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Parte prima: le premesse della storia moderna

Definizioni e problemi

È difficile definire l’inizio della storia moderna, oltre che gesto potenzialmente falsificante. Il 1453, anno della caduta di Costantinopoli, si presta ad essere una data papabile, ma in verità si rivela come fatto puramente istituzionale, in quanto a cadere era un Impero ormai molto diverso da com’era in origine. Il 1453 fu anche l’anno finale della guerra dei Cent’anni, avvenimento che ebbe certamente maggiori ripercussioni sull’Europa rispetto alla caduta dell’Impero d’Oriente. In ogni caso tali scelte denunciano uno schema della storia fortemente eurocentrico. L’altra data, il 1492, ha sicuramente uno spessore più internazionale: da questa data in poi, infatti, la storia perde la sua dimensione europea per diventare mondiale. Si tratta tuttavia di un processo di cui l’Europa stessa ne avrebbe preso conoscenza molto più tardi. Il 1492 non rappresenta ovviamente una cesura reale fra Medioevo e mondo moderno, ma risulta essere frutto di una scelta oltre che storiografica, pure ideologica. Si è certi comunque di una cosa: in quegli anni si ebbero profondi cambiamenti che andranno a svilupparsi sempre più.

Un primo elemento è legato alle scoperte geografiche ed alla mondializzazione della storia umana. Per qualche secolo l’Europa rimane ancora la protagonista, ma lo spazio con cui viene a confrontarsi cambia e s’ingrandisce sempre di più. Dopo un tentativo di esportare il feudalesimo nell’America, si affermerà progressivamente il colonialismo moderno che, dopo la distruzione indigena, darà poi vita alla tratta degli schiavi.

Un altro cambiamento significante è quello della rottura della res publica christiana in seguito alla Riforma protestante: grazie ad essa l’Europa si frantumò irreversibilmente nelle sue diverse e contrastanti comunità confessionali.

Un terzo cambiamento è la nascita degli Stati moderni in Francia, Inghilterra e Spagna. Essi sono tuttavia ancora incentrati su ceti ed ordini, ma nuove caratteristiche emergono, come la tendenza a raggiungere i confini naturali in uno spazio politicamente controllabile e la capacità di esercitare il potere con la creazione di un apparato burocratico e fiscale, che svincolasse il re dal ricatto aristocratico.

Un quarto elemento è la ripresa economica che avrà il suo apogeo fra il 1520 ed il 1560. Ad aree più dinamiche se ne alterneranno altre in cui lo sviluppo è più lento e difficile. In altre ancora si assisterà ad uno straordinario fenomeno di concentrazione demografica urbana, ristretto però alle sole Fiandre ed Italia. Separato dalle città è il mondo contadino, che vive ancora in una dimensione propria, ancora molto legata al Medioevo. Secondo questa affermazione, la “civiltà dell’Umanesimo e del Rinascimento” non interessò tutta l’Europa, ma dove si presentò, generò profondi cambiamenti. I nuovi modelli intellettuali e gli ideali sono il segno di una trasformazione profonda della cultura e della società. Emerge a poco a poco una nuova figura di uomo colto, non più collegato alla Chiesa, ma piuttosto alla realtà dinamica ed ai nuovi fermenti politici del mondo cittadino. L’affermazione di un intellettuale laico, non più quindi al servizio dell’egemonia culturale della Chiesa, coincide con una notevole trasformazione degli stessi mezzi di comunicazione. L’invenzione della stampa sottende ad una maggiore diffusione del sapere, a cui s’affianca una concezione più estesa dell’istruzione. Non è un caso che l’affermazione di questo nuovo intellettuale sia contemporanea agli inizi della rivoluzione scientifica, che mise in discussione i presupposti del sistema aristotelico-tomistico del mondo. All’universo piatto e gerarchico del sistema tolemaico si contrapponeva l’inquietante rivoluzione dei corpi celesti, la centralità del Sole ed il moto della terra.

In questo quadro non possono mancare però le contraddizioni. Una di queste riguarda la civiltà sviluppatasi nell’Italia centro-settentrionale, quando l’atlantizzazione l’avrebbe condannata ad un’inevitabile marginalizzazione.

