ungheria, della Boemia e della Moravia.

Durante il regno di Rodolfo 11 si accentuarono le contraddizioni dell’Impero. Si in-

nestarono frequentemente contrasti di natura religiosa: le numerose questioni lasciate irri-

solte dalla pace di Augusta del 1555 arroventarono infatti il clima. Il calvinismo e le forti

minoranze religiose presenti in Boemia e Moravia non erano state mai riconosciute: l’unica

confessione religiosa tollerata era il luteranesimo. L’azione controriformista iniziò a racco-

gliere una serie di successi mentre l’Imperatore esercitava la sua facoltà di governo con

estrema difficoltà. Anche se la Dieta deteneva sulla carta il potere legislativo, essa non

poteva riunirsi senza l’assenso dei prìncipi Elettori.

L’Imperatore aveva limitati margini di manovra nell’àmbito dell’amministrazione

della giustizia. Tutte le cause di interesse locale venivano così dibattute davanti al Rei-

chskammergericht, in cui gli Asburgo detenevano 6 seggi contro i 18 dei prìncipi tedeschi. Di

conseguenza esso smise di funzionare, in attesa che tale problema apparentemente insolu-

bile si risolvesse. Di questa sospensione ne approfittò il potere imperiale, rafforzando la

corte (Reichshofrat), formata unicamente da membri imperiali. Alcuni episodi favorirono

però la creazione di un fronte protestante, la cosiddetta Unione protestante (1607). Ad essa

si contrappose la Lega cattolica (1609). L’Elettore del Palatino, il più importante dei prìncipi

secolari dopo la famiglia imperiale, si mise a capo dell’Unione, mentre la Lega fu guidata

da Massimiliano duca di Baviera. In posizione intermedia si tenne la Sassonia luterana,

che non aderì all’Unione, prevalentemente calvinista. Essa quindi non riuscì a riunire tutto

il mondo protestante. Più solida ed organizzata fu la Lega cattolica, tanto che il lascito

dell’Unione fu pressoché nullo e nel 1621 si dissolse. La Lega sarebbe esistita fino al 1635,

dopo la pace di Praga.

La rottura si verificò con l’incerta successione al trono di Boemia. Gli Asburgo ave-

vano imposto il cattolicesimo come religione di Stato garantendo tuttavia una certa tolle-

ranza. Nel 1609 Rodolfo 11 cercò però di abrogare questo regime di tolleranza. La Dieta

boema costrinse così l’Imperatore ad abdicare ed a scegliere il fratello Mattia, arciduca

d’Austria, come re di Boemia ed a sua volta destinato a diventare Imperatore. Mattia spostò

nuovamente la capitale a Vienna, creando un diffuso timore che la Boemia diventasse

un’appendice dell’Austria.

Gli Asburgo non vollero correre rischio di perdere la Boemia per mano dei prote-

stanti. La Dieta manifestò sùbito la contrarietà alla designazione come successore al trono

boemo di Ferdinando di Stiria, già erede della Corona imperiale, fervente cattolico e rigi-

damente assolutista, desideroso di imporre la restaurazione cattolica sull’Impero. Nel 1617

venne comunque designato successore e sùbito la Dieta chiese al futuro re la garanzia

dell’applicazione della Lettera di Maestà. Ferdinando diede il suo assenso, ma il suo intento

era quello di disattenderla completamente.

La città di Praga era governata da un comitato di dieci reggenti, di cui sette di fede

cattolica. Tale comitato prese una serie di misure lesive nei confronti dei protestanti. La

folla in tumulto si precipitò con i deputati nell’antico palazzo di Hradscin ed i due gover-

natori cattolici vennero defenestrati. Iniziò così quella che i contemporanei chiamarono la

Guerra dei trent’anni (1618).

Dopo la defenestrazione fu nominato un direttorio di 13 membri che curò l’organiz-

zazione di un’armata di 16.000 uomini. L’arciduca Ferdinando sollecito così un intervento

armato in Boemia e successivamente un primo esercito imperiale entrò in Boemia (1618).

Nel frattempo l’Elettore palatino ed il duca di Savoia si mossero in aiuto dei Boemi. La

guerra investì tutto il territorio tedesco. Gli Asburgo palesavano la volontà di trasformare

il dominio imperiale in uno Stato quanto più possibile centralizzato ed assoluto, unifor-

mato religiosamente con l’estirpazione delle eresie protestanti. Questa volontà di riconqui-

sta cattolica valse agli Asburgo l’alleanza con la Spagna.

Nel 1618 Peter Ernst von Mansfeld, alleato dei Boemi, conquistò Pilsen. Pochi mesi

dopo si spense l’imperatore Mattia: la successione sarebbe avvenuta con la Boemia in ri-

volta. Il neoeletto Imperatore Ferdinando 11 propose un’amnistia che però fu rigettata dai

[72]

Boemi. Intanto il conte di Thurn, alla testa di un secondo esercito boemo, giunse alle porte

di Vienna, ma con ostinazione Ferdinando 11 rifiutò ogni concessione. Con l’arrivo di Leo-

poldo del Tirolo, fratello dell’Imperatore, Thurn batté in ritirata. Nel 1619 Mansfeld fu an-

che sconfitto da un esercito imperiale. Mansfeld e Thurn ricongiunsero i propri eserciti e

si apprestarono a tornare per difendere Praga.

6. La Guerra dei trent’anni: la fase boemo-palatina

Con la Boemia e la Moravia in rivolta, la morte dell’imperatore Mattia 1 nell’Unghe-

ria austriaca aggravò ulteriormente le cose. Boemia, Lusazia, Slesia e Moravia crearono una

confederazione per difendere l’unità della nazione e per salvaguardare il culto protestante.

Gli Stati confederati dichiararono nulla l’elezione di Ferdinando d’Asburgo (1619), che fu

deposto dal trono di Boemia. La corona venne così offerta a Federico v, principe del Pala-

tinato. Nonostante le proteste boeme, Ferdinando d’Asburgo venne eletto Imperatore. Il

principe palatino, grazie alla parentele, poteva contare sull’appoggio delle Province Unite

e, in funzione antispagnola, di Venezia. Incerta rimase invece la Francia, mentre nel campo

avversario scattò la solidarietà tra gli Asburgo di Spagna e d’Austria. Federico v, accettando

la corona boema, s’inimicò il potente duca di Baviera Massimiliano, che s’alleò con Ferdi-

nando (1619). Alcune clausole dell’alleanza stabilirono che il comando delle truppe impe-

riali sarebbe andato allo stesso Massimiliano e, nel caso di sconfitta di Federico, il titolo di

principe elettore sarebbe passato dal Palatinato alla Baviera. Federico v venne riconosciuto

re di Boemia da Venezia, Olanda, Danimarca e Svezia. Tuttavia la conferenza di Norim-

berga (1619) mostrò l’evidente debolezza dell’elettore palatino, sottolineando invece quella

di Ferdinando 11.

A Federico conte del Palatino fu intimato di lasciare la Boemia entro maggio ’19.

L’ultimatum non fu rispettato e le forze imperiali si prepararono con cura alla guerra, men-

tre le truppe protestanti iniziarono a diventare pericolose perché pagate male. Federico non

fu aiutato a sufficienza né dai suoi alleati né dai prìncipi protestanti. Decisivo si rivelò

l’intervento della Lega cattolica, comandata dal generale Tilly e da Massimiliano di Ba-

viera. Parallelamente dall’Austria si muoveva Ambrogio Spinola, comandante dei contin-

genti spagnoli.

Nel 1620 un esercito di 25.000 uomini guidato da Tilly e Massimiliano attraversò

l’Austria. Spinola cominciò la sua campagna nel Palatinato in agosto, conquistando Ma-

gonza (1620). Le milizie protestanti offrirono scarsa resistenza cosicché l’esercito di Tilly

entrò in Boemia in settembre.

Lo scontro decisivo si ebbe a novembre davanti Praga, dove Tilly inflisse una duris-

sima sconfitta all’esercito boemo e Praga fu messa al sacco. Federico v si diede alla fuga e

nel gennaio 1621 fu bandito dall’Impero. Durissima fu la repressione in Boemia da parte

dell’imperatore Ferdinando, che tuttavia incontro una serie di difficoltà: oltre all’indebita-

mento, il passaggio della carica da Federico del Palatinato a Massimiliano di Baviera fu

un’operazione molto insidiosa. Tutti i prìncipi tedeschi infatti si mostrarono contrari ed

oltre a ciò l’attenzione internazionale si spostò sulle sorti del Palatinato. I poteri degli

Asburgo stavano crescendo a vista d’occhio.