Un’altra contraddizione colpiva il succitato intellettuale laico. Questi aveva costruito la sua possibilità d’azione negli spazi limitati ma concreti della città e delle sue istituzioni repubblicane. Tuttavia la città-stato era una realtà troppo fragile per resistere a lungo nella dimensione europea in cui si stavano formando i grandi Stati assoluti. In futuro egli avrebbe così agito nell’àmbito più vasto dello Stato assoluto moderno e della Chiesa.

Anche in quell’economia apparentemente in decollo s’annidano delle contraddizioni. Essa tornava lentamente ad essere dominata dai ritmi più lenti della campagna, cui si accompagnava una certa stagnazione demografica.

Pure nella sfera religiosa, infine, sorsero invece pesanti conformismi, sia cattolici che protestanti.

L’espansione economica e sociale dell’Europa cinquecentesca

Popolazione e società

Nonostante la lenta, ma costante, generale crescita della popolazione, l’Europa agli inizi del Cinquecento non aveva ancora raggiunto il numero degli abitanti che aveva avuto prima del 1348, anno della Peste nera. Il mondo italiano non aveva assolutamente colmato le perdite subite nel corso della tragica pestilenza e l’unico Paese che aveva registrato una crescita della popolazione era la Polonia. La prima metà del Cinquecento fu di crescita, ristretta però a Spagna, Italia e Russia.

In Italia l’incremento seguiva ritmi diversi a seconda della zona. Il regno di Napoli vide crescere senza sosta il numero dei fuochi (le famiglie su cui si basava il sistema fiscale), e la stessa Napoli era tra le maggiori città d’Europa. Roma raddoppiò la sua popolazione mentre la situazione in Toscana rimase statica. Nell’Italia del nord c’erano solo tre grandi città: Genova, Milano e Venezia.

Nel mondo tedesco l’aumento di ben otto milioni di persone in un secolo non diede vita ad un fenomeno di urbanizzazione come in Italia. I centri maggiori raggiungevano i 20,000 abitanti (Colonia, Lubecca, Amburgo, Augusta e Norimberga). In Francia la popolazione totale oscillava tra i 18 ed i 20 milioni di abitanti. In Inghilterra l’unica grande città era Londra. Le Fiandre invece furono scenario di un possente fenomeno di urbanizzazione (il 54% della popolazione risiedeva nelle città). Incerti sono i dati riferiti alla Russia, in cui comunque si verificò un notevole sviluppo demografico a causa dell’espansione verso il nord.

L’aumento generale del secolo 1450-1550 poneva una notevole sfida all’economia ed alla produzione del tempo. La crescita della domanda gravava quasi sempre sulla produzione agricola, ma in una prima fase favorì potentemente lo sviluppo economico, imponendo un maggior sfruttamento delle risorse agricole. Per fortuna in Europa la campagna continuava a predominare rispetto alle aree urbanizzate, per cui gli spazi non mancavano.

I meccanismi produttivi: campagna e città

La campagna costituiva la base di tutta la produzione, compresa quella artigiana e manifatturiera. L’85-90% della popolazione era disperso in essa. Sin dal Quattrocento la città aveva intrecciato strettissimi rapporti con la campagna, in quanto la prima ne rappresentava il mercato naturale, oltre che fornirle strumenti per il lavoro e talvolta persino lavoratori stagionali. La rendita dell’agricoltura era però scarsa e lasciava ridottissimi margini di riserva. La resa delle semine era drammaticamente scarsa anche per il grano. Le tecniche agricole primitive, la pratica poco diffusa della rotazione e la carenza di fertilizzanti naturali erano un retaggio medievale che l’agricoltura di quei tempi ancora si trascinava dietro. A cavallo tra Quattro-Cinquecento cominciavano però a delinearsi alcuni fenomeni nuovi, come il ribasso dei prezzi dei grani e la conseguente conversione di terre arative in pascoli. La crescita di domanda di generi alimentari finiva per entrare in collisione con la persistente presenza di terre comuni gestite collettivamente dalla popolazione del villaggio. Iniziarono ad affermarsi un nuovo sistema di produzione agricola ed una nuova concezione di proprietà, particolarmente diffuso in Inghilterra (enclosures).

Lo sfruttamento più razionale ed intensivo della terra e l’estensione del coltivo erano possibili mediante l’abolizione delle terre comuni, sia tramite il recupero di terreni lasciati a bosco o pascolo. Queste scelte spesso erano fonte di tensione tra gruppi sociali animati da interessi diversi. In Europa si assiste così a questa corsa alla terra da coltivare, permessa dalle bonifiche di paludi specie nei Paesi Bassi che nelle regioni baltiche. I nuovi dissodamenti riguardavano però terre poco feconde che, dopo un certo periodo di severo sfruttamento, tendevano ad esaurirsi, accentuando notevolmente il divario tra produzione e crescita. In questa tragica forbice si colloca la radice di una crescente miseria contadina ed il seme di violente tensioni sociali (le rivolte agrarie).

Accanto al grano, principale prodotto delle campagne, vi era il legname, non soltanto materia prima per tutte le attività artigianali, ma anche fonte di calore e di energia. Le costruzioni navali ne potenzieranno ulteriormente la domanda, favorendo ad esempio i Paesi scandinavi, particolarmente ricchi di foreste.

Grani, lana e seta, legno, oltre che carne, frutta, erano quanto la campagna inviava alla città. Questa era il centro del mercato, oltre che il luogo dove avveniva la trasformazione artigiana dei prodotti tessili destinati al consumo locale od all’esportazione. Accanto a tutti gli artigiani raccolti in corporazioni ed arti, vi erano tutti gli elementi di un’organizzazione produttiva che può definirsi un capitalismo commerciale. Anche per prodotti umili come il grano, i rapporti solevano ormai essere internazionali: il grano che nutriva le città italiane proveniva solo in parte dalle campagne circostanti. La maggior parte arrivava dalla Turchia, Grecia o Cipro, dove le popolazioni locali utilizzavano per il proprio nutrimento sottoprodotti o grani più scadenti.

Nelle grandi città europee si concentravano tutte le attività artigiane e di produzione manifatturiera. Il lavoro era rigidamente organizzato in corporazioni, arti o jourandes. Nel corso dei secoli le organizzazioni professionali avevano acquistato un ruolo ed una collocazione precisa all’interno della vita cittadina. Esse facevano parte del meccanismo politico della città ed erano a loro volta gerarchizzate per ordine di importanza economica. Alcune arti – specializzate soprattutto nella vendita – erano poi riuscite a subordinare implicitamente tutte quelle che partecipavano soltanto alla fase della produzione. Meccanismi avviati già secoli prima andavano però esaurendosi: il processo di separazione tra commercio e produzione si stava delineando nettamente, con la totale prevalenza del primo. Cambia così quell’organizzazione del lavoro che determinerà la fine delle corporazioni. Ad esempio i lanifici di Firenze non solo raccoglievano le lane francesi o tedesche, ma pure quelle inglesi. Il processo di trasformazione fino a prodotto ultimato era ormai molto complesso ed apriva ad avanzati rapporti commerciali che andavano ad incidere sulla stessa politica estera della città. Stesse cose si possono dire di Venezia e del mercato della seta. Altrettanto importante era qui l’industria navale, che coinvolgeva 1/5 delle famiglie. Venezia impiegava come manodopera un proletariato di tipo moderno. Il Milanese si distingueva invece per l’industria bellica, mercato di respiro internazionale ma ristretto.

Una nuova attività industriale stava per stravolgere l’Europa: l’industria tipografica. Nata nel XV secolo in Germania grazie a Johann Gutenberg, emerse in particolar modo a Venezia, che la trasformò qualitativamente grazie a grandi editori come Aldo Manuzio. Inizialmente le prime tipografie erano nuclei aziendali a conduzione familiare. Ben presto s’andò affermando la figura del mercante librario, dotato di capitali, provenienti generalmente da altri settori. La famiglia Giunti di Firenze, ad esempio, disponeva di capitali derivati dal commercio della lana.

Il settore tipografico utilizzava necessariamente la manodopera di artigiani specializzati, anche se le loro condizioni non erano migliori di quelli di altri settori. Tuttavia, anche in questo ambiente, emerge la figura del mercante capitalista e banchiere, che aveva approfittato della creazione della compagnia commerciale. Grandi famiglie europee – come i Medici ed i tedeschi Fugger e Welser – avevano subìto diverse espansioni: i Welser, ad esempio, solevano investire i propri capitali nell’acquisto di terre, mentre i Fugger si erano specializzati nel commercio e nella speculazione finanziaria. Un ricco terreno d’affari che si aprì all’attività dei mercanti-banchieri fu il prestito agli Stati assoluti che si andavano formando, ragion per cui necessitavano di capitali per fronteggiare tutte le spese. In cambio i mercanti ottenevano esosi interessi, oltre che concessioni e privilegi.