Ad aprile ’21 scadde la tregua di dodici anni tra Olanda e Spagna e sì aprì un altro

fronte di guerra. Le truppe di Spinola furono così costrette ad andare a combattere in

Olanda. Sùbito Federico strinse un accordo con le Province Unite per ricuperare il Palati-

nato, ma l’avanzata di Tilly fu inesorabile. Federico v del Palatinato, rimasto senza alleati,

riparò a Sedan. La restaurazione portata avanti da Ferdinando provocò così immediate rea-

zioni nel mondo protestante.

Nel 1623 Ferdinando 11 convocò a Ratisbona una riunione dei prìncipi tedeschi. L’or-

dine del giorno fu il trasferimento della carica di elettore al duca di Baviera, cui si oppose

la totalità degli altri Elettori. Ma Ferdinando fu irremovibile: Federico v del Palatinato fu

deposto e venne nominato al suo posto Massimiliano di Baviera. Tale mossa suscitò un’on-

data di riprovazione in Europa, determinando anche una ripresa di iniziativa politica della

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Francia. Qui, nel 1624, era diventato primo ministro il cardinale Richelieu, che riprese or-

ganicamente la strategia antiasburgica di Enrico 1v.

7. Verso il Baltico: l’ingresso danese e svedese nella Guerra dei trent’anni (1625-

1635)

Gli scenari in cui esplose il conflitto furono le Province Unite e la Valtellina. Scaduta

la tregua dei Dodici anni (1621), la Spagna riaprì le ostilità, decisa a riprendere il suo inter-

minabile sforzo di riconquista. Spinola varcò senza indugi il confine con le Province Unite

e pose sotto assedio la fortezza di Bergen op Zoom. Gli eserciti di Cristiano di Brunswick

e di Mansfeld si avventarono sulle truppe spagnole nel tentativo di spezzare l’assedio: i

nemici, sorpresi, dovettero così desistere.

La Valtellina si trovò al centro di aspre contese per la sua posizione strategica: essa

era infatti un’importante via di collegamento tra il lago di Como e la regione dell’Inn. Il

suo controllo era ambìto sia dagli Asburgo che dai loro avversari. In questa zona, i cattolici

precedentemente erano già insorti contro i signori protestanti. Molti di loro dovettero poi

riparare a Milano ed Innsbruck, aiutati dalle truppe asburgiche che massacrarono poi i pro-

testanti (Sacro macello). La Spagna ottenne così il controllo della Valtellina.

Le leghe dei Grigioni fecero pressioni sul re di Francia, Luigi x111, che si trovò con le

mani legate. Nel 1621 i Grigioni cercarono di riprendere i territori perduti ma furono dura-

mente sconfitti. A questo punto la Francia decise di intervenire. Nel 1623 venne firmata la

pace di Lione, che unì Francia, Ducato di Savoia e Venezia. Tra i compiti di questa Lega

figurò la riconquista della Valtellina. La Spagna ritenne opportuno ritirarsi ma nel 1624 le

milizie papali non mostrarono però ancora la volontà di ritirarsi. Nel 1625 la Valtellina

passò in mano francese ma nel ’26 ricadde sotto il dominio spagnolo. Le truppe francese

furono costrette a ritirarsi e venne firmata la pace di Monzón in Aragona (1626).

Sull’altro fronte della guerra, a Compiègne, Francia e Province Unite siglarono un

trattato di amicizia, a cui avrebbero poi aderito Inghilterra, Svezia e Danimarca. In Europa

si creò un’ampia alleanza antiasburgica. Ferdinando tuttavia non si perse d’animo ed inca-

ricò Wallenstein ad allestire un grande esercito, mentre Spinola proseguiva nella sua opera

di distruzione delle fortificazioni olandesi. Nel 1625 fu assediata Breda, segnando un mo-

mento estremamente critico per le Province Unite, che persero la città ma furono soprat-

tutto sconvolte dalla morte di Maurizio di Nassau-Orange.

Sul terzo fronte di guerra, lo spazio tedesco, si addensarono minacciose nubi di

guerra: Gustavo Adolfo e Cristiano, rispettivamente sovrani di Svezia e Danimarca, solle-

citavano continuamente la Francia e l’Inghilterra ad intervenire. La Francia si schiero si

dimostrò favorevole alla Svezia, mentre l’Inghilterra, pur esitando in un primo momento,

propose poi per re Cristiano.

Cristiano 1v di Oldenburg entrò in guerra, portando con sé la sua grande esperienza,

dal momento che per anni aveva dovuto lottare contro la sua potente e riottosa aristocrazia.

Cristiano divenne punto di riferimento dei protestanti tedeschi e con l’appoggio

dell’Olanda e dell’Inghilterra iniziò la guerra contro l’Impero, che disponeva di due eserciti,

quello bavarese guidato da Tilly, e quello imperiale reclutato personalmente da Alberto di

Wallenstein. Tuttavia Inghilterra ed Olanda versarono sovvenzioni inferiori alle aspetta-

tive e pure la Francia abbandonò al suo destino Cristiano 1v.

La causa protestante fu sostenuta anche da altri eserciti guidati da Cristiano di Brun-

swick e da Ernst von Mansfeld. Il primo venne duramente sconfitto, tant’è che si ritirò dal

contesto, morendo in solitudine nel 1626. Anche Mansfeld fallì il suo obiettivo, subendo

una pesante sconfitta. La causa protestante si trovò in estrema difficoltà e quando i due

eserciti imperiali si riunirono tutto sembrò perduto. Quando Tilly e Wallenstein si divi-

sero, Cristiano pensò di poter sfruttare l’occasione e di portare la guerra nella Turingia. Le

truppe danesi vennero intercettate nei pressi di Lutter e lo scontro si risolse in una disfatta

totale per Cristiano 1v.

Gli eserciti protestanti si trovarono, quindi, privi di comandanti ed apparvero pros-

simi allo sfaldamento. L’Impero aveva facilmente prevalso, ma doveva ora occuparsi di una

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rivolta contadina in Austria (1626). Qui il governatore locale, sconfitto a Wels, si rifugiò a

Linz ed il duca di Baviera mandò truppe di rinforzo. La morte del leader dei riottosi deter-

minò una fase di debolezza dei contadini. Tuttavia la vendetta imperiale fu così feroce che

la rivolta riarse sùbito, tanto che i contadini sconfissero gli imperiali. Alla fine questi pre-

valsero poi definitivamente verso fine anno.

L’offensiva imperiale contro i danesi diede i suoi frutti, anche se Wallenstein non

era riuscito a conquistare Stralsunda in Pomerania. Ferdinando 11 emanò l’Editto di Resti-

tuzione (1629), con cui non si riconosceva validità legale al calvinismo e sanciva l’inaliena-

bilità delle proprietà ecclesiastiche.

Nel 1629 venne poi siglata la pace di Lubecca: Cristiano 1v s’impegnava a rinunziare

ad ogni ingerenza nell’Impero. Alberto di Wallenstein, avendo sconfitto i protestanti ed

essendosi affermato come un notevole generale, ebbe in premio il ducato di Meclemburgo,

suscitando l’opposizione e la gelosi degli altri prìncipi cattolici. Nel 1630 si tenne poi il

Convegno di Ratisbona, in cui i prìncipi tedeschi, preoccupati dal crescente potere di Wal-

lenstein, chiesero la riduzione degli effettivi del suo esercito e la sua destituzione. Wallen-

stein si dimise però spontaneamente ed il comando venne affidato a Tilly e Massimiliano

di Baviera. Il Convegno, tuttavia, sortì l’effetto di disunire i prìncipi tedeschi, vanificando

la paziente opera di pacificazione dell’Imperatore. L’egemonia cattolica sul mondo tedesco

aveva procurato all’Impero un terzo grande nemico: Gustavo Adolfo re di Svezia.

Gustavo Adolfo si trovava a capo di una nazione molto più potente della Danimarca.

Oltretutto era abilissimo ad affrontare i problemi della riorganizzazione dello Stato. Con-

trollando la propria aristocrazia col pugno di ferro, l’aveva poi coinvolta in un programma

di rinnovamento economico.