Tornando in Italia, due sembravano essere gli elementi che mettevano a repentaglio l’egemonia del capitalismo commerciale. Il primo è rappresentato dalla scarsa capacità del sistema produttivo italiano di resistere a lungo alla concorrenza di altri aggressivi centri produttivi europei. Non si può certo ricondurre tutti i problemi all’atlantizzazione, ma bisogna analizzare i fenomeni interni e tipici della società italiana. Il sistema corporativo funzionò in maniera più accentuata rispetto a tutti gli altri Paesi europei come meccanismo di difesa e di rivalutazione dei salari colpiti dall’incessante ascesa dei prezzi. I costi del lavoro furono quindi tra i più alti in Europa, rendendo poco concorrenziali i prezzi dei prodotti italiani, pur essendo di alto livello qualitativo.

Un altro minaccioso elemento era l’investimento in beni immobili, che sottraeva risorse alle tradizionali attività produttive e commerciali. Questo perché la borghesia mercantile italiana tendeva ad assimilarsi alla nobiltà, scegliendo rendite più sicure invece che profitti produttivi. D’altronde già Leon Battista Alberti evidenziava chiaramente il ripiegamento su un’economia di rendita (Della famiglia, 1433-1443), caratterizzata da un’oculata amministrazione, tesaurizzazione e risparmio.

I rapporti sociali alle soglie del mondo moderno

L’Europa ereditava un’articolazione della società pesantemente gerarchizzata. Caratteristica del Medioevo era la tripartizione, secondo cui la società era formata da tre ordini: sacerdoti, guerrieri e lavoratori. Tutti e tre gli stati erano connessi fra loro, ed il mondo contadino ne risultava essere escluso, in quanto, da secoli, la loro esistenza era stata regolata da rapporti di dipendenza servile.

Lo sviluppo urbano aveva reso poi più complessa tale stratificazione. Si era così formato un nuovo patriziato di origine mercantile, differente dalla vecchia nobiltà. I contadini avevano potuto scegliere di sottrarsi ai rapporti di servaggio, riparando in città dove fornivano la manodopera per i lavori più umili. Dopo lunghi periodi di apprendistato cominciavano ad essere ammessi nelle corporazioni per poi diventare artigiani.

Alla soglia della Riforma protestante, il clero controllava la maggior parte delle ricchezze terriere europee, oltre che tenere sotto controllo tutte le organizzazioni di assistenza e carità. I suoi beni provenivano o da antiche donazioni pubbliche o da lasciti privati. I gradi più alti della gerarchia ecclesiastica erano riservati esclusivamente ai cadetti della nobiltà e del patriziato cittadino.

Accanto al primo ordine, vi era dunque la nobiltà, che occupava un ruolo più rilevante nei rapporti sociali. Il nucleo più antico era formato dalla nobiltà di origine feudale, beneficiata di terre e poteri giurisdizionali dai propri sovrani, contraendo in cambio l’obbligo di fornire prestazioni militari. Di questi privilegi ne era stata poi sancita l’ereditarietà. Se da una parte terre e giurisdizioni erano sempre più saldamente in suo possesso, la nobiltà progressivamente veniva meno alle prestazioni, in quanto i nuovi Stati assoluti preferivano assoldare milizie mercenarie. La crisi della cavalleria ed il rafforzamento degli eserciti di massa avevano così cancellato il significato originario della nobiltà, sempre più coinvolta a mantenere il possesso sulle terre e dei propri privilegi. Questa però aveva cominciato a sua volta ad esigere corvées dai contadini a sé sottoposti. La guerra dei Cent’anni e quella delle due Rose avevano così indebolito la vecchia aristocrazia, proprio quando incominciava a formarsi un nuovo patriziato cittadino. Grazie alle proprie origini mercantili – e dunque facoltose –, i suoi membri avevano potuto comprare una patente nobiliare, fatto che tendeva ad assimilarli al vecchio ordine. Una certa somiglianza stava infatti nell’interesse comune a possedere estesi domini terrieri.

Il terzo stato era rappresentato dal popolo, un “contenitore” certamente molto eterogeneo. Le città infatti non erano soltanto abitate da mercanti ed artigiani, ma anche da altri gruppi professionali, come medici, avvocati e notai.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giacometallo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Carpanetto Secondo.
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