L’esercito svedese entrò a Stettino nel 1629. Nel 1631, sulla strada per Francoforte

sull’Oder, incontrò i delegati francesi di Richelieu e strinse un accordo con la Francia. Nel

1631 gli Svedesi s’impossessarono di Francoforte e l’esercito di Tilly rimase in un momento

di difficoltà. Le truppe imperiali decisero di attaccare Magdeburgo che cadde e la sua popo-

lazione venne decimata. Questo evento provocò riprovazione e le Province Unite s’allea-

rono con la Svezia, garantendo sia l’invio di fondi sia l’apertura di un nuovo fronte di guerra

nelle Fiandre. Nel 1631 Gustavo Adolfo firmò anche un’alleanza con Giorgio Guglielmo,

elettore del Brandeburgo.

Forte di queste nuove alleanze il re riprese la guerra con ardore, tanto che Tilly si

ritirò in Sassonia, dove ottenne dei rinforzi. Forte del suo nuovo esercito, Tilly decise di

conquistare la Sassonia. L’estremo valore di Gustavo Adolfo e delle truppe svedesi ebbe

però il meglio sulle milizie imperiali e Tilly, ferito, si mise in fuga. La disfatta imperiale fu

molto pesante e Gustavo Adolfo avanzò inesorabilmente nel cuore della Germania. Con-

quistando una città dopo l’altra, il sovrano svedese s’assicurò il controllo di buona parte

dell’Impero ed in questo modo le forze protestanti ripresero vigore. Ferdinando 11 non ebbe

altra scelta se non di ricorrere a Wallenstein e nel 1632 si riprese la guerra. Wallenstein si

stanziò presso i confini boemi. L’esercito svedese agganciò quello di Tilly sul Danubio e lo

sconfisse, e neppure l’ingresso in scena del generale boemo non arrestò l’avanzata del re

svedese, che entrò ad Augusta e prese Ingolstadt. La morte di Tilly lasciò nelle mani di

Wallenstein le sorti della causa imperiale e cattolica. Gustavo Adolfo si diresse verso la

Baviera, sperando che così Wallenstein uscisse dalla Boemia, ma questi invece occupò

Praga. I due si diedero battaglia a Lutzen, dove gli imperiali vennero sconfitti, ma Adolfo

venne trovato morto sul campo.

Il comando delle truppe svedesi passò al cancelliere Axel Oxenstierna. Nacque poi

la Lega di Heilbronn, la cui funzione principale sarebbe stata la difesa della causa prote-

stante. Lo stesso Wallenstein uscì abbastanza compromesso da questo conflitto. Verso il

1633 Ferdinando 11 decise di liberarsi di Wallenstein, il cui esercito si stava sgretolando

lentamente. Poco dopo una squadra di mercenari assassinò il generale, mentre la guerra

proseguiva inesorabilmente. Nel 1634 gli Svedesi presero Ratisbona e furono nuovamente

sconfitti dagli imperiali nella battaglia di Nördlingen. Il cancelliere svedese firmò un trat-

tato di alleanza con la Francia, che dichiarò formalmente guerra alla Spagna. Nel 1635 fu

siglata la pace di Praga fra Ferdinando 11 e Giovanni Giorgio, elettore di Sassonia. Tale

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accordo prevedeva la sottomissione degli Stati germanici all’egemonia asburgica e cattolica

e l’isolamento della Svezia. Inoltre, l’Editto di Restituzione (1629), mai applicato, fu so-

speso per vent’anni e venne concessa la libertà di culto ai luterani. Ma, ancora una volta, il

calvinismo non fu riconosciuto come confessione.

8. Francia e Spagna durante la Guerra dei trent’anni

In Francia, nel 1624, era diventato primo ministro di Luigi x111 il vescovo Richelieu,

antico alleato della madre del re, la reggente Maria de’ Medici. Nel 1620 le truppe reali

avevano così sconfitto quelle della madre e lo stesso Richelieu si era adoperato nella ricon-

ciliazione tra i due. Nel 1621 era però passato definitivamente dalla parte del re, diventando

poi cardinale e principale protagonista della politica francese nei prossimi decenni, con l’in-

tento di dare stabilità interna al Paese. Nel 1626 dovette però sùbito evitare un complotto

nobiliare ordito contro di lui. Altro motivo di tensione verso il nuovo cardinale era la pre-

senza degli ugonotti: Richelieu si era mostrato assolutamente contrario all’esistenza di

piazzeforti e truppe ugonotte, ma fu tuttavia incline a lasciar loro la libertà di culto.

Nel 1626 esplose una violenta rivolta protestante, sedata con la pace di La Rochelle,

che rafforzò ulteriormente la convinzione di Richelieu di colpire la presenza armata degli

ugonotti. Quando questi insorsero nel ’27, forti dell’appoggio del governo inglese, Richelieu

ruppe gli indugi e mise sotto assedio La Rochelle, che sarebbe capitolata nel 1628.

Un’altra rivolta ugonotta esplose nella Linguadoca e Guienna (1629), conclusasi po-

chi mesi dopo con la pace di Alais: ai calvinisti venne concessa la libertà di culto, ma si

vietò loro di dare vita ad ogni forma di organizzazione politica. La caduta di La Rochelle fu

un evidente segnale dell’efficacia di un programma di affermazione del potere centrale as-

soluto. Richelieu varò infatti un vasto piano di riforme amministrative ed economiche.

Nel 1627 Richelieu indusse Luigi x111 ad intervenire contro gli Spagnoli. Nello stesso

anno era morto Vincenzo 11 Gonzaga, duca di Mantova, privo di eredi diretti. Il ducato,

dunque, sarebbe dovuto passare a Charles di Gonzaga-Nevers. A tale successione si oppo-

sero gli Asburgo di Spagna e d’Austria ed il ducato di Savoia. Nel 1628 iniziò la guerra di

Mantova. Passando per la Valtellina i lanzichenecchi calarono in Italia e s’impadronirono

di Mantova. La Francia reagì sùbito riuscendo a respingere l’assalto dei lanzichenecchi, ma

Richelieu vide comunque crescere l’opposizione ai suoi piani di guerra da parte della reg-

gente Maria de’ Medici. I Francesi tuttavia s’impossessarono di Pinerolo e Saluzzo e così

Charles di Nevers-Gonzaga poté insediarsi nel Monferrato ed a Mantova.

Nel 1630 la Giornata degli inganni confermò l’altissimo tasso di tensione nei con-

fronti della reggente. Questa, messasi a capo di un partito contrario al cardinale, chiese la

destituzione di Richelieu, ma invece il re Luigi x111 gli confermò l’incarico di primo mini-

stro, mandando in esilio la madre e ridusse al silenzio tutti gli oppositori del cardinale, che

da questo momento non avrà più rivali nel potere. Nel 1632 dovette poi far fronte ad una

ribellione della Linguadoca: lo sforzo militare per sedare la rivolta fu notevole ed infatti la

Francia fu scossa sovente da rivolte antifiscali e nobiliari.

Nel 1635 la Francia, dopo essersi alleata con la Svezia, dichiarò guerra alla Spagna.

Richelieu usò la vendita degli uffici per far fronte al dispendio dell’apparato militare.

Nel 1636 un enorme esercito imperiale invase la Francia, mentre un altro si era im-

possessato della Franca Contea. La Francia si preparò a resistere, ma fu salvata soprattutto

dall’avanzata svedese nel Brandeburgo. Massimiliano di Baviera si trovò così costretto a

richiamare le truppe che avevano invaso la Francia. Le morti di Richelieu (1462) e di Luigi

x111 (1463) lasciarono il Paese alle prese con una guerra difficile e tremenda. Sarebbe toccato

al successore del primo ministro, Giulio Mazzarino, realizzare la maggior parte delle deci-

sioni di Richelieu.

Analogo era stato in Spagna il ruolo di Gaspar de Guzmán conte di Olivares, giunto

al potere dopo la morte di Filippo 111 (1621) e l’ascesa al trono di Filippo 1v. Non rassegnan-

dosi alla decadenza del suo Paese, egli volle riportarlo agli antichi splendori. Il suo intento

era quello di avviare l’agognato piano di riforme e rilanciare l’imperialismo spagnolo, con

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Riassunto per l'esame di Storia moderna, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Manuale di storia moderna vol.1. La prima età moderna (1450-1660) di Giuseppe Ricuperati, Frédéric Ieva, Utet, 2006.

Uno dei migliori manuali di storia moderna attualmente in circolazione. Dettagliatissimo, con parti dedicate di storia extraeuropea (Africa, Americhe, Oriente).

Riassunto di tutti i capitoli, nessuno escluso, in pagg. 94.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giacometallo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Carpanetto Secondo.

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